Sforzi comuni per combattere l’illegalità

Sforzi comuni per combattere l’illegalità

Discorso pronunciato dal Consigliere di Stato Norman Gobbi in occasione della Conferenza Interpol contro la tratta di esseri umani

Signora Consigliera federale Simonetta Sommaruga,
Signora Roraima Ana Andriani, Direttrice del Reparto crimine organizzato ed emergente dell’Interpol,
Signora Nicoletta Della Valle, Direttrice dell’Ufficio federale di polizia,
Gentili signore,
Egregi signori,

è con immenso piacere e con una punta d’orgoglio che vi porgo questa sera il saluto del Consiglio di Stato: benvenuti in Ticino. È un onore per il nostro Cantone, accogliere qui a Lugano – per la prima volta in Svizzera – la quarta Conferenza mondiale INTERPOL incentrata sul tema della tratta degli esseri umani. È davvero un momento privilegiato per il nostro Cantone, la porta d’accesso alla Svizzera e dal Mediterraneo al nord Europa; credo che ci siano pochi luoghi più adatti per discutere un tema di portata internazionale come la tratta degli esseri umani, che purtroppo tocca da molto vicino anche la nostra realtà.

Ho insistito personalmente affinché la conferenza dell’INTERPOL fosse organizzata sul suolo ticinese: per prima cosa, ritenevo cruciale dare la possibilità a tutti voi di conoscere le peculiarità della nostra regione che la sua conformazione geografica rende un caso unico in Svizzera. Racchiuso a nord dalle Alpi e a sud dal confine con l’Italia, il nostro Cantone è diventato la porta di transito per chi desidera spostarsi verso nord, dal bacino Mediterraneo al cuore dell’Europa.

Durante la scorsa estate il nostro territorio – come può confermarvi anche la Consigliera federale Simonetta Sommaruga – è stato sotto gli occhi dei riflettori del resto del Paese ma non solo. Siamo infatti stati confrontati con una pressione migratoria senza precedenti alla frontiera sud; un fenomeno che, oltre a porre varie sfide per l’accoglienza dei migranti, rappresenta purtroppo la copertura perfetta anche per le organizzazioni criminali.

Il Ticino, più di altri Cantoni svizzeri, fornisce purtroppo terreno fertile per l’attività dei passatori. Il confine tra Italia e Svizzera è visto come un ostacolo dai migranti che vogliono raggiungere i Paesi a nord dell’Europa, e che cercano quindi di superarlo in ogni maniera, anche illegalmente. Purtroppo, una volta entrate nell’illegalità queste persone sono preda facile di organizzazioni criminali. I malintenzionati d’Europa, e non solo, sanno benissimo che possono approfittare dei grandi flussi di persone per celare attività criminali come la tratta di migranti, ma non solo: anche la tratta di essere umani si innesta infatti su questo tessuto di malessere. E questi due crimini, lo sapete bene, sono legati da uno stretto vincolo di parentela, e devono essere affrontati come un unico grave problema.

Sia che si parli di tratta di esseri umani, sia che si parli di tratta di migranti non cambia il nocciolo della questione: le organizzazioni criminali in queste situazioni fanno leva sulla povertà, sulla mancanza di prospettive e sulla speranza di un futuro migliore di queste persone che lasciano il loro Paese per cercare un futuro diverso.

Con un’ottima collaborazione tra le Autorità politiche del nostro Cantone e quelle delle regioni confinanti, il Ticino è comunque riuscito a gestire egregiamente l’importante flusso migratorio. Grazie al coordinamento tra le nostre forze dell’ordine, quelle della Confederazione e quelle di oltre confine, abbiamo portato a termine un lavoro del quale hanno beneficiato non solo i cittadini ticinesi, ma tutta la popolazione svizzera.

In casi come questi, lo voglio ribadire, solo la collaborazione tra tutti gli attori coinvolti in Svizzera e nella vicina Italia può permetterci di fronteggiare adeguatamente un nemico che fa proprio dell’organizzazione il suo punto di forza.

Oltra a un’ottima rete di contatti e collaborazioni per poter smascherare attività criminali di portata internazionale ovviamente è necessario contare anche su strumenti di lavoro all’altezza dei tempi, e su strutture ben organizzate. Nel settembre 2015 perciò il nostro Cantone ha sviluppato per primo in Svizzera una Task Force che dedica tutta la propria attenzione alle attività investigative di lotta all’attività dei passatori. Si chiama Gruppo Interforze Repressione Passatori, e al suo interno sono rappresentate la Polizia cantonale, la FedPol e il Corpo delle guardie di confine; inoltre, collabora con agenti delle Forze dell’ordine dei Paesi vicini, in particolare l’Italia e la Germania. Questa unità ci permette di disporre di personale competente, con molta esperienza nell’ambito della repressione dei passatori. Il suo compito operativo è chiaro: indagare sul fenomeno dei passatori con l’obiettivo di stroncare questa piaga.

I risultati fin qui ottenuti ci confortano: nel suo primo anno di attività il Gruppo ha già aperto una quindicina tra inchieste preliminari e procedimenti penali contro delinquenti che trasportano migranti dall’Italia attraverso la Svizzera, fino in Germania. Questa attività ci ha permesso di capire meglio il funzionamento di questa rete criminale. È una, in particolare, la grande filiera di trafficanti individuata: quella africana, che si concentra sui migranti provenienti dalla Somalia, l’Eritrea e la Nigeria.

Ma oltre a coprire il traffico di migranti, come dicevamo in precedenza, le emergenze migratorie offrono anche un riparo perfetto a chi tenta di camuffare la tratta di esseri umani. I migranti sono infatti particolarmente a rischio perché si trovano lontani da casa e dal loro sistema giuridico, diventando così molto più vulnerabili. Il nostro Cantone non è stato a guardare neanche in questo caso, e ha scelto di affrontare con decisione anche questo problema. Oltre agli strumenti sviluppati nel corso degli anni dalla Confederazione per semplificare le procedure di denuncia e difendere meglio le vittime e i testimoni, il Ticino ha istituito nel 2005 una sezione della sua Polizia cantonale, la TESEU, che si occupa prevalentemente di inchieste legate a queste attività criminali: tratta di essere umani, promovimento della prostituzione, usura e infrazione alla Legge federale sugli stranieri.

La nostra convinzione è che proteggere e assistere in maniera adeguata le vittime sia il primo elemento di un circolo virtuoso che favorisce la disponibilità di vittime e testimoni a denunciare i loro aguzzini: e questo è un elemento fondamentale per raccogliere informazioni sempre più precise e a risalire fino alla fonte, per estirpare alle radici il fenomeno della tratta di esseri umani.

Per riuscire in queste sfide è naturalmente determinante anche la nostra capacità di rafforzare la cooperazione tra le forze dell’ordine, potenziando lo scambio delle informazioni che raccogliamo e le attività d’analisi e di coordinamento al di là delle frontiere. Solo in questo modo potremo consolidare una strategia comune e combattere con successo le attività illegali promosse dai passatori.

Il messaggio di fondo con il quale voglio salutarvi è che il Ticino sta lottando assiduamente contro la tratta di esseri umani: vogliamo essere un partner affidabile a livello nazionale e internazionale, e ci stiamo impegnando per raggiungere nuove collaborazioni e controllare così in modo ancora migliore il nostro territorio e la fascia di confine. Questo obiettivo può essere raggiunto solo con un lavoro serio e quotidiano, non con azioni improvvisate e declamatorie che non aiutano nessuno, soprattutto i migranti. Quest’ultimi diventano protagonisti inconsapevoli di una vera e propria campagna mediatica inscenata solo per attirare l’attenzione sui loro autori, persone che del cosiddetto “sostegno ai migranti a tutti i costi” hanno deciso di fare un cavallo di battaglia politico.

Questa conferenza ci servirà soprattutto per stabilire nuovi contatti, scambiare informazioni e condividere le nostre esperienze: vogliamo conoscere sempre più precisamente questo problema e aumentare la nostra capacità di risposta. Lo scambio e il dialogo ci permetteranno di lottare più efficacemente contro un nemico che rimane temibile e determinato, e di informare sempre meglio l’opinione pubblica riguardo a questo crimine inaccettabile che nessuno di noi può permettersi di ignorare.

Colgo quindi infine l’occasione per ringraziare Interpol per aver scelto il nostro Cantone come scenario di questo convegno, la Polizia cantonale ticinese e la Fedpol per l’eccellente organizzazione dell’evento ma soprattutto per il loro agire quotidiano a favore della sicurezza di tutti noi.

Vi ringrazio per l’attenzione e auguro a tutti voi un buon proseguimento di serata.

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e
Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Sicurezza ed economia in un contesto transfrontaliero – Il Canton Ticino incontra Basilea-Città

Sicurezza ed economia in un contesto transfrontaliero – Il Canton Ticino incontra Basilea-Città

Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha incontrato oggi a Chiasso il proprio omologo Baschi Dürr, Direttore del Dipartimento di giustizia e sicurezza del Semicantone di Basilea-Città. La riunione ha permesso ai due Consiglieri di Stato di confrontarsi su diversi temi legati alla sicurezza transfrontaliera e ai fenomeni migratori, ma anche sulla situazione attuale del mercato del lavoro in Ticino.

Il vertice fra le due delegazioni, organizzato al Centro di cooperazione di polizia e doganale di Chiasso, ha anzitutto permesso di analizzare la situazione attuale alla frontiera sud della Confederazione, in relazione ai fenomeni migratori che hanno interessato a partire dall’inizio dell’estate la vicina Lombardia. Sempre in tema di sicurezza, è stato approfondito il fenomeno del «turismo criminale», che suscita costante preoccupazione soprattutto nel Sottoceneri. In conclusione, i Consiglieri di Stato hanno affrontato anche il tema delle possibili collaborazioni fra le varie forze di intervento.

Cogliendo l’occasione offerta dalla riunione, sono stati in seguito discussi anche temi legati alla dimensione economica e alle tendenze in atto sul mercato del lavoro ticinese. Il Consigliere di Stato Baschi Dürr è stato orientato in modo approfondito sulle dinamiche che si sono prodotte in Ticino negli ultimi anni – a partire dall’entrata in vigore dell’Accordo fra Confederazione e Unione europea sulla libera circolazione delle persone – e sulle politiche adottate dal Cantone in materia di permessi per gli stranieri.

L’incontro odierno ha offerto la rara e preziosa occasione per un confronto politico ad alto livello, fra due Cantoni che condividono la posizione transfrontaliera e le sfide che essa comporta. Il Consigliere di Stato Norman Gobbi è stato per l’occasione accompagnato dal Comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi, dal Segretario generale del Dipartimento delle istituzioni Luca Filippini, dal Vice-comandante del Corpo guardie di confine della Regione IV Fabio Ghielmini, da Thomas Ferrari (Capo della Sezione della popolazione) e da Stefano Rizzi (Direttore della Divisione dell’economia). La delegazione del Consigliere di Stato Baschi Dürr comprendeva invece per la Polizia cantonale il Comandante Gerhard Lips e il Responsabile delle formazioni speciali Peter Kötter, la Direttrice dell’Ufficio economia e lavoro Nicole Hostettler e la coordinatrice per l’asilo Renata Gäumann.

Seelisberg Centro asilanti dal frigorifero all’archivio

Seelisberg Centro asilanti dal frigorifero all’archivio

Dal Corriere del Ticino |  Dopo le proteste Uri accantona definitivamente il progetto

Congelato a metà agosto, il progetto di realizzare un centro asilanti nell’ex Hotel Löwen a Seelisberg sarà di fatto archiviato. La decisione di soprassedere è stata concordata lunedì sera nel quadro della tavola rotonda costituita dopo le proteste da parte degli abitanti contro l’intenzione del Governo di alloggiare nell’edificio 60 richiedenti l’asilo. All’incontro hanno preso parte il Municipio, la Croce Rossa, i rappresentanti del gruppo locale «Una soluzione ragionevole per l’asilo» ed il comitato governativo creato ad hoc.

La sistemazione di richiedenti l’asilo nell’ex Hotel Löwen, si legge nella nota ufficiale del Governo, resta sospesa fino a quando non sarà terminata la valutazione della situazione in corso in tutti i Comuni urani. A quel punto la Croce Rossa disdirà il contratto d’affitto biennale siglato con i proprietari. Da parte sua, il Comune si è detto pronto a dare il suo contributo a trovare soluzioni qualora la situazione nel campo dell’asilo dovesse aggravarsi. «Insieme agli altri Comuni vogliamo diventare un partner affidabile del Cantone», ha dichiarato il sindaco Karl Huser. Resta pertanto la disponibilità del Comune a fare la sua parte se la situazione lo richiederà. Seelisberg conta 700 abitanti. Eventuali sistemazioni alternative potrebbero essere trovate nelle abitazioni esistenti. Cantone e Comuni torneranno a riunirsi il 26 ottobre per discutere i prossimi passi. Entro il primo trimestre del 2017 il Consiglio di Stato presenterà una visione d’assieme dell’asilo che dovrebbe fungere da base per un nuovo piano di assegnazione. Attualmente nel cantone sono ospitati 480 asilanti. La maggior parte si trova in un alloggio collettivo ad Altdorf, mentre un’ottantina risiede in appartamenti sparsi in 14 Comuni. Il dialogo con gli enti locali è stato rafforzato. Il Governo ha pure adottato altre contromisure. Gli abitanti di Seelisberg avevano protestato anche perché ritenevano di essere stati messi di fronte al fatto compiuto. In futuro i Comuni saranno informati almeno quattro volte all’anno tramite una newsletter. In queste comunicazioni sarà contenuta anche una panoramica sul numero di richiedenti l’asilo assegnati alle singole località.

A inizio agosto il progetto aveva scatenato un vero e proprio putiferio. La consigliera di Stato Barbara Bär, responsabile del Dipartimento della sanità e della socialità, era stata duramente contestata durante la presentazione pubblica; insediare nell’abitato un numero di asilanti pari a un decimo della popolazione era considerato come un grande potenziale di conflitto. Per placare gli animi il progetto era stato sospeso e il Governo aveva avocato a sé il dossier (con la parziale esautorazione di Bär) costituendo un gruppo di tre ministri, presieduto dal landamano Beat Jörg.

Più difficile da accettare

«È una questione interna al Canton Uri e quindi sul caso specifico non mi pronuncio. C’è comunque un problema di fondo che riguarda tutti», afferma da parte sua il capo del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. «A raggiungere la Svizzera sono soprattutto migranti di tipo economico. Di questi, solo una parte minoritaria chiede asilo. Quasi la metà poi fa perdere le proprie tracce, perché usa l’asilo solo come escamotage per mettere piede nel Paese e poi tentare di raggiungere illegalmente la destinazione finale all’estero. Questo tipo di migrazione non ha nulla a che vedere con una concezione dell’asilo che era giustificata negli anni Novanta o inizio secolo, quando c’era la guerra nella ex Jugoslavia. Ciò si traduce in una minore disponibilità della popolazione ad accettare certe situazioni. Questo fenomeno ha anche un costo sociale che incide sulla disponibilità di risorse per la nostra popolazione. È un problema di politica interna da tematizzare. Berna però è riluttante.»

Intanto la polizia friburghese ha reso noto che nell’ultimo fine settimana ignoti hanno danneggiato il futuro centro federale d’asilo di Giffers. I vandali hanno aperto le conduttore dell’acqua e i lavandini per allagare i sette piani dell’edificio. Il centro, che dovrebbe aprire l’anno prossimo, è destinato a richiedenti l’asilo la cui domanda è stata respinta.

Migranti: ‘Serve tavolo insubrico’

Migranti: ‘Serve tavolo insubrico’

Da laRegione | La proposta di un tavolo transfrontaliero sui profughi è rimbalzata al Comitato direttivo della Regio Insubrica, su proposta della Provincia di Como.

L’ha avanzata la presidente della Provincia di Como. A fare gli onori di casa è stato il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi. Anche la Regio Insubrica si occupa di migranti. Lo ha fatto ieri, a Mezzana, nel corso della riunione del Comitato direttivo. Una presa d’atto di un fenomeno che, al di qua e al di là della frontiera, questa estate ha impegnato istituzioni e mondo del volontariato. Ma è stata altresì l’occasione di proporre iniziative transfrontaliere sulla base delle esperienze vissute. L’obiettivo? Essere pronti ad affrontare nuove emergenze nel solco di una collaborazione transfrontaliera sempre più stretta e nella convinzione che il problema dei migranti non è destinato a rientrare nel volgere di poco tempo. Il consigliere di Stato Norman Gobbi, ieri a Mezzana in rappresentanza del Canton Ticino, ha più volte posto l’accento sul fatto che gli è stato più facile dialogare con il prefetto di Como che non con altre istituzioni. La presidente dell’Amministrazione provinciale di Como Maria Rita Livio, dal canto suo, ha avanzato la proposta di un tavolo di lavoro mirato alle problematiche dei flussi migratori da aprire all’autorità cantonale, al sindaco di Como, all’Amministrazione provinciale e alle associazioni comasche e ticinesi. «Un primo passo è quello di una corretta informazione da parte nostra e dei ticinesi», ha richiamato, facendo riferimento a Como e a Chiasso, dove si ‘gioca’ la drammatica partita dei migranti. Sullo sfondo quella che è stata la scena aperta della stazione San Giovanni di Como. Ora l’impegno di tutti, per quanto si è appreso, è stato quello di approfondire la proposta di Maria Rita Livio. Ad aprire i lavori, ieri, è toccato però a Gobbi che ha scattato una istantanea di quanto accaduto negli ultimi tre mesi. Sono state 6’000 le riammissioni effettuate nel trimestre, ha ricordato il direttore delle Istituzioni. Non ci sono state forzature, ha ribadito, sono stati rispettati gli accordi con l’Italia. Gobbi ha avuto poi parole di plauso per la soluzione trovata con il ‘Centro di temporanea accoglienza’ di via Regina Teodolinda, che ha consentito di sgomberare l’accampamento cresciuto nel parco di San Giovanni. Il rappresentante della Regione Lombardia ha fatto presente che è proprio la Lombardia la regione che ospita il maggior numero di profughi. Como è di gran lunga, a livello nazionale, la città che ne accoglie di più. «Non è la Regione Lombardia che li ospita, bensì i Comuni e le associazioni di volontariato, incominciando dalla Caritas», ha puntualizzato la presidente della provincia. Nel frattempo, si è deciso di estendere la capienza del Centro a 400 posti. Questo perché i migranti, dopo aver abbandonato la tendopoli, hanno accolto l’invito a trasferirsi nell’area ex Rizzo. Dove si è aperta una nuova fase, impegnativa per tutti.

L’explosion des coûts

L’explosion des coûts

Da La Liberté | Avec la hausse des frais liés à l’asile, les cantons comme le Tessin craignent le pire pour leurs finances

«En ce qui concerne la migration, nous sommes la Grèce et l’Italie de la Confédération!» Norman Gobbi, chef du Département des institutions du Tessin, a un sens particulier de la géographie. Plus de 80% des migrants arrivant en Suisse passent par Chiasso. Ces arrivées commencent à peser sur les finances cantonales: rien que la gestion des requérants d’asile attribués au Tessin a entraîné un surcoût de plus de 5 millions de francs au cours du premier semestre de cette année.

Et c’est sans compter le centre temporaire créé fin août à Rancate que le canton doit cofinancer avec la Confédération. Il peut accueillir le temps d’une nuit jusqu’à 150 migrants ne souhaitant pas demander l’asile politique et qui seront reconduits en Italie. D’autres mesures à la charge du canton et de la Confédération, qui ne peuvent être dévoilées pour des raisons de sécurité, ont encore été adoptées.

Loyer mensuel à 650 000 francs
Afin de réduire les dépenses qui explosent, Norman Gobbi prône la protection des frontières avec une clôture virtuelle, grâce au travail coordonné des forces de l’ordre et un tri plus sélectif. «Les chiffres baissent, mais les gardes-frontière ont encore enregistré plus de 1300 arrivées entre le 15 et le 21 août, s’alarme le conseiller d’Etat. Les deux tiers de ces personnes ont été renvoyées en Italie. La plupart ne réclament pas l’asile en Suisse, mais veulent se rendre en Allemagne. Nous ne voulons pas devenir un couloir.»

En Valais, seconde porte d’accès au pays pour les migrants sans visa, Roger Fontannaz, chef de l’Action sociale à l’Office de l’asile, voit aussi les coûts monter en flèche. Les dépenses pour la prise en charge des demandeurs d’asile et des réfugiés sont passées de 42 millions de francs en 2013 à 48,7 millions en 2015. Le Nouvelliste rapportait récemment que le seul loyer mensuel pour loger les réfugiés et les requérants d’asile dans le canton s’élève à 650 000 francs.

Plus de coûts de personnel
«La population à prendre en charge est sans cesse croissante, ce qui engendre des coûts de personnel plus importants, lesquels
ne sont que partiellement compensés par les forfaits versés par la Confédération», souligne Roger Fontannaz. Des forfaits qui correspondent à un versement initial unique de 6000 francs aux cantons pour l’intégration et à environ 18 000 fr. par requérant ou réfugié par an.

Par ailleurs, les mineurs non accompagnés sont toujours plus nombreux. «Cette catégorie nécessite un encadrement et un suivi plus importants que les adultes, poursuit le Valaisan. Cela engendre encore des frais additionnels qui ne sont pas couverts par Berne.» Tout comme la prise en charge croissante de requérants ou de réfugiés vulnérables en institutions spécialisées, dont les coûts sont plus élevés que dans les structures ordinaires de l’asile. Et les frais de santé pour ces personnes sont en augmentation constante.

Les cantons frontaliers avec l’Italie ne sont pas les seuls confrontés à l’augmentation des dépenses liées à l’asile, puisque les requérants sont proportionnellement répartis dans les cantons selon leur population. D’ailleurs, en mai déjà, Vaud et Genève admettaient craindre devoir débourser pour 2016 quelques dizaines de millions de francs de plus que prévu pour l’asile.

Secrétaire générale de la Conférence des directrices et directeurs des affaires sociales (CDAS), l’organe qui coordonne la collaboration entre cantons dans le domaine de la politique sociale, Gaby Szöllösy constate que tous les cantons sont soumis à une pression grandissante: «La hausse du nombre d’arrivants, et le taux élevé, dépassant les 50%, de ceux qui sont reconnus comme réfugiés ou provisoirement admis, entraînent des frais croissants pour les cantons», assure-t-elle.

Une étude sur les coûts

Charles Juillard, président de la Conférence des directrices et directeurs cantonaux des finances (CDF), abonde. «Le forfait qui leur est attribué par la Confédération, inchangé depuis une dizaine d’années, ne suffit plus», soutient-il. Afin de trouver des solutions avec Berne, et d’avoir des chiffres pour appuyer les requêtes des cantons, le Jurassien a lancé une étude pour connaître plus précisément les coûts de l’asile.

De nombreuses nouvelles dépenses viennent se greffer aux charges cantonales, observe le ministre. Exemple: vu le nombre croissant de requérants et de réfugiés, les examens médicaux à l’arrivée dans les centres fédéraux sont devenus plus superficiels. «Dans certaines structures d’hébergement, des maladies ont été décelées, comme la gale, éclaire Charles Juillard. Rien de contagieux ou mortel, mais cela a suffi pour inciter plusieurs cantons à effectuer un second contrôle sanitaire auprès des nouveaux arrivants.»

De son côté, la Confédération voit elle aussi son budget 2017 grevé par les dépenses liées à l’asile, notamment à cause de l’augmentation attendue des forfaits destinés aux cantons pour l’aide sociale.

Gobbi sbotta dopo i fatti di Chiasso

Gobbi sbotta dopo i fatti di Chiasso

Da Ticinonews.ch | Il ministro pubblica le immagini dei disordini. “In risposta a chi ha voluto minimizzare”.

Continua a far parlare la manifestazione non autorizzata tenutasi ieri per le strade di Chiasso.

A far discutere, più che il messaggio portato avanti dai manifestanti, sono però i danneggiamenti e gli atti di violenza da loro compiuti.

Inizialmente c’è chi aveva parlato di una protesta pacifica, ma la Polizia cantonale ha precisato in serata che gli atti di danneggiamento compiuti da manifestanti mascherati sono stati una quarantina, alcuni dei quali importanti, e che durante il corteo sono stati sparati diversi fumogeni e bombe carta anche in presenza di persone, bambini e animali.

Non esattamente una manifestazione pacifica, quindi, come sottolinea il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi sul suo profilo Facebook, postando pure alcune immagini dei disordini avvenuti a Chiasso.

“La manifestazione odierna dei no-borders a Chiasso ha palesato il loro strano concetto di libertà anti-fascista: minacciano i media e i giornalisti, danneggiano le proprietà private, attaccano le forze dell’ordine, marciano nonostante la manifestazione non fosse autorizzata” scrive Gobbi. “Qualcuno ha voluto minimizzare gli attacchi e i danneggiamenti (vedi foto), rilevando però che alla fine il corteo è diventato – oltre contro le forze di polizia – anche politico, contro le posizioni leghiste (quindi mie) a favore del controllo dell’immigrazione.”

Il consigliere di Stato conclude con alcuni hashtag: “#iostoconleforzedellordine #sicurezza #ticino #svizzera”

Intanto le forze dell’ordine stanno procedendo alle verifiche del materiale probatorio raccolto e non escludono eventuali segnalazioni alla Magistratura.

Immigrazione di massa: e la volontà popolare?

Immigrazione di massa: e la volontà popolare?

Dal Corriere del Ticino | Cosa sarebbe la Svizzera senza la democrazia diretta? Un sistema tanto affascinante quanto invidiato da tanti popoli. Un sistema che consente ai cittadini di essere protagonisti e sovrani della vita politica del proprio Paese, grazie a decisioni prese attraverso il voto popolare. Voto che non può e non deve essere ignorato. Delude quindi – e sorprende anche – la decisione presa venerdì scorso dalla maggioranza della Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale, la quale ha il compito di valutare le proposte per l’attuazione del voto contro l’immigrazione di massa del 9 febbraio 2014. Andrò dritto al punto e non sceglierò mezze parole: si tratta per certi versi di un aborto politico! E non sono certo i cittadini svizzeri a uscirne vincitori, la cui volontà viene aggirata.

Infatti, il risultato presentato dalla maggioranza della Commissione è il prodotto dei dibattiti interni, che hanno visto unirsi la posizione liberale e quella socialista, con l’aggiunta in seguito dei popolari democratici con la loro sedicente proposta federalista. Un fine lavoro di patchwork, ma a conti fatti non è altro che una mera trascrizione di quanto già prevede l’Accordo sulla libera circolazione tra la Svizzera e l’Unione europea (e i suoi Stati membri) per poter adottare misure di regolazione del mercato del lavoro (come ad esempio alcune misure fiancheggiatrici), con la sola novità dell’obbligo d’annuncio (Meldepflicht) per favorire potenzialmente la manodopera indigena. Potenzialmente, poiché – e ribadisco sorprendentemente – la maggioranza PLR-PPD-PS della Commissione ha deciso di delegare la decisione sull’attuazione di qualsiasi misura di controllo dell’immigrazione a un organo terzo, ossia al comitato misto Svizzera-UE. Ed è per questo che la proposta dipinta dal PPD come federalista, tale non è. Infatti, dal testo proposto dalla maggioranza commissionale emerge che il Cantone può sì richiedere, la Confederazione può anche proporre, ma è il comitato misto a poter decidere. In poche parole i Cantoni non saranno altro che organi richiedenti ma non potranno mai attuare misure che dovrebbero – anzi devono! – essere di loro competenza. D’altronde, anche il progetto denominato «bottom-up» prevedeva una forma di automatismo delle misure a tutela del mercato del lavoro – settoriale, regionale o nazionale – che però è stato criticato fortemente dall’UE e dai suoi Stati membri, Italia in primis. Ora con la proposta della maggioranza commissionale PLR-PPD-PS non solo si cede la sovranità decisionale (indebolendo la posizione contrattuale già esigua del Consiglio federale), ma – peggio – si rinuncia pure all’automatismo delle misure, che saranno sempre e comunque verificate dal comitato misto. La presunta vittoria sui frontalieri tanto declamata negli scorsi giorni è invece da interpretare come una perdita ulteriore di terreno verso il vero obiettivo, ossia di controllare l’accesso al mercato. Infatti, senza automatismi, il sistema «bottom-up» di per sé già limitativo a livello di forza d’intervento – considerato che i parametri da raggiungere per poter attuare una misura sarebbero comunque troppi – diventa inutile.

La realtà è che la soluzione proposta venerdì scorso si distanzia notevolmente dalla volontà popolare espressa il 9 febbraio 2014. Popolo che – ricordo – quel giorno ha detto in modo chiaro il proprio volere, andando contro la stessa maggioranza formata da PLR, PPD e PS, che oggi mette i bastoni tra le ruote – nuovamente – all’attuazione della volontà popolare, e pensando di far meglio, peggiora ulteriormente le nostre posizioni nei confronti dell’UE.

Sembra che la storia non abbia insegnato nulla ai rappresentanti di quelli che vengono definiti partiti storici. Eppure, in passato, le cittadine e i cittadini dello splendido Paese in cui viviamo hanno dimostrato di essere stati più lungimiranti dei loro rappresentanti. E a mio modo di vedere, il 9 febbraio 2014 è stata una di quelle occasioni.

Gobbi: “Questa volta, la storia del migrante ve la racconto io”

Gobbi: “Questa volta, la storia del migrante ve la racconto io”

Dal Mattino della domenica l Fuggono dall’Africa in cerca di un nuovo futuro in Europa. Nella loro testa ci sono i Paesi del nord: funzionanti, puliti, ricchi, senza problemi; insomma, offrono quello che loro cercano. Ma i paesi che vogliono raggiungere sono lontani, il viaggio è complesso e fra l’Africa e la terra “promessa” ci sono altre nazioni che devono essere attraversate.

L’anno scorso abbiamo seguito la si­tuazione in Grecia: ancora oggi decine di migliaia di persone sono bloccate in campi profughi che non sono certo adeguati a sostenere i bisogni del nu­mero di migranti che ospitano. Quando la rotta dei Balcani è stata chiusa, poiché alcuni Paesi non vole­vano più accogliere migranti, il flusso si è concentrato verso l’Italia. Un altro paese Europeo con la sola colpa di af­facciarsi sul Mediterraneo si è trovato a gestire migliaia di migranti in arrivo sulle sue coste.

Ripartizioni inesistenti
Quando i migranti vengono tratti in salvo dal mare, e portati negli hotspot della penisola, dovrebbero essere ri­partiti nei paesi dell’Unione Europea, secondo un accordo sancito lo scorso anno. Ma questo non succede, e i paesi accoglienti come l’Italia – che oltre­tutto devono far fronte già a diversi problemi interni – si devono accollare tutti i problemi. Ciò che è stato scritto su carta, che sembrava semplice e fun­zionale, in realtà ha fallito misera­mente. O forse è abilmente fallito, infatti i Paesi dell’Unione Europea, una volta di più, dimostrano di essere solidali solo laddove conviene esserlo. L’esempio a dimostrazione di questo fatto lo si trova proprio nella gestione di un altro capitolo del viaggio dei mi­granti: quello dei viaggi con i barconi! In quell’ambito la collaborazione fun­ziona e tutti portano il loro contributo per fare in modo che gli sbarchi siano contenuti, per quanto questa parola poco rappresenta il numero di migranti che arriva sulle coste italiane. È quando i migranti devono prenderli in casa, per dare ossigeno all’Italia, o semplicemente per osservare gli ac­cordi che loro stessi hanno sottoscritto, che i Paesi dell’UE fanno orecchio da mercante.

Sovraffollamento
Ma continuiamo con il viaggio dei mi­granti. Viaggiano lungo tutta l’Italia e arrivano a nord. C’è sovraffollamento. La situazione diventa complessa. Mi­gliaia di persone, tra Milano e Como, si accalcano al confine italo-svizzero. Quando raggiungono Como, hanno la possibilità di chiedere asilo in Sviz­zera, vengono accompagnati dalle guardie al Centro di registrazione a procedura di Chiasso, dove, sotto la re­sponsabilità della Segreteria di Stato della migrazione, viene valutata quindi la loro domanda.

I migranti che non vogliono chiedere asilo e non hanno i documenti, se­condo la Legge sugli stranieri, sono considerati degli illegali ed entrano nella procedura di riammissione sem­plificata in Italia. Se la riammissione non è possibile entro la mezzanotte ­orario dopo il quale la Polizia di fron­tiera italiana non ha più la possibilità di riammetterli sul loro territorio – ven­gono accompagnati nel nuovo Centro unico temporaneo predisposto a Ran­cate, dove il Cantone garantisce loro un soggiorno dignitoso sul territorio ti­cinese, di rifocillarsi e di trascorrere la notte sotto un tetto. Il giorno dopo ven­gono riaccompagnati dalle Guardie di confine alla frontiera, affinché siano riammessi in Italia.

Più uomini alla frontiera
In Ticino ci siamo preparati da tempo sapendo che – volenti o nolenti – ci sa­remmo ritrovati in mezzo. Abbiamo portato più uomini alla frontiera, per aiutare le guardie già impegnate a Chiasso. Abbiamo trovato una solu­zione e grazie all’impiego dei militi dell’esercito e della protezione civile, e siamo riusciti in pochissimo tempo, a creare una struttura che potesse ospi­tare in un ambiente adeguato, nella struttura di Rancate, gli illegali che de­vono passare la notte sul nostro terri­torio, portandoli lontani dai centri abitati. Domani ricominceranno le scuole, e il centro di Rancate è ideale per una situazione che sarebbe dovuta rimanere eccezionale ma che è diven­tata quotidianità, perché di tutti i mi­granti che passano il confine italo-sviz­zero, i due terzi, quindi la stragrande maggioranza, non intende fermarsi in Svizzera. Alcuni di loro tenta più volte di passare il confine, così da raggiun­gere l’obiettivo di depositare una do­manda d’asilo nei paesi del nord (prima tra tutti, la Germania), ma non funziona così. Questo modo di proce­dere dimostra che non si sentono real­mente minacciati, prerogativa fondamentale per ricevere l’asilo, per­ché, se sentissero la loro esistenza re­almente in pericolo, la loro priorità sarebbe chiedere asilo, e non chiederlo in una determinata nazione.

Escamotage
L’escamotage allora diventa quello di chiedere asilo politico con l’intento di scappare durante la verifica della loro pratica. I dati ci indicano che oltre la metà dei richiedenti l’asilo si dà alla macchia e prima o poi la signora Si­monetta Sommaruga, dovrebbe avere l’onestà di rendere pubbliche queste cifre, anche per far capire ai suoi com­pagni che presidiano la stazione di Como imboccando i migranti, che non forniscono loro un servizio, perché quando questi verranno fermati dalle autorità di altri Paesi, sempre sulla base di quegli accordi di cui i socialisti fanno finta di conoscere l’esistenza, verranno riportati in Svizzera, proprio laddove non vogliono stare. Non è che si usa la scusa dell’aiuto umanitario per egoistici motivi ideologici e poli­tici? A pensar mal si fa peccato…

NORMAN GOBBI

Migranti: il dibattito di “Arena” (VIDEO)

Migranti: il dibattito di “Arena” (VIDEO)

Il programma SRF da Rancate, doppiato in italiano, da rivedere su www.rsi.ch | Il tema dei migranti affrontato con due tagli in parte differenti e che rappresentano un’espressione concreta dei valori di federalismo e conoscenza della diverse regioni linguistiche che la SSR si impegna a difendere e promuovere.

La trasmissione “Arena” di SRF, il popolare dibattito politico e di approndimento moderato da Jonas Projer, è andata in onda venerdì scorso dalla frontiera Sud del Ticino. E meglio dal centro di accoglienza allestito a Rancate per dare un detto ai migranti che nel giro di poche ore devono essere rinviati in Italia perché entrati illegalmente in Svizzera. Fra gli ospiti, il Consigliere nazionale Marco Romano e il consigliere di Stato Norman Gobbi.

SRF ha affrontato il tema a modo suo, offrendo la visione di una questione che oltre San Gottardo suscita reazioni e opinioni a volte complementari e diverse rispetto a quelle della Svizzera italiana. RSI ha deciso di doppiare in italiano lo speciale di Arena e ve lo proponiamo da rivedere online. (link al video: http://www.rsi.ch/g/7933697)

D’altro canto anche la trasmissione di dibattito e approndimento della RSI, “60 Minuti” ha affrontato giusto una settimana fa il medesimo tema. (link al video: http://www.rsi.ch/g/7845191)

«Jeder illegale Einwanderer kann kriminell werden»

«Jeder illegale Einwanderer kann kriminell werden»

Da Bilck am Abend, 26.08.2016 | Der Tessiner Lega-Staatsrat Norman Gobbi fordert eine Schliessung der Südgrenze – einmal mehr. Dazu müsse auch die Armee zum Einsatz kommen. Weiter verteidigt Gobbi die Schweizer Behörden: Wenn ein Flüchtling Asyl beantrage, werde er auch ins Verfahren aufgenommen.

Seit Tagen diskutieren Politiker, ob die Schweizer Behörden an der Südgrenze zu hart mit den Flüchtlingen umgehe. Im Vorfeld seines Auftritts in der Flüchtlings-«Arena» schlägt der Tessiner Staatsrat Norman Gobbi harte Töne an: «Wir brauchen jetzt die Militärpolizei an der Grenze», sagt er im Interview mit der «Schweizer Illustrierten». «Wir müssen die Grenze schliessen.» Dies sei aus Sicherheitsgründen notwendig: «Jeder illegale Einwanderer kann kriminell werden.» Wovon solle er sonst leben, fragt der Lega-Politiker rhetorisch.

«Wer Asyl beantragt, wird ins Verfahren aufgenommen»

Gobbi weist den Vorwurf zurück, dass die Schweizer Behörden Flüchtlinge nach Italien zurückzuschicken, die eigentlich ein Asylgesuch in der Schweiz stellen wollen: «Wir schicken nur jene zurück, die bereits irgendwo registriert sind oder nach Deutschland wol­len. Wer explizit in der Schweiz Asyl beantragt, nehmen wir ins Verfahren auf.» Wer wirklich Schutz brauche, stelle keine Bedingungen, sagt Gobbi. «Ein Migrant kann nicht auswäh­len, wo er leben möchte – das ver­stösst gegen das Gesetz.» Für Gobbi sind die vor der Schweizer Grenze gestrandeten Flüchtlinge zudem nicht schutzbedürftig. «Die Mi­granten in Como kommen nicht aus Kriegsländern – es gibt dort keine Syrer. Der Grossteil stammt aus Schwarzafrika. Das sind Wirtschaftsflüchtlinge.»

Seine Haltung gegenüber den Migranten findet Gobbi nicht zu hart. «Mein Herz darf nicht regieren, sonst kommen das Tessin und die Schweiz nicht weiter.» Daran ändere auch nichts, dass er Mitleid mit den Kindern habe. Für Gobbi, der im Dezember für die SVP in den Bundesrat wollte, ist diese Haltung auch der Grund für das Scheitern der eigenen Kandidatur: «Darum bin ich nicht zum Bundes­rat gewählt worden.»