Prevenzione e sensibilizzazione presso la Foce del Cassarate

Prevenzione e sensibilizzazione presso la Foce del Cassarate

Comunicato stampa del Municipio di Lugano | La Città di Lugano ha partecipato alla campagna di prevenzione e sensibilizzazione lanciata dalla Commissione cantonale acque sicure negli scorsi giorni presso la Foce del Cassarate. Con l’inizio della bella stagione, infatti, la Foce è una meta molto frequentata da residenti e turisti per la sua invidiabile posizione e la sua ideale conformazione.

Un sondaggio svolto sul posto la scorsa estate dalla Commissione cantonale acque sicure ha evidenziato un’errata percezione del rischio, una scarsa conoscenza delle regole da rispettare e un’evidente disinformazione da parte dei bagnanti. Lo scopo del progetto è quindi attirare l’attenzione su un comportamento che permetta di evitare incidenti.

Il programma di prevenzione comprende una cartellonistica informativa generale su tutto il territorio comunale, una cartellonistica sul posto, un’azione di sensibilizzazione mediante opuscoli, flyer informativi e sottopiatti negli esercizi pubblici e un servizio saltuario di pattugliamento a piedi nelle immediate vicinanze della Foce e sul lago con il natante, in collaborazione con la Società Svizzera di Salvataggio di Lugano.

Durante la giornata di Sportissima di domenica 10 settembre il progetto “Acque sicure” del Dipartimento delle istituzioni sarà inoltre presentato con uno stand informativo presso il Lido di Lugano.

La campagna, pianificata e avviata nel 2017, si estenderà anche per le prossime stagioni con opportuni adeguamenti e appropriati miglioramenti.

L’iniziativa rientra nel concetto di prevenzione e protezione della Città di Lugano sviluppato dal Servizio sicurezza e salute.

L’accordo fiscale (ab)batte il casellario

L’accordo fiscale (ab)batte il casellario

Dal Giornale del Popolo | Viene meno l’ultimo ostacolo che si frapponeva alla firma del testo tra Svizzera e Italia.

Addio all’obbligo di presentare l’estratto del casellario giudiziale per i lavoratori stranieri che chiedono rilascio e rinnovo dei permessi di dimora (B) e per lavoratori frontalieri (G). A deciderlo è stato ieri il Consiglio di Stato, che ha di fatto eliminato l’ultimo ostacolo oggettivo che si frapponeva alla firma del nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri tra Svizzera e Italia. Una decisione attentamente ponderata, quella dell’Esecutivo, che non ha comunque evitato le spaccature interne, con il fronte leghista compatto nell’avversare l’eliminazione del casellario. Al suo posto tornerà la richiesta per il lavoratore di fornire un’autocertificazione e, su base volontaria, anche un certificato penale. In casi particolari poi, precisa il Governo, sarà comunque possibile richiedere il casellario. Il passo indietro del Governo è volto a rendere più rapida la firma dell’accordo che dovrebbe stabilire un nuovo quadro normativo, migliorando l’attuale regime d’imposizione per i lavoratori frontalieri e sostituendo di fatto il documento varato nel lontano 1974.

Lega e UDC furiosi

La decisione dell’Esecutivo ha mandato letteralmente su tutte le furie la Lega dei Ticinesi, che parla di «tradimento» della volontà dei cittadini e del Parlamento, di un indebolimento della credibilità ticinese a Berna, dove la deputazione si è impegnata a difesa delle due iniziative cantonali sul tema, e di una perdita di sicurezza per il Cantone. Secondo il movimento di Via Monte Boglia, inoltre, l’Italia non sarebbe molto intenzionata ad arrivare a una firma dell’accordo. E del resto la nuova normativa «non sarebbe così interessante nemmeno per il Ticino», che perderebbe così la possibilità di bloccare i ristorni, vedendo andare in fumo un valido strumento di pressione politica nei confronti della vicina Italia. Anche il presidente dell’UDC, Piero Marchesi, si è espresso duramente, non mancando di criticare il Consiglio di Stato: «Il Governo ticinese interrompe una procedura che ha permesso di conoscere, anche penalmente, chi vuole vivere in Ticino. Una misura che non dovrebbe essere neppure in discussione perché fa parte dei controlli minimi che uno Stato deve attuare per garantire la sicurezza interna del Paese. Ovviamente il Governo ticinese si è piegato, ancora una volta, di fronte alle pressioni di Berna e di Roma. Cosa si inventeranno per non firmare? Il nostro ticinese è un Governo debole, molto molto debole».

Le mosse italiane

Da parte italiana a più riprese era stata chiesta l’eliminazione del casellario giudiziale, considerata una misura discriminatoria nei confronti dei lavoratori della vicina Penisola, pena la mancata firma dell’accordo. Eliminato l’ostacolo dovrebbero quindi appianarsi le divergenze e portare Roma a firmare il documento in tempi ragionevoli. Se la situazione appare ormai sbloccata, potrebbe essere ora l’instabilità politica italiana ad allungare i tempi, e in questo senso molto dipenderà dalla data scelta per le prossime elezioni nazionali. I bene informati sostengono che una firma ufficiale potrebbe arrivare già entro agosto, ma perché l’accordo possa entrare in vigore dovrà passare al vaglio dei due rami del Parlamento italiano (Camera e Senato), chiamati alla stesura degli accordi attuativi, con i lavori che potrebbero durare un paio di anni, facendo slittare l’entrata in vigore al 2019 o al 2020.

Vacilla l’armonia all’interno del Governo

«Un anno fa ci eravamo impegnati con il consigliere federale Maurer per trovare una soluzione alternativa che fosse compatibile con il quadro giuridico. L’unica soluzione praticabile si è rivelata essere la presentazione solo volontaria del casellario», spiega il presidente del Governo Manuele Bertoli. «Per noi era prioritario arrivare alla conclusione dell’accordo fiscale e abbiamo quindi deciso di assecondare questa richiesta consci che nel contempo il Consiglio di Stato e il Gran Consiglio hanno proposto che il tema venga trattato da Berna. Contiamo alla fine di poter “salvare capra e cavoli”, ossia da un lato di arrivare alla firma dell’accordo fiscale e dall’altro lato speriamo che Berna possa introdurre la richiesta sistematica di estratti del casellario giudiziario ai cittadini UE che intendono soggiornare o lavorare in Svizzera per tutti i Cantoni, compreso il Ticino». Il timore di Bertoli e colleghi è che, con le elezioni del nuovo Governo italiano alle porte, l’accordo possa saltare dopo anni di trattative: «A breve termine era fondamentale preservare l’accordo. Roma aveva individuato due ostacoli alla firma: l’articolo 121a sulla regolamentazione dell’immigrazione, superato con la legge d’applicazione votata ormai qualche mese fa dalle Camere federali, e il casellario giudiziale. Ora tocca agli italiani fare la propria parte e apporre la firma all’accordo». Ma l’addio al casellario, come detto, non ha fatto l’unanimità dei consensi in seno al Governo, con i ministri Gobbi e Zali, fortemente contrari alla proposta di rimuoverlo. Una rottura che però non sembra preoccupare Bertoli: «Il Governo agisce molto spesso all’unanimità, cercando punti di equilibrio. Non di rado sono io a restare in minoranza, quindi so bene che non sempre è possibile giungere a un compromesso che soddisfi tutti. Posso capire il punto di vista dei colleghi, che però guardano solo al casellario, dimenticando invece la questione dell’interesse del Ticino in materia fiscale». Di parere opposto il collega di Esecutivo Norman Gobbi che non usa mezzi termini: «Da questa decisione il Ticino esce indebolito. E per più ragioni. Il mandato popolare dei ticinesi è sempre stato molto chiaro con votazioni come “Prima i Nostri” o sui contingenti. In sostanza i cittadini hanno chiesto maggiori controlli in ambito migratorio. Una volontà confermata anche dal Gran Consiglio con due iniziative parlamentari approdate a Berna e che abbiamo difeso e per le quali abbiamo ottenuto il sostegno da parte delle commissioni federali». Ma l’abolizione del casellario giudiziale, agli occhi del ministro della Lega, indebolisce il Ticino anche agli occhi dell’Assemblea federale: «Non è semplice spiegare le ragioni per le quali prima introduciamo questa misura e poi la togliamo». L’altro aspetto fondamentale secondo Gobbi riguarda il controllo sull’immigrazione in Ticino. «Nonostante tutto questa misura ha messo in luce tre aspetti: anzitutto che i diretti interessati e cioè i frontalieri non si sono mai opposti. Nessuno, infatti, ha impugnato la richiesta di presentare il casellario. In secondo luogo i ticinesi hanno sempre apprezzato la misura. Tanto più che il Parlamento l’ha fatta propria e portata davanti alle Camere federali. In terzo luogo ha permesso, preventivamente, di tener distante persone non desiderate. Ricordo che su circa 400 casi approfonditi, a 119 casi è stata negata l’autorizzazione di ricevere un permesso. Con questa misura il controllo era sistematico ed efficace e non è stato necessario investire troppe risorse per le verifiche. Ora, con la decisione del Governo, il DI dovrà comunque mantenere alta la pressione sugli arrivi, ma con gli strumenti che abbiamo. E questo nell’interesse del mandato popolare ricevuto», spiega. Infine, il consigliere di Stato aggiunge: «Credo che ogni consigliere di Stato abbia soppesato anche le pressioni ricevute da Berna e, in occasione del voto su questo tema, ha deciso dove porre l’accento. Io e Zali abbiamo scelto di mettere l’accento sul mandato popolare e cioè più controlli in ambito migratorio. Ora la palla è nel campo italiano e dovrà dimostrare che intende rispettare l’accordo».

L’intesa in pillole

Nel dicembre del 2015 Italia e Svizzera avevano parafato il testo, concludendo ufficialmente le trattative sulle questioni di natura tecnica e trovando un’intesa sui contenuti. In prima battuta, la firma ufficiale era attesa nel corso dello scorso anno, in modo da permettere la graduale entrata in vigore dell’accordo a partire dal 2018. Il nuovo accordo – in sostituzione del precedente, vecchio ormai di 40 anni – si applicherà unicamente ai frontalieri di fascia (coloro che risiedono entro la fascia di 20 km dal confine, ndr.), che, gradualmente, verranno equiparati ai fuori fascia. La Svizzera applicherà sul reddito dei frontalieri un’imposta preventiva, pari al 70% di quella applicata oggi. Per fare un esempio semplice: se oggi vengono trattenuti 1.000 franchi di imposta alla fonte, in futuro ne verranno trattenuti 700 come imposta preventiva. Il frontaliere dovrà poi pagare le imposte anche in Italia, un’aliquota che verrà calcolata sull’intero reddito, sottraendo l’imposta preventiva già pagata in Svizzera. Per contro, decadranno i ristorni ai Comuni italiani di frontiera, a cui oggi il Ticino rigira il 38% dell’imposta trattenuta ai frontalieri. Ai frontalieri l’Italia riconoscerà una franchigia di 7.500 euro di reddito, entro i quali Roma non tasserà il lavoratore. Il salasso sarà così per coloro che guadagnano cifre superiori ai 4mila franchi lordi, con decurtazioni fino al 15-20%. Per contro, chi percepisce salari inferiori ai 3mila, andrà incontro solo a perdite marginali. La strada è comunque ancora lunga e bisognerà capire se in sede di ratifica saranno inseriti sconti ulteriori.

Il casellario della discordia

L’obbligo del casellario giudiziale è stato introdotto, quale misura straordinaria, nell’aprile del 2015 per tutti coloro che chiedevano il rilascio o il rinnovo dei permessi B e G. A mente del Governo la misura, lungi dall’avere carattere discriminatorio, è volta a garantire la sicurezza nel Cantone e ad assicurare il mantenimento dell’ordine pubblico. Secondo i dati aggiornati alla fine di aprile, a due anni dalla sua introduzione le domande totali presentate sono state 47.829. Di queste 47.483 hanno portato al rilascio o al rinnovo del permesso, mentre per le restanti 396 è stato necessario un approfondimento perché sussistevano elementi di natura penale. Infine, in 119 casi il permesso è stato negato o revocato. Nel maggio dell’anno scorso il Governo si era dato un anno di tempo per trovare una misura alternativa al casellario che fosse compatibile con gli accordi internazionali. Anche il Gran Consiglio si era mosso sostenendo un’iniziativa cantonale affinché questo strumento potesse essere esteso a tutti i Cantoni svizzeri. E qualche tempo fa sono arrivati i primi riscontri positivi anche in sede federale, nelle Commissioni del Consiglio degli Stato e del Nazionale.

(Articolo di N. Mazzi e M. Salvini)

Il casellario per una firma

Il casellario per una firma

Da laRegione | Priorità all’accordo con l’Italia sui frontalieri, il Consiglio di Stato è pronto a cancellare la misura straordinaria: quando Roma firmerà l’intesa fiscale, per i permessi B e G basterà l’autocertificazione.

«La questione – spiega il presidente del Consiglio di Stato Manuele Bertoli -va chiusa ora». Prima di eventuali elezioni anticipate italiane. Perché un nuovo governo di Roma potrebbe mandare all’aria tutto, riportando l’orologio delle trattative fiscali tra Svizzera e Italia indietro di anni. E così ieri i consiglieri di Stato di Plr, Ppd e Ps hanno messo in minoranza i due leghisti, optando per l’abolizione dell’obbligo di presentare il casellario giudiziale per chi richiedeva il rilascio o il rinnovo di un permesso di dimora (B) o di frontaliere (G). Si torna all’autocertificazione. Con buona pace della misura voluta a suo tempo dal Dipartimento delle istituzioni (Di) di Norman Gobbi, in vigore da due anni e che nel suo periodo di attività ha bloccato l’emissione di 119 documenti. Ma soprattutto una misura, si ricorda nel comunicato dell’esecutivo, che rappresentava “l’ultimo ostacolo alla firma” dell’accordo fiscale sui frontalieri. Da qui il passo indietro. Un passo indietro ponderato: «Il casellario rimarrà obbligatorio – sottolinea infatti Bertoli – finché non ci sarà la firma di Svizzera e Italia in calce all’accordo». Una sottoscrizione che il governo ticinese attende a breve giro di posta. «Abbiamo qualche segnale in questo senso. E quel che è certo è che ora l’Italia non ha più scuse». Non ha più scuse per non avallare un accordo che “malgrado non risponda pienamente alle aspettative del Ticino (…) – si legge nella nota stampa – è globalmente positivo per il nostro Cantone”. «L’intesa – ricorda Bertoli – è interessante per il Ticino da più punti di vista, in particolare perché introduce una misura anti-dumping indiretta». E le due iniziative votate dal Gran Consiglio e che chiedevano di prevedere una simile misura in tutta la Svizzera? Sarà requiem? Non per il presidente del Consiglio di Stato. «Le nostre richieste sono ormai sul tavolo federale, che ha già aperto qualche porta in questo senso. E se alla fine si dovesse trovare una regola nazionale sulla questione della sicurezza – conclude il presidente – avremmo ottenuto due obiettivi». A Roma e a Berna. «Questa decisione – ritiene invece il direttore del Di Norman Gobbi – rischia di indebolire la nostra posizione» oltre Gottardo. E anche per questo su Facebook Gobbi si è subito detto “su tutte le furie” e “fortemente contrariato”. «Diciamo che più che un colpo gobbo è stato un colpo… al Gobbi. La maggioranza del governo – dichiara il capo del Di – ha preso una decisione secondo scienza e coscienza, subendo forse delle pressioni. Io e il collega Zali abbiamo per contro preferito prediligere gli interessi cantonali, anche alla luce delle sensibilità popolari che chiedono più controlli dell’immigrazione». D’accordo. Ma la misura alternativa ed eurocompatibile al casellario che il capo del Di andava cercando? Non la si è trovata o è stata ignorata al governo? «Si sono valutate tutte le possibili alternative. Nessuna di queste – spiega Gobbi – era in grado di garantire la medesima efficacia e gli stessi risultati». E adesso? «Adesso aspettiamo l’Italia. Con il mio dipartimento intendiamo in ogni caso mantenere alta la guardia su questo fronte. Anche perché se in futuro capiterà qualcosa in questo ambito, la colpa sarà sempre e solo dell’Ufficio migrazione e del Di». Ieri in Ticino era presente anche il segretario di Stato Jörg Gasser. Il governo gli ha comunicato la decisione prima di scrivere formalmente a Berna. Nella missiva all’indirizzo di Palazzo federale saranno contenute una serie di raccomandazioni. Tra cui quella di stimolare gli italiani a firmare subito.

Dipartimento finanze soddisfatto, iniziative ticinesi deluse

Non solo a Bellinzona: divide anche a Berna l’addio alla richiesta del casellario giudiziale per chi chiede o rinnova permessi Be G deciso ieri a maggioranza dal Consiglio di Stato. A Berna dove da un lato sorride il Dipartimento federale delle finanze diretto da Ueli Maurer, dall’altro piangono le due iniziative cantonali ticinesi che chiedevano l’introduzione di tale misura a livello nazionale. Sollecitata dalla ‘Regione’, la Segretaria di Stato per le questioni finanziarie internazionali fa infatti sapere via e-mail di aver preso nota “della decisione del governo ticinese”. Una decisione “positiva” e che “soddisfa l’ultima condizione posta dall’Italia per giungere alla sottoscrizione del nuovo accordo sull’imposizione dei lavoratori frontalieri”. “La Svizzera – continua l’email – è pronta a firmare l’accordo e attende quindi che la firma da parte dell’Italia avvenga al più presto”. Rischiano per contro di inciampare le due iniziative cantonali che avevano faticosamente trovato l’appoggio delle commissioni Istituzioni politiche del Consiglio nazionale e degli Stati. «Deploro la decisione del Consiglio di Stato. Si tratta – chiosa il granconsigliere Ppd Maurizio Agustoni che assieme ad Amanda Rückert (Lega) era stato sentito dai commissari di Berna – di un segnale contraddittorio che toglie peso ad atti parlamentari che erano riusciti a trovare consenso a Palazzo federale: una cosa più unica che rara». E ora? «Ora – rileva Agustoni – auspico che il direttore del Dipartimento istituzioni metta in atto le misure sostitutive che si era impegnato a elaborare l’anno scorso».

Per la Lega è ‘tradimento’. Ppd: ‘Altro errore’. Plr e Ps: Quando si tratta…’

Il men che si possa dire è che la Lega non approvi. Con l’addio al casellario giudiziale si “tradisce la volontà di cittadini (la misura aveva fatto oggetto di una petizione firmata da 12mila ticinesi) e parlamento” e “mina la credibilità del Ticino a livello federale; la deputazione ticinese a Berna si è spesa collegialmente e a più riprese a sostegno della misura, convincendone dell’evidente validità vari colleghi di altri Cantoni” si legge in una nota diffusa dal movimento di via Monte Boglia. La mossa ticinese, prosegue il comunicato, “non ci farà avanzare di un centimetro nei dossier aperti con l’Italia, mentre danneggia pesantemente la sicurezza interna del nostro Cantone”. D’altro avviso il presidente del Plr Bixio Caprara: «In una trattativa si soppesano pro e contro e poi si gioca l’asso quando serve – ci dice -. La questione del casellario è solo una parte della questione; dall’altra c’è anche un accordo fiscale che porterà a una sorta di misura anti-dumping indiretta a favore del Ticino». Insomma, «l’interesse prioritario era di trovare un accordo». E le proposte del Gran Consiglio di richiedere il casellario a livello federale? Una mossa per fare pressione? «Certo. D’altronde – conclude Caprara – è giusto segnalare i nostri problemi». Diretto il presidente Ppd Fiorenzo Dadò: «Questa decisione è un errore». «Si tratta – aggiunge Dadò – dell’ultimo atto di una capitolazione iniziata quando Gobbi ha rinunciato a richiedere il certificato dei carichi pendenti. Quello era il documento che permetteva di compiere veri controlli: il casellario non è sufficiente, vale quanto una ricerca su ‘google’». «A un certo momento – chiosa il presidente Ps Igor Righini – anche noi ticinesi dobbiamo capire che non siamo onnipotenti e che dobbiamo essere in grado di negoziare». E quando si negozia, annota Righini, «bisogna tener conto delle proprie volontà, ma anche di quelle degli altri: e l’Italia, piaccia o non piaccia, rimane pur sempre un nostro partner economico rilevante». Con il casellario, commentano dal canto loro i Verdi in un comunicato, Lega e Ppd pensavano “di ingannare la popolazione facendo credere che con questa norma si possano risolvere i problemi di infiltrazioni malavitose e di dumping salariale”.

‘Partita finita. Tocca alla politica’

Nessuna sorpresa in Italia: la decisione del Consiglio di Stato era nell’aria. Anche perché Berna e Roma si erano impegnate a porre fine a una soluzione insostenibile. «Da parte nostra siamo sempre stati molto chiari: via il casellario giudiziale, se volete firmare l’accordo sul nuovo sistema fiscale per i frontalieri», dice Vieri Ceriani, braccio destro del ministro Carlo Padoan nella trattativa con la Svizzera. «Un accordo che economicamente conviene anche al Ticino». E ora? «Per quanto mi riguarda la partita è chiusa. Tocca alla politica», conclude Ceriani. E se in Italia si andrà alle elezioni anticipate, la nuova tassazione rischia di diventare un tema caldo: i frontalieri temono una stangata, gli altri lavoratori parlano invece di equità. «Ma non bisogna dimenticare le specificità dei frontalieri – osserva Sergio Aureli, sindacalista di Unia e vicepresidente del Csir (Consiglio sindacale interregionale) Ticino-Lombardia-Piemonte -. Gli aspetti che ancora debbono essere definiti riguardano la franchigia, le quote delle tasse da pagare, la gradualità della definitiva entrata a regime dell’accordo». Secondo l’accordo la franchigia per abbattere l’imponibile dovrebbe ammontare a 7’500 euro (i sindacati chiedono 12mila), mentre sarebbe di dieci anni il periodo prima dell’entrata a regime.

(Articolo di Paolo Ascierto e Luca Berti)

Insieme al casellario salta l’armonia

Insieme al casellario salta l’armonia

Dal Corriere del Ticino | Per favorire la firma dell’accordo sui frontalieri l’Esecutivo intende abolire la richiesta sistematica del certificato Norman Gobbi: «La maggioranza ha ceduto alle pressioni» – Manuele Bertoli: «Scelta nell’interesse del Cantone»

Sia Berna sia Roma l’avevano definita una «pietra d’inciampo» sulla strada che portava alla sottoscrizione del nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri. Ora, a 26 mesi dall’introduzione decisa dal direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi per motivi di sicurezza, l’esperienza del casellario giudiziale obbligatorio per i richiedenti di un permesso di dimora (B) o per lavoratori frontalieri (G) si avvia al capolinea. Il Governo ha deciso di fare un passo indietro «per togliere l’ultimo ostacolo alla firma di questo accordo». Di fatto una volta raggiunta l’intesa tra Svizzera e Italia – che l’Esecutivo si attende in tempi rapidi – la prassi verrà modificata, lasciando spazio all’autocertificazione e alla presentazione del certificato penale su base volontaria e non più sistematica. La scelta rischia però di lasciare degli strascichi in Governo: a favore del ritiro del provvedimento si sono schierati il presidente Manuele Bertoli e i consiglieri di Stato Paolo Beltraminelli e Christian Vitta , mentre contrari si sono detti i leghisti Claudio Zali e Gobbi. E proprio quest’ultimo non ha mancato di esprimere la sua contrarietà commentando su Facebook la decisione dell’Esecutivo. Successivamente lo abbiamo interpellato: «Il tema del controllo dell’immigrazione non è solo mio, ma di tutti i ticinesi che più volte l’hanno ribadito. Parliamo di una misura che non è sfociata in alcun ricorso da parte di chi l’ha subita, che ha portato effetti positivi se pensiamo ai 400 casi sensibili analizzati e ai 119 di revoca o diniego del permesso e che ha ottenuto successi a livello federale. Successi che, con la decisione del Governo, vengono indeboliti così come la nostra posizione a Berna».

«Cadrà un privilegio»

Il Governo nel maggio del 2016 aveva dato un anno di tempo a Gobbi per individuare una soluzione efficace quanto la richiesta sistematica del casellario ma compatibile con gli accordi internazionali: «Ma soluzioni alternative di pari efficacia, per quanto verificate e ricercate, non ve ne sono» rileva il direttore delle Istituzioni, aggiungendo quindi che «per noi era insostenibile rimanere sprovvisti di questo tipo di controllo». Sì perché secondo Gobbi operare «ora diventa più difficile e qualora in futuro dovesse accadere qualcosa la colpa sarà sempre dell’Ufficio della migrazione del Dipartimento delle istituzioni». La scadenza fissata l’anno scorso, va detto, era comunque coincisa con il sostegno alla misura di tutto il Governo. E ciò anche alla luce dei suoi effetti. Ma non è tutto, poiché nel frattempo anche il Gran Consiglio aveva accolto due iniziative cantonali per estendere il modello di controllo ticinese a tutta la Svizzera. Negli scorsi mesi erano poi giunti i primi riscontri positivi nelle commissioni del Consiglio degli Stati e del Nazionale. Perché, dunque, cambiare rotta? «Era prioritario concludere l’accordo sulla fiscalità dei frontalieri – risponde Bertoli – per una serie di ragioni che fanno l’interesse del Cantone. Prima di tutto perché il nuovo impianto porta con sé una misura anti-dumping dal momento che il lavoratore frontaliere non avrà un privilegio fiscale, come sinora, rispetto al connazionale attivo in Italia». Per quanto riguarda invece il maggior introito stimato sul fronte svizzero Bertoli precisa che «si va dai 15 ai 30 milioni da suddividere tra Comuni, Cantone e Confederazione».

Resta in corsa la contropartita

In merito all’urgenza di intervenire sul casellario senza attendere eventuali decisioni da Berna sulle iniziative cantonali o sul sistema europeo di scambio di informazioni ECRIS, Bertoli invece sottolinea: «È stata una scelta difficile ma necessaria. Contingenza vuole che se oggi intendiamo mandare avanti questo accordo il passo indietro lo dobbiamo fare noi. Sappiamo che la situazione politica in Italia potrebbe cambiare presto con le elezioni e quindi tutto potrebbe cadere. Insomma, ora o mai più. Inoltre portando la questione sul piano nazionale, alla fine la Confederazione dovrà decidere. E se dovesse estendere l’obbligo del casellario a tutti questo varrà anche per il Ticino e, come speriamo, avremo salvato capra e cavoli». Nel quadro delle ricadute dell’accordo sui frontalieri per il Cantone si era parlato di una possibile contropartita di una ventina di milioni da parte di Berna. Uno scenario che Bertoli non esclude: «I progressi fatti oggi anche verso Berna aiuteranno a fare passi avanti anche in questa direzione». E proprio su eventuali pressioni del Consiglio federale Bertoli evidenzia: «Siamo stati stimolati più volte nell’andare in questa direzione, anche di recente con una lettera della presidente della Confederazione». Ma su questo punto Gobbi è d’altro avviso: «Si è ceduto a delle pressioni che anche il sottoscritto ha ricevuto dalla presidente del Consiglio federale e da altri consiglieri federali. Il rischio è che come nel 1974 il Ticino sia l’unico a pagare la fattura a fronte di un beneficio per tutto il Paese che dal punto di vista della Confederazione va bene ma non dal mio di consigliere di Stato del Ticino. Seppur si parli di cifre importanti si è sacrificato un mandato popolare e parlamentare in tema immigrazione, che io prediligo, sull’altare di un potenziale interesse fiscale». Sollecitato sul rischio di una spaccatura in Governo Bertoli per contro conclude: «Dico solo una cosa. Quando possibile, e accade molto spesso, il Governo prende le decisioni in modo unanime. Vi sono però dei casi dove le scelte sono a maggioranza. E concludo con una battuta: se ogni volta che il sottoscritto resta in minoranza dovesse fare un post o un tweet probabilmente i vostri archivi ne conterebbero un certo numero».

(Articolo di Massimo Solari e Viola Martinelli)