Sospettato di terrorismo, rimpatriato

Sospettato di terrorismo, rimpatriato

Dal sito rsi.ch, un articolo del 9 agosto 2018

Avrebbe legami con il jihad islamico l’uomo fermato nelle scorse settimane in Ticino durante un controllo – Parla Norman Gobbi

L’articolo completo è disponibile al seguente link: https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Sospettato-di-terrorismo-rimpatriato-10763027.html

 

Sicurezza – Espulso un presunto terrorista

Sicurezza – Espulso un presunto terrorista

L’articolo e la mia intervista – a cura di Gianni Righinetti e Massimo Solari – sono stati pubblicati sull’edizione del Corriere del Ticino del 10 agosto 2018

Bloccato al confine e rimpatriato un migrante nordafricano sospettato di avere legami con ambienti radicalizzati I servizi segreti lo ritenevano una minaccia per la sicurezza interna – Matteo Cocchi: «Cruciale il gioco di squadra»

L’ombra del terrorismo islamico torna a sfiorare il Ticino. Grazie al lavoro congiunto delle autorità federali e di quelle cantonali la minaccia la scorsa primavera si è però arrestata al confine. A seguito delle analisi dei servizi segreti della Confederazione e al conseguente divieto d’entrata emanato a livello nazionale, un uomo nordafricano è stato fermato dopo un controllo avvenuto alla frontiera. Era ritenuto un pericolo per la sicurezza interna del Paese, a fronte di presunti legami con il terrorismo di matrice islamica. Il tutto con la Svizzera che gli sarebbe servita quale nazione di transito, dopo aver fatto richiesta d’asilo. L’agire del migrante è però stato bloccato e la procedura amministrativa portata avanti dalla Sezione della popolazione e dalla polizia cantonale mercoledì è sfociata nel rimpatrio forzato dell’uomo nel suo Paese d’origine.

Il fermo è avvenuto nel Mendrisiotto già alcuni mesi fa, quando in occasione di un controllo il nome dell’uomo ha fatto scattare l’allarme. «Su questa persona pendeva un divieto d’entrata sul territorio svizzero, emanato dalle autorità federali» spiega, da noi contattato, il comandante della polizia cantonale Matteo Cocchi. «Nell’ambito del proprio lavoro d’indagine a protezione dello Stato – sottolinea –, gli enti preposti avevano infatti ritenuto la figura in questione un pericolo per la sicurezza interna». Nel dettaglio, la Svizzera sarebbe dovuta servire al diretto interessato come nazione di transito. Da qui l’intenzione di avanzare una richiesta d’asilo al fine di sfruttare il nostro territorio, bloccata però sul nascere grazie alla messa in rete e la condivisione del divieto a livello cantonale e comunale.

«Ne è scaturito un iter, è importante dirlo, di natura amministrativa, che ha visto la Sezione della popolazione del Canton Ticino e la polizia cantonale attivarsi in prima battuta» evidenzia Cocchi. Per poi aggiungere: «Ha fatto seguito il coordinamento con i partner a livello federale per l’applicazione di tutte quelle misure che, mercoledì, hanno portato la stessa polizia cantonale a mettere in atto la decisione amministrativa di espulsione». E come detto – dopo un periodo di carcerazione –, accompagnato dagli agenti della cantonale per l’uomo è scattato il rimpatrio forzato nel proprio Paese d’origine nel Nord Africa tramite un volo speciale. La riuscita dell’operazione, tiene a evidenziare il comandante della polizia cantonale, «è da ricondurre al gioco di squadra delle forze in campo». Ciò detto, Cocchi pone l’accento sul fatto che «il Canton Ticino per questo specifico caso ha fatto il suo e l’ha fatto ottimamente. Nell’ambito della sicurezza nazionale abbiamo infatti raggiunto un livello tale che nelle operazioni coordinate con le autorità federali riusciamo a farci ascoltare e dunque ad avere voce in capitolo». Il nostro interlocutore rimarca inoltre l’importanza dell’episodio agli occhi della popolazione: «La rete sul piano nazionale e cantonale ha dimostrato di funzionare una volta di più. A riprova della positività del lavoro squadra. Il Ticino senza la Confederazione non può fare nulla e viceversa. Di casi simili non ve ne sono stati molti in passato, in futuro è però probabile che situazioni di questo tipo possano ripresentarsi». Due recenti episodi erano stati svelati dal Corriere del Ticino, che il 29 agosto scorso aveva riferito dell’espulsione dal nostro territorio di un turco e di un afgano che vivevano a contatto con ambienti radicalizzati.

Ma con che grado di allerta va interpretata la pericolosità per la sicurezza interna accostata all’uomo rimpatriato? chiediamo a Cocchi. «Il grado di pericolosità per la Svizzera riferito a questo personaggio è quello generalizzato, che è presente ma non risulta essere concreto. Come qualsiasi paese europeo risultiamo essere a rischio, ma attualmente non vi sono minacce effettive per il territorio nazionale e ticinese». È chiaro che se qualcuno utilizza la Svizzera come via di transito, ecco che diventa pericoloso sia per gli altri sia per noi stessi. Mi sento in tal senso di poter dire che il lavoro congiunto della Sezione della popolazione, della polizia cantonale e della Fedpol ha permesso di arginare il sorgere di un problema, non solo per gli svizzeri ma forse anche per altri paesi».

L’INTERVISTA Norman Gobbi*

«Lupo travestito da agnello: è il quinto caso in Ticino»

Ad annunciare il successo dell’operazione di intelligence è stato il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi con un post sulla sua pagina Facebook. Lo abbiamo intervistato.

La prevenzione in Ticino ha vinto una volta ancora. Un pericoloso migrante, camuffato da richiedente l’asilo è stato smascherato. Ci si deve chiedere se, di fronte a questi casi che si ripetono, siamo davvero un paese a rischio?

«Non è il primo caso, è già il quinto di questo genere che trattiamo come autorità cantonale e che è andato a buon fine. In questo ambito va proprio detto che l’unione fa la forza, ed è stata la collaborazione di tutti che ha permesso di potere dire con orgoglio che questo pericoloso uomo non è più in Ticino».

Il fatto che voleva mettere radici da noi nascondendosi dietro a quello che è un diritto per persone in difficoltà, come richiedente l’asilo, cosa le fa dire?

«Che l’attenzione e i controlli, anche se qualcuno reputa siano eccessivi, si dimostrano giustificati e utili per la sicurezza e l’incolumità di tutti. Purtroppo c’è chi tenta di approfittare per propri fini certamente non nobili. Sono quelli che io descrivo come lupi vestiti d’agnello».

Ma com’è andata?

«Il sistema di controllo e di depistaggio che sono attivi già alla frontiera ha permesso di riconoscerlo. La scheda elaborata dai servizi segreti ha dato gli elementi necessari per arrestarlo e poi procedere con tutte le misure di allontanamento forzato che si sono concluse nella giornata di mercoledì 8 agosto. Solo quando abbiamo avuto la certezza che non fosse più qui, ma nel suo paese africano d’origine, abbiamo tirato un giustificato sospiro di sollievo».

E questo è il lato positivo. Grazie a chi in particolare?

«Al lavoro attento, serio e puntiglioso di molte donne e uomini che lavorano all’ombra dei riflettori, con grande confidenzialità e con quello che si definisce il senso dello Stato, per rendere più sicuri e tranquilli tutti noi. Sono orgoglioso di queste persone, che hanno un nome, un cognome e una propria vita e che danno tutto per il loro importante lavoro».

Ora si tratterà di alzare ulteriormente la guardia?

«Direi piuttosto di essere ben coscienti che il pericolo s’insinua spesso dove credi che non ci possa o debba essere. Quello dei flussi migratori è una nicchia che, è dimostrato, viene anche sfruttata bassamente».

Dei cinque casi ticinesi, due li avevamo anche raccontati sul Corriere del Ticino un anno fa: un turco e un afgano. Uno con lo statuto di rifugiato, l’altro con quello di richiedente l’asilo. Ricorda? Dobbiamo avere paura?

«Li ricordo eccome, due casi delicati e problematici. Io dico di no, non dobbiamo iniziare ad avere paura, perché è proprio quello l’obiettivo finale di questi movimenti radicalizzati: insinuare la paura nella popolazione. Ricordo anche che la Svizzera non è un obiettivo primario di questi attacchi, tuttavia l’allerta rimane alta, perché la certezza assoluta purtroppo non esiste. Grazie all’ottima collaborazione tra autorità politiche e forze dell’ordine a livello nazionale e internazionale e allo scambio continuo di informazioni possiamo contrastare questo genere di situazioni».

Non le chiederò dettagli sul lavoro d’intelligence. Ma è un lavoro fatto in particolare in Ticino?

«L’antenna ticinese sotto la polizia cantonale che riferisce direttamente alla polizia federale e ai servizi segreti della Confederazione è certamente territoriale. Per quanto concerne la migrazione, per contro, la gestione è maggiormente centralizzata con il contributo dei servizi ticinesi quando necessario. La condivisione delle informazioni dalla Svizzera con gli altri Paesi è sempre più importante. Il migrante espulso poteva arrivare anche in un altro paese d’Europa, penso a Italia, Francia e Germania. Il fronte dell’intelligence è sempre più globale, la cooperazione vede tutti al fronte perché l’obiettivo non è solo che non arrivi in Svizzera, ma da nessuna parte nel nostro continente».

Questo compito richiede mezzi e investimenti. Da questo punto siamo ben messi?

«L’attenzione politica mi sembra ci sia e i mezzi necessari impiegati sono importanti. Ma anche per il tramite del nuovo direttore dei servizi segreti svizzeri Jean Phlippe Gaudin abbiamo chiesto più risorse perché la minaccia terroristica richiede più risorse per combatterla».

Concludiamo con una curiosità. Nel suo post su Facebook c’era una foto con lei e il collega socialista Manuele Bertoli. Una scelta mirata o un caso?

«Si tratta di un caso, ho pescato una foto e l’ho inserita. Tra l’altro Manuele è un po’ di spalle. Comunque non c’è alcun intendimento polemico o altro. Credo che la sicurezza e la necessità di mantenere attenzione di fronte a questi fenomeni non è una questione di colore politico. Ho colleghi di giustizia e polizia non della mia area politica ma di un fronte progressista. È il caso a Zurigo, ad Argovia e in altri Cantoni».

Gobbi «Quel modello non fa per noi»

Gobbi «Quel modello non fa per noi»

Dal Corriere del Ticino del 10 agosto 2018 – un articolo a cura di Giovanni Galli

Obbligo di servire: il sistema norvegese (esteso a tutti) piace al Governo ma non ai Cantoni
Il capo del DI: «Sarebbe uno choc culturale, un’idea poco sostenibile davanti al popolo»

Complici le difficoltà che stanno incontrando esercito e protezione civile a completare i loro ranghi, il tema dell’obbligo di servire sta tornando d’attualità. Il mese scorso (cfr. CdT del 12 luglio) la Conferenza governativa per gli affari militari, la protezione civile e i pompieri ha esortato il Consiglio federale ad approfondire un modello che prevede di raggruppare protezione e servizio civile. Un modello già scartato a Berna, ma che secondo il consigliere di Stato Norman Gobbi, presidente della Conferenza, è da preferire a quello che sta esaminando attualmente il Dipartimento della difesa e che prevede un obbligo di servire generalizzato, esteso alle donne, come in Norvegia. Secondo il Consiglio federale questa soluzione è innovativa e orientata al futuro. L’obbligo di servizio varrebbe in principio per tutti, ma all’atto pratico non sarebbe sistematico. A svolgere l’uno o l’altro servizio verrebbero chiamate solo le persone effettivamente necessarie. Le forze armate avrebbero la possibilità di selezionare da un ampio bacino, indipendentemente dal sesso, le persone più qualificate e motivate. Il risultato degli approfondimenti dovrebbe essere reso noto a fine 2020.

Per i Cantoni però non è una soluzione. «Per tre motivi», spiega Gobbi. «Innanzitutto è un modello molto distante dalla nostra cultura. Se già oggi è difficile obbligare le donne a partecipare alla giornata informativa, pensiamo cosa comporterebbe un obbligo di prestare servizio “tout court”. Secondo: sarebbe un cambio di cultura estremo, uno choc difficile da superare e poco sostenibile in una votazione popolare. In terzo luogo non risponde alle necessità dei Cantoni. Il modello norvegese prevede ad esempio l’impiego nell’ambito dei pompieri, le cui competenze però in Svizzera sono cantonali e comunali, con una forte componente basata sul volontariato. Quest’ultimo aspetto non deve essere vanificato. Se a questo livello viene introdotto un obbligo di servire, la motivazione non sarebbe la stessa di chi opera quale volontario. I pompieri per primi vedono male un obbligo, perché quella del volontariato è una componente importante tanto quella professionale».

Manca gente

Il modello preferito dai Cantoni è denominato «obbligo di prestare servizio di sicurezza» e, al pari di quello norvegese, faceva parte delle varianti presentate nel 2016 da uno speciale gruppo di lavoro federale. La Conferenza ha già sollecitato due volte senza successo Parmelin a prenderlo ugualmente in considerazione. Dietro questa richiesta c’è un problema concreto. Per garantire l’effettivo di 72 mila militi nella protezione civile andrebbero reclutate ogni anno almeno 6 mila persone. Ma mentre nel 2010 ne venivano arruolate più di 8 mila, nel 2017 il loro numero è sceso a 4.800. Quanto alle forze armate hanno un fabbisogno di incorporazione di 18 mila militi all’anno, una soglia minima che quest’anno potrebbe non essere raggiunta.

Una via di mezzo

«Chiediamo che questo modello venga valutato in parallelo a quello norvegese. Lo consideriamo una via di mezzo tra lo status quo e il cambiamento totale legato al modello preferito dal Consiglio federale. Si tratta di unire servizio civile e protezione civile in una nuova organizzazione strutturata e non armata, denominata “protezione in caso di catastrofe” e che può rispondere ai bisogni della società in caso di emergenze, catastrofi naturali e tecnologiche, eventi bellici. Tale modello permetterebbe di non più disperdere risorse nel servizio civile, che non presta servizio in modo strutturato e che in caso di crisi non è paragonabile ad un’organizzazione di secondo scaglione come la PCi».

Il rapporto del 2016 tuttavia definiva non adeguato il modello caldeggiato dai Cantoni, in quanto configurerebbe una violazione del divieto dei lavori forzati. Un’obiezione che secondo Gobbi non regge. «Nessuno verrebbe mandato nelle cave a lavorare. Gli astretti al servizio verrebbero impiegati in favore della collettività, un po’ come avviene per il servizio civile ma in una struttura organizzata, in grado di rispondere meglio a determinati bisogni e più adatta alle esigenze dei Cantoni. Oggi il Servizio civile non è subordinato ai Cantoni. È una struttura federale nella quale vengono messi a disposizione posti occupati secondo i desiderata dei singoli membri. In un momento di pace va bene, in caso di crisi no». Cosa cambierebbe con il vostro modello per il servizio civile? «Non sarebbe più un mero rispondere ai desiderata individuali ma ad una missione di servizio alla collettività, in maniera strutturata».

Con il modello preferito dai Cantoni si stima che verrebbero considerati abili al servizio 30.400 delle 40 mila persone soggette agli obblighi militari. Queste presterebbero servizio per nove anni dal reclutamento. Gli idonei sarebbero pertanto 260 mila. Per l’esercito l’aumento dell’idoneità significherebbe un effettivo reale di 165 mila unità, mentre le altre 95 mila sarebbero disponibili per la protezione dalle catastrofi. Per i compiti di pubblica utilità del servizio civile resterebbero a disposizione 25 mila persone. «Oggi vediamo assottigliarsi gli effettivi dell’esercito, visto che molti commutano sul servizio civile. L’esercito si è ritrovato costretto a rivedere i suoi criteri di idoneità al servizio, attingendo al “serbatoio” della protezione civile. Il servizio civile non è un organo di sicurezza. Il popolo ha votato per il mantenimento dell’obbligo di servire nell’ambito della sicurezza. Constatiamo invece che il mandato costituzionale non viene correttamente adempiuto».

Penitenziario cantonale – da 50 anni alla Stampa

Penitenziario cantonale – da 50 anni alla Stampa

Una mia opinione pubblicata oggi sul Corriere del Ticino

Sono trascorsi 50 anni dall’8 agosto 1968, giorno dell’inaugurazione del Penitenziario cantonale della Stampa a Cadro. Negli ultimi anni non sono mancate le riflessioni sul futuro di una struttura che oggi necessita di un deciso restyling. Da un lato, si intende correggerne i limiti imputabili all’età, dall’altro si cercherà di fornire una risposta almeno parziale al cronico problema della mancanza di spazi e della conseguente sovraoccupazione (sovraffollamento). Preoccupazioni che il Dipartimento delle istituzioni ha fatto sue ormai da diversi anni, proponendo concrete soluzioni. Oltre alla sovraoccupazione, altri temi si sono presentati regolarmente nel corso dell’articolata storia delle carceri ticinesi: alludiamo, ad esempio, all’urgenza di mantenere il giusto equilibrio tra sicurezza, espiazione della pena e reinserimento sociale, così come alle restrizioni derivate da un contesto economico che spesso ha condizionato, se non addirittura compromesso, il cambiamento. Anche la prospettata ristrutturazione del Penitenziario della Stampa non è sfuggita all’obbligo di ponderare con la massima attenzione ogni investimento e per necessità di bilancio si è passati da un progetto di 142 milioni di franchi a uno di poco più di 35. L’intenzione è portare avanti sul corto-medio periodo alcuni importanti interventi puntuali: tra questi, la creazione di una sezione per detenuti con problemi psichiatrici, tossicomani e detenuti pericolosi, nonché la conversione del carcere di Torricella-Taverne in una struttura per detenute con pene da scontare non gravi. L’ipotesi di un nuovo penitenziario non è però stata accantonata: il Consiglio di Stato, con decisione del 4 luglio 2018, ha infatti dato mandato al Dipartimento e alla Sezione logistica di intraprendere una valutazione di ubicazioni alternative per la realizzazione di un nuovo complesso carcerario, sulla base del relativo masterplan. Procedure, modalità e aspetti finanziari vanno ancora valutati nel dettaglio. E non è comunque per domani: si parla di un termine temporale di alcuni decenni.

La Stampa taglia quindi un significativo traguardo e lo fa potendo contare anche sull’apporto di un personale motivato, preparato e competente, con uno spiccato senso di appartenenza. A tutti i collaboratori vada il nostro sincero ringraziamento.

In precedenza, il carcere cantonale sorgeva in piena Lugano e nacque sull’onda dell’esperienza non positiva della Casa di forza di Bellinzona, al Castel Grande. L’inaugurazione risale al 1. luglio 1873 e il primo direttore fu Fulgenzio Chicherio, illuminato avvocato, giurista, sociologo e umanista, che propose una gestione innovativa del carcere imperniata sulla sicurezza e l’esecuzione della pena, certo, ma anche sul rispetto della dignità dell’uomo.

Anche il carcere di Lugano fece il suo tempo e si dovette pensare a una nuova sede. Varie le proposte sul tavolo, ma la risposta si trovava sul piano della Stampa. E una volta tanto, le cose andarono veloci: il 10 settembre 1962 il Gran Consiglio accettò i crediti necessari; il 22 settembre 1964 si pubblicò il concorso per l’appalto delle opere di capomastro; il 1. marzo 1965 partì il cantiere, portato a termine l’11 marzo 1968; l’8 agosto l’inaugurazione. Il progetto era degli architetti Bernasconi, Cavadini, Jäggli. Il credito votato dal Gran Consiglio con decreti legislativi del 10 settembre 1963 e del 14 aprile 1964 fu di 7 milioni di franchi (6,65 per la costruzione, il resto per il terreno); l’opera fu sussidiata dalla Confederazione nella misura di oltre 3 milioni.

Sono passati 50 anni. Ora è tempo di compiere un ulteriore sforzo che permetterà al nostro Cantone di continuare a disporre di una struttura all’avanguardia, in grado di soddisfare opportunamente le esigenze di tutti.

Prossimamente, il Dipartimento delle istituzioni pubblicherà un volumetto che ripercorre la storia del Penitenziario della Stampa attraverso l’evoluzione delle carceri ticinesi, partendo dall’epoca prebalivale – quando a fungere da prigioni erano torri cupe e umidi sotterranei – per arrivare ai giorni nostri.

Leggi cantonali sull’ordine pubblico e la dissimulazione del volto: il bilancio a due anni dall’entrata in vigore

Leggi cantonali sull’ordine pubblico e la dissimulazione del volto: il bilancio a due anni dall’entrata in vigore

Il testo del comunicato stampa inviato ai media

A due anni dall’entrata in vigore delle Leggi cantonali sull’ordine pubblico e sulla dissimulazione del volto negli spazi pubblici, il Dipartimento delle istituzioni ha raccolto un bilancio delle infrazioni registrate sul territorio ticinese. Su un totale di 1’319 procedimenti avviati dai Corpi di polizia delle 7 regioni del Cantone, il 66% dei casi è legato all’accattonaggio, mentre sono state molto rare le segnalazioni di persone a volto coperto.

Dando seguito al risultato della votazione popolare del 22 settembre 2013, il 1. luglio 2016 sono entrate in vigore in Ticino la Legge sull’ordine pubblico e la Legge sulla dissimulazione del volto negli spazi pubblici. A due anni dalla modifica normativa, il Dipartimento delle istituzioni ha raccolto i dati sulle procedure avviate dalle Polizie comunali delle 7 Regioni ticinesi, incaricate di applicare le nuove norme.

Dall’introduzione delle nuove leggi, sono state registrate un totale di 1’319 infrazioni alle norme sull’ordine pubblico, concentrate nelle Regioni di polizia del Luganese (561). La maggior parte delle procedure riguarda l’accattonaggio (868), il disturbo della quiete (133 casi, soprattutto legati all’attività di bar e ritrovi pubblici), l’imbrattamento di beni pubblici (102) e casi di animali vaganti (77). Più rari i casi accertati di littering, con sole 38 sanzioni. Anche le infrazioni alla Legge sulla dissimulazione del volto negli spazi pubblici sono risultate numericamente rare, con un totale di 37 procedure avviate ed alcuni ammonimenti senza verbale di polizia. Nei primi sei mesi del 2018 sono stati registrati una decina di casi di dissimulazione del volto, ma principalmente avvenuti nell’ambito di episodi di hooliganismo sportivo.

Il bilancio delle due Leggi, a due anni dall’entrata in vigore, conferma l’ampiezza degli ambiti toccati, che non si limitano alla sola dissimulazione del volto. Il Dipartimento delle istituzioni esprime la propria soddisfazione per l’attività svolta dalle Polizie, e ricorda che le nuove norme sono state volute dai cittadini non per dare vita a un elevato numero di procedure di contravvenzione, ma per tutelare la sicurezza e per salvaguardare valori e peculiarità del nostro Cantone.

Nella gabbia del Pardo

Nella gabbia del Pardo

Intervista a Matteo Cocchi pubblicata nell’edizione di sabato 4 agosto 2018 del Corriere del Ticino

Dal cinema alla realtà, il comandante della Polizia cantonale è vigile anche al Festival
L’uomo è indiscutibilmente popolare. In piazza Grande c’è chi lo saluta, chi gli espone un pensiero o gli chiede un consiglio, chi vorrebbe avvicinarsi ma non osa. La divisa è pur sempre la divisa e anche in una società senza più inibizioni, con il «vaffa» facile come cifra di emancipazione non si sa bene da che cosa, fa pur sempre il suo effetto. Tanto più che è nuova di pacca. Alcuni turisti lo scrutano incuriositi mentre il nostro fotografo lo riprende. Vien da pensare che qualcuno finisca per chiedergli l’autografo, scambiandolo per un protagonista del red carpet cinematografaro travestito da comandante. Ma Matteo Cocchi comandante lo è sul serio: da sette anni guida la Polizia cantonale, un periodo nel quale molte cose, anche nel nostro piccolo, sono cambiate per garantire la sicurezza di fronte alle nuove minacce terroristiche globali. Piazza Grande, dove la sera possono esservi fino a 8.000 spettatori, ipoteticamente sarebbe un bersaglio facile. «Dopo gli attentati del 2015 e l’allerta scattata a livello mondiale – spiega Cocchi – abbiamo dovuto adeguare il dispositivo di sicurezza anche del Festival, con più agenti e misure anche visibili, a cui si aggiunge un congruo dispositivo non visibile che spero non debba mai entrare in funzione. Questo adattamento riguarda comunque tutte le grandi manifestazioni che si svolgono in Ticino, fermo restando che per la sicurezza all’interno dell’area dell’evento – vale per il Festival come per gli eventi sportivi – responsabili sono gli organizzatori».

Comunque a Locarno c’è sempre un ambiente aperto e informale, con un contatto diretto tra il pubblico e le personalità che altrove sarebbero blindate da massicci dispositivi di protezione. «Questo è il bello della Svizzera, la capacità di garantire la sicurezza con professionalità e soprattutto discrezione. In piazza Grande capita ad esempio che vi siano contemporaneamente due consiglieri federali e personalità di spicco che possono muoversi liberamente tra la gente», commenta il comandante, fiero di quest’equilibrio tipicamente elvetico. Fiero lo è anche per i risultati ottenuti più in generale per la sicurezza del cantone. Le statistiche fanno stato di una diminuzione della criminalità e secondo i rilevamenti del Politecnico federale di Zurigo in Svizzera e in Ticino la polizia è una delle istituzioni che godono di maggior fiducia da parte dei cittadini. Eppure in una fetta della popolazione, e dello stesso mondo politico (magari con intenti strumentali), sembra crescere il sentimento di insicurezza. Perché? «Come sempre – risponde Cocchi – vi sono la soggettività e l’oggettività. Il cittadino, nella sua visione soggettiva, può dire di sentirsi meno sicuro; noi, con i dati oggettivi, possiamo garantire che vi sono ad esempio meno furti e meno rapine. Ricordo che nel 2012, pochi mesi dopo la mia entrata in servizio, c’era il grande problema dei furti con scasso. Allora sì c’era un parallelismo tra oggettività e soggettività. A seguito di questa situazione abbiamo messo in atto dei nuovi dispositivi, riorganizzato la gendarmeria, accresciuto la presenza sul territorio e consolidato la collaborazione con le polizie comunali e le guardie di confine. Farsi vedere significa infatti fare prevenzione, che è uno dei compiti fondamentali della polizia. La situazione è dunque oggettivamente migliorata sul fronte della criminalità e devo dire che anche da parte della popolazione ci giunge un riconoscimento in tal senso. Poi è vero che i fenomeni criminali vanno a cicli; l’importante è osservare e analizzare costantemente quello che capita sul territorio per dare le risposte adeguate».

Tutto bene allora? Il comandante non nasconde la preoccupazione per un fenomeno in crescita, quello della propensione alla violenza fra i giovani e in ambito familiare. La risposta non può venire solo dalla polizia, perché è una riflessione che coinvolge l’intera società, ma qualche spunto il nostro interlocutore lo dà: «Credo che i messaggi veicolati su Internet e sui social abbiano una parte di responsabilità nel diffondere questo clima».

Ahi ahi ahi, i social. La vicenda dell’agente promosso nonostante in passato sia stato sanzionato per aver pubblicato post filonazisti e razzisti come potremmo classificarla nelle categorie pardesche? Una commedia? Un film di fantascienza? Un horror? Cocchi non si scompone, sa che questo è il colpo in canna dell’estate ticinese: «In nessuna delle tre categorie. L’agente in questione è stato pesantemente sanzionato e ha dimostrato sia di aver capito lo sbaglio sia di svolgere la sua attività in maniera professionale. Non si tratta né di sminuire l’errore né di enfatizzarlo oltre misura. Dopo un’approfondita riflessione, il comando della Polizia cantonale ha quindi deciso di proporre la nomina al Governo che l’ha avallata».

Al di là di questa vicenda, si pone però il problema dell’uso dei social da parte di chi rappresenta lo Stato, perché si fa in fretta a sbroccare in un attimo di ottenebrazione della ragione. Nell’amministrazione cantonale vi sono delle regole ben precise, inoltre – specifica il comandante – «la deontologia stabilisce che l’agente è tale 24 ore su 24. All’interno del corpo, durante la scuola di polizia e nei momenti di formazione ribadisco sempre di fare molta attenzione con i social, perché quel che si scrive rimane e anche se si agisce come privati, al di fuori dell’orario di servizio, si è comunque etichettati per la funzione pubblica che si svolge. È impressionante la facilità con cui si usano i social senza rendersi conto delle conseguenze che creano problemi sia al singolo sia alle istituzioni. Su questo martelliamo costantemente all’interno del corpo».

Mentre lo ascolto, con sullo sfondo lo schermo di piazza Grande, mi dico che anche Matteo Cocchi da bambino avrà giocato ai cowboy, imitando le epiche gesta narrate nei western americani di un tempo coi loro stereotipi (poi stravolti dal genio di Sergio Leone). Ma faceva lo sceriffo o il bandito? «Lo ammetto, ho fatto anche il bandito. Però fin da piccolo ho sempre sentito una certa attrazione verso le professioni legate alla sicurezza. Da bambino passavo l’estate in Capriasca, dove i militari erano di casa e sono sempre stato affascinato da questo mondo, dalla volontà di fare qualcosa di positivo per i cittadini e per lo Stato».

Alla guida della Polizia cantonale è molto soddisfatto del gioco di squadra che è riuscito a costruire, sentendo il polso a tutti i livelli nel corpo e nella popolazione, e soprattutto della buona intesa con la politica, con il direttore del Dipartimento delle istituzioni, con il Governo e con il Gran Consiglio «che hanno saputo cogliere le nostre esigenze. Un esempio è la recente realizzazione della nuova centrale comune d’allarme, che è la più moderna della Svizzera e che colma un tassello operativo molto importante».

Ma di tempo per andare al cinema ne ha? E quali generi apprezza? «Negli ultimi anni sono andato raramente al cinema, anche se è sempre piacevole. Apprezzo i film d’azione e quelli storici, ad esempio i vecchi classici dedicati alla Seconda guerra mondiale come Il giorno più lungo o Dove osano le aquile che riguardo sempre volentieri».

Però, ammettiamolo, come in certe pellicole dev’essere tosto sbattere sul muso del malfattore il distintivo ed esclamare: «In nome della legge la dichiaro in arresto!». Matteo Cocchi ride, indossa i panni del gangster e replica con una battuta di De Niro-Al Capone nel film Gli intoccabili: «Sei solo chiacchiere e distintivo». Ma poi riprende subito il suo ruolo di sceriffo: «Occhio, lei non sa chi sono io».

E invece lo so. Mi arrendo.

Una giustizia penale più forte

Una giustizia penale più forte

Da www.rsi.ch/news

Un giudice in più per il Tribunale e sostituzione immediata ai provvedimenti coercitivi. Governo scettico sulla richiesta della procura
La giustizia ticinese potrà contare su nuove forze. Il Consiglio di Stato ha deciso di potenziare il settore che da tempo reclama nuove forze tramite la nomina di due giudici per la magistratura penale. Uno andrà a rafforzare il Tribunale penale. L’altro garantirà l’operatività dell’ufficio che si occupa dei provvedimenti coercitivi (arresti, carcerazioni preventive e di sicurezza, ecc.). Inoltre è stata consolidata l’assegnazione di due vicecancellieri supplementari.
Il primo settembre assumeranno le nuove funzioni l’attuale giudice supplente Manuela Frequin Taminelli (Tribunale penale) e il segretario giudiziario Curzio Guscetti (provvedimenti coercitivi) che sostituirà temporaneamente Claudia Solcà, nominata alla nuova corte di appello federale. Manuela Frequin Taminelli fungerà da giudice straordinario in attesa che il potenziamento del Tribunale penale da quattro a cinque giudici venga ancora nella legge.

La nota governativa definisce la decisione “Un segnale importante che dimostra la volontà del Governo, e per esso del Dipartimento delle istituzioni, di continuare a garantire il buon funzionamento della giustizia”.

Governo scettico sul procuratore aggiuntivo
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/10744859

Da tempo la magistratura inquirente e giudicante ha formulato richieste di potenziamento a Esecutivo e Legislativo cantonali. Il Consiglio della Magistratura si è fatto avanti anche di recente. La Procura, da parte sua, chiede un procuratore aggiuntivo che affianchi gli attuali 21 magistrati per aiutarli a far fronte ai numerosi incarti pendenti. Una richiesta di fronte alla quale il Consiglio di Stato “è scettico” ritenendo che vi siano ancora margini di ottimizzazione organizzativa, ma è disposto a prendere in considerazione nell’ambito del preventivo 2019.

 

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 4 agosto 2018 de La Regione

‘Procuratore pubblico straordinario, l’Esecutivo è piuttosto scettico’
Dal Tribunale penale cantonale al Ministero pubblico. Dalla magistratura giudicante a quella inquirente. La Procura sollecita un potenziamento temporaneo, tramite un procuratore straordinario, per poter chiudere “alcuni procedimenti finanziari datati”. L’istanza è pendente ormai da tempo in governo. Tuttavia «il Consiglio di Stato è molto scettico e critico su questa richiesta perché – dice il capo del Dipartimento istituzioni alla ‘Regione’ – non si sono ancora viste, nell’ufficio giudiziario in questione, quelle misure di carattere organizzativo e operativo che potrebbero permettere di produrre di più con le risorse già oggi a sua disposizione». Negli ultimi anni, continua Norman Gobbi, «il Consiglio di Stato, attraverso il Dipartimento che dirigo, ha concesso risorse, mi riferisco in particolare ad analisti, per rendere più incisiva l’azione di contrasto ai reati economico-finanziari». Aggiunge: «Ancora questo mese incontreremo comunque il procuratore generale Andrea Pagani e ne discuteremo. Questo prima di prendere una decisione definitiva con riferimento al Preventivo 2019 del Cantone». Ieri intanto alcune decisioni il governo le ha prese. Decisioni importanti concernenti il Tribunale penale e dunque le sue due Corti, quella delle assise criminali e quella delle assise correzionali, davanti alle quali si tiene buona parte dei processi che si celebrano ogni anno in Ticino. Ha designato un giudice supplente a tempo pieno, che entrerà in carica a breve (il 1° settembre) e ha attribuito definitivamente, sempre al Tpc, i due vicecancellieri in più che nel luglio 2017 gli aveva assegnato a titolo provvisorio. Ma soprattutto il governo è intenzionato a proporre prossimamente al Gran Consiglio, con una modifica della Legge sull’organizzazione giudiziaria, un aumento del numero dei giudici ordinari del Tpc: dagli attuali 4 a 5. Il Tribunale penale “ha aperto, lo scorso anno, un numero ancora maggiore di nuovi incarti, raggiungendo quota 246”, rileva il Rapporto 2017 del Consiglio della magistratura e delle autorità giudiziarie. “Per il terzo anno di fila” il Tpc “è stato confrontato con un carico di lavoro notevolmente aumentato”. Per farvi fronte arrivano ora dal governo le prime misure.

Il Consiglio di Stato rafforza la Magistratura penale

Il Consiglio di Stato rafforza la Magistratura penale

Nella seduta odierna, il Governo, su proposta del Dipartimento delle istituzioni, ha deciso la designazione di due giudici attribuiti rispettivamente all’Ufficio del giudice dei provvedimenti coercitivi e al Tribunale penale cantonale. Presso quest’ultima Autorità giudiziaria, inoltre, è stata consolidata l’assegnazione di due Vicecancellieri supplementari. Le decisioni del Consiglio di Stato rappresentano una risposta concreta alle richieste della Magistratura penale e consentiranno di rafforzare l’attività degli Uffici giudiziari interessati, a beneficio del buon funzionamento della giustizia ticinese. 

Per quanto attiene al Tribunale penale cantonale, l’evoluzione importante dell’attività cui questa Autorità giudiziaria è stata confrontata negli ultimi anni ha reso necessario l’intervento del Governo, che ha designato l’attuale giudice supplente del Tribunale penale cantonale avv. Manuela Frequin Taminelli quale giudice ai sensi dell’art. 24 della Legge sull’organizzazione giudiziaria. Oltre a ciò, sono state consolidate le due unità di Vicecancellieri supplementari attribuite al Tribunale penale cantonale nel luglio 2017. L’intenzione del Consiglio di Stato è quindi quella di formalizzare l’assegnazione di un giudice aggiuntivo ordinario presso il Tribunale penale cantonale mediante una modifica della Legge sull’organizzazione giudiziaria, per la quale verrà presentato nei prossimi mesi un apposito Messaggio governativo all’attenzione del Parlamento. 

Per quanto concerne l’Ufficio del giudice dei provvedimenti coercitivi, l’attuale Segretario giudiziario del medesimo avv. Curzio Guscetti è stato designato giudice ai sensi dell’art. 24 della Legge sull’organizzazione giudiziaria. Egli sostituirà temporaneamente l’attuale giudice dei provvedimenti coercitivi Claudia Solcà, recentemente nominata dall’Assemblea federale quale giudice della nuova Corte di appello del Tribunale penale federale. La decisione del Governo è volta a garantire il funzionamento dell’Ufficio giudiziario in questo momento di transizione, in attesa dell’entrata in carica del nuovo giudice ordinario dell’Ufficio del giudice dei provvedimenti coercitivi, che verrà nominato dal Gran Consiglio nei prossimi mesi. 

Le decisioni del Consiglio di Stato, prese su proposta del Dipartimento delle istituzioni, costituiscono una risposta concreta alle richieste effettuate dalle Autorità giudiziarie, fatte altresì proprie dal Consiglio della Magistratura contestualmente all’ultimo Rapporto annuale sull’attività del Potere giudiziario. Un segnale importante che dimostra la volontà del Governo, e per esso del Dipartimento delle istituzioni, di continuare a garantire il buon funzionamento della giustizia, anche mediante il potenziamento – laddove giustificato –, delle risorse a disposizione della Magistratura. Un tema che ritiene tutta l’attenzione da parte dell’Esecutivo, per il tramite del Dipartimento competente che ha rafforzato il dialogo tra questi due Poteri dello Stato. 

I giudici supplenti designati entreranno in funzione il 1° settembre 2018, a seguito della dichiarazione di fedeltà alla Costituzione e alle leggi. 

Luce verde al Rally Ronde, ma Ivo Durisch non ci sta

Luce verde al Rally Ronde, ma Ivo Durisch non ci sta

Da Ticinonews.ch

La sezione della circolazione ha dato l’ok all’evento, che si terrà il 1° settembre. “Stiamo valutando un ricorso” dichiara invece il deputato PS

Rally Ronde: il Cantone dice sì. Il via libera alla manifestazione motoristica, che si svolgerà il prossimo primo settembre fra Isone, la Valcolla e il Mendrisiotto è stato notificato martedì sera a Comuni e organizzatori e verrà pubblicato sul Foglio Ufficiale. A dare l’ok la Sezione della circolazione che ha considerato rispettati sia i preavvisi dei Comuni del Basso Mendrisiotto, sia i vincoli del Piano di risanamento dell’aria.
Ma la polemica è ben lungi dal placarsi. Il fronte contrario all’evento si dice infatti già pronto a inoltrare ricorso. Il nodo questa volta è legato alla giornata pre-gara: ovvero il 31 di agosto.
Giorno in cui il PRA vieta manifestazioni motoristiche e in cui – allo stesso tempo – il programma del rally prevede due passaggi importanti: la sfilata delle vetture su corso San Gottardo e il controllo delle vetture che dovranno spostarsi attraverso le strade cantonali presso un’area industriale nel Comune di Balerna.
Decisamente contrario alla disputa della gara il 1. settembre, il PS Ivo Durisch, che spiega così le motivazioni del suo movimento ai microfoni di TeleTicino.
“Stiamo valutando l’eventuale ricorso, che ancora una volta sarà a ridosso del Rally, per cui, verosimilmente, non avrà nessun effetto, purtroppo, in barba ad una sentenza del tribunale cantonale amministrativo. L’anno scorso, la sentenza dello stesso tribunale recitava che “gli avvicinamenti alla gara e gli spostamenti per effettuare eventuali prove dal Mendrisiotto al Luganese, sono parte integrante del Rally, per cui, come tali, devono venir fatti dal 1. settembre in avanti. Se dovessero avvenie il 31 o il 30 agosto, questi violerebbero una sentenza del Tribunale federale e, in questo caso, valuteremo se fare ricorso”, conclude Durisch.
Assolutamente di parere contrario di Durisch, il capo della Sezione della Circolazione Cristiano Canova.
“Venerdì 31 agosto non è previsto nulla che necessiti dell’autorizzazione citata da Durisch. I trasferimenti cui fa riferimento la sentenza del tribunale amministrativo dello scorso anno, non si riferiscono ovviamente ai trasferimenti all’interno della gara, tra una prova speciale e l’altra, che si terranno soltanto il 1. settembre”, precisa Canova.
Insomma, i pareri divergono, ma la partita non sembra ancora chiusa. Anche perché, prosegue Durisch “Il grande problema di fondo resta: ed è un problema di principio: ci troviamo con un programma di risanamento dell’aria, che vieta manifestazioni motoristiche fino alla fine di agosto e ci ritroviamo con il via del Rally all’inizio di settembre. Ci sembra, comunque, una provocazione, che ci vuole far passare per i soli ‘cattivi’. Non è affatto così. La questione è grave, tanto che gli organizzatori avrebbero potuto far disputare la gara una settimana più tardi”, conclude il deputato PS in Gran Consiglio.

 

Un perito contro i crac fraudolenti

Un perito contro i crac fraudolenti

Servizio all’interno dell’edizione di giovedì 2 agosto 2018 de Il Quotidiano
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/10741709 


Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 3 agosto 2018 de La Regione

Settore fallimenti: il Consiglio di Stato, su richiesta del Dipartimento istituzioni, introduce una nuova figura per rendere più incisiva la lotta ai dissesti in odor di reato

Il governo non si limiterà a nominare l’Ufficiale dei fallimenti del Sopraceneri (la procedura di selezione dei candidati è in corso) che subentrerà all’avvocato Patrick Bianco, tornato alcuni mesi fa alla libera professione, rinunciando così a una delle misure di risparmio varate nel 2016. Per rendere maggiormente efficace l’azione di contrasto ai dissesti societari in odor di reato ha pure deciso, su richiesta del Dipartimento istituzioni, di introdurre nel settore fallimentare una nuova figura: il “Perito contabile”. Si occuperà, spiega il Consiglio di Stato rispondendo a una mozione di Matteo Pronzini (Mps), dell’analisi contabile-finanziaria e della valutazione degli incarti trattati dall’Ufficio dei fallimenti. In particolare “predisporrà eventuali denunce e segnalazioni puntuali e circostanziate, all’attenzione del Ministero pubblico, curandone il prosieguo”. In sostanza il/la nuovo/a funzionario/a, oltre a dare “supporto operativo all’ufficio”, fungerà “da trait d’union tra l’Ufficio dei fallimenti della Divisione giustizia e il Ministero pubblico, consentendo di meglio strutturare e rafforzare il flusso informazioni” fra le citate autorità, “rendendo quindi la lotta contro i fallimenti fraudolenti o ‘pilotati’ – che rappresentano una minoranza rispetto al totale delle procedure fallimentari – ancora più incisiva”. Gli ufficiali dei fallimenti potranno dunque “contare” sul perito, figura di cui beneficerà “anche l’attività” della Procura. «Abbiamo modificato la nostra pianta organica e inserito questa funzione al posto di un’altra di carattere amministrativo», dice alla ‘Regione’ il capo del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi. Per la designazione del perito contabile «si procederà dapprima con un concorso interno: se non si riuscirà a individuare i giusti profili, si pubblicherà un concorso aperto anche a persone esterne all’Amministrazione». Nel frattempo «entro fine agosto» il governo dovrebbe designare l’Ufficiale dei fallimenti del Sopraceneri. La situazione dei crac in Ticino si conferma problematica. La tendenza, annota il governo, è “preoccupante”. I fallimenti aperti sono passati dagli 835 del 2015 ai 1’129 del 2017. Le liquidazioni dalle 763 del 2015 alle 978 del 2017. Negli scorsi mesi, facendo capo a risorse interne alla Divisione giustizia, il Dipartimento ha attribuito 1,5 unità supplementari all’Ufficio dei fallimenti di Mendrisio e potenziato l’Ufficio di Locarno “trasferendo una unità e condividendo 1,5 unità col settore esecutivo”.