Intervento del Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi in occasione della Festa cantonale di tiro

Intervento del Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi in occasione della Festa cantonale di tiro

– Fa stato il discorso orale –  

Signore e Signori,
Cari tiratori, care tiratrici,
Autorità civili e militari,
Care cittadine e cari cittadini,

è con piacere e onore che porgo, a nome del Consiglio di Stato ticinese, il più caloroso saluto a tutti voi, riuniti qui a Faido, per questa straordinaria edizione della Festa cantonale di tiro.

Il tiro non è solo sport. È una tradizione che affonda le sue radici nell’identità della nostra Confederazione. È disciplina, senso del dovere, responsabilità individuale e collettiva. È anche un legame profondo con la nostra storia: quella di un popolo libero, che ha sempre difeso la propria autonomia con fermezza, coraggio e spirito di sacrificio.

Celebrando il tiro, celebriamo la Svizzera delle milizie, la Svizzera che ha scelto di essere forte nella sua neutralità armata, pronta a difendere sé stessa non con l’aggressione, ma con la preparazione, la vigilanza e la determinazione.

E quale luogo più significativo di Faido per rinnovare questo spirito? Con parole indimenticabili, il Consigliere federale Giuseppe Motta, grande leventinese e padre della patria, ci ricordava parlando alla commemorazione della Battaglia dei Sassi Grossi a Giornico: “Bisogna mettere in luce la parte essenziale che la Leventina ebbe in quel memorabile svolgimento. Essa protendesi giù dal valico del San Gottardo quale prima difesa del monte fatidico che ben fu chiamato la «Montagna sacra degli Svizzeri». È naturale perciò che la Leventina sia stata come la prima radice del Ticino svizzero.”

Ebbene, oggi siamo qui, su questa “prima radice”, per onorare un’eredità che non è solo memoria, ma anche impegno per il futuro. Perché un popolo che sa da dove viene è un popolo che saprà sempre dove andare.

Ringrazio di cuore gli organizzatori della Festa cantonale di tiro 2025 per lo straordinario lavoro svolto. Questo evento non è solo un successo logistico e sportivo, è un gesto di amore per il Cantone, per la Confederazione e per i valori che ci uniscono: la libertà, la responsabilità, l’unità nella diversità.

A voi, cari tiratori e care tiratrici, auguro gare intense, leali, onorevoli. Il vostro esempio ci ricorda che il futuro si costruisce con fermezza, rispetto e dedizione.

Viva il tiro ticinese, viva la Leventina, viva il nostro amato Ticino e viva la Svizzera! Grazie.

La verità non è razzista

La verità non è razzista

Norman Gobbi commenta la decisione della Commissione giuridica del Consiglio Nazionale di cassare l’obbligo di comunicare la nazionalità nei reati

La recente decisione della Commissione giuridica del Consiglio nazionale svizzero di respingere l’iniziativa parlamentare che proponeva di obbligare le forze dell’ordine a comunicare pubblicamente età, sesso e nazionalità di autori, sospettati e vittime di reati rappresenta un caso emblematico di manipolazione paternalistica dell’informazione.
La motivazione del rifiuto si basa sulla volontà di evitare che la divulgazione di dati demografici possa alimentare stereotipi e pregiudizi nella popolazione. ”In superficie, questa argomentazione appare nobile e progressista, tuttavia nasconde un pregiudizio ben più profondo e preoccupante: l’idea che i cittadini non siano intellettualmente capaci di processare informazioni complete senza cadere automaticamente in derive discriminatorie”, esordisce Norman Gobbi, che sottolinea come “questa logica implica che le autorità debbano fungere da filtro protettivo, decidendo quali informazioni i cittadini possano o non possano gestire responsabilmente. È una forma di paternalismo istituzionale che considera la popolazione incapace di discernimento critico”.

Quando le istituzioni decidono di omettere sistematicamente determinati dati, non eliminano i pregiudizi: li spostano semplicemente dal piano della realtà verificabile a quello della speculazione incontrollata. “L’assenza di informazioni ufficiali crea un vuoto che viene inevitabilmente riempito da supposizioni, voci e narrazioni non verificate, spesso più distorte della realtà stessa. La mancanza di trasparenza genera inoltre sospetto verso le istituzioni. Quando i cittadini percepiscono che vengono loro nascoste informazioni, tendono a immaginare scenari peggiori di quelli reali, alimentando teorie cospirative e sfiducia sistemica”, continua il Consigliere di Stato .

Una democrazia matura si fonda sul presupposto che i cittadini siano in grado di valutare informazioni complete e formarsi opinioni autonome. Per il Consigliere di Stato, “il compito delle istituzioni deve essere quello di fornire dati accurati e contesto interpretativo, non di pre-selezionare quali verità i cittadini possano sopportare. La lotta ai pregiudizi non si vince nascondendo la realtà, ma educando al pensiero critico e fornendo strumenti per interpretare correttamente i dati”.

Per Gobbi, la decisione della Commissione rivela una concezione elitaria della gestione dell’informazione pubblica: “esperti e politici decidono cosa il popolo può sapere, assumendo di possedere una saggezza superiore nel valutare le conseguenze sociali della trasparenza. Questo approccio non solo infantilizza i cittadini, ma sottrae loro uno strumento fondamentale di controllo democratico: la possibilità di valutare autonomamente l’operato delle forze dell’ordine e l’andamento della criminalità nel proprio territorio”.

Paradossalmente, la decisione che si proponeva di combattere i pregiudizi si basa sul pregiudizio più grave di tutti: quello secondo cui i cittadini non meritano fiducia nel gestire informazioni complete sulla realtà che li circonda. Una democrazia che protegge i propri cittadini dalla verità non può dirsi vera Democrazia”, conclude Gobbi.

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 13 luglio 2025 de Il Mattino della domenica