Terremoto al DDPS, Gobbi: «È stato un fulmine a ciel sereno»

Terremoto al DDPS, Gobbi: «È stato un fulmine a ciel sereno»

Il consigliere di Stato, a capo delle Istituzioni, si è detto preoccupato in particolare per i servizi segreti: «Sono troppo fragili»

Il capo dell’esercito Thomas Süssli e il direttore del Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC) Christian Dussey hanno rassegnato le dimissioni. Sulla questione si è espresso anche Norman Gobbi ai microfoni di Radio Ticino.
La notizia per il Consigliere di Stato del Cantone Ticino è giunta come «un vero fulmine a ciel sereno». Dimissioni inaspettate, dunque, «un po’ come quelle presentate dalla capo Dipartimento – ha detto Gobbi -. La situazione generale non è delle più sicure. Malgrado la sicurezza percepita è ancora elevata, la Svizzera è comunque oggetto di attacchi in ambito di una guerra ibrida: dagli attacchi informatici, allo spionaggio che è molto attivo sul nostro territorio a elementi puntano a destabilizzare con disinformazione. Quindi queste tre partenze del capo Dipartimento della difesa, del capo dell’esercito e del Servizio delle attività informative della Confederazione è un segnale che non mi lascia tranquillo».

I segnali disseminati in questi giorni sono eclatanti: dallo scandalo Ruag, ai droni che volano sopra le caserme, infine le dimissioni in massa al DDPS. Un quadro non promettente. «Bisogna cambiare mentalità – ha detto il direttore del Dipartimento delle istituzioni -. Per il periodo instabile che stiamo vivendo, si deve lavorare mantenendo i piedi per terra, la testa alta e il casco in testa. Visti i colpi che girano, mi permetto di dire. Gli interessi che ci sono li abbiamo colti nel corso delle discussioni sulla pace in Ucraina. Gli Stati Uniti, nella figura del presidente Donald Trump, hanno mandato una chiara richiesta di rimborso di indennizzo per i danni di guerra causati, a fronte degli investimenti. Non dobbiamo pensare di vivere in un mondo utopico in cui tutti andiamo d’accordo».

Gobbi è preoccupato in particolare per la fragilità in cui versano i servizi segreti: «L’importante è dare stabilità. Fortunatamente le grandi organizzazioni sì, hanno bisogno di un capo, ma funzionano di per sé già da sole, grazie a una struttura organica consolidata. Faccio l’esempio anche da noi. Con la Polizia cantonale, il comandante Cochi ha assunto un ruolo intercantonale molto importante che lo porta spesso Oltregottardo. Grazie a una struttura interna molto solida, questa assenza non ha ripercussioni sull’organizzazione interna. Dunque, dal mio punto di vista, la partenza di Süssli non avrà impatto sull’Esercito svizzero e non cambierà visione strategica. Il ritorno della missione difesa come compito principale non verrà toccato, mancherà semmai l’uomo immagine. Süssli aveva la capacità di catturare molto bene l’attenzione. Quel che più mi preoccupa è la partenza di Dussey che evidentemente rende ancor più fragili i nostri servizi segreti, sono già di per sé deboli perché è l’ennesima riforma che stanno vivendo senza un capo, senza un chiaro indirizzo. Questo mi preoccupa proprio perché i servizi segreti sono le nostre orecchie, i nostri occhi per tutelare il paese, ma anche per fare il controspionaggio. Come dicevo prima, lo spionaggio di stati terzi in Svizzera è comunque molto attivo».

È possibile che il futuro capo dell’esercito arrivi dal Ticino? «Dipenderà dai profili richiesti e dalle valutazioni che faranno il futuro Capo dipartimento e il Consiglio federale. Ho partecipato alcuni anni fa a una commissione per la scelta del capo dell’esercito di quasi dieci anni fa. Bisogna essere in grado di reggere il colpo e in questo momento magari non tutti sono disposti a esporsi politicamente parlando. È una posizione molto esposta, alla pari di un consigliere federale. Non è un lavoro per tutti».

Da www.tio.ch
 
Via la Consigliere federale, via il Capo dell’Esercito, via il capo dei servizi segreti – Qual è lo stato della nostra sicurezza?

Via la Consigliere federale, via il Capo dell’Esercito, via il capo dei servizi segreti – Qual è lo stato della nostra sicurezza?

Comunicato stampa di Alleanza Sicurezza Svizzera

Il Dipartimento della Difesa non ha lasciato nulla di intentato. Dopo la Consigliera federale Viola Amherd, se ne vanno anche il capo dell’esercito Thomas Süssli e il capo dei servizi segreti Christian Dussey. Anche il responsabile del progetto F-35 e il capo delle Forze aeree si trasferiscono nel settore privato. L’Alleanza per la sicurezza svizzera ha preso atto con rammarico delle dimissioni. L’Esercito perde un capo che ha fatto molto per le nostre forze armate e ha spinto per l’espansione necessaria e urgente. Tuttavia, l’obiettivo non è ancora raggiunto.

La situazione della sicurezza non ci permette di distrarci in discussioni interne. L’esercito deve dedicare tutte le sue energie alla ricostruzione della capacità di difesa. Anche se in Ucraina si dovesse raggiungere una pace imposta, i segnali indicano una tempesta. Ogni giorno si moltiplicano le notizie di atti terroristici, come il sabotaggio di cavi sottomarini in Europa e a Taiwan, o i tentativi di esercitare influenza. La gente sembra essersi abituata a migliaia di attacchi informatici. La Russia si sta preparando alla prossima guerra. La Svizzera deve riprendere immediatamente il controllo della situazione.

Nelle ultime settimane si sono moltiplicate le notizie di irregolarità e scandali. Il Consiglio federale ha la responsabilità collegiale di creare ed equipaggiare un esercito all’altezza delle sfide geopolitiche e di politica di sicurezza. Allo stato attuale delle cose, non è così. Ora è ancora più importante chi sarà nominato a capo del DDPS: egli dovrà prendere decisioni rivoluzionarie nel dipartimento della difesa fin dal primo giorno. Non solo per quanto riguarda i progetti di ammodernamento del materiale bellico dal valore di miliardi, che hanno incontrato difficoltà e sono costantemente sotto attacco da parte della sinistra. Oltre a tutto il resto, ora ci sono anche cambiamenti di personale.
L’elenco delle questioni in sospeso è purtroppo lungo:

– Ripristino della capacità di difesa.
– Un concetto di difesa integrata che coordini i singoli settori e che permetta di ottenere il massimo impatto.
– Raggiungere un livello tecnologico ambizioso per le forze armate.
– Attuazione delle conclusioni dello scandalo di corruzione della RUAG.
– Riorganizzazione e correzioni nel SIC, i nostri servizi segreti.
– Condizioni quadro per l’industria della difesa in termini di approvvigionamento e di esportazioni che sostengano la sua sopravvivenza economica in Svizzera e quindi la sua capacità di difesa.
– Applicazione del principio di milizia e del servizio militare obbligatorio per garantire un numero sufficiente di effettivi per l’esercito e la protezione civile.
– Cooperazione con i nostri vicini in materia di difesa.
– Coordinare la politica estera con la politica di sicurezza.

Soprattutto la politica di sicurezza e il ripristino delle capacità di difesa devono ora avere la priorità assoluta. L’intero Consiglio federale ha una responsabilità.
Il tempo stringe.

La Direzione del futuro Centro cantonale polivalente incontra l’Associazione di quartiere di Camorino

La Direzione del futuro Centro cantonale polivalente incontra l’Associazione di quartiere di Camorino

Comunicato stampa

Lunedì 24 febbraio 2025, la Direzione del futuro Centro cantonale polivalente (CCP), insieme a rappresentanti del Municipio di Bellinzona e del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport (DECS), ha incontrato il Comitato dell’Associazione di quartiere di Camorino.

Nell’autunno 2025, è prevista l’inaugurazione del nuovo Centro cantonale polivalente nella zona Ala Munda, nel quartiere di Camorino. Il Centro ospiterà principalmente migranti attribuiti al Canton Ticino da parte della Segreteria di stato della migrazione (SEM), oltre a rientrare nel dispositivo cantonale di protezione della popolazione. Durante la permanenza nel Centro, gli ospiti parteciperanno ad attività occupazionali, formative e integrative, in attesa che venga loro attribuito un appartamento sul territorio.
La Direzione del CCP, in collaborazione con i servizi competenti del DECS e il Municipio di Bellinzona, ha elaborato una strategia comunicativa volta a garantire un’informazione puntuale e trasparente a tutte le istituzioni e alla popolazione.
Per questo motivo lunedì 24 febbraio, la Direzione del CCP ha avuto la possibilità di presentare il progetto e, insieme ai rappresentanti della Sezione delle scuole comunali del DECS e ai rappresentanti del Municipio, rispondere alle puntuali domande poste dal Comitato dell’Associazione di quartiere di Camorino. In particolare, sono stati affrontati diversi temi: la tempistica di progetto, il modello di gestione, gli aspetti legati alla sicurezza, la scolarizzazione dei bambini presenti in struttura e la messa in sicurezza del percorso Centro – scuola.
L’interesse dimostrato e le discussioni costruttive suggeriscono che questa nuova realtà potrà integrarsi in modo ottimale nel tessuto del Bellinzonese e, in particolare, in quello di Camorino.
Dal punto di vista comunicativo, seguendo la strategia sopracitata, i presenti hanno concordato l’organizzazione di una serata pubblica, aperta alla popolazione locale, che si terrà all’inizio di giugno, prima della conclusione dell’anno scolastico.

Asilanti, ripartizione da migliorare

Asilanti, ripartizione da migliorare

La Camera dei Cantoni chiede di rivedere la prassi, tenendo maggiormente conto di tutti i criteri – Gobbi: «Bene, ma si considerino anche gli elementi più sostanziali»

La ripartizione dei richiedenti asilo fra i Cantoni è adeguata, ma l’attuale prassi va modificata per tenere maggiormente conto di tutti i criteri, come quello della popolazione residente. È quanto sostiene la Commissione della gestione degli Stati sulla base di un rapporto del Controllo parlamentare dell’amministrazione (CPA). Le persone che inoltrano una domanda d’asilo vengono inizialmente collocate in un centro federale d’asilo (CFA). Al più tardi dopo 140 giorni, la Segreteria di Stato della migrazione le attribuisce a un Cantone. In linea di massima la ripartizione avviene in proporzione alla popolazione. La quota del Ticino è del 4,03%. La SEM applica regole di ripartizione ritenute coerenti e sufficientemente concrete. Tuttavia l’attribuzione avviene soltanto parzialmente in modo proporzionale alla popolazione. La ripartizione si basa infatti su un algoritmo che però non tiene conto di tutti i criteri applicabili. Pertanto occorre apportare regolarmente modifiche manuali. Poiché quest’operazione non viene eseguita allo stesso modo in tutti i CFA, possono esserci disparità di trattamento tra i richiedenti l’asilo nel momento della loro attribuzione ai Cantoni. Per quanto riguarda i criteri di ripartizione, si raccomanda al Consiglio federale di esaminare se e in che modo l’algoritmo possa tener conto di tutti i criteri. Stando al rapporto del CPA, la ripartizione è complessa a causa di numerosi fattori: popolazione, diverse categorie di procedure (p. es. Dublino), numero di persone da ripartire, minorenni non accompagnati. Il solo sistema elettronico non consente una ripartizione adeguata perché tiene conto di numerosi fattori di ripartizione, ma non di tutti.

«I Cantoni con la presenza di centri federali hanno un vantaggio ma questo è indipendente dalla capienza dei CFA. È un problema. In Ticino c’è una presenza accresciuta di richiedenti », dice il capo del DI Norman Gobbi. «L’altro problema è la non considerazione della situazione dei Cantoni di frontiera, che sono maggiormente coinvolti anche nella gestione dei flussi. Quindi, ben vengano queste indicazioni sull’algoritmo, ma bisognerebbe tenere conto anche degli elementi più sostanziali». 

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 25 febbraio 2025 del Corriere del Ticino

Gobbi: “La Svizzera è un Paese con una profonda cultura politica”

Gobbi: “La Svizzera è un Paese con una profonda cultura politica”

Norman Gobbi “risponde” a Steve Bannon, che ai microfoni della RSI ha definito i politici svizzeri corrotti

Intervistato dal nostro corrispondente Massimiliano Herber a margine della conferenza dei conservatori americani di Washington, l’esponente del movimento MAGA Steve Bannon – che non riveste un ruolo ufficiale nell’amministrazione Trump – ha sferrato un attacco alla Svizzera, definendo i suoi leader “corrotti”. I colleghi di SEIDISERA hanno voluto sentire la reazione di rappresentanti della destra svizzera, raccogliendo l’opinione del direttore del Dipartimento ticinese delle istituzioni Norman Gobbi.

“Non mi sento attaccato da qualcuno che non conosce la realtà elvetica”, ha affermato, “Steve Bannon ha fatto delle affermazioni figlie di un’immagine hollywoodiana della Svizzera, in cui viene sempre vista come la cassaforte dei fondi segreti, quando ormai il segreto bancario, purtroppo, da un lato è ormai defunto”. Secondo Gobbi “l’atteggiamento avuto da Steve Bannon durante tutto il suo intervento è sicuramente lesivo per una destra che in Europa ha un altro tipo di cultura, non vive solo di slogan, ma ha anche delle soluzioni a fronte di problemi reali”. In particolare, si riferisce ai risultati elettorali raccolti in Austria dalla FPÖ e in Francia dal Rassemblement National e alle politiche migratorie dei due partiti.

Lo stretto alleato di Donald Trump (Bannon fu manager della campagna presidenziale nel 2016) è oggi una figura di riferimento per molti rappresentanti dei movimenti di destra. A questo proposito Norman Gobbi si dice preoccupato del fatto che ”la cultura politica in America non sia molto profonda, non affronti i problemi per quello che sono, non conosca molto quello che sono le realtà degli altri paesi.” La Svizzera, invece, secondo il direttore del Dipartimento delle istituzioni “è un paese di centro destra ampiamente consolidato, che ha comunque una profonda cultura politica”. 

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Gobbi-%E2%80%9CLa-Svizzera-%C3%A8-un-Paese-con-una-profonda-cultura-politica%E2%80%9D–2616910.html

Il dinamico mondo dell’esecuzione delle pene

Il dinamico mondo dell’esecuzione delle pene

Norman Gobbi sottolinea la complessità della presa a carico dei detenuti

Nell’immaginario comune il carcere è luogo in cui le giornate si susseguono l’una uguale all’altra, scandite dal rumore delle chiavi e connotate da una sorveglianza statica e passiva. Nulla di più falso! 
Secondo il Direttore del Dipartimento delle istituzioni, infatti “a fronte delle nuove sfide poste da sovraoccupazione e fragilizzazione crescente della popolazione carceraria, solo il dinamismo e la progettualità delle persone attive nell’ambito dell’esecuzione della pena riesce a garantire che il processo di risocializzazione si svolga in modo efficiente e nel pieno rispetto della dignità della persona.
Per quanto attiene all’occupazione, il Ticino, continua Gobbi, “come Cantone di frontiera e di transito, è direttamente e sempre più interessato da reati legati al traffico, anche internazionale, di stupefacenti e da reati contro il patrimonio. Soprattutto nel primo caso, le inchieste condotte dal Ministero pubblico e dalla Polizia cantonale si dipanano in filoni e sotto-filoni, con un conseguente numero importante di persone tratte in arresto anche simultaneamente che comporta, ad intervalli regolari, un’alta occupazione del carcere giudiziario”.
Ma più che dalla quantità, la vera sfida posta al personale che opera nell’ambito dell’esecuzione della pena è data dalla crescente complessità della presa a carico delle persone detenute.
Secondo il Direttore, “negli ultimi decenni si è assistito a un progressivo aumento dell’incarcerazione di persone socialmente vulnerabili (persone con dipendenze, persone senza dimora o con problematiche socio-economiche e persone con disturbi psichiatrici pregressi), fenomeno indipendente dal genere o dall’età, che ha causato un incremento di detenzioni anche femminili, di minori e di persone anziane. Questo comporta per collaboratori non solo un incremento della quantità delle persone da seguire tout court, ma anche una crescente complessità gestionale e relazionale.”
Per poter far fronte a queste dinamiche, si sono rese necessarie risposte progettuali e operative, che hanno presupposto iniziativa e dinamismo: accanto a misure a lungo termine, quali lo studio di un nuovo carcere che tenesse conto delle nuove peculiarità della popolazione carceraria, sono stati creati spazi per le persone più vulnerabili o problematiche, si sta edificando una sezione femminile, è stata intensificata la collaborazione tra agenti di custodia, personale medico, operatori sociali e polizia.
E in questo contesto, conclude Gobbi, “una volta di più, la differenza l’hanno fatta, la fanno e la faranno le persone, pronte a mettersi in discussione, a tenersi aggiornate, a reiventare il proprio ruolo pur di agire nel rigore insito nella professione e nell’Umanità imprescindibile richiesta dalla presa a carico delle persone detenute.”

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 23 febbraio 2025 de Il Mattino della domenica

Al confine sedici migranti: gruppo di lavoro internazionale

Al confine sedici migranti: gruppo di lavoro internazionale

Incontro a Varese tra autorità ticinesi e lombarde sulla trasformazione della ex caserma di Fornasette in un centro di accoglienza

Sedici. Fra tante parole, è forse un numero l’informazione più di spicco dell’incontro di stamattina fra autorità ticinesi e lombarde sulla sistemazione di alcuni migranti – sedici, appunto: questa la capacità massima della struttura – nella ex caserma dei Carabinieri al valico di Fornasette. La prospettiva, che sta creando qualche preoccupazione fra le comunità di Tresa e anche di Luino, è stata al centro di un summit a Varese a cui hanno partecipato, fra gli altri, il prefetto del capoluogo lombardo Salvatore Pasquariello, il consigliere di Stato Norman Gobbi, il sindaco di Tresa Piero Marchesi e il suo omologo di Luino Enrico Bianchi.
Il principale risultato del tavolo internazionale è la creazione di un gruppo di lavoro, anch’esso internazionale, che accompagni la realizzazione del progetto. Ammesso che venga realizzato, o almeno che venga realizzato lì. Lo stesso prefetto, alla fine della riunione, ha spiegato che il collocamento dei migranti al confine «dipende da tante cose».
Due su tutte: la disponibilità di eventuali alternative e l’evoluzione degli sbarchi. «Noi, in ogni caso, lo stabile alla frontiera lo stiamo ristrutturando, e la prima opzione per il suo utilizzo rimane l’accoglienza dei migranti. Se il progetto andrà avanti, abbiamo già l’impegno di vari attori a fare in modo che queste persone possano essere integrate al meglio e occupate nel loro tempo libero». Pasquariello ha poi definito «legittime» le preoccupazioni espresse a livello locale al di qua e al di là del confine. «A maggior ragione, è importante lavorare insieme».
Gobbi, dal canto suo, ha apprezzato l’incontro «perché ha permesso di avere trasparenza» e ha fatto notare come l’apertura del centro, in ogni caso, «non sarebbe immediata».
La chiarezza al tavolo delle autorità l’ha riconosciuta anche Marchesi, secondo il quale un tema, tuttavia, rimane aperto e preoccupa: «Con la sospensione degli accordi di Dublino da parte dell’Italia, potremmo avere difficoltà a rimpatriare chi eventualmente attraversasse il confine». Il sindaco di Tresa ritiene che sia «giusto incontrarsi, quando vi è preoccupazione tra i cittadini» e che il gruppo di lavoro «tratterà tutti gli aspetti di questa situazione». Per Bianchi, quella di oggi è stata una giornata «molto chiarificatrice». Il sindaco di Luino ha denunciato la volontà di alcuni di «spaventare la cittadinanza», sottolineando che i migranti attesi a Fornasette sono «persone già monitorate e selezionate». «Noi siamo pronti a fare la nostra parte: un amministratore deve occuparsi anche di questioni problematiche, affrontandole con autorità».
 
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Centro asilanti a Fornasette, Svizzera e Italia al lavoro per rassicurare i cittadini

Il sindaco di Tresa esprime preoccupazioni riguardo alla creazione di un centro di accoglienza per richiedenti asilo a Fornasette, a causa del rischio di attraversamenti illegali verso la Svizzera e della sospensione dell’accordo di Dublino. Il Prefetto propone un tavolo di lavoro per monitorare il progetto.
Il tema della creazione di un centro di accoglienza per richiedenti l’asilo a Fornasette, nell’ex caserma dei Carabinieri su territorio italiano, è stato al centro di un incontro tenutosi questa mattina presso la Prefettura di Varese che ha visto – fra i numerosi partecipanti – anche il consigliere di Stato Norman Gobbi e il sindaco di Tresa Piero Marchesi. Un momento di discussione in cui Marchesi ha avuto l’opportunità di esporre le preoccupazioni dei cittadini di Tresa, in particolare della frazione di Fornasette, riguardo l’apertura di questo centro, situato a poche centinaia di metri dal confine svizzero. La principale preoccupazione è che gli ospiti del centro potrebbero facilmente attraversare il confine in modo illecito, anche solo per motivi di svago, a maggior ragione in considerazione del fatto che il valico non è più presidiato sistematicamente, come previsto dall’Accordo di Schengen. 

I migranti al centro saranno 16
Durante le discussioni – come riporta il Corriere del Ticino – è anche saltato fuori il numero massimo di migranti che la struttura può accogliere: sedici. Il Sindaco ha inoltre sottolineato un ulteriore rischio derivante dalla sospensione unilaterale dell’accordo di Dublino da parte del Governo italiano, avvenuta nel dicembre 2022, che potrebbe comportare il fatto che le autorità svizzere non possano respingere gli ingressi illegali. Inoltre, “l’esperienza di situazioni simili ha mostrato che la vicinanza di un centro di accoglienza come quello proposto a un piccolo nucleo come quello di Fornasette, in Svizzera, potrebbe compromettere, in qualche modo, la sicurezza dei cittadini residenti”, si legge nel comunicato diramato dal Municipio di Tresa. Dal canto suo, il Prefetto ha suggerito di istituire un tavolo di lavoro che si riunirà nei prossimi mesi per monitorare da vicino l’evoluzione del progetto. A questo tavolo parteciperanno, oltre a un rappresentante dell’autorità cantonale, anche un delegato del Comune di Tresa.

Soddisfazione del PLR per il tavolo di lavoro
La Sezione PLR Tresa “prende atto con soddisfazione della risposta delle autorità svizzere ed italiane emerse dall’incontro avvenuto in prefettura a Varese in data odierna, in merito alle preoccupazioni relative alla prevista destinazione dell’ex caserma dei Carabinieri di Fornasette (I) come luogo di accoglienza per migranti, prestando attenzione in modo particolare alle forti preoccupazioni espresse dagli esercenti e popolazione locale sia sul versante Svizzero sia su quello Italiano. Sin dall’emergere di questa possibilità, il PLR Tresa ha ritenuto doveroso farsi per primo portavoce delle legittime apprensioni della popolazione, evidenziando i rischi connessi a una simile destinazione d’uso per la struttura proprio a ridosso del confine. La posizione isolata della ex caserma, l’assenza di un presidio doganale fisso, la saltuaria presenza delle forze dell’ordine, il forte rischio di un aumento di reati connessi alla presenza di migranti, e la vulnerabilità già riscontrata in passato nelle zone di confine rendono infatti a nostro parere questa scelta particolarmente inopportuna. Accogliamo quindi con favore la decisione delle autorità competenti di creare tavoli di lavoro congiunti, che dimostrano perlomeno attenzione nei confronti delle istanze e della popolazione locale. Ringraziamo le autorità istituzionali e le forze politiche sia Svizzere sia Italiane che in queste settimane hanno recepito un tema particolarmente sentito nel tentativo di cercare soluzioni pragmatiche. Ringraziamo altresì la popolazione sia Svizzera sia Italiana che in diversi modi hanno espresso tutte le loro preoccupazioni sul tema in questione. Ribadiamo il nostro impegno a vigilare affinché il territorio del comune di Tresa rimanga un luogo sicuro per cittadini e commercianti, continuando a monitorare, sensibilizzare ed a interloquire con tutte le istituzioni per garantire soluzioni efficaci alle problematiche di sicurezza e di gestione del confine”.

https://www.ticinonews.ch/ticino/centro-asilanti-a-fornasette-svizzera-e-italia-al-lavoro-per-rassicurare-i-cittadini-408137

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Richiedenti asilo a Fornasette, il prefettura a Varese un tavolo di lavoro permanente

È il bilancio della riunione che si è tenuta venerdì mattina nell’ufficio del Governo a Varese. Presenti sindaci e istituzioni coinvolte. Il punto sulla struttura, “priva di allacciamenti fognari”

 
C’è un tavolo di lavoro condiviso sulla questione legata alla sistemazione nell’ex caserma dei carabinieri di Fornasette – Luino – da destinare ai migranti che, se arriveranno, saranno al massimo 16 unità, e non 30 come ipotizzato in un primo momento.
Perché molti dei ragionamenti sorti durante la riunione di confronto voluta dal prefetto di Varese Salvatore Pasqauriello sono gravitati appunto intorno a questo «se», cioè al fatto che l’arrivo dei richiedenti protezione internazionale è legata ad un fattore prevalentemente non ancora definito. In pratica i lavori di ristrutturazione della ex caserma verranno fatti, anche a beneficio dei finanziamenti ad essa destinati. Ma non è ancora chiaro se qui vi troveranno ricovero gli asilanti; in una prima ipotesi si è parlato di una collocazione di nuclei famigliari allargati divisi su due appartamenti, uno al piano inferiore e uno a quello superiore.
La prossima data in cui il tavolo si riunirà sarà da prevedersi per marzo, sarà un tavolo permanente, aperto ai vicini di casa della Confederazione. Nel frattempo rimane aperta la dialettica politica, intesa come decisione della destinazione del bene pubblico, fra le parti in causa, che alla fine sono tre.
Ci sono le minoranze consiliari del comune di Luino che si oppongono all’idea della seconda vita della caserma legata all’ospitalità dei migranti, e che anzi rilanciano proponendo un centro operativo del Cacciatori (carabinieri “eliportati“, reparti speciali) contro lo spaccio nei boschi: hanno proposto sul tema una mozione in ordine del giorno nel prossimo consiglio comunale previsto a Luino per il 24 febbraio; rappresentante delle opposizioni è stato nominato il consigliere comunale luinese Furio Artoni che ha rappresentato al prefetto alcune carenze tecniche della struttura («assenza di fognature»).
Poi c’è la maggioranza consiliare che sul punto non vede invece alcuna preclusione (anche alla luce del fatto che, come spiegato a Varesenews dal sindaco Enrico Bianchi, la decisione è stata presentata come necessità imposta da una decisione del Viminale). I presenti alla riunione hanno riferito di aver assistito ad una lamentale da parte del primo cittadino circa il clima che si è creato in città intorno a questo tema.E, non convitato di pietra bensì in carne ed ossa, anche il Canton Ticino, invitato dal prefetto di Varese e presente con un suo alto rappresentante, il consigliere di Stato (Governo) Norman Gobbi, pure esponente politico della Lega dei Ticinesi che insieme al sindaco di Tresa Piero Marchesi  ha specificato le riserve sulla destinazione della struttura che è in prossimità del confine di Stato. Alla riunione, oltre alle forze dell’ordine erano presenti anche delegati della Provincia e delle istituzioni della partita.
 
 
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Sedici migranti a Fornasette, summit italo-ticinese a Varese

È stato formalmente chiarito il numero dei profughi che potrebbero, ma la soluzione è contrastata sulle due sponde del confine, venire ospitati nell’ex caserma dei carabinieri

L’ipotesi che l’Italia crei un centro d’accoglienza straordinario di migranti, acronimo CAS, a due passi dal confine, a Fornasette, è stato il tema al centro del summit che venerdì mattina alla Villa Recalcati di Varese, sede della provincia, ha riunito attorno a un tavolo rappresentanti delle istituzioni italo-ticinesi. Il paventato arrivo dei profughi nell’ex caserma dei carabinieri.

Dal consigliere di Stato Norman Gobbi, al sindaco di Tresa Piero Marchesi, per parte svizzera, al sindaco di Luino Enrico Bianchi, al prefetto varesino Salvatore Pasquariello, al questore, ai comandanti di Polizia e delle Guardie di finanza, agli assessori. Attorno al tavolo una trentina di persone. Praticamente il doppio dei migranti – sedici – che dovrebbero, ma il condizionale è d’obbligo, venir alloggiati a Fornasette.
Altra novità di giornata è stata l’istituzione di un “tavolo di lavoro” transfrontaliero, con riunione in agenda per fine marzo. Il summit odierno è nato anche dalla preoccupazione sorta in Ticino con vari atti parlamentari. Il PLR a Tresa e l’UDC a Bellinzona hanno intercettato questi timori sorti a cavallo del confine. A preoccupare sono le poche centinaia di metri di distanza dal valico e l’assenza di controlli doganali. La struttura dismessa da una dozzina d’anni dovrebbe essere pronta per fine marzo e la sua apertura viene da una disposizione del governo Meloni. Un’ipotesi che verrà comunque fortemente contestata la prossima settimana in consiglio comunale a Luino e verrà discussa anche a Roma, come ha assicurato il deputato di Fratelli d’Italia Andrea Pellicini e anche a Berna ha detto, dal canto, suo il consigliere nazionale Piero Marchesi.
Preoccupazioni che sono confluite anche in una presa di posizione dello stesso Municipio di Tresa, firmato dal sindaco Marchesi, dove si ribadisce: “La principale preoccupazione è che gli ospiti del centro potrebbero facilmente attraversare il confine in modo illecito, anche solo per motivi di svago”.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Sedici-migranti-a-Fornasette-summit-italo-ticinese-a-Varese–2613875.html

 

Arresti per droga in Ticino, la Polizia: “Abbiamo iniziato l’anno con il botto”

Arresti per droga in Ticino, la Polizia: “Abbiamo iniziato l’anno con il botto”

Numeri in leggero aumento in questa prima parte del 2025 per quanto riguarda le persone arrestate per infrazione alla Legge federale sugli stupefacenti. Paolo Lopa, Responsabile della Sezione antidroga della Polizia cantonale: “Abbiamo effettuato diversi arresti, ma non dobbiamo vederlo come un fenomeno in crescita”.
“È vero, abbiamo iniziato l’anno con il botto”. Il commissario capo Paolo Lopa, Responsabile della Sezione antidroga della Polizia cantonale, commenta l’inizio dell’anno vissuto dalla sua Sezione. Rispetto allo stesso periodo del 2024, infatti, in questo 2025 è stato registrato un aumento degli arresti per infrazione alla Legge federale sugli stupefacenti comunicati dalla Polizia cantonale e dal Ministero pubblico. Nel dettaglio, ne sono stati comunicati nove, rispetto ai sei dello scorso anno: tre il 9 gennaio, uno il 16, due il 30, un altro il 31 e due il 6 febbraio. A questi se ne aggiungono un’altra decina, fino ad arrivare a un totale di una ventina di persone. Individui, questi ultimi, per i quali non sono arrivate note stampa e per cui le misure restrittive “sono durate alcuni giorni poiché, non rappresentavano un rischio per le indagini, come un pericolo di fuga o l’inquinamento delle prove”.  Manette, continua Lopa, “riconducibili a più cause, come i fermi effettuati dalle autorità doganali, scattati a seguito della conclusione di alcune inchieste o casuali, dove l’arresto è arrivato perché l’individuo è stato colpo in possesso della sostanza stupefacente”. In ogni caso, “non bisogna vederlo come un fenomeno in crescita”.

Il ruolo delle inchieste
Dietro parte di questi arresti ci sono dunque anche le inchieste di Polizia. Indagini “che possono partire a seguito di una segnalazione effettuata da un qualsiasi cittadino, così come dopo alcune verifiche di Polizia e possono durare da poche settimane a qualche mese, a dipendenza di quanto l’inquirente vuole scavare e delle opportunità che ha di farlo”. Ma Lopa sottolinea come “ci sono inchieste che si diramano e l’arresto di una persona porta ad aprire un altro filone che, a sua volta, porta al fermo di altre persone”. Importante, in questo caso, “è il fatto che non bisogna avere l’utopia di debellare il fenomeno, perché è impossibile. La Polizia deve cercare di contrastarlo tramite azioni di disturbo e mostrando agli spacciatori che quando si fa qualcosa di illegale, se si viene beccati ci sono delle conseguenze”. Ma è impossibile sapere quanta sostanza gira e viene consumata, proprio perché “essendo qualcosa di non consentito dalla Legge, tutto avviene lontano dai riflettori”.

Il podio delle sostanze
Per quanto riguarda le sostanze consumate e sequestrate nulla cambia rispetto al solito: sul podio ci sono sempre marijuana, cocaina ed eroina. Mentre per quanto riguarda lo spaccio, questo “è prevalentemente gestito da cittadini provenienti dall’Albania, almeno per quanto riguarda le ultime due sostanze”. Poi, aggiunge Lopa, “ogni tanto si inserisce qualcun altro, ma il grosso è in mano a queste persone”. Ed è anche per questo che è fondamentale “specialmente per un Cantone come il Ticino, confinante con l’Italia, lo scambio di informazioni che la Polizia cantonale ha con l’Ufficio federale della dogana e della sicurezza dei confini, e con le autorità italiane. Una collaborazione che permette di contrastare il traffico transfrontaliero”.

 

Il crack
Nell’ultimo periodo si è parlato di una possibile nuova tendenza a livello di consumi: il crack. Una sostanza “che si pensava potesse diventare un fenomeno, ma non lo è ancora diventato”. Anche per quanto riguarda lo spaccio, “è un qualcosa che avviene a livello casalingo, dove una persone che vende cocaina, la trasforma in crack e la distribuisce ad un cerchio limitato di persone”. Una tendenza “constata anche in altri cantoni della Svizzera”. 

I giovani e l’abuso di sostanze
In Italia la recente cronaca ha messo alla luce diversi casi di giovanissimi morti per overdose. Una realtà anche in Ticino? “Fortunatamente”, conclude Lopa, “non abbiamo molti decessi dovuti a overdose di sostanze stupefacenti, una tendenza in atto da parecchi anni”. E la speranza è “che anche in futuro questo fenomeno non si verifichi alle nostri latitudini”.
 
Lotta ai reati finanziari – Nodo risorse (umane)

Lotta ai reati finanziari – Nodo risorse (umane)

Genini: condividiamo gli intenti del governo, ora la discussione in commissione sul personale aggiuntivo. Senza dimenticare i proventi delle confische

«Come relatori condividiamo senz’altro l’obiettivo del piano prospettato dal Consiglio di Stato e cioè quello di rendere maggiormente incisiva la lotta contro la criminalità economica in Ticino. Ultimeremo però il nostro rapporto – prosegue Simona Genini – dopo che avremo chiarito in commissione la questione, in particolare, delle risorse umane aggiuntive auspicate dal governo. Sarà una discussione prettamente politica, che spero possa avvenire in una delle riunioni di marzo della ‘Giustizia e diritti’, dato che, volenti o nolenti, dovremo considerare, in questo come in altri casi di potenziamento, l’attuale precario stato delle finanze cantonali. Si tratta fra l’altro di capire se i profili necessari siano già presenti o meno in seno alla polizia, alla magistratura e più in generale all’interno dell’Amministrazione. Vedremo». La deputata del Plr e Marco Noi dei Verdi sono stati incaricati dalla commissione parlamentare ‘Giustizia e diritti’ di allestire il preavviso, all’indirizzo del plenum del Gran Consiglio, sul messaggio varato lo scorso settembre con cui l’Esecutivo, aderendo all’invito formulato nel 2021 dal Partito socialista con una mozione, propone una serie di provvedimenti volti a intensificare l’azione di contrasto alla malafinanza. Il tema è tornato ieri mattina sotto i riflettori della commissione con l’audizione, informa la stessa, del capo del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi, del comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi, del responsabile della Polgiudiziaria Thomas Ferrari e di Christel Nicora, alla testa del servizio giuridico della Cantonale.

Le misure prospettate
Sei le mosse contro gli illeciti finanziari ipotizzate dal governo nel messaggio. La prima: rafforzamento dei servizi specialistici presso Ministero pubblico e Polizia cantonale. La seconda: controlli efficaci e sistematici da parte dell’Ufficio fallimenti: per incrementare tali controlli volti a identificare crac di rilevanza penale, segnalandoli così alla magistratura inquirente, l’Ufficio, scrive il Consiglio di Stato, “deve essere potenziato con un’ulteriore figura specializzata in campo economico-finanziario, incaricata di supervisionare anche attività potenzialmente sospette in collaborazione con l’Ufficio esecuzione”. Terza mossa: verifica da parte dell’Ufficio del registro di commercio dell’attendibilità delle iscrizioni: “Per un controllo sistematico e strutturato dell’attendibilità delle iscrizioni a Registro di commercio l’Ufficio deve essere completato con una figura di giurista-economista, il cui compito sarebbe quello di individuare e far cancellare tempestivamente le società vuote e inattive (mantelli giuridici): l’attività è già in essere presso l’Ufficio ma è necessario rafforzarla ulteriormente”. La quarta concerne i Comuni: ottimizzazione dei compiti attribuiti agli enti locali “nel contesto della lotta al fenomeno delle società bucalettere e delle residenze fittizie”. La quinta: sostegno e promozione da parte del Gran Consiglio “di tutti gli atti parlamentari federali intesi a favorire lo scambio di informazioni tra autorità amministrative (e penali) nel contesto della lotta agli abusi”. La sesta: adozione da parte del parlamento cantonale “di modifiche di basi legali cantonali intese a favorire lo scambio di informazioni tra autorità amministrative”.

La prima misura “consiste nel rafforzamento presso il Ministero pubblico e la Polizia cantonale di servizi dedicati alla ricerca, al sequestro, alla gestione e alla confisca di valori patrimoniali nel contesto dei procedimenti penali”, spiega il governo. Ovviamente, rileva, “la ricerca capillare, l’individuazione e la messa in sicurezza di patrimoni, a volte molto ingenti, provenienti da reati economici complessi con reti di attività anche extra cantonali e sovranazionali, necessitano di personale specializzato”. Precisa tuttavia il Consiglio di Stato: “Di principio, si ritiene che dopo un periodo di ‘rodaggio’, vale a dire di organizzazione interna e coordinamento, il rafforzamento di questi servizi genererà dei proventi supplementari dall’attività di recupero dei beni e quindi possa finanziarsi in parte o completamente (come avviene nel Canton Zurigo)”. A livello di Ministero pubblico, annota ancora l’Esecutivo, “il servizio specializzato nell’ambito economico-finanziario sarebbe gestito da un procuratore pubblico con conoscenze approfondite nel settore della criminalità economica e finanziaria: verrebbe affiancato da almeno un (o due) segretario giudiziario, anch’egli con esperienza giuridica nell’ambito di questi reati”. Il team comprenderebbe “una segretaria per la gestione amministrativa degli incarti e l’attività organizzativa annessa”. Questo “per garantire un efficace servizio di base”. Per ciò che concerne la Polizia cantonale, continua il governo, “il servizio dedicato alla suddetta attività di ricerca di patrimoni e di affiancamento nella relativa attività del servizio del Ministero pubblico, richiederebbe alcuni collaboratori con formazione economica finanziaria, specializzati nel recupero crediti”.
Un dispositivo, quello appena descritto, che comporterebbe dunque dei potenziamenti di personale puntuali, stando al messaggio governativo. «Con una politica che oggi pone l’accento sui risparmi, il discorso si complica – osserva il co-relatore commissionale Marco Noi –. Occorrerà capire se vi sia la possibilità di per così dire reindirizzare risorse umane già interne allo Stato, affidando loro nuovi compiti. Quanto al Ministero pubblico, non intravedo margini di manovra, dato il suo non indifferente carico di lavoro odierno. Riguardo all’Amministrazione, bisognerà comunque verificare se la formazione di questo o quel funzionario eventualmente disponibile sia adeguata allo svolgimento da subito delle mansioni contemplate dal prospettato dispositivo». Riprende Genini: «Il potenziamento potrebbe essere tuttavia finanziato con i proventi delle confische, il cui numero dovrebbe aumentare, come avvenuto nel Canton Zurigo, proprio con l’intensificazione della lotta alla criminalità economica». Non resta che attendere l’esito della discussione in seno alla commissione ‘Giustizia e diritti’.

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 18 febbraio 2025 de La Regione

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«Criminalità economica, occorre fare di più»

Passi avanti in Commissione giustizia e diritti in merito alle misure avanzate dal Consiglio di Stato per essere più incisivi nella lotta ai reati finanziari potenziando diversi servizi – Resta aperta la questione delle risorse

Passi avanti (e una certa unità d’intenti) in Commissione giustizia e diritti in merito alla necessità di fare di più per il complesso tema della lotta alla criminalità economica in Ticino. Ieri i deputati hanno sentito in audizione il Dipartimento delle istituzioni e la Polizia cantonale (presenti il consigliere di Stato Norman Gobbi, il comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi, il capo Polizia giudiziaria Thomas Ferrari e il capo settore Servizio giuridico della Polizia cantonale Christel Nicora). Al centro dell’attenzione il messaggio del Governo sulla mozione «misure incisive puntuali per combattere la criminalità economica», presentata nel 2021 dall’allora deputato Raoul Ghisletta (PS).
Al netto dell’audizione, durante la quale è stato fatto il punto della situazione tra le parti, ora i deputati della Commissione sembrano intenzionati a tirare dritto verso il via libera alle proposte contenute nel messaggio governativo. Attualmente i deputati Simona Genini (PLR) e Marco Noi (Verdi) stanno infatti lavorando al rapporto commissionale, che dovrebbe essere ultimato nel giro di qualche mese. E, come ci conferma Genini, «l’intenzione è quella di confermare le proposte dell’Esecutivo poiché siamo tutti concordi sul principio che sul fronte della criminalità economica occorre fare di più».
In estrema sintesi, il Governo ha proposto: un rafforzamento presso il Ministero pubblico e la Polizia cantonale di servizi dedicati alla ricerca, al sequestro, alla gestione e alla confisca di valori patrimoniali nel contesto dei procedimenti penali; il potenziamento dell’Ufficio fallimenti per poter incrementare controlli efficaci e sistematici per l’identificazione e la segnalazione al Ministero pubblico di fallimenti con connotazioni penali; il potenziamento dell’Ufficio del registro di commercio per individuare e far cancellare tempestivamente le società vuote e inattive (le cosiddette società bucalettere). Tutto ciò ottimizzando al contempo lo scambio d’informazioni tra le varie autorità.
Su questo fronte, non a caso, Genini auspica «l’adozione di una piattaforma digitale che funzioni al meglio». Ora, come si diceva, la Commissione proseguirà i suoi approfondimenti, in particolare riguardo alla questione delle risorse, anche alla luce della delicata situazione finanziaria del Cantone. Come ci spiega il deputato Noi, «mentre la necessità di fare di più è riconosciuta in maniera trasversale, in Commissione ora si discuterà di come attivare le risorse necessarie per i potenziamenti: se tramite una riallocazione interna oppure con delle assunzioni tout-court ». In questo contesto, ricorda Noi, va pure tenuto conto che nel medio termine l’auspicio è che tramite il potenziamento dei servizi legati alle confische questi stessi servizi possano autofinanziarsi. Come dire: più confische, più soldi per finanziare le risorse supplementari necessarie.

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 18 febbraio 2025 del Corriere del Ticino

Polizia, una trentina di partenze ogni anno

Polizia, una trentina di partenze ogni anno

Il Governo, rispondendo a una interrogazione della deputata Tessa Prati (PS) fa il punto per quanto riguarda gli effettivi della Cantonale – Il comando ipotizza di concedere più tempi parziali per trattenere gli agenti – Riflessioni in corso anche sulla sorte della Scuola di Polizia del 2026

Dimissioni, ma anche pensionamenti. Sono una trentina ogni anno le partenze dalla Polizia cantonale. E a pesare, tra chi decide di lasciare il Corpo, non sono solo ragioni di ordine economico. A dirlo è il Consiglio di Stato, che nella sua risposta all’interrogazione inviata in dicembre dalla deputata Tessa Prati (PS) fa il punto della situazione, partendo proprio dagli effettivi. In particolare, spiega il Governo, «mediamente le uscite annuali dalle funzioni di polizia negli ultimi 5 anni, in unità a tempo pieno, sono 29,80. Mentre la media delle uscite annuali in funzioni amministrative è di 4,82». Nel 2023, ad esempio, in seno alla Cantonale ci sono stati 15 pensionamenti, 22 dimissioni, una disdetta e 4 trasferimenti in un altro servizio dell’Amministrazione cantonale. Lo scorso anno, invece, i pensionamenti sono stati 14 e altrettante le dimissioni, più una disdetta e due trasferimenti. Per quanto riguarda le sostituzioni dei partenti, l’Esecutivo spiega che «per gli effettivi di funzioni di polizia con attestato professionale federale di agente, la sostituzione è indipendente dalle partenze e avviene tramite la formazione di nuovi agenti presso la Scuola cantonale di polizia». Tuttavia, «al di fuori della normale assunzione tramite la formazione di nuovi agenti presso la Scuola di polizia, è possibile, in maniera puntuale, assumere agenti già formati tramite concorso». E negli ultimi due anni sono stati assunti otto agenti già formati.

Non solo ragioni economiche
Già, ma cosa spinge il personale a lasciare il corpo di Polizia? Secondo il Governo, intervengono più fattori. «È stato constatato – scrive infatti l’Esecutivo – che l’evoluzione di carriera e le condizioni remunerative più allettanti non sono gli unici motivi per i quali gli agenti lasciano la Polizia cantonale». Negli ultimi colloqui, infatti, «è emerso spesso il desiderio di maggiore tranquillità ed equilibrio tra lavoro e tempo libero (meno turni, più vacanze e congedi)». In questo contesto viene poi segnalato che gli agenti della Polizia cantonale lavorano 42 ore settimanali, mentre i colleghi delle Comunali, a parità salariale, 40 ore, « pari ad una differenza del 5% ». Per tentare di invertire la rotta, il comando della Polizia cantonale intende portare avanti «uno studio di fattibilità per permettere più tempi parziali a fronte di mutate esigenze da parte della società». Il Consiglio di Stato, tuttavia, sottolinea che «per poter disporre di più tempi parziali e garantire le medesime prestazioni, bisognerebbe poter disporre di più personale e quindi formarne in numero maggiore».

Salta o non salta?
Di qui, l’esigenza anche di riflettere sulla sorte della Scuola di polizia del prossimo anno. Nell’ambito delle misure di risparmio volute dal Governo con il Preventivo 2025, lo ricordiamo, era stato deciso per quest’anno di ridurre – da 20 a 15 – il numero di gendarmi da formare. Inoltre, era previsto di far saltare del tutto la formazione nel 2026. Non è però detta l’ultima parola. «Allo stato attuale – scrive infatti il Consiglio di Stato – sono ancora in corso discussioni relative al possibile annullamento della Scuola di polizia del 2026, ritenuto che la stessa avrà un impatto sul corpo e sul PPA ( piano posti autorizzati) della Polizia nel 2028 (entrata in servizio dei neo gendarmi)». Attualmente, viene però anche spiegato nella risposta all’interrogazione di Tessa Prati, la Polizia è in sovrannumero: «A dicembre 2024, il piano posti autorizzati (PPA) della Polizia cantonale ammontava a 813 unità (funzioni di polizia e amministrativi) con un numero di esuberi pari a 35 unità (solo funzioni di polizia)». Il principio del sovrannumero temporaneo di unità durante l’anno, chiarisce il Governo, «è permesso» e «regolato per gestire le fluttuazioni del personale in quanto l’alimentazione delle funzioni di polizia avviene attraverso una scuola della durata di due anni ». In generale, ammette infine l’Esecutivo, negli anni la Polizia ha conosciuto un incremento generale del personale. Ma questo è dovuto «a nuovi compiti e responsabilità attribuiti al Corpo». Dal 2011 al 2024, viene anche precisato, «le unità PPA finanziate interamente o parzialmente da terzi sono aumentate di 71,60 unità (da 20 a 91,60), tra cui le 52 unità PPA impiegate al Centro di controllo veicoli pesanti ».

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 17 febbraio 2025 del Corriere del Ticino