Puntata di 60 Minuti su RSI
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Opinione pubblicata sull’edizione di martedì 20 marzo 2018 del Corriere del Ticino
L’evoluzione della minaccia criminale ha per costante che si rende sempre meno visibile e colpisce non dove il reato viene ideato: pensiamo qui alle minacce derivanti dal crimine digitale o cybercrime, oppure alle organizzazioni criminali e terroristiche. Tutto ciò rende la nostra comunità più vulnerabile e richiede riflessioni sulla futura organizzazione e sviluppo degli organi di polizia e di perseguimento penale in Svizzera. Riflessioni che come direttori cantonali di giustizia e polizia abbiamo avviato da tempo.
Il procuratore generale della Confederazione Michael Lauber ha richiesto, e con lui la Conferenza dei direttori cantonali di giustizia e polizia, la revisione delle basi legali per perseguire meglio gli aderenti passivi ad organizzazioni criminali (CPS 260ter), ma incontrando grande difficoltà nel legislatore federale nel rivedere tale norma, allo scopo di renderla più facilmente applicabile nel perseguimento e agevolare la dimostrazione dell’esistenza delle organizzazioni, del loro potenziale criminale o dell’appartenenza alla stessa, anche se non ha compiuto ancora dei delitti. Sicuramente, la minaccia terroristica (ahinoi più di quella mafiosa) sembra aver smosso qualcosa, ma coi tempi abitualmente lunghi della modifica legislativa.
Sui reati digitali bisogna comprendere come i tradizionali concetti del diritto penale legati a luogo del fatto, ora del reato e competenze territoriali siano ormai desueti per combattere e perseguire i cyber-criminali. Pensiamo unicamente che in Svizzera negli ultimi anni non si è mai giunti a perseguire e condannare correttamente autori di «phishing», ossia attraverso mezzi elettronici estorcere dati d’accesso bancari o di account per poi disporre degli averi in forma delittuosa. Il crimine digitale supera quindi i confini, intercantonali e internazionali, con nuove e sempre in evoluzione forme di reato, che richiedono maggiore flessibilità e cooperazione da parte delle forze di polizia e del perseguimento penale, nonché una maggiore specializzazione delle stesse. Qui è necessario creare centri di competenza sovracantonali, in grado di reagire celermente agli attacchi informatici o alle nuove minacce di crimine digitale rilevate.
Nella lotta al terrore e alle organizzazioni criminali, oltre le normative del Codice penale svizzero diventa essenziale la condivisione di dati e informazioni tra Cantoni e poi con altri Paesi. Infatti l’alta mobilità interna e l’esperienza compiuta nei Paesi, già vittime di attentati o attacchi terroristici, hanno dimostrato come luogo di ideazione del reato e luogo in cui il reato viene commesso non sempre siano sovrapponibili. In questo senso i progetti di armonizzazione informatica delle forze di polizia cantonali, e di riflesso al loro interno con le polizie locali, mirano a permettere una migliore e più accessibile condivisione delle informazioni registrate nelle varie banche dati disponibili. Oltre alle soluzioni informatiche sarà poi necessario modificare diverse leggi federali e poi cantonali, in modo da creare un castello giuridico che permetta la condivisione delle informazioni, indipendentemente dai confini territoriali interni elvetici.
Ma anche sul fronte delle autorità giudiziarie penali l’evoluzione continua. Pensiamo al progetto di armonizzazione informatica delle autorità penali, che mira ad una standardizzazione dei dati in modo da poterli condividere nel sistema confederale (orizzontalmente tra Cantoni e verticalmente tra Cantoni e Confederazione), oppure al progetto Justitia 4.0 che permetterà dal 2021/2022 di redigere gli atti giudiziari solo in forma elettronica come pure la loro condivisione tra le parti. Un salto qualitativo per chi conosce la giustizia operativa del nostro Cantone e non solo, ma necessario per ottimizzare risorse, costi e procedure, per il quale sarà necessario creare una base legale federale conforme, al momento in verifica presso l’Ufficio federale di giustizia.
L’evoluzione qui descritta chiederà ai Cantoni, e quindi a noi autorità politiche e a quelle giudiziarie, di superare l’orgogliosamente custodito ruolo di organi territoriali e giudiziari in ambito di sicurezza interna, a favore di soluzioni più rispondenti allo sviluppo della minaccia criminale e terroristica. Sarà necessario lavorare poi ulteriormente in rete, dal livello primario del sistema federale di città e comuni, sino al livello federale e internazionale. Rimarco come la collaborazione in Ticino sia già attuata con successo, come ci hanno confermato l’arresto lo scorso anno di persone legate al terrorismo islamico, oppure le recenti operazioni che hanno condotto all’arresto delle «pink panthers» o della banda pronta a compiere un importante furto a Chiasso. La collaborazione operativa va però accompagnata da nuove basi legali cantonali e federali e – soprattutto – da nuovi strumenti per lottare efficacemente contro il crimine nella dimensione virtuale.
Articolo apparso nell’edizione di martedì 20 marzo de La Regione
Il progetto di una Regione unica nel Mendrisiotto non piace. Ma il direttore del Di Gobbi rilancia
“La riorganizzazione non è per domani, ma Chiasso e Mendrisio devono dimostrare di saper lavorare assieme”
Da sabato ci sono 41 uomini (e donne) in divisa in più a vegliare sulla sicurezza dei cittadini ticinesi. Freschi di diploma e a tutti gli effetti agenti, in 16 casi andranno a dar man forte alle Polizie comunali: 3 a Mendrisio, 2 a Chiasso e uno a Stabio. Di sicuro un rinforzo atteso. Anche se, oggi, sono altri i numeri che affliggono le autorità locali, in particolare delle due città polo. Create da un paio di anni due Regioni – la I nel comprensorio chiassese, la II in quello mendrisiense –, nel Mendrisiotto non ci si sente pronti a riorganizzare, di nuovo, l’assetto dei Corpi e del territorio, dando vita a una sola Regione, quindi a un solo polo di riferimento. Non a caso in questo ultimo anno i capidicastero Sicurezza pubblica di Chiasso (Sonia Colombo-Regazzoni) e Mendrisio (Samuel Maffi) non l’hanno mandato a dire al Dipartimento delle istituzioni (Di), deciso a condurre in porto la riforma. La strada, insomma, sembra ormai tracciata. E il 27 marzo il ministro Norman Gobbi tirerà le prime somme nel corso di una riunione straordinaria della Conferenza consultiva sulla sicurezza. Al momento si conferma solo la data dell’incontro (al termine del quale seguirà una nota ufficiale): di più non si intende dire per ora. E ciò nonostante le ‘fughe di notizie’ (in primis su Liberatv.ch) che ventilano l’ipotesi di un aumento da 6 a 21 (o forse 25) del numero minimo di agenti in forze alle Comunali. Anticipazioni che hanno fatto storcere qualche naso (incluso quello del direttore del Di): «Non ne sono felice», ammette a ‘laRegione’. Le indiscrezioni sono giuste? «Questo non posso confermarlo finché non faremo una comunicazione ufficiale». Sta di fatto che la creazione delle Regioni di Polizia – due nel Mendrisiotto, con il Corpo strutturato di Stabio, che collabora con il capoluogo – rappresenta, nei piani d’azione, la tappa intermedia del processo di riorganizzazione. «È l’evoluzione – ci risponde Gobbi –. Trent’anni fa l’uscere comunale andava più che bene per il bisogno che c’era allora nei Comuni. La tappa 2010 ha portato all’obbligo per tutti di avere una Polizia comunale. E la tendenza è quella di garantire un’operatività sempre maggiore, senza perdere di vista la prossimità, che è uno dei compiti delle Polizie comunali. Sappiamo, per esperienza – ribadisce il direttore del Dipartimento –, che strutture di Polizia piccole hanno qualche problema in più. Ma di questo vorremmo discutere con i capidicastero polo. D’altra parte, il Gruppo di lavoro Polizia ticinese è comunque un gremio misto – aperto a dei rappresentanti comunali, ndr – e ha analizzato le cose pure dalla prospettiva comunale». Nel distretto, però, ci sono delle resistenze verso un progetto che, a livello cantonale, immagina di portare da 8 a 5 le Regioni di riferimento. «Lo sappiamo. Di recente – fa sapere Gobbi – ho incontrato il sindaco, la capodicastero e un altro municipale di Chiasso, che hanno palesato tutte le loro perplessità. Ho detto loro, rassicurandoli, che l’iter è ancora lungo e in ogni caso occorre una modifica di legge in tal senso. Di conseguenza sarà il Gran Consiglio a doverla sancire. Se questo è il loro obiettivo – ovvero evitare di avere una Regione sola, che non significa peraltro avere un solo Corpo di polizia nel Mendrisiotto –, li ho invitati, però, a cominciare a collaborare tra loro, dimostrandomi di essere in grado di farlo anche con due Regioni». Insomma, le autorità chiassesi sono esortate a mettere da subito le basi dell’intesa. Se il timore è la tempistica, non è per domani? «Tutt’altro che per domani». Quindi ci sarebbe il tempo per cambiare attitudine. «Esatto. E per dimostrare, ripeto, che sono capaci di lavorare assieme». Chiasso, però, non l’ha presa bene. «Hanno fatto capire che per la cittadina è una questione prettamente di immagine – ci dice Gobbi –. Dal canto mio ho osservato che, dal punto di vista operativo, ha senso avere in talune fasce dell’anno e del giorno una sola pattuglia della Comunale nel Mendrisiotto. Ma ogni tanto bisogna averne due e in grado di sovrapporsi nei compiti sui vari comprensori. Così si ottimizzano le risorse». A incidere è forse il trasferimento del baricentro della Gendarmeria a Mendrisio? «La presenza di Polizia a Chiasso rimarrà forte, abbiamo un focus che è quello della frontiera. Eppoi sono 5 minuti d’auto. Il Cantone non smobilita, anzi. E i risultati sono lì da vedere».