Coronavirus: ulteriori misure a tutela della salute

Coronavirus: ulteriori misure a tutela della salute

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato comunica che, durante la seduta straordinaria di questa mattina, in ragione dell’evoluzione della diffusione del COVID-19, delle misure restrittive intraprese dai Paesi confinanti con la Svizzera e a seguito della dichiarazione dello stato di necessità, al fine di ridurre ulteriormente i contatti interpersonali ravvicinati tra la popolazione, ha deciso, a partire da lunedì 16 marzo, quanto segue:

  • L’Amministrazione pubblica garantirà i servizi di base e interromperà l’erogazione di servizi al pubblico non prioritari;
  • L’elaborazione di una serie di ulteriori misure più restrittive per l’economia privata, già in fase di allestimento, che saranno comunicate al più tardi sabato; il Governo invita l’economia privata sin d’ora a garantire i servizi di base e parallelamente a ridurre le proprie attività;
  • Per quanto riguarda le scuole, oltre a quanto già disposto l’11 marzo e considerato che le restrizioni inerenti ai due punti precedenti favoriranno la possibilità di accudimento da parte dei genitori a casa, è decretata la chiusura di tutte le scuole dell’obbligo. Al fine di scongiurare il rischio di scambio intergenerazionale, al più tardi da martedì 17 marzo, sarà garantito presso le sedi scolastiche un servizio di accudimento per gli allievi che per ragioni famigliari non possono restare a casa.

Tutte queste misure sono volte a garantire un’ulteriore riduzione dei contatti interpersonali per contenere il diffondersi del nuovo Coronavirus. Si rammenta inoltre il rispetto delle misure di protezione della salute sinora emanate dalle varie autorità.

 

‘Niente tensione e 15 celle per la quarantena’

‘Niente tensione e 15 celle per la quarantena’

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 12 marzo 2020 de la Regione

Il direttore: i detenuti capiscono e collaborano

«Per il momento non registriamo né tensioni né proteste all’interno delle strutture detentive. Anzi, noto da parte della popolazione carceraria comprensione e disponibilità. Del resto abbiamo puntato sul dialogo, spiegando ai detenuti le caratteristiche di questa infezione e i motivi per cui abbiamo adottato determinate misure». Il direttore delle carceri cantonali Stefano Laffranchini descrive così la situazione dietro le sbarre ticinesi in piena epidemia di coronavirus. Una realtà ben diversa da quella italiana, che in questi giorni parla di prigioni teatro di rivolte, e anche di morti fra i detenuti, dovute a provvedimenti come la riduzione delle visite. Questione anche e soprattutto di numeri e di condizioni detentive. Non poche infatti le carceridella Penisola confrontate con un perenne problema di sovraffollamento, tale da costringere più reclusi a condividere la stessa cella. Al penitenziario cantonale della Stampa si contavano ieri 201 reclusi: una sessantina nel carcere giudiziario della Farera, destinato a chi per esempio è in attesa di giudizio; il resto nella sezione penale, riservata a coloro che stanno scontando una condanna. Cifre comunque al di sotto della capienza: 260 posti.

Situazione dunque per ora gestibile.
Senz’altro. Si tratta di proteggere la salute dei detenuti e ovviamente quella degli agenti di custodia e di altri funzionari, ma anche degli operatori sociali, professionalmente attivi nelle carceri, in cui entrano e dalle quali escono ogni giorno. Come direzione abbiamo quindi introdotto alcune misure, che sono peraltro quelle raccomandate dalle autorità sanitarie. Fra queste: una distanza di almeno un metro e mezzo fra le persone (‘social distancing’), niente strette di mano, riduzione al minimo indispensabile dei contatti fra detenuti e personale, disinfettanti per le mani ovunque, controllo dello stato di salute di chi viene rinchiuso e divieto d’accesso al carcere ai visitatori e ai funzionari che accusano sintomi influenzali. Fino ad oggi non abbiamo nessun caso positivo al coronavirus. A proposito di visitatori, stiamo monitorando il loro flusso.

E che cosa osservate?
Il flusso è in calo. Per due ragioni. La prima è che il nostro servizio medico ha fatto e sta facendo un lavoro enorme di sensibilizzazione verso i detenuti. Il nostro medico è passato in ogni laboratorio dove i detenuti lavorano, spiegando loro le caratteristiche del Covid-19, e come si diffonde, invitandoli a limitare il numero delle visite. Responsabilmente, le persone recluse si stanno autoregolando, chiedendo a parenti e conoscenti di ridurre o addirittura di sospendere le visite. La seconda ragione del calo è la ‘chiusura’ dell’Italia: ora entrano in Svizzera solo i lavoratori frontalieri. Oggi il 20/30 per cento dei nostri detenuti sono cittadini italiani e non tutti residenti in Italia. Quelli che vivono in Ticino ricevevano visite anche da parenti provenienti dalla Penisola.

Direttore Laffranchini, avete adottato altre misure?
Abbiamo predisposto quindici celle dove isolare le persone detenute che hanno avuto stretti contatti con chi è stato contagiato dal coronavirus. Sono quindi celle per la quarantena. Evidentemente chi ha bisogno di essere ospedalizzato viene ricoverato in un’apposita struttura sanitaria. Sono scenari, per ora non verificatisi, che il servizio medico operativo nelle carceri, e che è alle dirette dipendenze dell’Ente ospedaliero cantonale, è pronto ad affrontare adottando i necessari provvedimenti.

Coronavirus e persone a rischio, quanti sono gli over 65 detenuti?
Attualmente pochissimi: il sette, otto per cento. E per ora godono tutti di buona salute.

Oltre a quello medico, è stato attivato il servizio psicologico?
Per il momento no. Non c’è stato bisogno. Il sottoscritto e il servizio medico puntano sul dialogo e su misure proporzionate alla situazione. Cosa che sta dando i frutti sperati. I detenuti capiscono e collaborano, attenendosi alle regole.

COVID-19: disposizioni speciali applicate da tutte le Autorità giudiziarie cantonali

COVID-19: disposizioni speciali applicate da tutte le Autorità giudiziarie cantonali

Comunicato stampa

Al fine di garantire le indispensabili misure di protezione per arginare la diffusione del virus Covid-19, il Dipartimento delle istituzioni, per il tramite della Divisione della giustizia e d’intesa con le Autorità giudiziarie, promuove una serie di disposizioni che saranno applicate da Giudici di pace, Preture, Pretura penale, Tribunale di appello, Ministero pubblico, Ufficio del Giudice dei provvedimenti coercitivi, Magistratura dei minorenni, Tribunale dei minorenni e Tribunale di espropriazione.

Le misure che seguono sono valide da subito e fino a nuovo avviso:  

  • II pubblico non può assistere a udienze civili e dibattimenti penali alla luce del prevalente interesse pubblico costituito dalla diffusione del virus Covid-19. Questa limitazione alla pubblicità viene costantemente ponderata e sarà revocata dalle Autorità giudiziarie non appena possibile.  
  • I giornalisti possono assistere in aula mantenendo la distanza minima di sicurezza, come da disposizioni federali e cantonali.  
  • I partecipanti a dibattimenti penali, udienze civili e interrogatori devono mantenere la distanza minima di sicurezza ed evitare le strette di mano nonché ossequiare le disposizioni federali e cantonali.  
  • L’accesso alle aule penali e alle sale udienze è consentito solo a coloro che non manifestano sintomi respiratori come tosse o difficoltà di respirazione e febbre.
  • Ogni persona deve autocertificare il proprio stato di salute mediante la sottoscrizione dell’apposito formulario. 

Le singole Autorità giudiziarie possono determinare puntuali disposizioni ulteriori.    

«Alla frontiera non verifica la Polizia»

«Alla frontiera non verifica la Polizia»

Intervista pubblicata nell’edizione di martedì 10 marzo 2020 del Corriere del Ticino

Buona la prima? Non proprio. Il debutto con le nuove regole per attraversare la frontiera ha generato qualche malumore.
A chi toccava verificare che sulle auto in arrivo dall’Italia vi fossero regolari frontalieri con regolare permesso G e magari anche una dichiarazione da parte del datore di lavoro?
Ne abbiamo parlato con il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi.

Il serpentone dei frontalieri oggi sembrava scorrere senza alcun controllo alla frontiera. Giusto così?
«Per quanto riguarda le attività di controllo al valico l’autorità competente è l’Amministrazione federale delle dogane. La Polizia cantonale, con la collaborazione delle polizie comunali, ha istituito su tutta la fascia di confine retrostante dei posti di controllo. Le persone sprovviste di permesso di lavoro valido vengono fatte rientrare in Italia. A titolo informativo, questa mattina dopo le 8 si è riscontrata una diminuzione del traffico del 25%».

I posti di blocco, il cosiddetto «monitoraggio» indicato dal Consiglio federale, è a esclusivo appannaggio della Polizia cantonale?
«No. In primo luogo dovrebbe essere effettuato dalle autorità italiane sul lato sud e dalle guardie di confine sul versante svizzero. La polizia interviene in modo complementare con dei controlli sulla fascia di confine all’interno del territorio. In quest’ambito evidenziamo che la polizia non può operare direttamente sul valico».

La polizia cantonale ha i mezzi necessari per eseguire un filtro tanto impegnativo?
«Il lavoro deve essere concertato in primis tra le autorità di frontiera dei due Paesi. La Polizia cantonale, in collaborazione con le comunali, fornisce supporto tenendo conto delle quotidiane attività legate alla sicurezza del territorio cantonale. Evidentemente si mettono delle priorità alla gestione dell’attività ordinaria».

Ma il controllo, vista l’allerta sanitaria, può avvenire a campione o deve essere eseguito su tutti i veicoli provenienti dall’Italia?
«Le direttive al momento non prevedono un controllo sistematico di tutti i veicoli in entrata sul nostro territorio, anche perché – come detto – non è di competenza della Polizia cantonale il controllo alle frontiere. Il controllo a campione viene effettuato per limitare i disagi sulle strade».

Non è il momento di polemizzare, ma non crede che queste maglie eccessivamente larghe finiscano per generare insicurezza?
«Non occorre polemizzare. La decisione adottata domenica dall’autorità federale è quella di assicurare il controllo nel modo più efficace. La Polizia ticinese si impegna per fornire il suo contributo in un’attività che in primo luogo è di competenza delle autorità federali. Da questa mattina le autorità di polizia italiane saranno anch’esse attive sulla fascia di confine nei controlli in entrata e uscita dal loro Paese, creando così una sorta di doppio filtro con il nostro».

Sembra contraddittorio: da una parte ai cittadini viene detto di rispettare rigorosamente tutte le norme sanitarie a carattere preventivo, d’altro canto non si agisce in maniera conseguente con cittadini che vengono accolti per questioni professionali sul nostro territorio. Condivide?
«La situazione è seria e impegnativa. Per questo motivo, come più volte detto, si fa affidamento al comportamento e alla responsabilità del singolo. Inoltre, le misure preventive sono ben conosciute e valide in entrambi i territori di riferimento».

Coronavirus: Protezione civile allertata in Ticino

Coronavirus: Protezione civile allertata in Ticino

Da www.ticinonews.ch

Molti aderenti alla PCi in Ticino si sono visti recapitare un SMS in cui li si invita a prendere contatto se disoccupati e a restare pronti

Questa mattina in Ticino molti aderenti alla Protezione Civile si sono visti recapitare il seguente SMS: “In seguito all’epidemia di coronavirus il Consiglio di Stato ha decretato che la PCi potrà essere mobilitata ai sensi dell’articolo 20 della Legge federale, in caso di chiamata vige l’obbligo di entrare in servizio. Chiediamo ai militi attualmente disoccupati di contattarci al numero di telefono seguente”.
Il Consiglio di Stato sembra quindi star preventivando la necessità di nuove forze in caso dell’espandersi dell’emergenza, preallertando tutti gli astretti alla Protezione Civile e richiamando attivamente chi si trova libero da attività lavorative.

Dichiarazione di fedeltà alla Costituzione e alle leggi della Scuola cantonale di polizia 2019

Dichiarazione di fedeltà alla Costituzione e alle leggi della Scuola cantonale di polizia 2019

La cerimonia di dichiarazione di fedeltà alla Costituzione e alle leggi dei diplomati e delle diplomate della SCP19 prevista lo scorso sabato è stata posticipata in data e modalità da definire. 

Alla presenza del Direttore del dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, del Comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi, della direzione della Scuola di polizia del V° circondario e delle autorità di nomina e dei Comandi di altri Corpi con aspiranti in formazione, il 7 marzo 2020 i neo-agenti hanno comunque potuto confermare la loro fedeltà alla Costituzione e alle leggi, dichiarando di adempiere coscienziosamente a tutti i doveri imposti dal loro ufficio. La formalità, che conclude l’iter di formazione, si è svolta presso il Centro formazione di polizia di Giubiasco,  a seguito delle restrizioni emanate dal Governo federale e cantonale in ambito di manifestazioni.

Italiener dürfen nur noch zur Arbeit ins Tessin kommen

Italiener dürfen nur noch zur Arbeit ins Tessin kommen

Da www.tagesanzeiger.ch

Die Reisesperre für Teile Norditaliens versetzt den Kanton Tessin in Aufruhr. Grenzgänger dürfen weiterhin zur Arbeit pendeln.

Es war ein turbulenter Sonntag für das Tessin. Am Morgen bat der kantonale Führungsstab den Staatsrat um eine ausserordentliche Sitzung.
Der Führungsstab – ein Verbund aus Polizei, Feuerwehr, Rettung und Zivilschutz –wird aktiv, wenn es schwierig wird.
In Notlagen oder bei einem bewaffneten Konflikt.
Nach einer Notlage hat es am Sonntagmorgen tatsächlich ausgesehen. Über Nacht hatte die italienische Regierung eine Reisesperre für die Bewohner der Lombardei und der benachbarten Gebiete verhängt. 16 Millionen Menschen sollen bleiben, wo sie sind. Das öffentliche Leben steht still. Was bedeutet das für die Schweiz, insbesondere für den Kanton Tessin, wo rund 30 Prozent der Arbeitnehmer aus Italien in die Schweiz pendeln? Rund 68’000 Grenzgänger zählt der Kanton, davon arbeiten über 4000 im Gesundheitswesen, das bei einer Grenzschliessung zusammenbrechen würde.

Stündlich neue Meldungen
Doch so weit kommt es derzeit nicht. Als der Staatsrat sich am Sonntag um 15 Uhr im Palazzo delle Orsoline in Bellinzona zur kurzfristig anberaumten Sitzung einfand, gab es praktisch jede Stunde neue Nachrichten zur Situation. Zweieinviertel Stunden tagte der Staatsrat und telefonierte dabei mit Alain Berset und Ignazio Cassis, mit den für Gesundheit und Aussenpolitik zuständigen Bundesräten.
Mitten in der Sitzung habe man die Information erhalten, dass die italienischen Behörden das Arbeitspendeln weiterhin erlaubten, sagt Lega-Staatsrat und Sicherheitsvorsteher Norman Gobbi. Noch in der Nacht erweckte die italienische Regierung den Eindruck, die norditalienischen Gebiete komplett abriegeln zu wollen. Am Sonntagmorgen schlossen die italienischen Zollbeamten Grenzübergänge zwischen Tessin und Lombardei. Wenig später waren sie wieder offen.
Im Gespräch mit den Bundesräten einigte sich der Tessiner Staatsrat auf folgendes Vorgehen: Die Grenze zu Italien bleibt offen. Der Personenverkehr wird jedoch kontrolliert. Italien kontrolliert die Aussengrenzen des Sperrgebiets, und die Schweiz überprüft die Einreisenden auf Schweizer Seite. Das haben Ignazio Cassis und sein italienischer Amtskollege Luigi Di Maio am Sonntag während mehrerer Telefongespräche beschlossen.
Wer also in den nächsten Tagen aus Italien in die Schweiz fährt, muss an der Grenze beweisen, dass er zur Arbeit fährt – mit einem Ausländerausweis G oder einer anderweitigen Bescheinigung. Das teilte gestern auch der Bundesrat in einem Communiqué mit. Er sprach von einem gemeinsamen «Monitoring», dessen Eckwerte in den kommenden Tagen definiert würden.
Die Tessiner Kantonspolizei werde sich allerdings schon ab Montag in Grenznähe positionieren und die Einreisenden kontrollieren, sagt Norman Gobbi. Wenn jemand bloss einkaufen will, wird er wieder zurückgeschickt. «Oder noch schlimmer: Wenn jemand in die Schweiz fährt, um sich im Spital behandeln zu lassen.»
Der Staatsrat habe diverse Massnahmen geprüft, sagt Gobbi, darunter auch die Schliessung der Schulen. Vorläufig verzichtet der Kanton Tessin darauf.
Es gehe auch darum, Entscheide zu begründen, sagt Norman Gobbi. Etwa die Frage, warum die Schweiz ihre Grenzen nicht schliesst. Solche Fragen kämen auf, wenn Italien ganze Gebiete zur Sperrzone erkläre.
Die Arbeitgeber im Tessin atmeten gestern Nachmittag auf. Noch morgens um 7 Uhr hielt CVP-Nationalrat Fabio Regazzi mit dem Direktor seiner Firma eine Krisensitzung ab. Regazzi betreibt in der Magadinoebene eine Metallbaufirma mit 135 Mitarbeitenden, etwa 55 davon sind italienische Grenzgänger. Und die Grenzgänger seien in der Regel nicht diejenigen, die Homeoffice machen könnten, sagt Regazzi. Sie arbeiten in der Produktionshalle und auf den Baustellen. Die Büroarbeit wird von Schweizern gemacht. Dennoch prüften Regazzi und sein Team Möglichkeiten wie Homeoffice. Komplikationen seien vorprogrammiert, sagt er.
Andere Unternehmer haben für ihre italienischen Mitarbeiter mit wichtigen Funktionen vorsorglich Hotelzimmer reserviert.

In der Krise vereint
Es sei richtig, den Pendlerverkehr auf ein Minimum zu beschränken, sagt SVP-Ständerat Marco Chiesa. «Man muss sorgfältig abwägen zwischen wirtschafts- und gesundheitspolitischen Interessen.» Massnahmen wie eine Grenzschliessung oder Fieberkontrollen bei der Einreise sollen kein Tabu sein. Sicher müsse man Möglichkeiten wie Homeoffice ausschöpfen und unterscheiden zwischen strategisch wichtigen Jobs und anderen, sagt Chiesa.
Mit seiner Ständeratskollegin Marina Carobbio (SP) stand Chiesa am Sonntag für die Mittags-«Tagesschau» im RSI-Studio. Und gemeinsam werden sie Anfang Woche auch in Bern Politik machen: Sie wollen mit dem Aussen- und dem Innendepartement Kontakt aufnehmen. Es gelte, mehrere Fragen zu klären, sagt Carobbio, die im Misox als Ärztin praktiziert. So brauche es im Tessin Reservegesundheitspersonal für den Fall, dass die Infektionen stark zunähmen.
Auch wollen Chiesa und Carobbio, dass der Bund den Tessiner Unternehmen durch diese schwierige Phase hilft. Carobbio sagt: «Es ist klar: Die Löhne müssen trotzdem bezahlt werden, auch wenn die Mitarbeiter teilweise zu Hause bleiben.»

Les frontaliers italiens pourront venir travailler au Tessin malgré la mise en quarantaine dans le nord du pays

Les frontaliers italiens pourront venir travailler au Tessin malgré la mise en quarantaine dans le nord du pays

Da www.rts.ch

Le Conseil d’Etat tessinois suit la situation de près

Alors que le Tessin est le canton le plus touché, avec 58 cas (26 avérés, 32 dans l’attente d’une confirmation), le Conseil d’Etat tessinois suit la situation de près. Interrogé dans Forum, Norman Gobbi, conseiller d’Etat tessinois (Lega), a évoqué le chaos communicatif qui règne en Italie depuis samedi soir.

Les frontaliers italiens pourront venir travailler au Tessin, mais “le canton contrôlera si les gens qui viennent ont un contrat de travail valide”, a affirmé Norman Gobbi. “Les voyages pour les hobbies ne seront pas autorisés”.

Concernant une éventuelle fermeture des frontières côté suisse, le conseiller d’Etat a répondu que c’était de la compétence de la Confédération.

https://www.rts.ch/info/11148826-les-frontaliers-italiens-pourront-venir-travailler-au-tessin-malgre-la-mise-en-quarantaine-dans-le-nord-du-pays.html

Coronavirus: “Risposte coerenti e proporzionate”

Coronavirus: “Risposte coerenti e proporzionate”

L’impegno in queste giornate di emergenza

“Sono stati 10 giorni intensi per molti servizi dell’amministrazione cantonale, così come intenso è stato il coinvolgimento e la partecipazione della gente di fronte all’arrivo e al propagarsi del virus influenzale Covid-19 in Ticino”.
Con queste parole esordisce il Consigliere di Stato Norman Gobbi, che traccia un breve bilancio di queste giornate.
“La risposta sin qui data dall’autorità cantonale e da quella federale è stata assolutamente coerente e figlia di un’analisi non emotiva. Il Consiglio di Stato ha seguito in modo costante la situazione, prendendo decisioni ponderate e proporzionali alla situazione che giorno dopo giorno ci si presentava.
Lo scopo principale rimane il contenimento del propagarsi dell’infezione, riuscendo nello stesso tempo a non mandare in tilt il nostro sistema sanitario, così da garantire la presa a carico di tutti quei pazienti (e sono la stragrande maggioranza) che soffrono delle più disparate patologie e hanno bisogno di essere curati, operati. Proprio in questo sforzo tutti i Dipartimenti, in particolare il DSS diretto dal collega Raffaele De Rosa, il DFE con il presidente del Governo Christian Vitta, il DECS con il collega Manuele Bertoli, stanno profondendo molte energie.
Anche il Dipartimento delle istituzioni dà il suo contributo. Si tratta in particolare, ma non solo, di tutta la parte organizzativa, di coordinamento e di attivazione delle forze da mettere in campo per affrontare oggi questa situazione di crisi. Anche sulla scorta di costanti esercitazioni che vengono messe in atto più volte all’anno e in differenti settori per prepararsi alle emergenze (
e qui ricordiamo proprio l’intervista al Consigliere di Stato Gobbi al MDD di due settimane fa, ndr) la Sezione del militare e della protezione della popolazione, in collaborazione con la Polizia cantonale e i servizi di primo intervento sono in grado di pianificare quanto serve per l’emergenza.
Nel corso di questa settimana il Governo ha deciso di attivare formalmente lo Stato Maggiore di Condotta Cantonale (SMCC), il braccio esecutivo del Consiglio di Stato che vede alla sua guida il comandante della Polizia cantonale. Oltre a questi importanti aspetti di condotta, non si può dimenticare l’impegno dei militi della Protezione civile, già oggi sul terreno per il triage alle entrate degli ospedali e pronti a prestare servizio per sostenere e aiutare gli enti di primo intervento e quindi la popolazione toccata da questa emergenza.
Vorrei rivolgere un plauso in primis al medico cantonale Giorgio Merlani, ma pure a tutti gli operatori in prima fila del settore sanitario: i medici e gli infermieri degli ospedali, i medici di famiglia, i servizi ambulanza, senza dimenticare il farmacista cantonale e i responsabili dei nostri nosocomi, cliniche private incluse. Quanto fatto sinora dimostra un approccio pragmatico, coordinato e coerenze: l’unico modo per rispondere a questa emergenza e agli sviluppi futuri, senza lasciarsi travolgere dalle paure, che in questi casi portano a cattivi consigli”,
conclude il Consigliere di Stato Norman Gobbi.