Prima i nostri: “sa po’ fa!”

Prima i nostri: “sa po’ fa!”

Dal Mattino della domenica | Norman Gobbi presenta al Governo le sue proposte per dare seguito alla volontà popolare

Andrea è un ragazzo di 25 anni residente nel Mendrisiotto, l’ho incontrato alla fiera di San Martino la settimana scorsa. Mi ha parlato della sua situazione lavorativa: terminati gli studi non ha un lavoro e non riesce a trovare un impiego da ormai un anno. Mi ha raccontato della sua frustrazione quando ai colloqui i datori di lavoro gli propongono uno stipendio poco dignitoso per un giovane con una laurea in economia. Una laurea che è riuscito a ottenere non senza sacrifici, lavorando part-time in una ditta di sicurezza. Colloqui su colloqui. L’ultimo una decina di giorni fa. Non lo hanno assunto. Hanno preferito assumere un suo coetaneo residente oltre confine. E prima di salutarci mi ha detto “Non è facile Norman. Cerco di essere ottimista. Spero che le Autorità facciano qualcosa. Spero che si applichi il prima possibile la votazione su prima i nostri. Noi ticinesi abbiamo detto “sì”. Abbiamo detto che vogliamo uscire da questa situazione. Fate qualcosa”.

Di situazioni come quella di Andrea ce ne sono tante. Troppe. E dobbiamo reagire. I ticinesi hanno detto si a “Prima i nostri” in votazione popolare. Hanno detto sì al principio di favorire i lavoratori svizzeri e residenti. Per situazioni come quella del giovane momò e per dare seguito al volere del Popolo in tempi realistici ho fatto a modo mio. Il Parlamento si è mosso creando la commissione parlamentare. Ma anche noi, come Consiglio di Stato, dovevamo fare qualcosa. Non potevamo restare con le mani in mano. Per questo motivo ho presentato ai miei colleghi di Governo una serie di proposte che possono essere attuate con una certa urgenza. Si tratta di una serie di misure concrete e straordinarie che possono essere realizzate dal Consiglio di Stato e sono complementari al lavoro che dovrà svolgere la Commissione parlamentare.

Cosa propongo nel concreto? Nell’Amministrazione cantonale diamo la priorità ai cittadini svizzeri e residenti per ovvii motivi. Un principio che possiamo impegnarci a garantire. Un principio che ho iniziato ad applicare nelle assunzioni del mio Dipartimento. Perché quindi non estenderlo a tutti i servizi statali? Diamo il buon esempio!

E ancora: impegniamoci ad assegnare i concorsi per le commesse pubbliche dello Stato a quelle ditte e a quelle aziende che favoriscono al loro interno un buon numero di lavoratori indigeni. Per loro sarà un incentivo ad assumere personale con il passaporto rossocrociato.

Bisognava scuotere le acque ed è quello che ho voluto fare. Ho discusso le misure con i miei quattro colleghi. Ora approfondiremo le proposte e valuteremo come attuarle. Un atto dovuto nei confronti di tutti i Ticinesi che hanno detto sì a Prima i nostri. A tutte quelle persone come Andrea che hanno riposto la loro fiducia nelle Autorità politiche.
Questo è il metodo leghista. Non ci scoraggiamo e non ci fermiamo davanti a quegli antipatici “a sa po mia”. Perché invece possiamo, anzi dobbiamo! Perché quello che voglio, quello che vuole la Lega dei ticinesi è tutelare gli interessi di tutte quelle persone che ci hanno dato fiducia. Quella fiducia che mi impegnerò sempre a garantire nel rispetto del nostro sistema democratico! Per il nostro Ticino. Per tutti i Ticinesi.

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Prima i nostri: Norman Gobbi esce allo scoperto

Prima i nostri: Norman Gobbi esce allo scoperto

Dal Corriere del Ticino | Per attuare la volontà popolare il direttore delle Istituzioni ha presentato in Governo un piano di misure urgenti Quote minime di residenti nelle aziende per contratti e mandati pubblici – Previste penalizzazioni finanziarie

Mossa a sorpresa in Governo sull’iniziativa popolare Prima i nostri, sostenuta dal 58,3% dei ticinesi. Mentre andava in scena il duello tra chi voleva un tavolo tecnico e chi una Commissione parlamentare per passare dalle parole ai fatti, un consigliere di Stato stava elaborando una proposta d’attuazione, almeno per quanto concerne il Cantone. Il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi la sua idea l’ha messa sul tavolo dell’Esecutivo nel corso dell’ultima seduta plenaria, proprio mentre la commissione incaricata dal Parlamento, ha avviato i lavori, mettendo già le mani in avanti: si prevedono tempi più lunghi del previsto.

Ma torniamo al modello elaborato da Gobbi e messo nero su bianco in una Nota a protocollo del Governo, in attesa che l’intero collegio la approfondisca e renda eventualmente operativa la soluzione del collega. Quelle elencate sono ritenute delle «misure urgenti straordinarie di competenza dell’Esecutivo cantonale» per far sì che il Cantone dia fattivamente il buon esempio nell’applicare «il principio di favorire i lavoratori svizzeri o residenti. Ritenuto come il concetto di residenti è da intendere come cittadini svizzeri domiciliati in Ticino e Svizzera e di cittadini stranieri con permesso di domicilio C residenti in Ticino». L’effetto pratico – oltre a proseguire con la priorità dei residenti nelle assunzioni statali – sarà sui contratti di prestazione e le commesse pubbliche: si tratterà di fissare paletti più stretti e chi sgarrerà nel seguire le direttive che derivano dalla messa in pratica di Prima i nostri nel settore pubblico, incasserà meno. Il tutto inserendo puntuali «parametri qualitativi». Insomma, si solleticherà la controparte su uno dei nervi più sensibili: il borsellino. Nella nota si evidenza come pure il Governo «debba agire tempestivamente nei suoi ambiti di competenza nel rispetto dello spirito dell’iniziativa popolare costituzionale, indipendentemente dai lavori di competenza del Legislativo».

Nel mirino trasporti e sociosanitario

Ma veniamo alle misure pratiche. Il Governo potrebbe fissare «nei contratti di prestazione con enti parastatali una percentuale, calcolata sulla realtà del mercato del lavoro indigeno delle singole professioni, indicante la quota del personale residente in forza ad aziende di trasporto pubblico e aziende socio-sanitarie. Eccezioni devono essere approvate dal Consiglio di Stato. Fluttuazioni al di sotto della percentuale di residenti stabilita devono essere notificate al Consiglio di Stato e sono da considerarsi eccezionali e temporanee». Ogni regola che si rispetti ammette però un’eccezione: «Sulla base di un’analisi del mercato del lavoro per le singole professioni, il Consiglio di Stato definisce una tempistica entro la quale la percentuale di residenti stabilita dovrà essere raggiunta e indicherà un piano nel quale saranno indicate delle percentuali intermedie e la relativa tempistica, il tutto nel rispetto del naturale ricambio del personale assunto in sostituzione di personale che abbandona l’azienda (potenziamento, sostituzione, pensionamento e dimissioni). In caso di inottemperanza il Consiglio di Stato può disporre dei provvedimenti che possono contemplare anche la riduzione del montante concordato».

Paletti temporali da rispettare

E veniamo al terzo punto: «Di inserire nelle commesse pubbliche e contratti di prestazione il principio di favorire l’assunzione di residenti. Concretamente avverrà attraverso la definizione di una percentuale minima di lavoratori residenti impiegati dall’azienda (sede ticinese), calcolata sulla realtà del mercato del lavoro indigeno delle singole professioni, da raggiungere entro il momento della sottoscrizione o entro un lasso di tempo definito nel mandato, riservandosi di indicare un piano nel quale saranno indicate delle percentuali intermedie e la relativa tempistica. La percentuale minima, o il rispetto del piano eventualmente deciso, deve essere mantenuta fino alla fine della validità del mandato o all’esaurimento dello stesso. In caso di inottemperanza il Consiglio di Stato può disporre dei provvedimenti che possono contemplare anche la riduzione del montante concordato». In seguito, si legge che «indipendentemente dal tipo di procedura scelta per l’attribuzione di una commessa, nella scelta dell’offerente a cui attribuire la commessa, la percentuale di personale residente impiegato nella sede ticinese dell’azienda, stabilito sulla situazione della realtà specifica del mercato del lavoro delle singole professioni, deve essere uno dei criteri di aggiudicazione descritti nel bando di concorso. Analogamente il criterio della percentuale di personale residente impiegato deve valere anche per le sedi ticinesi delle aziende alle quali la prestazione, o parte della stessa, viene eventualmente, e se ammesso, subappaltata. Evidentemente sono favoriti gli offerenti con il maggior numero di residenti». Il ragionamento che sottintende la proposta è: più residenti hai in organico, maggiore è la possibilità di ricevere la commessa pubblica.

L’intervista «Ho agito un po’ da leghista e un po’ da consigliere»

Su Prima i nostri il Gran Consiglio ha appena deciso di puntare su una commissione parlamentare. Perché questa mossa ora?

«Per dar seguito alla volontà popolare il Parlamento deve e può sicuramente fare le sue riflessioni in termini di modifiche legislative. Ciò detto vi sono altri ambiti che esulano dalla competenza del Legislativo e che devono poter essere affrontate dal Governo con modifiche di prassi, regolamenti, ma anche – se opportuno – di leggi. Si trattava di non rimanere con le mani in mano, anche perché qualcuno ha avuto questa impressione. Così però non è mai stato. Il mio obiettivo è quello di procedere con un piano chiaro per quanto di nostra competenza, sfruttando i margini disponibili a livello di Amministrazione e poi estendere il tutto agli altri enti esterni».

Agendo in questo modo ha voluto dare uno scossone a tutto il Governo, che forse è stato troppo passivo?

«A mio avviso il messaggio è chiaro alla politica e al popolo. Direi quindi che lo scossone deve passare più in seno all’Amministrazione, dove talvolta non si utilizzano tutti gli spazi a disposizione per cercare di promuovere, nel rispetto delle leggi, l’economia ticinese. E per quanto riguarda i contratti di prestazioni che lo Stato fa in determinati ambiti dobbiamo renderci conto di come la spesa pubblica possa essere influenzata anche con parametri qualitativi che favoriscano l’occupazione indigena».

I suoi colleghi come hanno recepito la sua proposta?

«La disponibilità del Governo per andare in questa direzione è completamente data, tant’è che alcuni colleghi hanno già proposto delle modifiche da inserire nei vari mandati di prestazione».

In vista del 25 settembre il Governo s’era schierato all’unanimità contro l’iniziativa UDC, mentre lei non aveva mai nascosto la sua “simpatia” per Prima nostri. Il suo è un intervento in veste di consigliere di Stato o di leghista?

«Un po’ tutte e due. Ma lo leggo soprattutto come il voler dar seguito alla volontà popolare. È vero, manca ancora la garanzia federale. Ma se il Governo sfrutta appieno il margine di manovra che gli è attribuito, seguire i cittadini è cruciale al fine di dimostrare che il “sa pò mia” invece “sa pò”. Il tutto per lanciare un segnale di sostegno alla nostra economia e fugando i dubbi verso molte piccole medie imprese che si sono sentite bistrattate dopo alcune misure delle autorità fatte con lo spirito giusto ma percepite negativamente».

Ma definire delle percentuali di residenti da impiegare non si avvicina all’idea dei contingenti del 9 febbraio?

«Questo è il tocco leghista, anche se la via proposta è flessibile poiché varia a seconda delle professioni».

In che tempi ritiene che le misure avanzate possano essere attuate?

«Ora si tratta di approfondire in che modo rendere operative le proposte. Faccio un esempio: nel settore sanitario o edile, storicamente caratterizzati da manodopera straniera che non crea particolari problemi, è impensabile pretendere subito un cambio di paradigma. Nei rami diventati i nuovi campi di conquista del frontalierato, come i servizi nel terziario, devono per contro essere primariamente interessati da queste misure. Se penso poi al personale amministrativo, è uno di quei settori dove pretendo che tutti siano lavoratori indigeni».

Il casellario fa breccia anche a Berna

Il casellario fa breccia anche a Berna

Dal Mattino della domenica | 53 criminali in meno sul nostro territorio grazie alla misura introdotta da Norman Gobbi

È salito a 53 il numero di criminali stranieri a cui è stato negato il permesso per venire a vivere o a lavorare nel nostro Cantone. È passato un anno e mezzo da quando il mio Dipartimento ha introdotto la misura straordinaria volta a salvaguardare e a tutelare l’ordine pubblico e la sicurezza sul nostro territorio. Una misura che il Governo ha deciso di mantenere in vigore a maggio e che ora ha fatto breccia anche nella Berna federale. A inizio settimana, infatti, la Commissione istituzioni politiche del Consiglio degli Stati ha sostenuto, su invito del Governo, due iniziative del Parlamento cantonale che vanno nella stessa direzione della nostra misura straordinaria. Anche a Berna quindi iniziano a vedere di buon occhio la richiesta sistematica del casellario giudiziale per tutti coloro che intendono venire a soggiornare o a lavorare alle nostre latitudini.

Qualcuno negli scorsi giorni mi ha fatto notare che sul totale delle 30mila domande trattate in un anno e mezzo dalla Sezione della popolazione 53, è un numero irrisorio. Il nostro obiettivo, come ho ribadito a più riprese, non è quello di discriminare i cittadini stranieri nel venire a risiedere o a lavorare da noi! Assolutamente. Vogliamo dare più sicurezza al Ticino e ai ticinesi. Chi sono queste 53 persone a cui è stato negato l’ingresso nel nostro Cantone? Di quale crimine si sono macchiate?

Rapine, sequestro di persona, furti, estorsioni, lesioni personali, porto d’armi, bancarotta fraudolenta, omicidio, spaccio di droga e distruzione di cadavere (!), sono solo alcuni esempi dei reati per i quali a queste persone non abbiamo rilasciato il permesso. Non parliamo quindi di una multa per eccesso di velocità o per divieto di parcheggio, nelle quali molti di noi potrebbero essere incappati per disattenzione o noncuranza, ma di crimini violenti e ripetuti! Crimini che, grazie alla misura del casellario che ho introdotto nel 2015, non saranno commessi sul nostro territorio.

Il nostro messaggio è giunto anche a Berna. Una misura – quella sul casellario – sostenuta sia dal Popolo (sono 12’192 le firme raccolte grazie alla petizione promossa dalla Lega dei Ticinesi!) che dal Parlamento e dal Governo. Ora anche la Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio degli Stati sostiene la richiesta del Gran Consiglio ticinese, che auspica la presentazione dell’estratto del casellario giudiziale per i cittadini provenienti dall’Unione europea che intendono soggiornare o lavorare in Svizzera. Il cammino è ancora lungo, ma un altro importante passo per la nostra sicurezza è stato fatto.

Un’ottima notizia per il nostro Cantone a conferma che stiamo lavorando nella giusta direzione e che la nostra voce, con le nostre preoccupazioni, è arrivata fino a Berna. Un motivo di orgoglio per il nostro movimento che si è fatto messaggero di questa iniziativa a favore della sicurezza del Ticino e di tutta la Svizzera.

Ora toccherà alla Commissione del Nazionale pronunciarsi. Sarà una battaglia durissima, ma sarà necessaria per far capire a tutti che nel nostro Paese abbiamo bisogno di nuovi strumenti per combattere le minacce attuali. Come ci hanno mostrato casi come quello della ‘ndrangheta a Frauenfeld, nessuna regione elvetica è immune da infiltrazioni di organizzazioni criminali: per questo penso che la richiesta del casellario a livello nazionale sia una misura adeguata e corretta.

Non ci sono più scuse per andare contro questa misura: i dati mostrano come il casellario non sia una barriera, bensì un filtro efficace contro le persone che hanno commesso reati gravi all’estero. Il sostegno da parte di cittadini stranieri che vogliono lavorare o dimorare onestamente nel nostro territorio è la dimostrazione che questa misura non è discriminatoria: chi non ha nulla da nascondere, non ha nulla da temere!
Come spesso succede il nostro Cantone fa scuola: è un laboratorio nel quale sono testate per la prima volta nuove misure, in seguito adottate in tutto il territorio elvetico. Anche perché quelle problematiche che inizialmente sono solo prerogativa ticinese, come la questione della migrazione, diventano in seguito una preoccupazione condivisa da tutto il Popolo svizzero.

Sono orgoglioso di questa nostra piccola vittoria che ancora una volta ha fatto diventare un tema ticinese d’interesse nazionale. Abbiamo il diritto di conoscere chi vive e chi lavora a casa nostra. I risultati raggiunti fino ad ora sono già stati importanti perché ci hanno permesso di lasciare o mettere “fuori dalla porta” 53 criminali, ma con l’estensione della proposta a livello svizzero miriamo a tenere lontane dall’intero Paese queste persone poco raccomandabili che vogliono portare da noi problemi come la criminalità organizzata, già radicata in altri Paesi limitrofi!

Non mi stancherò mai di ripeterlo, la sicurezza, oltre ad essere un bene primario, rappresenta un valore fondamentale per la Svizzera. Un valore che lo Stato è chiamato a garantire quotidianamente e che io stesso mi impegno a tutelare, attuando misure come quella sul casellario. Continueremo per questa strada, per la nostra sicurezza e per quella di tutto il nostro Paese!

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Casellario, si apre una porta

Dal Corriere del Ticino | Sì alle iniziative ticinesi in Commissione degli Stati – Ora tocca alla gemella del Nazionale Due le possibilità da verificare: un negoziato con Bruxelles o un intervento autonomo

A Berna si è aperta una porticina per la contestata richiesta del casellario giudiziale a chi vuole lavorare in Svizzera. Una misura che il Ticino ha introdotto nell’aprile 2015 per chi richiede un permesso B (dimora) o G (frontaliere) e che è stata criticata sia dall’Italia che dal Consiglio federale.

Ieri invece la Commissione delle istituzioni politiche degli Stati ha accolto con un voto serrato due iniziative del Gran Consiglio ticinese, le quali chiedono al Parlamento federale di intervenire affinché le informazioni sui precedenti penali di cittadini UE possano essere richieste sistematicamente. Oggi l’accordo sulla libera circolazione delle persone permetterebbe di raccogliere tali informazioni solo in presenza di motivi fondati, come un possibile rischio per la sicurezza e la salute pubbliche.

Le due iniziative, presentate nel Legislativo cantonale dall’allora granconsigliere Lorenzo Quadri (Lega), sono state accolte con 6 voti contro 5 e 1 astenuto. La maggioranza è stata raggiunta grazie al voto preponderante (ovvero che vale doppio in caso di parità) del presidente Peter Föhn (UDC). Ora le iniziative dovranno passare al vaglio della Commissione gemella del Nazionale, dove siedono Marco Romano (PPD) e Roberta Pantani (Lega). Se verranno accolte, torneranno alla Commissione degli Stati che dovrà elaborare un progetto di legge. Quest’ultimo dovrà poi essere accolto da entrambe le Camere per entrare in vigore.

La strada è quindi ancora lunga, tuttavia il voto di ieri rappresenta pur sempre una nuova apertura nei confronti della misura ticinese. Nel maggio del 2015 il Nazionale aveva bocciato una mozione di Lorenzo Quadri dello stesso tenore, per l’incompatibilità di tale misura con la libera circolazione. Lo scorso maggio la Commissione degli Stati aveva poi sospeso l’esame delle due iniziative ticinesi; si voleva aspettare l’esito della votazione sulla Brexit, e capire se sarebbe stato possibile avviare con l’UE una rinegoziazione della libera circolazione.

Così non è stato, almeno per il momento, spiega il senatore Filippo Lombardi (PPD). Non è detto che in futuro si possa tornare a discutere con Bruxelles. La Commissione ha quindi deciso di tenere la porta aperta, anche in considerazione dell’esperienza fatta dal Ticino e riassunta in una lettera che è stata recapitata ai vari membri della Commissione. «Si è capito che il casellario viene richiesto per motivi di sicurezza e non come filtro per gestire l’immigrazione», afferma Lombardi. In un comunicato stampa, la Commissione si dice «pienamente consapevole» che la richiesta del casellario potrebbe risultare problematica. Tuttavia ritiene che occorra verificare se sia possibile giungere a un’intesa con l’UE oppure se sia possibile un’iniziativa autonoma da parte della Svizzera o di singoli Cantoni su un punto della libera circolazione, ritenuto d’importanza piuttosto secondaria».

Gobbi: «Niente illusioni»

Il capo del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi è soddisfatto ma tiene i piedi per terra. «Non mi faccio illusioni. Parliamo di una decisione commissionale che reputo comunque un segnale verso chi ha anche parlato di pietra d’inciampo nelle discussioni con l’Italia. Non si tratta di un blocco o di una barriera, ma di un filtro necessario. Tra le ultime persone a cui è stato negato il permesso troviamo condanne per estorsione, rapina o sequestro di persona. Vogliamo tutelare gli interessi del cantone impedendo l’entrata di potenziali criminali sul territorio». Da parte italiana però il casellario è considerato un ostacolo alla ratifica dell’accordo fiscale sui frontalieri. «Non si vuole discriminare i cittadini stranieri. Questo è il messaggio di cui dovranno tenere conto le Autorità federali nelle trattative con l’Italia. Messaggio che continueremo a portare a Berna. Per attuare la volontà popolare sul 9 febbraio gli accordi sulla libera circolazione andranno comunque rivisti».

Casellario, avanti comunque

Casellario, avanti comunque

Da laRegione | Il governo chiede a Berna di ‘sostenere’ le iniziative cantonali. Gobbi: in caso di no? Continuiamo – La parola alla commissione degli Stati. Agustoni: speriamo che ora decida, alla luce anche dei nuovi dati.

Il governo invita la commissione degli Stati a sostenere le iniziative ticinesi per dare anche agli altri Cantoni la possibilità di chiedere la fedina penale. Gobbi: noi andiamo avanti comunque.

«Non ci facciamo grandi illusioni». E in ogni caso si andrà avanti su questa strada. Ma per il Consiglio di Stato e il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi valeva e vale la pena ribadirlo: numeri alla mano, l’obbligo di presentare il casellario giudiziale per i cittadini italiani che richiedono il rilascio o il rinnovo di un permesso B (dimora) o G (frontalieri) ha dato “risultati positivi”. Perciò il governo cantonale ha scritto a Berna, ovvero alla Commissione istituzioni politiche del Consiglio degli Stati che in questi giorni dovrebbe entrare nel merito del dossier, invitandola a “sostenere le iniziative del Gran Consiglio ticinese” con le quali si propone per l’appunto “di introdurre la richiesta sistematica della fedina penale per i cittadini stranieri” – distaccati compresi – “provenienti dall’Unione europea che intendono soggiornare o lavorare in Svizzera”. «Non ci facciamo grandi illusioni, poiché – spiega Gobbi alla ‘Regione’ – siamo consci del fatto che la nostra realtà e le nostre esigenze non sono paragonabili a quelle di altre regioni svizzere. È tuttavia importante marcare il territorio, ricordando anche che il Gran Consiglio ha votato a larghissima maggioranza (era il settembre 2015, ndr) a favore della misura. Una misura che, a nostro parere, ha dato dei risultati». Risultati resi noti ieri. Da circa un anno e mezzo vige l’obbligo di produrre il casellario: ebbene, la Sezione della popolazione ha esaminato 30’689 richieste di permessi Be G e per 263 casi (0,86 per cento) sono emersi “elementi rilevanti di natura penale” che hanno comportato approfondimenti. Al termine dei quali si è deciso di non concedere il permesso a 53 persone (0,17 per cento). Non proprio numeri da far girare la testa. «Ma è importante considerare – ribatte il capo del Di – la qualità oltre che la quantità. Perché grazie a questa misura straordinaria si è evitato che venissero a lavorare o a risiedere sul nostro territorio rapinatori, estorsori, sequestratori e via dicendo. Persone poco raccomandabili che si è riusciti a tenere lontane».

‘Misura da istituzionalizzare’

Insomma, il Ticino promuove (di nuovo) a pieni voti il casellario. E se Berna con la sua Commissione dovesse bocciare le iniziative ticinesi? «Si continua», assicura Gobbi. Tuttavia il provvedimento rimane di natura straordinaria e il governo dovrà sbrogliare la matassa, trovando un’alternativa peraltro compatibile con la libera circolazione delle persone. «Il nostro obiettivo – conferma Gobbi – è di istituzionalizzare questa misura che, ribadisco, ha dato risultati positivi. Il nostro territorio è più esposto rispetto ad altri all’arrivo di persone poco raccomandabili, vista la prossimità con l’Italia e i suoi problemi di ordine pubblico spesso legati alla presenza di criminalità organizzata». La commissione degli Stati aveva sentito agli inizi di maggio i granconsiglieri Amanda Rückert (Lega) e Maurizio Agustoni (Ppd). Terminate audizione e discussione, i commissari avevano deciso di congelare la trattazione delle iniziative cantonali. “Mancano ancora degli elementi per potersi pronunciare”, aveva spiegato Fabio Abate, membro Plr della Commissione istituzioni politiche. «Spero che ora i commissari si pronuncino, alla luce sia dei nuovi dati forniti dal Consiglio di Stato, che confermano la necessità della misura, sia di recenti votazioni popolari, come ‘Prima i nostri’, da cui scaturisce una sensibilità particolare del Ticino nei confronti della frontiera, anche per l’aspetto sicurezza», rileva Agustoni, autore in Gran Consiglio del rapporto su una delle iniziative cantonali. «La richiesta dell’estratto del casellario giudiziale – aggiunge – è del resto il minimo sindacale: se si volesse essere veramente incisivi, disponendo di un ulteriore elemento di valutazione, bisognerebbe tornare a chiedere pure il certificato dei carichi pendenti, che informa dell’esistenza di eventuali procedimenti penali in corso». Quanto alla compatibilità con il diritto internazionale della misura concernente il casellario giudiziale, l’accordo sulla libera circolazione «andrà comunque ridiscusso dopo il voto del 9 febbraio 2014».

Altolà ad altri 20 stranieri

Altolà ad altri 20 stranieri

Dal Corriere del Ticino | Nuove decisioni negative sui permessi: sono 53 le persone con precedenti bloccate Lettera del Governo alla Commissione degli Stati per applicare la misura in Svizzera

«Negli ultimi sei mesi sono state emesse ancora 20 decisioni negative per un totale di 53, a tutela della sicurezza del nostro territorio». Questo il bilancio aggiornato dal Dipartimento delle istituzioni relativo alla richiesta di presentazione dell’estratto del casellario giudiziale per i cittadini di Stati dell’Unione europea che intendono soggiornare o lavorare in Svizzera. Una misura straordinaria che, lo ricordiamo, il consigliere di Stato Norman Gobbi aveva introdotto nell’aprile dell’anno scorso con lo scopo di tutelare la sicurezza del territorio. In sostanza si tratta di bloccare chi ha alle spalle precedenti penali gravi. Il bilancio del Governo a fine marzo contemplava 33 decisioni negative: la misura aveva impedito l’entrata in Ticino di una persona condannata per omicidio continuato e distruzione di cadavere e persone che avevano commesso reati quali la detenzione illegale di armi e munizioni e rapina continuata. La richiesta di presentazione del casellario si avvicina però a un bivio: all’inizio del 2017 il Dipartimento, su incarico del Governo, sarà tenuto a presentare una variante sostitutiva della misura per sbloccare il dossier fiscale pendente tra Svizzera e Italia. Nella nota stampa Gobbi ha inoltre evidenziato che «il Consiglio di Stato ha scritto oggi (ndr. ieri per chi legge) alla Commissione istituzioni politiche del Consiglio degli Stati, invitandola a sostenere le iniziative del Gran Consiglio ticinese a favore della presentazione dell’estratto del casellario giudiziale». In questi giorni si stanno tenendo le riunioni della Commissione, che all’ordine del giorno presenta la discussione sulle due iniziative depositate nel 2015 dal Gran Consiglio ticinese: «All’Assemblea federale viene domandato di introdurre la richiesta sistematica della fedina penale per i cittadini stranieri provenienti dall’Unione europea che intendono soggiornare o lavorare in Svizzera», ha sottolineato Gobbi. Con la lettera inviata alla Commissione, il Consiglio di Stato intende esprimere «il proprio sostegno alle due iniziative, evidenziando i risultati positivi ottenuti in Ticino dopo l’introduzione della misura straordinaria che prevede la richiesta del casellario giudiziale per il rilascio e il rinnovo dei permessi B (di dimora) e G (per lavoratori frontalieri)», ha proseguito Gobbi. Per il rilascio o rinnovo dei permessi B e G, le Istituzioni fanno sapere che dall’introduzione della misura straordinaria su un totale di 30.689 domande esaminate dalla Sezione della popolazione, in 30.426 casi (99,14%) la procedura si è conclusa con il rilascio o il rinnovo del permesso, a dimostrazione dell’equità della misura. In 263 occasioni (0,86%) sono invece emersi elementi rilevanti di natura penale, che hanno portato a un approfondimento del dossier: per 53 di queste richieste, come detto, sono in seguito giunte decisioni negative. «Il Consiglio di Stato ha rammentato ai commissari l’effetto dissuasivo potenziale determinato dalla misura nei confronti di chi intende celare i propri precedenti penali», ha concluso Gobbi.

Casellario giudiziale – Il Governo aggiorna i dati e scrive alla Commissione istituzioni politiche del Consiglio degli Stati

Casellario giudiziale – Il Governo aggiorna i dati e scrive alla Commissione istituzioni politiche del Consiglio degli Stati

Comunicato stampa del Consiglio di Stato | Il Consiglio di Stato ha scritto oggi alla Commissione istituzioni politiche del Consiglio degli Stati, invitandola a sostenere le iniziative del Gran Consiglio ticinese a favore della presentazione dell’estratto del casellario giudiziale per i cittadini di Stati dell’Unione europea che intendono soggiornare o lavorare in Svizzera. Il Governo ha inoltre colto l’occasione per aggiornare i dati che riguardano la misura straordinaria introdotta dal Dipartimento delle istituzioni nell’aprile 2015; negli ultimi sei mesi sono state emesse ancora 20 decisioni negative per un totale di 53, a tutela della sicurezza del nostro territorio.

Durante le sedute previste il 7 e l’8 novembre, la Commissione istituzioni politiche del Consiglio degli Stati discuterà le due iniziative popolari depositate nel 2015 dal Gran Consiglio ticinese. All’Assemblea federale viene domandato di introdurre la richiesta sistematica della fedina penale per i cittadini stranieri provenienti dall’Unione europea che intendono soggiornare o lavorare in Svizzera.

Con una lettera inviata oggi alla Commissione, il Consiglio di Stato esprime il proprio sostegno alle due iniziative, evidenziando i risultati positivi ottenuti in Ticino dopo l’introduzione della misura straordinaria che prevede la richiesta del casellario giudiziale per il rilascio e il rinnovo dei permessi B (di dimora) e G (per lavoratori frontalieri).

A un anno e mezzo dall’adozione del provvedimento, su un totale di 30.689 domande esaminate dalla Sezione della popolazione, in 30.426 casi (99,14%) la procedura si è conclusa con il rilascio o il rinnovo del permesso, a dimostrazione dell’equità della misura. In 263 occasioni (0.86%) sono invece emersi elementi rilevanti di natura penale, che hanno portato a un approfondimento del dossier: per 53 di queste richieste sono in seguito giunte decisioni negative. A questo proposito va ricordato che i dati di fine marzo 2016, presentati dal Governo in una conferenza stampa, contemplavano 33 decisioni negative.

Il Consiglio di Stato ha rammentato ai Commissari l’effetto dissuasivo potenziale determinato dalla misura nei confronti di chi intende celare i propri precedenti penali.

I figli prima di tutto

Da la Regione | Stranieri, cambia la prassi: no a espulsioni per ‘mere ragioni economiche’ di genitori di minori svizzeri – Una modifica per tutelare le famiglie, ma con dei paletti: il rapporto tra genitore e figlio deve essere vissuto realmente. E non si transige su revoche dovute a fatti più gravi.

La mamma è sempre la mamma. Il papà è sempre il papà. Anche se è di un’altra nazionalità e anche se per sbarcare il lunario deve far capo agli aiuti sociali. Per questo motivo il Consiglio di Stato ha deciso ieri di cambiare la prassi con cui gli Ufficio cantonale della migrazione applica la Legge federale sugli stranieri: per tutelare “i rapporti familiari” i genitori di minorenni svizzeri non potranno più venir espulsi “per mere ragioni economiche, ovvero – specifica il governo in un comunicato diramato ieri in mattinata – per la sola dipendenza dall’aiuto sociale”. Un cambio di rotta forse influenzato dalla pressione esercitata nei mesi estivi dalla politica (vedi articolo sotto) e dall’opinione pubblica e che, in ogni caso, non rappresenta una rivoluzione. Con la nuova prassi il Cantone “avrebbe preso una decisione differente – si legge infatti nel comunicato – solo nello 0,9 per cento dei casi trattati”. Per essere precisi “sul totale delle 456 decisioni negative per motivi economici emesse dal primo gennaio 2010 al 30 giugno 2016, sarebbero state emesse decisioni differenti solo in quattro casi cresciuti in giudicato”. Per i quali, sottolinea l’Esecutivo nella nota, non si torna indietro. La nuova prassi è stata proposta ai colleghi dell’Esecutivo dal capo del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi ed è stata accolta dal resto del governo. Governo che negli scorsi giorni si era confrontato sul tema con i rappresentanti della Sezione della popolazione del Servizio dei ricorsi dello stesso Consiglio di Stato. Poi la decisione che, spiega alla ‘Regione’ Gobbi, «non è un ‘liberi tutti’, né tantomeno un’autorizzazione a rimanere sul nostro territorio per chiunque. I paletti rimangono stretti». E c’è in particolare un paletto che non può essere aggirato: «Il rapporto tra genitore e figlio deve essere vissuto veramente». Che cosa significa? Significa, continua il responsabile delle Istituzioni, che la nuova prassi si applica quando «il rapporto tra bambino e adulto è reale. Ovvero quando il padre o la madre in questione assolve per davvero i suoi doveri, tenendo viva la relazione affettiva e partecipando effettivamente al sostentamento economico della prole». Non si transigerà inoltre, sottolinea il governo nella nota stampa, “nei casi di revoche motivate da pene detentive di lunga durata, problemi di ordine pubblico e invocazione abusiva del diritto al ricongiungimento famigliare”. Agli occhi dell’Esecutivo simili comportamenti giustificano, oggi come ieri, il foglio di via per i padri e madri stranieri di figli svizzeri.

‘Non è stato un dietrofront’

Insomma, il governo ha cambiato strada. Segno che in passato si è utilizzato erroneamente il margine di apprezzamento concesso ai Cantoni? «Il margine di apprezzamento – risponde Gobbi – veniva usato in maniera restrittiva con l’obiettivo di evitare abusi. Per evitare abusi anche per quanto concerne gli aiuti sociali erogati a cittadini stranieri che non contribuiscono alla vita economica del nostro Paese. Ora però il governo ha deciso di mettere l’accento sui figli svizzeri». Senza dimenticare, aggiunge il direttore del Di, «che i genitori stranieri espulsi rappresentano una netta minoranza di casi: meno dell’uno per cento negli ultimi due anni e mezzo. E tali decisioni non sono cadute dall’oggi al domani, ma c’erano sempre degli ammonimenti e delle prognosi negative secondo le quali la persona sarebbe dipesa anche in futuro dall’aiuto dello Stato». Nessun dietrofront quindi. «Dire che si è fatto un passo indietro – conclude Gobbi – a mio parere è sbagliato».

Espulsioni, Governo più morbido

Espulsioni, Governo più morbido

Dal Corriere del Ticino | I cittadini stranieri con figli di nazionalità svizzera non verranno allontanati solo per ragioni economiche – Norman Gobbi: «Pochi casi e c’è chi ha strumentalizzato» – Giorgio Fonio: «Coraggio, sensibilità e umanità»

La legge non cambia, ma sul margine d’apprezzamento concesso il Governo adotterà una linea più morbida. Nelle ultime settimane, anche per effetto di alcuni atti parlamentari, il Consiglio di Stato ha affrontato il nodo sensibile dei permessi di soggiorno,
declinato alle procedure d’espulsione di cittadini stranieri, genitori di minorenni con nazionalità svizzera. Un fenomeno che, come rileva l’Esecutivo, non è diffuso. Negli scorsi mesi però pochi casi avevano suscitato clamore e divisioni tra chi chiedeva maggiore umanità, proporzionalità e chi un’applicazione molto rigida di leggi e regolamenti su una materia che non conosce una prassi comune tra i 26 Uffici della migrazione dei singoli Cantoni. Lontano dalle luci della ribalta, nella sala di Palazzo delle Orsoline, l’Esecutivo ne ha discusso, giungendo ad una soluzione che sa di dietrofront. «Il Governo – si legge in una nota – ha condiviso l’idea di tutelare di principio i rapporti familiari tra i minorenni di nazionalità svizzera e i loro genitori stranieri. A questo proposito è stato in particolare stabilito che un cittadino straniero con uno o più figli
di nazionalità svizzera, entro certi limiti, non sarà allontanato dal suolo nazionale per mere ragioni economiche, ovvero per la sola dipendenza dall’aiuto sociale, alla condizione che assolva i suoi doveri di genitore prendendosi cura del figlio, tenendo viva la relazione affettiva e provvedendo al suo sostentamento economico ». Questo è possibile perché la legge federale concede ai Cantoni un margine di apprezzamento sulla revoca o il non rinnovo del permesso di soggiorno. Tuttavia l’Esecutivo ha ribadito che «nei casi di revoche motivate da pene detentive di lunga durata, problemi di ordine pubblico e invocazione abusiva del diritto al ricongiungimento famigliare, l’Ufficio della migrazione manterrà una prassi rigorosa, anche in presenza di rapporti genitoriali con uno o più minorenni di nazionalità svizzera».

La precedente prassi era sempre stata avallata dal direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi che ridimensiona così questo cambiamento: «Non viene concesso un diritto assoluto e i paletti rimangono stretti e chiari. Abbiamo voluto preservare il rapporto genitoriale, ma che deve essere vero e vissuto. E la dipendenza economica non deve diventare esorbitante». Ma, politicamente, per lei è una sconfitta? «No, non lo è. Stiamo parlando dell’1% delle decisioni negative prese nell’ultimo anno e mezzo. Deve essere chiaro a tutti che noi restiamo molto restrittivi nelle verifiche perché non possiamo tollerare che vi sia chi approfitta delle nostre assicurazioni sociali. Su questo tema c’è chi ha ingigantito e strumentalizzato parlando addirittura di apartheid».

Dal canto suo il presidente del Consiglio di Stato Paolo Beltraminelli rileva che «in precedenza la prassi era molto rigorosa e alla luce di quanto accaduto abbiamo deciso di chinarci per capire le conseguenze. Il nostro obiettivo è sempre stato il bene del bambino e sono soddisfatto, la discussione è stata costruttiva». Tuttavia, il Governo ha ribadito che nei casi di revoche motivate da pene detentive di lunga durata, problemi di ordine pubblico e invocazione abusiva del diritto al ricongiungimento
famigliare «l’Ufficio della migrazione manterrà una prassi rigorosa, anche in presenza di rapporti genitoriali con uno o più minorenni di nazionalità svizzera». Viene poi sottolineato che – secondo la nuova prassi – l’Ufficio della
migrazione avrebbe preso una decisione differente solo nello 0,9% dei casi trattati; infatti, sul totale delle 456 decisioni negative per motivi economici emesse dal 1. gennaio 2010 al 30 giugno 2016, sarebbero state emesse decisioni differenti solo in 4 casi cresciuti in giudicato. Questa decisione non mette in discussione la legalità e la legittimità delle decisioni sin qui prese.

A rallegrarsi per il nuovo orientamento è il deputato del PPD e firmatario dell’interrogazione Giorgio Fonio che a nome del suo gruppo esprime «soddisfazione» e auspica «che le precedure di revoca/allontamamento attualmente in corso siano trattate alla luce di questa nuova prassi». Poi riconosce a Gobbi di aver dimostrato «coraggio, sensibilità e umanità».

Revoca o non rinnovo di permessi di soggiorno per genitori stranieri di minorenni di nazionalità svizzera

Il Consiglio di Stato ha discusso e approfondito il tema dei permessi di soggiorno per cittadini stranieri, genitori di minorenni di nazionalità svizzera. Il Governo ha inoltre colto l’occasione per rispondere ad alcuni atti parlamentari che trattavano la questione.

Il Consiglio di Stato ha anzitutto constatato l’assenza di una prassi comune fra gli Uffici della migrazione dei 26 Cantoni elvetici. La discussione si è quindi basata oltre che sulla legislazione e sulla giurisprudenza anche su un’analisi della prassi attuale, sui criteri adottati dall’Ufficio della migrazione e su una valutazione del principio di proporzionalità nelle decisioni di revoca o di mancato rinnovo di permessi di soggiorno.

Il Governo ha condiviso l’idea di tutelare di principio i rapporti familiari tra i minorenni di nazionalità svizzera e i loro genitori stranieri. A questo proposito è stato in particolare stabilito che un cittadino straniero con uno o più figli di nazionalità svizzera, entro certi limiti, non sarà allontanato dal suolo nazionale per mere ragioni economiche, ovvero per la sola dipendenza dall’aiuto sociale, alla condizione che assolva i suoi doveri di genitore prendendosi cura del figlio, tenendo viva la relazione affettiva e provvedendo al suo sostentamento economico. Ciò è possibile poiché la legge federale concede ai Cantoni un margine di apprezzamento sulla revoca o il non rinnovo del permesso di soggiorno.

Tuttavia, il Consiglio di Stato ha ribadito che nei casi di revoche motivate da pene detentive di lunga durata, problemi di ordine pubblico e invocazione abusiva del diritto al ricongiungimento famigliare, l’Ufficio della migrazione manterrà una prassi rigorosa, anche in presenza di rapporti genitoriali con uno o più minorenni di nazionalità svizzera.
Va infine sottolineato che – secondo la nuova prassi condivisa quest’oggi dal Governo – l’Ufficio della migrazione avrebbe preso una decisione differente solo nello 0.9% dei casi trattati; infatti, sul totale delle 456 decisioni negative per motivi economici emesse dal 1. gennaio 2010 al 30 giugno 2016, sarebbero state emesse decisioni differenti solo in 4 casi cresciuti in giudicato. La decisione odierna non mette in discussione la legalità e la legittimità delle decisioni sin qui prese.