Piattaforma di dialogo Cantone-Comuni

Piattaforma di dialogo Cantone-Comuni

Comunicato stampa

La Piattaforma di dialogo Cantone-Comuni ha tenuto oggi una seduta ordinaria – la prima del 2024 e la 69. dalla sua costituzione – alla presenza del Consiglio di Stato, accompagnato dal capo della Sezione enti locali, e dei rappresentanti dei Comuni ticinesi.

In apertura, i membri della Piattaforma si sono confrontati su una serie di richieste dei Comuni all’indirizzo del Consiglio di Stato e dell’Amministrazione cantonale.
Il Dipartimento della sanità e della socialità ha anzitutto aggiornato i presenti sull’iniziativa generica che chiede di eliminare le «liste nere» degli assicurati morosi nel settore LaMal. È stato spiegato che la Commissione sanità e sicurezza sociale del Parlamento, prima di proseguire le proprie analisi, ha aderito alla proposta del Governo di consultare i Comuni. D’intesa con la Piattaforma, nelle prossime settimane sarà promosso un sondaggio fra i Municipi per verificarne le preferenze, in merito al futuro delle «liste nere».
Sempre a questo proposito, il Dipartimento della sanità e della socialità ha ripercorso le tappe di coinvolgimento e condivisione con i Comuni nel percorso decisionale che ha portato il Cantone a istituire per gli assicurati morosi nel settore LaMal l’obbligo di rispondere alle convocazioni dei Comuni – accanto a una serie di misure come, ad esempio, l’accresciuta informazione volta a prevenire il fenomeno e ad aumentare l’efficacia dell’intervento comunale. Alla luce di queste spiegazioni, è stato concordato di avviare una consultazione approfondita fra i Municipi sul nuovo strumento.
Il Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport ha poi aggiornato in merito alla consultazione sulla nuova Legge cantonale sulla scuola dell’obbligo. È stato confermato che il Governo ha optato per il ritiro del messaggio che era stato posto in consultazione negli scorsi mesi: saranno ora portati avanti i progetti di livello settoriale – e in seguito sarà avviato il processo per elaborare un nuovo progetto di legge, che sarà poi condiviso con tutti i partner interessati.
La Piattaforma di dialogo si è successivamente confrontata sul tema della riforma istituzionale «Ticino 2020». È stato ricordato che la consultazione sull’ultima versione del progetto si è conclusa il 15 dicembre scorso, con un’ampia partecipazione e una chiara maggioranza di pareri critici sulla proposta di nuova ripartizione dei compiti fra Cantone e Comuni. Alla luce delle indicazioni raccolte, è stato concordato che il Comitato strategico effettuerà i necessari approfondimenti e fornirà una serie di scenari per fare avanzare i lavori, consolidando anzitutto i contenuti sui quali è finora stato possibile trovare un accordo.
Il Dipartimento delle finanze e dell’economia ha poi fornito alcuni chiarimenti sul tema della differenziazione del moltiplicatore comunale d’imposta fra persone fisiche e persone giuridiche, che potrà essere applicata a partire dal 2025. La Piattaforma ha deciso di avviare una consultazione fra i Comuni, in merito all’opportunità di limitare la possibilità di differenziare verso il basso il moltiplicatore delle persone giuridiche.
Il Dipartimento delle istituzioni ha infine confermato che il Gruppo di lavoro Polizia ticinese ha presentato il proprio rapporto sulla futura ripartizione dei compiti tra Comuni e Cantone in questo ambito. Le conclusioni saranno ora discusse in seno alla Conferenza cantonale consultiva sulla sicurezza e insieme ai capi Dicastero dei Comuni.
In coda alla seduta, il Consiglio di Stato ha rivolto un pensiero ai rappresentanti dei Comuni che non solleciteranno un nuovo mandato in seno alla Piattaforma, ringraziandoli per il lavoro svolto a favore delle relazioni fra le istituzioni ticinesi.

La prossima seduta della Piattaforma è prevista per mercoledì 5 giugno 2024.

L’Alpe di Caviano si è rifatta il look

L’Alpe di Caviano si è rifatta il look

Restyling totale per la struttura inaugurata oggi e che va a completare il progetto dell’Albergo Diffuso Monte Generoso.

Castel San Pietro – Ci sono voluti 4 anni e molto impegno per portare a termine il quarto ed ultimo tassello del progetto dell’Albergo Diffuso Monte Generoso (ADMG). L’inaugurazione odierna dell’Alpe di Caviano, rappresenta dunque la ciliegina sulla torta di un’iniziativa i cui albori risalgono al 2017 e che prevedeva la ristrutturazione e la messa in rete di quattro strutture appartenenti a quattro diversi proprietari: Osteria con alloggio La Manciana, Ostello di Scudellate, La Casa dei Gelsi e, appunto, l’Alpe di Caviano.

La struttura, totalmente ristrutturata, ora ospita al piano terra una camera adatta a soddisfare le esigenze dei disabili. Qui è stato realizzato anche un piccolo ristorante, che risulta particolarmente accogliente grazie all’importante lavoro di recupero dei materiali. Una spaziosa e moderna cucina permette di servire pasti alla clientela che vorrà trovare spazio nel grande locale interno o sulla spaziosa terrazza che affaccia sul panorama del Mendrisiotto e della Pianura Padana. Al primo piano dell’edificio sono state realizzate 5 camere doppie con servizi al piano e una piccola terrazza che può essere utilizzata per organizzare degli aperitivi. Il grande locale-mansarda al secondo piano accoglie 10 letti singoli, sempre con servizi sul piano (www.staygenerous.ch).

Il presidente del patriziato, Dario Frigerio, ha orgogliosamente ricordato come l’ufficio patriziale abbia saputo condividere e supportare sin dall’inizio il progetto. Un plauso è arrivato anche dal Consigliere di Stato Norman Gobbi: «Il lavoro svolto dal Patriziato di Castel San Pietro è da ritenersi un esempio particolarmente virtuoso, a livello regionale e cantonale. Un progetto che il Dipartimento delle istituzioni ha deciso di sostenere e premiare con l’erogazione di un contributo straordinario di 200’000 franchi, uno dei più alti mai erogati tramite il Fondo per la gestione del territorio».

Il Direttore della Divisione dell’economia, Stefano Rizzi, ha ritenuto importante sottolineare come la ristrutturazione dell’Alpe di Caviano sia stata sostenuta dal Consiglio di Stato su impulso del DFE nell’ambito della politica economica regionale: «L’obiettivo era quello di svilupparvi un prodotto turistico attrattivo per il pernottamento, da inserire nel più ampio progetto di Albergo Diffuso del Monte Generoso. La ristrutturazione del Caviano è infatti un importante tassello della messa in rete dell’offerta turistica e dell’ospitalità nella Valle di Muggio/Monte Generoso. L’offerta turistica e di svago nella regione è quindi ampliata, migliorata e potenziata. E lo sarà ancora di più perché il progetto è in continua evoluzione: in varie località del Monte Generoso sono infatti in corso i lavori per ampliare l’offerta dell’Albergo Diffuso che, nella sua totalità, sta permettendo a una regione periferica di esprimere tutto il suo potenziale».

Parlando del progetto e della sfida, il presidente della Società Albergo Diffuso Monte Generoso, Claudio Zanini, ha ricordato quanto sia stato impegnativo condurre il progetto fino allo stato attuale, partendo dalla visione che si è concretizzata con la realizzazione delle opere e la formalizzazione della società di gestione, senza sottacere che le difficoltà non sono finite, come neanche le sfide che concernono in particolare l’ulteriore sviluppo dell’offerta con l’integrazione di altre strutture interessate.
 
Da www.tio.ch
(Foto: Mendrisiotto Turismo)
Carceri piene: “Sforzi mirati per sostenere il personale”

Carceri piene: “Sforzi mirati per sostenere il personale”

Norman Gobbi segue da vicino la situazione, tra misure concrete e proposte

È un momento difficile per le carceri cantonali. Infatti la Stampa e la Farera sono confrontate con il “tutto esaurito”, 0 posti liberi. “Non è solo un momento, perché con questa situazione ci confrontiamo ormai da un anno. Un’emergenza che oggi conoscono tutte le strutture penitenziarie in Svizzera. Non possiamo dire “mal comune mezzo gaudio”, perché in altri momenti se in Ticino non vi erano più posti in carcere almeno si potevano trovare soluzioni trasferendo in altri Cantoni i detenuti. Oggi questo non è più possibile”, afferma il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi.

Perché siamo giunti a questa situazione? “Le cause dell’aumento di detenuti sono da ricercare in più fattori. I flussi migratori: sono aumentati i crimini commessi da falsi richiedenti l’asilo presenti sul nostro territorio. Inoltre Polizia e Magistratura devono bloccare traffici internazionali di droga, i cui corrieri usano sempre di più il Ticino quale via di transito tra il nord e l’Italia. A ciò si aggiunge un costante aumento della criminalità di importazione dall’Italia, con delinquenti che scelgono il nostro Cantone per commettere furti e truffe. I mezzi di contrasto alla criminalità a disposizione della nostra Polizia e della Magistratura sono sempre più performanti, per cui è difficile farla franca sul nostro territorio. Questo è ottimo, però ciò comporta anche un aumento delle persone che finiscono in carcere”, sottolinea il Consigliere di Stato, Norman Gobbi.

E a essere messo sotto pressione è in particolare il personale che lavora per le Strutture carcerarie cantonali. “Esatto. Oggi gli agenti di custodia e tutti coloro che sono attivi nel sistema carcerario sono chiamati agli straordinari, perché la popolazione carceraria è giunta al livello massimo. Vorrei anche da queste colonne ringraziare tutte e tutti i nostri collaboratori, dal direttore in giù, per l’impegno che ci stanno mettendo. Da parte del Dipartimento delle istituzioni, e per esso dalla Divisione della giustizia, e del Consiglio di Stato stiamo cercando soluzioni, anche discutendo con i rappresentanti dei dipendenti e con i sindacati. Uno sforzo congiunto. Cercheremo di liberare risorse a favore dell’impegno primario di controllo e gestione dei detenuti all’interno delle strutture, In questo senso si inseriscono le propose di affidare a ditte private di sicurezza la sorveglianza esterna del penitenziario, con le ronde fuori dalle strutture, così come il controllo della sicurezza al Palazzo di Giustizia di Lugano, oggi garantito anche da agenti di custodia in collaborazione con la Polizia. Abbiamo prolungato sino all’11 marzo il termine del concorso per partecipare alla nuova scuola agenti di custodia. Assumeremo 15 nuovi agenti, donne e uomini, per svolgere un lavoro importante per la Giustizia: invito tutti gli interessati a volersi candidare.

Tra le altre cose, ho inoltre proposto alla Conferenza delle direttrici e dei direttori cantonali di giustizia e polizia l’introduzione del cosiddetto “processo per direttissima” sulla scorta di quanto avviene in altri Stati. Una misura che sarebbe davvero efficace, ma che comporterà tempi lunghi per essere introdotta. Intanto la situazione è monitorata giorno dopo giorno”, conclude il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. 

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 3 marzo 2024 de Il Mattino della domenica

Scuola di polizia 2024

Scuola di polizia 2024

Comunicato stampa

Oggi alle 8.00 a Giubiasco ha preso avvio la Scuola di polizia del V circondario d’esame (SCP 2024). Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, il capo della Sezione formazione, capitano Christophe Cerinotti, e il direttore del Centro formazione di polizia (CFP) Andrea Pronzini, hanno accolto i nuovi e le nuove aspiranti con discorsi ufficiali. La Polizia cantonale comunica di aver assunto 17 nuovi/e aspiranti gendarmi (14 uomini e 3 donne) e 4 aspiranti ispettori/trici (2 uomini e 2 donne). Oltre agli e alle aspiranti della Polizia cantonale frequenteranno la Scuola pure 9 aspiranti delle Polizie comunali (6 uomini e 3 donne), 1 aspirante della Polizia militare (uomo), nonché 7 aspiranti agenti della Polizia cantonale dei Grigioni (7 uomini). Il percorso formativo che conduce all’Esame professionale per il conseguimento dell’Attestato professionale federale di agente di polizia prevede un primo anno quale aspirante presso la Scuola di polizia del V circondario d’esame (SCP) e un secondo anno in qualità di gendarme, ispettore/trice, agente in formazione nei Corpi di appartenenza.

«Le Tessin mérite la solidarité confédérale»

«Le Tessin mérite la solidarité confédérale»

«Le Temps» publie une lettre ouverte du conseiller d’Etat tessinois Norman Gobbi:
«Mes chers compatriotes romands, le Tessin mérite la solidarité confédérale».

Mes chers compatriotes romands,

En ces temps marqués par tant d’incertitudes géopolitiques, par le retour de la guerre sur notre continent ainsi que par des flux migratoires d’une ampleur croissante et toujours moins maîtrisés, la devise inscrite sous notre coupole fédérale prend tout son sens: «Unus pro omnibus, omnes pro uno», soit «Un pour tous, tous pour un».

Je vous écris non seulement en tant que Compagnon d’honneur du Guillon, honneur vaudois s’il en est, mais avant tout comme Confédéré et comme membre du gouvernement tessinois.

Comme vous le savez, le Tessin est un des cantons les plus touchés par les conséquences des flux migratoires internationaux. Il l’a été historiquement et l’est encore actuellement. Sans remonter trop loin dans le temps, je pense à la crise des Balkans dans les années 1990 et au fort afflux de migrants vécu en 2015-2016. De par sa situation géographique, comme porte d’entrée sud de la Suisse, le Tessin a l’habitude et une expérience consolidée dans la gestion des urgences migratoires.

Cependant, les conséquences négatives, en termes tant de coûts que de détérioration de la qualité de vie de nos résidents, risquent, avec le temps, de saper l’esprit d’accueil qui a toujours habité les Tessinoises et les Tessinois. Permettez-moi d’illustrer mon propos en rappelant quelques faits et chiffres. Premièrement: depuis au moins un an, plus de 50% des étrangers en situation irrégulière (avec des pointes, pendant plusieurs mois, de plus de 75%) sont entrés en Suisse par la frontière du Mendrisiotto.

Deuxièmement: lorsque la guerre en Ukraine a éclaté en février 2022, le Tessin s’est pleinement engagé auprès des autorités migratoires suisses en accueillant un nombre de réfugiés supérieur à la clé de répartition réelle entre les cantons.

Troisièmement: dans la région du Mendrisiotto toujours, le Secrétariat d’Etat aux migrations (SEM) dispose de centres d’enregistrement des demandeurs d’asile qui, ces derniers mois – mais ce n’est plus une exception – ont affiché complet. Facteur aggravant, la présence de plus en plus importante de mineurs (plus ou moins) non accompagnés. L’ouverture prochaine du nouveau centre d’accueil de Pasture, situé dans les communes de Balerna et Novazzano, améliorera certes les conditions des migrants, mais ne résoudra pas certaines conséquences négatives de leur présence sur le territoire.

Quatrièmement: aux demandeurs d’asile «traditionnels» issus plutôt du sud ou de l’est du bassin méditerranéen se sont ajoutées, depuis 2 ans, les personnes originaires d’Ukraine et bénéficiant du statut de protection S. Non seulement ce cumul a des conséquences sur les coûts, mais les inquiétudes et les possibles frictions avec la population locale augmentent également.

Face à cette situation objective, le Tessin a toujours assumé pleinement ses responsabilités, en coopérant avec le SEM, tant dans le secteur de l’accueil que sur le front de la sécurité. Mais nous avons également formulé des demandes spécifiques qui n’ont pas toujours été satisfaites.

En particulier, je réclame depuis plus de douze ans l’introduction de mesures disciplinaires pour les récalcitrants. Ce n’est qu’après de trop nombreuses années que la modification de la loi fédérale sur l’asile est maintenant prête. Elle introduira des mesures plus strictes pour ceux qui causent des problèmes dans les centres fédéraux et en dehors de ceux-ci. C’est un exemple de l’absence de stratégie et de planification du gouvernement fédéral en matière de gestion des situations d’urgence. Le canton de Neuchâtel subit le même sort avec le centre fédéral pour requérants d’asile de Boudry. Il peut compter sur notre pleine solidarité et compréhension.

Mais aujourd’hui, il n’est plus seulement question d’ordre public ou de capacités d’accueil. La question devient financière. La conseillère fédérale Karin Keller-Sutter et le Conseil fédéral, dans le cadre de la maîtrise des coûts, ont inclus le secteur de l’asile parmi les domaines où des économies peuvent être réalisées. C’est une très mauvaise idée. Elle laisse présager une réduction de l’aide versée aux cantons pour leur contribution à la politique fédérale d’asile. Une approche inacceptable!

La récente demande du SEM de répartir le crédit de 57 millions de francs pour la construction de logements provisoires extraordinaires, qui ne sont rien d’autre que les conteneurs déjà rejetés par les Chambres fédérales, a déjà été renvoyée à l’expéditeur par la Conférence des directrices et directeurs des Départements cantonaux de justice et police (CCDJP).

Dans ce sens, je m’efforcerai de faire en sorte qu’au sein de la CCDJP un consensus puisse être trouvé pour maintenir et intensifier la pression légitime des cantons sur le Conseil fédéral et le nouveau chef du Département fédéral de justice et police, Beat Jans. On ne résout pas une situation d’urgence avec des coupes budgétaires.

Comme je l’ai dit, le Tessin est l’un des cantons les plus exposés dans le domaine de l’asile. Il fait preuve de solidarité et bénéficie aussi de la solidarité intercantonale pour répartir le fardeau. La crédibilité de la politique d’asile en Suisse passe aussi par l’unité d’action: appliquer les lois et ne pas abandonner les cantons qui contribuent plus que d’autres à la gestion de la migration. Dans le cas du Tessin, nous devons notamment accepter les conséquences négatives de la présence sur notre territoire d’étrangers en situation irrégulière et de requérants d’asile récalcitrants. Cela a un coût financier, sans parler de questions sécuritaires et d’ordre public.

Mes chers compatriotes romands, le Tessin mérite la solidarité confédérale. Si mon canton est, comme vous le savez, une terre accueillante d’une exceptionnelle beauté, il est aussi «victime» de sa position géographique sur des routes migratoires importantes. Le Tessin a montré sa capacité à se montrer solidaire avec le reste du pays et avec les migrants. Il est aussi reconnaissant au reste du pays pour son soutien. Mais si aux problèmes de capacités d’hébergement et de sécurité viennent s’ajouter des coupes budgétaires, c’est bien cette solidarité confédérale qui sera en danger.

Un saluto confederale!

Pagina di Le Temps

Immagine: Le Temps

Lettera aperta pubblicata nell’edizione di venerdì 1 marzo 2024 di Le Temps

Guardie di custodia: “privilegiare i cittadini svizzeri”

Guardie di custodia: “privilegiare i cittadini svizzeri”

Norman Gobbi boccia la proposta avanzata dai sindacati, che per colmare le lacune volevano allargare il bando anche ai residenti con permesso C

La posizione del responsabile del dipartimento delle Istituzioni è chiara: è preferibile selezionare gli agenti di custodia tra la popolazione svizzera; è bene “privilegiare l’assunzione di cittadini svizzeri, proprio perché il dipartimento delle Istituzioni è quello più legato all’ambito di giustizia e polizia, che ha comunque un monopolio per la cittadinanza svizzera”.

Così Norman Gobbi risponde alla proposta ventilata negli ultimi giorni dai sindacati per colmare l’attuale lacune che grava sulle carceri ticinesi, sempre più sotto pressione e alla ricerca di nuovo personale. Per Lorenzo Jelmini dell’OCST, una soluzione valida è di allargare il bando anche ai residenti con permesso C. “Bisogna trovare altre misure per rendere più attrattiva questa attività”, dichiara il sindacalista a difesa del progetto. “Bisogna anche essere coraggiosi e aprire a chi vive in Ticino da parecchi anni, a chi ha il permesso C”.

Non sarebbe una prima in Svizzera: ci sono anche altri cantoni che hanno aperto agli stranieri per quanto riguarda le guardie carcerarie. “Credo che per gli agenti di custodia la cittadinanza svizzera sia un elemento”, risponde il consigliere di Stato. “Ricordo che la cittadinanza svizzera può essere acquisita secondo delle leggi, che sono sempre state più allentate: in questo senso non vedo un problema”.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Guardie-di-custodia-%E2%80%9Cprivilegiare-i-cittadini-svizzeri%E2%80%9D–2082428.html

Più autonomia e miglior servizio con l’Istituto di medicina legale

Più autonomia e miglior servizio con l’Istituto di medicina legale

Norman Gobbi: “Indipendenti e in grado di creare nuove opportunità”

La sala del Gran Consiglio questa settimana si è animata non per le “solite” discussioni parlamentari, bensì per la presentazione di un importante e nuovo istituto al servizio in particolare della Magistratura ticinese: l’Istituto cantonale di medicina legale. È un progetto sotto il cappello del Dipartimento delle istituzioni e per questo ne abbiamo parlato con il suo direttore, Norman Gobbi. “Siamo contenti di essere riusciti a realizzare questo istituto. Si tratta di uomini e donne – soprattutto donne, visto che la responsabile è la dottoressa Rosa Maria Martinez, che si avvale di altri due medici donne e di un medico, oltre alla segretaria – che lavorano a favore della ricerca della verità per i nostri concittadini, nei momenti in cui un loro congiunto perde la vita in maniera sospetta. Non è un caso a mio giudizio che per svolgere questo delicato compito vi siano più donne. La loro sensibilità in circostanze spesso tragiche è un valore aggiunto. Polizia e Ministero pubblico sono i “clienti” principali dell’Istituto, perché spetta a loro condurre le inchieste per capire quanto è avvenuto in un caso di morte sospetta. Non necessariamente una morte violenta. I medici dell’Istituto devono fornire gli elementi scientifici per definire i fatti. Un compito quindi importante, come detto, per la ricerca della verità”, afferma il nostro interlocutore.

Il nuovo Istituto di medicina legale è il frutto di un lungo percorso che ha visto il nostro Cantone spesso doversi appoggiare a specialisti esterni. “Era il caso prima del 1976, quando si ricorreva a centri d’oltre San Gottardo. O dopo il 2005 quando venne stipulata una Convenzione con l’Istituto di medicina legale di Varese. L’aumento delle pratiche dovuto anche a nuove leggi e la necessità di assicurare un servizio 24 ore su 24 per 365 giorni all’anno ci ha portato a questa soluzione, che finanziariamente risulta neutra rispetto al recente passato, quando venivano assegnati dei mandati esterni per realizzare le perizie. È stata dunque una necessità e oggi con l’Istituto garantiamo autonomia e indipendenza”, sottolinea il Direttore del Dipartimento delle istituzioni.

Il nuovo istituto ha sede a Bellinzona in via Salvioni e come detto occupa 5 persone. “Avere un centro di competenza come questo ci permette di sviluppare l’attività anche in altri ambiti. Per esempio l’attività riguarda anche la ricostruzione di quanto avviene in un contesto di violenza domestica per accertare i fatti e dare la possibilità alle vittime di fare una denuncia contro chi ha compiuto il maltrattamento sulla base di elementi forti. Inoltre si possono ottenere lavori anche da enti esterni. Ne è un esempio il mandato già accordato all’Istituto dalla Segreteria di Stato (SEM) per la determinazione dell’età dei giovani richiedenti l’asilo, che arrivano da noi privi di documenti e per i quali sapere se sono maggiorenni o minorenni ha una notevole importanza. Inoltre si può sviluppare tutto il settore della formazione e l’Istituto ben presto potrebbe essere in grado di formare giovani medici FMH in medicina legale. Quindi si collabora con l’EOC, con l’USI e con la SUPSI. Con quest’ultima si sta mettendo a punto una formazione per infermieri specializzati in questo ambito. Una serie di opportunità che serve per migliorare il nostro Cantone”, conclude il Consigliere di Stato Norman Gobbi.

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 25 febbraio 2024 de Il Mattino della domenica

Celle piene, prime misure

Celle piene, prime misure

La situazione nelle strutture di detenzione è sempre più complicata
Il Consiglio di vigilanza ha proposto una serie di correttivi per allentare la pressione
Gobbi: «Vogliamo sgravare le guardie di custodia dai compiti secondari, privilegiare gli arresti domiciliari e il braccialetto elettronico»

Si fa di giorno in giorno più complicata la situazione nelle carceri ticinesi. Al punto da rendere necessaria, ieri, una riunione del Consiglio di vigilanza, presieduto dal direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi e a cui hanno partecipato alcuni membri della Magistratura, il direttore delle strutture carcerarie Stefano Laffranchini, la direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti e i rappresentanti della Polizia cantonale. Un incontro allargato, dunque, con tutti gli attori coinvolti per cercare di trovare una soluzione al problema. «È stata l’occasione per fare una disamina della situazione, che è sempre più tesa », commenta il consigliere di Stato Norman Gobbi. Già, perché il sovraffollamento delle carceri ha ormai raggiunto livelli da primato: «Al carcere penale della Stampa sono rinchiuse al momento 157 persone, a fronte di 147 posti disponibili. Nel carcere preventivo della Farera, invece, i detenuti sono 91 su 88 posti disponibili». Insomma, ci sono più detenuti che celle. «Il punto – sottolinea Gobbi – è che i margini di manovra sono limitati e notiamo una recrudescenza dei reati commessi sul nostro territorio, in particolare per quanto concerne l’infrazione alla Legge sugli stupefacenti e i furti commessi dai richiedenti l’asilo e dalle bande che sono tornate a colpire in Ticino». Un quadro «preoccupante », lo definisce il capo del DI, anche se il problema non riguarda solo il nostro cantone. «Si constata un aumento dei reati in tutta la Svizzera e questo si ripercuote sull’occupazione delle carceri, anche in quelle della Svizzera tedesca». Di riflesso, questo crea un ulteriore problema, «perché rende molto complicato poter spostare i detenuti, in caso di sovraffollamento, negli altri cantoni».

I correttivi
Per far fronte al problema, il Consiglio di vigilanza ha identificato una serie di misure, «con l’obiettivo di sostenere le strutture carcerarie, garantendo la sicurezza e preservando la salute del nostro personale di custodia e dei detenuti». In primis, quindi, si è deciso di sgravare gli agenti di custodia dai compiti secondari che sono normalmente chiamati a svolgere. In questo senso, spiega Gobbi, «si è deciso di affidare a una società esterna il controllo degli accessi al Palazzo di Giustizia a Lugano, in modo da poter recuperare più personale da destinare alle carceri». Sì, perché il problema principale, al di là della mancanza di posti, è proprio quello del personale, chiamato a gestire un numero sempre maggiore di detenuti. Non a caso, di recente è stato esteso anche il concorso per reclutare 15 nuovi agenti di custodia, visto che le candidature pervenute erano state insufficienti. Per evitare di sovraccaricare le strutture carcerarie, il Consiglio di vigilanza ha anche deciso di vagliare altre ipotesi, prima fra tutte quella di tastare il terreno con gli altri cantoni e capire se è possibile agire a livello federale per riuscire a introdurre il processo per direttissima, che oggi non esiste in Svizzera. «In questo modo – dice Gobbi – chi viene colto in flagranza di reato potrebbe essere immediatamente processato, evitando di andare a occupare posti nel carcere preventivo ». Una proposta, sottolinea, che potrebbe essere utile al Ticino, ma anche agli altri cantoni che oggi sono alle prese con una situazione simile alla nostra. Ma non è tutto, perché l’intenzione è anche di adottare misure sostitutive all’arresto: «Per determinati reati, che non impattano sulla sicurezza pubblica, vogliamo valutare la possibilità di evitare l’incarcerazione, sfruttando piuttosto gli arresti domiciliari e l’utilizzo del braccialetto elettronico». Sul tavolo rimane pure il tema dell’acquisto di alcuni container per aumentare i posti di detenzione disponibili. «Ma, anche qui, rimane il problema di avere un numero sufficiente di agenti di sicurezza», commenta il direttore del DI, spiegando che in futuro dovrà anche essere discussa la progettazione di un nuovo carcere, che andrà a sostituire la Stampa, ormai giunta al termine del suo ciclo di vita. «Conoscendo i tempi logistici necessari per la progettazione, il nuovo carcere non è per domani. Ci vorrà ancora qualche anno», evidenzia il consigliere di Stato.

La guardia rimane alta
Altri provvedimenti, invece, sono già stati implementati. «Ad esempio – rileva ancora Gobbi – per snellire i tempi e alleviare il carico di lavoro si cerca di evitare il trasporto dei detenuti dal carcere al Palazzo di Giustizia, facendo in modo che siano invece i procuratori a raggiungere le strutture carcerarie. Piccoli accorgimenti, quindi, che però possono migliorare il lavoro degli agenti di custodia ». L’attenzione al tema, assicura il direttore del DI, rimane alta. E nei prossimi mesi, se sarà necessario, seguiranno altri incontri con tutti gli attori coinvolti. «È chiaro – conclude il consigliere di Stato – sono preoccupato, perché questa situazione rischia di minare la salute dei collaboratori, con il rischio accresciuto di burnout.
Inoltre, i dati dell’occupazione carceraria denotano un malessere diffuso nella società, che porta a commettere reati, anche tra i minorenni».

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 21 febbraio 2024 del Corriere del Ticino

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Tra i rimedi il processo per direttissima
Carceri ticinesi da tutto esaurito. Gobbi, presidente del Consiglio di vigilanza: ‘Ecco i correttivi che abbiamo deciso e quelli che proporremo’

«La sovraoccupazione delle carceri ticinesi rischia di diventare, di questo passo, strutturale. E non solo da noi. Il sovraffollamento – dovuto all’aumento della criminalità e in particolare dei furti commessi da migranti e dei reati legati agli stupefacenti – è riscontrabile anche nelle altre strutture detentive della Svizzera. Il che è un problema pure per noi, perché limita notevolmente la nostra possibilità di trasferire in queste strutture detenuti in espiazione di pena». Il consigliere di Stato Norman Gobbi è reduce dalla riunione, tenutasi nel pomeriggio di ieri, del Consiglio di vigilanza cui per legge, quella sull’esecuzione delle pene e delle misure per gli adulti, la Lepm, compete “la sorveglianza generale” sugli stabilimenti carcerari del Cantone. Del Consiglio fanno parte i vertici delle autorità giudiziarie penali: è presieduto dal direttore del Dipartimento istituzioni. Ed è in tale veste che Gobbi ha convocato la seduta. Alla riunione hanno partecipato anche le direzioni della Divisione giustizia (Frida Andreotti), delle Strutture carcerarie (Stefano Laffranchini) e dell’Ufficio dell’assistenza riabilitativa (Siva Steiner). Presenti pure la Magistratura dei minorenni e la Polizia cantonale. «Abbiamo individuato e deciso alcuni correttivi per alleggerire la pressione sul personale di custodia e per evitare che la sovraoccupazione metta a repentaglio la sicurezza dello stesso personale e della popolazione carceraria», dice Gobbi raggiunto dalla ‘Regione’.

Le misure
La Farera (capienza massima 88 posti), destinata agli imputati in attesa di giudizio dei quali il Ministero pubblico, con l’ok del giudice dei provvedimenti coercitivi, ha disposto la carcerazione preventiva, e l’attiguo Carcere penale della Stampa (144 posti), riservato alle persone condannate a una pena privativa della libertà: sono principalmente queste le strutture sovraoccupate. Negli ultimi tempi anche da tutto esaurito. Quali dunque i correttivi? «Un miglior coordinamento – spiega il direttore del Dipartimento istituzioni – fra Strutture carcerarie e Polizia cantonale, affinché la persona fermata venga inizialmente rinchiusa nelle celle di polizia, possibilità data per legge, e dunque non venga subito portata alla Farera quando quest’ultima è piena. Il recupero, poi, di personale di custodia oggi impegnato in mansioni che in questo specifico momento risultano secondarie, per affidargli il compito principale: la sorveglianza dei detenuti nelle Strutture carcerarie. Ora per esempio il controllo dell’accesso principale al Palazzo di giustizia a Lugano, in via Pretorio, è assegnato ad agenti di custodia: questo compito verrà affidato a una ditta privata di sicurezza».
Altri correttivi decisi. «Nei casi in cui sarà possibile – riprende Gobbi – si cercherà più di prima di far espiare nel loro Paese di origine la pena inflitta in Ticino a cittadini stranieri non residenti. Inoltre, come Consiglio di vigilanza chiederemo al Consiglio di Stato che alla Clinica psichiatrica cantonale siano previste molte più camere securizzate per la gestione temporanea di persone detenute in fase di scompenso psichico acuto». Ma non è tutto. «Alla Conferenza dei direttori cantonali di giustizia e polizia, proporrò – fa sapere il consigliere di Stato – l’introduzione, previa modifica della legislazione federale, del processo per direttissima delle persone arrestate in flagranza di reato e per determinati illeciti, in modo che la fase della carcerazione preventiva sia il più breve possibile. Ricordo che oggi il novanta per cento dei detenuti in preventiva sono stranieri non residenti: per loro la carcerazione in attesa di giudizio si rende necessaria per il pericolo di fuga».

Ortelli: ‘Garantire condizioni dignitose’
Alla riunione del Consiglio di vigilanza ha preso parte anche la presidente della commissione parlamentare ‘ Sorveglianza delle condizioni di detenzione’ Maruska Ortelli.
Sono stati decisi «dei piccoli interventi che comunque possono alleggerire la situazione. È però chiaro che a lungo termine si dovrà pensare a un nuovo carcere. I tempi della politica sono ormai quelli che sono», sostiene la deputata leghista. Stando a Ortelli, quella di ieri è stata «una riunione di riflessione, da cui non sono uscite delle soluzioni definitive». E aggiunge: «Il quadro è chiaro, le carceri ticinesi traboccano, ma il margine di manovra è serrato, anche perché pure le altre prigioni svizzere sono al limite di capienza. Se la situazione attuale è ancora tutto sommato gestibile, nel caso in cui il contesto non dovesse stabilizzarsi, diventerà davvero complesso reggere il volume di detenuti. Ora siamo in allarme perché la tendenza non sembra migliorare, anzi».
Sul sovraffollamento Ortelli illustra: «È chiaro che il carcere non deve essere un albergo, ma bisogna garantire delle condizioni dignitose». Non solo. «Preoccupa poi naturalmente anche la situazione del personale: avere il doppio dei detenuti da seguire non è facile. Nonostante si tratti solo di una decina di posti, la prospettiva è la riapertura della nuova sezione femminile alla Stampa. È indubbiamente un’opportunità per le donne condannate a una pena detentiva, che non verranno più rinchiuse nel carcere giudiziario della Farera. Ma in termini di spazi non si risolverà completamente il problema». Tra le soluzioni alternative, il braccialetto elettronico per gli arresti domiciliari. «Si è parlato di questa opzione per chi è domiciliato in Ticino. Non si tratta però di una percentuale elevata. Ripeto, sono dei piccoli accorgimenti che tutti insieme possono portare dei cambiamenti, seppur non risolutivi. L’obiettivo è di alleggerire anche il personale e il servizio medico che stanno risentendo fortemente di questo contesto», evidenzia la granconsigliera.
Disporre di personale in sufficienza è centrale, il bando di concorso per aspiranti agenti di custodia è stato prolungato fino all’11 marzo: come avvicinare più persone a questo lavoro? «Non è una professione per tutti. Sentire che la situazione nelle carceri è così tesa, tra sovraoccupazione e pressione sul personale, sicuramente non aiuta. Rendere più attrattivo questo mestiere sarà – indica Ortelli – un tema di discussione in commissione».

Articolo pubblicato nell’edizione di  mercoledì 21 febbraio 2024 de La Regione

Il caso del canton Vaud e il precedente di Brissago

Il caso del canton Vaud e il precedente di Brissago

La famiglia dell’iraniano ucciso l’8 febbraio in occasione di una presa d’ostaggi ha sporto denuncia per l’intervento delle forze dell’ordine – La RTS ha ricostruito gli ultimi mesi di vita dell’uomo, affetto da problemi psichici – Nel 2020 un agente venne scagionato per legittima difesa dalla giustizia ticinese

«Il mondo sottosopra. Alla fine ci va di mezzo il nostro Paese e la mente corre ai fatti di Brissago del 2017, dove l’agente di polizia agì correttamente ». Con queste parole il consigliere di Stato Norman Gobbi ha commentato, su Instagram, la notizia della denuncia presentata dai familiari del sequestratore ucciso dalla polizia l’ 8 febbraio scorso, nel Canton Vaud, durante una presa d’ostaggi su un treno regionale. «Oso sperare che il poliziotto, che a prima vista non ha fatto altro che il suo dovere, ottenga il pieno sostegno della sua gerarchia e del suo datore di lavoro » ha scritto da parte sua, su Linkedin, il consigliere nazionale vallesano Jean-Luc Addor (UDC). L’episodio, in effetti, ripropone la questione degli interventi armati della polizia in situazioni di forte pressione e che poi finiscono al centro di indagini giudiziarie. Ci sono, in effetti, alcune analogie tra i fatti di dodici giorni or sono e quelli di sette anni fa in riva al Verbano, quando un appuntato della polizia cantonale, intervenuto per un diverbio in una residenza privata, ferì mortalmente un richiedente l’asilo cingalese di 38 anni. Quest’ultimo, uscito da un appartamento brandendo due coltelli, si scagliò contro altri due asilanti. Dopo aver intimato per due volte l’alt, l’agente esplose due colpi in rapida successione, che raggiunsero l’uomo ai fianchi. Il cittadino srilankese però non si fermò e l’agente sparò un terzo colpo, questa volta diretto al torace e risultato fatale. La procura chiuse il caso nel 2019 con un decreto d’abbandono. L’intervento venne considerato giustificato da legittima difesa per proteggere terze persone. I parenti della vittima ricorsero alla Corte dei reclami penali, che però nel 2020 confermò la proporzionalità dell’intervento dell’agente di polizia e attestò la correttezza dell’inchiesta.
Nel Canton Vaud il sequestratore (un asilante iraniano di 32 anni che aveva preso in ostaggio 13 persone su un convoglio a Essert-sous-Champvent, vicino a Yverdon) era armato con un’ascia, un coltello e un martello. Secondo il comunicato di polizia, l’uomo ha iniziato a correre verso gli agenti, intervenuti mentre si era momentaneamente allontanato dagli ostaggi. Un poliziotto ha usato il taser ma la scarica elettrica non è bastata per fermare il sequestratore. Questi ha proseguito armato la sua corsa in direzione degli agenti e degli ostaggi. Un secondo membro dell’unità d’intervento ha poi utilizzato la sua arma per neutralizzarlo e lo ha colpito a morte. La famiglia, pur prendendo le distanze dal gesto del congiunto e confermando i suoi problemi psichici, parla di «ingiustizia» e ritiene che gli agenti non avrebbero mai dovuto sparare. I genitori hanno presentato una denuncia penale alla procura vodese contro «tutti coloro che hanno contribuito illegalmente alla morte di nostro figlio». Le autorità dovranno stabilire se l’agente ha agito per legittima difesa e se l’impiego dell’arma da fuoco fosse giustificato.
Nel frattempo, un’inchiesta della RTS ha fatto luce su alcuni aspetti della vita del sequestratore, giunto in Svizzera nell’agosto del 2022 per chiedere asilo a seguito del suo coinvolgimento politico e militare per l’indipendenza curda in Iran. Affetto da gravi problemi psicologici, l’uomo era stato ricoverato più volte in un istituto specializzato a Ginevra. In un centro federale d’asilo della Svizzera romanda iniziò a sviluppare un’attrazione ossessiva per una dipendente, che aveva manifestato anche durante la presa d’ostaggi. Per dimenticarla, stando a una testimonianza raccolta dall’emittente, lasciò la Svizzera alla volta dell’Inghilterra. Fece comunque ritorno in Svizzera per poi ripartire alla volta della Germania e della Polonia, dove venne arrestato e rimandato nella Confederazione. Sembra che volesse raggiungere l’Ucraina «per combattere e morire». Nella notte fra il 6 e il 7 febbraio, ha riferito la RTS, a seguito di una crisi nervosa ha rovesciato un tavolo nell’atrio del Palexpo di Ginevra, dove alloggiava. C’erano insomma tanti indizi di un comportamento suicidario, ma difficile da seguire da un punto di vista medico a causa delle improvvise sparizioni e riapparizioni. Secondo la NZZ, il 7 febbraio, alla vigilia della presa d’ostaggi, l’uomo avrebbe dichiarato alle autorità che non necessitava di assistenza medica e che il momento difficile da lui attraversato era ormai alle spalle. Quanto agli ostaggi, tutti illesi, la RTS dice che hanno difficoltà a riprendersi dal trauma.

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 20 febbraio 2024 del Corriere del Ticino