Asilo: integrare per prevenire le minacce

Asilo: integrare per prevenire le minacce

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 21 novembre 2018 del Corriere del Ticino

Il Cantone scende in campo per favorire l’inserimento degli stranieri. Sabato a Mendrisio un evento sul tema.
Norman Gobbi: «Lavoro indispensabile per garantire la sicurezza in Ticino ed evitare che si formino dei ghetti»

“L’integrazione rappresenta un mattone indispensabile per costruire un cantone sicuro e disinnescare così il rischio di minacce. Non vogliamo che in Ticino si creino dei ghetti come succede in altri paesi”. È quanto ribadito dal direttore delle Istituzioni Norman Gobbi in occasione della presentazione della giornata cantonale sull’integrazione, in programma sabato al mercato coperto di Mendrisio.
“Non sono certo un politico da “open arms e open borders’’ – ha ribadito il consigliere di Stato leghista – e in termini di immigrazione ho delle posizioni piuttosto ferme. Questo non significa però essere in contraddizione con la politica d’integrazione. Perché se è vero che uno straniero che arriva in Ticino va controllato, è altresì importante che una volta ottenuto un permesso il richiedente venga integrato al meglio nella società. Evitando così l’emergere di fratture interne”. Ed è proprio in quest’ottica che il Cantone ha deciso di scendere in campo promuovendo una serie di interventi che spaziano da una collaborazione più stretta con i Comuni alla valorizzazione dell’attività dei volontari, passando poi per la formazione professionale dei richiedenti l’asilo.

“Senza la conoscenza dei nostri usi e costumi come pure l’inserimento nella vita lavorativa non c’è integrazione”, ha affermato Attilio Cometta, delegato cantonale per l’integrazione. «In questo senso, compito delle autorità è quello di dare delle opportunità ai richiedenti l’asilo. Spetta però a loro saperle cogliere”.

Pilastro fondamentale del Piano cantonale dell’integrazione 2018-2021 è dunque «la volontà di migliorare l’insegnamento dell’italiano», ha aggiunto Cometta, «un requisito basilare per potersi integrare nella società. Non dimentichiamo infatti che la conoscenza della lingua è uno dei criteri principali che caratterizzano la nuova legge sulle naturalizzazioni (entrata in vigore dal 1. gennaio ndr). Inoltre, in un’ottica futura per capire come possiamo migliorare abbiamo incaricato la SUPSI di svolgere una radiografia delle prestazioni cantonali e della loro efficacia». Ma non solo. «Obiettivo del Piano cantonale è poi quello di formare al meglio gli operatori che sono a contatto con i migranti come pure sviluppare l’informazione sui diritti fondamentali e sostenere azioni come la giornata cantonale».
Evento questo che, per la prima volta come ricordato dal municipale di Mendrisio Giorgio Comi, «sarà aperto a tutti e non solo agli addetti ai lavori. Sarà quindi l’occasione per interagire con chi opera giornalmente a sostegno dell’inclusione e conoscere storie di vita che vanno al di là dei soliti clichés».

 

Da www.rsi.ch/news

Integrazione secondo le regole.
La giornata cantonale dedicata al tema si svolgerà sabato a Mendrisio con un nuovo approccio per sensibilizzare la popolazione.

La politica d’integrazione, in Ticino, è stata adattata alle misure attuate dalle autorità cantonali e federali: i cittadini stranieri sono pertanto seguiti con regole e procedimenti ben definiti nel loro percorso d’inserimento nella collettività.

L’aspetto è stato sottolineato martedì dal consigliere di Stato Norman Gobbi, dal delegato cantonale per l’integrazione Attilio Cometta e dal municipale Giorgio Comi nel corso di un incontro con i media per presentate le novità che concernono l’integrazione in Ticino e la giornata cantonale di sabato 24 novembre a Mendrisio. Non sarà più un appuntamento per addetti ai lavori, ma aperto alla popolazione per avvicinare, sensibilizzare e valorizzare il lavoro promosso e attuato dagli enti locali nel settore.
Dando seguito all’impostazione federale, nel 2019 alcuni nuovi progetti saranno avviati nell’ambito della scuola e della formazione mettendo anche l’accento sull’insegnamento dell’italiano: “Il primo requisito per attivare il processo d’integrazione”, è stato sottolineato.

https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/11121639

Opere, la firma prima di Natale

Opere, la firma prima di Natale

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 21 novembre 2018 de La Regione

Ticino e Lombardia sottoscriveranno l’intesa a Milano.
Gobbi: “Col sud dinamiche nuove e fattuali”.
Condivisa dal parlamento la bontà della strategia messa in atto con il Delegato per le relazioni esterne. A cui si potenzia lo staff a Berna.

Per un accordo che naufraga ce n’è uno che nasce. Di portata diversa, fosse solo perché le parti contraenti sono un Cantone e una Regione, non certo due Stati.
Ma la ‘roadmap’ che Ticino e Lombardia si apprestano a sottoscrivere dimostra che qualche margine in materia di “politica estera” può essere sfruttato anche da Bellinzona.
La firma dell’intesa sulle opere di interesse transfrontaliero è imminente, dichiara Norman Gobbi in Gran Consiglio, intervenendo in materia di relazioni bilaterali coltivate dal Delegato per le relazioni esterne Francesco Quattrini. L’incontro a Milano è previsto la settimana prima di Natale. “I rapporti con il sud oggi sono rinvigoriti – commenta il direttore del Dipartimento delle istituzioni, che presiede anche la Comunità di lavoro Regio Insubrica –. Il Consiglio di Stato porta avanti dinamiche nuove e fattuali”, alludendo ai risultati che con la Lega al governo in Italia il Ticino sta ottenendo con Lombardia e Piemonte. Regioni disposte appunto a sottoscrivere impegni sulle infrastrutture, includendo pure le tempistiche per la loro realizzazione, e vincolando così l’utilizzo dei ristorni delle imposte pagate in Svizzera dai frontalieri. “Il ruolo di Quattrini rappresenta per noi un valore aggiunto nell’intrattenere queste relazioni verso sud”, aggiunge ancora Gobbi, confermando pure al parlamento un parziale potenziamento dello staff dell’area delle relazioni esterne (è stato aperto un concorso per l’antenna a Berna). Gran Consiglio che dal canto suo ha confermato la bontà della strategia cantonale di puntare sul lavoro di “lobbying”, sia a sud che a nord, direzione capitale federale. Fino al 2016 i delegati erano due, uno per fronte. Con la nomina di Jörg De Bernardi a vicecancelliere della Confederazione, il governo ha optato per razionalizzare, estendendo i compiti di Quattrini anche al nord. “La decisione di optare per una sola figura è stata presa per ottimizzare la gestione dei dossier”, ha ribadito Gobbi. Per Lega e Ppd la scelta giusta, per Plr e Ps da tenere sott’occhio e potenziare appena le risorse lo permettono o i compiti lo richiedono, per l’Udc da ampliare a prescindere.
Quanto al congelamento a Roma del nuovo accordo sui frontalieri parafato da Svizzera e Italia nel 2015 non sono mancate le reazioni. Quella della Lega dei ticinesi, in primis, che con un comunicato stampa ha stigmatizzato la scelta della maggioranza del governo di non bloccare il versamento dei ristorni, come avevano proposto ancora quest’anno i ministri leghisti. Dal canto suo Marco Chiesa (Udc) sollecita con un’interrogazione urgente il Consiglio federale. “In buona sostanza – scrive il consigliere nazionale – dopo anni di negoziazione tra le parti, fiumi di parole, accuse e controaccuse, avanzate e retromarce, tutto rimarrebbe come è allo stato attuale”. Chiede quindi qual è lo stato del processo di sottoscrizione dell’accordo sui frontalieri e, in merito alla negoziazione che ha portato alla ‘firma tecnica’ del nuovo testo, domanda al governo federale una “valutazione complessiva”. “Vi sono forse ingenuità da attribuire alla nostra delegazione? Quali vantaggi ha ottenuto il nostro Paese dall’Italia e quali contropartite ha effettivamente concesso la Svizzera nell’ambito della Roadmap? Il Consiglio federale intende prendere delle iniziative nei confronti dell’Italia o si accontenta di subire le conseguenze delle scelte di Roma?”. Chiesa ricorda infine che a suo tempo il Consiglio federale aveva rifiutato di immaginare una compensazione per il Cantone in caso di una mancata sottoscrizione dell’accordo. “Il Ticino rimarrà dunque con un pugno di mosche in mano? Nella Roadmap si configurava anche l’accesso al mercato finanziario italiano. A che punto siamo? Gli operatori ticinesi possono sperare che a breve tale accesso sia sbloccato? Sono previste pressioni da parte svizzera nei prossimi tempi affinché l’accesso sia garantito?”.

Il Canvetto del Cadagno

Il Canvetto del Cadagno

Da www.liberatv.ch

“Il primo ricordo del Canvetto? Beh, da bambino ai vecchi tempi della corsa in salita Piotta-Ritom, che terminava appunto al Canvetto di Cadagno, allora gestito dal Carletto Mottini, recentemente scomparso. Oppure sempre da bambino durante le feste per il giorno dell’Assunzione, “i fésct det la Madona”, con il tiro coi piombini.
Il Canvetto era un’istituzione, che si consolidò con la gestione dell’amico Carlo “Charly” Chiaravallotti, e dove le feste si seguivano durante tutta l’estate, sin dall’inizio della stagione di pesca. Infatti, la sera antecedente il 1° giugno, il Canvetto diventava il punto di ritrovo per chi attendeva l’apertura della pesca sui laghetti alpini, per poi continuare durante tutta l’estate. Dieci anni fa con la Lega dei Ticinesi tenemmo una festa del 1° Agosto al Canvetto, con lo stesso spirito di sempre: festa patriottica tra amici e allegria.
E poi, professionalmente quando mi occupavo della promozione della Regione Ritom-Piora, il Canvetto e la capanna Cadagno erano punti di appoggio importanti. Senza dimenticare il bagno autunnale nel Cadagno, come “ex-voto” per l’elezione in Consiglio di Stato. Ora il Canvetto come lo abbiamo conosciuto noi non c’è più, andato in fumo; i ricordi, le emozioni e i volti amici conosciuti al Canvetto del Carletto di Cadagno, questi invece rimarranno per sempre vivi in noi”.

Fatti del Palapenz Gobbi assolve gli agenti presenti

Fatti del Palapenz Gobbi assolve gli agenti presenti

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 20 novembre 2018 del Corriere del Ticino

Gli agenti intervenuti nel corso della serata pubblica sul centro d’asilo Pasture, organizzata il 25 settembre al Palapenz di Chiasso e poi degenerata in seguito alle proteste di alcuni manifestanti, «hanno agito nel rispetto della proporzionalità». Per questo non gli può essere rimproverato nulla. Il consigliere di Stato Norman Gobbi nel corso della seduta di Gran Consiglio di ieri ha risposto all’interpellanza inoltrata qualche settimana fa da Matteo Pronzini (MPS), che aveva ad esempio chiesto perché i due consiglieri di Stato presenti in sala non erano intervenuti (vedi CdT del 28 settembre). Gobbi ieri ha però rispedito le accuse al mittente, spiegando che non ci sono stati abusi e che l’intervento degli agenti si è reso necessario per il comportamento brusco dal punto di vista verbale dei manifestanti e per gli alterchi nati in sala. Le risposte di Gobbi non hanno soddisfatto Pronzini che ha prontamente rilanciato citando le testimonianze di alcuni presenti al Palapenz il 25 settembre. A questo punto il direttore del Dipartimento delle istituzioni si è però detto «stanco delle testimonianze in terza persona. Se qualcuno si sente leso dall’intervento della polizia può segnalarlo alle autorità giudiziarie».

Giornata cantonale sull’integrazione 2018

Giornata cantonale sull’integrazione 2018

Comunicato stampa

In Ticino la politica d’integrazione è stata adattata alle misure attuate in ambito di migrazione dalle Autorità cantonali e federali: i cittadini stranieri sono pertanto seguiti con regole e procedimenti ben definiti nel loro percorso d’integrazione. È uno degli aspetti principali emersi nel corso della conferenza stampa odierna per presentare le novità che concernono l’integrazione in Ticino e la giornata cantonale che avrà luogo sabato 24 novembre 2018 a Mendrisio.

Al momento informativo, che ha avuto luogo nella Sala del Consiglio comunale del capoluogo del Mendrisiotto, hanno preso la parola il Consigliere di Stato Norman Gobbi, il Delegato cantonale per l’integrazione Attilio Cometta e il Municipale della città di Mendrisio Giorgio Comi.

“Migrazione e integrazione sono due ambiti che non possono essere sconnessi tra di loro”, ha esordito il Direttore del Dipartimento delle istituzioni. Nel rispetto del federalismo svizzero il Canton Ticino è chiamato ad attuare le misure definite dalla Confederazione in materia di legge sugli stranieri e di asilo: per questo motivo le politiche d’integrazione seguono di pari passo quelle della migrazione. In questo senso il cittadino straniero che giunge sul territorio cantonale è seguito dai servizi in un percorso ben definito per consentire di comprendere da subito usi e costumi svizzeri.

Dando seguito a questa impostazione alcuni nuovi progetti saranno avviati nel corso del 2019 nell’ambito della scuola e della formazione. “In scuola” è uno dei progetti che intende approfondire le tematiche legate all’offerta (natura, obiettivi e qualità), alla realizzazione (efficacia ed efficienza) e alla messa a disposizione delle misure e delle azioni presenti sul nostro territorio. Inoltre, sarà messo l’accento anche sulla qualità dell’insegnamento della lingua italiana; il primo requisito fondamentale per attivare il processo d’integrazione.

In quest’ottica si inserisce la nuova giornata cantonale dell’integrazione che da quest’anno presenta un nuovo approccio: da evento per addetti ai lavori è diventata una manifestazione aperta a un pubblico più ampio. L’obiettivo della giornata – che avrà luogo sabato 24 novembre 2018 a Mendrisio – è quello di avvicinare e sensibilizzare la popolazione nonché di valorizzare il lavoro nell’ambito dell’integrazione promosso e attuato dagli enti locali ticinesi. I dettagli e il modulo per l’iscrizione sono disponibili sul sito internet del Delegato per l’integrazione degli stranieri.

Guardie di confine e Dipartimento Istituzioni rispondono a Salvini

Guardie di confine e Dipartimento Istituzioni rispondono a Salvini

Servizio all’interno dell’edizione di lunedì 19 novembre 2018 de Il Quotidiano

https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/11117130

 

Da www.ticinonews.ch

Procedure di riammissione: “Dall’Italia accuse infondate”
Gobbi aggiunge che “tutti coloro che vengono presi in entrata dalle Guardie di Confine vengono verificati nelle loro intenzioni”

Continua a far discutere in Italia e in Svizzera il video-inchiesta pubblicato due giorni fa da SkyTG24.
Il dito è puntato contro le procedure di riammissione di migranti seguite dalla Svizzera. Il quadro tracciato è inquietante così come le accuse mosse alla Svizzera.
Si parla di riammissioni fuori dalle procedure di Dublino. Dunque, di fatto, irregolari. Secondo l’inchiesta ogni mese le autorità svizzere procederebbero a trasferimenti di centinaia di migranti sulla base di questo accordo bilaterale del 1998 superato, si dice nel servizio, dagli accordi di Schengen e dallo stesso trattato di Dublino.

Ma è davvero così? Non secondo le Guardie di Confine, che hanno risposto a TeleTicino come l’accordo bilaterale sia in realtà applicato solo per chi intende transitare dalla Svizzera senza fare domanda d’asilo. Dublino vale per chi chiede asilo o protezione. Ma l’inchiesta va oltre parlando addirittura di trasferimenti notturni a cavallo della frontiera. In alcuni casi di minori. Oppure di persone che arrivano da paesi come la Germania che con l’Italia non hanno nulla a che fare.

Tesi infondate secondo il Direttore del Dipartimento delle istituzioni (DI) Norman Gobbi, che si esprime così ai microfoni di TeleTicino: “Queste accuse formulate da alcuni avvocati comaschi sono prive di fondamento. Tutti coloro che vengono presi in entrata dalle Guardie di Confine vengono verificati nelle loro intenzioni e anche per quanto riguarda la sicurezza. Questo ci permette di dire che la riammisisone semplificata verso l’Italia funziona. Dove Guardie di Confine e Polizia Cantonale svolgono questo compito ci sono anche le autorità italiane proprio per coordinare le riammissioni, che possono avvenire anche durante la fascia notturna. Il centro di Rancate serve a tenere dalle 22 alle 6 questi migranti su territorio svizzero proprio per la collaborazione con l’Italia”.
Secondo Gobbi, la prassi è consolidata e l’accordo del ’98 – anche detto d’ammissione semplificata – è valido.
“Mi sono confrontato anche su questo con Salvini nel nostro incontro avvenuto nel mese di settembre. Lui ha detto che facciamo come i francesi, rispedendoli in Italia. Noi abbiamo detto che lo facciamo in maniera coordinata con le autorità italiane e non prima di aver controllato i migranti”, precisa il Consigliere di Stato.
Nessuna frattura neanche a livello diplomatico. Malgrado le prime dichiarazioni riportate dai media non sembra esserci alcuna frizione nemmeno con il vicepremier Matteo Salvini.
“Ho sentito oggi Molteni, sottosegretario al Ministero degli Interni e braccio destro di Salvini. Ci siamo confrontati dicendo di verificare se ci sono elementi concreti e in tal caso cercheremo di risolvere i problemi, conclude Gobbi.

Gobbi e la P-26: non è revisionismo

Gobbi e la P-26: non è revisionismo

Da www.rsi.ch/news

La tesi nella chilometrica risposta del Consiglio di Stato alle interrogazioni Pronzini e Lepori

Ecco perché il Consigliere di Stato Norman Gobbi ha partecipato a una cerimonia in onore dei veterani della P-26…

Non è una risposta classica quella data dal Consiglio di Stato ai deputati Matteo Pronzini (MpS) e Carlo Lepori (PS).
Non lo è per il suo numero di pagine, 24 (ventiquattro!), non lo è per la ricchezza di riferimenti bibliografici con ben 78 (settantotto!) note a piè di pagine e – infine – non lo è per il lungo tempo intercorso dal primo degli atti parlamentari datato 16 marzo (8 mesi!).
Non lo è soprattutto per il giudizio sull’organizzazione segreta tanto controverso da far scrivere al Consiglio di Stato che al suo stesso interno le “sensibilità possono essere considerate variegate, per non dire contrapposte”.

Otto mesi e due interrogazioni dopo, il Governo risponde ai deputati di sinistra e la risposta pare un piccolo sunto di storia politica svizzera.
Nelle prime 17 pagine del documento infatti l’Esecutivo ripercorre con dovizia di particolari il periodo storico dalla seconda Guerra Mondiale alla caduta del muro di Berlino, i rapporti tra Stati e il ruolo della Svizzera nel periodo bellico e durante la cosiddetta guerra fredda.
Lo fa attingendo a fonti storiche e documenti di politica federale, prima fra tutti il rapporto della Commissione d’inchiesta del 1990 (di cui era co-presidente l’ex Consigliere Nazionale socialista Werner Carobbio) e il “Rapporto Cornu”, l’indagine del giudice istruttore che nel 1991 analizzò i rapporti tra l’organizzazione P-26 e altre organizzazioni analoghe all’estero.

La scoperta della P-26, coincide con il risveglio dalla Guerra Fredda.
È il 1990 quando improvvisamente questa sorta di “esercito segreto” creato nel 1981 emerge dai bunker della Storia. Ma per poterla comprendere pare suggerire a suon di citazioni il Consiglio di Stato è necessario comprendere lo spirito dei tempi e il contesto storico, anche quello in cui si svolsero le inchieste e stilati i rapporti. Nessun esercito deviato né un’organizzazione sovversiva privata – spiega la risposta – sebbene agisse esternamente all’amministrazione federale per far fronte a una possibile invasione da Est. Tanto che la stesso rapporto della CPI ricorda di non poter “attribuire nessuna intenzione di malafede ai membri stessi dell’organizzazione” e che per il Consiglio federale l’attività della P-26 “non sempre compresa era tanto pericolosa quanto giustificata”. Un’organizzazione parallela, la P-26 che “in Ticino era costituita da 6 regioni” e che quando fu disciolta “contava 44 membri ancora in formazione”.

Una realtà discussa, ma certamente discutibile sembra ammettere il Consiglio di Stato ma rispondendo agli atti parlamentari si sottolinea come nell’estate 2015 Norman Gobbi “non ha partecipato a un’operazione di riabilitazione della P-26, perché tale non era” e lo ha fatto “in risposta a un invito esplicito del Consiglio Federale”. “Una cerimonia – risponde l’Esecutivo – per ringraziare” chi ha dedicato del tempo “a un tassello importante, seppur discusso, della difesa integrata svizzera”. Pur ammettendo che l’interrogativo dei deputati sia “retorico”, citando l’allora Consigliere Nazionale Pascal Couchepin, il Governo sembra altresì cercare di contestualizzare la risposta di Gobbi al Caffè quando definì un “rapporto unilaterale” quello di Werner Carobbio ricordando non solo le lodi ma pure le critiche rivolte alla CPI durante il dibattito il Consiglio Nazionale.

In conclusione, seppure non sorprendendo, il Consiglio di Stato ribadisce come non ci sia stato nessun tentativo di “revisionismo” da parte di Gobbi, soprattutto sottolinea l’Esecutivo nell’accezione che “erroneamente” lo associa al “negazionismo”. Un giudizio fermo ma pure delicato tanto che nell’ultima pagina il Governo ammette di non essere stupito dal fatto che la continua pubblicazione di studi e analisi dei fatti della storia recente “aprano un dibattito nel quale chiunque può prendere posizione secondo le proprie ideologie e convinzioni. Anche i singoli Consiglieri di Stato”. Un chiosa che lascia intuire quanto possano essere distanti i giudizi all’interno dello stesso consesso governativo.

Quanto tempo per redigere questa risposta? “Seppur difficilmente calcolabile – chiosa la risposta – si quantifica in settimane di lavoro”. Chissà se saranno sufficienti per soddisfare gli interroganti e per smorzare i toni polemici che hanno accompagnato gli atti parlamentari, anche se c’è da scommettere anche dopo questa risposta il giudizio sulla P-26 continuerà a far discutere.

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Gobbi-e-la-P-26-non-%C3%A8-revisionismo-11117058.html

 

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 20 novembre 2018 de La Regione

Gobbi partecipò alla cerimonia per i membri della P-26 ‘in risposta a un invito del Consiglio federale’

Sì, il consigliere di Stato Norman Gobbi nel 2015 partecipò a una cerimonia in onore dei 44 ticinesi che fecero parte della P-26. Una cerimonia privata, ma non ‘segreta’, specifica il Consiglio di Stato rispondendo (in 24 pagine fitte d’informazioni) a tre distinti atti parlamentari presentati da Matteo Pronzini (Mps) e Carlo Lepori (Ps) a marzo e settembre. Gobbi – scrive il governo – “ha partecipato a un evento organizzato in risposta ad un invito esplicito del Consiglio federale”. Invito formulato in primis dal consigliere federale Ueli Maurer nel 2009, in cui si chiedeva di rendere onore a chi aveva servito la Patria. Per questo, lo scopo dell’evento ticinese “non era quello di riabilitare o onorare la P-26 – prosegue la risposta –, bensì di riconoscere ai suoi membri l’impegno e la dedizione profusi a favore dello Stato”. Costituita ad inizio degli anni Ottanta, l’organizzazione segreta aveva il compito di preparare una resistenza interna in caso di occupazione della Svizzera da parte di potenze straniere. Una strategia che fondava le radici nella guerra fredda. La sua esistenza fu rivelata nel 1990 e fece parecchio discutere, tanto da portare all’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta federale di cui fu vicepresidente il ticinese Werner Carobbio. Commissione che, aggiunge il governo, assolse “i partecipanti” all’organizzazione: “Le censure della Cpi – scriveva la Cpi – non si riferiscono ai membri [della] P-26, bensì ai loro ideatori e a coloro che ne hanno la responsabilità politica”.

Palapenz: «Niente da rimproverare agli agenti»

Palapenz: «Niente da rimproverare agli agenti»

Da www.tio.ch

Norman Gobbi ha risposto all’interpellanza di Matteo Pronzini sui fatti della serata: “Nessuna inchiesta amministrativa”

“Niente da rimproverare” agli agenti della Polizia cantonale che sono intervenuti durante la serata al Palapenz di Chiasso dello scorso settembre, che hanno agito “nel rispetto della proporzionalità” e che quindi non saranno oggetto di alcuna inchiesta amministrativa.
Lo ha confermato oggi il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, rispondendo ad un’interpellanza di Matteo Pronzini.

L’intervento degli agenti si è reso necessario a seguito di ripetuti “interventi verbali bruschi” e “alterchi vari”, con l’obiettivo di evitare qualsiasi escalation.
“Nessun abuso” quindi, ha ribadito Gobbi, spiegando inoltre che la decisione di non riammettere nella sala il fotoreporter allontanato è stata motivata dal fatto che questo ha preso parte all’inizio dei tafferugli.

Risposte che non hanno soddisfatto il deputato MPS, che ha quindi citato un paio di testimonianze di alcuni partecipanti della serata, suscitando la reazione piccata del consigliere di Stato: “Sono un po’ stufo delle testimonianze in terza se non in quarta persona. Se qualcuno si sente leso dall’intervento” della polizia “può segnalarlo alle autorità giudiziarie”.

Qualora in futuro dovessero emergere eventuali irregolarità, ha inoltre ricordato il numero uno del DI, saranno gli stessi vertici della Polizia cantonale a prendere i necessari provvedimenti.

Riflessioni a 100 anni dalla fine della Grande Guerra

Riflessioni a 100 anni dalla fine della Grande Guerra

Onore agli uomini e alle donne ticinesi di allora

Esattamente una settimana fa, ovvero l’11 novembre, ricorreva il centenario dalla fine della Prima guerra mondiale in Ticino e in Svizzera. Ho avuto l’opportunità e l’onore di partecipare a Bellinzona a una commemorazione che non va letta come l’esaltazione di una vittoria o di prodezze militari, bensì come il ricordo solenne dei cittadini-soldato che prestarono i loro 500 giorni di servizio a favore della neutralità armata del nostro Paese e della protezione delle nostre frontiere.

La tensione, la lontananza e il disagio
I soldati svizzeri che abbiamo onorato a un secolo dal termine della cosiddetta “Grande Guerra”, non vissero le dilanianti esperienze delle trincee, della guerra di logoramento, dell’uso dei gas e delle “bombe mostarda”, oppure degli ordini mortali imposti per guadagnare solo pochi metri di terreno. Niente di tutto questo. In un contesto di costante tensione, fu la lontananza da casa il problema maggiore: in una società ancora in buona parte rurale e artigianale, che richiedeva dunque una marcata presenza di forza lavoro, l’assenza prolungata di uno o più membri della famiglia causava grandi disagi. L’impegno di questi uomini a protezione delle frontiere svizzere non fu certo immune da momenti di estrema tensione lungo il confine franco-tedesco: le due armate a nord duellavano alla conquista di pochi metri lungo le linee di difesa rispettivamente di attacco e, come fu per lo Stato neutrale del Belgio, un attacco attraverso la Svizzera per aggirare le linee fortificate non era escluso.

Il ruolo centrale della donna
Si trattò dunque di un giustificato impegno militare di uomini, ma anche di tante donne e di famiglie che – a casa – subirono l’assenza per quasi un anno e mezzo dei loro mariti e padri, senza che fosse prevista un’indennità di perdita di guadagno. La Prima guerra mondiale dimostrò, qualora ce ne fosse bisogno, il ruolo centrale della donna nella comunità. L’assenza degli uomini in servizio militare accentuò la loro funzione sociale, soprattutto alla testa della famiglia e delle aziende agricole. L’emancipazione completa era però ancora lontana, visto che dovettero passare quasi 50 anni per l’ottenimento del diritto di voto. A seguito della guerra economica tra le potenze belligeranti, vi furono periodi di malnutrizione, condizione che facilitò l’epidemia influenzale: la cosiddetta “spagnola” fece oltre 25’000 vittime.

Lo scontro sociale e il bisogno di “unire”
La “Grande Guerra” evidenziò la profonda spaccatura sociale tra ricchi e poveri, ma soprattutto tra città e campagna: nelle aree urbane le famiglie operaie patirono molto di più la malnutrizione e il rincaro delle derrate alimentari rispetto alle famiglie agricole nelle campagne, che disponevano di prodotti propri e poterono anche approfittare del rincaro interno. Questa spaccatura fu accentuata anche dai moti rivoluzionari durante la guerra, soprattutto da quella bolscevica in Russia che veniva vista con forte diffidenza dalla classe politica e dalle classi rurali. Seguirono periodi di confronto sociale, che portarono a scontri tra autorità e operai, con l’improprio utilizzo dei cittadini-soldato quale elemento di sicurezza interna. Ma furono momenti che indicarono chiaramente che si dovevano trovare soluzioni di carattere sociale e previdenziale e che, oltre alla conduzione della difesa bellica nell’ambito della neutralità armata, andava prevista anche una difesa spirituale che tenesse unito un Paese diviso in lingue, culture e ceti. Le autorità militari e politiche cantonali hanno quindi reso giustificato onore ai cittadini-soldato che durante la Prima guerra mondiale perirono durante il servizio attivo, rispettivamente agli uomini e alle donne che si impegnarono per tenere forte e unita la nostra comunità. La speranza di noi tutti è che simili accadimenti non abbiano mai più a ripetersi.

Polizia ticinese: ruoli chiari e più sicurezza

Polizia ticinese: ruoli chiari e più sicurezza

Un progetto moderno e condiviso

In settimana ho presentato lo stato d’avanzamento del progetto “Polizia ticinese”, che ha coinvolto esponenti della politica e della sicurezza cantonali e comunali.
Dopo averne discusso a vari livelli con loro e averne recepito le preoccupazioni, abbiamo impostato il nuovo progetto che comprende i cambiamenti indispensabili per continuare a garantire la massima sicurezza sul nostro territorio. Il principio è chiaro: non è importante se a intervenire in una situazione di pericolo sarà un agente con la mostrina della Polizia cantonale o di una polizia comunale, ciò che conta è dare sempre una risposta opportuna alle aspettative e ripristinare la situazione d’ordine.
Le proposte strutturali prevedono tre punti principali: una nuova suddivisione dei compiti tra Polizia cantonale e comunali, l’aumento graduale degli effettivi delle polizie strutturate (in una prima fase il numero minimo di agenti passerà da 5 a 15 più il Comandante), il miglioramento del coordinamento all’interno delle regioni di polizia attraverso il rafforzamento del ruolo delle Polizie Polo e la possibilità per i Comuni di convenzionarsi con il Cantone. Questi obiettivi saranno inseriti in una modifica di legge che verrà approvata dal Governo entro l’estate del 2019, dopo che i Comuni avranno detto la loro, ancora una volta, sul progetto. L’approccio del mio Dipartimento è sempre il medesimo: come per il Piano cantonale delle aggregazioni, non vogliamo imporre nulla agli enti locali, ma proporre un progetto che sia condiviso anche con la base del nostro sistema federalista.

Una ben definita suddivisione dei compiti
Sono essenzialmente due i motivi per cui è necessario rivedere i compiti delle polizie comunali: da una parte, occorre aumentare la loro capacità di risposta ai bisogni dei cittadini sul loro territorio nell’arco delle 24, dall’altra bisogna sgravare la Polizia cantonale di alcuni compiti e consentirle di concentrarsi maggiormente su tutte le aree di sua competenza (gendarmeria, inquirenti e attività di supporto). Oltre a ciò, va prestata attenzione alle nuove minacce criminali – penso, ad esempio il terrorismo – in un contesto di collaborazione a livello intercantonale, federale e internazionale.
Si continuerà a lavorare secondo obiettivi condivisi, ma strutturati su diversi livelli e con una chiara suddivisione dei compiti. Questo scenario è stato pensato soprattutto per migliorare il coordinamento sul territorio anche attraverso una visione comune e l’uniformazione degli strumenti informatici, delle strutture logistiche e dell’equipaggiamento tecnico.

Il gradimento delle polizie comunali
Sono pienamente soddisfatto nel constatare che questa soluzione è stata accolta favorevolmente dai corpi di polizia: essa valorizza il ruolo e la competenza strategica delle polizie comunali, aumentandone l’attrattività del lavoro. Inoltre, la diminuzione del numero di polizie comunali rafforzerà il ruolo dei Comuni Polo e delle Polizie strutturate, diminuendo gli attuali problemi di coordinamento e di scambio d’informazioni. Le polizie locali continueranno a svolgere il loro lavoro di prossimità e saranno particolarmente utili nell’attività di prevenzione e repressione quotidiana, ma pure nella lotta alla radicalizzazione.
La recente messa in funzione della nuova Centrale comune d’allarme (CECAL) e l’implementazione del sistema di condotta rendono ora possibile un coordinamento centralizzato e rapido.

La nuova organizzazione garantirà un migliore presidio del territorio cantonale e parallelamente un’accresciuta attenzione alle nuove possibili minacce con la diminuzione dell’onere organizzativo a vantaggio delle risposte alla cittadinanza e alla capacità operativa.
Tutto ciò grazie alla corretta suddivisione dei compiti tra le varie polizie.