Lega, “prove di lista”

Lega, “prove di lista”

Da www.ticinonews.ch

Un post sulla pagina Facebook del movimento di via Monte Boglia rilancia i soliti rumors.
Sarà vero?
Un post pubblicato sulla pagina Facebook della Lega dei Ticinesi ha rilanciato i soliti rumors sulla composizione della lista per il Consiglio di Stato del movimento di via Monte Boglia in vista delle prossime elezioni cantonali.
Accanto ai due uscenti Claudio Zali e Norman Gobbi, ad Antonella Bignasca (che in ogni caso non dovrebbe essere della partita) e al capogruppo in Gran Consiglio Daniele Caverzasio troviamo infatti il deputato e municipale di Lugano Michele Foletti. Indizio di una sua effettiva presenza in lista dopo il no del 2015? Oppure semplicemente un post scherzoso?
Lo scopriremo solo tra diverse settimane quando la Lega, tradizionalmente ultima tra i partiti di Governo, renderà nota la rosa degli aspiranti ad un posto al sole in Consiglio di Stato.

Una domenica all’Osteria con Antonio Ferriroli e Norman Gobbi

Una domenica all’Osteria con Antonio Ferriroli e Norman Gobbi

Da www.liberatv.ch

Quattro chiacchiere tra passato e futuro con il ministro e l’oste, fino a qualche mese fa sindaco di Brione sopra Minusio

In attesa della capra bollita e di una puntatina tra le specialità langarole al tartufo bianco, Antonio Ferriroli continua a curare la sua griglia a legna sfornando costate e filetti di fassona, di chianina o di angus.
Può capitare, a volte, di incontrare nella sua Osteria di Contra il ministro Norman Gobbi, amico di Antonio ed estimatore della sua cucina. Com’è successo domenica scorsa. Si parla un po’ di tutto, di cucina, di vino, dei personaggi celebri (che nemmeno ci immaginiamo) che varcano regolarmente la porta dell’Osteria… e di legame con le valli (Gobbi e la sua Leventina, dove ha deciso di vivere e va fiero di questa scelta, Ferriroli della sua Verzasca, terra dei suoi avi)…
Quattro chiacchiere a ruota libera sul passato, sul presente e sul futuro, insomma, davanti a generosi bicchieri di un’ottima Barbera d’Asti e a un certo punto…
A un certo punto spunta un’immagine ‘storica’. Una foto scattata davanti all’Osteria Ferriroli parecchi anni fa, che ritrae un Norman Gobbi con diversi chili in più accanto a Umberto Bossi e Giuliano Bignasca.
Così le riflessioni sul vino e sulla ristorazione, locale, nazionale e italiana, si mescolano con la politica, con i “com’eravamo”, appunto, e come saremo…
E Antonio, che da pochi mesi ha svestito i panni di sindaco liberale di Brione Sopra Minusio, assicura che, nonostante qualche voce giri, non si candiderà per il Gran Consiglio in quota Lega… Sicuro? Beh… Di sicuro c’è che non avrebbe il tempo, lui che per nove mesi all’anno fa l’oste a pieno ritmo.

Treibt Salvini die Flüchtlinge in die Schweiz?

Treibt Salvini die Flüchtlinge in die Schweiz?

Da www.blick.ch

Um das wilde Flüchtlingscamp vor dem Bahnhof San Giovanni zu räumen, hatte das Rote Kreuz in der Grenzstadt ein Containerdorf eingerichtet. Jetzt liess es die Lega schliessen.

Zwei Jahre lang ist das Containerdorf in der Via Regina Zufluchtsort für Flüchtlinge. Es entstand als Auffangzentrum für die Gestrandeten, die im Sommer 2016 zu Hunderten den Park vor dem Bahnhof San Giovanni bevölkerten.
Rund 300 Menschen hatten Platz, darunter viele, die erfolglos versuchten, ins Tessin zu gelangen und von Chiasso TI direkt wieder an die italienische Grenze gestellt wurden. Seit gestern ist das Zentrum der Caritas Geschichte. Mit der Schliessung setzt Innenminister Matteo Salvini (45) seine rigorose Flüchtlingspolitik fort.
«Schon vor Wochen kamen sie im Morgengrauen, haben 90 Migranten aus den Betten geholt und nach Turin und Bologna deportiert», sagt der Chef der Caritas, Roberto Bernasconi (67). «Seit Dienstag ist das Zentrum nun endgültig geschlossen. Die Menschen stehen jetzt auf der Strasse. Viele werden wohl wieder versuchen, die Tessiner Grenze zu passieren. Sie sind leichte Beute für kriminelle Banden.»
Treibt Lega-Chef Matteo Salvini die Flüchtlinge in die Schweiz? «Nein, ganz im Gegenteil», meint Norman Gobbi (41) von der Tessiner Lega, «Salvini säubert Como von Flüchtlingen. Es wird dort in Zukunft weniger geben. Für uns ist das nur gut so.» Zudem, so der Tessiner Staatsrat, würden über 90 Prozent der im Tessin aufgefangenen Flüchtlinge kein Asyl beantragen und daher sofort nach Italien zurückgeführt.

«Bei Italien weiss man nie, wie es weitergeht»
Ob genau das in Zukunft noch möglich ist, fragt sich Marco Romano (35). «Bei dieser italienischen Regierung weiss man nie, wie es weitergeht», sagt der CVP-Nationalrat. «Ich will keine Szenen sehen wie in Ventimiglia an der französischen Grenze. Bislang klappt die Zusammenarbeit mit Italien gut. Sollte sich das ändern und das Land von uns keine Flüchtlinge mehr zurücknehmen, müsste man sofort reagieren.»
Bern bleibt gelassen. Die Zusammenarbeit mit Italien im Dublin-Bereich funktioniere sehr gut, sagt Lukas Rieder, Mediensprecher des Staatssekretariats für Migration (SEM). «Seit der Bildung des Kabinetts Conte am 1. Juli 2018 hat Italien bis zum 30. September in insgesamt 626 Fällen einer Dublin-Überstellung zugestimmt.» Und: Dass durch die harte Hand, mit der Matteo Salvini seine Flüchtlingspolitik vorantreibt, mehr Flüchtlinge in die Schweiz einreisen könnten, dafür gebe es zurzeit keine Indizien.

Primato costituzionale e patti internazionali

Primato costituzionale e patti internazionali

Opinione pubblicata nell’edizione di mercoledì 31 ottobre del Corriere del Ticino

Lunedì il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) attraverso il proprio profilo Twitter ha preso ufficialmente posizione sui motivi e le giustificazioni – ormai fatte proprie anche dal Consiglio federale – per cui bisogna sottoscrivere e sostenere il Patto globale sulla migrazione delle Nazioni Unite. I sostenitori del trattato lo definiscono puramente declamatorio e non vincolante, ma in verità si tratta di un prodotto inizializzato dall’ambasciatore svizzero all’ONU Jürg Lauber e che – nonostante le dichiarazioni critiche anche da chi l’ha sottoscritto – è comunque un atto formale, al quale – more solito – la Svizzera si dovrà attenere. Quindi non declamatorio ma vincolante per noi, senza che il Parlamento federale e il Popolo svizzero possano esprimersi a riguardo.

Ma torniamo al perché questo patto è comunque problematico per la Svizzera. Anzitutto, a far storcere il naso sono le numerose giustificazioni degli addetti ai lavori sulla volontà del Consiglio federale di sottoscrivere una serie di misure che vengono definite come «impegni concordati dagli Stati membri nella Dichiarazione di New York per rifugiati e migranti». Se si tratta solo di impegni concordati non giuridicamente vincolanti è legittimo chiedersi perché lo si debba sottoscrivere, ritenuto come – per stessa ammissione del DFAE e del Governo federale – buona parte degli impegni sono già attuati o previsti dalla legislazione elvetica. Pensiamo al semplice fatto che, nell’ambito della crisi migratoria del 2015 – i cui effetti si ripercuotono ancora ai giorni nostri – la Svizzera si sia subito allineata ai dettami della Commissione europea e della cancelliera tedesca Angela Merkel, accogliendo sia migranti economici come pure un’importante numero di «resettlement» mentre altri Stati membri dell’Unione europea hanno sin dall’inizio respinto questo diktat centralista.

Ma su alcuni punti il Dipartimento e il Consiglio federale difettano nella consecutio temporis, poiché se da un lato gli stessi sono animati dall’indefesso adempimento degli «impegni internazionali» inizializzati nel 2016, dall’altra dimenticano come recentemente la Svizzera abbia rivisto il diritto federale in materia di stranieri restringendo il diritto al ricongiungimento, oggi vera fonte di preoccupazione dal momento che rappresenta il primo motivo di arrivo nella Confederazione da parte di cittadini stranieri di Stati terzi (in maggioranza da Africa e Asia occidentale). Il patto dell’ONU prevede invece in questo specifico settore un alleggerimento delle procedure per ricongiungere le persone, che risulta essere palesemente in contrasto con la volontà espressa nel diritto interno svizzero.

A ben vedere questo Global compact for safe, orderly and regular migration dell’ONU è una sorta di grimaldello svincolato dal controllo popolare e parlamentare nelle mani del Consiglio federale, che porterà – a furia di sottoscrivere «impegni internazionali giuridicamente non vincolanti» – a rendere impossibile la gestione controllata dei flussi migratori e quindi a spogliare gli Stati della loro sovranità in materia di politica migratoria. Questa vicenda la dice lunga su come il Governo federale non voglia attenersi alle decisioni popolari e voglia al contrario inchinarsi agli «impegni internazionali». Quindi, per opporsi al Patto globale sulla migrazione delle Nazioni Unite, l’unica arma nelle mani del Popolo elvetico è dire a gran voce sì all’iniziativa sull’autodeterminazione in votazione il prossimo 25 novembre. Questo perché – se sprovvisti della garanzia del primato dato al diritto costituzionale svizzero sul diritto internazionale – un giorno saremo chiamati ad attuare tutti quegli impegni «giuridicamente non vincolanti» voluti dal DFAE e dal Consiglio federale in materia di migrazione.

* consigliere di Stato

Terrorismo «La minaccia resta alta»

Terrorismo «La minaccia resta alta»

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 24 ottobre 2018 del Corriere del Ticino

Lotta e prevenzione: conferenza a Lugano sul ruolo delle forze di sicurezza e militari.
Sottolineata l’importanza delle sinergie –  Della Valle: «Si deve migliorare ogni giorno»

Certezze, non ce ne sono. Garanzie, nemmeno. Se la materia è il terrorismo e la posta in gioco l’incolumità di noi tutti, bisogna prenderne atto. E vigilare. Parola del consigliere di Stato Norman Gobbi, che ieri – dopo il saluto di Marco Netzer, presidente dell’Associazione per la Rivista militare svizzera di lingua italiana (ARMSI) – ha così introdotto la conferenza tenutasi al LAC. Tema: il ruolo delle forze di sicurezza e militari nella lotta e nella prevenzione del terrorismo.

“Da un lato, il nostro Cantone e la Svizzera hanno effettivamente la fortuna di non aver mai vissuto ciò che altre nazioni, alcune vicine a noi, hanno dovuto più volte patire”, ha spiegato Gobbi, che da agosto è a capo della Rete integrata Svizzera per la sicurezza. “D’altro canto, sarebbe alquanto incauto starsene immobili e passivi, correndo il rischio di farci cogliere impreparati nel caso fossimo confrontati con un evento estremo”. Il consigliere di Stato ha esortato gli attori coinvolti a collaborare. Non solo a livello preventivo, ma anche per quanto riguarda la sensibilizzazione e l’”uso repressivo della forza”. Ha poi menzionato il portale per la prevenzione contro la radicalizzazione e gli estremismi violenti in Ticino (opera congiunta di DI, DECS e DSS), che verrà presentato il 5 novembre.

“Siamo sempre al fronte”
Il colonnello Matteo Cocchi, comandante della Polizia cantonale, ha sottolineato la peculiarità del contesto svizzero, che – analogamente alle tre regioni linguistiche e culturali – conosce tre differenti modi di lavorare dal punto di vista della polizia, nonché i concordati di polizia (di cui Zurigo ed il Ticino non sono membri). Essendo i Cantoni i responsabili della sicurezza interna, “siamo sempre al fronte”. Si registra tuttavia una “moltitudine di enti preposti alla sicurezza”: la fedpol, le polizie cantonali e municipali, il SIC, il Corpo delle Guardie di confine e l’attività giudiziaria legata ai ministeri pubblici e all’MPC. Un chiaro esempio dell’importanza delle sinergie, anche internazionali, è il caso Moutaharrik: grazie al lavoro di polizia cantonale, SIC, MPC e polizia federale si è giunti all’arresto all’estero. Cocchi ha poi evidenziato le misure prese a seguito degli attacchi del 2015, sia a livello svizzero (come la creazione di uno Stato maggiore di condotta della polizia) sia a quello ticinese (dispositivi di difesa messi in atto per Expo 2015 e oggi ancora attivi). La parola è poi passata al brigadiere Peter Candidus Stocker, comandante dell’Accademia militare al Politecnico di Zurigo, che ha spiegato come “la minaccia rimanga elevata”. Gli attacchi terroristici di tipo chimico, biologico, radiologico e nucleare richiedono interventi all’insegna della collaborazione civile e militare; ed è in questo ambito che si può parlare di ruolo sussidiario dell’esercito. La sussidiarietà, definita nella legge militare, determina il ruolo di sostegno alle autorità civili quando le risorse non sono più sufficienti. Dal canto suo, il colonnello Andrea Torzani, comandante provinciale Corpo dei Carabinieri di Como, ha illustrato la strategia dell’Arma: proiettare stabilità ed esportare il “modello Carabinieri” all’estero. L’attività della cosiddetta polizia di stabilità si suddivide nella polizia esecutiva (l’Arma sostituisce le forze di polizia collassate o in via di ricostruzione in teatri postconflittuali, anche nell’ambito della lotta al terrorismo), nella polizia di rafforzamento e nella “military diplomacy”. Tra le expertise da valorizzare, ci sono la tutela del patrimonio culturale, la protezione del patrimonio agro-forestale e la tutela delle identità culturali. Torzani ha infine sottolineato la doppia anima dell’Arma: civile e militare.

La sfida: il volume di informazioni
Si è quindi aperto un dibattito moderato dal già direttore del Corriere del Ticino Giancarlo Dillena a cui ha partecipato, oltre ai relatori, anche la direttrice della fedpol, Nicoletta della Valle. Della Valle ha ricordato come la sfida più importante per quanto riguarda il terrorismo sia la quantità di informazioni, anche a livello europeo: scambiarsi informazioni tra le varie polizie e riconoscere l’informazione giusta e importante in quel momento. “Il lavoro e la cooperazione sono buoni, ma come polizia federale ogni giorno dobbiamo migliorare”. La priorità: rimanere nello spazio Schengen. “Non serve una hotline nazionale per la famiglia che ha paura che il figlio si sia radicalizzato: la mamma va a chiamare il poliziotto municipale, che conosce”, ha detto, sottolineando l’importanza della conoscenza reciproca in Svizzera. La direttrice di fedpol ha quindi precisato che la lotta al terrorismo deve cominciare nella società. Quanto al cybercrimine, è necessaria la cooperazione internazionale, ma anche la prevenzione: “Vent’anni dopo la creazione di Internet c’è sempre gente che in Rete si comporta in modo irresponsabile”.

“Tolleranza zero”

“Tolleranza zero”

Da www.rsi.ch/news
https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Da-condannare.-E-perseguire-10996049.html

 

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 18 ottobre 2018 de La Regione

Gobbi: “Danneggiata l’immagine dell’esercito. Atto da condannare”
Nel pomeriggio di ieri il papà della recluta ha incontrato il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi che, da noi raggiunto, spiega di «aver espresso gratitudine al padre che ha detto, pur deplorando il fatto, di aver fiducia nell’esercito e questo credo sia l’aspetto più importante». Proprio perché, continua Gobbi, casi simili “danneggiano l’immagine dell’esercito, il quale non ha alcun interesse che queste situazioni si producano”. Purtroppo, “essendo l’esercito composto da esseri umani, capita che qualcuno agisca senza ragionare ed ecco che si creano situazioni sì marginali, ma che non devono essere in alcun modo minimizzate”.
Visto che “danneggiano pesantemente un’istituzione che è elemento integratore della nostra comunità con più lingue e culture. Queste non sono immagini che rappresentano i valori del nostro Paese, e questi atti devono essere condannati” conclude Gobbi.

 

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 18 ottobre 2018 de La Regione

“Da ora in avanti, chi subisce non taccia più”
“Per un mese si è tenuto tutto dentro. Non voleva farmi preoccupare. Posso solo immaginare il peso che ha dovuto sopportare”. D., il papà della recluta ticinese vessata a Emmen, ha lo sguardo triste e determinato assieme. La tristezza è dovuta all’umiliazione subita dal ragazzo, un 24enne descritto come “solare, tranquillo, con la sua cerchia di amici e la ragazza, non certo uno sfigato come questa vicenda potrebbe far pensare”; la determinazione viene invece dalla “grande occasione che ci si presenta ora, a più livelli. Il primo è che certe integrazioni di piccoli nuclei di reclute ticinesi (tre in questo caso) in contesti affollati da commilitoni di altre regioni linguistiche possano venire in futuro evitate. Il secondo è che aprendo il vaso di Pandora si parli da ora in avanti apertamente di circostanze simili per denunciarle con fermezza. Mai più deve accadere che chi subisce poi taccia”. D., sollevato dalle “centinaia di attestazioni di solidarietà che mi sono giunte dopo il servizio televisivo”, è reduce da un incontro con il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi: “Non apparteniamo allo stesso partito, ma devo dargli atto di grande prontezza e sensibilità. Gli stessi pregi che ho avuto modo di vedere nella Giustizia militare per il modo in cui ha reagito. Ci sentiamo sostenuti, e questo, adesso, è fondamentale”. Un sostegno che il figlio – ora come noto dislocato in Engadina – avrebbe avuto privatamente anche dal tenente della sua compagnia di Emmen: “Gli ha espresso la massima solidarietà e chiesto se avesse bisogno di sostegno psicologico. Avrebbe anche potuto smettere subito con la Scuola reclute, ma mio figlio ha rifiutato perché tutto sommato con gli altri ragazzi si trova bene. Si sono già tutti scusati per quanto avvenuto. Se vi sono stati soprusi, anche in precedenza, non è causa delle altre reclute, ma dello strano meccanismo che si crea quando v’è un intervento gerarchicamente vincolante di fronte al quale è difficilissimo reagire”. Ed è proprio quanto avvenuto il 14 settembre: “I ragazzi erano nel bosco – racconta D. – e giocavano fra loro a tirarsi noci e sassolini: niente di che. Poi è intervenuto questo graduato che ha preso mio figlio “dal mazzo” – ma avrebbe potuto scegliere qualcun altro, perché molti altri avevano le sue stesse responsabilità – per farlo diventare vittima di quella tremenda parodia del plotone d’esecuzione. Gli stessi suoi compagni ticinesi sono stati costretti a “lapidarlo” assieme agli altri. Dal video si vede chiaramente che in quel momento mio figlio non è più lui: teme, a giusta ragione, le possibili conseguenze fisiche”. Conseguenze che erano ben visibili sul corpo: ecchimosi e lividi su schiena e collo, ora spariti, contrariamente al ricordo di quanto subito.

“Mio figlio ha sempre creduto nell’esercito, e ci crede ancora”
“Eppure – ricorda il papà – nell’esercito mio figlio ha sempre creduto e crede ancora. Figuriamoci che dopo la visita di reclutamento aveva ricorso contro la decisione di destinarlo alla Protezione civile. Ottenendo poi la sua incorporazione. Ci credevo anch’io, quando avevo la sua età. Dopo 200 giorni di servizio, a causa di un incidente ero passato alla PCi, dove sono diventato comandante di compagnia con il grado di capitano. Ho sempre preteso il massimo rispetto per le reclute. E lo stesso criterio l’ho poi applicato a scuola nei confronti degli allievi (D. ha un ruolo di responsabilità in ambito scolastico nel Locarnese, ndr)”. Nell’immediato, mentre il ragazzo concluderà la sua Scuola reclute, la Giustizia militare ha dato a D. la possibilità di seguire il figlio nell’iter giudiziario: “Sì – dice il papà –, lo accompagnerò in questo cammino. Lo vedo sereno, adesso, perché finalmente si è liberato. Ma se avrà bisogno di me, io ci sarò”. Una brutta storia che però, vedi articolo a lato, non ha minato la fiducia nell’esercito.

Aebischer e Dolfini incoronati Re del Tiro del Gottardo

Aebischer e Dolfini incoronati Re del Tiro del Gottardo

Da www.ticinonline.ch

Undicesimo Tiro Storico ad Airolo: una splendida giornata autunnale ha accolto 668 partecipanti alle competizioni. Miglior giovane il ticinese Luca Veglio

Con una partecipazione in leggero aumento, l’undicesima edizione del Tiro Storico del San Gottardo ha visto primeggiare le migliori sezioni con ottimi risultati. Nella pistola 25m si sono imposte le società di Liestal e Olivone, mentre al fucile 300m le sezioni di Lucerna Città e Mendrisio; Re del Tiro sono stati incoronati Markus Aebischer di Liestal (già vincitore 5 anni fa) alla pistola e Giuseppe Dolfini dei Carabinieri Faidesi al fucile.

Una splendida giornata autunnale incorniciata in un cielo azzurro sopra il massiccio del San Gottardo ha accolto un totale di 668 partecipanti alle competizioni sulle due distanze dell’undicesimo Tiro Storico ad Airolo.

Una leggero aumento dei partecipanti registrato in particolare alla gara sulla corta distanza con le armi d’ordinanza alla pistola 25m.Alla pistola sono state 20 le sezioni in gara, undici ticinesi e nove ospiti, per un totale di 295 partecipanti. Nei risultati di società tra le ticinesi si sono imposti di Tiratori della Greina di Olivone con 1030 punti, seguiti dall’Unione Tiratori di Locarno (1026) e i Tiratori Mairano di Iragna (1019) che salgono sul podio grazie alla miglior serie e relegando i Tiratori del Gottardo di Airolo in quarta posizione. Nelle società ospiti vincono per la terza volta consecutiva i tiratori della Schützengesellschaft Liestal con 1057 punti, sovrastando nettamente gli avversari con il loro risultato; sul podio si piazzano la Schützengesellschaft der Stadt Luzern (1005) e la Kantonspolizei Schiessverein Zürich (1003). Nei risultati individuali l’edizione 2018 ha fatto registrare un nuovo record nel miglior punteggio centrato. Migliorando sé stesso, Markus Aebischer dei tiratori di Liestal ha fatto 143 punti (su un massimo di 150) ed è stato incoronato Re del Tiro per la seconda volta, dopo aver vinto la competizione già nel 2013.

Miglior giovane è un ticinese, Luca Veglio (classe 2002) dei Tiratori della Greina di Olivone con 134 punti; miglior veterano risulta Paul Stutz (classe 1955) della Kantonspolizei Schiessverein Zürich con 139 punti. Miglior attivo e vincitore del premio offerto dalla Confederazione (una pistola d’ordinanza 49) è Markus Schmid dei tiratori di Liestal con 140 punti. Al fucile sono state 25 le sezioni in gara, sedici ticinesi e nove ospiti, per un totale di 373 tiratrici e tiratori. Nelle società ticinesi partecipanti alle competizioni sulla distanza di 300m ha primeggiato per la terza volta consecutiva la società di tiro La Mendrisiense con 583 punti, seguita dai padroni di casa dell’Unione Tiratori del Gottardo di Airolo (571) e dei Carabinieri Faidesi (568) che grazie alla miglior serie relegano i Tiratori di Santa Maria di Iseo-Cimo sul quarto gradino. Nelle sezioni ospiti si impongono nuovamente i tiratori della Schützengesellschaft der Stadt Luzern con 566 punti, seguiti dalla Feldschützengesellschaft Bubendort (556) e la Schützengesellschaft der Stadt Zürich (550).

Nei risultati individuali vi è stato un solo tiratore a centrare il massimo dei punti sulla lunga distanza; grazie ai suoi 75 punti centrati con un Fass57 modificato, Giuseppe Dolfini dei Carabinieri Faidesi viene incoronato Re del Tiro 2018 e riceve il premio offerto dalla Confederazione (un fucile d’assalto 90). Tutti ticinesi e con 74 punti centrati gli altri migliori individuali di categoria: nei giovani vince Francesco De Filippo (classe 2000) dei Tiratori di campagna di Contone-Quartino, nei veterani Corrado Forte (classe 1953) de La Mendrisiense e negli attivi Romano Luiselli dell’Unione Tiratori Locarno. I premi speciali di sezione, una vetrata raffigurante la diligenza del Gottardo e gentilmente offerti da Vanni Donini, sono andati alla Obwaldner Kantonalschützengesellschaft (ospiti 25m), ai Tiratori San Salvatore di Paradiso (ticinesi 25m), alla Feldschützengesellschaft Bubendorf (ospiti 300m) e ai Tiratori di campagna di Contone-Quartino (ticinesi 300m).

Al termine dell’assemblea associativa, ha preso la parola il presidente della Federazione svizzera sportiva di tiro Luca Filippini che ha motivato il referendum lanciato con il recente adeguamento della Legge federale sulle armi alle normative europee di Schengen, proprio prendendo spunto dall’importante partecipazione di giovani al Tiro storico 2018. Infatti, qualora la legge entrasse in vigore nascerebbero complicazioni nel promuovere i corsi di giovani tiratori con le armi d’ordinanza, soprattutto alla lunga distanza, poiché sarebbero ancora utilizzabili ma classificate come illegali ai sensi della legge e quindi con un evidente messaggio negativo nei confronti di genitori e coetanei.

Su quest’onda, il presidente del comitato organizzatore del Tiro Storico Norman Gobbi ha sottolineato come la ripresa dinamica e automatica del diritto europeo nella legislazione svizzera ponga problemi su vari fronti; per questo motivo ha esortato i presenti ha voler sostenere il prossimo 25 novembre l’iniziativa popolare sull’autodeterminazione che mira a far prevalere il diritto interno, senza minare i diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione federale e dalle costituzioni cantonali.

Incidente di Sigirino, coinvolto un bus di ragazzi

Incidente di Sigirino, coinvolto un bus di ragazzi

Da www.ticinonews.ch

Il direttore del DI Norman Gobbi ha ringraziato le forze di primo intervento, la Protezione civile e il Care Team

Nel grave incidente avvenuto questa mattina sull’A2 a Sigirino è rimasto coinvolto un bus tedesco di ragazze e ragazzi diretti a sud e proveniente da Colonia.
A confermarlo, in un tweet, è stato il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi.
Il ministro ha pure voluto ringraziare le forze di primo intervento, la Protezione civile e il Care Team che si sono presi cura delle persone coinvolte nello schianto del torpedone. “Grazie a tutti coloro che sono in impiego, dalle forze di primo intervento alla Protezione civile e Care Team, nel prendersi cura di feriti e superstiti di questo tragico incidente in Ticino con coinvolto un bus tedesco di ragazze e ragazzi diretti a sud”, ha scritto Gobbi.
Il bilancio dell’incidente è per ora di 3 feriti gravi. Una donna versa in gravissime condizioni e diversi media hanno riferito di un morto, ma la Polizia cantonale non ha per ora confermato la notizia. La comitiva farebbe parte di una parrocchia.