Successo della presentazione di Re:Spiri

Successo della presentazione di Re:Spiri

Comunicato stampa

Il Canton Ticino è il quinto Cantone in Svizzera a dotarsi di una cartografia della diversità religiosa e spirituale, che riflette la ricchezza culturale e religiosa presente sul suo territorio. La conoscenza e la comprensione di questa diversità sono fondamentali per promuovere la coesione sociale e il dialogo in un contesto plurale. In tal senso, il progetto Re:Spiri – Cartografia della diversità religiosa e spirituale del Canton Ticino rappresenta un’iniziativa innovativa che permette di esplorare in profondità le dinamiche sociali della diversità religiosa e spirituale locale.

Il Dipartimento delle istituzioni del Canton Ticino saluta con soddisfazione il grande successo della serata pubblica dedicata alla presentazione dei risultati della ricerca Re:Spiri – Cartografia della diversità religiosa e spirituale del Canton Ticino, confluiti in una carta cartacea e interattiva, e pubblicati all’interno di un numero speciale dell’Annuario di Storia Religiosa della Svizzera italiana della Facoltà di teologia di Lugano. La conferenza pubblica ha visto la partecipazione di circa 200 persone e ha accolto un intenso dibattito sui temi della diversità religiosa e della coesione sociale.  

Un progetto innovativo per la comprensione della diversità religiosa
La ricerca Re:Spiri ha permesso di delineare una fotografia attuale della realtà religiosa cantonale, mettendo in evidenza la ricchezza e la complessità delle comunità presenti in Ticino. I risultati della ricerca, riferiti a maggio 2024, evidenziano la presenza di 503 comunità religiose appartenenti a 10 tradizioni diverse, con una maggioranza di comunità cristiane, affiancate da comunità bahá’í, buddiste, ebraica, induiste, musulmane, da nuovi movimenti religiosi, nuove spiritualità, comunità esoteriche e spiritiche. Le tradizioni religiose e spirituali sono inoltre caratterizzate da un’importante diversità interna. La densità religiosa ticinese è notevole, con 1,42 comunità religiose ogni 1’000 abitanti, superando la media nazionale. La ricerca ha analizzato la distribuzione dei luoghi di culto e l’accesso allo spazio delle comunità religiose, raccogliendo dati sugli edifici utilizzati, le modalità d’uso e lo statuto di occupazione. Risulta che 356 comunità si riuniscono in edifici religiosi, ovvero edifici concepiti e costruiti appositamente per accogliere le pratiche religiose e spirituali, 41 in locali commerciali, 13 in appartamenti, in locali industriali e 12 in altri spazi, principalmente sale pubbliche in affitto. La ricerca è inoltre arricchita dalle fotografie di Elizabeth La Rosa, che ha curato l’inserto fotografico dell’Annuario. Per una visione di insieme di tutti i risultati si rinvia la lettura della documentazione allegata.

Una serata di approfondimento e confronto
Durante la presentazione pubblica aperta alla cittadinanza, che ha riunito un pubblico molto variegato, le e i partecipanti hanno avuto modo di approfondire il contesto della ricerca, conoscerne i risultati principali e discuterli da più punti di vista, grazie agli interventi di autorevoli esperte ed esperti del settore. Il programma della serata ha visto la partecipazione di rappresentanti istituzionali, tra cui il Consigliere di Stato Norman Gobbi e la Consigliera di Stato Marina Carobbio Guscetti. La presentazione della ricerca è stata curata da Tatiana Roveri, coautrice dello studio realizzato da un’équipe di ricerca del Centro intercantonale di informazione sulle credenze (CIC), composta inoltre da Federica Moretti, Mischa Piraud e Manéli Farahmand. La professoressa Irene Becci dell’Università di Losanna ha offerto una prospettiva internazionale sul riconoscimento della diversità religiosa. Una tavola rotonda moderata da Michela Trisconi, con la partecipazione di Francesca Luisoni, collaboratrice scientifica del Centro di dialettologia e di etnografia del Canton Ticino, e di Alberto Palese, esperto di Storia delle religioni, è aggiunto alla Capa Sezione Insegnamento Medio del Canton Ticino, ha infine permesso di discutere il rapporto tra religione e territorio, evidenziando le sfide e le opportunità per le politiche pubbliche di riconoscimento della diversità religiosa.

Un contributo alla riflessione sulla società ticinese
Il Consigliere di Stato Norman Gobbi (suo intervento), direttore del Dipartimento delle istituzioni, ha sottolineato che grazie a Re:Spiri “le istituzioni, conoscendo la distribuzione e i bisogni specifici delle comunità religiose, possono dialogare meglio con loro, favorendo la partecipazione attiva alla vita pubblica e rafforzando il senso di appartenenza alla società. Inoltre, una mappatura aggiornata e accessibile consente di monitorare l’evoluzione della diversità religiosa”. La cartografia digitale interattiva rappresenta un utile strumento di consultazione, accessibile a istituzioni, ricercatrici e ricercatori e tutta la cittadinanza interessata ad approfondire il tema. I dati raccolti evidenziano inoltre le sfide che le comunità religiose si trovano ad affrontare, tra cui la ricerca di spazi adeguati per il culto, il ricambio generazionale e la sostenibilità finanziaria. La ricerca ha messo in luce anche la crescente importanza delle tecnologie digitali nella vita religiosa, accelerata dalla pandemia da Covid-19.  

La Consigliera di Stato Marina Carobbio Guscetti (suo intervento), direttrice del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport, ha dal canto suo affermato che “la cartografia è un buon esempio di strumento nato e sviluppato grazie a una collaborazione interistituzionale che sarà prezioso anche per l’attività svolta nelle scuole. In particolare, penso al corso obbligatorio e aconfessionale di Storia delle religioni, che in Ticino è realtà in quarta media da ormai cinque anni, e che ha tra le proprie finalità quella di permettere a tutte le allieve e gli allievi delle scuole ticinesi di meglio comprendere sia la loro storia e quella del nostro territorio, che i vissuti, le pratiche e le esperienze di persone che vengono da culture o percorsi diversi”.    

Verso il futuro: nuove prospettive di analisi
L’Annuario di Storia Religiosa della Svizzera Italiana della Facoltà di Teologia di Lugano, con i risultati della ricerca è ordinabile presso il Servizio per l’integrazione degli stranieri ai recapiti in calce.  
Inoltre da oggi è disponibile una carta interattiva della diversità religiosa, realizzato dal CIC e consultabile a questo link, che mostra la distribuzione dei luoghi di culto in Ticino, permettendo di filtrare le informazioni per tradizione e corrente religiosa, periodo di fondazione delle comunità e lingue del culto. Si tratta di uno strumento aggiornato in modo costante, dove è possibile registrare nuove comunità e i cambiamenti di indirizzo.  
A partire dall’autunno 2025, alla carta interattiva ticinese si aggiungeranno le cartografie dei Cantoni di Ginevra e Vaud, consentendo confronti e analisi sulle trasformazioni del paesaggio religioso.  
Il Dipartimento delle istituzioni rinnova il proprio impegno nel promuovere la conoscenza della diversità religiosa e il dialogo interreligioso, consapevole dell’importante ruolo che le comunità religiose e spirituali rivestono nel tessuto sociale e culturale del nostro Cantone.  

Variegato e dinamico, ecco il Ticino religioso

Variegato e dinamico, ecco il Ticino religioso

Il progetto ‘Re:Spiri’ ha repertoriato la diversità spirituale del nostro cantone, creando una mappa interattiva online. Ne parliamo con una delle autrici

Con 503 comunità religiose, 453 luoghi di culto, 10 tradizioni religiose e spirituali suddivise in 40 differenti correnti, il territorio ticinese è caratterizzato da una grande diversità religiosa. Ad attestarlo esiste ora una carta interattiva consultabile online su www.geo-religions.ch, risultato di un progetto di ricerca nominato “Re:Spiri” presentato ieri a Bellinzona che ha individuato, mappato e documentato i luoghi di culto delle comunità religiose e spirituali presenti nel cantone. Acronimo di “religioni e spiritualità”, lo studio – che ha fotografato la situazione del 2024 – è stato realizzato dal Centro intercantonale di informazione sulle credenze (Cic) e sostenuto dal Servizio per l’integrazione degli stranieri (Sis) del Dipartimento delle istituzioni (Di) col principale obiettivo di «aumentare la conoscenza della diversità religiosa sul nostro territorio», spiega a ‘laRegione’ Tatiana Roveri, che ha fatto parte dell’équipe di ricerca presso il Cic, insieme a Federica Moretti, Manéli Farahmand e Mischa. «Crediamo che migliorare la consapevolezza permetta almeno in parte di prevenire le discriminazioni, evitare preconcetti e favorire il vivere insieme e la coesione sociale», considera Roveri, mettendo in luce anche intenti pedagogici e didattici del progetto «nella misura in cui la mappa interattiva potrà essere usata nelle scuole per approcciare il territorio anche dal punto di vista della diversità religiosa». La mappatura permette inoltre di aggiornare i dati contenuti nella pubblicazione del 2007 “Repertorio delle religioni.
Panorama religioso e spirituale del Cantone Ticino” a cura di Michela Trisconi, benché gli approcci impiegati siano un po’ diversi.

Focus sulla dimensione collettiva
Il progetto Re:Spiri – i cui risultati sono presentati in modo dettagliato in un numero speciale dell’Annuario di Storia Religiosa della Svizzera italiana della Facoltà di Teologia di Lugano – si focalizza sulle comunità religiose, quindi su una dimensione collettiva. Con comunità religiosa si intende un’istituzione sociale rappresentata da individui, specialisti religiosi e non, che si incontrano fisicamente in un luogo a intervalli regolari per attività ed eventi dal carattere esplicitamente religioso. Gli incontri si tengono regolarmente nello stesso luogo, e sono caratterizzati da una coerenza nella natura delle attività e degli eventi di ogni riunione. Inoltre, queste attività includono una dimensione rituale. La comunità viene definita in modo diverso secondo la tradizione religiosa, assumendo la forma di parrocchia, congregazione, tariqa, confraternita, loggia, circolo o cerchio.

Diversificazione, una tendenza recente
Dalla ricerca emerge innanzitutto che la tradizione prevalente in Ticino «è il cristianesimo, a cui si rifanno 427 comunità religiose, ovvero circa l’85% del totale», illustra Roveri. Nel cristianesimo si contano 9 correnti diverse, una varietà interna che si trova anche in altre tradizioni e che è un elemento cresciuto nel tempo. «Osservando le date di fondazione delle comunità abbiamo potuto vedere che la diversificazione del paesaggio religioso ticinese è piuttosto recente», afferma la ricercatrice. Il paesaggio religioso ticinese è infatti stato per lungo tempo composto unicamente da comunità cattoliche romane. Poi, nel 1875, è stata fondata la Chiesa cattolica cristiana del Ticino come prima comunità cristiana al di fuori del cattolicesimo romano. Nel 1910 è nata la prima comunità non cristiana: la Società teosofica, appartenente alla tradizione dell’esoterismo. Risale invece al 1918 la Comunità israelita di Lugano (ebraismo). Evidenzia Roveri che «è soprattutto dagli anni 50-60 del secolo scorso che la diversità religiosa e spirituale aumenta, con la fondazione di comunità di nuove tradizioni religiose, ma anche attraverso una diversificazione interna alle stesse tradizioni, e questo in particolare a seguito dei movimenti migratori e per l’influenza della globalizzazione».

Visibilità delle chiese cattoliche romane
Si riscontra un’ampia varietà pure sotto il profilo delle lingue di culto: 36 quelle censite, con un quinto delle comunità che risulta multilingue (significa che oltre a utilizzare l’italiano, ciò che fa la quasi totalità dei gruppi censiti, ne impiegano almeno un’altra). Per quel che riguarda la frequenza dei rituali, circa l’80% delle comunità li svolge almeno una volta a settimana. Quanto ai 453 luoghi di culto individuati in Ticino, non tutti sono edifici religiosi costruiti a tale fine, benché questa tipologia costituisca la maggioranza e che essi siano utilizzati da 356 comunità; le comunità si ritrovano anche in locali commerciali (41), appartamenti (13), locali industriali (5) o di altro tipo (12). Si osserva inoltre che il 6% dei luoghi di culto è condiviso tra più comunità, soprattutto all’interno del cristianesimo. Tendenzialmente la diversità religiosa si concentra nelle zone urbane, indica Roveri, «quindi Chiasso, Lugano, Bellinzona e Locarno. Questo perché le città sono più centrali e facilmente raggiungibili. Ci sono luoghi di culto distribuiti anche nei fondovalle, ma si tratta soprattutto di chiese cattoliche romane». A tal proposito, a livello di spazio pubblico «il Ticino presenta una grande visibilità della presenza dei luoghi di culto riconducibili al cristianesimo e in particolare al cattolicesimo romano, luoghi di culto di comunità più recenti non sono per contro sempre direttamente identificabili in quanto tali», osserva la ricercatrice.

Sempre più ‘senza religione’
Nello studio si fa accenno anche all’appartenenza individuale alle diverse tradizioni religiose, che viene rilevata dall’Ufficio federale di statistica (Ust). Gli ultimi dati disponibili recentemente pubblicati sono relativi al 2023 e mostrano per il Ticino una maggioranza di persone che si dichiara cattolica romana (56,4%), seguita da una percentuale rilevante di persone che si dice senza appartenenza religiosa (30,5%). Seguono coloro che appartengono ad altre comunità cristiane (5,5%), le persone di confessione protestante (3,2%), musulmani (2,2%), membri di altre chiese e comunità religiose (0,7%) ed ebrei (0,1%). Analizzando il cambiamento di queste appartenenze dal 1970 a oggi si notano in particolare due tendenze: un calo costante dell’appartenenza alla confessione cattolica romana e un aumento importante di persone che si dichiarano senza appartenenza religiosa. Queste ultime, praticamente assenti nel 1970, sono aumentate fino a rappresentare il 7,5% della popolazione nel 2000, e sono più che triplicate nei due decenni successivi. «Incrociando i dati si nota una disaffezione al concetto di “appartenenza” a una tradizione religiosa – constata Roveri –. Tuttavia questo non vuol dire che tutte le persone che si dicono senza appartenenza religiosa non abbiano una certa forma di spiritualità. Dal nostro rilevamento vediamo infatti la presenza piuttosto importante di nuove spiritualità, una formulazione che ingloba il fenomeno in crescita per cui le persone si ritengono spirituali ma non religiose». Dallo studio si delinea insomma l’immagine di «un paesaggio religioso e spirituale ticinese molto complesso e dinamico», tira le somme Roveri, specificando che l’idea è che la carta interattiva «possa essere costantemente aggiornata, integrando ulteriori approfondimenti, al fine di comprendere meglio le dinamiche sociali della diversità religiosa».

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 28 febbraio 2025 de La Regione

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Viaggio nel panorama religioso in Ticino

https://www.rsi.ch/play/tv/il-quotidiano/video/il-quotidiano?urn=urn:rsi:video:2588070

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Truffe in rete, Trivilini: “Non è più una questione di vero o falso, bensì di vero o verosimile”

Truffe in rete, Trivilini: “Non è più una questione di vero o falso, bensì di vero o verosimile”

Con il responsabile del servizio di informatica forense della SUPSI analizziamo l’ormai noto fenomeno del phishing e le strategie che si possono utilizzare per prevenirlo. “Occorre trattare i dati come prove: in qualsiasi momento devo poter dimostrare cosa ho fatto e cosa no”.

E-mail apparentemente ufficiali, provenienti dall’Ufficio Tecnico Comunale di Coldrerio, che contengono l’invito a scansionare un codice QR. È l’ultimo caso, in ordine di tempo, di truffa informatica (o phishing) verificatosi in Ticino. Una truffa, come spesso accade, perpetuata da criminali che sempre più spesso fingono di essere un’autorità di cui il cittadino si fida. Al giorno d’oggi sembra essere ormai divenuto un rischio anche credere a quelle istituzioni a cui siamo abituati a dare ascolto. “Non è più una questione di vero o falso, bensì di vero o verosimile”, afferma a Ticinonews Alessandro Trivilini, responsabile del servizio di informatica forense presso la SUPSI. “Vi è ormai una capacità da parte dei criminali informatici di riprodurre contenuti autorevoli partendo da nominativi e numeri di telefono che si trovano gratuitamente sui siti istituzionali” Tali dati “vengono gettati in pasto alle procedure informatiche dell’AI, le quali sono in grado di elaborare la comunicazione per arrivare ai cittadini e far credere loro che la domanda, richiesta o informazione in questione sia autentica”. In seguito, attraverso ad esempio il codice QR, “si indirizzano gli utenti a consultare determinate pagine. Infine, si può arrivare dove risiedono le informazioni personali in modo da poterle violare”.

“Effettuare sempre delle verifiche”
Per prevenire il phishing, le aziende hanno adottato dei protocolli “zero trust”: non ci si fida di niente e di nessuno a prescindere. Anche gli utenti devono iniziare a pensare così? “Dobbiamo ragionare come un investigatore digitale forense, che tratta i dati come prove: in qualsiasi momento devo poter dimostrare cosa ho fatto e cosa no”, spiega Trivilini. “Entrare in quest’ottica è utile, perché con il buon senso possiamo mettere tutto in discussione: mi arriva ad esempio un messaggio con un QR Code che mi chiede di accedere a un sito e il sito in questione sembra autorevole? Provo comunque a fare una telefonata o a mandare un messaggio whatsapp per effettuare una verifica'”. A quel punto, se le chiamate per chiedere conferme cominciano ad aumentare, “l’istituzione, nel caso sopracitato il Comune, deve reagire velocemente e pubblicare sulla propria autentica pagina web un messaggio per informare le persone”.

Come comportarsi in caso di truffa
Adottare gli strumenti per proteggersi e cercare di prevenire queste truffe è dunque fondamentale. Può tuttavia capitare di cadere nell’inganno. Anche in quel caso “non è tardi per agire. Nel momento in cui la persona prende consapevolezza che qualcosa potrebbe essere andato storto, deve anzitutto chiamare l’istituzione e chiedere informazioni”. L’autorità, da parte sua, “dovrebbe essere pronta a reagire a questo tipo di richieste e disporre di piccoli protocolli di risposta agli incidenti. Ciò significa anche rassicurare l’utente vittima della truffa: ‘non si preoccupi, abbiamo capito che c’è stato un inganno. I nostri tecnici hanno in mano la situazione, la terremo informata, stia tranquilla,…'”, conclude Trivilini.

https://www.ticinonews.ch/ticino/truffe-in-rete-trivilini-non-e-piu-una-questione-di-vero-o-falso-bensi-di-vero-o-verosimile-408330

Terremoto al DDPS, Gobbi: «È stato un fulmine a ciel sereno»

Terremoto al DDPS, Gobbi: «È stato un fulmine a ciel sereno»

Il consigliere di Stato, a capo delle Istituzioni, si è detto preoccupato in particolare per i servizi segreti: «Sono troppo fragili»

Il capo dell’esercito Thomas Süssli e il direttore del Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC) Christian Dussey hanno rassegnato le dimissioni. Sulla questione si è espresso anche Norman Gobbi ai microfoni di Radio Ticino.
La notizia per il Consigliere di Stato del Cantone Ticino è giunta come «un vero fulmine a ciel sereno». Dimissioni inaspettate, dunque, «un po’ come quelle presentate dalla capo Dipartimento – ha detto Gobbi -. La situazione generale non è delle più sicure. Malgrado la sicurezza percepita è ancora elevata, la Svizzera è comunque oggetto di attacchi in ambito di una guerra ibrida: dagli attacchi informatici, allo spionaggio che è molto attivo sul nostro territorio a elementi puntano a destabilizzare con disinformazione. Quindi queste tre partenze del capo Dipartimento della difesa, del capo dell’esercito e del Servizio delle attività informative della Confederazione è un segnale che non mi lascia tranquillo».

I segnali disseminati in questi giorni sono eclatanti: dallo scandalo Ruag, ai droni che volano sopra le caserme, infine le dimissioni in massa al DDPS. Un quadro non promettente. «Bisogna cambiare mentalità – ha detto il direttore del Dipartimento delle istituzioni -. Per il periodo instabile che stiamo vivendo, si deve lavorare mantenendo i piedi per terra, la testa alta e il casco in testa. Visti i colpi che girano, mi permetto di dire. Gli interessi che ci sono li abbiamo colti nel corso delle discussioni sulla pace in Ucraina. Gli Stati Uniti, nella figura del presidente Donald Trump, hanno mandato una chiara richiesta di rimborso di indennizzo per i danni di guerra causati, a fronte degli investimenti. Non dobbiamo pensare di vivere in un mondo utopico in cui tutti andiamo d’accordo».

Gobbi è preoccupato in particolare per la fragilità in cui versano i servizi segreti: «L’importante è dare stabilità. Fortunatamente le grandi organizzazioni sì, hanno bisogno di un capo, ma funzionano di per sé già da sole, grazie a una struttura organica consolidata. Faccio l’esempio anche da noi. Con la Polizia cantonale, il comandante Cochi ha assunto un ruolo intercantonale molto importante che lo porta spesso Oltregottardo. Grazie a una struttura interna molto solida, questa assenza non ha ripercussioni sull’organizzazione interna. Dunque, dal mio punto di vista, la partenza di Süssli non avrà impatto sull’Esercito svizzero e non cambierà visione strategica. Il ritorno della missione difesa come compito principale non verrà toccato, mancherà semmai l’uomo immagine. Süssli aveva la capacità di catturare molto bene l’attenzione. Quel che più mi preoccupa è la partenza di Dussey che evidentemente rende ancor più fragili i nostri servizi segreti, sono già di per sé deboli perché è l’ennesima riforma che stanno vivendo senza un capo, senza un chiaro indirizzo. Questo mi preoccupa proprio perché i servizi segreti sono le nostre orecchie, i nostri occhi per tutelare il paese, ma anche per fare il controspionaggio. Come dicevo prima, lo spionaggio di stati terzi in Svizzera è comunque molto attivo».

È possibile che il futuro capo dell’esercito arrivi dal Ticino? «Dipenderà dai profili richiesti e dalle valutazioni che faranno il futuro Capo dipartimento e il Consiglio federale. Ho partecipato alcuni anni fa a una commissione per la scelta del capo dell’esercito di quasi dieci anni fa. Bisogna essere in grado di reggere il colpo e in questo momento magari non tutti sono disposti a esporsi politicamente parlando. È una posizione molto esposta, alla pari di un consigliere federale. Non è un lavoro per tutti».

Da www.tio.ch
 
Via la Consigliere federale, via il Capo dell’Esercito, via il capo dei servizi segreti – Qual è lo stato della nostra sicurezza?

Via la Consigliere federale, via il Capo dell’Esercito, via il capo dei servizi segreti – Qual è lo stato della nostra sicurezza?

Comunicato stampa di Alleanza Sicurezza Svizzera

Il Dipartimento della Difesa non ha lasciato nulla di intentato. Dopo la Consigliera federale Viola Amherd, se ne vanno anche il capo dell’esercito Thomas Süssli e il capo dei servizi segreti Christian Dussey. Anche il responsabile del progetto F-35 e il capo delle Forze aeree si trasferiscono nel settore privato. L’Alleanza per la sicurezza svizzera ha preso atto con rammarico delle dimissioni. L’Esercito perde un capo che ha fatto molto per le nostre forze armate e ha spinto per l’espansione necessaria e urgente. Tuttavia, l’obiettivo non è ancora raggiunto.

La situazione della sicurezza non ci permette di distrarci in discussioni interne. L’esercito deve dedicare tutte le sue energie alla ricostruzione della capacità di difesa. Anche se in Ucraina si dovesse raggiungere una pace imposta, i segnali indicano una tempesta. Ogni giorno si moltiplicano le notizie di atti terroristici, come il sabotaggio di cavi sottomarini in Europa e a Taiwan, o i tentativi di esercitare influenza. La gente sembra essersi abituata a migliaia di attacchi informatici. La Russia si sta preparando alla prossima guerra. La Svizzera deve riprendere immediatamente il controllo della situazione.

Nelle ultime settimane si sono moltiplicate le notizie di irregolarità e scandali. Il Consiglio federale ha la responsabilità collegiale di creare ed equipaggiare un esercito all’altezza delle sfide geopolitiche e di politica di sicurezza. Allo stato attuale delle cose, non è così. Ora è ancora più importante chi sarà nominato a capo del DDPS: egli dovrà prendere decisioni rivoluzionarie nel dipartimento della difesa fin dal primo giorno. Non solo per quanto riguarda i progetti di ammodernamento del materiale bellico dal valore di miliardi, che hanno incontrato difficoltà e sono costantemente sotto attacco da parte della sinistra. Oltre a tutto il resto, ora ci sono anche cambiamenti di personale.
L’elenco delle questioni in sospeso è purtroppo lungo:

– Ripristino della capacità di difesa.
– Un concetto di difesa integrata che coordini i singoli settori e che permetta di ottenere il massimo impatto.
– Raggiungere un livello tecnologico ambizioso per le forze armate.
– Attuazione delle conclusioni dello scandalo di corruzione della RUAG.
– Riorganizzazione e correzioni nel SIC, i nostri servizi segreti.
– Condizioni quadro per l’industria della difesa in termini di approvvigionamento e di esportazioni che sostengano la sua sopravvivenza economica in Svizzera e quindi la sua capacità di difesa.
– Applicazione del principio di milizia e del servizio militare obbligatorio per garantire un numero sufficiente di effettivi per l’esercito e la protezione civile.
– Cooperazione con i nostri vicini in materia di difesa.
– Coordinare la politica estera con la politica di sicurezza.

Soprattutto la politica di sicurezza e il ripristino delle capacità di difesa devono ora avere la priorità assoluta. L’intero Consiglio federale ha una responsabilità.
Il tempo stringe.

La Direzione del futuro Centro cantonale polivalente incontra l’Associazione di quartiere di Camorino

La Direzione del futuro Centro cantonale polivalente incontra l’Associazione di quartiere di Camorino

Comunicato stampa

Lunedì 24 febbraio 2025, la Direzione del futuro Centro cantonale polivalente (CCP), insieme a rappresentanti del Municipio di Bellinzona e del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport (DECS), ha incontrato il Comitato dell’Associazione di quartiere di Camorino.

Nell’autunno 2025, è prevista l’inaugurazione del nuovo Centro cantonale polivalente nella zona Ala Munda, nel quartiere di Camorino. Il Centro ospiterà principalmente migranti attribuiti al Canton Ticino da parte della Segreteria di stato della migrazione (SEM), oltre a rientrare nel dispositivo cantonale di protezione della popolazione. Durante la permanenza nel Centro, gli ospiti parteciperanno ad attività occupazionali, formative e integrative, in attesa che venga loro attribuito un appartamento sul territorio.
La Direzione del CCP, in collaborazione con i servizi competenti del DECS e il Municipio di Bellinzona, ha elaborato una strategia comunicativa volta a garantire un’informazione puntuale e trasparente a tutte le istituzioni e alla popolazione.
Per questo motivo lunedì 24 febbraio, la Direzione del CCP ha avuto la possibilità di presentare il progetto e, insieme ai rappresentanti della Sezione delle scuole comunali del DECS e ai rappresentanti del Municipio, rispondere alle puntuali domande poste dal Comitato dell’Associazione di quartiere di Camorino. In particolare, sono stati affrontati diversi temi: la tempistica di progetto, il modello di gestione, gli aspetti legati alla sicurezza, la scolarizzazione dei bambini presenti in struttura e la messa in sicurezza del percorso Centro – scuola.
L’interesse dimostrato e le discussioni costruttive suggeriscono che questa nuova realtà potrà integrarsi in modo ottimale nel tessuto del Bellinzonese e, in particolare, in quello di Camorino.
Dal punto di vista comunicativo, seguendo la strategia sopracitata, i presenti hanno concordato l’organizzazione di una serata pubblica, aperta alla popolazione locale, che si terrà all’inizio di giugno, prima della conclusione dell’anno scolastico.

Asilanti, ripartizione da migliorare

Asilanti, ripartizione da migliorare

La Camera dei Cantoni chiede di rivedere la prassi, tenendo maggiormente conto di tutti i criteri – Gobbi: «Bene, ma si considerino anche gli elementi più sostanziali»

La ripartizione dei richiedenti asilo fra i Cantoni è adeguata, ma l’attuale prassi va modificata per tenere maggiormente conto di tutti i criteri, come quello della popolazione residente. È quanto sostiene la Commissione della gestione degli Stati sulla base di un rapporto del Controllo parlamentare dell’amministrazione (CPA). Le persone che inoltrano una domanda d’asilo vengono inizialmente collocate in un centro federale d’asilo (CFA). Al più tardi dopo 140 giorni, la Segreteria di Stato della migrazione le attribuisce a un Cantone. In linea di massima la ripartizione avviene in proporzione alla popolazione. La quota del Ticino è del 4,03%. La SEM applica regole di ripartizione ritenute coerenti e sufficientemente concrete. Tuttavia l’attribuzione avviene soltanto parzialmente in modo proporzionale alla popolazione. La ripartizione si basa infatti su un algoritmo che però non tiene conto di tutti i criteri applicabili. Pertanto occorre apportare regolarmente modifiche manuali. Poiché quest’operazione non viene eseguita allo stesso modo in tutti i CFA, possono esserci disparità di trattamento tra i richiedenti l’asilo nel momento della loro attribuzione ai Cantoni. Per quanto riguarda i criteri di ripartizione, si raccomanda al Consiglio federale di esaminare se e in che modo l’algoritmo possa tener conto di tutti i criteri. Stando al rapporto del CPA, la ripartizione è complessa a causa di numerosi fattori: popolazione, diverse categorie di procedure (p. es. Dublino), numero di persone da ripartire, minorenni non accompagnati. Il solo sistema elettronico non consente una ripartizione adeguata perché tiene conto di numerosi fattori di ripartizione, ma non di tutti.

«I Cantoni con la presenza di centri federali hanno un vantaggio ma questo è indipendente dalla capienza dei CFA. È un problema. In Ticino c’è una presenza accresciuta di richiedenti », dice il capo del DI Norman Gobbi. «L’altro problema è la non considerazione della situazione dei Cantoni di frontiera, che sono maggiormente coinvolti anche nella gestione dei flussi. Quindi, ben vengano queste indicazioni sull’algoritmo, ma bisognerebbe tenere conto anche degli elementi più sostanziali». 

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 25 febbraio 2025 del Corriere del Ticino

Gobbi: “La Svizzera è un Paese con una profonda cultura politica”

Gobbi: “La Svizzera è un Paese con una profonda cultura politica”

Norman Gobbi “risponde” a Steve Bannon, che ai microfoni della RSI ha definito i politici svizzeri corrotti

Intervistato dal nostro corrispondente Massimiliano Herber a margine della conferenza dei conservatori americani di Washington, l’esponente del movimento MAGA Steve Bannon – che non riveste un ruolo ufficiale nell’amministrazione Trump – ha sferrato un attacco alla Svizzera, definendo i suoi leader “corrotti”. I colleghi di SEIDISERA hanno voluto sentire la reazione di rappresentanti della destra svizzera, raccogliendo l’opinione del direttore del Dipartimento ticinese delle istituzioni Norman Gobbi.

“Non mi sento attaccato da qualcuno che non conosce la realtà elvetica”, ha affermato, “Steve Bannon ha fatto delle affermazioni figlie di un’immagine hollywoodiana della Svizzera, in cui viene sempre vista come la cassaforte dei fondi segreti, quando ormai il segreto bancario, purtroppo, da un lato è ormai defunto”. Secondo Gobbi “l’atteggiamento avuto da Steve Bannon durante tutto il suo intervento è sicuramente lesivo per una destra che in Europa ha un altro tipo di cultura, non vive solo di slogan, ma ha anche delle soluzioni a fronte di problemi reali”. In particolare, si riferisce ai risultati elettorali raccolti in Austria dalla FPÖ e in Francia dal Rassemblement National e alle politiche migratorie dei due partiti.

Lo stretto alleato di Donald Trump (Bannon fu manager della campagna presidenziale nel 2016) è oggi una figura di riferimento per molti rappresentanti dei movimenti di destra. A questo proposito Norman Gobbi si dice preoccupato del fatto che ”la cultura politica in America non sia molto profonda, non affronti i problemi per quello che sono, non conosca molto quello che sono le realtà degli altri paesi.” La Svizzera, invece, secondo il direttore del Dipartimento delle istituzioni “è un paese di centro destra ampiamente consolidato, che ha comunque una profonda cultura politica”. 

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Gobbi-%E2%80%9CLa-Svizzera-%C3%A8-un-Paese-con-una-profonda-cultura-politica%E2%80%9D–2616910.html

Il dinamico mondo dell’esecuzione delle pene

Il dinamico mondo dell’esecuzione delle pene

Norman Gobbi sottolinea la complessità della presa a carico dei detenuti

Nell’immaginario comune il carcere è luogo in cui le giornate si susseguono l’una uguale all’altra, scandite dal rumore delle chiavi e connotate da una sorveglianza statica e passiva. Nulla di più falso! 
Secondo il Direttore del Dipartimento delle istituzioni, infatti “a fronte delle nuove sfide poste da sovraoccupazione e fragilizzazione crescente della popolazione carceraria, solo il dinamismo e la progettualità delle persone attive nell’ambito dell’esecuzione della pena riesce a garantire che il processo di risocializzazione si svolga in modo efficiente e nel pieno rispetto della dignità della persona.
Per quanto attiene all’occupazione, il Ticino, continua Gobbi, “come Cantone di frontiera e di transito, è direttamente e sempre più interessato da reati legati al traffico, anche internazionale, di stupefacenti e da reati contro il patrimonio. Soprattutto nel primo caso, le inchieste condotte dal Ministero pubblico e dalla Polizia cantonale si dipanano in filoni e sotto-filoni, con un conseguente numero importante di persone tratte in arresto anche simultaneamente che comporta, ad intervalli regolari, un’alta occupazione del carcere giudiziario”.
Ma più che dalla quantità, la vera sfida posta al personale che opera nell’ambito dell’esecuzione della pena è data dalla crescente complessità della presa a carico delle persone detenute.
Secondo il Direttore, “negli ultimi decenni si è assistito a un progressivo aumento dell’incarcerazione di persone socialmente vulnerabili (persone con dipendenze, persone senza dimora o con problematiche socio-economiche e persone con disturbi psichiatrici pregressi), fenomeno indipendente dal genere o dall’età, che ha causato un incremento di detenzioni anche femminili, di minori e di persone anziane. Questo comporta per collaboratori non solo un incremento della quantità delle persone da seguire tout court, ma anche una crescente complessità gestionale e relazionale.”
Per poter far fronte a queste dinamiche, si sono rese necessarie risposte progettuali e operative, che hanno presupposto iniziativa e dinamismo: accanto a misure a lungo termine, quali lo studio di un nuovo carcere che tenesse conto delle nuove peculiarità della popolazione carceraria, sono stati creati spazi per le persone più vulnerabili o problematiche, si sta edificando una sezione femminile, è stata intensificata la collaborazione tra agenti di custodia, personale medico, operatori sociali e polizia.
E in questo contesto, conclude Gobbi, “una volta di più, la differenza l’hanno fatta, la fanno e la faranno le persone, pronte a mettersi in discussione, a tenersi aggiornate, a reiventare il proprio ruolo pur di agire nel rigore insito nella professione e nell’Umanità imprescindibile richiesta dalla presa a carico delle persone detenute.”

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 23 febbraio 2025 de Il Mattino della domenica

Al confine sedici migranti: gruppo di lavoro internazionale

Al confine sedici migranti: gruppo di lavoro internazionale

Incontro a Varese tra autorità ticinesi e lombarde sulla trasformazione della ex caserma di Fornasette in un centro di accoglienza

Sedici. Fra tante parole, è forse un numero l’informazione più di spicco dell’incontro di stamattina fra autorità ticinesi e lombarde sulla sistemazione di alcuni migranti – sedici, appunto: questa la capacità massima della struttura – nella ex caserma dei Carabinieri al valico di Fornasette. La prospettiva, che sta creando qualche preoccupazione fra le comunità di Tresa e anche di Luino, è stata al centro di un summit a Varese a cui hanno partecipato, fra gli altri, il prefetto del capoluogo lombardo Salvatore Pasquariello, il consigliere di Stato Norman Gobbi, il sindaco di Tresa Piero Marchesi e il suo omologo di Luino Enrico Bianchi.
Il principale risultato del tavolo internazionale è la creazione di un gruppo di lavoro, anch’esso internazionale, che accompagni la realizzazione del progetto. Ammesso che venga realizzato, o almeno che venga realizzato lì. Lo stesso prefetto, alla fine della riunione, ha spiegato che il collocamento dei migranti al confine «dipende da tante cose».
Due su tutte: la disponibilità di eventuali alternative e l’evoluzione degli sbarchi. «Noi, in ogni caso, lo stabile alla frontiera lo stiamo ristrutturando, e la prima opzione per il suo utilizzo rimane l’accoglienza dei migranti. Se il progetto andrà avanti, abbiamo già l’impegno di vari attori a fare in modo che queste persone possano essere integrate al meglio e occupate nel loro tempo libero». Pasquariello ha poi definito «legittime» le preoccupazioni espresse a livello locale al di qua e al di là del confine. «A maggior ragione, è importante lavorare insieme».
Gobbi, dal canto suo, ha apprezzato l’incontro «perché ha permesso di avere trasparenza» e ha fatto notare come l’apertura del centro, in ogni caso, «non sarebbe immediata».
La chiarezza al tavolo delle autorità l’ha riconosciuta anche Marchesi, secondo il quale un tema, tuttavia, rimane aperto e preoccupa: «Con la sospensione degli accordi di Dublino da parte dell’Italia, potremmo avere difficoltà a rimpatriare chi eventualmente attraversasse il confine». Il sindaco di Tresa ritiene che sia «giusto incontrarsi, quando vi è preoccupazione tra i cittadini» e che il gruppo di lavoro «tratterà tutti gli aspetti di questa situazione». Per Bianchi, quella di oggi è stata una giornata «molto chiarificatrice». Il sindaco di Luino ha denunciato la volontà di alcuni di «spaventare la cittadinanza», sottolineando che i migranti attesi a Fornasette sono «persone già monitorate e selezionate». «Noi siamo pronti a fare la nostra parte: un amministratore deve occuparsi anche di questioni problematiche, affrontandole con autorità».
 
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Centro asilanti a Fornasette, Svizzera e Italia al lavoro per rassicurare i cittadini

Il sindaco di Tresa esprime preoccupazioni riguardo alla creazione di un centro di accoglienza per richiedenti asilo a Fornasette, a causa del rischio di attraversamenti illegali verso la Svizzera e della sospensione dell’accordo di Dublino. Il Prefetto propone un tavolo di lavoro per monitorare il progetto.
Il tema della creazione di un centro di accoglienza per richiedenti l’asilo a Fornasette, nell’ex caserma dei Carabinieri su territorio italiano, è stato al centro di un incontro tenutosi questa mattina presso la Prefettura di Varese che ha visto – fra i numerosi partecipanti – anche il consigliere di Stato Norman Gobbi e il sindaco di Tresa Piero Marchesi. Un momento di discussione in cui Marchesi ha avuto l’opportunità di esporre le preoccupazioni dei cittadini di Tresa, in particolare della frazione di Fornasette, riguardo l’apertura di questo centro, situato a poche centinaia di metri dal confine svizzero. La principale preoccupazione è che gli ospiti del centro potrebbero facilmente attraversare il confine in modo illecito, anche solo per motivi di svago, a maggior ragione in considerazione del fatto che il valico non è più presidiato sistematicamente, come previsto dall’Accordo di Schengen. 

I migranti al centro saranno 16
Durante le discussioni – come riporta il Corriere del Ticino – è anche saltato fuori il numero massimo di migranti che la struttura può accogliere: sedici. Il Sindaco ha inoltre sottolineato un ulteriore rischio derivante dalla sospensione unilaterale dell’accordo di Dublino da parte del Governo italiano, avvenuta nel dicembre 2022, che potrebbe comportare il fatto che le autorità svizzere non possano respingere gli ingressi illegali. Inoltre, “l’esperienza di situazioni simili ha mostrato che la vicinanza di un centro di accoglienza come quello proposto a un piccolo nucleo come quello di Fornasette, in Svizzera, potrebbe compromettere, in qualche modo, la sicurezza dei cittadini residenti”, si legge nel comunicato diramato dal Municipio di Tresa. Dal canto suo, il Prefetto ha suggerito di istituire un tavolo di lavoro che si riunirà nei prossimi mesi per monitorare da vicino l’evoluzione del progetto. A questo tavolo parteciperanno, oltre a un rappresentante dell’autorità cantonale, anche un delegato del Comune di Tresa.

Soddisfazione del PLR per il tavolo di lavoro
La Sezione PLR Tresa “prende atto con soddisfazione della risposta delle autorità svizzere ed italiane emerse dall’incontro avvenuto in prefettura a Varese in data odierna, in merito alle preoccupazioni relative alla prevista destinazione dell’ex caserma dei Carabinieri di Fornasette (I) come luogo di accoglienza per migranti, prestando attenzione in modo particolare alle forti preoccupazioni espresse dagli esercenti e popolazione locale sia sul versante Svizzero sia su quello Italiano. Sin dall’emergere di questa possibilità, il PLR Tresa ha ritenuto doveroso farsi per primo portavoce delle legittime apprensioni della popolazione, evidenziando i rischi connessi a una simile destinazione d’uso per la struttura proprio a ridosso del confine. La posizione isolata della ex caserma, l’assenza di un presidio doganale fisso, la saltuaria presenza delle forze dell’ordine, il forte rischio di un aumento di reati connessi alla presenza di migranti, e la vulnerabilità già riscontrata in passato nelle zone di confine rendono infatti a nostro parere questa scelta particolarmente inopportuna. Accogliamo quindi con favore la decisione delle autorità competenti di creare tavoli di lavoro congiunti, che dimostrano perlomeno attenzione nei confronti delle istanze e della popolazione locale. Ringraziamo le autorità istituzionali e le forze politiche sia Svizzere sia Italiane che in queste settimane hanno recepito un tema particolarmente sentito nel tentativo di cercare soluzioni pragmatiche. Ringraziamo altresì la popolazione sia Svizzera sia Italiana che in diversi modi hanno espresso tutte le loro preoccupazioni sul tema in questione. Ribadiamo il nostro impegno a vigilare affinché il territorio del comune di Tresa rimanga un luogo sicuro per cittadini e commercianti, continuando a monitorare, sensibilizzare ed a interloquire con tutte le istituzioni per garantire soluzioni efficaci alle problematiche di sicurezza e di gestione del confine”.

https://www.ticinonews.ch/ticino/centro-asilanti-a-fornasette-svizzera-e-italia-al-lavoro-per-rassicurare-i-cittadini-408137

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Richiedenti asilo a Fornasette, il prefettura a Varese un tavolo di lavoro permanente

È il bilancio della riunione che si è tenuta venerdì mattina nell’ufficio del Governo a Varese. Presenti sindaci e istituzioni coinvolte. Il punto sulla struttura, “priva di allacciamenti fognari”

 
C’è un tavolo di lavoro condiviso sulla questione legata alla sistemazione nell’ex caserma dei carabinieri di Fornasette – Luino – da destinare ai migranti che, se arriveranno, saranno al massimo 16 unità, e non 30 come ipotizzato in un primo momento.
Perché molti dei ragionamenti sorti durante la riunione di confronto voluta dal prefetto di Varese Salvatore Pasqauriello sono gravitati appunto intorno a questo «se», cioè al fatto che l’arrivo dei richiedenti protezione internazionale è legata ad un fattore prevalentemente non ancora definito. In pratica i lavori di ristrutturazione della ex caserma verranno fatti, anche a beneficio dei finanziamenti ad essa destinati. Ma non è ancora chiaro se qui vi troveranno ricovero gli asilanti; in una prima ipotesi si è parlato di una collocazione di nuclei famigliari allargati divisi su due appartamenti, uno al piano inferiore e uno a quello superiore.
La prossima data in cui il tavolo si riunirà sarà da prevedersi per marzo, sarà un tavolo permanente, aperto ai vicini di casa della Confederazione. Nel frattempo rimane aperta la dialettica politica, intesa come decisione della destinazione del bene pubblico, fra le parti in causa, che alla fine sono tre.
Ci sono le minoranze consiliari del comune di Luino che si oppongono all’idea della seconda vita della caserma legata all’ospitalità dei migranti, e che anzi rilanciano proponendo un centro operativo del Cacciatori (carabinieri “eliportati“, reparti speciali) contro lo spaccio nei boschi: hanno proposto sul tema una mozione in ordine del giorno nel prossimo consiglio comunale previsto a Luino per il 24 febbraio; rappresentante delle opposizioni è stato nominato il consigliere comunale luinese Furio Artoni che ha rappresentato al prefetto alcune carenze tecniche della struttura («assenza di fognature»).
Poi c’è la maggioranza consiliare che sul punto non vede invece alcuna preclusione (anche alla luce del fatto che, come spiegato a Varesenews dal sindaco Enrico Bianchi, la decisione è stata presentata come necessità imposta da una decisione del Viminale). I presenti alla riunione hanno riferito di aver assistito ad una lamentale da parte del primo cittadino circa il clima che si è creato in città intorno a questo tema.E, non convitato di pietra bensì in carne ed ossa, anche il Canton Ticino, invitato dal prefetto di Varese e presente con un suo alto rappresentante, il consigliere di Stato (Governo) Norman Gobbi, pure esponente politico della Lega dei Ticinesi che insieme al sindaco di Tresa Piero Marchesi  ha specificato le riserve sulla destinazione della struttura che è in prossimità del confine di Stato. Alla riunione, oltre alle forze dell’ordine erano presenti anche delegati della Provincia e delle istituzioni della partita.
 
 
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Sedici migranti a Fornasette, summit italo-ticinese a Varese

È stato formalmente chiarito il numero dei profughi che potrebbero, ma la soluzione è contrastata sulle due sponde del confine, venire ospitati nell’ex caserma dei carabinieri

L’ipotesi che l’Italia crei un centro d’accoglienza straordinario di migranti, acronimo CAS, a due passi dal confine, a Fornasette, è stato il tema al centro del summit che venerdì mattina alla Villa Recalcati di Varese, sede della provincia, ha riunito attorno a un tavolo rappresentanti delle istituzioni italo-ticinesi. Il paventato arrivo dei profughi nell’ex caserma dei carabinieri.

Dal consigliere di Stato Norman Gobbi, al sindaco di Tresa Piero Marchesi, per parte svizzera, al sindaco di Luino Enrico Bianchi, al prefetto varesino Salvatore Pasquariello, al questore, ai comandanti di Polizia e delle Guardie di finanza, agli assessori. Attorno al tavolo una trentina di persone. Praticamente il doppio dei migranti – sedici – che dovrebbero, ma il condizionale è d’obbligo, venir alloggiati a Fornasette.
Altra novità di giornata è stata l’istituzione di un “tavolo di lavoro” transfrontaliero, con riunione in agenda per fine marzo. Il summit odierno è nato anche dalla preoccupazione sorta in Ticino con vari atti parlamentari. Il PLR a Tresa e l’UDC a Bellinzona hanno intercettato questi timori sorti a cavallo del confine. A preoccupare sono le poche centinaia di metri di distanza dal valico e l’assenza di controlli doganali. La struttura dismessa da una dozzina d’anni dovrebbe essere pronta per fine marzo e la sua apertura viene da una disposizione del governo Meloni. Un’ipotesi che verrà comunque fortemente contestata la prossima settimana in consiglio comunale a Luino e verrà discussa anche a Roma, come ha assicurato il deputato di Fratelli d’Italia Andrea Pellicini e anche a Berna ha detto, dal canto, suo il consigliere nazionale Piero Marchesi.
Preoccupazioni che sono confluite anche in una presa di posizione dello stesso Municipio di Tresa, firmato dal sindaco Marchesi, dove si ribadisce: “La principale preoccupazione è che gli ospiti del centro potrebbero facilmente attraversare il confine in modo illecito, anche solo per motivi di svago”.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Sedici-migranti-a-Fornasette-summit-italo-ticinese-a-Varese–2613875.html