Discorso pronunciato in occasione della Cerimonia di consegna dell’arma SCP 2019

Discorso pronunciato in occasione della Cerimonia di consegna dell’arma SCP 2019

Giubiasco – 28 novembre 2019

– Fa stato il discorso orale –

Care e cari aspiranti,
sono passate poco più di due settimane dal nostro incontro nella sala del Gran Consiglio, quando ho avuto il piacere di conoscervi e di presentarvi – rispondendo alle vostre domande – alcune linee guida della politica di sicurezza, ma soprattutto del lavoro che sarete chiamati a svolgere al termine della vostra Scuola cantonale di Polizia. Già allora avevo potuto introdurre il discorso sulla responsabilità di cui siete e sarete investiti. Una responsabilità che oggi diventa effettiva al cento per cento, con la consegna dell’arma. All’interno del vostro percorso di formazione questo è il momento ufficiale di maggiore rilevanza. Da oggi siete agenti a tutti gli effetti.  Non è un caso se viene data così tanta rilevanza a questo momento. Non è un caso se l’autorità di nomina – il Consiglio di Stato e per esso il capo del Dipartimento delle istituzioni – abbia voluto sottolineare con una specifica cerimonia l’atto che sto per compiere, consegnandovi l’arma che vi accompagnerà durante tutta la vostra carriera all’interno del Corpo di Polizia che avete scelto. Una cerimonia che anche per me ha un significato profondo. Certo, alla fine del vostro anno di formazione, quando avrete superato gli esami, ci sarà la cerimonia di consegna degli attestati e sarò ancora io a formalizzare la riuscita del vostro impegno di formazione. Quello sarà però soprattutto un momento di festa, di gioia per il passo che avete compiuto e per gli sforzi che avete sostenuto. Oggi invece nelle vostre mani riceverete ufficialmente l’arma. Da oggi potrebbe capitare che quest’arma sarete costretti ad usarla. E che da quest’arma potrebbe partire un colpo, se la situazione lo dovesse imporre.
In questi mesi di formazione i vostri “maestri” (poi ritornerò su questo termine) vi hanno portato a comprendere quando l’uso dell’arma può essere indispensabile. Sapete che sarà l’ultima ratio che vi resta per risolvere una situazione di grande pericolo, per voi e per altre persone eventualmente coinvolte. Vi hanno insegnato a leggere le situazioni di conflitto e di pericolo. Vi hanno insegnato a mantenere la concentrazione, a mantenere il sangue freddo. Attraverso la formazione, ne sono convinto, saprete affrontare con la giusta capacità di scelta anche le situazioni più difficili. Quelle che richiedono una decisione in pochissimi istanti. E sarete voi a scegliere l’opzione migliore, più adeguata, più proporzionata alla minaccia che vi si presenta davanti o al conflitto che sarete chiamati a risolvere. Con voi 20 giorni fa commentavo la decisione del Procuratore pubblico Moreno Capella di emanare un decreto d’abbandono nei confronti dell’agente della cantonale che 2 anni fa a Brissago si vide costretto a impugnare l’arma e a sparare, uccidendo un richiedente l’asilo di 38 anni. La perizia e le indagini, affidate agli specialisti della Polizia di Zurigo proprio per essere al di sopra di ogni sospetto, hanno appurato che quell’agente agì in modo proporzionato, corretto. A lui non si può imputare nulla. Una conclusione che riabilita l’agente, la modalità del suo intervento, ma che dà credibilità all’intero Corpo.
Una conclusione che dimostra inoltre l’alto grado di preparazione a cui gli agenti sono sottoposti. È notizia di pochi giorni fa: l’avvocato che fa gli interessi dei famigliari della vittima ha deciso di ricorrere contro la decisione del procuratore pubblico. Legittimo, anche se di fronte a queste tragedie ritengo che perseverare nel voler ottenere una ragione non concessa dopo un lavoro meticoloso di indagine può sfociare in un accanimento. In un impoverimento della credibilità.
Ma – lo sappiamo bene – il tentativo di delegittimare tutto i tutti per un mero interesse di parte è ormai sport nazionale. Lo dicevo già ai vostri colleghi lo scorso anno: se le vostre azioni saranno proporzionate alla situazione, sappiate che potrete sempre contare sul sostegno del Corpo, del Comandante e del sottoscritto. Siate coscienti che in un modo o nell’altro qualsiasi scelta che farete sarà importante e che dovrete sempre avere l’umiltà e l’intelligenza di lasciarvi guidare da chi ha più esperienza di voi. E qui mi ricollego al termine “maestro”: ecco, in questi mesi di scuola avete avuto diversi insegnanti che hanno dato il meglio per prepararvi ad affrontare un lavoro tanto affascinante, quanto di grande responsabilità. Ma al termine della scuola anche se non saranno più questi stessi docenti avrete sempre dei “maestri”: sono quei colleghi che giorno dopo giorno vi aiuteranno a crescere, a migliorare, ad affinare le vostre competenze personali. Non perdete mai l’occasione di imparare da loro. Fatene sempre tesoro e abbiate anche l’umiltà di vedere e riconoscere eventuali vostri errori. Solo così diventerete con il tempo non solo dei buoni agenti, ma degli eccellenti agenti e delle ottime persone. Abbiate sempre la consapevolezza di fare parte di un gruppo, di un team. Non per nulla si dice “Corpo di Polizia”. Dovrete sempre collaborare con i vostri colleghi. Oltre a essere il miglior sistema per risolvere un caso, per seguire un’inchiesta, è anche il miglior modo per crescere personalmente. Quest’arma che ricevete oggi non dovrà mai spaventarvi. Ma, come detto, aumenta la vostra responsabilità. Sono sicuro – e con me i vostri istruttori – che ne saprete fare l’uso migliore. Questa pistola vi assegna un nuovo status di fronte alle cittadine e ai cittadini. Siatene sempre coscienti. Siatene sempre responsabili, affinché in Ticino si possa continuare a fare una buona prevenzione, un’ottima repressione con i risultati positivi che stiamo raccogliendo in questi ultimi anni. Forza e coraggio! Con gli Auguri per gli ultimi mesi di formazione che vi vedranno spesso impegnati sul campo. Poi ci rivedremo il 28 febbraio per la cerimonia di fedeltà alla costituzione e alle leggi!

 

 

Cerimonia di Consegna dell’arma per la Scuola di polizia del V° circondario

Cerimonia di Consegna dell’arma per la Scuola di polizia del V° circondario

Comunicato stampa

Oggi a Giubiasco presso il Centro formazione di polizia si è tenuta la cerimonia di Consegna dell’arma agli aspiranti della Scuola di polizia del V° circondario. All’evento, diretto dal cap Cristiano Nenzi, sono intervenuti il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi e il Comandante della Polizia cantonale col Matteo Cocchi. Pure presenti tutti i Comandanti, o loro rappresentanti, dei Corpi di polizia con aspiranti in formazione. 

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi nel suo discorso ha sottolineato l’importanza di questo momento, la fiducia riposta dai cittadini nei confronti dei futuri agenti di polizia, il ruolo della formazione che dovrà continuare in un aggiornamento costante anche dopo la fine della Scuola di polizia e la responsabilità che ogni agente si assume, nel rispetto delle leggi e attraverso un comportamento professionale e privato all’altezza del compito a cui ognuno sarà chiamato.

Nel suo intervento il Comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi ha dal canto suo evidenziato come con la cerimonia odierna sia terminato per tutti gli aspiranti un importante tassello della loro formazione di base e che da questo momento tocca ad ognuno di loro dare prova sul terreno di quanto appreso sui banchi di scuola e sulle piazze di tiro.

Dopo un percorso di formazione impegnativo, comprensivo di allenamenti pratici e di approfondimenti normativi sull’uso della pistola d’ordinanza, 29 aspiranti agenti della Polizia cantonale (di cui 23 aspiranti gendarmi e 6 aspiranti ispettori), 15 aspiranti agenti delle Polizie comunali (rispettivamente di Bellinzona, Lugano, Mendrisio, Biasca, Chiasso, Ceresio Nord, Intercomunale Gordola), 2 aspiranti della Polizia dei trasporti, 3 aspiranti della Polizia cantonale dei Grigioni e 1 aspirante della Polizia militare, hanno così ricevuto ufficialmente la pistola d’ordinanza. I 50 aspiranti totali, fra cui si contano 11 donne, sono ora pronti per il completamento della loro formazione, che prevede un periodo di stage nei posti di polizia e presso i propri comandi di appartenenza. Questo ulteriore e fondamentale passo porterà loro al conseguimento dell’Attestato professionale federale di agente di polizia, con il superamento degli esami federali di professione il pr ossimo mese di febbraio.

Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni incontra gli aspiranti agenti della SCP19

Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni incontra gli aspiranti agenti della SCP19

Comunicato stampa

Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni incontra gli aspiranti agenti della SCP19 Dal progetto “Polizia ticinese” al primo bilancio sulle pattuglie miste Polizia cantonale / Polizia di Stato italiana; dalle priorità del Dipartimento in ambito di sicurezza al numero di donne attive in Polizia: il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha potuto sviscerare una vasta gamma di temi incentrati sulla sicurezza, sollecitato dai 50 aspiranti agenti della Scuola Cantonale di Polizia (SCP) 2019 in un incontro avvenuto negli scorsi giorni a Bellinzona nella sala del Gran Consiglio.

È stata una presa di contatto molto interessante e privilegiata quella tra il Consigliere di Stato Norman Gobbi e i futuri agenti di polizia che stanno svolgendo in questi mesi il loro anno di formazione, prima di essere incorporati nei vari Corpi (Cantonale ticinese, Cantonale grigionese, Comunali, Trasporti e Militare). Durante l’incontro, inoltre, il Direttore del DI ha commentato assieme agli aspiranti la notizia sul decreto d’abbandono deciso dal Ministero pubblico nel procedimento penale aperto nei confronti dell’agente della cantonale che 2 anni fa si era visto costretto a far uso dell’arma d’ordinanza nel corso di un intervenuto a Brissago, uccidendo un richiedente l’asilo. Gobbi ha confermato che l’uso dell’arma è l’ultima ratio. “I poliziotti si trovano a dover prendere decisioni molto importanti in un breve lasso di tempo. L’abbandono del procedimento decretato dal Procuratore pubblico – ha detto Gobbi rivolgendosi agli aspiranti – mi conforta sul grado di preparazione a cui gli agenti vengono sottoposti. La formazione è una carta vincente, approfittatene ogni minuto nel corso di questa vostra scuola e lungo tutta la vostra carriera”. La Scuola prevede dodici mesi di formazione, duranti i quali gli aspiranti affiancano alla teoria anche alcuni periodi di pratica, con stage nelle polizie comunali e in quella cantonale. Il percorso formativo mira a fornire gli strumenti necessari a svolgere i compiti di crescente complessità, ai quali i futuri agenti saranno confrontati nella loro attività professionale.

Alla faccia di chi polemizzava a fini politici

Alla faccia di chi polemizzava a fini politici

Decreto d’abbandono contro l’agente che fermò con l’arma un richiedente l’asilo

Era il 7 ottobre di due anni fa e per la Polizia cantonale quel giorno è stato molto pesante: un agente nel corso di un intervento notturno in un appartamento a Brissago aveva dovuto far uso della sua arma d’ordinanza, allo scopo di proteggere le altre persone presenti e sé stesso, uccidendo un richiedente l’asilo. In questi casi spesso scoppia la polemica, con una parte (minima) dell’opinione pubblica che si scaglia contro le forze dell’ordine. Ed è stato così anche in quell’occasione. Polemiche inutili, soprattutto davanti a casi drammatici, strumentalizzate solo allo scopo di colpire la direzione della Polizia e del Dipartimento a fini politici.
Martedì scorso è arrivata finalmente la decisione penale sul caso: il Ministero pubblico ha emanato un decreto di abbandono nei confronti dell’agente che era stato inchiestato per omicidio intenzionale. “Ho ricevuto notizia proprio pochi minuti prima che incontrassi le e gli aspiranti che stanno seguendo la Scuola cantonale di Polizia, ci dice il Consigliere di Stato Norman Gobbi. Donne e uomini che saranno chiamati con i loro colleghi a garantire la nostra sicurezza. Ho parlato di quanto era successo quel 7 ottobre. Della difficile situazione con in cui si era trovato il loro collega. Della scelta, proprio quale ultima ratio, di far uso dell’arma. E dell’importanza di avere una preparazione adeguata per affrontare anche quegli istanti, che – fortunatamente – non avvengono tutti i giorni. Della soddisfazione, poi, per l’esito dell’inchiesta che ha confermato come l’agente abbia agito in modo corretto e proporzionale per la difesa della propria vita e quella delle altre persone coinvolte in quella drammatica circostanza. La decisione del Ministero pubblico segue un’accurata indagine che da subito avevamo messo nelle mani degli specialisti della Polizia cantonale di Zurigo. Volevamo che non ci fosse alcuna ombra su possibili rischi di inquinamento delle indagini. Quel giorno stesso, esprimendo il cordoglio per la vittima, avevo però anche espresso – unitamente al comandante Cocchi – la mia convinzione sulla proporzionalità dell’intervento dell’agente. E questo perché conosco la preparazione impartita ai nostri poliziotti. Sanno che l’uso dell’arma deve essere davvero l’ultima possibilità per risolvere un conflitto violento in cui la vita viene messa in pericolo. Il Ticino non è il far-west, ebbi a dire in quella circostanza. Lo confermo, ben sapendo che dovremo sempre puntare sulla preparazione degli agenti, sulla loro formazione prima di entrare in funzione e durante la loro carriera all’interno del Corpo. E ben sapendo che dietro ogni divisa vi è una donna e vi è un uomo che deve fare delle valutazioni in poche frazioni di secondo, che meritano il nostro pieno rispetto”.

 

Estratti e premiati i vincitori del concorso di “Acque sicure”

Estratti e premiati i vincitori del concorso di “Acque sicure”

Comunicato stampa

Sono stati estratti a sorte i 20 vincitori del concorso indetto dalla campagna di prevenzione “Acque sicure” nel corso della stagione 2019. La numerosa partecipazione ha consentito di sensibilizzare un elevato numero di persone sui rischi e sui pericoli legati alla balneazione.  

Per incrementare il coinvolgimento dei bagnanti e della popolazione nei confronti della campagna di sensibilizzazione “Acque sicure”, il Dipartimento delle istituzioni ha deciso di indire un concorso a premi a cui si è potuto prendere parte rispondendo correttamente a una domanda concernente i pericoli legati alla balneazione posta sul sito www.acquesicure.ch. Così facendo, l’elevato numero di partecipanti ha dovuto dimostrare di aver preso coscienza dei messaggi di prevenzione della campagna “Acque sicure” e dei rischi legati alla balneazione e alla pratica di attività sportive nel contesto acquatico.   Negli scorsi giorni si è proceduto all’estrazione dei 20 fortunati vincitori. Il premio principale, costituito da una “actioncam” di ultima generazione, è stato vinto da Massimo Galli. Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha voluto premiare di persona il vincitore. Tra gli altri premi in palio figurano svariati ingressi presso una delle principali strutture acquatiche del Cantone, come pure degli zaini corredati dai gadget della campagna.   I fortunati vincitori sono: Massimo Galli, Andrea Toffoli, Ramona Domeniconi, Chloé Agresti, Timothy Scandella, Ralph Trippel, Giacomo Minotti, Alain Antoniello, Cesare Totti, Bendetta Cena, Antonio Boschi, Angela Basieri, Alessandro Galasso, Romina Breda, Max Heusser, Hans Streit, Gaby Cunzi-Berzi,Andrea Managlia, Alessio Nero, Federico Zgraggen.  

Freddo e neve affrontali senza problemi con gli pneumatici invernali

Freddo e neve affrontali senza problemi con gli pneumatici invernali

Comunicato stampa

La stagione invernale è alle porte ed i primi fiocchi di neve sono già caduti. Inoltre, da alcuni giorni si registra un calo delle temperature, in particolare la notte, che unito all’umidità dell’aria può rendere gelate e viscide le strade favorendo gli incidenti. Come tradizione anche quest’anno il progetto di prevenzione del Dipartimento delle istituzioni “Strade sicure” e la Polizia cantonale ripropongono quindi la consueta attività di sensibilizzazione rivolta ai conducenti sull’importanza di dotare i veicoli dell’equipaggiamento invernale.

Da diversi anni la Polizia cantonale, ai primi freddi, sensibilizza i conducenti sull’importanza di equipaggiare correttamente i veicoli per l’inverno. Una stima approssimativa indica che una parte degli automobilisti, che si aggira attorno al 10-15%, durante la stagione invernale circola con gomme estive, mentre il 5% monta solo due pneumatici invernali sull’asse di trazione. Sebbene in Svizzera non esiste un obbligo specifico di montare quattro pneumatici invernali, potrebbe comunque essere punito chi, a causa dell’inadeguato equipaggiamento invernale, dovesse creare problemi alla circolazione e incidenti. Problematiche che, con un veicolo adeguatamente preparato per fronteggiare condizioni stradali precarie, come gelo e neve, potrebbero essere evitate. Si raccomanda quindi di seguire i seguenti consigli:
– sostituire i 4 pneumatici estivi con quelli invernali quando la temperatura al suolo si abbassa fin verso i 5 – 7°C o perlomeno durante i mesi invernali (novembre – marzo);
– cambiare gli pneumatici invernali quando il profilo raggiunge i 4 mm, la legge prevede un profilo minimo di 1.6 mm;
– sulle strade innevate la distanza di sicurezza da tenere deve essere di almeno tre volte superiore rispetto a quella tenuta su strade asciutte;
– evitate manovre improvvise con i pedali o lo sterzo

Con le gomme invernali le performance dei mezzi migliorano in maniera importante: l’aderenza è maggiore e di conseguenza il controllo del veicolo risulta più sicuro.
Si deve infatti considerare che lo spazio di frenata su una strada innevata, ad una velocità di 40 km/h, con gli pneumatici invernali si aggira sui 29 metri, mentre con degli pneumatici estivi arriva fino a 61 metri. Presso tutti i posti di polizia trovate dei volantini che richiamano questi consigli nonché un gratta-ghiaccio con incorporato il misuratore del profilo degli pneumatici.

Flyer

ERSS 19: positivo il bilancio dell’esercitazione nazionale

ERSS 19: positivo il bilancio dell’esercitazione nazionale

Comunicarto stampa
Il Consiglio di Stato ha partecipato oggi all’esercitazione nazionale della rete integrata svizzera per la sicurezza, che si è svolta sull’arco di 52 ore consecutive tra l’11 e il 13 novembre. Il Governo valuta positivamente le attività svolte durante i tre giorni, che hanno confermato la professionalità e la preparazione degli enti incaricati di garantire la sicurezza nel nostro Cantone.

L’Esercitazione della rete integrata svizzera per la sicurezza 2019 (ERSS 19) si è svolta a livello nazionale ed è stata coordinata a livello ticinese dalla Polizia cantonale, con la collaborazione, dove necessario, dei partner attivi nel settore della sicurezza. Dall’11 al 13 novembre, il programma ha coinvolto un totale di circa 70 organizzazioni fra servizi federali, Cantoni, Città e infrastrutture critiche di tutta la Confederazione.
L’esercitazione prevedeva uno scenario sul tema della minaccia terroristica persistente e comprendeva fenomeni criminali che, nella realtà, potrebbero toccare anche il nostro Cantone: fra questi, ad esempio, attacchi a infrastrutture critiche, emergenze sanitarie, pressione alle frontiere e possibili attentati. L’ERSS 19 si poneva l’obiettivo di mettere alla prova le strutture e le procedure di sicurezza in vigore nel nostro Paese, di fronte a una minaccia terroristica persistente. Il dispositivo ha inoltre permesso di esercitare, a più livelli, la struttura di condotta cantonale secondo il nuovo concetto di protezione della popolazione. La nuova impostazione vede, in casi gravi, l’entrata in funzione di Stati maggiori di primo intervento (SMEPI), Stati maggiori regionali di condotta (SMRC) e lo Stato maggiore cantonale di condotta (SMCC) che nella fase acuta vengono diretti dalla Polizia cantonale e dalla Sezione del militare e della protezione della popolazione (SMPP) nelle fasi di ripristino.

«All’estero e in Svizzera ci considerano un’ottima polizia»

«All’estero e in Svizzera ci considerano un’ottima polizia»

Intervista a Matteo Cocchi pubblicata nell’edizione di lunedì 11 novembre 2019 del Corriere del Ticino

Tante soddisfazioni ma anche tante difficili decisioni da prendere, di quelle che fanno restare svegli di notte. Fare il comandante della polizia cantonale è un compito affascinante, soprattutto in anni come questi. Ne abbiamo parlato con il comandante Matteo Cocchi, in un’intervista in cui si parla davvero di tutto e di più.

Qualche settimana fa ha festeggiato i suoi primi otto anni alla testa della Cantonale. Otto anni sono tanti. Ha ancora la forza di andare avanti?
«L’energia e la voglia di fare sono le stesse del 1. ottobre 2011. È vero, otto anni sono tanti, ma i progetti restano molteplici e, soprattutto, si vedono i risultati. Sono dunque ancora a disposizione per questa avventura».

Anni in cui il Corpo è cresciuto. Gli effettivi ora sono sufficienti?
«La risposta del Governo è stata positiva e l’effettivo è stato adeguato secondo le nostre richieste. Ora il compito di chi dirige la Cantonale è rendere ancora più efficaci le forze a disposizione».

La polizia unica è la soluzione?
«Dell’assetto della polizia in Ticino si discute da moltissimi anni, e spesso si sente dire che non siamo pronti per un cambiamento di questo tipo. C’è un gruppo di lavoro che si è chinato sulla tematica e spero che le idee che ne usciranno potranno servire alle istituzioni per decidere quale strada prendere (o, perlomeno, impostare una situazione intermedia). Ma è un cambiamento che dovrà decidere la politica. A noi sul campo toccherà metterlo in pratica. Si può comunque dire che nei rapporti tra Cantonale e Comunali ci sono situazioni da migliorare, e riguardano soprattutto il coordinamento e le sovrapposizioni delle competenze. Prima o poi sarà necessario prendere una decisione chiara e netta».

Eliminando le Comunali, salterebbero anche i loro comandanti…
«È chiaro che determinate figure, e non solo quelle, andrebbero a scomparire. Ma ci sono progetti in Svizzera che hanno funzionato. Non fraintendetemi però, io non sono uno che dice necessariamente sì alla polizia unica. E, in ogni caso, non sarebbe una cosa da fare dall’oggi al domani».

Una parte dei cittadini riconosce alle polizie locali una conoscenza del territorio che magari la Cantonale non ha.
«In realtà la polizia di prossimità la fanno tutti, anche la Cantonale. Ma quando si parla dei rapporti tra Cantonale e Comunali credo sia necessario dire che in futuro occorrerà separare i compiti ed evitare i doppioni. Sapere cosa deve fare la Cantonale e cosa le Comunali. E assicurarsi che questi compiti vengano svolti da tutti in modo efficace, 365 giorni l’anno e 24 ore su 24».

Cambiamo tema. Come sono cambiati i giovani che si iscrivono alla scuola di polizia? C’è vocazione o c’è anche chi la prende come una via di fuga?
«Il Ticino dal punto di vista delle candidature è messo molto bene. Da noi i numeri non mancano. Ogni anno circa 300 giovani si annunciano per la scuola. Ad essere cambiata è la maturità dei candidati che superano tutta la selezione, infatti anche la loro esperienza di vita gioca un ruolo importante. Una volta la maggior parte degli agenti faceva la scuola subito dopo l’apprendistato. Oggi invece molti si iscrivono dopo aver percorso altre strade, magari creando una famiglia. Una maturità che si nota. C’è di sicuro chi tenta di entrare in polizia per ripiego, ma sono situazioni che poi si notano durante le selezioni. E sì, la vocazione c’è ancora».

E la Cantonale come è cambiata?
«È vista meglio rispetto al passato dentro e fuori dai nostri confini. Oggi è riconosciuta a livello svizzero come un’ottima polizia. Ci siamo impegnati molto in questo senso. Io per esempio sono vicepresidente della conferenza dei comandanti e rappresento la Svizzera nel gruppo Atlas (che raggruppa le forze speciali di polizia europee), così come diversi ufficiali sono attivi in gruppi di lavoro a livello nazionale. Ma poi, soprattutto, abbiamo dimostrato con diverse operazioni di essere capaci. Pensiamo all’inaugurazione della galleria di base del San Gottardo nel 2016: una dimostrazione d’efficienza e in cui siamo riusciti, per la prima volta, a condurre un’operazione tra due cantoni con un capo impiego unico».

Un tempo c’erano le correnti e le assunzioni/promozioni fatte con il manuale Cencelli.
«Non so come era prima. Io sono arrivato e ho tentato di instaurare un mio stile di condotta. Quel che ho sempre detto è che quando si parla di carriere non è corretto promuovere qualcuno in base all’appartenenza politica. Sono convinto che per il buon funzionamento dell’istituzione polizia, siano i meriti e le capacità a fare la differenza. In Cantonale il clima è buono. A me piace avere rapporti quotidiani con gli agenti e a volte esco in pattuglia con loro. Pur mantenendo la gerarchia, abbiamo accorciato la distanza tra vertici e base».

Gli agenti sono uomini (e donne) e possono sbagliare. Lei si comporta da «padre» attento e premuroso o è molto severo?
«Il mio compito è di comandare, e in molte situazioni occorre decidere in modo drastico. Quando è possibile cerco il dialogo. Quando la situazione è grave neppure si discute».

E dal lato umano che comandante ritiene di essere?
«Nel Corpo ci sono tanti uomini e donne, persone che vivono la loro vita, con alti e bassi come noi tutti. E capita che vi siano momenti di difficoltà. Ovviamente la giornata storta va capita, ammesso che non si superi il limite».

Ma l’agente rappresenta lo Stato. Occorre quindi inflessibilità, altrimenti il cittadino non riconosce più l’autorità della polizia.
«L’agente che sgarra non la fa franca. Faccio un semplice esempio: se inciampa nelle regole della circolazione verrà “multato” non una, ma più volte. Al Comando arriva la segnalazione su quanto accaduto, viene aperto un procedimento disciplinare e, oltre alla multa, possono quindi esserci ulteriori conseguenze. Proprio perché l’agente deve essere un esempio, siamo più rigorosi».

Però ci sono stati anche poliziotti colti in fallo e poi riassunti.
«Dissento. Alla Cantonale ci sono stati licenziamenti per fatti gravi. Non tocca a me aprire un discorso sulla successiva riassunzione da parte di alcune Comunali. Non mi resta che constatare che toccherebbe semmai a quelle autorità di nomina spiegare la loro scelta (che, convengo, risulta poco comprensibile)».

L’era dei social network pone un problema in più?
«Sì, specie quando a usare i social sono le generazioni che non sono cresciute con questo strumento. Vietare Facebook agli agenti? Non credo sia la soluzione. Però devono ricordarsi di comportarsi bene online, esattamene come nella vita vera».

Guardie svizzere: Gobbi, Cocchi e il colonnello Graf si incontrano

Guardie svizzere: Gobbi, Cocchi e il colonnello Graf si incontrano

Da www.tio.ch

L’occasione è stata utile per ribadire l’ottima collaborazione nella formazione dei futuri Alabardieri

Quest’oggi a Isone il Comandante della Guardia Svizzera Pontificia, colonnello Christoph Graf, ha incontrato il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi e il Comandante Matteo Cocchi nell’ambito della formazione di base delle reclute della Guardia Svizzera Pontificia. Attualmente i futuri Alabardieri stanno svolgendo un modulo d’istruzione di quattro settimane sotto l’egida della Sezione formazione della Polizia cantonale, rappresentata dal suo responsabile, capitano Cristiano Nenzi. È stata l’occasione per ribadire l’ottima collaborazione instaurata negli anni, che viene costantemente rinnovata e adeguata alle esigenze del servizio in Vaticano.

Stranieri criminali: il problema esiste

Stranieri criminali: il problema esiste

C’è modo e modo di dare una notizia, ma c’è modo e modo anche di camuffare la realtà dando una notizia. È successo questa settimana sui quotidiani (anche ticinesi): 9mila stranieri sono stati condannati nel 2018 in Svizzera; di questi criminali stranieri, 1.693 sono stati espulsi dalla Svizzera. “C’è ancora chi tenta di sottovalutare il problema dei criminali stranieri – afferma il capo del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. E infatti nessun media ha cercato di farci capire se queste condanne sono tante o poche rispetto all’insieme delle condanne comminate dalle autorità penali svizzere. E allora io dico che sono veramente tantissime, perché questi stranieri fanno parte di un ristretto gruppo persone. Non fanno parte dei cittadini stranieri con il permesso di dimora o di domicilio (la stragrande maggioranza della popolazione straniera in Svizzera, che ha raggiunto circa il 25% del totale degli abitanti), ma sono stranieri con permesso L (per dimoranti temporanei), permesso F (per persone ammesse provvisoriamente), permesso N (per richiedenti l’asilo), permesso S (per persone bisognose di protezione), lasciando fuori da questa statistica i frontalieri. Se pensiamo che 9mila condanne corrispondono a circa la metà del totale delle condanne comminate dai Tribunali elvetici per reati al codice penale, ma che la popolazione di riferimento di questi stranieri non supera il 5% dell’insieme della popolazione in Svizzera, ben si comprende l’alto tasso di criminalità legato alla loro presenza” – sottolinea il consigliere di Stato Norman Gobbi.

Il gruppo più numeroso è rappresentato da cittadini provenienti dall’Africa, seguito da quelli degli Stati dell’ex Jugoslavia. “Rimango sempre basito quando sento che non c’è un problema di criminalità con determinate categorie di stranieri. E lo dico senza fare generalizzazioni, ma perché i dati mostrano chiaramente un’altra cosa. Credo sia giusto non banalizzare la questione e discreditare chi dichiara che qui siamo di fronte a un problema. E sono convinto che la lotta contro questo genere di criminali debba proseguire sulla scorta di quanto definito dal codice penale”. Allargando le cifre, prendendo quindi in considerazione non solo le condanne per reati al Codice penale, ma anche quelle contro la Legge della circolazione, la legge stupefacenti e la legge stranieri, osserviamo che nel 2018 gli svizzeri condannati sono stati 41mila, gli stranieri 57mila, di cui 24mila dimoranti o domiciliati, 31mila con altri tipi di permesso (vedi sopra) e 1700 con uno statuto sconosciuto. Teniamo sempre conto che la popolazione straniera rappresenta il 25% circa del totale degli abitanti in Svizzera.

Si parla tanto di integrazione, ma questi dati mettono a nudo una realtà diversa. “La Confederazione e il Cantone, anche per il tramite del Dipartimento delle istituzioni, nonché i Comuni e numerose associazioni fanno un’attiva azione rivolta all’integrazione degli stranieri. Ma è evidente che chi vuole davvero integrarsi – sia nella fase di richiesta dell’asilo, sia dopo l’ottenimento di un permesso di rifugiato – non fa parte di questo gruppo  a rischio, generalmente composto da giovani adulti tra i 19 e i 29 anni ”, conclude il Consigliere di Stato Norman Gobbi.