Discorso pronunciato dal Consigliere di Stato Norman Gobbi in occasione dell’Assemblea generale dell’Alleanza patriziale (ALPA) del 28 maggio 2016

– Fa stato il discorso orale –

Signor Presidente,
Signore e signori membri del Comitato direttivo,
Gentili Signore, Egregi Signori,
Cari concittadini patrizi,

vi saluto a nome Consiglio di Stato e vi ringrazio per il cortese invito a partecipare anche quest’anno alla vostra assemblea generale. Un appuntamento immancabile nella mia agenda di Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni. Un incontro che mi permette di dialogare direttamente con tutti voi rappresentanti dei nostri Patriziati che, nel contesto comunale in profonda evoluzione nel quale ci troviamo, hanno visto mutare e accentuarsi il loro ruolo di testimoni e sentinelle delle identità locali.

Quest’anno l’Alleanza patriziale ha scelto di riunirsi a Sonogno, in cima alla Valle Verzasca. Una Valle incantevole che negli scorsi anni è stata caratterizzata dal tentativo di costruire un unico Comune. È una nave che non è ancora giunta in porto, ma la rotta è tracciata. Segnali positivi e incoraggianti arrivano in questo senso dai 9 Patriziati di Verzasca e Piano (Brione, Corippo, Cugnasco, Frasco, Gerra, Gordola, Lavertezzo, Sonogno e Vogorno) che da tempo manifestano un rinnovato entusiasmo nella gestione dei loro enti, ma anche, e soprattutto, nella collaborazione reciproca. Saluto quindi con particolare soddisfazione l’iniziativa dei Patriziati verzaschesi di riunirsi regolarmente per discutere di problematiche comuni che spesso oltrepassano i confini dei singoli enti. Pur nel rispetto delle autonomie locali, questo approccio positivo e costruttivo permette un reciproco scambio di conoscenze ed esperienze, nell’ottica di ottenere una gestione della cosa pubblica ancor più efficace.

In questo contesto è ammirevole constatare come rimane sempre immutato il ruolo dei Patriziati quali custodi, gestori e promotori del nostro territorio e quali partner affidabili di tutti i nostri Comuni. Soprattutto ai nostri giorni, quando tutti gli enti pubblici sono chiamati ad adattarsi alle sfide dettate dai tempi in cui viviamo. A questo proposito il Governo ha dovuto chinarsi in tempi recenti sul risanamento delle finanze cantonali per migliorare in modo incisivo e coraggioso lo stato di salute precario dei conti statali. Una sfida difficile, ma condivisa da tutti noi Consiglieri di Stato. Ognuno ha dovuto fare la propria parte identificando una serie di misure da attuare per riuscire a centrare l’obiettivo che ci siamo prefissati: recuperare 180 milioni e raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2019.

Alcune di queste misure toccano anche voi. Il mio Dipartimento, con senso di responsabilità, ha svolto fino in fondo i suoi compiti. Fra questi rientra pure l’analisi dei flussi finanziari tra il Cantone e i Patriziati. Si è perciò proposto una riduzione della dotazione finanziaria del Fondo per la gestione del territorio da 600 a 500 mila franchi annui e un attestamento del Fondo di aiuto patriziale alla quota “storica” di 700 mila franchi (pagati pariteticamente dal Cantone e dai Patriziati). Inoltre, si è prospettata l’introduzione della necessaria base legale per il prelievo di una tassa di decisione per le ratifiche cantonali, come già avviene da diversi anni in diversi altri ambiti dell’Amministrazione cantonale.

Posso assicurarvi che queste misure finanziarie che avranno un’influenza diretta (in alcuni casi addirittura positiva, se pensiamo alla possibile riduzione delle aliquote di prelievo dal Fondo di aiuto patriziale) sui Patriziati ticinesi sono state proposte in un’ottica di assunzione collettiva di responsabilità verso l’obiettivo del risanamento delle finanze pubbliche.
Non è in discussione il riconoscimento da parte del Cantone del ruolo, dell’importanza e dei risultati conseguiti dai Patriziati ticinesi!

Certo si tratta di misure che, nel limite del possibile, si sarebbe voluto evitare, tuttavia colgo l’occasione per sottolineare il fatto che questi interventi finanziari sono stati attentamente valutati al fine di renderli sostanzialmente accettabili: sia il Fondo per la gestione del territorio che quello di aiuto patriziale garantiranno una certa autonomia operativa (anche grazie a una riserva accumulata nel corso degli anni) anche a medio-lungo termine.

Ho ricevuto negli scorsi giorni lo scritto che mi avete inviato in cui avete manifestato le vostre preoccupazioni e reticenze in questo contesto. A questo proposito intendo garantirvi il dialogo che abbiamo costruito e mantenuto negli scorsi anni. Pertanto i miei servizi prenderanno contatto con voi per fissare un incontro. L’ottima collaborazione tra Cantone e Patriziati dovrà assolutamente continuare anche in futuro!

È quindi doveroso, come enti pubblici, svolgere un atto di coraggio per salvaguardare le nostre generazioni future e consegnare loro uno Stato in grado di essere progettuale e soddisfare i bisogni di tutti i cittadini restando al passo con i tempi. Questo significa anche fare dei sacrifici. La forza dei Patriziati, nel corso dei decenni, è stata quella di mantenere la propria missione a salvaguardia dell’identità e dei valori storici adattandosi alle esigenze dettate dal momento storico in cui ci si trovava.

Sono sicuro che riusciremo insieme a guardare con fiducia alle sfide che ci attendono grazie alla vostra capacità di saper coniugare ciò che è stato con ciò che è e dovrà essere, senza perdere di vista il bagaglio dei valori maturati nei secoli, semmai rivitalizzandoli là dove sarà opportuno farlo.

Dovremo quindi continuare a collaborare unendo le nostre forze anche in futuro per riuscire a migliorare e aumentare l’efficienza amministrativa dei nostri enti patriziali. È un compito impegnativo ma assolutamente necessario per fare in modo che sia garantita l’essenza e la funzionalità nel contesto pubblico dei nostri Patriziati.

Sono certo e fiducioso che anche dal profilo della gestione finanziaria, oltre che da quella amministrativa e della capacità di promuovere progetti concreti a favore della collettività, i Patriziati ticinesi sapranno cogliere e vincere tutte le sfide che il Ticino sarà chiamato ad affrontare!

Vi ringrazio dell’attenzione.

Permessi – All’ombra del casellario

Permessi – All’ombra del casellario

Dal Corriere del Ticino del 27 maggio 2016, un articolo di Massimo Solari

L’attività dell’Ufficio della migrazione, tra libera circolazione e misure dipartimentali Morena Antonini: «Ma i numeri non dicono tutto, alla quantità preferiamo la qualità»

«Per il rinnovo di un visto, premere tasto 1; per verificare lo stato della vostra pratica tasto 2; per altre informazioni tasto 3». Anche noi, per raggiungere la responsabile dell’Ufficio della migrazione Morena Antonini, siamo dovuti passare dallo speciale contact center introdotto a inizio 2015 dal Dipartimento delle istituzioni. Insieme ad altri, uno strumento implementato con l’obiettivo di gestire al meglio il rilascio e il rinnovo dei permessi. Provvedimenti, questi, culminati nell’aprile dello scorso anno con la richiesta sistematica dell’estratto del casellario giudiziale per i richiedenti di un permesso di dimora (B) e per frontaliere (G). E in tal senso è stato come ritornare alle origini, in quanto la procedura era già prevista prima dell’entrata in vigore dell’Accordo sulla libera circolazione (ALC) nel 2002, che invece l’ha poi permessa solo in via eccezionale. «Il discorso però è complesso» ci fa notare Antonini: «Sono una della vecchia guardia, che ha vissuto sulla propria pelle tutti gli aggiornamenti intercorsi in questi anni». Sì perché, sottolinea la capoufficio, «la materia stranieri, anche prima dell’ALC, è sempre stata in evoluzione: sia nell’ambito del legislatore che a livello di giurisprudenza». E se tra il 2002 e il 2015 la modifica formale più rilevante per cercare di ovviare all’assenza di un filtro come il casellario è stata l’introduzione dell’autocertificazione sui precedenti penali, dietro le quinte le autorità preposte ai controlli hanno dovuto in qualche modo reinventarsi.

Quel filtro preventivo venuto meno
«Oltre alla richiesta del certificato penale – spiega Antonini – prima della libera circolazione si procedeva anche con un esame preventivo delle domande. Per le persone intenzionate a esercitare un’attività lucrativa in Ticino si raccoglievano una serie di dati sui rispettivi datori di lavoro. Verificavamo l’esistenza dell’azienda, se il fabbisogno di manodopera estera fosse giustificato e si fosse già ricercato sul mercato del lavoro residente, la correttezza delle condizioni salariali». Detto altrimenti, quando si rilasciava l’autorizzazione tutti i controlli erano già stati eseguiti, e quindi la possibilità che vi fossero abusi o casi che interessassero le autorità giudiziarie risultavano più limitati. Con l’ALC tutto è cambiato. «I diversi organi di controllo, come i Comuni, l’ufficio AVS o dell’assistenza, l’Ispettorato del lavoro e l’Ufficio per la sorveglianza del mercato del lavoro, sono stati chiamati ad agire in seconda battuta» indica Antonini. La maturazione di questo nuovo paradigma operativo si è tuttavia protratta negli anni. «Tant’è – rileva la nostra interlocutrice – che siamo arrivati nel 2014 con un rilevante accumulo di segnalazioni. Questo ha giustificato una riorganizzazione dell’Ufficio della migrazione, con l’istituzione di un settore giuridico che oggi approfondisce i casi critici. E naturalmente aumentando i controlli è cresciuto il numero delle decisioni di diniego o revoca».
Ma se i 192 casi gravi venuti a galla tra l’aprile del 2015 e quello del 2016 sono figli della richiesta sistematica del casellario, lo stesso non può dirsi per altre fattispecie. Oltre alla citata collaborazione con altri settori, così come con la Confederazione e le forze dell’ordine, prima del casellario il Dipartimento delle istituzioni aveva tentato altre vie. «Penso all’esame dei richiedenti tramite il motore di ricerca Google» spiega Antonini: «Certamente le informazioni che si ricavano non sono affidabili quanto quelle di un certificato rilasciato dalle autorità, ma anche in Internet è possibile risalire a dati che giustificano una richiesta di approfondimento». Ma come funziona? «La procedura non è facile: vengono inseriti i nominativi con determinate modalità tecniche che i collaboratori hanno appreso da esperti, il tutto per ottenere risultati più attendibili».

Dietro ai numeri
Se si analizzano le statistiche 2015 relative ai permessi globali emessi agli stranieri non può ad ogni modo passare inosservato il crollo numerico rispetto al 2014: i permessi sono infatti passati da 90.848 a 77.008. Difficile non pensare a un deciso giro di vite in quest’ambito. «Ma se guardiamo al 2005 – nota Antonini – eravamo a quota 66.000. Questi flussi sono legati ai rinnovi, a loro volta dettati dalle scadenze quinquennali dei permessi che si spalmano sull’arco di 3 anni». Antonini inoltre rinvia alla statistica sui permessi in vigore, «dove al contrario si assiste a un incremento del totale, passato dalle 174.240 unità del 2014 alle 174.711 del 2015». La capoufficio non nasconde comunque che «a seguito dell’aumento dei richiedenti, di quello dei controlli e delle segnalazioni, effettivamente l’ufficio ha accumulato dei ritardi nell’evasione delle domande». Ciò detto, puntualizza, «non sarebbe attendibile trarre delle conclusioni basandosi unicamente sull’entità dei permessi rilasciati. Il nostro è un lavoro di qualità, non di quantità».

«Soluzioni fatte in casa»
Nessun atteggiamento vessatorio nei confronti degli stranieri, dunque? abbiamo chiesto al direttore delle Istituzioni Norman Gobbi. «Tutt’altro: con l’avvento della libera circolazione c’è stata una limitazione sulle possibilità di anticipare gli interventi e rispettivamente fermare persone ricercate. Perciò – aggiunge – abbiamo dovuto trovare delle soluzioni fatte in casa che ci permettessero un maggiore controllo». Politicamente parlando, per Gobbi alla base di queste decisioni v’è «il principio del Ticino sicuro e accogliente. Il Cantone è in effetti disposto ad accogliere sul territorio coloro che vogliono partecipare attivamente alla vita economica e alla crescita del Paese, e non solo beneficiare del luogo. Dall’altra parte c’è poi una dimensione di sicurezza, cruciale per un cantone come il nostro che, a differenza di altri, è esposto in maniera accresciuta a fenomeni come la criminalità organizzata».

Lodrino, l’affare Mazza & Gobbi

Lodrino, l’affare Mazza & Gobbi

Da La Regione del 25 maggio 2016

Il Comune sarà proprietario della struttura a un prezzo politico: un milione di franchi, o anche meno – Accordo c on la Confederazione trovato in un incontro chiarificatore, con il supporto di Norman Gobbi.

Entro la fine di quest’estate l’aeroporto di Lodrino sarà di proprietà della Confederazione. Il consigliere di Stato Norman Gobbi , da noi interpellato ieri, ha preferito non sbilanciarsi troppo riguardo al recente incontro a Berna – di cui siamo venuti a conoscenza – sull’aeroporto di Lodrino con i vertici del Dipartimento federale della difesa, il centro di competenza ArmaSuisse. Con un «grande risultato» – di buon auspicio per lo sviluppo futuro del nuovo Comune che nascerà dall’aggregazione con Cresciano, Osogna e Iragna – che entusiasma il sindaco di Lodrino Carmelo Mazza .

E non si fa certo fatica a credergli. È da tempo che aspettava questa notizia. «Già dal 1996 – spiega alla ‘Regione’ Mazza – il Municipio di Lodrino ha istituito un gruppo di lavoro con la Regione Tre Valli e l’allora direzione dello scalo militare rivierasco (Nelio Rigamonti), con l’obiettivo di preparare un (primo) regolamento in vista di un disimpegno della Confederazione e di uno sfruttamento, a scopi civili, dell’aerodromo». Una bozza, certo, frutto di una visione. Ebbene, oggi, a vent’anni di distanza, la certezza che si andava nella giusta direzione.

Traspare la tenacia di una valle, segnata dalle sorti dell’industria del granito, dal coronamento delle aggregazioni e poi la determinazione di un sindaco, dei ‘suoi’ municipali. Ma non solo. Mazza rivolge parole di ringraziamento verso Gobbi. Sua l’idea, dice Mazza, dell’incontro, l’attesa strategica del cambio della guardia tra il ‘vecchio’ ministro Ueli Maurer (ora capo delle Finanze) e il volto ‘nuovo’ Guy Parmelin. Da tempo era in agenda un incontro ‘chiarificatore’. La Confederazione voleva sei milioni, poi tre, mentre l’offerta del Comune non superava il mezzo milione. Con, due mesi e mezzo fa, «l’ultimatum» da Lodrino. A fare da contatto tra Maurer e Parmelin Bruno Locher, capo della Sezione territorio e ambiente che ha ricevuto incarico da Maurer di seguire il caso. Ecco che il costo ipotizzato ora è di un milione. Forse meno.

Si è però rischiato il tracollo. Successe già negli anni 2000. Grazie al lavoro di squadra con Sereno Imperatori (timoniere Ruag), con gli inserimenti di Raffaele De Rosa (direttore dell’Ente regionale per lo sviluppo del Bellinzonese e Valli) e il coinvolgimento delle ditte (Heli Tv e Ruag), con il supporto del delegato dell’aviazione Davide Pedrioli e di Fabio Conti (Sezione del militare e protezione della popolazione) si è giunti, nel 2013, al Piano settoriale dell’infrastruttura aeronautica (Psia) con le direttive federali per lo sviluppo edilizio e operativo dell’aerodromo, a concretizzare l’impegno pubblico del Comune di Lodrino (o, in alternativa, del Cantone).

Per farsi un’idea delle grandezze in gioco l’hangar 4 (verde), costruito una quindicina di anni fa per gli elicotteri Super Puma, è costato 12 milioni di franchi. Per convincere Berna della validità dell’offerta (e degli intendimenti) del Comune di Lodrino per l’aeroporto, il Municipio ha insistito sui progetti nati «per il nuovo Comune-Regione» sull’aerodromo in collaborazione con la Supsi, quel Polo tecnologico dell’aviazione che dispone ora delle basi per creare ricchezza. Quanto basta, insomma, per dimostrare che sul sedime (con la torre di controllo e gli hangar) non si intende lanciarsi in speculazioni immobiliari di nessun genere, ma che piuttosto si vuole avviare un progetto di sviluppo. Condizioni particolari fissate dalla Confederazione? Il mantenimento di condizioni di favore nei confronti delle forze aeree, quale segno dell’importanza che il Comune futuro intende riconoscere verso le loro esigenze, anche negli anni che verranno.

Il 5 giugno diciamo NO all’iniziativa «A favore del servizio pubblico»!

Il 5 giugno diciamo NO all’iniziativa «A favore del servizio pubblico»!

Dal Mattino della Domenica del 22 maggio 2016

Un’iniziativa pericolosa e controproducente

Tra i temi sui quali il Popolo svizzero dovrà esprimersi il prossimo 5 giugno 2016 vi è anche quello relativo all’iniziativa popolare “A favore del servizio pubblico”. Un titolo che è tutto un programma, dato che può essere interpretato in diversi modi: chi di noi infatti non ha a cuore la qualità del nostro servizio pubblico? Un titolo del genere ha tutto per risultare seducente agli occhi dei cittadini, in particolare quelli provenienti da Cantoni periferici come il Ticino, che negli anni ha dovuto subire pesanti conseguenze occupazionali a causa del ridimensionamento delle ex regie federali. Un aspetto maggiormente sentito dagli abitanti delle nostre valli, come posso testimoniare in prima persona, che hanno visto sparire alcuni servizi federali storici presenti sul territorio.

Se leggiamo con attenzione il testo in votazione ci accorgiamo però come questa iniziativa sia un mero specchietto per allodole. Vietare alle FFS, alla Swisscom e alla Posta di conseguire profitti non significa affatto favorire il servizio pubblico, anzi! Con questa iniziativa, come vogliono far credere i suoi fautori, non aumenteranno i posti a sedere sui treni né riapriranno gli uffici postali nei villaggi delle nostre valli. Gli abbonamenti per il cellulare non costeranno meno, la rete internet superveloce non arriverà fino a Fusio e i treni non saranno più puntuali. Il risultato, se questa iniziativa dovesse essere approvata, sarebbe al contrario una drastica riduzione delle risorse finanziarie a disposizione di queste aziende, con il rischio di un’ulteriore riduzione dei servizi e dunque anche dei posti di lavoro. Questo proprio in un momento di difficoltà per l’economia ed il mercato del lavoro ticinesi. Per la serie: oltre al danno la beffa! Al di là dei margini di miglioramento in alcuni settori che nessuno nega, il servizio offerto oggi ai cittadini svizzeri rappresenta un’eccellenza a livello mondiale; un’eccellenza che molti cittadini di altri Paesi ci invidiano!

L’iniziativa rischia dunque paradossalmente di mettere in ginocchio il servizio pubblico, con FFS, Swisscom e La Posta che si ritroverebbero nella situazione di non poter conseguire profitti. Un obiettivo tanto inviso alla sinistra – al solito schierata ideologicamente sulle sue posizioni – che rappresenta uno stimolo per queste aziende alfine di migliorare la qualità del servizio così come l’efficienza dell’utilizzo delle risorse, evitando sprechi di denaro pubblico. Senza utili queste aziende non potrebbero inoltre continuare ad investire in modo importante nell’economia svizzera come hanno fatto finora. Prendiamo ad esempio la Posta, che ogni anno acquista prestazioni da oltre 12’000 fornitori per un totale di 3,3 miliardi di franchi. E quasi tutti questi fornitori sono svizzeri! Senza dimenticare poi che queste aziende occupano complessivamente 106’000 persone e formano ogni anno circa 4’300 apprendisti. Posti di lavoro che verrebbero minacciati da questa iniziativa. Non da ultimo, quest’ultima avrebbe delle conseguenze negative per le casse pubbliche: basti pensare che, solo nel 2014, le aziende di servizio pubblico hanno versato allo Stato 1,3 miliardi di franchi! Mettere a rischio queste risorse significa giocare una scommessa azzardata, della quale a pagarne il prezzo saranno alla fine tutti i cittadini elvetici, specialmente quelli dei Cantoni periferici come il Ticino. Per tutti questi motivi, ma soprattutto per continuare a garantire la qualità del nostro servizio pubblico, è importante dire «NO» il 5 giugno all’iniziativa «A favore del servizio pubblico». Un’iniziativa dal titolo fuorviante, un’iniziativa pericolosa per tutti i cittadini!

Il casellario giudiziale rimane in vigore!

Il casellario giudiziale rimane in vigore!

Dal Mattino della domenica l La misura ha permesso di vietare l’entrata in Ticino a 33 potenziali criminali

33. È questo il numero di criminali a cui nell’ultimo anno è stato negato il permesso di soggiorno per venire a vivere o a lavorare nel nostro Cantone. Tra queste persone figurano persone condannate per reati quali appropriazione indebita, omicidio, rapina, detenzione illegale di armi e munizioni nonché “distruzione di cadavere continuato”. Leggendo quest’ultimo termine mi sono chiesto a cosa si riferisse. Sono andato a verificare. Questa persona a cui abbiamo negato il permesso di entrata in passato aveva strangolato un anziano di 90 anni e in seguito aveva dato fuoco al suo cadavere! Non propriamente reati lievi, quindi, che permettono di comprendere l’importanza della misura straordinaria concernente l’obbligo di presentazione dell’estratto del casellario giudiziale per il rilascio e il rinnovo dei permessi di dimora B e per frontalieri G.
Una misura pienamente sostenuta dai cittadini in particolare attraverso le 12’192 raccolte mediante la petizione promossa dalla Lega dei Ticinesi, da sempre in prima linea per difendere la sicurezza del nostro Cantone e di tutta la popolazione.

Più sicurezza sul nostro territorio! È questo il risultato che abbiamo ottenuto grazie all’introduzione di questa misura straordinaria. Un provvedimento che ha fatto discutere, soprattutto oltre confine, ma che si è rivelato molto efficace. Un’efficacia riconosciuta da tutto il Governo, che ha deciso di mantenere questa misura in vigore, incaricando il Dipartimento delle istituzioni da me diretto di approfondire possibili misure alternative che consentano di ottenere analoghi risultati. Una misura, tengo a sottolineare, di sicurezza e di ordine pubblico, non economica, come qualcuno ha voluto far credere. Inoltre, non si tratta assolutamente di un atto discriminatorio, come dimostrano i dati statistici riferiti al primo anno della sua applicazione. Su un totale di 17’468 domande esaminate dall’Autorità cantonale, 17’276 hanno portato infatti al rilascio o al rinnovo del permesso. Insomma, come ho sempre ripetuto: chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere! Proprio per questo motivo la misura ha trovato pure la comprensione da parte dei cittadini stranieri che vogliono lavorare o dimorare onestamente sul nostro territorio.

Il mantenimento della richiesta dell’estratto del casellario giudiziale è da salutare positivamente, poiché permetterà di continuare a salvaguardare la sicurezza del Ticino e dei Ticinesi. I fatti ci dicono che la conoscenza approfondita di una persona che vuole entrare nel nostro Paese è di vitale importanza per tutelarci anche di fronte a fenomeni gravi e preoccupanti come ad esempio il crimine organizzato oppure le attività terroristiche; fenomeni che oggi purtroppo possono toccare da vicino anche la Svizzera. Il concetto è molto semplice: chi farebbe entrare a vivere nella propria casa una persona senza conoscere meglio il suo vissuto? Credo proprio nessuno. E questo non per una chiusura tout court, come indicano i soliti fautori del “buonismo” a tutti costi, che a livello pratico non consente però di trovare delle soluzioni concrete ai problemi ai quali siamo confrontati. Fin dal mio primo giorno in Consiglio di Stato ho messo la sicurezza al centro del mio operato; un obiettivo che continuerò a perseguire anche in futuro. Perché la sicurezza, oltre ad essere un bene primario, rappresenta un valore fondamentale del nostro Paese. Un valore che lo Stato è chiamato a garantire ogni giorno, anche attraverso decisioni come quella da me presa nell’aprile 2015. Una decisione efficace, un atto dovuto nei confronti di tutti i cittadini!

Norman Gobbi

A Gudo il meglio della lotta svizzera

A Gudo il meglio della lotta svizzera

A 45 anni dall’ultimo grande evento organizzato in Ticino (nel 1971 a Sementina), la lotta svizzera si appresta a fare il suo ritorno a Sud delle Alpi.

L’evento, come scrive La Regione, è in programma sabato 25 e domenica 26 giugno al campo sportivo di Gudo, dove 120 atleti si sfideranno nell’ambito della prima “Festa ticinese di lotta svizzera”.

Si tratterà quasi esclusivamente di atleti provenienti da Oltralpe, ma ci saranno comunque anche 5 o 6 ticinesi affiliati all’Associazione cantonale di lotta svizzera, che si allenano al Centro sportivo nazionale della gioventù di Tenero.

Padrino della manifestazione sarà il consigliere di Stato Norman Gobbi. Per il pubblico saranno a disposizione circa 1’000 posti a sedere, oltre a una ricca offerta culinaria e numerose attività collaterali, tra cui una suggestiva esibizione del Coro delle Alpi.

Per maggiori informazioni: www.festalottasvizzera.ch

Sicurezza – Sul casellario il Governo non molla

Sicurezza – Sul casellario il Governo non molla

Dal Corriere del Ticino del 12 maggio 2016

Sostegno unanime al mantenimento della misura – Norman Gobbi: «Provvedimento equo ed efficace» Il Dipartimento delle istituzioni dovrà però presentare delle varianti compatibili con la libera circolazione

Il Consiglio di Stato non cede alle pressioni dell’Italia e della Confederazione e conferma la misura straordinaria concernente l’obbligo di presentare l’estratto del casellario giudiziale per i cittadini stranieri che richiedono il rilascio o il rinnovo di un permesso di dimora B o per lavoratori frontalieri G. La mossa del direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, introdotta il 1. aprile del 2015 e accompagnata da polemiche e discussioni, non verrà soppressa. La decisione, come comunicato ieri dal presidente dell’Esecutivo Paolo Beltraminelli, è stata presa all’unanimità. A convincere tutti sull’utilità e l’efficacia del giro di vite sui permessi è stato il rapporto consegnato da Gobbi ai colleghi, contenente i numeri dei delinquenti finiti nella rete. Cifre – vedi anche il grafico a lato – rivelate in esclusiva dal Corriere del Ticino lo scorso 4 maggio e riferite al periodo aprile 2015-aprile 2016.
Nel quadro delle 27.698 richieste, il dato saliente riguarda le 33 revoche/decisioni negative, di cui 29 relative a permessi G e 4 a permessi B. Un numero di casi – per altro scaturito in 19 ricorsi al Consiglio di Stato – pari all’1,1% dei 17.468 incarti che la Sezione della popolazione ha deciso di esaminare. «La misura – ha dichiarato Gobbi – si è rivelata equa ed efficace, e anche se possono sembrare poche sappiamo bene che se non ravvisata ogni singola fattispecie avrebbe potuto fare notizia. Si tratta in effetti di casi gravi e recidivi».
E il rapporto lo conferma in modo inequivocabile. Un esempio su tutti: il filtro del casellario ha permesso di impedire l’entrata sul nostro territorio di una persona condannata, tra gli altri, per omicidio continuato e distruzione di cadavere. «Reati che sarebbe stato impossibile contestare qualora non fosse stata in vigore la nostra misura» ha indicato Gobbi, ricordando altresì l’importanza dell’effetto dissuasivo potenziale: con l’introduzione del provvedimento le domande, soprattutto per il rilascio di un permesso B, hanno in effetti conosciuto una marcata diminuzione. Ma a Bellinzona ieri è stato altresì ricordato il sostegno ottenuto a livello politico, con in particolare una petizione firmata da 12.192 cittadini e due iniziative cantonali votate in Gran Consiglio e difese negli scorsi giorni da alcuni deputati a Berna.
Beltraminelli: «Gesto distensivo»
Se da un lato si è dunque optato per il mantenimento della misura, sempre all’unanimità il Governo ha dall’altro deciso di fissare alcuni paletti e determinate scadenze. «Abbiamo incaricato il Dipartimento delle istituzioni – ha annunciato Beltraminelli – di presentare entro un anno delle possibili varianti dello strumento attuale ritenute compatibili con il diritto internazionale e che consentano di ottenere gli stessi risultati in termini di sicurezza». Provvedimenti sostitutivi, questi, che subentreranno al più tardi con l’entrata in vigore degli accordi tra Svizzera e Italia, che Beltraminelli ha stimato per il gennaio del 2018. «Un gesto distensivo», così lo ha definito il presidente del Governo, al fine di sbloccare il dossier fiscale tra i due paesi, ma anche e soprattutto un passo «a favore della sicurezza del nostro territorio e in considerazione del contesto nazionale». E ciò, ha aggiunto, poiché «sarebbe riduttivo ricondurre tutto agli accordi fiscali».
Ad ogni modo già ieri è stata spedita una lettera a Palazzo federale per informare il ministro delle finanze Ueli Maurer della scelta fatta dal Consiglio di Stato. Berna, lo ricordiamo, che in più di un occasione aveva espresso i propri timori verso le richieste del casellario e dei carichi pendenti (quest’ultima non più in vigore dal 1. dicembre scorso, ndr), ritenute discriminatorie e non rispettose alla lettera delle normative legali, oltre che una pietra d’inciampo nelle trattative sull’accordo fiscale tra Svizzera e Italia.
Gobbi, tuttavia, negli scorsi mesi non ha mai mancato di sostenere che «indietro non si torna». E ora, il direttore delle Istituzioni ha già pensato ad alcune possibili declinazioni dell’attuale provvedimento? «Il Dipartimento ha un anno e un anno verrà utilizzato» ha chiarito Gobbi, lanciando anche una stoccata al partner italiano: «Abbiamo questo vincolo e saremo formali, anche perché vicino a noi c’è un Paese molto formale che ad esempio prevede che la nuova imposizione fiscale dei frontalieri sarà a regime solo tra 5-10 anni».
Il nodo della contropartita
Resta da capire se, decidendo di mantenere in vita l’obbligo del casellario giudiziale, i cinque consiglieri di Stato abbiano rinunciato alla ventilata compensazione finanziaria sulla quale Berna era disposta ad entrare in materia. Una contropartita di 20 milioni di franchi che nessuno ha mai confermato né smentito. E ieri, su esplicita domanda, la coppia Beltraminelli-Gobbi ha fatto chiarezza: «La questione non viene a cadere, rimane sul tavolo delle discussioni con Berna, perché non concerneva in senso stretto il casellario giudiziale. Fa parte in effetti di un discorso più ampio che riguarda le conseguenze che avrebbe l’accordo fiscale parafato lo scorso dicembre. Come dire che l’aspettativa di una contropartita finanziaria non viene a cadere per effetto della decisione di tirare dritto. Almeno per ora.

le tappe
prima del 2002
L’estratto del casellario giudiziale è richiesto, con alcune eccezioni, a tutti i cittadini stranieri che richiedevano un permesso di soggiorno, indipendentemente dalla loro nazionalità.
dopo il 2002
Con l’entrata in vigore dell’Accordo sulla libera circolazione (ALC) delle persone viene introdotto un sistema duale. Per i cittadini degli Stati terzi il sistema rimane invariato. Per i cittadini degli Stati UE/AELS si prevede la presentazione del casellario solo in singoli casi debitamente provati: motivi di ordine e sicurezza pubblica.
nel 2009
Viene introdotto il sistema dell’autocertificazione, con il quale la persona che richiede un permesso deve rispondere a due domande poste in un formulario: 1) «È già stato condannato?»; 2) «Ha un procedimento penale pendente?». Il cambio di procedura è dettato da un grave fatto di cronaca: nell’estate del 2008 Antonio Barbieri, cittadino italiano dimorante nel Locarnese e in possesso di un permesso B, spara a due ragazzi di origine turca, uno dei quali perde la vita. Si verrà poi a sapere che l’omicida era un pregiudicato con gravi precedenti penali.
marzo 2015
Novazzano è teatro di una rapina a mano armata e tra gli autori in seguito arrestati vi sono anche alcune persone in possesso di un permesso B.
aprile 2015
Norman Gobbi introduce la misura straordinaria concernente l’obbligo di presentazione per i cittadini UE/AELS del casellario giudiziale e del certificato dei carichi pendenti per il rilascio e il rinnovo dei permessi di dimora B e per lavoratori frontalieri G. La misura, nel quadro delle limitazioni contemplate dall’ALC, è giustificata da motivi di pubblica sicurezza.
novembre 2015
Il 26 novembre il Governo decide di sospendere la richiesta del certificato dei carichi pendenti. Una decisione presa nell’ambito delle trattative fiscali tra Svizzera e Italia e dopo le pressioni avanzate dal Consiglio federale – dall’allora ministra delle Finanze Eveline Widmer-Schlumpf – per cui la misura ticinese rappresentava «una pietra d’inciampo» verso la firma dell’accordo. L’ammorbidimento si fonda però anche su argomentazioni operative e giuridiche (la richiesta è discutibile per il principio costituzionale della presunzione d’innocenza).

Sul casellario il Governo tira dritto

Sul casellario il Governo tira dritto

Dal Giornale del Popolo del 12 maggio 2016

Un anno dalla sua introduzione, su un totale di 17.468 domande esaminate, 33 sono state rifiutate – Gobbi: «Il provvedimento permette una maggiore sicurezza»

Il Consiglio di Stato, alla fine, ha deciso di tirare dritto: il casellario giudiziale resta. Fino a quando? In linea teorica, la misura straordinaria resterà in vigore fino all’entrata in vigore del nuovo accordo fiscale tra Svizzera e Italia. Difficile tuttavia dire quanto ci vorrà perché i due Parlamenti ratifichino l’accordo. Nel frattempo il suo Dipartimento sarà incaricato di valutare varianti alternative alla misura, in grado di ottenere i medesimi risultati sul profilo della sicurezza, ma nel rispetto degli accordi sulla libera circolazione. Solo due mesi fa, il consigliere federale Ueli Maurer era giunto in Ticino accompagnato dal Segretario di Stato per le questioni finanziarie internazionali Jacques de Watteville per incontrare l’Esecutivo ticinese e fare il punto sullo stato dei lavori, dopo che lo scorso dicembre il nuovo accordo tra Italia e Svizzera era stato parafato. Durante quell’incontro, lo ricordiamo, Maurer chiese un passo indietro al Ticino, sottolineando come il margine di manovra fosse ristretto a causa della ferma opposizione della controparte italiana in merito ad alcune misure particolarmente indigeste, tra cui il casellario giudiziale, da sempre ritenuto un trattamento discriminatorio dai politici del Belpaese. La richiesta del casellario era la normalità fino al 2002, prima dell’entrata in vigore dell’Accordo sulla libera circolazione. Nel 2008 il Cantone ha deciso di introdurre un sistema di autocertificazione. Infine, nell’aprile del 2015, a seguito di un altro grave fatto di cronaca con protagoniste persone in possesso di un permesso B, venne deciso di reintrodurre l’obbligatorietà di presentare il casellario per il rilascio dei permessi B e F, insieme al certificato dei carichi pendenti (misura, questa, poi sospesa a partire dal 1° dicembre scorso). Ieri la conferma che invece indietro non si torna. Tramite una missiva indirizzata a Berna, il Governo ticinese all’unanimità ha deciso di proseguire con l’obbligo di presentazione dell’estratto casellario giudiziale, una misura volta alla «tutela della sicurezza e dell’ordine pubblico sul nostro territorio – ha chiarito il consigliere di Stato Norman Gobbi – e non a carattere economico e discriminatorio, come più volte si è sentito dire». I numeri, in effetti, sembrano dare ragione al Governo. A un anno dall’adozione del provvedimento, infatti, su un totale di 17.468 domande esaminate dalla Sezione della popolazione, 17.276 hanno portato a un rilascio o a un rinnovo del permesso di dimora (B) o per lavoratori frontalieri (G), mentre 192 contenevano elementi di natura penale e, dal conseguente approfondimento, 33 sono sfociate in decisioni negative. «Il fatto che su 192 domande contenenti elementi di natura penale, 33 di queste – pari al 17% delle domande con evidenze penali esaminate – abbiano condotto a emettere una revoca/decisione negativa, è significativo, a dimostrazione dell’efficacia della misura introdotta e di quanto essa permetta di perseguire gli obiettivi del DI in termini di sicurezza e di ordine pubblico», chiosa Gobbi. Da notare anche che alcuni di questi 33 casi (29 per il permesso B e 4 per il G) si riferiscono a reati gravi (come rapina, appropriazione indebita, detenzione illegale di armi, furto e omicidio). Ma Gobbi, e il Governo, tengono a porre l’accento anche su un altro elemento importante: l’effetto dissuasivo. Benché non si possa comprovare un nesso tra l’introduzione della misura del casellario e la riduzione delle domande di permessi, dati alla mano, una certa diminuzione si può notare. Se all’inizio del 2015 le richieste di rilascio del permesso B si attestavano al di sopra della media degli ultimi 4 anni, dopo l’introduzione della misura esse hanno conosciuto una marcata diminuzione, toccando a maggio un calo del 35% rispetto alla media del quadriennio 2011- 2014. Minore invece l’effetto dissuasivo per le richieste di permesso da parte dei lavoratori frontalieri, che hanno comunque conosciuto una diminuzione. Da Berna, per ora tutto tace. L’auspicio del Governo ticinese è che «il Consiglio federale possa capire e fare proprie queste nostre posizioni, cercando di farle capire al partner italiano. Il Ticino è esposto a fenomeni diversi ad altri Paesi e questo deve farci mettere in campo misure particolari per salvaguardare la sicurezza. Una richiesta che ci viene anche dagli oltre 12mila persone che hanno sottoscritto una petizione e dal Gran Consiglio». Possibile che l’Italia possa fare un passo indietro sull’accordo fiscale? Gobbi non crede e spiega: «L’accordo fiscale è anche nell’interesse dell’Italia, quindi confidiamo che l’approccio molto formale dell’Italia diventi più pragmatico». E sulle varianti che verranno studiate in un anno dal suo Dipartimento, Gobbi spiega: «Si tratta di studiare altri provvedimenti che possano consentirci di avere informazioni sui precedenti penali delle persone, per identificare coloro che potrebbero rappresentare una minaccia per la nostra sicurezza interna». Per quanto riguarda la tempistica Gobbi dice: «La parte italiana si prenderà 5-10 anni per far entrare progressivamente in vigore l’accordo fiscale, così anche noi ci prenderemo il tempo necessario prima di abbandonare l’obbligatorietà del casellario».

Quel filtro illegale ma efficace

Quel filtro illegale ma efficace

Dal Corriere del Ticino del 12 maggio 2016, Editoriale di Fabio Pontiggia

Libertà e sicurezza, libertà o sicurezza. L’eterno conflitto tra due capisaldi della nostra società si ripropone nell’Europa che, dopo averle aperte, socchiude qua e là le frontiere tra i suoi Paesi. In Europa ci siamo anche noi, sebbene fuori dall’Unione europea. Troppo spesso le due realtà vengono confuse, ciò che conferisce al termine e al concetto di Europa una connotazione negativa, sprezzante, che l’Europa invece non merita proprio. La questione del casellario giudiziale in Ticino è un granello di sabbia intrufolatosi negli ingranaggi della libera circolazione delle persone tra il nostro e i Paesi dell’UE. Vi si è intrufolato per ragioni di sicurezza (e un po’ anche quale ritorsione politico-economica contro Roma).

Obbligare i cittadini italiani, che chiedono di entrare in Ticino come frontalieri o dimoranti, a presentare sistematicamente l’estratto del casellario giudiziale è un provvedimento incompatibile con quanto prevede l’Accordo sulla libera circolazione delle persone. È dunque illegale. I dati, raccolti dal Dipartimento delle istituzioni diretto da Norman Gobbi, anticipati dal nostro giornale e ieri ufficialmente confermati e pubblicati dal Governo cantonale, ci dicono tuttavia che, in relazione all’obiettivo della sicurezza, quel filtro, per quanto illegale, è efficace. Ha infatti permesso di impedire l’entrata nel nostro cantone di pericolosi delinquenti, che senza quell’obbligo sarebbero oggi quotidianamente tra noi. Una libertà importante come quella di spostarsi da un Paese all’altro, senza venire preventivamente sospettati di essere dei delinquenti, viene così parzialmente limitata, oltre quanto prevedono le regole in vigore, in nome di una maggiore sicurezza per tutti. Il sacrificio in termini di libertà è minimo (chi ha la coscienza, oltre che la fedina penale, a posto non subisce di fatto limitazioni, ma solo un antipatico aggravio burocratico); il beneficio in termini di maggiore sicurezza è superiore (sia che la si intenda come sicurezza percepita, sia che la si misuri come sicurezza effettiva: 33 delinquenti in meno nel nostro territorio sono un dato di fatto).

Soppesando sacrificio e beneficio, il Consiglio di Stato ha dunque deciso ieri di mantenere quel filtro illegale ma efficace. È stata una decisione presa all’unanimità dai due ministri leghisti e da quelli liberale, popolare democratico e socialista. Con una condizione importante: che entro un anno il Dipartimento artefice del provvedimento elabori una soluzione possibilmente altrettanto efficace ma non più illegale, bensì compatibile con i vincoli dati dall’Accordo bilaterale sulla libera circolazione delle persone. Questa sarà un’impresa ardua, perché i paletti fissati dall’accordo sono molto stretti in tale ambito: non c’è infatti spazio per un’assunzione sistematica di informazioni di natura giudiziaria su chi entra in Svizzera: la verifica va fatta caso per caso, secondo il principio di proporzionalità, e i provvedimenti limitativi possono essere adottati esclusivamente in relazione al comportamento personale del cittadino che arriva da noi. Questo almeno è quanto stabiliscono i Bilaterali. Che in Ticino sono stati sempre popolarmente bocciati, ma che sono vincolanti anche nel nostro cantone in quanto approvati più volte dal popolo in Svizzera.

La palla torna così nel campo dell’autorità federale. E in quello dell’Italia. Ci saranno mugugni, disapprovazioni, denunce politiche e forse ultimatum. Dovremo conviverci per un annetto.

Tessin will Grenzgänger-Regelung beibehalten

Da SRF.ch l Rund ein Jahr nach der umstrittenen Einforderung von Strafregisterauszügen bei Niederlassungsbewilligungen der Kategorie B und G hat die Regierung des Kantons Tessin eine erste Bilanz gezogen. Weil die Massnahme mehr Sicherheit gebracht habe, soll auch in Zukunft so verfahren werden.

In 33 Fällen seien im vergangenen Jahr Bewilligungen B (Aufenthaltsbewilligung) und G (Grenzgängerbewilligung) nicht erteilt worden, weil die Antragssteller eine kriminelle Vorgeschichte hatten, sagte Staatsrat Norman Gobbi (Lega) vor Medienvertretern in Bellinzona.

Grenzübergang nach Como, Italien.
Nach einem Jahr Erfahrungen will die Tessiner Regierung die umstrittene Grenzgänger-Regelung beizubehalten. Keystone / Archiv

Die Gesamtzahl aller untersuchten Anträge im vergangenen Jahr lag bei 17’468. Von diesen seien 192 Fälle aufgrund begangener Straftaten näher untersucht worden. Die 33 abgelehnten Anträge stammten unter anderem von Personen, die «ein erhebliches Sicherheitsrisiko» darstellten, sagte Gobbi – flüchtig sei von ihnen jedoch keiner gewesen. Der Staatsrat nannte einen konkreten Fall, bei dem der Antragssteller bereits zu insgesamt 30 Jahren Haft verurteilt worden war, unter anderem wegen Mordes.

Von den abgelehnten Personen, hatten 29 einen Antrag für eine G-Bewilligung gestellt, waren also Grenzgänger aus dem benachbarten Italien. Vier zurückgewiesen Personen hatten sich dagegen um die Aufenthaltsbewilligung B beworben.

Regierung unterstützt die Massnahme

Es handle sich um eine «effiziente» und keinesfalls diskriminierende Massnahme, sagte Regierungspräsident Paolo Beltraminelli (CVP). Die Regierung habe sich deshalb einstimmig dafür entschieden, sie weiterhin aufrecht zu erhalten. Das Sicherheitsdepartement von Norman Gobbi habe nun Auftrag erhalten, weitere Varianten auszuarbeiten, die mit internationalem Recht kompatibel sein sollen.

Spätestens bis zum Inkrafttreten des bereits paraphrasierten Abkommens zwischen der Schweiz und Italien solle die Ersatzmassnahme gelten. Über das gesamte Vorgehen werde die Tessiner Kantonsregierung in den kommenden Tagen auch Bundesrat Ueli Maurer (SVP) informieren.

SEM kritisierte Tessiner Vorgehen

Im September 2015 hatte Staatsrat Gobbi für seine Massnahme breite Rückendeckung durch das Tessiner Kantonsparlament erhalten. Der Grosse Rat forderte darüber hinaus, Strafregisterauszüge für Aufenthaltsbewilligungen künftig landesweit einzufordern.

Im Juni vergangenen Jahres erklärte das Staatssekretariat für Migration (SEM) den Tessiner Vorstoss für nicht zulässig. Das generelle und flächendeckende Einfordern von Strafregisterauszügen, auch auf kantonaler Ebene, widerspreche dem Personenfreizügigkeitsabkommen und dem europäischen Gemeinschaftsrecht, hiess es damals.

http://m.srf.ch/news/schweiz/tessin-will-grenzgaenger-regelung-beibehalten