Seelisberg Centro asilanti dal frigorifero all’archivio

Seelisberg Centro asilanti dal frigorifero all’archivio

Dal Corriere del Ticino |  Dopo le proteste Uri accantona definitivamente il progetto

Congelato a metà agosto, il progetto di realizzare un centro asilanti nell’ex Hotel Löwen a Seelisberg sarà di fatto archiviato. La decisione di soprassedere è stata concordata lunedì sera nel quadro della tavola rotonda costituita dopo le proteste da parte degli abitanti contro l’intenzione del Governo di alloggiare nell’edificio 60 richiedenti l’asilo. All’incontro hanno preso parte il Municipio, la Croce Rossa, i rappresentanti del gruppo locale «Una soluzione ragionevole per l’asilo» ed il comitato governativo creato ad hoc.

La sistemazione di richiedenti l’asilo nell’ex Hotel Löwen, si legge nella nota ufficiale del Governo, resta sospesa fino a quando non sarà terminata la valutazione della situazione in corso in tutti i Comuni urani. A quel punto la Croce Rossa disdirà il contratto d’affitto biennale siglato con i proprietari. Da parte sua, il Comune si è detto pronto a dare il suo contributo a trovare soluzioni qualora la situazione nel campo dell’asilo dovesse aggravarsi. «Insieme agli altri Comuni vogliamo diventare un partner affidabile del Cantone», ha dichiarato il sindaco Karl Huser. Resta pertanto la disponibilità del Comune a fare la sua parte se la situazione lo richiederà. Seelisberg conta 700 abitanti. Eventuali sistemazioni alternative potrebbero essere trovate nelle abitazioni esistenti. Cantone e Comuni torneranno a riunirsi il 26 ottobre per discutere i prossimi passi. Entro il primo trimestre del 2017 il Consiglio di Stato presenterà una visione d’assieme dell’asilo che dovrebbe fungere da base per un nuovo piano di assegnazione. Attualmente nel cantone sono ospitati 480 asilanti. La maggior parte si trova in un alloggio collettivo ad Altdorf, mentre un’ottantina risiede in appartamenti sparsi in 14 Comuni. Il dialogo con gli enti locali è stato rafforzato. Il Governo ha pure adottato altre contromisure. Gli abitanti di Seelisberg avevano protestato anche perché ritenevano di essere stati messi di fronte al fatto compiuto. In futuro i Comuni saranno informati almeno quattro volte all’anno tramite una newsletter. In queste comunicazioni sarà contenuta anche una panoramica sul numero di richiedenti l’asilo assegnati alle singole località.

A inizio agosto il progetto aveva scatenato un vero e proprio putiferio. La consigliera di Stato Barbara Bär, responsabile del Dipartimento della sanità e della socialità, era stata duramente contestata durante la presentazione pubblica; insediare nell’abitato un numero di asilanti pari a un decimo della popolazione era considerato come un grande potenziale di conflitto. Per placare gli animi il progetto era stato sospeso e il Governo aveva avocato a sé il dossier (con la parziale esautorazione di Bär) costituendo un gruppo di tre ministri, presieduto dal landamano Beat Jörg.

Più difficile da accettare

«È una questione interna al Canton Uri e quindi sul caso specifico non mi pronuncio. C’è comunque un problema di fondo che riguarda tutti», afferma da parte sua il capo del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. «A raggiungere la Svizzera sono soprattutto migranti di tipo economico. Di questi, solo una parte minoritaria chiede asilo. Quasi la metà poi fa perdere le proprie tracce, perché usa l’asilo solo come escamotage per mettere piede nel Paese e poi tentare di raggiungere illegalmente la destinazione finale all’estero. Questo tipo di migrazione non ha nulla a che vedere con una concezione dell’asilo che era giustificata negli anni Novanta o inizio secolo, quando c’era la guerra nella ex Jugoslavia. Ciò si traduce in una minore disponibilità della popolazione ad accettare certe situazioni. Questo fenomeno ha anche un costo sociale che incide sulla disponibilità di risorse per la nostra popolazione. È un problema di politica interna da tematizzare. Berna però è riluttante.»

Intanto la polizia friburghese ha reso noto che nell’ultimo fine settimana ignoti hanno danneggiato il futuro centro federale d’asilo di Giffers. I vandali hanno aperto le conduttore dell’acqua e i lavandini per allagare i sette piani dell’edificio. Il centro, che dovrebbe aprire l’anno prossimo, è destinato a richiedenti l’asilo la cui domanda è stata respinta.

Io l’orco della situazione? Ora vi spiego quello che gli altri non vi dicono!

Io l’orco della situazione? Ora vi spiego quello che gli altri non vi dicono!

Dal Mattino della domenica | Il ministro leghista fa chiarezza e prende posizione sulla questione dei Permessi

“Norman Gobbi è senza cuore”, “Norman Gobbi smembra le famiglie”. È questa l’immagine di me che dipingono alcune correnti politiche da qualche mese. Storie raccontate ad arte sui quotidiani e sui social media, da chi tira l’acqua al proprio mulino e racconta la parte della storia dalla quale trae più beneficio: quella in cui un politico è entrato in Governo con l’obiettivo di smembrare le famiglie. Soprattutto le famiglie con figli nati e cresciuti nel nostro Paese e magari anche con il passaporto svizzero. In qualche occasione ho avuto la possibilità di dire la mia: non mi sono tirato indietro e nel limite delle mie possibilità, dettate soprattutto dal segreto d’ufficio sui casi che vengono trattati dalla Sezione della popolazione del mio Dipartimento, ho preso parte al dibattitto. Anzi al processo alle intenzioni.

C’è una parte della storia però che fa meno scalpore e non viene mai alla luce. Ma andiamo con ordine e facciamo chiarezza. Nell’ambito del rilascio di permessi a persone straniere, sul totale delle decisioni emesse sull’arco di due anni e mezzo dall’Ufficio della migrazione del mio Dipartimento (oltre 2000), il 6% concernono decisioni negative legate a motivi economici nelle quali c’erano di mezzo dei figli e meno dell’1% di queste toccavano nuclei famigliari con figli svizzeri di genitori stranieri. Pochi casi rispetto agli oltre 2000 trattati. Decisioni prese con troppa leggerezza? Non direi: quando viene presa una decisione di questo genere i miei servizi ponderano sempre l’interesse privato del cittadino a continuare il soggiorno nel nostro Paese e dall’altra l’interesse pubblico al suo allontanamento. Questo significa che queste persone, come stabilito dalla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, sono tenute a lasciare il nostro Paese se tra i vari motivi quali problemi con l’ordine pubblico o la sicurezza interna gravano eccessivamente sugli aiuti statali. Ma non stiamo parlando di poche migliaia di franchi, stiamo parlando di importi superiori agli 80’000 franchi.

Ma quello che mi preme sottolineare è che la decisione non viene presa da un giorno all’altro senza dare informazione ai diretti interessati. Nel calcio prima di essere espulso (con un cartellino rosso) il giocatore riceve un ammonimento, il famoso “giallo”. Lo stesso principio viene applicato anche in questi casi: la persona che rischia una revoca di un permesso viene ammonita non una volta – come avviene nel calcio – ma ben due volte a distanza di un periodo che va dai sei mesi a un anno. L’ammonimento in questo caso non è da intendersi come una minaccia, tutt’altro! È semmai da vedere come la possibilità per il cittadino straniero di cambiare la propria situazione economica per poter restare sul suolo elvetico. Dopo questi due ammonimenti riceve la decisione negativa. Questo è quello che prevede la legge, ed è la prassi adottata dai miei servizi.

Ma nell’altra metà della storia, quella che non viene narrata, c’è anche dell’altro. In quel 1% di casi in cui il genitore straniero di un figlio svizzero viene allontanato dal nostro paese per ragioni di tipo economico, ci sono altre sfaccettature che non vengono alla luce. Storie di genitori separati con i figli affidati all’altro genitore. Storie di persone che devono lasciare il nostro territorio per ragioni di ordine pubblico. Motivi non di poco conto insomma. Ma tutto questo appunto non viene mai a galla. No, questo non viene detto.

Non viene detto nemmeno che in diverse occasioni ho proposto all’Autorità federale alcuni casi definiti “umanitari”. Casi in cui i minori avrebbero dovuto essere allontanati dalla Svizzera verso il loro Paese d’origine separandosi dalla loro famiglia, magari un nonno, in mancanza dei genitori. Casi che non ho portato sotto i riflettori ma che mi sono impegnato a risolvere aiutando il ricongiungimento famigliare. Non me ne sono vantato a mezzo stampa, non ho creato casi mediatici. Ho gioito del risultato ottenuto, quando ho visto la felicità sul volto di questi bambini.
Perché questo è quello che faccio, ed è quello che sono. Ogni giorno mi dedico con impegno e con passione al mio lavoro. A favore dei cittadini ticinesi. Perché voglio un cantone migliore. Voglio un Ticino forte che guarda con serenità alle sfide di domani. Un Ticino pronto ad accogliere le sfide future che ci attendono. Un Ticino attento ai bisogni della sua popolazione.
Norman Gobbi ha cuore e sentimenti: sono una persona in carne (tanta) e ossa. Ma sono anche un politico che deve agire nella legalità e deve far rispettare le leggi alle quali ha giurato fedeltà. Per il bene del nostro bellissimo Canton Ticino. Questa è la storia che vorrei fosse raccontata.

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato

Rancate, precisati i costi

Rancate, precisati i costi

VIDEO Da RSI.ch e dal Quotidiano del 18 agosto 2016 | Oneri logistici nell’ordine di 300’000 franchi per la struttura destinata ai migranti in attesa di rinvio

Saranno nell’ordine di 300’000 franchi i costi logistici legati alla nuova struttura di Rancate destinata ad ospitare i migranti in attesa di riammissione in Italia.

Circa la metà di questa somma, corrisponde ai costi per l’affitto del capannone appartenente ad una società. Questa parte dell’ ammontare sarà di fatto coperta dal contributo versato dall’autorità federale.

“Il Ticino è purtroppo esposto a questo tipo di fenomeni molto più di altri cantoni ed è per questo che abbiamo chiesto un sostegno alla Confederazione”, ha dichiarato in proposito il direttore del Dipartimento cantonale delle Istituzioni, Norman Gobbi.

L’intervista al Quotidiano: http://www.rsi.ch/g/7898864

«Das darf es in Europa nicht mehr geben»

«Das darf es in Europa nicht mehr geben»

Dal Tages Anzeiger del 12 agosto 2016 | Simonetta Sommaruga zeigt sich betroffen über die Flüchtlingscamps in Como. Alle Dublin-Staaten müssten ihren Teil der Verantwortung übernehmen.

Im Juni waren es mehr als 100 pro Tag, Männer, Frauen, Kinder, die nach einer zum Teil lebensgefährlichen Flucht im Tessin aufgegriffen wurden. Weil sie weder über die nötigen Papiere verfügten noch einen Asylantrag stellten, schickten sie die Grenzwächter umgehend nach Italien zurück. Einige versuchen es immer wieder, verstecken sich in Zügen, die nach Chiasso fahren, nur um wieder erwischt zu werden. Derzeit halten sich rund 350 von ihnen in Como in einem Camp auf, werden am Mittag von Freiwilligen mit Mahlzeiten versorgt und stellen sich auf eine weitere Nacht unter freiem Himmel ein.

«Kein Transitland»

«Es ist schwer erträglich, solche Zustände zu sehen. Das darf es in Europa nicht mehr geben», sagte Justizministerin Simonetta Sommaruga gestern in der Orangerie Elfenau in Bern. Hätte sie dieses herrschaftliche Anwesen für einen Medientermin zur Flüchtlingskrise ausgesucht, hätte man ihr Zynismus vorgeworfen – immerhin empfing die russische Grossfürstin Anna Feodorowna dort vor 200 Jahren die bessere Berner Gesellschaft. Tatsächlich waren Ort und Termin schon lange festgelegt und der Anlass bloss als informeller Austausch mit Bundeshausjournalisten geplant. Doch dann wurde Sommaruga von der Aktualität überrollt.

Der Tessiner Justizminister Norman Gobbi (Lega) forderte gestern im TA, der Bundesrat müsse nun signalisieren, dass Migranten nicht durch die Schweiz nach Nordeuropa reisen dürften. Auch Sommaruga lehnt einen Korridor für legale Durchreisen entschieden ab. «Die Schweiz will kein Transitland werden. Das wäre nicht rechtmässig und gegenüber Deutschland nicht zu rechtfertigen», sagte Sommaruga. Ausserdem pochte Sommaruga auf die Einhaltung der Regeln des Dubliner Übereinkommens. Jeder Asylsuchende müsse in der Schweiz oder einem anderen europäischen Land ein Asylgesuch stellen können. Wo das Verfahren durchgeführt werde, sei aber nicht Sache der Asylbewerber.

Trotz der angespannten Lage vor der Schweizer Grenze: Im Juli wurden weniger Asylgesuche gestellt als im Juli des Vorjahres. Dies geht aus der Asylstatistik hervor, die gestern publiziert wurde. Knapp 2500 Asylgesuche wurden gestellt, 150 mehr als im Vormonat, aber 1400 weniger als im Juli 2015. Das erklärt das Staatssekretariat für Migration (SEM) in erster Linie damit, dass markant weniger Asylbewerber aus Eritrea in die Schweiz kommen. In den ersten sieben Monaten des Jahres sind ungefähr halb so viele Eritreer in Süditalien gelandet wie im Vorjahr. Ausserdem werden laut SEM in Deutschland mehr Eritreer registriert als bisher.

Der starke Rückgang ist allerdings nur eine Momentaufnahme. Seit Jahresbeginn registrierte das SEM total 16 800 Gesuche – 1000 mehr als in derselben Periode des Vorjahres. «Der Grund ist, dass Anfang Jahr die Asylzahlen höher waren als in üblichen Wintermonaten. Wir verzeichneten überdurchschnittlich viele Asylsuchende aus Afghanistan, Syrien und dem Irak, die über die Balkanroute in die Schweiz gelangten», sagt Léa Wertheimer vom SEM.

Folgt man den Erläuterungen der Justizministerin, war der Rückgang im Juli aber kein Zufall. Die Zusammenarbeit mit Italien funktioniere heute besser als bisher. Konkret: Italien registriere heute deutlich mehr Migranten als bis anhin. Diese seien sich immer häufiger bewusst, dass ein Asylgesuch in der Schweiz deshalb aussichtslos sei, sagte Bundesrätin Simonetta Sommaruga. Deshalb würden viele Migranten nicht hierbleiben wollen, sondern nach Deutschland oder Nordeuropa weiterreisen.

Hart ins Gericht ging Sommaruga mit den Dublin-Partnern: «Europa hat nach wie vor keine überzeugende Antwort auf die Herausforderungen in dieser Flüchtlingskrise.» Alle Dublin-Staaten müssten ihren Teil der Verantwortung übernehmen. Es brauche einen allgemeingültigen, dauerhaften Verteilschlüssel, nach dem die Flüchtlinge zugeteilt werden. Nur: «Diese Lösung wird sich höchstwahrscheinlich nicht durchsetzen», sagte Sommaruga.

È lo ‘stato di necessità’

È lo ‘stato di necessità’

Da La Regione dell’11 agosto 2016 | Il Cantone ha decretato lo stato di necessità per il Mendrisiotto: snellite le procedure per creare un unico centro di accoglienza temporaneo a Rancate, che sostituirà tre impianti di Pci – Norman Gobbi: «Occorre abbassare i toni».

Il Mendrisiotto da ieri è in ‘stato di necessità’. Davanti a una situazione straordinaria il governo cantonale ha reagito con strumenti eccezionali. Il capo del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi rimette, però, subito il campanile al centro del villaggio. «Per la vita dei momò non cambia nulla. Non significa che c’è una emergenza o una crisi – rassicura il ministro parlando a nome del Consiglio di Stato. E spiega –: Ciò ci permette di attivare entro l’inizio di settembre un centro unico temporaneo per migranti in procedura di riammissione semplificata in Italia, seguendo una procedura più snella e contenendo altresì i costi di allestimento». La struttura si sostituirà alle tre sedi di Protezione civile (Pci) di Chiasso, Vacallo e Coldrerio – Castel San Pietro è di riserva – che oggi accolgono le persone in attesa di essere riconsegnate alle autorità d’Oltrefrontiera. I posti a disposizione (150) non aumenteranno: «Non si creeranno un ‘Chiasso 2’ o un ‘Losone 2’». A cambiare sarà solo la loro ubicazione, sotto uno stesso tetto e lontano da «zone sensibili». Ovvero distanziati da centri abitati, scuole, case per anziani. Anche se, ammette lo stesso Gobbi, «sin qui nella gestione degli impianti non si sono registrati problemi di sorta». Nello stabile in via alla Rossa, nella zona industriale di Rancate, i migranti trascorreranno la notte che precede il loro rientro in Italia. Tutto sarà pronto per la fine del mese: gli Enti regionali di Pci provvederanno ad allestirlo sotto la supervisione del Cantone, che tramite la Polizia cantonale assicurerà la sicurezza esterna (all’interno sarà presente un servizio privato). Quanto alla Confederazione? Darà una mano nella gestione e nella copertura delle spese. Sulla ripartizione dei costi il consigliere Gobbi preferisce non sbilanciarsi, ma potrebbe avvicinarsi al 50%.

Nodo le entrate illegali

D’altro canto, davanti al numero delle entrate illegali – «fortemente aumentate nelle ultime sei settimane», ricorda il ministro – non si poteva restare a guadare. Non quando lo straordinario (come l’uso delle Pci) diventa la quotidianità e nel primo scorcio del mese si oltrepassa il totale dei soggiorni illegali di tutto l’agosto 2015. La misura attuata, in effetti, intende dare una mano pure a chi opera al fronte, a cominciare dalle Guardie di confine, che rischiano di dover distogliere l’attenzione da altre priorità (dal contrabbando alla criminalità transfrontaliera). Di fatto, annota ancora Gobbi, tra giugno e luglio gli sbarchi sulle coste dell’Italia del Sud non sono cresciuti. A salire è stata semmai la pressione alla nostra frontiera, bloccate le vie del Brennero e della Carinzia. «Questa è stata percepita come l’unica porta aperta verso il nord». I migranti, conferma, vi arrivano, per lo più, senza far capo ai passatori – molti sono senza un soldo –; in alcuni casi cercano un passaggio lungo la frontiera verde. Ma per i cittadini stranieri provenienti da Paesi extraeuropei, senza documenti e un visto Schengen o già registrati Oltreconfine, il viaggio finisce qui, o all’ombra della stazione San Giovanni a Como. «Chiariamo – sgombra il campo Gobbi –: agiamo nella legalità con le riammissioni semplificate, constatato che sono giunti dall’Italia. La Svizzera non viene meno al suo ruolo umanitario. Lo si vede dalle richieste d’asilo, raddoppiate in giugno e luglio rispetto all’anno scorso». Come dire che le leggi vengono applicate. A impensierire il Cantone, fa capire Gobbi, è altro. C’è apprensione per la situazione al di là del valico: «La problematica italiana, non facile e che comprendiamo, tocca anche noi». Come sono i rapporti con le autorità? «La collaborazione – ci risponde il ministro – non ha mai funzionato bene come oggi. Potrebbe capitare una corrente d’aria e che si cambi atteggiamento». Sulle riammissioni? «Rispetto ad anni passati in cui la situazione era anche molto difficile, ora si dimostra una grande disponibilità; si lavora 7 giorni su 7. E con i prefetti di Como e Varese ci sono contatti di amicizia». Diverso il clima politico interno. «Ci preoccupano certe posizioni contrapposte: penso ai vandalismi di oggi (ieri per chi legge, ndr) a una ditta di trasporti– precisa il direttore del Di –. Bisogna abbassare i toni; e lo dico anche ai miei».

LA CITTÀ – ‘Prevalso il senso di responsabilità’

Da subito l’autorità comunale di Mendrisio non si è tirata indietro. Ora, però, davanti alle garanzie consegnate dal Cantone, la Città è pronta a sottoscrivere la sua disponibilità ad accogliere a Rancate il centro temporaneo per migranti in procedura di riammissione semplificata in Italia. Non a caso ieri pomeriggio alla Protezione civile a Rivera, al tavolo con il ministro Gobbi e lo Sato maggiore cantonale immigrazione, presente il presidente del governo Paolo Beltraminelli, c’era l’esecutivo in corpore. «Il Municipio – ribadisce il sindaco Carlo Croci – condivide l’impostazione del Consiglio di Stato, volta a dare delle risposte e sicurezza ai cittadini di tutto il Mendrisiotto». Perché non è unicamente una questione del capoluogo. «Il tema della migrazione illegale nel distretto va affrontato e gestito, e non solo a parole, ma con fatti concreti», rilancia Croci. L’organizzazione oggi in atto convince. Ma con l’apertura delle scuole, a fine agosto, si potevano acuire certe sensibilità, si fa capire. La soluzione di Rancate, in zona alla Rossa, «è fuori dalla possibilità di entrare in contatto con le popolazioni, di Rancate e al contempo di Riva San Vitale, più vicina», illustra il sindaco. «Si tratta di una logistica chiusa. Da come ci è stato spiegato le persone saranno quasi in stato di detenzione. Abbiamo, in effetti, chiesto rassicurazioni anche sulla condizione umanitaria del centro». E ora l’autorità attende solo di veder definiti i dettagli dell’operazione, condotta, peraltro, fa notare il vicesindaco Samuel Maffi , con trasparenza. «I contatti con il Cantone sono stati immediati. E fin dal primo sopralluogo abbiamo domandato assicurazioni minime, quanto a sicurezza interna ed esterna e alla Legge edilizia e quanto alla temporaneità della struttura». Richieste soddisfatte e sfociate poi nel preavviso favorevole del Municipio. «Per finire – annota ancora Maffi – ha prevalso il senso di responsabilità verso la cittadinanza di Mendrisio e del Mendrisiotto». Regione con la quale Palazzo delle Orsoline ha tenuto aperto un canale di comunicazione. A cominciare dai Comuni (ieri a Rivera era presente la capodicastero Sicurezza pubblica di Chiasso Sonia Colombo-Regazzoni) sede degli impianti di Pci in prima linea.

Una frontiera sotto i riflettori

Sulla realtà dei migranti alla frontiera meridionale della Svizzera si sono accesi i riflettori anche della stampa d’Oltregottardo. Ieri sia sul ‘Tages Anzeiger’ che sulla ‘Nzz’ si parlava dell’accampamento cresciuto all’ombra della stazione di Como e di quanto si sta vivendo lungo il confine. I numeri delle persone fermate e riconsegnate alle autorità italiane nelle ultime settimane, del resto, parlano da soli. Tant’è che pure nel mondo politico, cantonale e no, si è alzata l’attenzione per quella che viene percepita come una emergenza umanitaria. Sempre dal ‘Tagi’ si apprende che il consigliere di Sato Manuele Bertoli, il presidente del Ps Igor Righini, il capogruppo socialista in Gran Consiglio Ivo Durisch e altri esponenti, martedì, hanno voluto vedere da vicino il campo profughi improvvisato a San Giovanni e nei giardini sottostanti. Luoghi scenario di una situazione che preoccupa, peraltro, Anja Klug, direttrice dell’Ufficio dell’Alto commissariato per i rifugiati in Svizzera, intervistata dal ‘Tagi’ e convinta che quanto si sta consumando a Como non possa essere lasciato unicamente all’iniziativa di volontari. Serve, insomma, un centro di accoglienza ufficiale in grado di assicurare un’assistenza adeguata a quanti fuggono da guerre e disperazione. Per gestire la presenza dei migranti, circa 500, alla stazione, oltreconfine si stanno trasferendo gli adulti verso l’Italia del Sud su degli autobus. Una prassi a cui ha assistito pure Lisa Bosia Mirra, presidente di Firdaus. Si stima che siano stati almeno 250 i migranti spostati a Bari, Taranto e in Sicilia. Si ipotizza altresì che chi viene respinto a Chiasso possa cercare accoglienza a Milano, in affanno.

Rancate, sì al centro migranti

Rancate, sì al centro migranti

Da RSI.ch, servizio del Quotidiano e del Telegiornale del 10 agosto 2016 | Saranno ospitati in modalità temporanea nella zona industriale gli stranieri in attesa di riammissione in Italia

Link ai video: http://www.rsi.ch/g/7858016

Il Centro unico temporaneo per migranti in procedura di riammissione in Italia con sede a Rancate sarà attivato. Un comunicato stampa del Consiglio di Stato nella serata di mercoledì ha chiarito alcuni particolari di questa decisione, taluni trapelati già nel primo pomeriggio.

La struttura, che sarà operativa dalla fine di agosto, verrà ricavata da un capannone in disuso della zona industriale e sarà gestito completamente dal cantone, cofinanziato dalla Confederazione e soprattutto sarà provvisorio. Tema, quest’ultimo, che ha suscitato notevoli polemiche politiche nei giorni scorsi fino ad una raccolta firme da parte di UDC e Lega dei Ticinesi. Gli ospiti godranno dell’alloggio per una notte ed è per coloro che si trovano in attesa di riammissione semplificata in Italia, che non hanno formulato domanda d’asilo in Svizzera. Al contrario, il centro non supplisce in alcun modo all’accoglienza di richiedenti l’asilo.

“L’apertura della struttura di Rancate, si legge nel comunicato arrivato da Bellinzona, è in grado di rispondere alle attuali esigenze, di agevolare le questioni logistiche, di accelerare i lavori di riammissione, di migliorare la sicurezza, nonché di tenere in considerazione le necessità della popolazione e le richieste delle autorità federali”. La struttura andrà a sostituire e si farà carico dei compiti fino ad ora assunti dalle infrastrutture decentralizzate della Protezione Civile utilizzate nelle scorse settimane, rispettivamente di Chiasso, Vacallo, Coldrerio e Castel San Pietro.

Migranti a partire da fine agosto

Migranti a partire da fine agosto

Dal Corriere del Ticino dell’11 agosto 2016 | Confermato il progetto di centro unico a Rancate: accoglierà per una notte i profughi in attesa del rinvio in Italia – Giunte chiare garanzie su sicurezza e condizioni umanitarie, Norman Gobbi: «Lo facciamo per il Mendrisiotto».

Il centro unico a Rancate per alloggiare i migranti in attesa di essere riammessi in Italia si farà e potrà accogliere fino a 150 persone. A partire da fine agosto – «la struttura sarà agibile al più tardi la sera del 27 agosto» ha garantito il consigliere di Stato Norman Gobbi durante la conferenza stampa organizzata ieri in serata a Chiasso – sostituirà le protezioni civili di Chiasso, Vacallo, Coldrerio e Castel San Pietro utilizzate attualmente e ubicate in zone sensibili dei paesi.

Le conferme sono giunte dopo un summit tra gli attori coinvolti, in particolare Dipartimento delle istituzioni e Municipio di Mendrisio, che si è tenuto ieri pomeriggio nella sede della PCi di Rivera. Incontro seguito da una conferenza stampa.

«Il nuovo centro semplificherà le questioni logistiche, razionalizzerà i costi di gestione, migliorerà la sicurezza e terrà in considerazione le necessità della popolazione e le richieste di Mendrisio» ha spiegato Gobbi. In effetti, sin dal suo primo contatto con il Cantone, l’Esecutivo del capoluogo ha chiesto delle garanzie, prima su tutte la lontananza della struttura dagli abitati e dalle zone sensibili. E di contatti con la popolazione infatti non ce ne saranno. I migranti che alloggeranno per una notte al centro saranno quasi in un regime di detenzione: «Ci saranno un dispositivo di sicurezza interno (garantito da una ditta privata) ed esterno (dala polizia), inoltre l’area sarà videosorvegliata. Capisco i timori, ma dobbiamo un po’ abbassare i toni, lo dico anche ai miei colleghi di partito – ha proseguito Gobbi facendo riferimento alla petizione lanciata nei giorni scorsi nel distretto – . Lo stiamo facendo per il Mendrisiotto».

Da parte del Municipio invece «è prevalso il sentimento di responsabilità nei confronti della popolazione del Mendrisiotto» ha spiegato il vicesindaco Samuel Maffi . «Abbiamo chiesto sin da subito garanzie – ha invece detto il sindaco Carlo Croci – anche umanitarie. Il Municipio a Rivera era presente al completo, questo testimonia l’attenzione che abbiamo riservato al dossier».

Il progetto, economicamente di responsabilità cantonale, sarà parzialmente sostenuto dalla Confederazione, sia per quanto concerne l’investimento, sia per i costi di gestione. Le cifre restano però segrete.

LA SITUAZIONE – «Non c’è emergenza e nemmeno crisi, è stato decretato lo stato di necessità»

«Ad oggi non c’è emergenza, non c’è crisi: c’è invece uno stato di necessità». Durante la conferenza stampa indetta ieri a Chiasso, il consigliere di Stato Norman Gobbi ha tracciato il profilo della situazione attuale relativa ai migranti. Le cifre riguardanti gli sbarchi in Italia non parlano di un aumento importante: la situazione è pressoché uguale allo stesso periodo dello scorso anno. La pressione è però aumentata alla frontiera tra Italia e Svizzera a causa della chiusura dei confini a Mentone e al Brennero. «La Svizzera è percepita come l’unica porta aperta verso il Nord. Nonostante le informazioni circolate finora infatti non è corretto dire che i valichi in Svizzera sono chiusi: di fatto le richieste d’asilo quest’anno sono raddoppiate rispetto al 2015», ha spiegato Gobbi. È così dunque che molti dei flussi migratori si sono fatti strada lungo l’Italia fino ad arrivare a Milano e a Como, nel tentativo di riuscire a passare i valichi con successo. «Il numero di ingressi illegali è aumentato nelle ultime sei settimane – ha detto il consigliere di Stato – lo dimostrano le cifre della Regione IV delle guardie di confine, dove giornalmente si registrano le entrate di cittadini provenienti dall’Africa o dall’Asia sprovviste di un documento di identità valido». Se nel mese di giugno dello scorso anno gli ingressi illegali registrati dalla Regione IV sono stati 1.835, nello stesso mese di quest’anno sono saliti a 3.487, con un un aumento del 90%. La crescita è poi del 274% se si confrontano le cifre del mese di luglio (nel 2015 ci furono 1.679 entrate illegali, nel 2016 se ne sono registrate 6.289). E nei soli primi dieci giorni di agosto quest’anno sono entrate illegalmente in Ticino 2.018 persone, 370 in più rispetto a quelle fermate lo scorso anno in tutto il mese.

«Serve fare chiarezza»

«Finora si è fatta un po’ di confusione tra i concetti di richiedente l’asilo e migrante in attesa di riammissione semplificata», ha puntualizzato Gobbi. I primi infatti non avranno nulla a che vedere con il centro previsto a Rancate (vedi articolo a lato): si tratta di persone che confermano oralmente di voler depositare una richiesta d’asilo. «Non bastano bigliettini redatti a mano. La domanda deve essere formulata verbalmente», ha precisato il direttore del Dipartimento delle istituzioni. In seguito alla registrazione da parte della Segreteria di Stato della migrazione (SEM), i richiedenti l’asilo vengono spostati in strutture federali (come quella di Chiasso o quella di Losone) e in seguito attribuiti ai cantoni secondo una chiave di riparto. «A differenza di queste persone, i migranti in attesa di riammissione semplificata in Italia non chiedono asilo in Svizzera» ha chiarito Gobbi.

Container a Como

Intanto il Ministero dell’interno italiano ha ufficializzato ieri la decisione di inviare a Como container attrezzati, con bagno e posti letto, per la gestione dei migranti. Non si sa ancora quando e dove saranno posizionati, ma è certo che sarà individuato un luogo a ridosso della stazione, e che i tempi non dovrebbero essere lunghissimi. Amnesty International nel frattempo ha chiesto spiegazioni a Berna dopo informazioni secondo cui sono stati respinti dei bambini che volevano raggiungere i propri genitori in Svizzera.

Migranti: struttura unica per l’accoglienza

Migranti: struttura unica per l’accoglienza

Dal Corriere del Ticino del 3 agosto 2016 | Il centro servirà a ospitare i profughi che trascorrono una notte in Ticino in attesa di riammissione semplificata. Tra le possibilità al vaglio anche un fabbricato a Rancate – Drastico l’aumento di clandestini respinti ai valichi

Le tre Protezioni civili aperte nel distretto per far fronte all’emergenza migranti che sta toccando il Ticino e in particolare il Mendrisiotto in queste settimane non rappresentano più una risposta adeguata. Per affrontare la situazione che si è creata lungo il confine il Consiglio di Stato ha dunque pensato ad una soluzione alternativa: una struttura unica per l’accoglienza temporanea dei migranti in attesa di riammissione semplificata, capace di accogliere oltre 150 persone contemporaneamente.

A comunicarlo con una nota diffusa ieri pomeriggio è il Dipartimento delle istituzioni che chiarisce come il dispositivo messo a disposizione con le tre protezioni civili «era inizialmente pensato per alloggiare fino a 150 ospiti unicamente durante il fine settimana e in maniera del tutto straordinaria. A partire dal primo luglio l’apertura di queste strutture protette si è invece resa necessaria in modo permanente in ragione di un aumento delle richieste d’alloggio. Da qui l’esigenza di trovare una soluzione sostenibile nell’ottica di una gestione costante d’importanti flussi giornalieri di migranti».

«Quest’anno siamo confrontati con un fenomeno nuovo – sottolinea il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi -, i migranti che arrivano al confine ormai non chiedono quasi più asilo in Svizzera, perché vogliono proseguire il loro viaggio verso il nord Europa. È una situazione nuova che ci costringe a trovare nuove soluzioni per le persone che devono essere riammesse in Italia ma che prima di farlo devono essere trattenute in Ticino una notte». Negli ultimi 4 giorni ad esempio i nuovi arrivi in Ticino sono stati oltre 700, e le persone che hanno alloggiato per una notte nelle strutture della PCi di Coldrerio, Chiasso e Vacallo sono state circa 400. La scorsa settimana gli arrivi al confine sono stati 1.349, in media con i dati dell’ultimo mese, i respingimenti hanno invece superato per la prima volta le mille unità e sono stati 1.102 (quasi 300 in più della settimana precedente). «Le Protezioni civili che accolgono attualmente i migranti in attesa di essere riammessi in Italia si trovano in centro paese o vicino alle scuole – prosegue Gobbi -, tra meno di un mese riprende l’anno scolastico e dobbiamo trovare una soluzione che ci permetta di evitare potenziali situazioni di conflitto. Con la creazione di un centro unico non vogliamo aumentare la capacità, ma garantire la sicurezza. Non bisogna dimenticare che visto che non si tratta di richiedenti l’asilo, tutti i costi relativi ai migranti da riammettere in Italia attualmente sono coperti dal Cantone».

I tempi stringono, l’idea è infatti di rendere agibile la struttura prima dell’inizio delle scuole, lasciando i tre centri della PCi di supporto al fabbricato, nel caso in cui i migranti fossero così tanti da necessitare ulteriori spazi per il loro alloggio. E resta un grande interrogativo. Non è infatti ancora chiaro dove sorgerà il nuovo centro, che dovrebbe trovare spazio in un capannone già esistente. La sola certezza è che sarà nel Mendrisiotto.

Le prospettive

Tra le possibilità al vaglio, vi sarebbe una soluzione che interessa una struttura situata nella zona industriale di Rancate. «Il Municipio – afferma il vicesindaco e responsabile del dicastero Sicurezza Samuel Maffi – è stato subito informato di questa possibilità ed è in contatto a questo proposito con il Cantone da un paio di settimane. Il progetto è stato preavvisato favorevolmente dalla Città, che ha dato la sua piena disponibilità per affrontare la situazione, a patto che vengano rispettate delle condizioni relative alle responsabilità in materia di polizia del fuoco, sicurezza interna ed esterna al centro e in merito alla Legge edilizia». Sia che il centro venga realizzato sul territorio di Mendrisio o in un altro Comune, il Consiglio di Stato dovrebbe infatti adottare una clausola d’urgenza per destinare gli spazi all’accoglienza temporanea dei migranti.

Ad ogni modo, rassicura Maffi, il centro non creerà nessun tipo di disagio: «Si tratta di una struttura temporanea per l’accoglienza di migranti che non chiedono asilo ma vorrebbero solo attraversare il Paese per dirigersi verso nord e vengono quindi riportati alla frontiera. La possibile struttura identificata sul territorio di Mendrisio non si trova in una zona sensibile e rimane discosta e lontana dall’abitato. Se dovesse essere scelto di realizzare il centro a Mendrisio – conclude Maffi – questo non sarà di disturbo alla popolazione».

La richiesta di aprire questa struttura è ora stata inoltrata a Berna, da cui si attende una risposta entro la fine della settimana. In seguito sarà presa una decisione sull’ubicazione.

Terrorismo: il PPD sollecita il Governo: «Si intervenga»

Terrorismo: il PPD sollecita il Governo: «Si intervenga»

Dal Corriere del Ticino del 28 luglio 2016 | Il gruppo parlamentare chiede una serie di misure a protezione dei ticinesi – Norman Gobbi: «Ci si sveglia adesso»

«Chiediamo una reazione ferma e implacabile da parte delle autorità». Così il gruppo parlamentare del PPD, in una nota diramata ieri, ha sollecitato il Governo affinché si attivi con una serie di misure in grado di prevenire e rassicurare la popolazione ticinese a fronte delle terribili stragi terroristiche che nelle ultime settimane stanno scuotendo l’Europa. «I nemici della pace – si legge nel comunicato – quale sia la loro motivazione e la loro cittadinanza, devono essere annichiliti. Per lottare contro questa barbarie occorre inequivocabile chiarezza negli intenti». Questa la premessa a sei richieste rivolte all’Esecutivo, tra le quali citiamo l’intervento «presso il Consiglio federale affinché il Trattato di Schengen sia ridiscusso e di conseguenza vengano reintrodotti i controlli sistematici alle frontiere». O ancora la «verifica ad ampio raggio sui rischi di radicalizzazione islamista in Ticino», ma pure la «mappatura tra tutti i richiedenti l’asilo e rifugiati politici presenti sul territorio che presentano problemi di dipendenza, fedina penale sporca o problemi di tipo psichiatrico».

Alla base di questo passo, ci spiega il capogruppo PPD Fiorenzo Dadò, v’è il timore che «se non si prende sul serio l’altissima preoccupazione della gente, presto o tardi i nostri valori di solidarietà, uguaglianza e libertà verranno minati». Per Dadò «non si può più tergiversare e perdersi in scaramucce. Serve intervenire senza paura con delle misure attuabilissime che non recheranno danno a nessuno ma aumenteranno la percezione della sicurezza».

Da parte sua il deputato Giorgio Fonio, presidente della Commissione petizioni e ricorsi, si esprime in merito alla proposta di subordinare, prima che venga discussa in Parlamento, la concessione delle cittadinanza cantonale a una nuova ulteriore verifica di sicurezza da parte del Dipartimento delle istituzioni. «Alla prima seduta commissionale in settembre – annuncia – proporrò ai miei colleghi di convocare il direttore Norman Gobbi per valutare l’applicabilità delle diverse misure da noi avanzate».

«Lista di consigli già evasa»

Chiamato in causa dal PPD, il direttore delle Istituzioni – da noi contattato – non nasconde il proprio scetticismo: «La lista dei consigli se non già evasa è sicuramente in corso». Per poi accogliere con riserva l’azione intrapresa in casa PPD: «Chi si sveglia nel luglio del 2016 avanzando tali richieste, forse si è dimenticato gli spezzoni precedenti del tragico film iniziato un anno e mezzo fa con la strage di Charlie Hebdo». In merito a quanto fatto a sud delle Alpi, Gobbi tiene poi a illustrare due casi concreti: «Sul nostro territorio abbiamo avuto alcuni passaggi di questo filmato, fortunatamente senza strisce di sangue. Penso all’identificazione e all’espulsione dal Ticino del simpatizzante dell’ISIS Oussama Khacia, e questo su richiesta dell’autorità cantonale. Rispettivamente all’arresto in Italia del presunto jihadista Abderrahim Moutaharrik, a riprova di come le antenne sul territorio a livello di intelligence, la collaborazione fra Cantone e Confederazione e quella con le autorità italiane, hanno dimostrato di funzionare». Sulla revisione di Schengen, invece, Gobbi specifica: «Già oggi c’è chi critica il rafforzamento dei controlli alla frontiera degli ultimi mesi, dimenticando che la nostra sovranità doganale ci permette di andare più in profondità, e oltre a Schengen. E il fatto che settimanalmente due terzi dei circa 300 arrivi giornalieri siano respinti significa che il controllo c’è ed è efficace. In più, coloro che chiedono l’asilo sono registrati e sistematicamente verificati dal punto di vista della sicurezza, a differenza di quanto fatto in Italia o nella stessa Germania». L’attuazione di misure straordinarie è a sua volta già contemplata, ma – indica Gobbi – cercando di non spaventare il cittadino: «In generale viene fatta una costante verifica della minaccia, e penso a come abbiamo gestito, discretamente e senza allarmare la popolazione, il dispositivo di sicurezza per l’inaugurazione di AlpTransit».

‘Accoglienza ma con garanzie’

‘Accoglienza ma con garanzie’

Da La Regione del 28 luglio 2016 | Il PPD chiede al Consiglio di Stato di rafforzare i controlli e rassicurare la popolazione – Fiorenzo Dadò: «Intervenire contro l’escalation di sentimenti negativi verso gli stranieri».

«Se vogliamo che la cittadinanza continui ad accogliere gli stranieri, l’autorità deve dare garanzie migliori rispetto a quanto fa oggi». Fiorenzo Dadò , capogruppo Ppd, è un fiume in piena. In redazione è appena giunto un comunicato stampa a nome del gruppo parlamentare “azzurro”, che elenca una serie di misure (vedi a lato) per “un’efficace prevenzione e una seria rassicurazione della popolazione” di fronte alla “recrudescenza della violenza in vari Paesi europei”. Al punto da chiedere al Consiglio di Stato, ad esempio, l’introduzione di misure di sicurezza straordinarie anche in Ticino? «La premessa dev’essere chiarita bene, altrimenti ci accusano di populismo. Siamo di fronte a un’escalation di sentimenti negativi generalizzati verso gli stranieri e questo ci preoccupa molto: secondo noi, se l’autorità non interviene in modo convincente c’è il rischio che i nostri valori democratici (di solidarietà, di uguaglianza, di libertà) vengano gettati alle ortiche. In Francia ne abbiamo l’esempio con la scalata di Marine Le Pen. In poco tempo, l’Europa tenderà ad andare verso sistemi più autoritari. Penso perciò che dobbiamo reagire subito». Come? «A nostro parere, le possibilità sono quelle che abbiamo elencato nel comunicato stampa. Se si vuole continuare ad accogliere le persone è un dovere dell’autorità dare delle garanzie. Gli assi di intervento sono due: sviluppare misure di controllo più incisive, mirate e sistematiche. E secondariamente, dare delle rassicurazioni alla popolazione. Anche su questo fronte il governo cantonale è troppo silente…». Il Dipartimento delle istituzioni ha chiesto – e ottenuto – di potenziare il numero di agenti sul territorio. Chiedere nuovi sforzi significa, probabilmente, generare altri costi. «Le unità ci sono e vanno orientate. Se è necessario spendere qualcosa in più, lo si spenda anche. Del resto, per la sicurezza a mio avviso bisogna anche essere disposti a rinunciare a un po’ di libertà. Perché più controlli portano a questo». Ad esempio, chiedendo “che venga fatta una mappatura tra tutti i richiedenti l’asilo e rifugiati politici sul territorio che presentano problemi di dipendenza, fedina penale sporca e problemi di tipo psichiatrico”. «Dati che devono rimanere nelle mani delle forze dell’ordine, ma che bisogna iniziare ad avere – continua il capogruppo popolare democratico –. È importante che l’autorità sappia chi c’è sul territorio. Il caso di emulazione è enorme. Pensiamo ad esempio all’attentato di Nizza. Si tratta di personaggi potenzialmente arruolabili, ma che poi si scopre non essere legati a gruppi terroristici». Profili che, a mente del Ppd, devono essere tenuti sotto controllo. Qualora il Consiglio di Stato non dovesse recepire i suggerimenti, il partito “si riserva di intervenire attraverso gli strumenti democratici previsti dalla legge”. Ergo? «Atti parlamentari, iniziative cantonali, e se del caso iniziative popolari. Se non si attiva l’autorità politica, dovrà attivarsi la popolazione», chiude Dadò.

LA REAZIONE – Il ‘ministro’ Gobbi: ‘Già operativo un sistema di verifica e sicurezza’
«Già oggi siamo pronti a mettere in campo tutta una serie di misure necessarie alla sicurezza dei cittadini, e lo abbiamo dimostrato con l’inaugurazione della galleria AlpTransit del Gottardo quando sono giunti in Ticino cinque premier e numerose autorità federali e internazionali» commenta Norman Gobbi , direttore del Dipartimento delle istituzioni, da noi sollecitato sulla presa di posizione popolare democratica. Quanto è possibile fare, detto altrimenti, già si fa. «L’intero dispositivo, in quell’occasione – aggiunge Gobbi – è stato applicato senza problemi anche a tutela della sicurezza di migliaia e migliaia di cittadini presenti per l’occasione a Pollegio». Senza contare che in queste, come in altre simili, circostanze la gestione della sicurezza è sì visibile ma anche – e soprattutto – no, per evidenti motivi. «In effetti in queste occasioni vi è una forte presenza di agenti in divisa ma soprattutto di poliziotti in borghese, meno appariscenti. E questo – aggiunge il direttore del Dipartimento delle istituzioni – anche per evitare che feste popolari come quella tenutasi in giugno a Pollegio generino momenti di apprensione non giustificati». Fatta la premessa, Gobbi ricorda che da tempo la polizia è preparata a reagire in casi di episodi gravi ma riconducibili a un solo attore, spesso giovane, come è capitato recentemente a Monaco di Baviera o come succede spesso nelle scuole statunitensi. Anche le forze dell’ordine svizzere sono istruite e attrezzate per far fronte a simili tragici eventi, dove peraltro la dinamica spesso si somiglia a prescindere dalla matrice terroristica o meno. «Su questo fronte si deve casomai potenziare il lavoro di intelligence, ma a poco serve subordinare la concessione del permesso B a una sistematica verifica dei richiedenti l’asilo come chiede il Ppd. Non serve, come ci dimostra l’esperienza anche recente». E a questo proposito il consigliere di Stato cita l’esempio di Oussama Khachia, simpatizzante dichiarato del Califfato, giunto in Ticino per ricongiungimento familiare perché marito di una cittadina con doppia nazionalità italiana e svizzera. È stato espulso dalla Svizzera nel novembre 2015, grazie al lavoro di verifica svolto in Ticino. «L’impegno sulla sicurezza casomai è un altro ed è quello che già facciamo. Lo stesso che ci ha portato a collaborare con l’Italia quando è stato arrestato a Lecco il pugile Abderrahim Moutaharrik, che frequentava una palestra luganese, sospettato di adesione all’Isis e che presentava un rischio potenziale» ricorda ancora Gobbi. Tutte misure di sicurezza, conclude il direttore del Di, messe in atto da un anno e mezzo, dopo la strage parigina alla redazione di Charlie Hebdo.

LE MISURE
Sicurezza – Introduzione di misure di sicurezza straordinarie atte a rassicurare la popolazione, in particolare durante manifestazioni pubbliche rilevanti

Frontiere – Intervenire presso il Consiglio federale affinché il trattato di Schengen sia ridiscusso e di conseguenza vengano reintrodotti i controlli sistematici alle frontiere

Controlli – Effettuare una verifica ad ampio raggio sui rischi di radicalizzazione islamista in Ticino

Permessi – Subordinare la concessione dei permessi B a una sistematica ed efficace verifica di sicurezza, in collaborazione con lo Stato di provenienza del richiedente

Mappatura – Svolgere una mappatura tra tutti i richiedenti l’asilo e rifugiati politici ospiti in Ticino che presentano problemi di dipendenza, fedina penale sporca e problemi di tipo psichiatrico

Cittadinanza – Subordinare la concessione della cittadinanza cantonale a una nuova verifica di sicurezza da parte del Dipartimento delle istituzioni, prima che approdi in Gran Consiglio, affinché sia sottoposta al controllo e al nullaosta definitivo dei servizi competenti