La scissione coatta è realtà

La scissione coatta è realtà

Da RSI.ch l Il Gran Consiglio ha approvato di misura la modifica della legge sulle aggregazioni

La scissione coatta è ora possibile. Il Gran Consiglio ticinese, nella sua ultima seduta prima delle vacanze estive, ha approvato – con 38 voti favorevoli, 32 contrari e 5 astenuti – la modifica della legge sulle aggregazioni e separazioni dei comuni del 16 dicembre 200; favorevoli Lega, PLR, PS e Verdi, contrari PPD e la Destra.

La modifica – ricordiamo – si è resa necessaria in seguito ad una sentenza del tribunale federale del 25 agosto 2015, sull’aggregazione del nuovo comune di Verzasca (vedi correlati, ndr.).

“Dobbiamo sopperire alla lacuna nell’attuale legge per poter procedere, in determinati scenari e date determinate premesse, a scissioni anche coatte di comparti di territori”, ha ribadito il direttore del dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi.

Una posizione che la sala ha fatto propria, seppur con una maggioranza risicata.

Scene da catastrofe

Scene da catastrofe

Da LaRegione del 20 giugno 2016, un articolo di Daniela Carugati

È tutta una finzione, ma l’esercizio ‘Odescalchi’ messo in campo da domenica nel distretto restituisce bene l’idea di cosa potrebbe accadere davvero se nell’area ferroviaria di Chiasso si verificasse un incidente grave e di vaste proporzioni. Militari, militi, agenti e sanitari dei due versanti del confine testano forze e collaborazione. Li abbiamo seguiti sul loro… terreno.

Scene da una catastrofe… simulata. Da qualche ora il Mendrisiotto è tutto un brulicare di divise. Si mette in campo una delle più vaste esercitazioni mai viste. Perché è la prima volta che enti di pronto intervento ed eserciti svizzeri e italiani misurano, insieme, le proprie forze. Le tute mimetiche si mischiano a quelle rosse delle Unità di intervento, al blu dei sanitari e al cachi dei militi della Protezione civile (Pci). Anche i giornalisti hanno ricevuto la loro pettorina arancione e, in questa prima giornata particolare (l’esercizio proseguirà sino a martedì), si lasciano guidare attraverso gli scenari che evocano incidenti ferroviari, nubi tossiche, edifici in fiamme e macerie. Epicentro l’area ferroviaria di Chiasso, come in un domino gli effetti si concatenano per testare tutte le forze in campo: alla fine si saranno mobilitate circa 3’000 persone. Schierati i figuranti, dai detriti predisposti alla bisogna, lì all’ex Celoria, si levano delle grida d’aiuto, così da rendere più verosimile l’esercitazione ribattezzata ‘Odescalchi’. La voce di Paolo Cescotta , capo del Servizio protezione popolazione, accompagna le prime fasi della dimostrazione. Anche a beneficio delle autorità cantonali e comunali invitate ad assistere e issate su alcune tribunette. In fondo è un modo pure per esorcizzare quanto si confida non accada mai: lungo le rotaie che attraversano la città, una delle due zone rosse del Ticino, transitano pur sempre merci pericolose a tonnellate. Meglio lasciarsi sorprendere dalle abilità delle Uit dei Pompieri (del Mendrisiotto e di Lugano) e dall’impegno dei cani di Redog, pronti a localizzare e trarre in salvo i possibili feriti. Prima si effettua un’analisi dei rischi, poi si passa all’azione, ci spiega il capitano Federico Sala dei Pompieri di Lugano. Un elicottero Superpuma dell’esercito sorvola il cielo chiassese, mentre un drone sorveglia la zona incidentata. Mezzi tradizionali e no sono d’aiuto nel disegnare il quadro dell’emergenza per chi sta al posto di comando avanzato, poco distante, affidato alla Polizia cantonale, o a Rivera allo Stato maggiore di condotta.

Le 3 ‘T’ e il ‘Care team’

Se pompieri, militi delle Ffs, unità speciali e Guardie di confine sono in prima linea, uomini della Pci e sanitari si trovano nelle retrovie. Ma non sono meno importanti. Il Mercato Coperto a Mendrisio è stato trasformato nel punto di approdo di sfollati e feriti, convogliati lì dalle zone evacuate. Alla piattaforma sanitaria si muovono tra i 20 e i 25 soccorritori (in Ticino di operativi ce ne sono circa 500, poco meno della metà professionisti). È qui che scattano le 3 ‘T’, ci dice Franco Ghiggia , coordinatore cantonale del Dim, il Dispositivo sanitario incidenti maggiori. Ovvero triage, trattamento e trasporto delle persone secondo il loro stato e la loro gravità. Da una parte chi è rimasto illeso, dall’altra chi urge di cure. «Da questo esercizio trarremo gli insegnamenti per migliorare in questo ambito», commenta Ghiggia. In una ipotetica realtà ci sarebbero risorse sufficienti? «Le garanzie per fronteggiare un incidente maggiore ci sono», ci rassicura. Dentro il Centro manifestazioni la Pci si occupa di registrare quanti, nella finzione, si sono ritrovati senza un tetto sulla testa. Dà loro una prima assistenza e un piatto caldo: la cucina è già in funzione. «In un caso simile le persone interessate sarebbero migliaia. E la casistica ci illustra che a necessitare di un alloggio, la prima notte, è il 30%», fa presente Claudio Canova , comandante della Protezione civile del Mendrisiotto. Ecco perché si è pronti a predisporre un supporto sociopsicologico iniziale. È il ‘Care team’ a occuparsene, una cinquantina di volontari istruiti ad hoc (una ventina dei quali momò), attivi ormai da un anno. Un lasso di tempo che li ha visti intervenire in una cinquantina di casi nella vita reale. Dalla notte a dare il cambio toccherà alle truppe: un ruolo sussidiario, quello dell’esercito, in caso di catastrofe.

Scene da una catastrofe… simulata. Da qualche ora il Mendrisiotto è tutto un brulicare di divise. Si mette in campo una delle più vaste esercitazioni mai viste. Perché è la prima volta che enti di pronto intervento ed eserciti svizzeri e italiani misurano, insieme, le proprie forze. Le tute mimetiche si mischiano a quelle rosse delle Unità di intervento, al blu dei sanitari e al cachi dei militi della Protezione civile (Pci). Anche i giornalisti hanno ricevuto la loro pettorina arancione e, in questa prima giornata particolare (l’esercizio proseguirà sino a martedì), si lasciano guidare attraverso gli scenari che evocano incidenti ferroviari, nubi tossiche, edifici in fiamme e macerie. Epicentro l’area ferroviaria di Chiasso, come in un domino gli effetti si concatenano per testare tutte le forze in campo: alla fine si saranno mobilitate circa 3’000 persone. Schierati i figuranti, dai detriti predisposti alla bisogna, lì all’ex Celoria, si levano delle grida d’aiuto, così da rendere più verosimile l’esercitazione ribattezzata ‘Odescalchi’. La voce di Paolo Cescotta , capo del Servizio protezione popolazione, accompagna le prime fasi della dimostrazione. Anche a beneficio delle autorità cantonali e comunali invitate ad assistere e issate su alcune tribunette. In fondo è un modo pure per esorcizzare quanto si confida non accada mai: lungo le rotaie che attraversano la città, una delle due zone rosse del Ticino, transitano pur sempre merci pericolose a tonnellate. Meglio lasciarsi sorprendere dalle abilità delle Uit dei Pompieri (del Mendrisiotto e di Lugano) e dall’impegno dei cani di Redog, pronti a localizzare e trarre in salvo i possibili feriti. Prima si effettua un’analisi dei rischi, poi si passa all’azione, ci spiega il capitano Federico Sala dei Pompieri di Lugano. Un elicottero Superpuma dell’esercito sorvola il cielo chiassese, mentre un drone sorveglia la zona incidentata. Mezzi tradizionali e no sono d’aiuto nel disegnare il quadro dell’emergenza per chi sta al posto di comando avanzato, poco distante, affidato alla Polizia cantonale, o a Rivera allo Stato maggiore di condotta.

Le 3 ‘T’ e il ‘Care team’

Se pompieri, militi delle Ffs, unità speciali e Guardie di confine sono in prima linea, uomini della Pci e sanitari si trovano nelle retrovie. Ma non sono meno importanti. Il Mercato Coperto a Mendrisio è stato trasformato nel punto di approdo di sfollati e feriti, convogliati lì dalle zone evacuate. Alla piattaforma sanitaria si muovono tra i 20 e i 25 soccorritori (in Ticino di operativi ce ne sono circa 500, poco meno della metà professionisti). È qui che scattano le 3 ‘T’, ci dice Franco Ghiggia , coordinatore cantonale del Dim, il Dispositivo sanitario incidenti maggiori. Ovvero triage, trattamento e trasporto delle persone secondo il loro stato e la loro gravità. Da una parte chi è rimasto illeso, dall’altra chi urge di cure. «Da questo esercizio trarremo gli insegnamenti per migliorare in questo ambito», commenta Ghiggia. In una ipotetica realtà ci sarebbero risorse sufficienti? «Le garanzie per fronteggiare un incidente maggiore ci sono», ci rassicura. Dentro il Centro manifestazioni la Pci si occupa di registrare quanti, nella finzione, si sono ritrovati senza un tetto sulla testa. Dà loro una prima assistenza e un piatto caldo: la cucina è già in funzione. «In un caso simile le persone interessate sarebbero migliaia. E la casistica ci illustra che a necessitare di un alloggio, la prima notte, è il 30%», fa presente Claudio Canova, comandante della Protezione civile del Mendrisiotto. Ecco perché si è pronti a predisporre un supporto sociopsicologico iniziale. È il ‘Care team’ a occuparsene, una cinquantina di volontari istruiti ad hoc (una ventina dei quali momò), attivi ormai da un anno. Un lasso di tempo che li ha visti intervenire in una cinquantina di casi nella vita reale. Dalla notte a dare il cambio toccherà alle truppe: un ruolo sussidiario, quello dell’esercito, in caso di catastrofe.

Un accordo di mutuo soccorso

Si capisce bene come la collaborazione, anche transfrontaliera, qui, sia fondamentale. ‘Odescalchi’ ha avuto un ‘effetto collaterale’ benefico: un’intesa operativa tra Cantone e Prefettura di Como. A sottoscriverla ieri a Chiasso il capo del Di Norman Gobbi e il prefetto Bruno Corda.

Sicurezza – Catastrofe finta ma utilità reale

Sicurezza – Catastrofe finta ma utilità reale

Dal Corriere del Ticino del 20 giugno 2016

Iniziata nel distretto l’esercitazione Odescalchi che simula una serie di eventi tragici a distanza ravvicinata L’obiettivo è di allenare la gestione delle emergenze – Firmato un accordo tra Ticino e Prefettura di Como

È iniziata ieri mattina alle 5 con la simulazione del deragliamento di un treno passeggeri a Monte Olimpino l’esercitazione Odescalchi, la prima di questa portata realizzata in Ticino. Un deragliamento a cui sono seguiti eventi a catena che hanno ampliato la dimensione della catastrofe rendendo necessario l’impiego di circa 3.000 uomini per farvi fronte. Tra gli eventi collaterali simulati ci sono l’incidente a un treno merci con carico combustibile, esplosioni, incendi sia in territorio svizzero che italiano e la propagazione di una nube tossica. A dover gestire la situazione sono stati esercito, polizia, guardie di confine, protezione civile, uomini delle ferrovie, pompieri, ecc. Gli obiettivi dell’operazione sono sia quello di allenare la gestione dell’emergenza, sia quello di ottimizzare la collaborazione tra Svizzera e Italia in caso di eventi catastrofici.

Ieri mattina all’ex Celoria di Balerna, davanti a rappresentanti dei media e del mondo politico, pompieri e società svizzera per cani da ricerca e da salvataggio (REDOG) hanno ad esempio dato vita a un’operazione di salvataggio dopo la simulazione del crollo di un edificio residenziale. Dopo aver assicurato la sicurezza della zona per garantire l’incolumità dei soccorritori, sono stati i cani della REDOG a cercare i feriti, e gli uomini dell’Unità d’intervento tecnica dei pompieri di Mendrisio e Lugano a trarli in salvo, con l’aiuto pure di un drone e di un superpuma dell’esercito che riprendevano dall’alto l’area sinistrata.

Un’altra zona fondamentale per la gestione dell’emergenza simulata dall’esercitazione Odescalchi è il Mercato coperto di Mendrisio dove è stato allestito un posto collettore gestito da Protezione civile (PCi) e Federazione cantonale ticinese servizi autoambulanze. Lì sono state convogliate le persone evacuate dalle zone pericolose e i feriti, che dopo i primi trattamenti, sebbene le finte lesioni, sono stati realmente trasportati ai pronti soccorsi dell’OBV e del Civico. In serata al Mercato coperto si è poi tenuto il passaggio di consegne dalla PCi all’esercito, che domani in zona allestirà un ospedale da campo.

Ieri mattina, sempre nell’ambito dell’esercitazione Odescalchi, il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi e il prefetto di Como Bruno Corda hanno sottoscritto un accordo tra Ticino e Prefettura di Como il cui obiettivo è di definire le modalità di intervento a livello transfrontaliero in caso di emergenza. L’accordo consentirà alle due regioni di attivarsi in maniera autonoma e più rapida nelle situazioni di bisogno.

Non riesci a mantenerti? La legge ti manda via

Non riesci a mantenerti? La legge ti manda via

Dal Giornale del Popolo del 20 giungno 2016, un articolo di Martina Salvini

Accade anche se sei sposato con uno svizzero. Nel 2015 in Ticino sono stati 36 i casi. Secondo Gobbi non si applica un pugno di ferro, ma “dura lex, sed lex”.

Il sasso nello stagno lo aveva lanciato il consigliere di Stato Manuele Bertoli con un articolo pubblicato quasi 2 mesi fa sul Corriere del Ticino: in Ticino, argomentava Bertoli, si sta applicando una politica restrittiva di rimpatrio di cittadini stranieri sposati con una persona svizzera. Una misura che va a disgregare la famiglia, in quanto spesso queste coppie hanno figli. Nel suo articolo Bertoli aveva voluto attirare l’attenzione su un tema che periodicamente torna di attualità, ma che a suo dire in questi ultimi anni si manifesta con maggiore insistenza.

Abbiamo voluto sentire a questo proposito il consigliere di Stato Norman Gobbi, titolare dei dossier che vengono trattati dalla sezione della popolazione. Quanti sono i casi di decisioni di allontanamento in Ticino? Perché si interviene con questi provvedimenti? Ecco che cosa ci ha risposto Gobbi.

In un contesto economico in cui trovare un lavoro per molti residenti (stranieri domiciliati compresi) diventa più difficile, è giustificato l’intervento con il “pugno di ferro” contro il coniuge straniero disoccupato (o solo parzialmente occupato) che non riesce a garantire una solidità finanziaria alla sua famiglia senza il sostegno statale?

Parlare di «pugno di ferro» significa formulare una valutazione che mi pare impropria. “Dura lex, sed lex” recita un detto latino. Per quanto dura la legge – in questo caso quella federale – va rispettata. Ed è proprio questo il modus operandi adottato dal mio Dipartimento nel pieno rispetto del nostro sistema federalista. Nei confronti dei coniugi di cittadini svizzeri rimasti senza lavoro e che ricorrono agli aiuti pubblici, come in tutti gli altri casi che affronta, la Sezione della popolazione basa il proprio esame sulla legislazione federale e internazionale e sulla giurisprudenza del Tribunale federale. Si tratta di persone che normalmente non hanno partecipato e contribuito al nostro sistema economico in modo attivo e durevole. Anche un cittadino comunitario, per esempio, che perde il lavoro e ha esaurito le indennità di disoccupazione, se non dispone di mezzi propri per mantenersi, perde il diritto a soggiornare in Svizzera.
Occorre comunque chiarire che, per i coniugi di cittadini svizzeri, il fatto di percepire aiuti sociali non comporta automaticamente la revoca del permesso di dimora. Chi ha ottenuto un permesso di dimora nell’ambito del ricongiungimento con un cittadino svizzero, se l’unione coniugale è effettiva ovvero se il matrimonio è realmente avvenuto, non può vederselo revocare o non rinnovare solo perché inizia a percepire prestazioni assistenziali. Sui nostri media leggiamo spesso le storie di persone che vengono allontanate dalla Svizzera e devono separarsi dalla famiglia, che agli occhi dei lettori appaiono come una grande ingiustizia. Ricordiamoci però che ci sono sempre motivazioni valide dietro ogni decisione e nell’iter che porta alla scelta si approfondisce ogni situazione. Posso infatti assicurare che ogni caso è sempre esaminato con la massima attenzione, e che prima di giungere alla revoca del permesso di soggiorno – che tengo a sottolineare rimane per noi l’ultima ratio – procediamo sempre a un ammonimento. Sui giornali spesso leggiamo solamente una parte della storia, quella che evidentemente alcuni hanno interesse a far emergere. In realtà dietro a queste situazioni frequentemente si celano degli abusi, per esempio matrimoni combinati o forzati, celebrati al solo scopo di ottenere un permesso di soggiorno nel nostro Paese. E lo Stato non può farsi carico di problematiche che scaturiscono da unioni coniugali fondate sulla volontà di raggirare la legge. I suoi compiti sono altri.

Nei casi in cui si decide che il coniuge straniero deve lasciare la Svizzera sono stati riscontrati degli abusi del nostro sistema sociale? Se sì, quali sono questi abusi?

Non è corretto parlare di abusi veri e propri ai danni del sistema sociale. La legge stabilisce che se vengono meno le condizioni per mantenere l’autorizzazione di soggiorno, per esempio la persona non dispone di un lavoro né di mezzi propri per continuare a vivere nel nostro Paese, deve lasciare la Svizzera.

Quante sono annualmente le decisioni di allontanamento dalla Svizzera che toccano un coniuge straniero di una cittadina svizzera?

Nel 2015 abbiamo registrato 36 casi su un totale di 189 revoche emesse dalla Sezione della popolazione. 28 hanno toccato cittadini di Stati terzi mentre 8 cittadini dell’Unione europea.

Nel suo Dipartimento in che maniera viene considerata un’azione più globale a favore del sostegno della famiglia e del reinserimento nel mondo del lavoro da parte del coniuge straniero disoccupato? I casi a rischio vengono segnalati e seguiti dalle autorità preposte (magari di altri dipartimenti, come gli uffici del lavoro, per esempio) prima di adottare il provvedimento dell’espulsione?

Il mio Dipartimento, per il tramite della Sezione della popolazione ha in questi casi il compito di regolamentare le condizioni di soggiorno dei cittadini stranieri nel nostro Paese; nella sua sfera di competenza non ci sono attività sociali come il sostegno alle famiglie in difficoltà o il reintegro nel mondo del lavoro di cittadini stranieri rimasti senza attività. Questi compiti spettano a servizi come gli Uffici regionali di collocamento del Dipartimento delle finanze e dell’economia e alla Divisione dell’azione sociale e delle famiglie, del Dipartimento della sanità e della socialità.
Prima di ordinare l’allontanamento di un coniuge di un cittadino svizzero procediamo comunque a un ammonimento formale, dopo il quale l’interessato dispone pur sempre di un certo lasso di tempo per cercare aiuto – qualora non lo abbia ancora fatto – e migliorare la propria situazione economica e professionale, così da evitare la revoca dell’autorizzazione di soggiorno. Dopo la nostra decisione ha poi il diritto di ricorrere alle istanze superiori che valutata la situazione deliberano in merito. Quando deve lasciare il nostro Paese il cittadino straniero spesso quindi lo fa sulla base di una decisione confermata anche dalle altre autorità (Consiglio di Stato, Tribunale cantonale amministrativo, Tribunale federale).

Ticino e Como, regole di aiuto in caso di catastrofe

Ticino e Como, regole di aiuto in caso di catastrofe

Il Canton Ticino e la Prefettura di Como hanno firmato oggi un accordo operativo che definisce le modalità di intervento in caso di emergenze, per garantire assistenza reciproca a livello transfrontaliero. La convenzione consentirà a entrambi i territori di attivarsi in maniera autonoma e più rapida di fronte a situazioni di bisogno.
In occasione dell’esercitazione internazionale ODESCALCHI, il Consigliere di Stato Norman Gobbi e il Prefetto di Como Bruno Corda si sono incontrati questa mattina al Centro di Cooperazione di Polizia e Doganale di Chiasso, accompagnati rispettivamente dal Capo della Sezione del militare e della protezione della popolazione Fabio Conti e dal Capo Dipartimento della protezione civile italiana Fabrizio Curcio, il quale nel suo ambito ricopre il più alto grado in Italia.

Le due delegazioni hanno sottoscritto un accordo operativo che regola e ridefinisce le procedure da attivare nel caso di una catastrofe – naturale o legata all’attività umana – che interessi il nostro territorio e quello della Provincia di Como. Il nuovo testo rende operativo a livello cantonale quanto già stipulato nella convenzione del 1995, nella quale è stabilito il principio che in caso di evento maggiore le due Nazioni si offrano cooperazione nel prevenire e preparare la gestione di situazioni di emergenza assicurando assistenza reciproca. A livello operativo, tuttavia, per poter coinvolgere la parte italiana il Canton Ticino doveva finora inoltrare una richiesta al Consiglio federale, al quale era assegnato il compito di contattare il Governo italiano di Roma.

Grazie alla ratifica del nuovo accordo operativo, la procedura di mutuo soccorso sarà snellita dal profilo burocratico e consentirà al Canton Ticino di attivarsi immediatamente e in maniera più rapida direttamente con la Provincia di Como. Il nuovo sistema di gestione delle emergenze – per il quale il Canton Ticino svolgerà il ruolo di apripista – potrà in futuro servire da base per migliorare la collaborazione anche con altre Province confinanti, e potrà essere applicato anche da altri Cantoni di frontiera. La sottoscrizione dell’accordo costituisce un importante risultato collaterale dell’esercizio ODESCALCHI, organizzato grazie all’iniziativa della Regione territoriale 3 dell’Esercito svizzero e all’adesione del Dipartimento delle istituzioni, organizzato proprio con l’obiettivo di rafforzare la collaborazione tra le forze dell’ordine e quelle di primo intervento che operano a ridosso del confine.