Tempi parziali per le toghe, le proposte legislative

Tempi parziali per le toghe, le proposte legislative

Ecco le principali modifiche normative prospettate dal Dipartimento istituzioni. La bozza di messaggio governativo in consultazione presso la magistratura

L’introduzione in magistratura della possibilità dell’impiego a tempo parziale “costituisce un’importante modifica dello statuto dei magistrati ticinesi che permetterà a gran parte di loro di adottare un modello di lavoro vieppiù diffuso sia nel campo pubblico come in quello privato, che offre flessibilità e consente di conciliare meglio vita professionale e privata, favorendo un accesso alla professione giudiziaria a un maggior numero possibile di professionisti del settore”. E ancora: “Una prima riforma dello statuto dei magistrati ticinesi che si configura dunque di portata storica, visto il superamento dell’impostazione peculiare del nostro cantone che ha sinora prevalso, ossia quella del magistrato ordinario ‘a tempo pieno’, impostazione oggi decisamente superata dall’evoluzione della società civile”. Non solo: “Questa riforma ben si concilia inoltre con l’importante processo in atto a livello di trasformazione digitale della giustizia ticinese, pure essa tesa a introdurre nuove possibilità di lavoro (anche in remoto) nelle cariche giudiziarie”. Stanno in queste parole del Dipartimento istituzioni le ragioni e gli obiettivi delle modifiche legislative che prospetta per dar seguito all’ok del Gran Consiglio, nella seduta dello scorso 19 giugno, anche ai tempi parziali a Palazzo di giustizia, come chiesto da una mozione della centrista Maddalena Ermotti-Lepori. Un sì al principio, che il Dipartimento ha tradotto in proposte di revisione della Log, la Legge sull’organizzazione giudiziaria. Sono contenute in una bozza di messaggio governativo, che, come aveva anticipato a ‘laRegione’ la responsabile, in seno al Dipartimento, della Divisione giustizia Frida Andreotti, è stata sottoposta in questi giorni per consultazione, fino al 26 maggio, agli organi della magistratura.

Full time per procuratori, gpc e magistrato dei minorenni
Le modifiche normative suggerite – per consentire “un’occupazione a tempo parziale per le magistrate e i magistrati dell’ordine giudiziario del Cantone Ticino” – considerano anche le “riserve circostanziate” espresse in particolare “dal Consiglio della magistratura, dal Ministero pubblico, dall’Ufficio del giudice dei provvedimenti coercitive e dal Tribunale di appello” in occasione di una precedente consultazione. Quella avviata dal Consiglio di Stato nel 2023 prima di prendere posizione sulla mozione di Ermotti-Lepori, atto parlamentare che ha poi condiviso. Tenuto conto delle “riserve circostanziate”, il progetto di messaggio esclude la possibilità del tempo parziale per alcune cariche e alcuni uffici giudiziari, come ad esempio il Ministero pubblico. Tempi pieni dunque per i procuratori. Stesso discorso per i giudici dei provvedimenti coercitivi e per il magistrato dei minorenni (sostituto incluso). La bozza di messaggio governativo attribuisce poi al Consiglio della magistratura la competenza per autorizzare il tempo parziale. Nonché, come vedremo dopo, le attività accessorie, “ritenuto il suo compito di controllo e sorveglianza dei diritti e dei doveri dei magistrati, a garanzia dell’indipendenza del magistrato e dei tribunali sotto il profilo istituzionale”.
Tornando ai tempi parziali e per andare sul concreto, il Dipartimento diretto da Norman Gobbi propone di inserire nella Legge sull’organizzazione giudiziaria un articolo sul grado di occupazione: il nuovo 19a. Primo capoverso: “La nomina dei magistrati avviene a tempo pieno o parziale, laddove non escluso, ritenuto che il grado di occupazione non può essere inferiore alla metà dell’orario completo”. Secondo: “La nomina a tempo parziale, se richiesta, può essere concessa, se le esigenze di servizio dell’autorità interessata lo permettono”. Terzo: “Il lavoro ripartito (job sharing) quale speciale contratto di lavoro mediante il quale due magistrati assumono l’adempimento di un’unica ed identica carica può essere ammesso unicamente se le esigenze di servizio dell’autorità interessata lo permettono”. Quarto: “Le seguenti funzioni devono essere esercitate a tempo pieno: a) presidente del Tribunale di appello e presidenti delle Camere e Corti del Tribunale di appello; b) procuratore generale, procuratori generali sostituti e procuratori pubblici; c) presidente e giudici dei provvedimenti coercitivi; d) presidente della Pretura penale; e) magistrato dei minorenni e sostituto magistrato dei minorenni”. Quinto: “Nei limiti prescritti ai capoversi 1 e 2, il Consiglio della magistratura, con il preavviso del presidente dell’autorità giudiziaria interessata, può autorizzare i magistrati già in servizio esercitanti la loro carica a tempo pieno a ridurre il loro tasso di attività”. Sesto e ultimo capoverso: “In caso di vacanze in una giurisdizione, il Consiglio della magistratura, con il preavviso del presidente dell’autorità giudiziaria interessata, può autorizzare i magistrati esercitanti la carica a tempo parziale a esercitare la carica a tempo pieno”.

Così per le attività accessorie
Non solo ha confezionato la base legale per consentire “la nomina o l’occupazione” a tempo parziale per i magistrati ordinari, con le eccezioni di cui sopra. Il Dipartimento ha pure regolamentato le attività accessorie “di questi magistrati nel tempo non dedicato alla loro funzione principale”. Il tema è delicato. Nella bozza di messaggio si propone di ancorare alla Legge sull’organizzazione giudiziaria un articolo riguardante le attività accessorie soggette ad autorizzazione: è il nuovo 19b. Primo capoverso: “Le occupazioni accessorie e le cariche pubbliche non devono pregiudicare l’esercizio della funzione, l’indipendenza, l’imparzialità o la dignità del magistrato o dell’autorità nella quale esercita”. Secondo: “Per quanto le esigenze di servizio dell’autorità interessata lo permettono, i magistrati a tempo parziale possono: a) assumere incarichi conferiti da autorità federali, cantonali o comunali o da enti parastatali cantonali e federali, nonché fungere da arbitro o da perito; b) esercitare l’avvocatura e il notariato; è fatto loro divieto di esercitare l’attività legale nel medesimo campo di attività di quella giusdicente, il divieto si estende agli avvocati del medesimo studio legale, laddove essi avessero ripreso la libera professione; c) esercitare una professione, un commercio o un’industria a titolo remunerativo; d) occupare il posto di direttore, gerente, amministratore e membro dell’ufficio di vigilanza o di quello di revisore di società, istituti, imprese o uffici che si propongono uno scopo di lucro”. Terzo capoverso: “L’autorizzazione è concessa dal Consiglio della magistratura, che informa parlamento e Consiglio di Stato”.
Si propone anche un altro articolo. È il 19c, quello sulle attività accessorie non soggette ad autorizzazione: “Per quanto le esigenze di servizio dell’autorità interessata lo permettono, i magistrati a tempo parziale possono, senza autorizzazione: a) redigere opere o articoli specializzati; b) partecipare all’edizione di riviste specializzate; c) partecipare a congressi e fungere da relatori a conferenze; d) dedicarsi ad attività artistiche”. Il Dipartimento istituzioni attende entro lunedì 26 le osservazioni della magistratura, prima di portare e condividere in Consiglio di Stato il messaggio definitivo all’indirizzo del parlamento.

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 8 maggio 2025 de La Regione

«Dare più autonomia ai Comuni e andare oltre il dipartimentalismo»

«Dare più autonomia ai Comuni e andare oltre il dipartimentalismo»

Cantone e Comuni, quo vadis? I problemi, le idee e le proposte concrete per passare «dal dire al fare». Ne abbiamo discusso a ruota libera con Norman Gobbi.


Il Simposio tra Cantone e Comuni arriva in un momento di stanchezza e delusione reciproca per gli atteggiamenti altrui?
«Negli ultimi mesi, i rapporti tra il Cantone e i Comuni si sono irrigiditi, e purtroppo non posso nascondere che i legami tra le due realtà siano sempre più logorati. Tuttavia, ritengo che non si tratti di una stanchezza o delusione che affligge le istituzioni, ma piuttosto del risultato di una crescente complessità del contesto nel quale viviamo. Il Simposio è stato ideato proprio con l’intento di promuovere un confronto diretto e concreto tra il Cantone e i Comuni, affrontando insieme le sfide comuni e cercando soluzioni pratiche e condivise».

Siamo un po’ al capolinea, occorre una nuova logica e nuove dinamiche per scongiurare l’implosione del sistema-Paese?
«Io non direi che siamo arrivati al capolinea, ma certamente ci troviamo di fronte a un bivio. La situazione è chiara: o si rinnova il modo di collaborare tra Cantone e Comuni, con visione, responsabilità e coraggio, o rischiamo di restare impantanati in una paralisi istituzionale che non sarebbe più tollerabile. Il sistema non è imploso, ma le eccessive interdipendenze create nel corso degli anni lo rendono sempre meno funzionale. È il momento di cambiare logica: ridurre la burocrazia, aumentare la concretezza e lavorare sulla fiducia reciproca».

Belle parole, ma…?
«Non ci limitiamo a parlare, ma stiamo intraprendendo una strada ben definita. Da Bedretto a Pedrinate, intendo incontrare personalmente i Municipi per ascoltare le loro esigenze e conoscere le problematiche che ciascun Comune sta affrontando. Questi incontri non sono solo istituzionali, ma un’occasione per instaurare un dialogo diretto e costruttivo. Un esempio importante di questa direzione è l’evento simbolico che si terrà il 10 settembre tra il Consiglio di Stato e i 100 sindaci del Ticino, per celebrare il centenario della Conferenza di Locarno. Sarà un segnale forte per riaffermare che la collaborazione tra Cantone e Comuni non è solo auspicabile, è essenziale. Parallelamente, è stato costituito un gruppo di lavoro misto che sta lavorando per rivedere i flussi informativi. Inoltre, riformeremo la piattaforma politica di dialogo, puntando a un confronto più regolare, trasparente e focalizzato sul bene comune. Insomma, se serve rompere qualche schema, lo faremo. Il federalismo è vivo solo se è dinamico. Se diventa un mantra vuoto, allora sì, rischia di morire».

In queste parole troviamo il direttore del dipartimento o il presidente del Governo?
«Entrambi. Questo perché il dialogo tra il Cantone e i Comuni non è solo una priorità del mio Dipartimento, ma una responsabilità che coinvolge l’intero Consiglio di Stato. Credo fortemente nel gioco di squadra e nella collegialità. Non possiamo permetterci di perdere tempo: il nodo cruciale delle relazioni con i Comuni è determinante per il futuro del nostro Cantone».

È vero che non siete in «guerra» ma è evidente che la situazione di «gelo istituzionale» è realtà. Si dice che «prima o poi tutto si aggiusterà?».
«Non credo che possiamo aspettare che le cose si risolvano da sole. Quando le relazioni si raffreddano, è necessario intervenire rapidamente, senza cercare colpevoli ma favorendo un confronto costruttivo. Non c’è conflitto, ma le distanze istituzionali devono essere colmate per evitare di compromettere il nostro sistema democratico».

Il Governo ha risposto piccato al piano federale di risparmi. Insomma: il Cantone si lamenta con Berna e i Comuni fanno altrettanto con il Consiglio di Stato. Sono le due facce della medesima medaglia?
«Il Consiglio di Stato è fermamente contrario alla prassi della Confederazione di ribaltare oneri derivanti da leggi federali direttamente sui Cantoni senza un’adeguata condivisione di competenze politiche e una maggiore autonomia esecutiva. A prima vista potrebbe sembrare che si tratti dello stesso discorso che fanno i Comuni, ma c’è una differenza fondamentale: negli ultimi anni, il Cantone ha evitato di scaricare nuovi oneri finanziari sugli enti locali. In questo senso, Governo e Parlamento hanno rispettato l’accordo con i Municipi, e questo è un passo importante».

Nel bel mezzo della discussione c’è da considerare un tessuto sociale sempre più in sofferenza che genera incertitudine e frustrazione. E lo Stato dov’è?
«Lo Stato è presente, ma oggi non può fare tutto. Siamo in una situazione di grande pressione, dove le risorse scarseggiano e le richieste aumentano. Le famiglie fragili, i cittadini stanchi e gli amministratori locali sovraccarichi sono una realtà che non possiamo ignorare. In questo contesto, però, la responsabilità non può ricadere solo sullo Stato. La vera sfida è ridare equilibrio, dove i diritti restano sacrosanti, ma ci sia anche un senso diffuso di corresponsabilità. Non si può chiedere continuamente, senza un impegno attivo da parte di tutti».

Occorre un Cantone chioccia oppure maggiore responsabilità da parte del cittadino e una mano dagli amministratori locali per fare passare il messaggio?
«Servirà un equilibrio tra entrambi gli aspetti. Il Cantone deve essere il garante dell’equità territoriale, ma non può assumere il ruolo di una chioccia che indebolisce il sistema. I Comuni devono avere la libertà di agire in autonomia, ma con la responsabilità che questo comporta. I cittadini, infine, devono essere coinvolti attivamente, non solo come destinatari, ma come attori primari del cambiamento. Solo attraverso una politica della prossimità e una maggiore responsabilizzazione di tutti gli attori possiamo costruire un sistema che funzioni davvero, in modo sostenibile e duraturo».

Il progetto «Ticino 2020» ha fallito. Lo ammette?
«Ammetto che ci troviamo in una fase di impasse, e negarlo sarebbe poco serio. Tuttavia, è fondamentale comprendere che il fallimento arriva solo per chi rinuncia, e io, insieme al Consiglio di Stato, non intendo arrendermi. Ticino 2020 non è finito, ma è giunto a un punto cruciale che richiede un rilancio deciso, chiaro e coraggioso. La nostra ricetta per uscire dall’impasse si basa su alcuni passaggi concreti. Anzitutto, propongo di modificare la Costituzione per rafforzare il principio dell’autonomia comunale. Non si tratta tanto o solo di un gesto simbolico, ma di una necessità: dobbiamo fare un passo avanti per consentire ai Comuni di affrontare le sfide quotidiane con maggiore libertà decisionale. L’autonomia non deve restare un concetto teorico, ma deve diventare un fondamento operativo per le amministrazioni locali. In secondo luogo, rinnovo l’invito ai Comuni di essere protagonisti in questo processo. Come già discusso durante una delle ultime riunioni della piattaforma politica, è ora di smettere di rimandare e di avanzare con richieste concrete. Devono dire chiaramente al Governo dove necessitano maggiore autonomia, senza timori o esitazioni. Non è più il tempo delle parole, ma delle azioni operative».

C’è altro?
«Intendo riproporre la stessa franchezza anche alla collega e ai colleghi di Governo. È essenziale che, insieme, superiamo il dipartimentalismo e lavoriamo in modo coordinato e coeso per il bene comune. Non possiamo più permetterci di operare ciascuno nel proprio settore, come se le nostre responsabilità non si intrecciassero. La collaborazione trasversale è indispensabile per affrontare le sfide in modo efficace e tempestivo. Solo così possiamo realizzare soluzioni concrete, superando gli ostacoli e dando risposte tangibili ai cittadini. Questa è la strada che ci permetterà di superare l’impasse e di portare avanti la nostra visione di un Ticino più autonomo, responsabile e coeso. Con chiarezza, coraggio e determinazione, potremo proseguire con successo il nostro cammino.

Si parla tanto di autonomia comunale, ma alla fine questa sembra essere più ideale che reale. Si può cambiare passo o vale la pena arrendersi all’evidenza?
«Arrendersi? Mai. L’autonomia comunale è fondamentale per dare un senso al Comune democratico che, in ragione della sua prossimità al cittadino, è il pilastro del nostro sistema, ma è vero che è sempre più contenuta. Ecco perché vogliamo ridarle forza anche sul piano giuridico e costituzionale. È una sfida politico-culturale, prima ancora che tecnica. Autonomia significa anche assumersi oneri, non solo rivendicare libertà. Chiunque la invoca deve poi anche essere pronto a esercitarla. Senza Comuni forti, il Ticino si indebolisce».

Come suggerisce di rilanciare il dialogo istituzionale?
«Confronto diretto, costante e strutturato. Non possiamo affidarci a riunioni formali ogni tre mesi e aspettarci miracoli. Ecco perché voglio riformare la piattaforma politica tra Cantone e Comuni, renderla più regolare, più trasparente e più operativa. Il dialogo non si impone, si costruisce. Anche con gesti simbolici forti, come la Dichiarazione sul federalismo che proporrò nei prossimi mesi. Serve una vera alleanza istituzionale».

Questo però è un compito dell’intero Governo…
«Il collegio governa insieme, e su questi temi – almeno formalmente – c’è una condivisione di fondo. Se però vogliamo davvero rilanciare la riforma dei rapporti con i Comuni, serve un impegno politico convinto da parte della collega e degli altri colleghi. Non basta dire «sì» attorno a un tavolo. Personalmente, sono pronto a fare la mia parte, anche spingendo dove serve. Perché la politica, se vuole essere utile, deve anche saper osare».

Cosa fare affinché il «federalismo» non venga svuotato?
«Dargli muscoli, ossa e cervello. Il federalismo non è folklore, è un metodo per stare insieme in modo intelligente, responsabile ed efficiente. E per essere efficace deve evolvere. Il federalismo moderno è fatto di collaborazioni dinamiche e non di separazioni rigide. È quello che stiamo cercando di costruire: una nuova grammatica dei rapporti tra Cantone e Comuni, fondata su fiducia, responsabilità e concretezza. La Dichiarazione ticinese sul federalismo sarà un punto di partenza. Ma il contenuto lo daremo noi, giorno dopo giorno, con ciò che scegliamo di fare – e di non fare.

Il suo anno di presidenza vedrà un Consiglio di Stato «itinerante». Ieri l’extra muros si è tenuta a Chiasso. Come descrive questa realtà?
«Chiasso è una città di frontiera, non solo da un punto di vista geografico ma anche da quello sociale. Ha saputo reinventarsi nel tempo, ma rimane confrontata con diverse sfide in termini di pressione sociale e urbanistica. Durante l’incontro che abbiamo avuto ieri a margine della seduta extra muros del Consiglio di Stato, ho visto delle autorità comunali che intendono affrontare queste sfide piuttosto che subirle. Credo che questo sia un segno di forza e lo spirito che auspico a questo Ticino. Chiasso può rappresentare un laboratorio per la politica di prossimità, se sapremo ascoltare e agire insieme».

E quale sarà la prossima tappa?
«La prossima tappa ci porterà al nord del Ticino: andremo a Bedretto. Una realtà immersa nella natura e confrontata con sfide ben diverse da Chiasso, ma altrettanto importanti. Una piccola realtà ticinese, ma molto ricca di storia e di tradizioni. Il Governo intende così essere vicino al territorio e con chi questo territorio lo amministra, lo vive e lo costruisce. È lì che si fa la vera politica».

Intervista pubblicata nell’edizione di giovedì 8 maggio 2025 del Corriere del Ticino

Governo in trasferta a Chiasso, il Municipio: “più sostegno per gestire i migranti”

Governo in trasferta a Chiasso, il Municipio: “più sostegno per gestire i migranti”

La richiesta dell’Esecutivo chiassese è emersa durante il primo incontro tra Consiglio di Stato e autorità comunali del Cantone per ascoltare le loro esigenze.
“Se del caso, la soluzione sarà cantonale”, risponde Norman Gobbi.
 
È partito questa mattina da Chiasso, il Comune più a sud del Cantone, il tour pianificato dal Consiglio di Stato per incontrare le autorità comunali, a margine della consueta seduta governativa che si è svolta in extra muros. Due i dossier messi sul tavolo dal Municipio cittadino, che ha approfittato dell’occasione sia per fare il punto sul progetto aggregativo del Basso Mendrisiotto, sia per esporre una richiesta concreta: più sostegno finanziario per la gestione scolastica dei migranti. “Nelle nostre scuole comunali abbiamo una percentuale molto elevata di bambini stranieri”, ha esordito il sindaco Bruno Arrigoni. Ciò che, ha spiegato, necessita di molti docenti di sostegno e alloglotti i cui costi ricadono giocoforza sul Comune. 

“Lavoriamo insieme per soluzioni condivise”
L’obiettivo delle sedute previste in extra muros nel Cantone è proprio questo: raccogliere direttamente dal territorio le necessità degli enti locali: “Dobbiamo lavorare insieme per soluzioni condivise”, ha commentato in risposta il presidente del Governo. Norman Gobbi ha però puntualizzato: “Le richieste vanno valutate nell’ottica dell’intero comparto, che necessita di essere rilanciato”. Tra le sfide citate ci sono il traffico e la gestione dei migranti, appunto. “Di recente sono state inasprite le norme amministrative per i richiedenti l’asilo che non si comportano correttamente e questo anche su domanda del Canton Ticino”. Per quanto riguarda invece la richiesta specifica dell’Esecutivo di Chiasso, Gobbi ha spiegato che il problema riguarda anche altri Comuni. “Se soluzione dev’essere, ha detto, sarà cantonale”.
Sarà dunque tempo a dire se le richieste dell’esecutivo chiassese potranno concretizzarsi. Il sindaco Arrigoni si è comunque detto positivo, ciò che segna anche un nuovo inizio dopo che, in generale, i rapporti tra i due livelli istituzionali, negli ultimi mesi, si erano fatti tesi. “Con le altre città nel 2024 abbiamo avuto diverse discussioni con il Cantone: i risparmi cantonali incidono non poco sui nostri conti”, ha ribadito Arrigoni. Importante, dunque, parlarsi: il Governo intende farlo con tutti i 100 sindaci del Cantone.

“Il parlamento si assuma le sue responsabilità”
Un confronto ieri c’è stato anche con la Commissione Gestione e finanze del Parlamento, in cui il Consiglio di Stato ha ribadito le difficoltà a livello finanziario, ancor più dopo l’esplosione dei costi della riforma Efas. I deputati sono poi stati invitati a proporre delle coperture agli oneri delle loro iniziative sulle casse malati. Messaggio recepito? “È importante avere un partner che non solo recepisca ma si assuma anche le sue responsabilità. Pensare che il Consiglio di Stato possa fare tutto da solo è illusorio, così come illusorio è pensare di poter prendere solo decisioni a favore dei cittadini nei momenti difficili”, ha tagliato corto Gobbi. Un appello alla responsabilità che, per quanto riguarda dunque i rapporti col Legislativo, lascia trasparire una strada ancora in salita.

https://www.ticinonews.ch/ticino/governo-in-trasferta-a-chiasso-il-municipio-piu-sostegno-per-gestire-i-migranti-411705

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Il Governo ticinese riunito a Chiasso

https://www.rsi.ch/play/tv/-/video/-?urn=urn:rsi:video:2810512

Cantone Ticino e Regione Lombardia insieme per i primi 20 anni di TILO.

Cantone Ticino e Regione Lombardia insieme per i primi 20 anni di TILO.

Comunicato stampa congiunto Cantone Ticino – Tilo – Regione Lombardia 

Ieri, presso la prestigiosa Sala Reale della stazione Milano Centrale, sono stati celebrati ufficialmente i primi 20 anni di attività di TILO, i treni che dal 2004 uniscono il Ticino alla Lombardia. I festeggiamenti istituzionali hanno permesso di fare il punto della situazione sulla storia della società ferroviaria regionale che opera in Lombardia, in Ticino e tra le due regioni.

A partire dal cambio orario dello scorso 15 dicembre, la società TILO ha avviato una serie di eventi per celebrare il ventesimo anniversario di attività. Ieri si è tenuto il ricevimento ufficiale presso la Sala Reale della stazione Milano Centrale. In seguito al saluto iniziale del Direttore generale di TILO Denis Rossi, si è tenuto un interessante dibattito moderato dal giornalista Lorenzo Buccella tra il Presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, e il Presidente del Consiglio di Stato della Repubblica e Cantone Ticino, Norman Gobbi. Sono inoltre intervenuti l’Assessore ai Trasporti e Mobilità sostenibile della Regione Lombardia, Franco Lucente, e il nuovo Presidente del Consiglio di Amministrazione di TILO, Andrea Severini che ha recentemente sostituito Marco Piuri. L’intrattenimento della serata è stato curato dal mentalista professionista Federico Soldati.

All’evento hanno partecipato numerose autorità politiche del Cantone Ticino e della Regione Lombardia, rappresentanti del mondo dei trasporti e in particolare delle due case madri FFS e Trenord. La serata è stata un successo ed ha permesso di riflettere sui numerosi traguardi raggiunti, con uno sguardo rivolto alle sfide future che l’azienda affronterà nei prossimi anni.

Presentata la nuova guida per il tempo libero.
In occasione dei festeggiamenti ufficiali, TILO ha reso disponibile in anteprima una guida digitale realizzata in collaborazione con Lonely Planet. Il volume, con tono informale e vivace, propone 20 avventure in treno tra Ticino e Lombardia – destinazioni perfette per una gita in giornata: si può partire alla scoperta di Swissminiatur a Melide, trascorrere una giornata al Lido di Locarno, circondati da un favoloso panorama sul lago e sulle montagne, fare un picnic sotto la Cascata di Santa Petronilla a Biasca, godersi i musei e lo shopping a Milano, o esplorare i Patrimoni UNESCO: i castelli di Bellinzona, i fossili del Monte San Giorgio, le processioni della Settimana Santa di Mendrisio, e il Sacro Monte di Varese e molto altro ancora.
La guida Lonely Planet “20 esperienze in treno tra Ticino e Lombardia” potrà essere scaricata gratuitamente dal sito ufficiale di TILO www.tilo.ch a partire dal prossimo 14 maggio.

Cantone-Comuni, rapporti ‘inaspriti, ecco perché’

Cantone-Comuni, rapporti ‘inaspriti, ecco perché’

“Riforme fiscali e incremento di oneri, unitamente all’impasse del progetto ‘Ticino 2020’ (la prevista nuova ripartizione delle competenze fra Cantone e Comuni, ndr), i cui risultati parziali sono ben lontani dagli intendimenti iniziali fissati dal parlamento cantonale, hanno portato diversi rappresentanti comunali a esprimere anche pubblicamente la propria insoddisfazione”. La Sezione enti locali (Dipartimento istituzioni) spiega così “l’inasprimento” dei rapporti tra i due livelli istituzionali. Cioè tra Cantone e Comuni. Lo fa nel rapporto d’attività 2024 inserito nel rendiconto del Consiglio di Stato. “A pesare – scrive l’autorità di vigilanza sui Comuni e di consulenza per gli stessi – sono in modo particolare l’incertezza generata dalla moltitudine di cambiamenti e l’erosione costante dell’autonomia finanziaria” degli enti locali. Nonostante lo scorso anno, prosegue la Sel, “la situazione economica generale dei Comuni ticinesi sia ulteriormente migliorata, il margine di spesa vincolata, ossia associata a compiti delegati da Cantone o Confederazione, è andato ulteriormente crescendo, riducendo di conseguenza quello di cui il Comune dispone, senza dover incrementare il moltiplicatore politico, per poter assolvere alla propria missione. Una situazione resa sempre meno sostenibile dall’ipotizzata diminuzione netta dei gettiti fiscali”.

Il sesto simposio
C’è anche questo sullo sfondo del ‘Simposio sui rapporti tra governo ed enti locali’ in programma per dopodomani, giovedì 8, a Bellinzona. Si tratta della sesta edizione: anche stavolta, l’incontro è destinato anzitutto agli amministratori e ai funzionari comunali. Nella prima parte, indica il Dipartimento istituzioni in una nota, i partecipanti “avranno l’opportunità di conoscere progetti concreti e innovativi per migliorare la qualità della vita dei cittadini e delle imprese nelle comunità locali, con focus su temi come il surriscaldamento urbano, l’integrazione sociale e il rilancio dell’economia locale”. Il pomeriggio di studio si chiuderà con una tavola rotonda sul tema della “collaborazione” tra autorità cantonali e comunali, “con uno sguardo rivolto alle esigenze emergenti dei cittadini”. Vi prenderanno parte rappresentanti della politica cantonale e comunale, uno psichiatra “esperto di relazioni interpersonali” e il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi.

La riforma della Loc
Stavolta dunque l’accento sarà posto sulla qualità di vita dei cittadini e sulle loro esigenze. Decisamente più istituzionale, ma non meno importante, il tema al centro del Simposio 2024: la riforma della Loc, la Legge organica comunale, ovvero la normativa che disciplina il funzionamento degli enti locali. «Le riflessioni del seminario dell’anno scorso – indica alla ‘Regione’ il capo della Sezione enti locali Marzio Della Santa – sono confluite in un documento, politicamente condiviso tra la Sel e la Direzione del Dipartimento istituzioni, che definisce gli assi portanti di questa importante revisione legislativa». Una revisione che «mira a rendere il Comune più efficiente. Ricordo inoltre che la Legge organica comunale è entrata in vigore ben trentotto anni fa. E da allora, per via delle aggregazioni, i Comuni sono scesi da 245 a cento». Entro quest’estate, aggiunge Della Santa, «verrà costituito un gruppo di lavoro con il compito di discutere le modifiche normative necessarie. Se tutto andrà per il verso giusto, per fine 2026 dovrebbe essere licenziato il messaggio governativo all’indirizzo del Gran Consiglio: sarà un primo pacchetto di modifiche, che rappresenterà comunque i due terzi della revisione complessiva della Loc».

L’immunità…
Da qui a fine 2026, precisa il responsabile della Sel, non sono ovviamente da escludere interventi puntuali sulla Legge organica comunale. Come ad esempio quello derivante dal recente sì del Gran Consiglio all’immunità (anche) per i membri dei legislativi comunali. Il messaggio del Consiglio di Stato che concretizza la richiesta del parlamento «uscirà a breve», fa sapere Della Santa.
In una lettera inviata lo scorso mese alla commissione parlamentare ‘Costituzione e legge’, il governo esprime tuttavia delle perplessità, ritenendo che la “via corretta” sia quella di attendere la decisione delle Camere federali sull’iniziativa cantonale approvata dallo stesso Gran Consiglio per la modifica del Codice di procedura penale al fine di rendere compatibile con il diritto superiore la norma ticinese sull’immunità. Questo dunque prima di agire sulla Loc. Ma, annota l’Esecutivo nella missiva, considerata “la ferma volontà del Gran Consiglio e della commissione Costituzione e leggi a che il Consiglio di Stato proceda, nelle prossime settimane sottoporremo al Gran Consiglio un messaggio governativo con il disegno di legge richiesto”. Poi in caso di ricorso, vedremo cosa sentenzieranno i tribunali…

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 6 maggio 2025 de La Regione 

Piccaluga: ‘Il fuoco sacro leghista può essere riacceso: ecco come’

Piccaluga: ‘Il fuoco sacro leghista può essere riacceso: ecco come’

Coordinatore della Lega da 100 giorni, a tutto campo sul movimento trovato e le prospettive. Sull’Udc: ‘Non accettiamo diktat, soprattutto sulle persone’

Era il 26 gennaio quando l’assemblea della Lega dei Ticinesi ha ratificato la nomina del granconsigliere Daniele Piccaluga a coordinatore del movimento. 100 giorni dopo, a colloquio con ‘laRegione’, traccia un bilancio di questo periodo e con assoluta convinzione afferma che «il fuoco sacro che ha sempre contraddistinto la Lega può essere riacceso, ma solo rimanendo fedeli ai nostri valori e senza cercare scorciatoie». Passando però da una maggiore «concretezza».

Con ordine. In questi 100 giorni al timone che Lega ha trovato? È stato un tempo sufficiente per capire dove e come agire?
Questa prima parte del nostro cammino è stata senza dubbio intensa, ricca di sfide, ma anche di soddisfazioni che hanno alimentato la nostra determinazione: e ricordiamoci bene che stiamo parlando di poco più di tre mesi. Ho trovato una Lega viva, propositiva, desiderosa di reagire e di far sentire la propria voce su molteplici temi cruciali. È emersa, però, anche la consapevolezza di un Ticino che si trova a fronteggiare difficoltà significative. L’ascolto attento delle preoccupazioni e delle attese della gente mi ha permesso di entrare in contatto con un Ticino che, pur attraversato da incertezze, rimane fiero e determinato a costruire il futuro. Abbiamo agito sin da subito sul piano organizzativo, creando gruppi operativi e specialistici che affiancheranno il coordinamento, con l’obiettivo di garantire un’azione spiccia e veloce. Senza perdere le caratteristiche di snellezza e immediatezza che ci contraddistinguono, abbiamo dato vita a un sistema che, pur strutturato, conserva la flessibilità che ha sempre reso la nostra forza. Allo stesso tempo, abbiamo potenziato il contatto costante con le sezioni, pilastri fondamentali del nostro radicamento sul territorio. Stiamo intervenendo anche sul piano della comunicazione, per facilitare ulteriormente l’interazione e garantire che ogni cittadino possa sentirsi partecipe e coinvolto in questo percorso di rinnovamento.

Ora ha più chiara l’impronta che vorrebbe dare alla Lega? E soprattutto: sente che c’è disponibilità nel movimento a seguire i suoi progetti?
Sin dall’inizio, ho ribadito con forza la volontà di riportare la Lega alle sue origini, ma non intendo riferirmi a un passato che, per molti, è ormai lontano. Quello che intendo è tornare a quei principi fondanti che hanno sempre contraddistinto la nostra azione: semplicità, concretezza e una politica davvero al servizio della gente. Una politica senza fronzoli, che parli il linguaggio delle persone, che sappia rispondere in modo diretto alle loro reali esigenze, senza promesse vuote. L’obiettivo è costruire una Lega moderna, capace di incarnare questi valori senza compromessi, ma anche di evolversi, di trasmettere la nostra visione in modo efficace: far tornare i problemi dei ticinesi la vera priorità di governo e parlamento. Oggi, posso dire con certezza che ho una visione più chiara di ciò che voglio per la Lega e soprattutto, rispondendo alla sua seconda domanda, mi sento sostenuto da un movimento che ha compreso questa necessità di rinnovamento. C’è attorno a me un clima di fiducia e sostegno, ma anche di curiosità verso la direzione che intendo prendere. Il coordinamento che sto cercando di costruire non deve essere visto come un terminale dell’azione politica, ma piuttosto come un facilitatore che coordina, stimola e coinvolge tutta la Lega. Questo è il nostro obiettivo: mettere in moto un movimento vivo, dinamico e coeso, che sappia agire in modo coerente e incisivo su tutti i temi che ci stanno a cuore. È un percorso che non solo ha bisogno di chi guida, ma soprattutto di chi è pronto a sostenere i progetti, a partecipare attivamente e a dare il massimo per raggiungere insieme i risultati.

In questi mesi ha iniziato ad avere a che fare con i vari presidenti di partito: in una politica sempre più polarizzata che ruolo può giocare la Lega nella ricerca di maggioranze? E con quali linee rosse?
La Lega può certamente svolgere il ruolo di ponte per trovare soluzioni comuni che rispondano realmente agli interessi del Ticino. Siamo sempre pronti al dialogo e al confronto, ma non siamo disposti a scendere a compromessi su principi fondamentali della nostra azione politica. Crediamo fermamente che un buon negoziato non soddisfi mai completamente le parti, ma deve garantire risultati concreti e coerenti. Le nostre linee rosse sono legate alle incoerenze e ai cambi di fronte per meri opportunismi politici. La politica deve essere prima di tutto un atto di responsabilità. E, se vogliamo trovare una nota positiva in questo panorama sempre più polarizzato, i ticinesi hanno recentemente scoperto che alcuni politici hanno doti artistiche nascoste… come, coi sussidi di cassa malati, il pattinaggio visto con la giravolta Lambiel sostenuta dalla maggioranza del parlamento. Ma non condivisa da noi.

Con l’Udc si è ancora alle schermaglie in vista delle Cantonali del 2027. A lei lo scenario ipotetico di una Lega a correre da sola fa paura o piuttosto lo vede più come una possibilità di ritorno alle origini?
Innanzitutto, il confronto con l’Udc è stato un’opportunità per un dialogo onesto e diretto, che ha permesso di far emergere in modo trasparente molte questioni. Il fatto che si sia svolto in un contesto pubblico, come un confronto televisivo, ha dato ai cittadini la possibilità di formarsi un’opinione chiara. Questo scambio non si esaurisce qui, ovviamente, ma proseguirà nelle sedi politiche competenti. Abbiamo ribadito con fermezza la nostra posizione: non accettiamo diktat, soprattutto quando si tratta di definire la lista dei candidati. Se vogliamo metterci in discussione, lo facciamo senza timori e fino in fondo. Detto ciò, entrambe le opzioni restano ancora aperte. Correre da soli sarebbe una possibilità, non una minaccia. Ogni sfida, grande o piccola, va affrontata con coraggio e determinazione. La mia natura è quella di non arretrare mai, ma di andare avanti con convinzione e chiarezza.

Ogni tanto qua e là si sente un po’ di demotivazione, nella politica in generale ma anche nella Lega. Come può riaccendere quella sorta di fuoco sacro che è spesso stato all’origine dell’animo leghista e che oggi sembra un po’ spento?
La demotivazione è una dinamica che, prima o poi, colpisce ogni movimento politico, dai partiti storici a quelli più recenti: ma non è un concetto che mi appartiene in quanto dopo questi primi 100 giorni mi sento ancora carico come una molla. Non esistono in generale soluzioni magiche, ma ciò che è certo è che il coinvolgimento del cittadino richiede un impegno costante, quotidiano. La nostra forza sta nella vicinanza e nella prossimità alle persone, nel saper parlare loro con sincerità, senza promettere l’impossibile. Solo così possiamo stimolare quella motivazione che è alla base della nostra identità. Il fuoco sacro che come dice lei ha sempre caratterizzato la Lega può essere riacceso, ma solo se sappiamo rimanere fedeli ai nostri valori e al nostro impegno. Non dobbiamo cercare scorciatoie, ma lavorare ogni giorno con passione e determinazione. Abbiamo già in cantiere diverse iniziative che vanno proprio in questa direzione, e siamo pronti a perseguire con energia gli obiettivi ambiziosi che ci siamo prefissati.

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 6 maggio 2025 de La Regione

La CDDGP elegge Karin Kayser-Frutschi alla presidenza

La CDDGP elegge Karin Kayser-Frutschi alla presidenza

Comunicato stampa sull’Assemblea di primavera del 2 maggio 2025

In occasione della sua Assemblea di primavera, la Conferenza delle direttrici e dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia (CDDGP) ha eletto la Consigliera di Stato Karin Kayser-Frutschi (NW) alla carica di presidente. Le direttrici e i direttori cantonali di giustizia e polizia si sono confrontati con il capo del Dipartimento federale di giustizia e polizia (DFGP) sulla situazione nel settore dell’asilo e della sicurezza pubblica in Svizzera.

Scambio di opinioni con il capo del DFGP sul settore dell’asilo e su altri temi legati alla sicurezza pubblica
Nel corso dell’Assemblea di primavera tenutasi quest’anno a Berna, la CDDGP ha nuovamente affrontato la questione dell’asilo, in particolare la gestione dei richiedenti l’asilo autori di reati.
Ha preso atto dell’imminente istituzione della “Taskforce per delinquenti recidivi LStrI (AIG/AsyIG)”, da lei stessa proposta, e delle discussioni in corso su un inasprimento della detenzione amministrativa prevista dalla legge sull’immigrazione per garantire l’allontanamento delle persone soggette a decisione di espulsione.

Il Consigliere federale Beat Jans ha informato i membri della CDDGP sulla situazione europea nel settore dell’asilo e sulla prevista attuazione a livello nazionale del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Si tratta, ha dichiarato, di un compito congiunto. “La Confederazione, i Cantoni, la società civile e il Parlamento lavoreranno assieme come partner per raggiungere questo obiettivo”.
Il capo del DFGP e i membri della Conferenza hanno inoltre discusso di ulteriori questioni relative alla sicurezza pubblica, tra cui il miglioramento dello scambio di informazioni tra le forze di polizia e la base legale per contrastare il fenomeno del teppismo.
La neoeletta presidente della CDDGP ha accolto con favore l’istituzione della Taskforce per delinquenti ripetitivi: “Con la Taskforce appena istituita, possiamo intraprendere azioni mirate e coerenti contro i richiedenti l’asilo criminali. Decisiva sarà la buona collaborazione tra le diverse autorità federali e cantonali“.

Nuove nomine alla presidenza
In seguito alle dimissioni del copresidente Alain Ribaux (NE), la CDDGP ha eletto Karin Kayser-Frutschi (NW), già copresidente, quale presidente unica.
Allo stesso tempo, ha eletto nel Comitato direttivo i Consiglieri di Stato Romain Collaud (FR) e Vassilis Venizelos (VD). Subentrano ai Consiglieri di Stato Alain Ribaux (NE) e Frédéric Favre (VS), che non si sono più ricandidati nei rispettivi Cantoni e lasciano quindi la Conferenza.

Rafforzare la cooperazione intercantonale nella giustizia minorile
La Conferenza sostiene inoltre la creazione di una Conferenza specialistica intercantonale delle autorità giudiziarie minorili, avendo riscontrato lacune nella collaborazione e nel coordinamento intercantonale in questo ambito. La coordinazione specialistica di questo settore dovrebbe, ad esempio, consentire lo sviluppo di raccomandazioni e lo scambio di buone pratiche.

 

Sicurezza, priorità assoluta ma inevitabilmente onerosa

Sicurezza, priorità assoluta ma inevitabilmente onerosa

Norman Gobbi si esprime su un investimento strategico di crescente complessità

In un’epoca segnata da incertezze globali, nuove forme di conflitto e una crescente vulnerabilità, la sicurezza — intesa come tutela delle fondamenta vitali della società — è diventata una priorità imprescindibile per gli Stati.
“Non si tratta solo di prevenire incidenti o di proteggere specifiche categorie di persone”, spiega Norman Gobbi, “ma di garantire la stabilità delle istituzioni democratiche, l’integrità del territorio nazionale, la coesione sociale e la salvaguardia dei cittadini da minacce sempre più complesse”.
Gobbi sottolinea anche un aspetto spesso trascurato: “Tutto questo ha un costo, e comprenderne l’entità e la natura è fondamentale per valutare con lucidità quanto siamo disposti a investire per sentirci — e soprattutto essere — al sicuro”.
La spesa pubblica destinata alla sicurezza copre ambiti estremamente eterogenei: forze di polizia, esercito, servizi di intelligence, magistratura, sistema carcerario, protezione civile, guardie di confine e cybersicurezza.
“Si tratta di un apparato articolato e interconnesso, spesso invisibile, ma inevitabilmente oneroso. Richiede personale altamente qualificato, tecnologie all’avanguardia, infrastrutture logistiche, capacità operative e un aggiornamento continuo. A questi si aggiungono i costi indiretti legati alla prevenzione della criminalità, alla gestione delle emergenze, al contrasto del terrorismo e della disinformazione”, prosegue il Consigliere di Stato.
Anche in Svizzera, come nel resto d’Europa, la spesa per la sicurezza è in costante aumento. “ Non si tratta solo di fronteggiare nuove minacce”, osserva Gobbi, “ ma anche di adattarsi a un contesto in cui la linea di confine tra sicurezza interna ed esterna è sempre più sfumata. Le crisi migratorie, la guerra in Ucraina, gli attacchi informatici e la criminalità organizzata transnazionale dimostrano come i pericoli possano oltrepassare le frontiere in modo rapido e imprevedibile”.
In un simile scenario, aggiunge, nessun Cantone né Stato può permettersi di operare in isolamento. “La sicurezza moderna deve essere integrata, multilivello e fondata sulla cooperazione. Ma questo comporta un inevitabile aumento della complessità organizzativa, dei processi decisionali e, di conseguenza, dei costi”.
In conclusione, la sicurezza — intesa come protezione delle basi esistenziali della società — non è una voce di bilancio opzionale, bensì un investimento strategico.“ Detto ciò”, avverte Gobbi, “non possiamo immaginare un investimento illimitato o sottratto a una valutazione critica. La vera sfida è trovare il giusto equilibrio: garantire protezione senza eccedere nella sorveglianza, tutelare l’interesse collettivo senza comprimere i diritti individuali, impiegare le risorse in modo oculato senza cadere nella logica dell’emergenza permanente. Solo così potremo costruire un sistema di sicurezza solido, sostenibile e realmente democratico”.

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 4 maggio 2025 de Il Mattino della domenica

«Vogliamo essere una voce per la politica di sicurezza»

«Vogliamo essere una voce per la politica di sicurezza»

Il brigadiere Stefano Laffranchini si candida alla presidenza della Società Ticinese degli Ufficiali – «Il nostro obiettivo è di essere più presenti nel dibattito pubblico: sempre meno persone entrano in contatto con il militare»
 
Cambio al vertice della Società Ticinese degli Ufficiali (STU): l’attuale presidente, il tenente colonnello di stato maggiore generale Manuel Rigozzi, ha raggiunto il limite di sei anni imposti dagli statuti dell’associazione. Il candidato alla successione è il brigadiere Stefano Laffranchini. Oggi, in occasione dell’assemblea annuale della STU a Chiasso, si terrà l’elezione del nuovo presidente.
 

È la prima volta che un brigadiere si candida a capo della Società Ticinese degli Ufficiali. Si tratta di un segnale da interpretare?
«No, il grado è indifferente. La presidenza della STU è un onore. Non è un segnale e non è rilevante con quale grado militare ci si occupa di questo ruolo. Ciò che conta è quanto si può coinvolgere i soci per raggiungere gli obiettivi che l’associazione si pone. Si tratta di essere a capo di persone estremamente eterogenee, ma accomunate da una cultura gestionale e da valori che vengono trasmessi dall’esercito».

La difesa e la sicurezza stanno tornando sempre più d’attualità nel dibattito pubblico. Quale deve essere l’impronta del nuovo presidente?
«Quello che vorrei è una Società degli ufficiali che possa prendere posizione attivamente sui temi legati alla politica di sicurezza e che contribuisca alla formazione delle opinioni. Viviamo in un’epoca di incertezze e cambiamenti non solo geopolitici e strategici, ma anche climatici, l’alluvione in Vallemaggia ne è un esempio. Non riguarda solo l’esercito, ma tutti gli aspetti della sicurezza integrata, la protezione civile, il servizio civile, la milizia».

Cosa rappresenta per lei la milizia?
«È quasi un concetto filosofico e forse la cosa più nobile che può fare un cittadino per il suo Stato. Significa mettersi a disposizione della collettività. È anche un modo per mantenere una coesione e per non ampliare il divario tra le istituzioni e il cittadino. Ciò vale per il militare, per la politica, le organizzazioni di primo soccorso e le associazioni benefiche. È un concetto che unisce e rende concreto il senso di appartenenza di un cittadino alla nazione».

Che ruolo è chiamata a svolgere, concretamente, la Società Ticinese degli Ufficiali?
«A volte notiamo che vengono pubblicate prese di posizione particolarmente ideologiche. In questi casi servirebbe una replica autorevole da parte di chi sa di cosa si sta parlando. Servirebbe un “nucleo di competenza”, in Ticino, che possa dialogare con la popolazione e dare voce agli ufficiali ticinesi. Spiegare, insomma, la posizione della STU e quella, di riflesso, dell’Esercito. Non solo nelle campagne di votazione, ma anche per dare risposte a perplessità e indirizzi strategici dell’esercito. Al giorno d’oggi sempre meno persone entrano in contatto con il servizio militare. E sono ancora meno quelle che possono beneficiare di una formazione militare superiore. Il numero di ufficiali si è infatti ridotto. Ai tempi si diceva che, per come è improntata, “la Svizzera non ha un esercito. La Svizzera è un esercito”. Oggi le cose sono diverse».

Parlando d’attualità: in questi giorni a Berna stanno per essere presentati due atti parlamentari. Il primo chiede di allentare le regole (inasprite nel 2010) per poter mantenere a casa il Fass-90 o la pistola al termine del servizio militare. La seconda mozione chiede nuovamente la consegna a domicilio delle munizioni tascabili (dal 2007 non è più possibile). Sono proposte che condivide?
«Sono condivisibili, ma la situazione è da osservare sulla base della situazione geostrategica, che dall’invasione russa in Ucraina nel 2022 è cambiata radicalmente. Bisogna decidere quale orientamento dare al nostro esercito e sono decisioni da prendere con largo anticipo. Tuttavia, quella delle munizioni a casa non è una misura impellente: pur considerando questi tre anni, forse è ancora presto per rivedere delle decisioni maturate nel corso di anni. Sono un po’ scettico anche sull’altra proposta, a meno che l’arma non venga conservata per scopi sportivi, anche se capisco che possa rappresentare un simbolo avere il fucile o la pistola a casa. Ai tempi rappresentava un senso di appartenenza: quando si entrava in una casa, si poteva vedere il moschetto del nonno».

I tempi, oggi, sono cambiati e il 2025 è l’inizio di un nuovo ciclo: un nuovo presidente della STU e anche della Società Svizzera degli Ufficiali (il ticinese Michele Moor). Oltre a ciò, con Martin Pfister, da aprile c’è un nuovo «ministro» della Difesa ed entro la fine dell’anno ci sarà anche un nuovo capo dell’Esercito. Quali sono i suoi auspici?
«Secondo me è importante il dialogo, affinché “l’ufficialità” nel suo insieme possa essere leale. Ed essere leale presuppone comunicazione e trasparenza. Non significa mentire: se i vertici dell’Esercito prendono una decisione, non tutti gli ufficiali ticinesi devono condividere questa posizione. Ma devono essere chiari i motivi che hanno portato a determinate scelte. D’altro canto, i motivi di disaccordo non devono per forza essere resi pubblici. Per come intendo io la gestione di un’associazione, ritengo che sia giusto esprimere dissenso, ma senza creare divisioni. L’immagine di quadri e di ufficiali poco uniti è la cosa peggiore in un periodo di instabilità come quello attuale».

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 3 maggio 2025 del Corriere del Ticino

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Laffranchini alla testa della Società ticinese ufficiali

È Stefano Laffranchini il nuovo presidente della Stu, la Società ticinese degli ufficiali. Laffranchini, brigadiere e direttore delle Strutture carcerarie cantonali, è stato eletto sabato dall’assemblea generale ordinaria annuale tenutasi presso lo Spazio officina a Chiasso. Succede al colonnello di Stato maggiore generale (Smg) Manuel Rigozzi, a capo della Stu durante gli ultimi sei anni. “Gli ospiti presenti in sala e i soci – si legge in una nota della Società ticinese degli ufficiali – hanno rivolto i sentiti ringraziamenti di cuore all’indirizzo del colonnello Smg Rigozzi che ha saputo con onore mantenere la Stu ad alti livelli”.

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 5 maggio 2025 de La Regione

Reati sessuali, il Consiglio di Stato propone di introdurre l’obbligo di denuncia per la Chiesa

Reati sessuali, il Consiglio di Stato propone di introdurre l’obbligo di denuncia per la Chiesa

Dal governo le modifiche di legge. Accolta parzialmente l’iniziativa dell’Mps. Gobbi: ‘Cambiamento di paradigma necessario’. La parola al Gran Consiglio

Importante passo avanti nella lotta ai reati sessuali commessi da religiosi. Il Consiglio di Stato chiede al Gran Consiglio di introdurre nella legge cantonale sulla Chiesa cattolica e in quella sulla Chiesa evangelica riformata l’obbligo di denuncia. Il cambiamento di paradigma è prospettato dal governo nel messaggio/rapporto, con il quale accoglie parzialmente l’iniziativa parlamentare inoltrata dai deputati dell’Mps Giuseppe Sergi e Matteo Pronzini lo scorso settembre, in pieno caso don Rolando Leo, il sacerdote arrestato per atti sessuali su fanciulli, coazione sessuale, atti sessuali con persone incapaci di discernimento o inette a resistere, pornografia (nel frattempo il già cappellano del Collegio Papio di Ascona è stato rinviato a giudizio, il processo si terrà davanti a una Corte delle Assise criminali). Concretamente il governo propone, per quanto riguarda la normativa sulla Chiesa cattolica, di aggiungere all’articolo 7 il seguente capoverso: “L’Ordinario (il vescovo, ndr) è tenuto a denunciare alle autorità di perseguimento penale al più presto, ma al più tardi entro 30 giorni, ogni reato o sospetto di reato perseguibile d’ufficio contro l’integrità fisica, psichica o sessuale di un minorenne o di una persona incapace di discernimento a carico di un ecclesiastico, che constata o gli è segnalato”. Obbligo di denuncia anche nella legge sulla Chiesa evangelica riformata. Nella quale il Consiglio di Stato chiede di inserire la disposizione (un nuovo capoverso all’articolo 5a) secondo cui “Il presidente del Consiglio sinodale è tenuto a denunciare alle autorità di perseguimento penale al più presto, ma al più tardi entro 30 giorni, ogni reato o sospetto di reato perseguibile d’ufficio contro l’integrità fisica, psichica o sessuale di un minorenne o di una persona incapace di discernimento a carico di un ecclesiastico, che constata o gli è segnalato”. Le due modifiche legislative sono state elaborate dal Dipartimento istituzioni.

Oggi solo la notifica del p.p.
Oggi in entrambe le normative vi è unicamente l’obbligo di notifica da parte del Ministero pubblico. Nel senso che il procuratore “notifica all’Ordinario (rispettivamente al presidente del Consiglio sinodale, ndr), al più presto ma al massimo entro tre mesi dall’apertura dell’istruzione, l’esistenza di un procedimento penale a carico di un ecclesiastico, ad eccezione dei casi senza rilevanza per la funzione”. Ora il Consiglio di Stato suggerisce di introdurre appunto anche l’obbligo di segnalazione da parte del vescovo e del presidente del Consiglio sinodale (Chiesa evangelica).
E i motivi il governo li spiega in maniera chiara, chiarissima, nelle conclusioni del messaggio varato mercoledì all’indirizzo del Gran Consiglio. “È principale responsabilità e dovere di uno Stato di diritto (articolo 5 Costituzione) – scrive l’Esecutivo – garantire che le leggi vigenti siano rispettate. Esso è tenuto a perseguire e a punire chi compie un reato proporzionalmente al reato commesso e accertato”. Lo Stato “deve tutelare le vittime di reati”. In Svizzera “tutti i cittadini e tutte le cittadine, a prescindere dal loro credo, sottostanno alla Costituzione federale/cantonale e alle leggi federali/cantonali, come contemplato peraltro anche nell’articolo 1 della Legge sulla Chiesa cattolica”. Evidenzia l’Esecutivo: “Ne consegue che, sempre in uno Stato di diritto, non è ammissibile che una categoria di persone (per esempio in questo caso i religiosi) sia sottratta al perseguimento civile e/o sottoposta a un ordinamento giuridico parallelo, per reati perseguibili nell’ordinamento secolare”. Questo “viola l’uguaglianza di trattamento anche nell’ambito della procedura penale a cui soggiacciono tutti coloro che commettono un crimine o un delitto in Svizzera (articolo 3 capoverso 1 Codice penale) e coloro che si trovano in Svizzera e hanno commesso un reato all’estero (i reati contro l’integrità sessuale menzionati all’articolo 5 Codice penale)”. Le vittime di reati “devono essere tutelate in egual misura sia che abbiano subìto abusi da laici sia da membri del clero”, sottolinea ancora il Consiglio di Stato. Se così non fosse “il principio dell’uguaglianza giuridica ancorato nell’articolo 8 Costituzione (articolo 7 Costituzione cantonale), il principio della trasparenza nella procedura giudiziaria, la credibilità della sanzione, e di conseguenza la fiducia dei cittadini nel coerente, corretto, celere ed efficace funzionamento della giustizia civile verrebbero meno”.

‘Procedura e sanzioni previste dal diritto canonico non devono sostituirsi al diritto penale dello Stato
‘Il fenomeno degli abusi sessuali nell’ambito della Chiesa cattolica, annota ancora il governo, “è stato oggetto negli ultimi anni di profonda analisi da parte di storici e di studiosi non solo in Svizzera, e oggetto di numerosi atti parlamentari specialmente a livello federale. L’obiettivo principale di tutto ciò, oltre che principalmente la tutela delle vittime, è quello di assicurare alla giustizia colpevoli che sono riusciti per decenni con facilità a nascondersi all’interno di un’organizzazione parallela a quella statale, reiterando tali reati a tal punto da diventare un fenomeno planetario. Certamente essi sono stati aiutati e protetti, sia dai loro superiori sia dalla medesima procedura penale canonica, che, come esaminato precedentemente (il messaggio consta di ventuno pagine, ndr), non è certamente paragonabile a quella penale secolare”. Ne deriva che “una procedura penale parallela e le relative sanzioni previste dal diritto canonico non devono sostituirsi a quelle del diritto penale o ordinario”, rileva il Consiglio di Stato: “Si riconosce certamente che la Chiesa in questi anni ha compiuto passi nella prevenzione e nella sensibilizzazione al fenomeno degli abusi, ciò non toglie che la giustizia sia compito dello Stato”. Ergo: il Consiglio di Stato considera “indispensabile” l’introduzione di “una norma che stabilisce l’obbligo di segnalazione”.

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 3 maggio 2025 de La Regione

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Reati sessuali, il Consiglio di Stato vuole introdurre l’obbligo di denuncia anche per la chiesa

Parzialmente accolta l’iniziativa parlamentare dell’Mps. Sulla questione dovrà esprimersi il Gran Consiglio.

Introdurre nella legge cantonale sulla Chiesa cattolica e in quella sulla Chiesa evangelica riformata l’obbligo di denuncia“per ogni reato o sospetto di reato perseguibile d’ufficio contro l’integrità fisica, psichica o sessuale di un minorenne o di una persona incapace di discernimento”. È la richiesta fatta dall’Esecutivo cantonale al Gran Consiglio, accogliendo parzialmente l’iniziativa parlamentare inoltrata dai deputati dell’Mps Matteo Pronzini e Giuseppe Sergi.

Cosa cambierebbe
Ricordiamo che oggi vi è soltanto l’obbligo di notifica da parte del Ministero pubblico. Il procuratore “notifica all’Ordinario al più presto, ma al massimo entro tre mesi dall’apertura dell’istruzione, l’esistenza di un procedimento penale a carico di un ecclesiastico, ad eccezione dei casi senza rilevanza per la funzione”. Come detto, l’Esecutivo propone ora di inserire anche l’obbligo di segnalazione da parte del vescovo e, per quanto concerne la Chiesa evangelica, del presidente del Consiglio sinodale.

https://www.ticinonews.ch/ticino/reati-sessuali-il-consiglio-di-stato-vuole-introdurre-lobbligo-di-denuncia-anche-per-la-chiesa-411483