Non riesci a mantenerti? La legge ti manda via

Non riesci a mantenerti? La legge ti manda via

Dal Giornale del Popolo del 20 giungno 2016, un articolo di Martina Salvini

Accade anche se sei sposato con uno svizzero. Nel 2015 in Ticino sono stati 36 i casi. Secondo Gobbi non si applica un pugno di ferro, ma “dura lex, sed lex”.

Il sasso nello stagno lo aveva lanciato il consigliere di Stato Manuele Bertoli con un articolo pubblicato quasi 2 mesi fa sul Corriere del Ticino: in Ticino, argomentava Bertoli, si sta applicando una politica restrittiva di rimpatrio di cittadini stranieri sposati con una persona svizzera. Una misura che va a disgregare la famiglia, in quanto spesso queste coppie hanno figli. Nel suo articolo Bertoli aveva voluto attirare l’attenzione su un tema che periodicamente torna di attualità, ma che a suo dire in questi ultimi anni si manifesta con maggiore insistenza.

Abbiamo voluto sentire a questo proposito il consigliere di Stato Norman Gobbi, titolare dei dossier che vengono trattati dalla sezione della popolazione. Quanti sono i casi di decisioni di allontanamento in Ticino? Perché si interviene con questi provvedimenti? Ecco che cosa ci ha risposto Gobbi.

In un contesto economico in cui trovare un lavoro per molti residenti (stranieri domiciliati compresi) diventa più difficile, è giustificato l’intervento con il “pugno di ferro” contro il coniuge straniero disoccupato (o solo parzialmente occupato) che non riesce a garantire una solidità finanziaria alla sua famiglia senza il sostegno statale?

Parlare di «pugno di ferro» significa formulare una valutazione che mi pare impropria. “Dura lex, sed lex” recita un detto latino. Per quanto dura la legge – in questo caso quella federale – va rispettata. Ed è proprio questo il modus operandi adottato dal mio Dipartimento nel pieno rispetto del nostro sistema federalista. Nei confronti dei coniugi di cittadini svizzeri rimasti senza lavoro e che ricorrono agli aiuti pubblici, come in tutti gli altri casi che affronta, la Sezione della popolazione basa il proprio esame sulla legislazione federale e internazionale e sulla giurisprudenza del Tribunale federale. Si tratta di persone che normalmente non hanno partecipato e contribuito al nostro sistema economico in modo attivo e durevole. Anche un cittadino comunitario, per esempio, che perde il lavoro e ha esaurito le indennità di disoccupazione, se non dispone di mezzi propri per mantenersi, perde il diritto a soggiornare in Svizzera.
Occorre comunque chiarire che, per i coniugi di cittadini svizzeri, il fatto di percepire aiuti sociali non comporta automaticamente la revoca del permesso di dimora. Chi ha ottenuto un permesso di dimora nell’ambito del ricongiungimento con un cittadino svizzero, se l’unione coniugale è effettiva ovvero se il matrimonio è realmente avvenuto, non può vederselo revocare o non rinnovare solo perché inizia a percepire prestazioni assistenziali. Sui nostri media leggiamo spesso le storie di persone che vengono allontanate dalla Svizzera e devono separarsi dalla famiglia, che agli occhi dei lettori appaiono come una grande ingiustizia. Ricordiamoci però che ci sono sempre motivazioni valide dietro ogni decisione e nell’iter che porta alla scelta si approfondisce ogni situazione. Posso infatti assicurare che ogni caso è sempre esaminato con la massima attenzione, e che prima di giungere alla revoca del permesso di soggiorno – che tengo a sottolineare rimane per noi l’ultima ratio – procediamo sempre a un ammonimento. Sui giornali spesso leggiamo solamente una parte della storia, quella che evidentemente alcuni hanno interesse a far emergere. In realtà dietro a queste situazioni frequentemente si celano degli abusi, per esempio matrimoni combinati o forzati, celebrati al solo scopo di ottenere un permesso di soggiorno nel nostro Paese. E lo Stato non può farsi carico di problematiche che scaturiscono da unioni coniugali fondate sulla volontà di raggirare la legge. I suoi compiti sono altri.

Nei casi in cui si decide che il coniuge straniero deve lasciare la Svizzera sono stati riscontrati degli abusi del nostro sistema sociale? Se sì, quali sono questi abusi?

Non è corretto parlare di abusi veri e propri ai danni del sistema sociale. La legge stabilisce che se vengono meno le condizioni per mantenere l’autorizzazione di soggiorno, per esempio la persona non dispone di un lavoro né di mezzi propri per continuare a vivere nel nostro Paese, deve lasciare la Svizzera.

Quante sono annualmente le decisioni di allontanamento dalla Svizzera che toccano un coniuge straniero di una cittadina svizzera?

Nel 2015 abbiamo registrato 36 casi su un totale di 189 revoche emesse dalla Sezione della popolazione. 28 hanno toccato cittadini di Stati terzi mentre 8 cittadini dell’Unione europea.

Nel suo Dipartimento in che maniera viene considerata un’azione più globale a favore del sostegno della famiglia e del reinserimento nel mondo del lavoro da parte del coniuge straniero disoccupato? I casi a rischio vengono segnalati e seguiti dalle autorità preposte (magari di altri dipartimenti, come gli uffici del lavoro, per esempio) prima di adottare il provvedimento dell’espulsione?

Il mio Dipartimento, per il tramite della Sezione della popolazione ha in questi casi il compito di regolamentare le condizioni di soggiorno dei cittadini stranieri nel nostro Paese; nella sua sfera di competenza non ci sono attività sociali come il sostegno alle famiglie in difficoltà o il reintegro nel mondo del lavoro di cittadini stranieri rimasti senza attività. Questi compiti spettano a servizi come gli Uffici regionali di collocamento del Dipartimento delle finanze e dell’economia e alla Divisione dell’azione sociale e delle famiglie, del Dipartimento della sanità e della socialità.
Prima di ordinare l’allontanamento di un coniuge di un cittadino svizzero procediamo comunque a un ammonimento formale, dopo il quale l’interessato dispone pur sempre di un certo lasso di tempo per cercare aiuto – qualora non lo abbia ancora fatto – e migliorare la propria situazione economica e professionale, così da evitare la revoca dell’autorizzazione di soggiorno. Dopo la nostra decisione ha poi il diritto di ricorrere alle istanze superiori che valutata la situazione deliberano in merito. Quando deve lasciare il nostro Paese il cittadino straniero spesso quindi lo fa sulla base di una decisione confermata anche dalle altre autorità (Consiglio di Stato, Tribunale cantonale amministrativo, Tribunale federale).

Permessi – All’ombra del casellario

Permessi – All’ombra del casellario

Dal Corriere del Ticino del 27 maggio 2016, un articolo di Massimo Solari

L’attività dell’Ufficio della migrazione, tra libera circolazione e misure dipartimentali Morena Antonini: «Ma i numeri non dicono tutto, alla quantità preferiamo la qualità»

«Per il rinnovo di un visto, premere tasto 1; per verificare lo stato della vostra pratica tasto 2; per altre informazioni tasto 3». Anche noi, per raggiungere la responsabile dell’Ufficio della migrazione Morena Antonini, siamo dovuti passare dallo speciale contact center introdotto a inizio 2015 dal Dipartimento delle istituzioni. Insieme ad altri, uno strumento implementato con l’obiettivo di gestire al meglio il rilascio e il rinnovo dei permessi. Provvedimenti, questi, culminati nell’aprile dello scorso anno con la richiesta sistematica dell’estratto del casellario giudiziale per i richiedenti di un permesso di dimora (B) e per frontaliere (G). E in tal senso è stato come ritornare alle origini, in quanto la procedura era già prevista prima dell’entrata in vigore dell’Accordo sulla libera circolazione (ALC) nel 2002, che invece l’ha poi permessa solo in via eccezionale. «Il discorso però è complesso» ci fa notare Antonini: «Sono una della vecchia guardia, che ha vissuto sulla propria pelle tutti gli aggiornamenti intercorsi in questi anni». Sì perché, sottolinea la capoufficio, «la materia stranieri, anche prima dell’ALC, è sempre stata in evoluzione: sia nell’ambito del legislatore che a livello di giurisprudenza». E se tra il 2002 e il 2015 la modifica formale più rilevante per cercare di ovviare all’assenza di un filtro come il casellario è stata l’introduzione dell’autocertificazione sui precedenti penali, dietro le quinte le autorità preposte ai controlli hanno dovuto in qualche modo reinventarsi.

Quel filtro preventivo venuto meno
«Oltre alla richiesta del certificato penale – spiega Antonini – prima della libera circolazione si procedeva anche con un esame preventivo delle domande. Per le persone intenzionate a esercitare un’attività lucrativa in Ticino si raccoglievano una serie di dati sui rispettivi datori di lavoro. Verificavamo l’esistenza dell’azienda, se il fabbisogno di manodopera estera fosse giustificato e si fosse già ricercato sul mercato del lavoro residente, la correttezza delle condizioni salariali». Detto altrimenti, quando si rilasciava l’autorizzazione tutti i controlli erano già stati eseguiti, e quindi la possibilità che vi fossero abusi o casi che interessassero le autorità giudiziarie risultavano più limitati. Con l’ALC tutto è cambiato. «I diversi organi di controllo, come i Comuni, l’ufficio AVS o dell’assistenza, l’Ispettorato del lavoro e l’Ufficio per la sorveglianza del mercato del lavoro, sono stati chiamati ad agire in seconda battuta» indica Antonini. La maturazione di questo nuovo paradigma operativo si è tuttavia protratta negli anni. «Tant’è – rileva la nostra interlocutrice – che siamo arrivati nel 2014 con un rilevante accumulo di segnalazioni. Questo ha giustificato una riorganizzazione dell’Ufficio della migrazione, con l’istituzione di un settore giuridico che oggi approfondisce i casi critici. E naturalmente aumentando i controlli è cresciuto il numero delle decisioni di diniego o revoca».
Ma se i 192 casi gravi venuti a galla tra l’aprile del 2015 e quello del 2016 sono figli della richiesta sistematica del casellario, lo stesso non può dirsi per altre fattispecie. Oltre alla citata collaborazione con altri settori, così come con la Confederazione e le forze dell’ordine, prima del casellario il Dipartimento delle istituzioni aveva tentato altre vie. «Penso all’esame dei richiedenti tramite il motore di ricerca Google» spiega Antonini: «Certamente le informazioni che si ricavano non sono affidabili quanto quelle di un certificato rilasciato dalle autorità, ma anche in Internet è possibile risalire a dati che giustificano una richiesta di approfondimento». Ma come funziona? «La procedura non è facile: vengono inseriti i nominativi con determinate modalità tecniche che i collaboratori hanno appreso da esperti, il tutto per ottenere risultati più attendibili».

Dietro ai numeri
Se si analizzano le statistiche 2015 relative ai permessi globali emessi agli stranieri non può ad ogni modo passare inosservato il crollo numerico rispetto al 2014: i permessi sono infatti passati da 90.848 a 77.008. Difficile non pensare a un deciso giro di vite in quest’ambito. «Ma se guardiamo al 2005 – nota Antonini – eravamo a quota 66.000. Questi flussi sono legati ai rinnovi, a loro volta dettati dalle scadenze quinquennali dei permessi che si spalmano sull’arco di 3 anni». Antonini inoltre rinvia alla statistica sui permessi in vigore, «dove al contrario si assiste a un incremento del totale, passato dalle 174.240 unità del 2014 alle 174.711 del 2015». La capoufficio non nasconde comunque che «a seguito dell’aumento dei richiedenti, di quello dei controlli e delle segnalazioni, effettivamente l’ufficio ha accumulato dei ritardi nell’evasione delle domande». Ciò detto, puntualizza, «non sarebbe attendibile trarre delle conclusioni basandosi unicamente sull’entità dei permessi rilasciati. Il nostro è un lavoro di qualità, non di quantità».

«Soluzioni fatte in casa»
Nessun atteggiamento vessatorio nei confronti degli stranieri, dunque? abbiamo chiesto al direttore delle Istituzioni Norman Gobbi. «Tutt’altro: con l’avvento della libera circolazione c’è stata una limitazione sulle possibilità di anticipare gli interventi e rispettivamente fermare persone ricercate. Perciò – aggiunge – abbiamo dovuto trovare delle soluzioni fatte in casa che ci permettessero un maggiore controllo». Politicamente parlando, per Gobbi alla base di queste decisioni v’è «il principio del Ticino sicuro e accogliente. Il Cantone è in effetti disposto ad accogliere sul territorio coloro che vogliono partecipare attivamente alla vita economica e alla crescita del Paese, e non solo beneficiare del luogo. Dall’altra parte c’è poi una dimensione di sicurezza, cruciale per un cantone come il nostro che, a differenza di altri, è esposto in maniera accresciuta a fenomeni come la criminalità organizzata».

Permessi, il casellario resta

Permessi, il casellario resta

Da LaRegione del 12 maggio 2016

Casellario giudiziale, il provvedimento straordinario voluto dal Dipartimento delle istituzioni, con 33 permessi negati su 17.468 domande, è stato giudicato efficace anche dal Governo all’unanimità – Una variante «eurocompatibile» sarà elaborata entro un anno.

Sulla fiducia. Il Consiglio di Stato ha deciso di giocarsela così. Provando a distendere i rapporti tra Roma e Berna promettendo, entro l’entrata in vigore dell’accordo fiscale, una misura di sicurezza e di ordine pubblico per chi richiede un permesso di soggiorno compatibile con il diritto internazionale. Ma nel frattempo nessun dietrofront: la richiesta sistematica dell’estratto del casellario giudiziale per tutti i cittadini Ue/Stati Terzi che chiedono il rilascio o il rinnovo di un permesso di dimora (il ‘B’) o per frontalieri (‘G’) resta in vigore. E questo nonostante da parte italiana sia stato più volte manifestato sconcerto per la misura voluta dal Dipartimento delle istituzioni, con la Svizzera federale a domandare al Ticino di revocare il provvedimento per permettere ai due Stati di concludere, con la firma prevista a luglio, le trattative fiscali in corso. La strategia è stata decisa all’unanimità dal governo cantonale ieri, che ha preso atto del bilancio a un anno dall’introduzione della “misura straordinaria” e ne ha condivisi gli obiettivi in termini di efficacia. «Prima di tutto constatiamo come non vi sia stata discriminazione – ha rilevato il presidente Paolo Beltraminelli incontrando la stampa –. Nel 99% dei casi il permesso è stato rilasciato». Mentre «a livello di sicurezza, 192 domande hanno richiesto valutazioni più approfondite, che hanno condotto in 33 casi a negare il permesso a persone potenzialmente pericolose». Detto dei risultati, l’Esecutivo ha quindi deciso di «incaricare il Dipartimento delle istituzioni di presentare entro un anno delle varianti compatibili con il diritto internazionale». Nel frattempo, come detto, la richiesta sistematica dell’estratto del casellario «resta in vigore». Dovrà essere sostituita da una misura analoga (ma legalmente più solida) da attuare «al più tardi con l’entrata in vigore degli accordi fiscali con l’Italia, verosimilmente non prima del 1° gennaio 2018».

Basterà questa garanzia a distendere i rapporti bilaterali e condurre in porto (infine) le trattative? «Il gesto lo abbiamo fatto – risponde ancora il presidente del Consiglio di Stato –. Noi crediamo di aver fatto i passi attesi a favore di un accordo che riteniamo importante, così come riteniamo importante muoverci a difesa del nostro territorio». Quanto riferito ieri pubblicamente sarà scritto nero su bianco in una missiva indirizzata al consigliere federale Ueli Maurer, a capo del dossier fiscale. «Il contenuto della lettera dovrebbe rasserenare Berna – prosegue Beltraminelli –. È chiaro che bisogna dare fiducia al Ticino e all’impegno che ci siamo presi nel trovare una variante compatibile, ma altrettanto efficiente. Noi riteniamo, in questo modo, di intraprendere quegli sforzi necessari per non essere d’intralcio alla conclusione delle trattative». Bisognerà capire se basterà questo impegno, messo nero su bianco all’indirizzo di Maurer, a scongelare non soltanto il ministro delle Finanze, ma soprattutto la controparte italiana.

BOTTA… – Gobbi: ‘L’Italia sa essere formale solo quando vuole’

«Trentatré persone potenzialmente pericolose non sono giunte sul nostro territorio. La richiesta sistematica dell’estratto del casellario giudiziale si è rivelata una misura equa ed efficace». Così Norman Gobbi , capo del Dipartimento delle istituzioni, presenta alla stampa il bilancio a un anno dall’introduzione del provvedimento. «Un provvedimento di sicurezza e di ordine pubblico, non economico, come qualcuno ha voluto sostenere». E che gode di un sostegno piuttosto compatto, come ha ricordato ancora il consigliere di Stato: in primis del Gran Consiglio, che tramite risoluzioni votate dal plenum ha tentato (con poca fortuna) di difenderlo a Berna (settimana scorsa l’incontro con la Commissione degli Stati, vedi ‘laRegione’ di mercoledì); poi anche da 12’192 cittadini, che hanno sottoscritto la petizione lanciata dalla Lega; e non da ultimo «dai cittadini stranieri richiedenti, che non hanno mai reclamato per la pretesa. Vale il vecchio adagio: ‘Chi non ha nulla da nascondere, non ha nulla da temere’». Ieri, come detto, si è aggiunto l’appoggio del collegio governativo, che ha chiesto al Dipartimento di studiare una misura che porti agli stessi risultati, ma che sia compatibile con gli accordi bilaterali. «L’anno di tempo concesso dall’Esecutivo ce lo prenderemo tutto – afferma ancora Gobbi –. Mi permetto di osservare comunque che c’è un Paese vicino a noi (l’Italia, ndr) che sa essere molto formale quando vuole, e meno quando gli fa comodo. Ad esempio sostenendo che la nuova imposizione fiscale per i frontalieri dopo la firma andrà a regime solo nel giro di 5-10 anni…».

… E RISPOSTA – ‘Numeri alla mano la misura è inutile’
Le prime reazioni che giungono da oltre confine sono critiche. La “distensione” auspicata sembra lontana… «Per noi è inaccettabile che rimangano norme discriminatorie – commenta perentorio Mauro Guerra , deputato alla Camera per il Pd –. Bisognerà che la misura sia sottoposta a verifica all’interno della Confederazione: è evidente che ci sono posizioni diverse e il Ticino da tempo va per la sua strada. Una linea che alla fine però dovrà fare i conti con la convergenza tra Italia e Svizzera». «La rigidità non aiuta nessuno – aggiunge Antonello Formenti , consigliere regionale lombardo (Lega) –. Il dato emerso riguardo ai permessi negati non è così significativo per prendere una posizione netta». Ancor più deluso Alessandro Fermi , sottosegretario alla presidenza della Regione Lombardia, che aveva partecipato all’incontro tra Roberto Maroni e Norman Gobbi, quando il primo aveva definito la misura “vessatoria”. «Gobbi aveva promesso di verificarne l’utilità. La decisione presa oggi (ieri, ndr) è offensiva: numeri alla mano la misura risulta inutile. La parola che aveva dato era un’altra».

Sicurezza – Sul casellario il Governo non molla

Sicurezza – Sul casellario il Governo non molla

Dal Corriere del Ticino del 12 maggio 2016

Sostegno unanime al mantenimento della misura – Norman Gobbi: «Provvedimento equo ed efficace» Il Dipartimento delle istituzioni dovrà però presentare delle varianti compatibili con la libera circolazione

Il Consiglio di Stato non cede alle pressioni dell’Italia e della Confederazione e conferma la misura straordinaria concernente l’obbligo di presentare l’estratto del casellario giudiziale per i cittadini stranieri che richiedono il rilascio o il rinnovo di un permesso di dimora B o per lavoratori frontalieri G. La mossa del direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, introdotta il 1. aprile del 2015 e accompagnata da polemiche e discussioni, non verrà soppressa. La decisione, come comunicato ieri dal presidente dell’Esecutivo Paolo Beltraminelli, è stata presa all’unanimità. A convincere tutti sull’utilità e l’efficacia del giro di vite sui permessi è stato il rapporto consegnato da Gobbi ai colleghi, contenente i numeri dei delinquenti finiti nella rete. Cifre – vedi anche il grafico a lato – rivelate in esclusiva dal Corriere del Ticino lo scorso 4 maggio e riferite al periodo aprile 2015-aprile 2016.
Nel quadro delle 27.698 richieste, il dato saliente riguarda le 33 revoche/decisioni negative, di cui 29 relative a permessi G e 4 a permessi B. Un numero di casi – per altro scaturito in 19 ricorsi al Consiglio di Stato – pari all’1,1% dei 17.468 incarti che la Sezione della popolazione ha deciso di esaminare. «La misura – ha dichiarato Gobbi – si è rivelata equa ed efficace, e anche se possono sembrare poche sappiamo bene che se non ravvisata ogni singola fattispecie avrebbe potuto fare notizia. Si tratta in effetti di casi gravi e recidivi».
E il rapporto lo conferma in modo inequivocabile. Un esempio su tutti: il filtro del casellario ha permesso di impedire l’entrata sul nostro territorio di una persona condannata, tra gli altri, per omicidio continuato e distruzione di cadavere. «Reati che sarebbe stato impossibile contestare qualora non fosse stata in vigore la nostra misura» ha indicato Gobbi, ricordando altresì l’importanza dell’effetto dissuasivo potenziale: con l’introduzione del provvedimento le domande, soprattutto per il rilascio di un permesso B, hanno in effetti conosciuto una marcata diminuzione. Ma a Bellinzona ieri è stato altresì ricordato il sostegno ottenuto a livello politico, con in particolare una petizione firmata da 12.192 cittadini e due iniziative cantonali votate in Gran Consiglio e difese negli scorsi giorni da alcuni deputati a Berna.
Beltraminelli: «Gesto distensivo»
Se da un lato si è dunque optato per il mantenimento della misura, sempre all’unanimità il Governo ha dall’altro deciso di fissare alcuni paletti e determinate scadenze. «Abbiamo incaricato il Dipartimento delle istituzioni – ha annunciato Beltraminelli – di presentare entro un anno delle possibili varianti dello strumento attuale ritenute compatibili con il diritto internazionale e che consentano di ottenere gli stessi risultati in termini di sicurezza». Provvedimenti sostitutivi, questi, che subentreranno al più tardi con l’entrata in vigore degli accordi tra Svizzera e Italia, che Beltraminelli ha stimato per il gennaio del 2018. «Un gesto distensivo», così lo ha definito il presidente del Governo, al fine di sbloccare il dossier fiscale tra i due paesi, ma anche e soprattutto un passo «a favore della sicurezza del nostro territorio e in considerazione del contesto nazionale». E ciò, ha aggiunto, poiché «sarebbe riduttivo ricondurre tutto agli accordi fiscali».
Ad ogni modo già ieri è stata spedita una lettera a Palazzo federale per informare il ministro delle finanze Ueli Maurer della scelta fatta dal Consiglio di Stato. Berna, lo ricordiamo, che in più di un occasione aveva espresso i propri timori verso le richieste del casellario e dei carichi pendenti (quest’ultima non più in vigore dal 1. dicembre scorso, ndr), ritenute discriminatorie e non rispettose alla lettera delle normative legali, oltre che una pietra d’inciampo nelle trattative sull’accordo fiscale tra Svizzera e Italia.
Gobbi, tuttavia, negli scorsi mesi non ha mai mancato di sostenere che «indietro non si torna». E ora, il direttore delle Istituzioni ha già pensato ad alcune possibili declinazioni dell’attuale provvedimento? «Il Dipartimento ha un anno e un anno verrà utilizzato» ha chiarito Gobbi, lanciando anche una stoccata al partner italiano: «Abbiamo questo vincolo e saremo formali, anche perché vicino a noi c’è un Paese molto formale che ad esempio prevede che la nuova imposizione fiscale dei frontalieri sarà a regime solo tra 5-10 anni».
Il nodo della contropartita
Resta da capire se, decidendo di mantenere in vita l’obbligo del casellario giudiziale, i cinque consiglieri di Stato abbiano rinunciato alla ventilata compensazione finanziaria sulla quale Berna era disposta ad entrare in materia. Una contropartita di 20 milioni di franchi che nessuno ha mai confermato né smentito. E ieri, su esplicita domanda, la coppia Beltraminelli-Gobbi ha fatto chiarezza: «La questione non viene a cadere, rimane sul tavolo delle discussioni con Berna, perché non concerneva in senso stretto il casellario giudiziale. Fa parte in effetti di un discorso più ampio che riguarda le conseguenze che avrebbe l’accordo fiscale parafato lo scorso dicembre. Come dire che l’aspettativa di una contropartita finanziaria non viene a cadere per effetto della decisione di tirare dritto. Almeno per ora.

le tappe
prima del 2002
L’estratto del casellario giudiziale è richiesto, con alcune eccezioni, a tutti i cittadini stranieri che richiedevano un permesso di soggiorno, indipendentemente dalla loro nazionalità.
dopo il 2002
Con l’entrata in vigore dell’Accordo sulla libera circolazione (ALC) delle persone viene introdotto un sistema duale. Per i cittadini degli Stati terzi il sistema rimane invariato. Per i cittadini degli Stati UE/AELS si prevede la presentazione del casellario solo in singoli casi debitamente provati: motivi di ordine e sicurezza pubblica.
nel 2009
Viene introdotto il sistema dell’autocertificazione, con il quale la persona che richiede un permesso deve rispondere a due domande poste in un formulario: 1) «È già stato condannato?»; 2) «Ha un procedimento penale pendente?». Il cambio di procedura è dettato da un grave fatto di cronaca: nell’estate del 2008 Antonio Barbieri, cittadino italiano dimorante nel Locarnese e in possesso di un permesso B, spara a due ragazzi di origine turca, uno dei quali perde la vita. Si verrà poi a sapere che l’omicida era un pregiudicato con gravi precedenti penali.
marzo 2015
Novazzano è teatro di una rapina a mano armata e tra gli autori in seguito arrestati vi sono anche alcune persone in possesso di un permesso B.
aprile 2015
Norman Gobbi introduce la misura straordinaria concernente l’obbligo di presentazione per i cittadini UE/AELS del casellario giudiziale e del certificato dei carichi pendenti per il rilascio e il rinnovo dei permessi di dimora B e per lavoratori frontalieri G. La misura, nel quadro delle limitazioni contemplate dall’ALC, è giustificata da motivi di pubblica sicurezza.
novembre 2015
Il 26 novembre il Governo decide di sospendere la richiesta del certificato dei carichi pendenti. Una decisione presa nell’ambito delle trattative fiscali tra Svizzera e Italia e dopo le pressioni avanzate dal Consiglio federale – dall’allora ministra delle Finanze Eveline Widmer-Schlumpf – per cui la misura ticinese rappresentava «una pietra d’inciampo» verso la firma dell’accordo. L’ammorbidimento si fonda però anche su argomentazioni operative e giuridiche (la richiesta è discutibile per il principio costituzionale della presunzione d’innocenza).

Quel filtro illegale ma efficace

Quel filtro illegale ma efficace

Dal Corriere del Ticino del 12 maggio 2016, Editoriale di Fabio Pontiggia

Libertà e sicurezza, libertà o sicurezza. L’eterno conflitto tra due capisaldi della nostra società si ripropone nell’Europa che, dopo averle aperte, socchiude qua e là le frontiere tra i suoi Paesi. In Europa ci siamo anche noi, sebbene fuori dall’Unione europea. Troppo spesso le due realtà vengono confuse, ciò che conferisce al termine e al concetto di Europa una connotazione negativa, sprezzante, che l’Europa invece non merita proprio. La questione del casellario giudiziale in Ticino è un granello di sabbia intrufolatosi negli ingranaggi della libera circolazione delle persone tra il nostro e i Paesi dell’UE. Vi si è intrufolato per ragioni di sicurezza (e un po’ anche quale ritorsione politico-economica contro Roma).

Obbligare i cittadini italiani, che chiedono di entrare in Ticino come frontalieri o dimoranti, a presentare sistematicamente l’estratto del casellario giudiziale è un provvedimento incompatibile con quanto prevede l’Accordo sulla libera circolazione delle persone. È dunque illegale. I dati, raccolti dal Dipartimento delle istituzioni diretto da Norman Gobbi, anticipati dal nostro giornale e ieri ufficialmente confermati e pubblicati dal Governo cantonale, ci dicono tuttavia che, in relazione all’obiettivo della sicurezza, quel filtro, per quanto illegale, è efficace. Ha infatti permesso di impedire l’entrata nel nostro cantone di pericolosi delinquenti, che senza quell’obbligo sarebbero oggi quotidianamente tra noi. Una libertà importante come quella di spostarsi da un Paese all’altro, senza venire preventivamente sospettati di essere dei delinquenti, viene così parzialmente limitata, oltre quanto prevedono le regole in vigore, in nome di una maggiore sicurezza per tutti. Il sacrificio in termini di libertà è minimo (chi ha la coscienza, oltre che la fedina penale, a posto non subisce di fatto limitazioni, ma solo un antipatico aggravio burocratico); il beneficio in termini di maggiore sicurezza è superiore (sia che la si intenda come sicurezza percepita, sia che la si misuri come sicurezza effettiva: 33 delinquenti in meno nel nostro territorio sono un dato di fatto).

Soppesando sacrificio e beneficio, il Consiglio di Stato ha dunque deciso ieri di mantenere quel filtro illegale ma efficace. È stata una decisione presa all’unanimità dai due ministri leghisti e da quelli liberale, popolare democratico e socialista. Con una condizione importante: che entro un anno il Dipartimento artefice del provvedimento elabori una soluzione possibilmente altrettanto efficace ma non più illegale, bensì compatibile con i vincoli dati dall’Accordo bilaterale sulla libera circolazione delle persone. Questa sarà un’impresa ardua, perché i paletti fissati dall’accordo sono molto stretti in tale ambito: non c’è infatti spazio per un’assunzione sistematica di informazioni di natura giudiziaria su chi entra in Svizzera: la verifica va fatta caso per caso, secondo il principio di proporzionalità, e i provvedimenti limitativi possono essere adottati esclusivamente in relazione al comportamento personale del cittadino che arriva da noi. Questo almeno è quanto stabiliscono i Bilaterali. Che in Ticino sono stati sempre popolarmente bocciati, ma che sono vincolanti anche nel nostro cantone in quanto approvati più volte dal popolo in Svizzera.

La palla torna così nel campo dell’autorità federale. E in quello dell’Italia. Ci saranno mugugni, disapprovazioni, denunce politiche e forse ultimatum. Dovremo conviverci per un annetto.

Gobbi: «Il Ticino non è nel mirino dell’ISIS, ma bisogna vigilare»

Gobbi: «Il Ticino non è nel mirino dell’ISIS, ma bisogna vigilare»

«Le persone arrestate giovedì in Italia «erano tutte molto pericolose». Ad affermarlo è il procuratore Antiterrorismo e Antimafia Franco Roberti, riferendosi alla banda di presunti jihadisti fermati ieri in Lombardia tra Lecco, Varese e Milano. Tra i fermati, lo ricordiamo, c’è anche il kickboxer Abderrahim Moutaharrik che col Ticino aveva legami particolari. Come riferito dal CdT, infatti, Moutaharrik – classe 1988, nato in Marocco ma residente a Lecco – si era allenato quasi giornalmente nella palestra Fight Gym Club di Canobbio, dove all’improvviso, nel settembre dello scorso anno, non si era più fatto vedere. E proprio nei confronti degli ormai ex compagni di allenamento Moutaharrik nutriva una sorta di fastidio, tanto da volersi vendicare di loro. All’origine di tutto ci sarebbe l’allontanamento dalla Svizzera dell’uomo, deciso dalle autorità elvetiche nel marzo del 2015. Ma il complesso mosaico che avvicina Svizzera e Italia, si arricchisce di un nuovo tassello. Infatti, come conferma il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi (foto in alto), la segnalazione di Moutaharrik alle autorità elvetiche è partita proprio dal Ticino. «La Polizia cantonale lo teneva d’occhio – spiega Gobbi – grazie al lavoro della sezione gestione informazioni, che ha poi fatto rapporto al SIC della Confederazione. Le autorità federali hanno poi emesso, il 23 marzo del 2015, il divieto di entrare in Svizzera». Sulla veridicità e la possibilità reale che Lugano fosse nel mirino del presunto jihadista Gobbi ha preferito mantenere il più stretto riserbo, così come sul monitoraggio attuale di altri soggetti potenzialmente pericolosi. In generale, il direttore del DI sottolinea come «il nostro Paese non sia tra gli obiettivi primari», Ticino incluso.

«Evidentemente – continua Gobbi – questo caso dimostra che non siamo esenti dalla presenza di presunti jihadisti, è quindi fondamentale che si vigili in maniera attenta sul territorio e che si condividano le informazioni con le autorità federali e con i partner italiani». La storia di Moutaharrik è molto simile alle altre vicende di presunti jihadisti che hanno subito il fascino dell’ISIS pur essendo apparentemente ben integrati con la società del Paese che li ospitava. Anche per il giovane kickboxer, tutto sarebbe mutato dopo essere venuto a conoscenza della morte dell’amico Oussama Khachia, soprannominato lo “jihadista di Viganello” e allontanato dalla Svizzera nel settembre del 2015. Khachia si era recato in Siria a combattere, e nel Paese aveva trovato la morte, probabilmente nel dicembre dello stesso anno. Da qui è partito l’avvicinamento all’Islam più radicale da parte di Moutaharrik, che in un secondo tempo sarebbe anche stato raccomandato per essere arruolato nell’ISIS da Mohamed Koraichi, che ha lasciato l’Italia con la famiglia per unirsi al sedicente Stato islamico. Dopo l’allontanamento dal Ticino dell’amico Oussama, Moutaharrik ha smesso di frequentare la palestra di Canobbio. Una sparizione improvvisa e apparentemente senza spiegazione quella del giovane, come confermato al CdT dall’allenatore del giovane, Andrea Ferraro. Secondo quanto riferiscono le autorità italiane la cellula bloccata giovedì era «in diretto collegamento con altri soggetti già operanti in Siria che incitavano a fare attentati in Italia: parliamo di un livello di pericolosità molto alto». Tuttavia, sottolineano ancora gli agenti dell’Antiterrorismo italiano, «il loro livello di operatività era basso. Non abbiamo trovato tracce di avvio di esecuzione dei progetti di attentati. Non abbiamo trovato armi, esplosivi o altri materiali. Siamo intervenuti in fase molto anticipata». Le autorità oltre confine, attraverso le intercettazioni telefoniche, stanno anche facendo luce su una vera e propria cerchia attraverso cui Moutaharrik cercava di fare proselitismo facendo leva su altri giovani della provincia di Lecco. «Gli metteremo a posto la testa», diceva il kickboxer prima di essere arrestato.

Migranti «Si chiudano le frontiere»

Migranti «Si chiudano le frontiere»

Dal Corriere del Ticino del 21 marzo 2016

Il presidente del Governo Norman Gobbi torna ad auspicare la sospensione di Schengen Lettere a Sommaruga, Maurer e Parmelin per lanciare un appello – Il precedente del 2015

L’estate scorsa aveva sollevato un polverone, facendo nascere alcuni attriti in seno al Consiglio di Stato e prestando il fianco a due interrogazioni parlamentari. Parliamo della richiesta di chiusura temporanea delle frontiere per ovviare a un’eventuale forte afflusso di migranti, tornata ieri d’attualità e sempre per bocca del presidente del Governo Norman Gobbi. Sì perché i festeggiamenti per i 25 anni della Lega (vedi il fototesto a lato) sono stati teatro di una nuova presa di posizione risoluta del direttore del Dipartimento delle istituzioni, destinata – visto il precedente del giugno 2015 – a fare ancora discutere. Ma non è tutto, poiché come rivelato dalla SonntagsZeitungs nel giro di alcune settimane Gobbi ha inviato tre lettere ai consiglieri federali Simonetta Sommaruga, Ueli Maurer e Guy Parmelin, lanciando l’allarme per la situazione straordinaria che potrebbe venire a crearsi al confine sud della Svizzera dopo lo sbarramento della rotta balcanica. Il tutto chiedendo per l’appunto di considerare anche la chiusura in via provvisoria della frontiera ticinese ai migranti in arrivo, con anche la mobilitazione dell’esercito a supporto delle guardie di confine.
Appoggiandosi all’idea avanzata nel 2011 da Giuliano Bignasca «di creare un muro al confine sud per difendere i ticinesi», Gobbi ieri ha dunque rispolverato la declinazione operativa di quella proposta: la temporanea sospensione di Schengen e di conseguenza la reintroduzione dei controlli sistematici alle frontiere. «A suo tempo – ha dichiarato il consigliere di Stato leghista – il Nano era stato criticato per questa idea ritenuta folle. Ora però sempre più Paesi attorno a noi stanno mettendo in atto questa iniziativa. Mentre in Svizzera ciò non ci viene permesso perché Sommaruga (direttrice del Dipartimento federale di giustizia e polizia, ndr) non vuole».
Un chiaro riferimento alle decisioni prese dapprima dall’Austria, e poi da Macedonia, Croazia, Slovenia e Serbia. Provvedimenti che potrebbero tradursi in un importante afflusso di migranti dall’Italia. Fermi al confine tra Grecia e Macedonia, questi potrebbero infatti decidere di raggiungere la Penisola attraversando l’Adriatico, per poi risalire verso nord in direzione della frontiera ticinese.
L’intervista e il polverone
Come detto non è la prima volta che Gobbi auspica una provvisoria chiusura delle frontiere. Lo stesso concetto era stato espresso in un’intervista rilasciata alla NZZ lo scorso mese di giugno, quando le domande d’asilo registrate a Chiasso erano quasi triplicate nel giro di due mesi, passando dalle 613 di aprile alle 1.766 di giugno. Le dichiarazioni a mezzo stampa del presidente del Governo avevano creato qualche malumore tra i consiglieri di Stato, con Paolo Beltraminelli e Christian Vitta che si erano detti «sorpresi di simili dichiarazioni», mentre Manuele Bertoli aveva parlato di affermazioni fatte all’insaputa dell’Esecutivo lamentandosi per la mancata informazione.
A seguito dell’intervista alla NZZ erano inoltre scattate due interrogazioni. La prima, firmata Natalia Ferrara Micocci (PLR), chiedeva al Consiglio di Stato se condividesse il parere di Gobbi e se quest’ultimo, in qualità di presidente, fosse legittimato a prendere posizione su temi di competenza federale. Da parte sua Lisa Bosia Mirra (PS) aveva sollecitato l’Esecutivo sulla «ragionevolezza» o meno delle affermazioni in questioni. Le risposte governative erano poi giunte tra l’ottobre e il dicembre scorsi. A Ferrara Micocci era stato chiarito come le dichiarazioni di Gobbi fossero da interpretare quali «opinioni di natura personale». Per altro precisando che sebbene la Costituzione cantonale «attribuisca all’Esecutivo il compito di dirigere collegialmente gli affari di sua competenza, ciò non significa che al singolo membro sia preclusa qualsiasi possibilità di esprimere la propria opinione». In merito alla legittimità delle considerazioni il Governo aveva però dato parzialmente ragione a Gobbi. Rispondendo a Bosia Mirra era in effetti stato precisato che «le preoccupazioni espresse dal nostro collega lo scorso mese di giugno, sull’impatto di questo fenomeno sul nostro Cantone apparivano legittime, anche in ponderazione del fatto che in questi casi è assai difficile prevedere l’evolversi di un fenomeno di una tale portata».

Massimo Solari

Diamo seguito alla chiara volontà espressa dal Popolo

Diamo seguito alla chiara volontà espressa dal Popolo

Dal Mattino della Domenica del 7 febbraio 2016 – SÌ all’iniziativa d’attuazione: per la nostra sicurezza e per il nostro rispetto

C’è molta carne al fuoco il prossimo 28 febbraio. Non penso solamente all’importante votazione sul risanamento del San Gottardo, bensì anche all’iniziativa per l’attuazione dell’espulsione degli stranieri che commettono reati. Per la sicurezza di tutti i cittadini è fondamentale sostenere questa iniziativa: non vogliamo e non possiamo più tollerare sul nostro territorio criminali stranieri, i quali mancano innanzitutto di rispetto al Paese – e di conseguenza al Popolo – che li ha accolti, che li ha dato una casa, un lavoro, un luogo dove vivere. A questo punto del dibattito, infiammatosi nelle ultime settimane, qualche fatto concreto dev’essere evidenziato come merita. Vicende reali, che hanno riempito la cronaca dei nostri media. Come nel caso del cittadino straniero di origine croata che nel 1993 fu condannato per violenza carnale commessa sul nostro territorio. Scontata la pena nel suo Paese, nel 2012 la persona richiese un permesso di soggiorno in Ticino, dove risiedono la moglie e i figli. E quando la richiesta fu respinta dal Dipartimento delle istituzioni – decisione poi confermata sia dal Governo che dal Tribunale cantonale amministrativo – questa persona si rivolse al Tribunale federale, che nel settembre 2014 gli diede ragione, sconfessando le autorità cantonali. Secondo l’Alta corte, il cittadino croato non rappresentava più un pericolo concreto per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri (!). Stiamo parlando di violenza carnale, non di un – seppur grave – furto. Un caso che oserei definire eclatante, un caso che non deve più verificarsi, poiché ci sono di mezzo la sicurezza e l’ordine pubblico del nostro territorio e di tutti i cittadini!

Sono questi i motivi per i quali già nel 2010 fui l’unico Consigliere nazionale della Deputazione ticinese a difendere la prima iniziativa lanciata dall’UDC per l’espulsione dei criminali stranieri. La dimostrazione che non mi sbagliavo venne quando il nuovo testo costituzionale fu approvato dal Popolo ticinese e da quello svizzero così come dalla maggioranza dei Cantoni. Peccato che, nonostante la creazione di gruppi di studio e varie consultazioni, nulla si sia mosso a livello normativo, mentre sul nostro il numero di incarcerazioni di stranieri nei penitenziari non ha mai smesso di aumentare. A questo punto, credo quindi sia venuto il momento di dare finalmente seguito alla chiara volontà espressa dal Popolo, il nostro Sovrano, senza se e senza ma. C’è infatti in gioco la credibilità della nostra democrazia, del nostro sistema di democrazia diretta che rappresenta la nostra forza e, perché no, anche il nostro orgoglio. Al di là delle narrazioni dei contrari a ogni costo, pronti a mettere in gioco pure la volontà popolare – aspetto molto pericoloso – i numeri sono inequivocabili. La Svizzera detiene infatti il poco invidiabile record europeo di detenuti stranieri, che oggi rappresentano il 74% della popolazione carceraria. Una situazione estrema che è addirittura peggiore in Ticino, dove 4 detenuti su 5 sono stranieri.

Questa situazione non è più tollerabile! Grazie all’iniziativa per l’attuazione possiamo raggiungere tre obiettivi: 1) rendere giustizia alla chiara volontà espressa dal Popolo svizzero e ticinese;
2) ridurre, grazie all’effetto deterrente, i reati, e con essi i costi amministrativi della giustizia e quelli per la risocializzazione dei detenuti; 3) non consentire più che stranieri autori di ripetuti atti criminali gravi possano restare nel nostro Paese. Non possiamo più ignorare che la situazione continua a peggiorare sul fronte della sicurezza, e non possiamo più continuare a negare l’applicazione del testo approvato dal Popolo svizzero nel 2010. Per tutte queste ragioni, sostegno fermamente l’iniziativa di applicazione, e il 28 febbraio invito i Ticinesi a votare un «sì» convinto. Per la nostra sicurezza e per il nostro rispetto!

Dal 2010 la situazione è peggiorata

Dal 2010 la situazione è peggiorata

Ticino: quasi l’80% dei detenuti è straniero

Era il lontano 2010 quando fui l’unico Consigliere nazionale della Deputazione ticinese a battermi tenacemente a favore dell’iniziativa popolare per l’espulsione dei criminali stranieri. L’esito delle urne ci diede ragione: infatti, il Popolo ticinese (61.3%) e quello svizzero (52.9%), nonché la maggioranza dei Cantoni (17.5%), approvarono il nuovo testo costituzionale che prevede l’espulsione degli stranieri residenti condannati per atti criminali di una certa gravità. Da allora, nonostante la creazione di gruppi di studio per l’attuazione del testo costituzionale e la consultazione svolta nei partiti e nei Cantoni nel 2012, nulla si è mosso. Anzi no, qualcosa di fatto è accaduto: il numero di incarcerazioni di stranieri nelle strutture carcerarie svizzere è aumentato negli ultimi anni.

L’incremento del numero di stranieri incarcerati, registrato negli ultimi anni, ha continuato, difatti, a consolidarsi e la Svizzera detiene ormai il per nulla invidiabile record europeo di detenuti stranieri: ben il 74%. In Ticino la situazione è ancora peggiore: 4 detenuti su 5 sono stranieri. Dati che, confrontati con quelli europei, evidenziano una forte e allarmante differenza con quanto accade nell’Unione europea, dove si registra una percentuale di detenuti stranieri, marcatamente inferiore, pari al 21%. In Italia circa un terzo dei detenuti registrati sono di origine straniera (in maggioranza nelle detenzioni di breve durata), mentre i due Paesi dell’UE con il tasso più alto sono il Belgio con il 42% e l’Austria con il 46%.

Votando a favore dell’iniziativa d’attuazione possiamo consolidare e migliorare tre aspetti importanti. In primo luogo si potrà dar finalmente seguito alla chiara volontà che il Popolo svizzero e quello ticinese hanno espresso nel 2010: l’esercizio dei diritti politici non deve rimanere un semplice esercizio di stile. In nessun Paese come in Svizzera il Popolo è infatti veramente Sovrano; un principio, un valore, che rappresenta la forza del nostro Paese e che sarebbe pericoloso svuotare di significato, specialmente in un ambito delicato e sensibile come questo. Secondariamente, sarà possibile ridurre i costi relativi all’amministrazione della giustizia e alla risocializzazione dei detenuti; queste spese, grazie all’effetto deterrente e alle conseguenze amministrative (perdita del diritto di soggiornare nel nostro Paese) consentiranno potenzialmente di ridurre i reati gravi e quindi le conseguenti incarcerazioni. Infine, grazie all’iniziativa si potranno evitare i casi in cui stranieri colpevoli di aver commesso in più di un’occasione atti criminali ritenuti gravi non possono essere allontanati dalla Svizzera. Sono situazioni che difficilmente sono comprensibili e ancora tollerabili dai cittadini elvetici. Gli esempi in questo ambito purtroppo non mancano nemmeno in Ticino, dove le decisioni prese dai servizi della migrazione del Dipartimento delle istituzioni e confermate dal Tribunale cantonale amministrativo vengono poi annullate dal Tribunale federale. In questo senso ricordo il caso di un cittadino di origine croata che nel 1993 commise il reato di violenza carnale per il quale fu condannato e in seguito scontò la pena nel suo Paese. Nel 2012 la persona in questione fece domanda per ottenere un permesso di soggiorno in Ticino, dove risiedono la moglie e i figli; richiesta che – per motivi di sicurezza e di ordine pubblico – fu negata dalla Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni. Una decisione in seguito confermata sia dal Consiglio di Stato che dal Tribunale cantonale amministrativo. Il 15 settembre 2014, il Tribunale federale sentenziò invece che il cittadino croato poteva risiedere in Svizzera poiché, secondo l’Alta corte federale, non rappresentava più un pericolo concreto per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri, annullando di fatto le decisioni prese in precedenza dalle istanze cantonali.

Concludendo, la situazione dal voto del 2010 è peggiorata, segnando pure un aumento delle incarcerazioni e del numero di detenuti di origine straniera. Le critiche mosse contro l’iniziativa per l’attuazione, soprattutto sul fatto che il testo proposto sia troppo rigido, provengono da coloro che in questi 5 anni non hanno permesso la realizzazione del testo votato e approvato dal Popolo svizzero nel 2010. Sostengo quindi fermamente l’iniziativa, e il 28 febbraio invito tutti i cittadini a votare un sì convinto per riuscire finalmente a concretizzare la chiara volontà espressa nel 2010!
Norman Gobbi, Consigliere di Stato, Airolo

Nuovo delegato per l’integrazione degli stranieri

Nuovo delegato per l’integrazione degli stranieri

Il Consiglio di Stato ha nominato oggi Attilio Cometta quale nuovo Delegato cantonale per l’integrazione degli stranieri, che sostituirà Francesco Mismirigo prossimo al beneficio del pensionamento.

Attinente di Arogno e domiciliato a Biasca, Attilio Cometta, classe 1959, è dal 2003 a capo della Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni. Dopo aver ottenuto la licenza in diritto all’Università di Friborgo, ha iniziato la sua attività professionale nel 1990 come Segretario assessore della Pretura del Distretto di Blenio per poi assumere dal 1996 al 2003 la funzione di Capo dell’Ufficio di esecuzione e fallimenti di Bellinzona. Il nuovo Delegato cantonale avrà il compito di favorire il promovimento dell’integrazione degli stranieri e la prevenzione della discriminazione come stabilito dalla Confederazione. Tra i principali ambiti di sua competenza vi è l’elaborazione e l’applicazione del Programma d’integrazione cantonale nel quale sono fissati gli obiettivi e i campi d’intervento in questo ambito. Inoltre, assicurerà i contatti in materia d’integrazione con i comuni, le associazioni private e para pubbliche nonché le comunità degli stranieri, garantendo pure il collegamento intercantonale nell’ambito della Conferenza svizzera dei Delegati.

Il Consiglio di Stato coglie l’occasione per ringraziare Francesco Mismirigo per l’impegno e la dedizione con cui ha sempre svolto i compiti a lui assegnati e formula ad Attilio Cometta i migliori auguri per l’esercizio della sua nuova funzione.