Tagli della Confederazione, Grigioni e Ticino non ci stanno

Tagli della Confederazione, Grigioni e Ticino non ci stanno

Le richieste di Berna per i risparmi dal 2027 sono state definite “sproporzionate” da Coira e “insostenibili” da Bellinzona – Gobbi: “Proposte calate dall’alto, non siamo tutti il Canton Zugo”

Tagli che non s’hanno da fare, almeno non così. Sono arrivate le prese di posizione dei Cantoni di fronte alle misure di risparmio federali dal 2027 proposte dalla Confederazione. E dopo la risposta del Governo grigionese, che ieri ha definitio “sproporzionate” le richieste di Berna, oggi è giunta quella – ancor più dura – del Ticino.
Coira ha sottolineato come il risanamento delle finanze federali dovrebbe “concentrarsi in primo luogo sui compiti della Confederazione. In particolare, i costi dei compiti federali non possono essere scaricati sui Cantoni”. Il governo grigionese stima che se il programma federale di risparmi dovesse venire attuato integralmente nelle casse cantonali mancherebbero circa 30 milioni di franchi e, a farne le spese, sarebbero in particolare la costruzione di strade, la protezione del clima, i trasporti pubblici, la politica d’integrazione e la politica regionale. Sul progetto generale di risparmi il Canton Grigioni si associa poi alla presa di posizione – già molto negativa – della Conferenza dei governi cantonali espressa lo scorso marzo.

In Ticino 40 milioni in meno, Gobbi: “Proposte calate dall’alto”
Per quanto riguarda invece le cifre ticinesi, al Cantone mancheranno 40 milioni di franchi in termini di sostegno economico diretto da parte della Confederazione, ai quali si dovranno aggiungere altri 15 milioni di franchi di mancato finanziamento agli istituti univeristari USI e SUPSI. Sono queste le previsioni del Consiglio di Stato ticinese in base alle proposte di risparmio presentate lo scorso fine gennaio dal Consiglio federale. Misure che per il Ticino sono “insostenibili”, “accrescono la disparità tra un Cantone e l’altro” e “rischiano di compromettere la coesione nazionale”. Parole dure, che leggiamo nella risposta firmata da Norman Gobbi e inviata, da presidente a presidente, alla “ministra” delle finanze Karin Keller Sutter.
“A Berna c’è un po questa idea sbagliata che i Cantoni stiano molto bene, perché magari tutti pensano al cantone del neo eletto consigliere federale Pfister – afferma Norman Gobbi ai microfoni di SEIDISERA –. Il Canton Zugo ha davvero danari a iosa che addirittura non sa come spenderli e chiede ai propri cittadini come possono investirli. Il Ticino però nella realtà è un cantone di frontiera, confrontato con dei compiti che dobbiamo gestire in maniera autonoma, proprio perché siamo anche una regione linguistica”.
Si deplora poi il fatto che i Cantoni non siano stati coinvolti adeguatamente nel lavoro preliminare che ha portato a queste proposte di risparmio. “Queste proposte sono state calate dall’alto e non sono state condivise con la Conferenza dei governi cantonali, un modo di procedere che non possiamo sostenere. L’auspicio è quindi che si possa affrontare la discussione con la Confederazione in modo da poter trovare una quadra possibile, cosa che anche noi, come Canton Ticino, di solito cerchiamo sempre di fare con i Comuni proprio nell’ottica di una sostenibilità politica, cosa che in questo caso a livello di Confederazione non c’è stata” conclude Gobbi.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Tagli-della-Confederazione-Grigioni-e-Ticino-non-ci-stanno–2797369.html

Passaporti e documenti falsi, il primo filtro è a Chiasso

Passaporti e documenti falsi, il primo filtro è a Chiasso

L’obbiettivo non è sempre quello di compiere un crimine, a volte è la necessità di lavoro, altre la migrazione – Contro i falsari tecnologia, formazione ed esperienza

Dei 1’800 documenti falsi scoperti all’anno in Svizzera, circa 300 vengono scoperti a Chiasso, primo filtro all’entrata nel Paese da sud: dai passaporti alle patenti, chi controlla, grazie all’esperienza, riesce a capire già dal materiale, dai colori, dai dettagli se il documento è originale o meno, poi interviene anche la tecnologia.
I falsari prediligono i documenti più facili da duplicare. Un esempio? Il permesso di soggiorno per l’area Schengen. Ogni Stato ne rilascia uno, ma hanno un layout molto simile. Per il falsario è un vantaggio perché, con diverse nazioni che hanno lo stesso layout, possono riprodurlo e far girare una persona in più Paesi, spiega alle telecamere del Quotidiano Marco Albisetti, responsabile tecnico documenti Dogana sud.
Diversi anche i motivi per falsificare un documento: l’obbiettivo non è sempre quello di compiere un crimine, a volte è la necessità di lavoro, altre la migrazione, e qui subentrano i controlli amministrativi lontano dalle frontiere, che nel resto del Paese hanno mostrato dei limiti.
Negli scorsi giorni i colleghi di SRF hanno svolto un’inchiesta sull’uso di documenti falsi. È emerso, ad esempio, il caso di una rete criminale che se li procurava per far lavorare illegalmente in Svizzera, approfittando di un anello debole del controllo: gli uffici comunali, unici punti di accesso alla rete amministrativa che visionano i documenti in originale. E in Ticino? “In Canton Ticino tutte le verifiche su chi arriva sul territorio sono di competenza cantonale. Quello che è stato riscontrato in altri cantoni, come ha appurato SRF, mette in evidenza che quando sono le autorità, per esempio quelle comunali, a dover verificare la veridicità di certi documenti, è più difficile, proprio perché non ci sono competenze di carattere tecnico”, spiega Norman Gobbi, direttore del Dipartimento istituzioni.
Competenze che vanno allenate e aggiornate con la formazione. Vista la posizione del Ticino, queste capacità sono state affinate, ad esempio, in ambito migratorio. “Da parte dell’Ufficio della migrazione sono state fatte nel 2024 una quindicina di segnalazioni al Ministero pubblico. Questo perché all’interno dell’Ufficio della migrazione abbiamo un gruppo specializzato, formato e supportato dalla polizia cantonale, che verifica i documenti d’identità”, sottolinea Gobbi.
Finché si rimane in Svizzera i controlli con le banche dati sono immediati e possibili ovunque, ma è differente quando si tratta di altri Stati. Non esiste infatti una via digitale di verifica, bisogna chiamare i rispettivi uffici. “Per una verifica può essere necessaria mezz’ora, come anche 4 o 5 ore – spiega Marco Albisetti, responsabile tecnico documenti Dogana sud -. Dipende tanto dal carico di lavoro che ha, in quel momento, l’ufficio dove faccio la richiesta. A volte, per esempio, da noi è un giorno feriale, mentre magari nell’altro Stato è un giorno festivo. Noi lavoriamo 24 ore su 24, anche di notte. Se l’ufficio è chiuso, devo aspettare fino al giorno dopo se voglio avere una risposta sicura”.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Passaporti-e-documenti-falsi-il-primo-filtro-%C3%A8-a-Chiasso–2797333.html

«Per il nuovo anno presidenziale, miro a portare il Ticino nel mondo e il mondo nel Ticino»

«Per il nuovo anno presidenziale, miro a portare il Ticino nel mondo e il mondo nel Ticino»

Intervista a Norman Gobbi, che ha assunto per la terza volta la Presidenza del Consiglio di Stato e intende «trasmettere una visione positiva di ciò che siamo e di ciò che abbiamo da offrire»

Incontriamo il Consigliere di Stato Norman Gobbi nel suo ufficio, a pochi giorni da un piccolo momento storico, per il Ticino e per il Dipartimento delle istituzioni: da domenica 6 aprile 2025, il nostro Cantone ha 100 Comuni. Questa pietra miliare nella politica delle aggregazioni è un tema ideale per iniziare la nostra chiacchierata.

Come ha ricordato lei stesso – in occasione di un incontro con una classe di quinta elementare, arrivata a Bellinzona per visitare Palazzo delle Orsoline – nel Ticino in cui lei è cresciuto i Comuni erano più del doppio di quelli che contiamo oggi. Che bilancio possiamo trarre riguardo a questa evoluzione, e cosa augurarci per il futuro?

«Quando all’età di 18 anni sono entrato in politica, i Comuni erano ancora 247: un numero che dal 1850 era rimasto praticamente identico. Fu proprio in quel periodo, con Alex e Luigi Pedrazzini, che cominciarono le “fusioni”, come si chiamavamo allora – ma non avrei mai pensato che in solo qualche decennio saremmo passati da quasi 250 a soli 100. Questi numeri ci dicono che il Ticino ha imboccato con decisione la strada giusta».

A proposito dei suoi esordi: lei mosse i primi passi politici in un piccolo Comune della valle Leventina, come consigliere comunale e poi municipale. Che posto era quel «Ticino dei 247 Comuni», quello in cui lei è cresciuto – e come possiamo spiegare la differenza fra quel passato e il presente ai giovani della «generazione Z», a cominciare dai suoi figli?

«Era un Ticino “più locale”, nel bene e nel male. C’erano sicuramente legami più forti fra le persone, ma eravamo anche molto legati al nostro passato e a schemi di pensiero superati. Una grande differenza è sicuramente l’influenza che hanno assunto gli eventi globali sul nostro stato d’animo: all’epoca ne sentivamo al massimo un’eco lontana, mentre oggi tutto sembra accadere appena fuori dalla nostra porta di casa. A livello personale, se ripenso a quei tempi e mi guardo oggi, sento che la passione è ancora più forte di allora – merito soprattutto dei buoni maestri che ho avuto, specialmente nei miei 12 anni in Gran Consiglio»

Nel 2008/2009, a poco più di trent’anni, proprio di quel Gran Consiglio ebbe l’onore di assumere la Presidenza, diventando un giovanissimo Primo cittadino del Cantone. Cosa ricorda di quell’esperienza?

«Mi fanno sempre sorridere gli accenni alle cose che ho fatto come “più giovane”, perché sono state tante – e soprattutto perché sono tuttora, a 14 anni dalla mia elezione, il più giovane membro del nostro Governo. Ripensando all’anno di Presidenza del Parlamento, per me fu una grande occasione di maturazione, per sfumare il mio animo da… hooligan e diventare una figura pienamente istituzionale. Di quel periodo ricordo soprattutto i tanti incontri con la popolazione di un Ticino autentico, vivace, generoso nel suo impegno civico in gruppi locali, associazioni, Patriziati e altri enti – una capacità di donare noi stessi che spesso ci dimentichiamo di vedere e di onorare come meriterebbe».

A oltre quindici anni di distanza – e occupando da ormai quattro Legislature l’altra metà di Palazzo delle Orsoline – come giudica l’evoluzione dei rapporti fra Governo e Parlamento?

«A fare la differenza sono sempre le persone, con i loro obiettivi e la loro capacità di lavorare insieme. A quel tempo il Consiglio di Stato ticinese stava vivendo un periodo molto conflittuale al suo interno, ed era spesso il Gran Consiglio a trovare la forza necessaria per collaborare: oggi, invece, viviamo una situazione quasi capovolta. Al di là di queste dinamiche, credo comunque che serva sempre la consapevolezza che tutti – in Governo e in Parlamento – siamo chiamati a metterci al servizio del vero sovrano, che è il popolo»

L’ultimo capitolo del suo lungo avvicinamento al Governo fu l’ingresso in Consiglio Nazionale, nel marzo 2010 – la brusca interruzione di quell’esperienza, vista la successiva elezione in Consiglio di Stato, ha lasciato in lei il desiderio di tornare a calcare quel palcoscenico?

«La politica federale è un’altra dimensione della nostra democrazia diretta: poterla sperimentare di persona, anche se per un breve periodo, mi ha certamente aiutato al momento di rientrare. Quello che accade in Ticino è sempre anche l’effetto, per quanto ritardato nel tempo, delle scelte che vengono prese al livello superiore. Da questo punto di vista credo ci sia qualche motivo di preoccupazione: vediamo accumularsi decisioni che tendono a svuotare il senso del nostro federalismo, con la tendenza ad accentrare poteri e compiti. La conseguenza, a livello locale, è la deresponsabilizzazione di chi eroga le prestazioni dello Stato».

Nel 2015 lei è stato candidato ufficialmente al Consiglio federale. Cosa ricorda di quell’esperienza? Le è mai capitato di invidiare il suo concorrente Guy Parmelin, poi risultato vincitore quel 9 dicembre?

«Il mio primo pensiero è che il tempo vola: sono già passati dieci anni. Il risultato di quel giorno fu una bella conferma che è possibile suscitare interesse anche senza disporre di un “network” potente a Palazzo federale, come del resto ha dimostrato qualche settimana fa anche l’elezione di Martin Pfister. Per il resto, ho la sensazione che mi sarei trovato bene al Dipartimento della difesa – e che non avrei avuto quella gran fretta di andarmene dimostrata da molti consiglieri federali, in questi ultimi decenni».

Torniamo alla politica cantonale. La terza presidenza del Governo è un traguardo che, nell’ultimo mezzo secolo di storia ticinese, hanno raggiunto pochi membri del Governo: oltre a Marco Borradori e Giuseppe Buffi, entrambi poi arrivati a quota 4, la lista comprende Renzo Respini, Luigi Pedrazzini, Marina Masoni e Manuele Bertoli. La sua lunga carriera politica si è incrociata con quasi ognuno di loro.

«Oggi è meno raro arrivare al traguardo di una terza presidenza, che tra l’altro anche il collega Claudio Zali raggiungerà nel 2026. Fra tutte le personalità elencate il pensiero va sicuramente a chi non è più con noi, e ho ricordi vividi di entrambi quei funerali di Stato – ai quali ho partecipato nel primo caso come giovane deputato, nel secondo come Consigliere di Stato. Momenti toccanti, in cui è stato evidente il coinvolgimento della popolazione e l’affetto per due grandi persone come Giuseppe Buffi e Marco Borradori».

Vale ora la pena di ripercorrere le sue precedenti esperienze alla presidenza del Consiglio di Stato, cadute in anni tutt’altro che banali. La prima, nel 2015, arrivò in un momento storico nel quale – in seguito alla votazione federale del 9 febbraio 2014, sull’iniziativa «contro l’immigrazione di massa» – in Ticino la politica discuteva soprattutto di mercato del lavoro e frontalierato.

«In quella fase storica abbiamo voluto mettere il Ticino al centro della discussione nazionale, e mi pare che l’operazione sia stata un successo. Il Consiglio federale prese sul serio le nostre preoccupazioni e si impegnò a essere molto presente a sud delle Alpi, per riallacciare il rapporto con il nostro Cantone. Uno dei frutti di quel periodo, grazie all’attenzione riservataci da Ueli Maurer, fu l’accordo sulla fiscalità dei frontalieri».

Nell’aprile del 2020, la sua seconda presidenza del Governo iniziò invece nel pieno del primo «lockdown». Per accompagnare la popolazione attraverso la pandemia, lei invitò ad assumere la postura mentale di chi affronta una camminata in montagna.

«Quella della camminata in montagna era la metafora giusta: invitava a superare la paura e a trovare la forza di andare avanti, con la consapevolezza dei rischi – da mitigare con la giusta dose di prudenza. Ricordo le conferenze stampa di quel periodo, e il grande seguito che avevano fra la popolazione – una magra consolazione, se penso a tutti gli incontri personali che invece abbiamo perso. Fra i ricordi di quel 2020 c’è poi anche quell’estate eccezionale per il nostro turismo, che vide tutta la Svizzera e gli stessi ticinesi riscoprire il nostro territorio – a causa, o per merito, della chiusura delle frontiere».

Il quinto anniversario dell’arrivo del coronavirus in Svizzera, in queste settimane, è accompagnato da alcune critiche per l’assenza di una rielaborazione critica della pandemia. Se ci confrontiamo con il resto della Svizzera, possiamo dirci soddisfatti di come le nostre autorità gestirono la crisi?

«Nella sua storia recente, il Ticino si è sempre dimostrato un laboratorio per il resto della Svizzera – ed è successo anche con il coronavirus, che ci ha toccati subito dopo la Cina e la Lombardia. La nostra posizione di frontiera ci espone da sempre a rischi accresciuti rispetto ad altre parti del Paese, ma ancora una volta siamo stati capaci di rispondere bene alla sfida. Abbiamo trovato un bilanciamento accettabile fra libertà e sicurezza, non senza un certo equilibrismo fra le rigide misure federali e la realtà del territorio. Possiamo dire di essere rimasti “elveticamente liberi”, soprattutto se richiamiamo alla mente ciò che è accaduto a pochi chilometri da noi».

Dopo questa lunga carrellata retrospettiva, parliamo di futuro. Prima di tutto: come sta il Ticino?

«Siamo abituati a parlare di questo Cantone in modo appassionato, come fanno i tifosi della loro squadra del cuore: con grande attaccamento, ma con lo sguardo che spesso ha qualche deragliamento ipercritico. La verità è che non siamo più in difficoltà di altre regioni: abbiamo potenzialità enormi, una forza di attrazione per persone e aziende che rimane intatta – e realtà nostrane innovative che, senza troppo clamore, si fanno valere nella concorrenza internazionale».

I progetti e i cantieri non mancano, ma spesso non sembra molto chiaro quali siano i fondamenti ideali sui quali il Ticino deve costruire il proprio futuro. Lei ha qualche principio che intende mettere al centro del suo anno presidenziale?

«Se fosse uno slogan, potrebbe essere “Il Ticino nel mondo, il mondo nel Ticino”. Senza negare i nostri problemi, l’idea è di trasmettere una visione positiva di ciò che siamo e di ciò che abbiamo da offrire – qualità di vita svizzera, un apparato statale efficiente, paesaggio e clima unici a livello nazionale. Molte aziende e persone, da ogni parte del pianeta, continuano a scegliere di chiamarci “casa”: faremmo bene a riconoscere, quando siamo davanti allo specchio, tutto il bello che vedono loro, quando ci guardano da fuori»

Si ritrova oggi a essere il decano del Governo, ma come dicevamo in apertura lei è vi ha fatto ingresso da giovane – quasi giovanissimo, per i parametri odierni della politica svizzera. Ha qualche idea su come (ri)accendere la passione per la politica, o anche solo per la partecipazione democratica, in una generazione di neo-cittadini che si troverà in una sempre più accentuata minoranza numerica nella nostra società?

«In un mondo in cui tanti giovani sognano di essere “influencer” digitali, la nostra democrazia diretta offre a tutti l’opportunità di essere influenti “IRL” – che, nel gergo di internet, significa “nella vita reale”. Già con un passo semplice come la firma su un’iniziativa, a partire dai 18 anni diventiamo una parte attiva del nostro sistema democratico – e possiamo far valere i nostri diritti, che non potremo mai delegare a nessun altro. Anziché restare accomodati nel ruolo di spettatori, la Svizzera ci chiede di accettare la sfida di essere giocatori, attori, protagonisti».

Intervista pubblicata sulla rivista dell’Amministrazione cantonale ArgomenTI

Peste suina africana – Esercitazione nel Mendrisiotto e raccomandazioni per la popolazione

Peste suina africana – Esercitazione nel Mendrisiotto e raccomandazioni per la popolazione

Comunicato stampa

Da martedì 6 maggio a giovedì 8 maggio 2025, verrà organizzata un’esercitazione nel Mendrisiotto sulle misure da applicare in caso di comparsa della peste suina africana (PSA) in Ticino. Le autorità colgono l’occasione per ricordare alla popolazione le raccomandazioni di comportamento per prevenire la comparsa della malattia – innocua per gli esseri umani ma mortale per cinghiali e maiali – nel nostro territorio.

Le autorità cantonali – Ufficio del veterinario cantonale del Dipartimento della sanità e della socialità, la Sezione del militare e della protezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni, l’Ufficio caccia e pesca del Dipartimento del territorio, la Sezione dell’agricoltura del Dipartimento delle finanze e dell’economia in collaborazione con altri enti – organizzano una nuova esercitazione che si svolgerà a Chiasso nella zona della collina del Penz. Il programma prevede di simulare la ricerca di cinghiali infetti in una zona boschiva. Come per l’esercitazione dello scorso autunno, saranno appositamente collocate alcune carcasse di cinghiale (non contagiose e prive di virus) nella zona boschiva che questa volta verranno ricercate anche grazie all’impiego di cani specializzati e di droni.  

In accordo con le autorità comunali, la cittadinanza dei quartieri di Pedrinate e Seseglio è stata informata mediante una lettera, inviata a tutti i fuochi. Nella zona interessata verrà inoltre collocata una segnaletica specifica per ricordare in particolare l’obbligo di tenere i cani al guinzaglio.   

Ricordiamo che la peste suina africana è una malattia virale che colpisce esclusivamente suini selvatici e domestici. Da tempo le autorità cantonali monitorano lo spostamento e l’evoluzione della malattia. Ad oggi essa si è propagata in varie parti d’Europa, con focolai nel Nord Italia a 50 chilometri dai confini ticinesi. L’eventualità che la patologia sconfini nei nostri boschi è elevata. Le autorità cantonali collaborano con vari enti per la gestione operativa in caso la malattia si presentasse nel nostro territorio.  

Le misure preventive rivolte a tutta la popolazione sono:

  • È vietato foraggiare gli animali selvatici.
  • È vietato foraggiare i suini con resti alimentari.
  • Tutti i resti di cibo devono essere smaltiti in modo che siano inaccessibili ai cinghiali.
  • Al rientro da una regione colpita dalla PSA è vietato portare con sé dai territori colpiti provviste per il viaggio (carne e insaccati)
  • Segnalare il ritrovamento di carcasse di cinghiali (pestesuina@ti.ch, 091 814 41 08 oppure 117 fuori orario d’ufficio e giorni festivi). È necessario indicare il luogo del ritrovamento e scattare delle fotografie.

Ricordiamo infine che l’evoluzione della situazione della PSA richiede una maggiore attenzione da parte degli allevatori, dei cacciatori e dei viaggiatori.   

Ticino-Campione d’Italia: incontro annuale della Commissione paritetica

Ticino-Campione d’Italia: incontro annuale della Commissione paritetica

Comunicato stampa

Il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi, in rappresentanza del Governo cantonale, ha presieduto oggi l’annuale riunione della Commissione Paritetica tra Cantone Ticino e Comune di Campione d’Italia. L’incontro ha permesso di stabilire il punto della situazione in merito a diverse tematiche.

La Commissione Paritetica tra Ticino e Campione d’Italia è prevista dalla Dichiarazione sulla cooperazione tra la Repubblica e Cantone Ticino e il Comune di Campione d’Italia del 6 settembre 2011. La riunione odierna è la terza tenutasi dopo l’inserimento dell’enclave nello spazio doganale europeo a partire dal 1° gennaio del 2020.  
L’incontro si è svolto oggi a Bissone in un clima cordiale e costruttivo e ha permesso di fare il punto sullo stato delle relazioni e delle collaborazioni, sulla situazione finanziaria e su vari incarti, questi ultimi sia di carattere generale sia concernenti ambiti che hanno presentato delle criticità dopo la modifica dello statuto doganale. Si è discusso, in particolare, dell’erogazione di servizi da parte di enti e aziende del Cantone Ticino, della gestione congiunta in caso di eventi naturali o catastrofi, della raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi e dei materiali inerti, delle prestazioni socio-sanitarie e della frequentazione degli istituti scolastici ticinesi da parte degli allievi campionesi. L’incontro ha permesso anche di fare il punto della situazione in merito alla peste suina africana, una malattia innocua per l’uomo ma letale per cinghiali e suini, attualmente non presente in Svizzera e rilevata a una cinquantina di chilometri a sud del confine italo-svizzero.  
Si ricorda, infine, che la Commissione ha funzione permanente di consultazione, di mediazione, di coordinamento, di preavviso e di vigilanza tra il Cantone Ticino e il Comune di Campione d’Italia e le istituzioni competenti sul territorio. Sono membri della Commissione per il Cantone Ticino il Consigliere di Stato Norman Gobbi che la presiede, il Sindaco di Lugano Michele Foletti, il Sindaco di Bissone Andrea Incerti, e per il Comune di Campione il Sindaco Roberto Canesi, Cristina Ferrari, Emanuele Verda e Enrico Lironi. Il coordinamento della Commissione è assicurato dal Delegato cantonale alle relazioni esterne Francesco Quattrini.

Visita del Ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare della Repubblica Italiana

Visita del Ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare della Repubblica Italiana

Comunicato stampa

I Presidenti del Consiglio di Stato e del Gran Consiglio hanno ricevuto ieri a Palazzo delle Orsoline il Ministro italiano per la Protezione civile e le Politiche del mare, Nello Musumeci, accompagnato dall’Ambasciatore d’Italia a Berna, Gian Lorenzo Cornado, e dal Console Generale d’Italia a Lugano, Uberto Vanni d’Archirafi.

L’incontro fa seguito alla visita protocollare a Roma del Presidente del Gran Consiglio, lo scorso 27 febbraio 2025. I rappresentanti delle autorità italiane sono stati accolti ieri a Palazzo delle Orsoline, per una riunione durante la quale sono stati discussi diversi temi di interesse comune – fra cui la mobilità transfrontaliera e i collegamenti tra il Ticino e l’Italia, la Protezione civile e la gestione delle emergenze, oltre a diverse iniziative che vedono una cooperazione diretta fra i due Paesi.
All’incontro hanno partecipato anche il Comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi, il Capo della Sezione del militare e della protezione della popolazione Ryan Pedevilla, il Delegato cantonale per le relazioni esterne Francesco Quattrini e il Consulente giuridico del Gran Consiglio Roberto Di Bartolomeo.
Le due delegazioni hanno in seguito visitato la Centrale comune d’allarme di Bellinzona (CECAL) dove è stato presentato il concetto di Stato maggiore cantonale di condotta. Il Comandante della Regione di Protezione civile Locarnese e Vallemaggia, Patrik Arnold – accompagnato dal Presidente della Delegazione consortile Alex Helbling – ha poi presentato il dispositivo di emergenza messo in campo nel giugno 2024 a seguito del nubifragio che ha colpito la Vallemaggia. La visita si è poi conclusa al Centro cantonale di istruzione di Rivera.
Nell’ambito dei lavori, al Ministro è stata consegnata la lettera di intenti di Ticino, Lombardia, Piemonte e Liguria atta a chiedere alle autorità svizzere, italiane ed europee di accelerare il completamento di AlpTransit quale perno centrale del corridoio ferroviario Rotterdam-Porto di Genova.
Un tema che si è rivelato di grande interesse per il Governo italiano visto che ogni settimana fra Italia e Svizzera vengono scambiati più di un miliardo di franchi ed il 90% delle merci che vengono scambiate passa dall’asse del Gottardo. A fronte del mancato completamento di AlpTransit attualmente i treni fra Lugano e Milano circolano però ad una velocità media di circa 65 km/h: da cui l’importanza condivisa per completare l’opera al più presto.

SCP: bando di concorso aspiranti 2026

SCP: bando di concorso aspiranti 2026

Comunicato stampa

La Polizia cantonale comunica che oggi è stato pubblicato sul Foglio ufficiale il bando di concorso per l’assunzione di nuovi/e aspiranti gendarmi per la Polizia cantonale, di nuovi/e aspiranti agenti per le Polizie comunali di Bellinzona, Chiasso, Locarno, Lugano, Mendrisio e Stabio nonché per la Polizia dei trasporti.

I candidati e le candidate seguiranno la Scuola di polizia a partire dal 01.03.2026. Il percorso formativo che conduce all’Esame professionale per il conseguimento dell’Attestato professionale federale di agente di polizia prevede un primo anno quale aspirante presso la Scuola di polizia del V circondario (SCP) e un secondo anno in qualità di gendarme/agente in formazione presso i Corpi di appartenenza.

Come di consueto, per accedere a questa formazione biennale l’idoneità dei candidati e delle candidate sarà verificata attraverso un processo di selezione. La decisione sull’assunzione degli e delle aspiranti giungerà al più tardi entro tre mesi prima dell’inizio della formazione. Le candidature vanno inoltrate entro il 26.05.2025 (fa stato il timbro postale). Il 14.05.2025 dalle 19 alle 22 si terrà una serata informativa presso l’Auditorium della Scuola Cantonale di Commercio in viale Stefano Franscini 32 a Bellinzona.

Il bando di concorso, le modalità di iscrizione ai test fisici e i formulari possono essere consultati/scaricati dal sito internet della Polizia cantonale al seguente indirizzo: www.ti.ch/scuoladipolizia

 

Musumeci a palazzo delle Orsoline per il prolungamento di AlpTransit

Musumeci a palazzo delle Orsoline per il prolungamento di AlpTransit

https://www.rsi.ch/play/tv/-/video/-?urn=urn:rsi:video:2786014

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Completamento di AlpTransit, si aggiunge un altro tassello
Incontro Guerra-Musumeci per consolidare l’intesa

«Italia e Svizzera si scambiano più di un miliardo di euro alla settimana e il 90% delle merci passa, attraverso l’asse del Gottardo, proprio dal Ticino. Purtroppo però su questo tratto, che vede il nostro Cantone perno centrale del corridoio ferroviario che va da Rotterdam al porto di Genova, le opere non sono complete, tanto che oggi tra Lugano e Milano i treni circolano a una velocità media di circa 65 chilometri orari». È per questo che il presidente del Gran Consiglio Michele Guerra da mesi si prodiga a favore del completamento di AlpTransit. Auspicio a cui, ieri, si è aggiunto un ulteriore tassello. Guerra ha infatti consegnato personalmente al ministro italiano per la protezione civile e per le politiche del mare Nello Musumeci, in visita a Bellinzona, la lettera sottoscritta da Ticino, Lombardia, Piemonte e Liguria, affidata a inizio mese anche al consigliere federale Ignazio Cassis, responsabile del Dipartimento federale affari esteri. «Un incontro positivo», ha commentato il presidente del Gran Consiglio a margine dell’incontro, osservando che, «dato l’interesse convergente, è giusto giocare di sponda».

I prossimi passi
Dello stesso avviso anche Musumeci. «Sono convinto – afferma il ministro – che dobbiamo avviare, non soltanto a partire dalla mia visita, un rapporto nuovo con il Canton Ticino e con tutti i Paesi confinanti con l’Italia per uno scambio di idee e soluzioni comuni». Obiettivo quindi potenziare ulteriormente la collaborazione per il completamento di AlpTransit, «proprio perché – evidenzia Guerra – nel 2026-2027 il governo svizzero dovrà decidere se considerare questo tema una priorità o se lasciarlo slittare dopo il 2050». Gli fa eco il ministro italiano: «Lo scambio di esperienze e capacità propositive tra uno Stato e l’altro è fondamentale. Ci sono diversi temi comuni tra i due Paesi, in particolare la centralità del corridoio ferroviario che conduce a Genova». Consegnata la petizione, quali i prossimi passi? «Sottoporremo nei prossimi giorni il tema del completamento di questa tratta all’attenzione del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti immaginando un tavolo bilaterale che possa consentire uno scambio di idee e fissare obiettivi certi». Di più. «Esamineremo le istanze evidenziate nella petizione nell’ottica di organizzare un incontro per confrontarci e per capire quali siano i temi che possono essere affrontati e risolti e quali invece quelli che possono essere sì affrontati, ma solo a lunga scadenza».

Sul tavolo, anche la protezione civile
Sul tavolo, non solo il completamento di AlpTransit, ma anche la protezione civile. L’incontro di ieri tra il presidente del Gran Consiglio Guerra e il ministro Musumeci fa infatti seguito a quello tenutosi a febbraio a Roma. Oltre all’asse ferroviario, due gli altri aspetti salienti. Ovvero, rileva Guerra, «la collaborazione tra i corpi di protezione civile in caso di catastrofe e la cultura e storia migratoria tra Sicilia, Svizzera e Ticino». In merito, illustra il ministro della protezione civile e del mare, «oggi (ieri per chi legge, ndr) abbiamo discusso di prevenzione, nonché della capacità di prevedere eventi fino a ieri inimmaginabili, come la crisi della siccità. Temi e sfide che il cambiamento climatico ha accentuato e di fronte ai quali non possiamo farci trovare impreparati». Sull’asse della protezione civile, aggiunge Guerra, «c’è già un accordo con le Prefetture di Verbano-Cusio-Ossola, Varese e Como. In tal senso, quando si tratta di imparare reciprocamente, siamo in prima fila».

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 29 aprile 2025 de La Regione

 

Passi avanti per la trasformazione digitale

Passi avanti per la trasformazione digitale

Durante l’annuale incontro con le Magistrature permanenti, la Divisione della giustizia ha aggiornato i presenti sui prossimi passi verso Justitia 4.0 – Dal prossimo anno il nuovo software in tutte le Preture del Cantone

Le autorità giudiziarie ticinesi, per usare le parole di Frida Andreotti, direttrice della Divisione della giustizia, hanno davanti a loro «una grande sfida, quella della trasformazione digitale».
Nei prossimi anni, infatti, entrerà nel vivo il progetto
 Justitia 4.0 che, appunto, mira a digitalizzare il terzo potere dello Stato in tutta la Svizzera. E, come noto, il Ticino è tra i «pionieri» di questo cambiamento. Ieri, a tal proposito, durante l’annuale incontro tra la Divisione e le Magistrature permanenti si è infatti discusso soprattutto di trasformazione digitale. «Il primo cambiamento, di natura tecnica ma imprescindibile per poter attuare Justitia 4.0, riguarda l’adozione del nuovo software gestionale (dall’attuale Juris/Agiti risalente agli anni Novanta al più moderno myAbi/Juris) che in futuro, molto concretamente, permetterà con un solo clic di interagire con la piattaforma nazionale justitia.swiss », spiega Andreotti.
Si tratta, dunque, dell’adattamento tecnico necessario per poi implementare la già citata
 Justitia 4.0, ossia la digitalizzazione del settore. Una svolta dal cartaceo al digitale, aggiunge la direttrice, non da poco: «Se pensiamo che in Ticino vengono trattati circa 50 mila incarti all’anno, questo cambiamento permetterà di rendere più efficiente tutto il settore, con risvolti positivi anche per il cittadino; più efficienza significa minori tempi di evasione e, si auspica, anche minori costi per tutti». E le tempistiche? «In questa fase la Pretura di Riviera sta fungendo da apripista, quale progetto pilota in Ticino per Justitia 4.0, e sta già configurando il programma informatico in base alle sue esigenze. Ma dall’anno prossimo inizieremo a implementare il nuovo software in tutte e dieci le Preture. Per poi passare al Ministero pubblico e, man mano, a tutte le altre autorità giudiziarie del Cantone».
Insomma, rileva Andreotti, «i cambiamenti stanno arrivando ». Non a caso, proprio sul fronte di
 Justitia 4.0, «il prossimo 28 maggio a Bellinzona avremo una riunione con i rappresentanti del progetto nazionale per lanciare il sesto progetto pilota della Svizzera».
L’incontro di ieri è stato anche l’occasione per aggiornare
 le Magistrature sul tema della logistica. Come spiega Cristoforo Piattini della Divisione, «è stata fatta una panoramica della situazione nelle varie regioni, con un accento sul Luganese. In questa fase sono in corso i lavori della Sezione della Logistica e verso fine giugno/inizio luglio dovremmo avere le prime indicazioni sul futuro del comparto» rispetto alla grida pubblica fatta per cercare soluzioni dopo la bocciatura dell’acquisto del nuovo Palazzo di Giustizia a Lugano.
Sul fronte dei potenziamenti, spiega infine Andreotti, è al momento previsto quello per la pretura penale, che giungerà nelle prossime settimane con il messaggio per la trasformazione digitale della Giustizia. E, infine, sempre nelle prossime settimane sarà messo in consultazione pure il messaggio per permettere anche ai magistrati di lavorare a tempo parziale. 

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 29 aprile 2025 del Corriere del Ticino

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Nuovo applicativo, si parte con le preture civili

Si comincerà dalle preture civili (tranne quindi, per il momento, quella penale). Dal prossimo anno useranno ‘myAbi/Juris’, il programma informatico che nelle varie autorità giudiziarie ticinesi rimpiazzerà l’attuale sistema ‘Juris/Agiti’, introdotto oltre trent’anni fa. Si tratta del primo, imprescindibile, tassello della trasformazione digitale della giustizia elvetica, decisa in tempi recenti da governo e parlamento federali. Sullo sfondo c’è il progetto nazionale ‘Justitia 4.0’, che prevede lo scambio degli incartamenti per via elettronica fra le parti – magistrati e avvocati – di un procedimento civile, penale o amministrativo federale. Questo attraverso la piattaforma ‘justitia.swiss’, che entrerà in funzione quando «almeno diciotto cantoni avranno aderito alla relativa convenzione», ricorda alla ‘Regione’ la responsabile della Divisione giustizia Frida Andreotti. E la digitalizzazione è stato «il piatto forte» dell’annuale incontro, ieri a Bellinzona, fra la direzione del Dipartimento istituzioni e i vertici delle magistrature permanenti cantonali. Presente anche il Consiglio della magistratura.
Acquistato lo scorso dicembre dal Consiglio di Stato, il programma ‘myAbi/Juris’ è in fase di implementazione alla Pretura di Riviera, la cui sede a Biasca dispone già della necessaria infrastruttura, ovvero rete e cablaggi. Lo stato dei lavori, riprende Andreotti, è stato illustrato durante l’incontro dallo stesso pretore di Riviera, Elisa Bianchi Roth. «A implementazione avvenuta e dopo un test, il nuovo applicativo informatico verrà introdotto anche in tutte le altre preture civili ticinesi, cosa che dovrebbe avvenire il prossimo anno», spiega la direttrice della Divisione giustizia. Dopo le preture civili «sarà la volta del Ministero pubblico, in seguito sarà il turno degli altri organi della magistratura».
Senza il nuovo programma informatico, sottolinea Andreotti, «sarà di fatto impossibile utilizzare la piattaforma ‘justitia.swiss’, che costituirà l’elemento centrale della giustizia digitalizzata, in quanto consentirà la comunicazione elettronica tra procuratori, giudici e avvocati». Gli atti giudiziari «saranno trasmessi unicamente per via appunto elettronica». Quando? «A Berna si ipotizza il 2032, ma sarebbe il termine massimo: in ogni caso magistrati e avvocati devono farsi trovare pronti, peraltro la comunicazione elettronica di dati riguardanti procedimenti giudiziari sarà obbligatoria», avverte la responsabile della Divisione, segnalando che il 28 maggio saranno in Ticino i responsabili nazionali del progetto Justitia 4.0.
Altro tema dell’incontro, la logistica. Cristoforo Piattini, collaboratore scientifico della Divisione giustizia, ha fatto il punto della situazione, aggiornando anche sulle ristrutturazioni in atto di edifici destinati ad accogliere una parte degli uffici giudiziari. Il grosso dovrebbe però confluire a Lugano e qui, dopo la bocciatura in votazione popolare dell’acquisto dello stabile Efg, si è alla ricerca di adeguate sistemazioni. «La Sezione della logistica – dice Piattini – sta approfondendo le offerte rientrate dopo la grida pubblica riguardante i quattro blocchi pianificati da destinare alle autorità giudiziarie. Si sta procedendo celermente».

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 29 aprile 2025 de La Regione

Col San Gottardo non si scherza

Col San Gottardo non si scherza

Da tre anni prima di passare la galleria i camion sono obbligati a fermarsi a Giornico «Abbiamo allenato gli occhi alla sicurezza»

Il giovane camionista del Kirghizistan aspetta guardando il telefono cellulare. È seduto davanti al suo camion targato Lituania che è passato al setaccio dagli assistenti di polizia. Alan Combi e Mario Galvan sono due di loro. Indossano pettorine e vestiti gialli fosforescenti e come i loro colleghi hanno una specializzazione particolare per lavorare al Centro di controllo dei veicoli pesanti di Giornico. Perché devono essere un po’ poliziotti, un po’ meccanici e un po’ autisti. Combi è sotto il camion. Galvan alla guida. Assieme, stanno testando tutti i possibili punti deboli del mezzo pesante, come i freni, anche se in realtà guardano tutto. Dai bulloni al parabrezza, passando per il motore, le ruote, il telaio e gli assi. Controllano a fondo senza trovare niente che non va. Il giovane camionista del Kirghizistan alza lo sguardo dal telefono. Poco prima ha dovuto spiegare a Galvan come mai sul tachigrafo è risultato che ha guidato più delle quattro ore e mezza consentite prima di fare una pausa di 45 minuti. «Ha detto che stava cercando parcheggio, per quello ha sforato di 20 minuti». Anche se non sono emerse altre irregolarità gravi, né sul suo conto, né sul veicolo, non si potrà fare finta di niente. Per lui è pronta una multa di 100 franchi. Perché rispettare i tempi di riposo così come guidare un camion in perfette condizioni non sono due questioni di poco, soprattutto poco prima di mettersi in strada in direzione della galleria autostradale del San Gottardo.

A 24 anni dalla tragedia
Anche se sono passati 24 anni dal terribile incidente tra due TIR che si verificò dentro al tunnel e costò la vita a 11 persone, il ricordo di quella tragedia è come se aleggiasse sempre qui, dove fino al settembre 2022 non c’era il Centro di controllo dei veicoli pesanti, ma solo l’area dismessa dell’ex acciaieria Monteforno.
Questo perché la genesi del progetto nacque proprio un anno dopo la tragedia, nel 2002. Affinché non potessero ripetersi più incidenti come quello del 24 ottobre 2001, vennero introdotte tutta una serie nuove misure di sicurezza in galleria, ma anche fuori, come il sistema del contagocce (adottato nel settembre 2002), che scagliona l’ingresso dei camion nella galleria, e la creazione, appunto, di nuovi Centri di controllo per dosare, ma anche verificare i mezzi pesanti. «Oggi questi Centri in tutta la Svizzera sono 12; il primo fu aperto nel 2009 a Ripshausen nel Cantone di Uri», annota Franco D’Andrea, ufficiale della polizia cantonale responsabile del Centro di Giornico, dove l’anno scorso, come si è appreso a fine marzo, sono stati controllati 12 mila i veicoli pesanti, da cui sono emersi 3 mila casi di irregolarità.

Un’area immensa
I camion che vogliono attraversare il San Gottardo sono obbligati a uscire a Giornico, dove è stato realizzato uno svincolo autostradale anche per le auto, che però non possono entrare nell’area del Centro. Un’area enorme, in realtà, che con i suoi 170mila metri quadri può arrivare ad accogliere fino a 640 camion, prima che questi inizino a occupare la corsia a loro riservata sull’autostrada. «Non capita spesso di riempirla, anzi, è raro, ma è già successo», sottolinea D’Andrea. Per prima cosa gli autisti devono attraversare una specie di casello. Gli assistenti di polizia con cui devono interfacciarsi hanno già visto grazie a telecamere, sensori e bilance sotto il manto stradale, se i loro mezzi sono in regola. È il primo controllo. A cui possono seguirne altri. « A contare è sicuramente l’esperienza – riprende D’Andrea – un assistente di polizia attento si accorge subito se qualcosa non torna anche dopo un primo controllo positivo». Se è il caso, il camion non può quindi mettersi in fila per tornare in autostrada, ma sottoporsi ad altre verifiche. Una di queste è ovviamente più approfondita della prima.

La scatola nera
Stavolta tocca a un TIR targato Lituania. A guidarlo è il giovane camionista del Kirghizistan di prima. Combi e Galvan iniziano l’ispezione. Sarà la prima di due. Torcia alla mano vengono osservati i freni, le gomme, il frontale, gli specchietti, la tela che avvolge il mezzo e se ci sono o meno sporgenze. Anche il peso è molto più dettagliato e approfondito. Inoltre, si prendono i dati del tachigrafo, che è una specie di scatola nera del TIR. Sullo schermo del computer in cui sono stati riversati i dati Galvan può tornare indietro di 56 giorni e scoprire per quanto tempo il giovane camionista ha guidato, ma anche quanto è andato veloce. È così che Galvan nota ad esempio che il giovane ha superato i limiti di velocità in Germania, poco sotto Monaco di Baviera. Non può multarlo perché il fatto non si è verificato in Ticino ma può sicuramente tenerne conto.
Nel controllo successivo a cui sarà sottoposto il mezzo, Combi andrà ancora più in là. Sceso in una buca scavata sotto il livello della strada controllerà il veicolo anche dal basso e in particolare verificherà se il misuratore di chilometri percorsi è stato manomesso. «Purtroppo è tecnicamente possibile farlo, ma abbiamo i mezzi per rilevarlo, anche se trovano sempre degli espedienti nuovi». Oltre a manomettere il misuratore sotto il camion, gli autisti che vogliono infrangere le regole possono anche agire sul tachigrafo stesso, che è posizionato dentro la cabina. Stavolta non è comunque il caso. Superata anche la terza verifica, il giovane camionista può rimettersi in strada.

Il museo degli orrori
Non sempre va così. D’Andrea, Combi e Galvan salgono le scale dell’edificio dove si eseguono i controlli tecnici più approfonditi per mostrare ciò che può essere considerato un piccolo museo dell’orrore. Gomme usurate, quasi a pezzi. Freni e dischi arrugginiti e crepati. Telai e parti di essi altrettanto lacerati. «Per fortuna non è sempre così, ma…». Ma qui a Giornico è capitato. Come del resto è successo lo scorso 26 marzo e reso noto a inizio aprile, quando un 36.enne camionista della Macedonia del Nord che stava transitando dal Centro è stato multato e denunciato assieme al proprietario del veicolo per grave infrazione alla Legge federale sulla circolazione stradale. Il TIR che stava guidando superava la lunghezza massima prevista e presentava soprattutto un’importante lacerazione al telaio.

Il giusto approccio
«Il nostro approccio è improntato su professionalità, correttezza e cortesia – chiarisce D’Andrea – dobbiamo infatti sempre tenere a mente di trovarci di fronte a dei lavoratori che fanno un mestiere duro e faticoso. Certo, sul rispetto delle regole non si transige. Ma bisogna appunto tenere presente che di norma non ci troviamo confrontati con criminali ». Ecco perché quasi sempre l’atteggiamento degli autisti è collaborativo. Anche se quando sono sottoposti a controlli nei loro confronti e al camion che stanno guidando devono mettere in conto una perdita di tempo sulla tabella di marcia. Una tabella che il più delle volte non ammette ritardi e anzi assomiglia di più a una lotta contro il tempo.
«Questo è il locale di custodia, ma non l’abbiamo mai dovuto usare», precisa D’Andrea, mostrando lo spazio chiuso realizzato all’interno del Centro di controllo, a riprova della buona collaborazione tra tutte le parti. Non è insomma una casualità che molti autisti preferiscano sostare a Giornico invece che in un’area di servizio autostradale. « Ormai è sempre più una loro abitudine. Si fermano da noi per recuperare le ore di guida. Probabilmente a incidere è anche il fatto che qui le docce e i servizi igienici sono gratuiti », evidenzia l’ufficiale di polizia, lasciandosi andare a un sorriso. La tragedia del 24 ottobre 2001 ha insomma insegnato molto. Anzi, si può tranquillamente affermare che ha segnato uno spartiacque tra un prima e un dopo. Perché sono passati 24 anni da quel giorno. Ma è come se fosse successo l’altro ieri. Forse anche per questo tutte le misure che contribuiscono a migliorare la sicurezza prima e durante l’attraversamento del tunnel riescono a vedere la luce. Come quella di realizzare una seconda canna, approvata dal popolo svizzero nel 2016, che si è iniziato a scavare da poche settimane e dovrebbe diventare realtà nel 2030.

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 27 aprile 2025 de La Domenica