In giugno un’iniziativa del DI per sensibilizzare sulla violenza contro le donne e sulla violenza domestica  

In giugno un’iniziativa del DI per sensibilizzare sulla violenza contro le donne e sulla violenza domestica  

Comunicato stampa

Dopo la pausa forzata per le limitazioni imposte dalla pandemia, riprendono le iniziative istituzionali in presenza volte alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica sui temi della violenza contro le donne e della violenza domestica. Il primo appuntamento da segnare in agenda è l’evento La libertà è una passeggiata, organizzato dal Dipartimento delle istituzioni (DI) in collaborazione con l’Istituto internazionale di architettura i2a di Lugano per lunedì 14 giugno 2021 dalle ore 10:00 alle ore 12:00.  

Partendo dal Consultorio della Casa delle donne in via Vignola 14 a Lugano, un punto di riferimento centrale per le vittime di violenza domestica, lunedì 14 giugno (dalle 10:00 alle 12:00) verrà proposto alle donne partecipanti un percorso pedonale attraverso alcune strade del quartiere di Molino Nuovo.

La passeggiata cittadina, accompagnata da indicazioni urbanistiche puntuali, mira a coinvolgere le donne nella definizione degli spazi urbani ponendo in luce i punti forti e i punti deboli dei medesimi secondo una prospettiva di genere. In questo modo viene affrontato indirettamente ma in maniera incisiva il tema della sicurezza e dell’insicurezza nello spazio pubblico, nell’esperienza femminile spesso ambivalente così come ambivalente può essere lo spazio privato.

La passeggiata è anche un’occasione di (ri)appropriazione dei luoghi comunitari dopo il confinamento forzato nello spazio domestico dovuto alla pandemia. Sarà possibile presentare in seguito alle autorità della Città una sintesi delle proposte e delle richieste formulate, affinché siano pensati e realizzati spazi e loro utilizzi coerenti con le esigenze emerse.

I posti sono limitati e verrà seguito l’ordine di iscrizione per confermare gli accessi all’attività. L’iscrizione deve avvenire per mail, indicando le proprie generalità complete (nome, cognome, età, domicilio, recapito telefonico e mail) entro e non oltre il 31 maggio 2021 all’indirizzo violenzadomestica@ti.ch.

Maggiori informazioni possono essere chieste allo stesso indirizzo o al n. di telefono del coordinamento istituzionale violenza domestica, 091 814 32 32.  

Da ultimo, si ricorda che prosegue a scadenza trimestrale la pubblicazione della Newsletter sulla violenza domestica a cura del DI. Il numero zero è uscito nel novembre 2020, mentre l’8 marzo 2021 è uscito il primo numero dell’anno in corso. Ulteriori numeri sono previsti a giugno, a settembre e il 25 novembre 2021. È possibile abbonarsi alla newsletter attraverso la pagina https://www4.ti.ch/di/violenza-domestica/la-violenza-domestica/informazione-e-sensibilizzazione-sul-tema/agenda/ o scrivendo a violenzadomestica@ti.ch.

Flyer

 

Una legge per combattere il terrorismo a 360 gradi

Una legge per combattere il terrorismo a 360 gradi

“Come dimostrato dagli attacchi del 12 settembre 2020 a Morges e del 24 novembre 2020 a Lugano, la minaccia terroristica più probabile nel nostro Paese proviene da attori il cui orientamento violento è radicato tanto in crisi personali o problemi psichici quanto in un’opera di convincimento ideologico. Le persone radicalizzate più suscettibili di commettere attentati sono ispirate dalla propaganda jihadista senza avere necessariamente un contatto diretto con un gruppo o un’organizzazione jihadista. Questo tipo di attacchi rimane una sfida per la sicurezza”. Così si esprime il Consiglio federale nel rapporto 2021 sulla politica di sicurezza. Una sfida a cui il mondo politico è chiamato a rispondere per salvaguardare i cittadini del nostro Paese. Abbiamo le « armi » per garantire che attacchi ed episodi violenti legati al terrorismo – non solo quello dovuto alla radicalizzazione islamista, ma pure quello conseguente a un’estremizzazione di ideologie di sinistra, di destra e/o animaliste – vengano scongiurati?

La risposta è « sì », se si considera che la Svizzera ha ampliato i suoi mezzi di difesa. Con la revisione del Codice penale, i reati terroristici quali il reclutamento, la formazione, i viaggi per unirsi alla « guerra santa » nonché la commissione di gravi reati terroristici possono essere puniti più duramente. La risposta è « no», se pensiamo che oggi la Polizia può intervenire solo quando una persona ha già commesso l’attacco terroristico. È questa la lacuna grave, a cui Consiglio federale e Parlamento hanno posto rimedio con la Legge federale sulle misure di polizia per la lotta al terrorismo ( MPT) che saremo chiamati a votare il 13 giugno.

Il punto più criticato dai referendisti è la misura che permetterà alla Polizia di decretare gli arresti domiciliari. Di mezzo ci sono la nostra libertà e i nostri diritti. È una preoccupazione legittima, ma che non ha ragione d’esistere. La Polizia non potrà fare il « bello e cattivo tempo», ma attenersi a regole precise. Come cittadini svizzeri godiamo di garanzie costituzionali che la nuova legge non contraddice. Qualsiasi misura preventiva di polizia deve essere proporzionata, considerando i diritti di libertà costituzionali. Molti hanno timore che questa nuova legge potrà limitare la partecipazione a manifestazioni di carattere politico. Falso: la libertà costituzionale di espressione toglie qualsiasi aggancio per un intervento preventivo contro manifestanti. Le condizioni per ordinare misure di polizia per la lotta al terrorismo sono dunque severe. Il fattore decisivo è il potenziale di violenza di un individuo, e tale potenziale deve essere valutato per ogni individuo. La legge definisce chiaramente ciò che costituisce una minaccia terroristica: si deve presumere – sulla base di indicazioni concrete e attuali – che una persona sia coinvolta in attività terroristiche. Inoltre tale soggetto deve essere già stato seguito con misure sociali, di integrazione e terapeutiche previste dal Piano d’azione nazionale per prevenire e combattere la radicalizzazione e l’estremismo violento. Se quest’ultime hanno fallito e se sono stati esauriti anche tutti gli altri strumenti a disposizione della Polizia ( gli stessi utilizzati contro la tifoseria violenta e la violenza domestica), è solo in quel momento che possono essere applicate le nuove misure per la lotta al terrorismo. Senza dimenticare che qualsiasi intervento deve essere limitato nel tempo e può essere contestato con un ricorso davanti a un Tribunale. Gli arresti domiciliari, poi, necessitano dell’approvazione del giudice.

La legge ha già tenuto conto di tutti i fattori che potrebbero far sorgere dubbi sulla legittimità degli interventi, con particolare attenzione – come detto – al rispetto delle nostre libertà costituzionali. È quindi nell’interesse di tutta la collettività che questa legge entri finalmente in vigore. È l’unico mezzo per combattere il terrorismo a 360 gradi e per fermare la mente e la mano di queste persone prima che compiano un attacco criminale.

Opinione pubblicata nell’edizione di sabato 15 maggio 2021 del Corriere del Ticino

Nelle carceri ticinesi sempre più stranieri

Nelle carceri ticinesi sempre più stranieri

“La nostra situazione geografica richiede ingenti investimenti per la sicurezza”

Ci sono due dati particolarmente sensibili che sono balzati agli occhi durante le ultime settimane. Il primo: in Svizzera i detenuti presenti nelle strutture carcerarie sono diminuiti di circa il 10 per cento. In Ticino no. Il secondo: la presenza di detenuti stranieri nelle strutture carcerarie svizzere continua ad aumentare e in Ticino è superiore rispetto a quanto avviene nel resto dei Cantoni, e oggi supera la media svizzera del 70%. Andiamo con ordine e parliamo del primo aspetto. “La controtendenza ticinese sull’affollamento delle carceri rispetto al resto della Svizzera – afferma di Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi – è causata da importanti e numerose inchieste legate al traffico di stupefacenti. Ciò ha comportato un aumento di detenuti nel carcere giudiziario. Un dato da leggere – come sempre in questa materia – con una duplice valenza: in senso positivo, perché vuol dire che l’attività di repressione della Polizia è molto elevata. Dall’altro lato in senso negativo, perché significa che sul territorio ticinese la criminalità è presente per fare “affari” nel mondo della droga e usa il Ticino quale via privilegiata per i suoi traffici internazionali di stupefacenti. La risposta dell’autorità inquirente però, come si vede, è importante e non saranno passati inosservati alle e ai ticinesi che seguono la cronaca la serie di comunicati stampa diramati dalla nostra Polizia cantonale anche nelle ultime settimane. Stroncare i commerci internazionali di droga e assicurare alla giustizia questi venditori di morte rimane uno dei compiti prioritari per le forze dell’ordine”, evidenzia il Consigliere di Stato Norman Gobbi.

Il secondo aspetto riguarda invece la presenza elevata di cittadini stranieri all’interno delle nostre carceri. “I dati parlano chiaro: su 242 detenuti, il 27% è svizzero, mentre il 73% è di nazionalità straniera. Alla Farera, ossia il carcere giudiziario con i prevenuti colpevoli in attesa del processo, il rapporto è addirittura 80% stranieri e 20% svizzeri. Questa proporzione, o disproporzione, mette sotto la lente il fatto che il Ticino per la sua particolare situazione geografica deve investire molto di più nella sicurezza per motivi legati a situazioni extra territoriali. L’attività investigativa contro il crimine organizzato internazionale, ma pure le molteplici inchieste che toccano stranieri del settore dell’asilo ci fanno capire che per mantenere un alto grado di sicurezza all’interno dei nostri confini dobbiamo spendere molti più soldi di altri Cantoni, non toccati dalle nostre problematiche”, sottolinea il capo del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi.

Già la scorsa settimana dalle colonne del Mattino lei parlava di questa “situazione speciale” del Ticino rispetto al resto della Svizzera, con la necessità di avanzare richieste alla Confederazione per sostenere il Cantone con nuovi mezzi finanziari. “Non si scappa: il Ticino può trarre vantaggi dalla sua collocazione geografica, ma gli oneri che deve sostenere proprio per tale situazione sono diventati e diventano sempre più grandi. Come dicevo, basta guardare alla grandissima pressione sui salari e sull’occupazione che crea il mercato del lavoro lombardo sui nostri posti di lavoro. Anche il settore della sicurezza è una spia che ci mette sotto gli occhi l’evidenza di un Cantone chiamato a oneri supplementari a favore di tutto il resto della Svizzera. Tale sforzo è riconosciuto dalla Confederazione. Ma nell’ultimo decennio non appare più adeguato. È in questo quadro che dobbiamo intervenire”, conclude il Consigliere di Stato Norman Gobbi.   

Scoppia un incendio nei boschi di Osco, ma è solo un’esercitazione  

Scoppia un incendio nei boschi di Osco, ma è solo un’esercitazione  

Comunicato stampa

Sirene dei pompieri, ambulanze, auto della polizia. Elicotteri in volo. Donne e uomini impegnati per 4 ore (dalle 8.00 alle 12.00) sabato mattina. Il tutto per un incendio scoppiato sopra l’abitato di Osco-Vigera, in Alta Leventina. Per fortuna – però – si è trattato di un’esercitazione in scala 1:1, che ha permesso ai partner della protezione della popolazione di testare la prontezza di intervento.

L’esercizio – diretto da un ufficiale del Corpo civici pompieri di Biasca, in stretta collaborazione con il Servizio protezione della popolazione della Sezione del militare e della protezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni e con la Sezione forestale del Dipartimento del territorio – ha visto l’impiego di un’ottantina di soccorritori.
In particolare hanno collaborato: la Polizia cantonale, i pompieri di Biasca e di Faido, i pompieri di montagna delle Tre Valli, i servizi d’ambulanza, la Cooperativa elettrica Faido (CEF), una compagnia di elicottori e l’Esercito.

Grazie allo scenario predisposto i soccorritori hanno avuto la possibilità di mettere in pratica la catena d’allarme e di testare l’attivazione, il coordinamento e la condotta di un dispositivo d’urgenza al fronte, denominato SMEPI (Stato Maggiore degli Enti di Primo Intervento).
Gli aspetti principali sono stati – evidentemente – legati alle modalità (tecnico/tattiche) di intervento per casi simili.
L’esercitazione ha avuto un ottimo successo e ha permesso di identificare significativi spunti di miglioramento, di testare una nuova vasca antiincendio ubicata in zona e di esercitare pure la collaborazione civile-militare.

L’intervento coordinato rientra nell’ambito delle attività della Commissione dell’istruzione della protezione della popolazione (CT istr PP).   

Finisce un anno di presidenza. Continua il lavoro per il Ticino

Finisce un anno di presidenza. Continua il lavoro per il Ticino

Norman Gobbi guarda i 12 mesi passati e lancia una proposta per il futuro

Sembrava ieri e invece è già passato un anno da quando il Consigliere di Stato Norman Gobbi ha assunto la presidenza del Governo. Tanto che nel corso della settimana c’è stato il passaggio di testimone con il collega Manuele Bertoli. “Questa volta però – e mi permetto la correzione – non si può dire “sembrava ieri”. È vero che il tempo passa sempre troppo in fretta, ma questi ultimi 12 mesi caratterizzati dalla pandemia a me sono sembrati più lunghi del solito. Una percezione credo condivisa dai più. Le limitazioni alle nostre libertà, imposte per motivi d’ordine sanitario, sono state certamente pesanti e ci hanno fatto vivere in una bolla per parecchio tempo. Sono venuti meno molti contatti familiari e di amicizia. Il lavoro ha subito per tutti dei cambiamenti”, afferma il Direttore del Dipartimento delle istituzioni.

Ecco, proprio il lavoro. Come è stato questo suo anno da Presidente del Governo? “Del tutto differente da un qualsiasi altro anno presidenziale. Per uno come me che ama il contatto con la gente, che ama stare assieme alla gente e sentire il polso del paese reale, l’anno presidenziale – come è stato il caso nel 2015-2016 nella prima esperienza da Presidente del Governo oppure nel 2008-2009 in qualità di Presidente del Gran Consiglio – solitamente è l’occasione per realizzare incontri. Quest’anno invece nulla di tutto ciò. Dirigere il collegio governativo durante la crisi del coronavirus è però stato molto importante. Di fronte a tante emergenze abbiamo dovuto trovare unità d’intenti. Ci siamo riusciti, confermando che l’attuale squadra lavora bene. E con Berna siamo riusciti a farci sentire, in un contesto non facile, perché al di là delle Alpi la percezione della gravità della situazione è giunta con ritardo rispetto al Ticino”.

A proposito di Berna: si è letto in alcune sue interviste che ha discusso con i colleghi, proprio al termine del suo mandato, un rapporto da lei redatto in cui avanza alcuni punti di discussione da fare con l’autorità federale. Di che cosa si tratta? “Questi mesi di “sofferenza” (in tutti i sensi: negli affetti, di carattere sociale ed economico) lasceranno molti strascichi. Dovremo essere capaci a superarli al meglio. Inoltre quest’anno ci ha fatto capire certe cose e vedere meglio taluni altri aspetti, come il ruolo del Ticino all’interno della Svizzera, la sua importanza per l’intera nazione. Anche chi non lo ha mai voluto vedere, capire e ammettere, si è reso conto che la frontiera è fonte di problemi e che le opportunità sono spesso sempre e solo per chi vive dall’altra parte del confine. La pressione del vasto mercato del lavoro lombardo sul Ticino, la vicinanza con una metropoli come Milano e i problemi connessi arrecano dei danni diretti e indiretti per la popolazione residente. E generano costi anche per le casse del Cantone. Vogliamo che queste considerazioni siano ben presenti anche all’autorità federale, che pure si è accorta – lo spero – come il Ticino può essere facilmente fragilizzato dalla sua situazione geografica. Un fattore che Berna deve riconoscere. Se penso che nell’ambito della perequazione delle risorse un Cantone come Lucerna (dove la gente mi sembra non se la passi peggio del ticinese medio, anzi…) riceve tre volte tanto rispetto al Ticino (136 milioni di franchi nel 2021 contro i nostri 44 milioni), allora sono sicuro che in questo ambito vi siano ampi spazi di manovra per far riconosce al nostro Cantone un sostegno confederale ben più cospicuo! Da queste premesse prende spunto il rapporto presentato ai colleghi ”, conclude il consigliere di Stato Norman Gobbi.

Uniti contro la discriminazione

Uniti contro la discriminazione

Comunicato stampa

Dal 10 al 16 maggio 2021 si terrà la Settimana cantonale di azione contro il razzismo. Il Servizio per l’integrazione degli stranieri (SIS) del Dipartimento delle istituzioni intende promuovere il tema della diversità per combattere la tentazione del rifiuto e della discriminazione.

La collaborazione fra Confederazione, Cantoni e Comuni è essenziale per garantire delle efficienti politiche contro la discriminazione. Il razzismo rimane il maggior ostacolo all’integrazione.
L’edizione 2021 della Settimana cantonale di azione contro il razzismo e la discriminazione è coordinata dal Servizio per l’integrazione degli stranieri ed è organizzata da OtherMovie Lugano Film Festival (ricordiamo che lo scorso anno la “Settimana” era stata annullata a seguito delle limitazioni sanitarie).
La manifestazione prevede due film che trattano la tematica da due angolazioni e percezioni diverse: 

  • Sami Blood, 2016, di Amanda Kernell
  • La città senza notte, 2015, di Alessandra Pascetta  

Le pellicole sono fruibili gratuitamente e liberamente dal 10 al 16 maggio sulla homepage www.luxreplay.ch
L’evento sarà preceduto da una tavola rotonda lunedì 10 maggio alle ore 20.30 (da seguire in diretta su Facebook OtherMovie Lugano Film Festival, oppure via Zoom, previa iscrizione inviando una mail a info@othermovie.ch), con diversi invitati. È prevista la partecipazione del Consigliere di Stato Norman Gobbi, Direttore del Dipartimento delle istituzioni.  

La locandina e il relativo programma sono scaricabili dal sito del Servizio cantonale per l’integrazione degli stranieri.  

https://www4.ti.ch/di/integrazione-degli-stranieri/home/

(Foto: locandina del film Sami Blood)

Cambio di Presidenza del Consiglio di Stato

Cambio di Presidenza del Consiglio di Stato

Comunicato stampa

Nel corso della seduta odierna, il Consiglio di Stato ha proceduto al tradizionale cambio di Presidenza. Il Consigliere di Stato Manuele Bertoli ha assunto la carica, per il terzo anno della Legislatura 2019/2023, succedendo al Consigliere di Stato Norman Gobbi. Il Consigliere di Stato Claudio Zali ha invece assunto la carica di Vicepresidente.

“Il passo del montanaro ha premiato”

“Il passo del montanaro ha premiato”

Norman Gobbi traccia un bilancio del suo anno di presidenza.
Domani cederà il testimone a Manuele Bertoli.
“Come Governo abbiamo lavorato come collegio, al di là delle differenze di vedute”
 
Cambio di presidenza in Governo: domani Norman Gobbi cederà il testimone a Manuele Bertoli. Al termine di un mandato dominato dalla pandemia, Teleticino ha voluto tracciare con lui un bilancio a poche ore dal passaggio di consegne. “Quello che valuto come presidente è il lavoro del Consiglio di Stato che, al di là delle differenze di vedute, ha funzionato come un collegio e che ha portato avanti delle decisioni in maniera unanime” ha esordito il ministro. Qualche volta, ha ammesso, ha dovuto mordersi la lingua, ma “dopo dieci anni in Governo conosco abbastanza bene i colleghi e le loro sensibilità e quando ho dovuto prendere posizione, anticipando la discussione in governo, questa rispecchiava la decisione del Consiglio di Stato”.

Anche nei momenti difficili, ha aggiunto Gobbi, dove bisognava soppesare le libertà e le sicurezze, è stato necessario discutere e ponderare. E il passo del montanaro, metafora più volte usata da Gobbi come simbolo di una persona che deve andare avanti, anche se a fatica e senza retrocedere, è stata la scelta vincente. “È stato quello che ci ha permesso come Consiglio di Stato ma anche come popolazione di uscire bene da questa seconda rispettivamente terza ondata”. Secondo il Consigliere di Stato la velocità non sempre premia e ha respinto le critiche sui ritardi di reazione nella gestione della pandemia. “Il montanaro cammina piano e penso che la velocità sia l’elemento più sbagliato. Lo abbiamo visto più a sud. Le continue aperture e chiusure hanno portato ad un affaticamento maggiore della popolazione. Da noi si è arrivati a procedure graduali. Potevamo fare meglio? Sicuramente sì, ma questa crisi ci ha insegnato che l’imprevedibilità è un elemento dell’azione politica”.

Il Consigliere di Stato ha parlato anche dei rapporti con il Consiglio federale, che non sempre sono stati facili. “Se durante la prima fase eravamo i primi al fronte, durante la seconda fase il Consiglio federale ha voluto essere più centralista, una posizione che non è stata apprezzata né da noi, né dagli altri Cantoni. A un certo punto c’è stata una profonda spaccatura tra la Svizzera romanda, che era maggiormente toccata durante la seconda ondata, e la Svizzera orientale, che non voleva misure a livello nazionale. Da ottobre via il Consiglio federale ha preso poi decisioni per tutto il territorio nazionale, concedendo zero spazio all’autonomia dei Cantoni”. In questo contesto un consigliere federale ticinese a Berna ha aiutato? “Con Cassis ci siamo sentiti, ma anche con gli altri consiglieri federali”, specifica Gobbi. “Sicuramente avere un ticinese in Governo è importante per un’equa rappresentanza di tutte le parti del nostro paese, soprattutto in un periodo di crisi”.

Da www.ticinonews.ch

Visita di cortesia dell’Ambasciatrice del Messico

Visita di cortesia dell’Ambasciatrice del Messico

Comunicato stampa

Il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi ha ricevuto oggi a Palazzo delle Orsoline Cecilia Jaber Breceda, Ambasciatrice del Messico per la Svizzera, accompagnata dal Console onorario in Ticino Giampiero Berra. La visita di cortesia dell’Ambasciatrice Cecilia Jaber Breceda, accompagnata dal Console onorario in Ticino Giampiero Berra, ha permesso un confronto su vari temi di attualità, e di soffermarsi anche sulle differenti strategie per la gestione della pandemia da coronavirus.
Ricordando i 75 anni trascorsi dall’inizio delle relazioni bilaterali tra Confederazione e Messico, l’Ambasciatrice si è detta certa che i rapporti fra i nostri Paesi continueranno a rafforzarsi. È stato inoltre ricordato che, per il Ticino, il Messico è il primo partner commerciale in America latina.
Il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi ha come di consueto condiviso con l’Ambasciatrice alcune informazioni sulle particolarità che distinguono il nostro Cantone nel contesto culturale, politico e socio-economico svizzero, e ha ricordato i principali progetti e le sfide che attendono il Cantone a medio e lungo termine.

«Ho sempre ammesso gli errori sin da quando arbitravo»

«Ho sempre ammesso gli errori sin da quando arbitravo»

Il Consiglio di Stato procederà domani al tradizionale cambio di presidenza, con Norman Gobbi che passerà il testimone a Manuele Bertoli.
Abbiamo intervistato il direttore delle Istituzioni per un bilancio di questi dodici mesi.

Norman Gobbi, questi dodici mesi avrebbero dovuto essere quelli della ripartenza, invece si è trovato a gestire la seconda e anche la terza ondata della pandemia. Si aspettava una strada così in salita?

«Così in salita forse no. Nessuno di noi si aspettava un periodo così lungo di chiusure. Questo è stato forse l’aspetto più difficile da gestire. La prima fase si è risolta in due mesi mentre nella seconda non c’era una prospettiva di termine e la stanchezza si è fatta sentire di più. L’abbiamo visto con la riapertura delle terrazze: la popolazione aspettava davvero di poter tornare a godere di queste piccole libertà».

Lo scorso 23 novembre lei ammise, davanti al Gran Consiglio, che da parte del Governo qualche errore era stato fatto. A distanza di cinque mesi da quell’affermazione, come giudica l’agire del Governo?

«Di errori ne commettiamo sempre e l’ho sempre ammesso sin da quando arbitravo. L’impostante è non peccare di superbia. Quello che abbiamo fatto è mantenere il passo del montanaro. Un’espressione forse un po’ logora, perché la ripeto da diversi mesi, ma che rappresenta la realtà. Senza questo passo prudente non avremmo tenuto così tanto tempo. In situazioni simili bisogna andare avanti con sicurezza ed essere coerenti, e come Governo la coerenza non l’abbiamo mai persa. Magari sul piccolo caso puntuale sì, ma non sul medio o lungo periodo. Il Governo è stato coerente e ha mantenuto la sua linea, pur incassando qualche critica, per esempio nel periodo pasquale. Non abbiamo ascoltato gli allarmismi da parte di alcuni rappresentanti del settore sanitario che prevedevano una strage dopo le riaperture. Fortunatamente, questi scenari non si sono mai concretizzati e il numero dei nuovi contagi è inferiore a prima delle festività».

Con il senno di poi, come Governo vi rimproverate qualcosa?

«Qualcosa da mettere a posto ci sarà. Spesso siamo molto orientati a guardare al nostro interno ed è mancato un dialogo intersettoriale, ma il Consiglio di Stato l’ha fortunatamente capito subito ed è riuscito a equilibrare tutte le posizioni. C’era chi voleva più chiusure, chi voleva riaprire subito ed è stato necessario trovare il giusto equilibrio. Penso per esempio al dialogo con il mondo della scuola, un tema che lo scorso anno ha creato una piccola crisi istituzionale, gestito bene grazie al dialogo a al conforto di risultati che non indicavano l’ambito scolastico come particolarmente a rischio di contagi».

Passiamo ora ai rapporti con il Consiglio federale. Durante la prima ondata Berna aveva concesso deroghe al nostro Cantone. Nei mesi successivi, invece, le richieste del Ticino – ad esempio, maggiori controlli al confine oppure la riapertura delle terrazze dei ristoranti per Pasqua – sono rimaste lettera morta. È stato uno sgarbo?

«Il Consiglio federale aveva già subito critiche quando aveva riconosciuto le prime eccezioni al Ticino. Per evitare di ricreare lo stesso caso e innescare altre richieste simili ha deciso di tenere una linea unica. Ma quando la linea è unica c’è sempre qualcosa che non va. I problemi degli altri cantoni di frontiera sono minori dei nostri. Non hanno né la nostra stessa vicinanza a una metropoli come Milano, né la stessa pressione di popolazione che entra e esce dai confini. La situazione del Ticino, in un sistema che deve garantire la parità di trattamento, va a discapito dei ticinesi. Questa situazione particolare, ne abbiamo discusso in Governo, andrà portata avanti nei prossimi anni. Il Ticino, in particolare dal punto di vista delle relazioni economiche e del flusso di persone, ha relazioni più intense proprio verso sud che non verso nord. Dovremo portare all’attenzione di Berna il fatto che il Ticino è un angolo della Svizzera maggiormente esposto a fenomeni di tutti i tipi e deve essergli riconosciuto questo “caso speciale”».

Dopo dodici mesi da primus inter pares ora rientra nei ranghi: quali sono i temi prioritari sulla sua agenda?

«Mi concentrerò su progetti strategici: la riorganizzazione delle ARP – un cantiere che impatterà molto, rivedendo completamente un concetto di organizzazione – e il potenziamento della Magistratura. Sarà anche importante, in un periodo di crisi, far capire all’Amministrazione cantonale che dovrà essere più flessibile e orientata ai bisogni di persone e aziende, senza venire meno al suo compito di controllo e vigilanza».

Nell’ultimo anno è stato molto sollecitato dai media. Normale amministrazione per il presidente del Governo?

«Non sempre. Normalmente il presidente del Governo prende posizione o parla a nome del plenum in un paio di circostanze ben precise. Penso per esempio alla presentazione dei preventivi. Così come parzialmente avvenuto durante la presidenza del mio predecessore Christian Vitta, in questi ultimi quindici mesi sono stati invece cancellati del tutti gli incontri con la “società civile”. Siamo invece stati molto più sollecitati in qualità di portavoce del Consiglio di Stato. Il collegio governativo ha però sempre fatto squadra e per il presidente è stato più semplice presentarne la posizione».

È curioso che il passaggio alla presidenza avvenga tra due consiglieri di Stato che, politicamente parlando, rappresentano due estremi. Faccia un augurio a Bertoli.

«Spero possa essere davvero il presidente durante il cui mandato entreremo nella normalità. Pensiamo al Festival del Film di Locarno: se potremo organizzarlo in presenza, seppur in forma rivista, sarebbe un bel segnale che Bertoli potrà dare anche in qualità di direttore del DECS».

Intervista pubblicata nell’edizione di martedì 4 maggio 2021 del Corriere del Ticino