Guardando alla periferia

Guardando alla periferia

Servizio all’interno dell’edizione di martedì 2 ottobre 2018 de Il Quotidiano

https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/10941353

 

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 3 ottobre 2018 de La Regione

Una strategia per andare in periferia
Riaffiora la richiesta delle regioni discoste di ottenere alcuni uffici pubblici: “Serve una strategia”

Gobbi sentito dalla Gestione: tra le strutture che potrebbero essere trasferite c’è anche il carcere.
Intanto a Biasca e Faido i ‘traslochi’ del Di sembrano aver portato frutto.
Il prossimo carcere cantonale in zona periferica? L’ipotesi è riemersa ieri durante l’incontro tra la Commissione parlamentare della Gestione e il direttore del Dipartimento delle istituzioni (Di) Norman Gobbi. Durante una discussione più generale sulla strategia cantonale (o, per dirla come il presidente commissionale Raffaele De Rosa, la mancata strategia) di delocalizzazione di alcuni servizi, Gobbi ha ribadito che lo spostamento della struttura carceraria fuori dai centri sarebbe attualmente sotto la lente del dipartimento, attraverso «un’analisi di alcuni comparti territoriali». Comparti che potrebbero accogliere la struttura entro il 2030-40, spiega Gobbi.
L’obiettivo, come per altre delocalizzazioni, sarebbe quello di portare posti di lavoro e indotto in periferia, come sembra essere avvenuto per i primi due “esperimenti” di spostamento di uffici in Valle portati avanti proprio dal Di: nel 2013 il trasloco a Biasca dell’Ufficio del Registro di commercio e la creazione, nel ottobre del 2016 a Faido, del ‘Contact Center’ unico per gli uffici di esecuzione.
A Biasca, spiega Gobbi, dopo la rotazione del personale, la quasi totalità della decina di collaboratori risiede nella regione. A favorire i locali una clausola nei concorsi di lavoro. Allo stesso modo, a Faido si sarebbero già registrate le prime due assunzioni di personale residente nella regione, rileva il sindaco del capoluogo leventinese Roland David, secondo cui «ogni posto di lavoro è sicuramente importante per la Valle». Aggiunge però di attendersi dal Cantone la delocalizzazione anche di servizi capaci di portare in dote impieghi di un «certo peso», come «poteva essere il museo di storia naturale», assegnato nel frattempo a Locarno. Anche perché, fa notare dal canto suo il sindaco di Biasca Loris Galbusera, non servirebbe a nulla spostare impieghi da una regione discosta all’altra: «Alcuni uffici sono andati a Faido. Fa piacere che sia rimasto nella regione, ma è un trasloco ‘tra poveri’. Serve altro: abbiamo sempre chiesto, senza rivendicare e piangere, la possibilità di avere degli uffici cantonali sul nostro territorio». Non qualsiasi ufficio, però: «Le delocalizzazioni devono essere logiche: spostare da noi un servizio la cui attività principale è, per esempio, a Chiasso, è un problema per il cittadino prima ancora che un guadagno per Biasca». Un concetto su cui insiste anche Gobbi: «Non è sempre opportuno delocalizzare tutto. In primo luogo viene il servizio ai cittadini e solo in seconda battuta l’obiettivo di favorire le regioni discoste». E proprio di cosa, come e quando spostare in periferia degli impieghi dovrebbe farsi carico un piano di delocalizzazione cantonale, che attualmente non esiste e che la trentina di deputati del Gran Consiglio, che fa parte dell’intergruppo ‘Regioni rurali, periferiche e di montagna’, vogliono chiedere di istituire. A breve dovrebbe essere presentato un atto parlamentare in questo senso.

 

Il Direttore del DI ha incontrato la Federazione svizzera delle comunità israelite

Il Direttore del DI ha incontrato la Federazione svizzera delle comunità israelite

Comunicato stampa

Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni, accompagnato dal Comandante della Polizia cantonale, ha incontrato nelle scorse settimane il Presidente della Federazione svizzera delle comunità israelite Herbert Winter e il segretario generale Jonathan Kreutner. L’incontro ha permesso un proficuo scambio di opinioni tra le parti al fine di chiarire i dubbi che la Federazione aveva espresso sulla promozione di un agente della Polizia cantonale oggetto negli scorsi anni di una condanna penale sospesa condizionalmente, per alcune sue dichiarazioni sui social media.

Durante l’incontro il Consigliere di Stato Norman Gobbi ha potuto illustrare in maniera dettagliata e approfondita le motivazioni che hanno spinto la Polizia cantonale e il Consiglio di Stato a incaricare l’agente per la funzione di sergente maggiore, come pure tutti gli aspetti e le sensibilità che vengono tenuti in considerazione dal Comando per assunzioni e promozioni all’interno del Corpo.
Si ricorda come la recente nomina sia stata oggetto anche di atti parlamentari. La procedura seguita è stata conforme alle disposizioni vigenti, non da ultimo per quanto riguarda le formalità necessarie ad una promozione. Per questo motivo il Direttore del Dipartimento delle istituzioni ha sostenuto la proposta del Comando della Polizia cantonale, assumendosi così la responsabilità di questa nomina.
A prescindere dal caso in oggetto, il Dipartimento delle istituzioni e la Polizia cantonale confermano la piena condanna di ogni forma di discriminazione razziale e di ideologia radicale, sottolineando come non si intenda tollerare eventuali comportamenti inadeguati da parte degli agenti. Chi di loro dovesse violare tale principi sarà sanzionato.
A seguito della riunione il Direttore del Dipartimento delle istituzioni ha discusso con i colleghi di Governo in merito all’opportunità di verificare anche la sfera digitale nei processi di selezione e promozione per determinate funzioni in seno all’Amministrazione cantonale. Il Consiglio di Stato ritiene che ulteriori verifiche di questo tipo saranno effettuate ponderando i rischi operativi e di reputazione delle unità amministrative con la protezione della sfera privata e della libertà di espressione del candidato.
Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni esprime soddisfazione per l’esito dell’incontro reputandolo un prezioso momento di dialogo costruttivo e dai toni pacati che ha permesso di comprendere le rispettive sensibilità instaurando una discussione pragmatica e orientata al futuro.

Il colonnello Nicola Guerini al comando delle forze speciali dell’Esercito

Il colonnello Nicola Guerini al comando delle forze speciali dell’Esercito

Da www.liberatv.ch

La soddisfazione di Gobbi. E qualche appunto personale sull’uomo.
Un tipo tosto, schivo ma deciso, rigoroso ma non noioso… Ricordando quel lancio coi parà

La notizia l’ha resa nota oggi sul suo profilo Facebook il ministro delle Istituzioni, Norman Gobbi: “Questa settimana un ticinese è stato designato, con effetto al 1° gennaio 2019, a capo del Comando delle forze speciali dell’Esercito svizzero. Il colonnello di Stato maggiore generale Nicola Guerini permette così al Ticino di mettersi al petto una terza stella nei comandi specialistici della nostra armata, con il Col SMG Marco Mudry (recentemente nominato a capo del Centro di competenza servizio alpino dell’esercito) e il Col SMG Antonio Spadafora (capo del Centro di competenza del servizio veterinario e degli animali dell’esercito da inizio anno). Avanti così!”.

Un breve appunto personale, visto che il mio primo e finora unico lancio col paracadute lo devo proprio a Nicola Guerini: l’uomo è di quelli tosti, schivo (vi sfido a trovare una sua foto sui social o sul web) ma deciso, rigoroso ma capace di divertirsi in compagnia. Non un tipo noioso, insomma. Anzi. Ma serio e puntuale, uno che la parola è la parola, insomma. Che se dici che vuoi fare una cosa, la fai, ma sei sempre libero di decidere di non farla.

Energia a chilometro zero

Energia a chilometro zero

Articolo apparso nell’edizione di lunedì 17 settembre 2018 de La Regione

Inaugurata la centrale di teleriscaldmento a biomassa legnosa di Piotta, gestita dalla Quinto Energia SA

Di proprietà del Comune di Quinto, lo stabile ubicato nella zona industriale comprende pure il nuovo magazzino per gli operai comunali
Un progetto durato quattro anni e fortemente voluto dal Comune di Quinto, concretizzatosi nel marzo del 2017 in una nuova centrale di teleriscaldamento a biomassa legnosa, dal costo di 3,6 milioni di franchi, realizzata dalla Quinto Energia Sa. Annessi allo stabilimento anche il centro dei servizi della squadra esterna comunale e un ecocentro. Una realizzazione, quella del polo energetico ed ecologico nell’area industriale di Piotta, celebrata e inaugurata ufficialmente ieri dalle autorità, insieme alla popolazione, nel contesto della festa annuale del Patriziato generale di Quinto. Il teleriscaldamento consiste nella distribuzione centralizzata di acqua calda, attraverso una rete di tubazioni isolate e interrate (quelle della Quinto Energia Sa sono lunghe circa 1’160 metri). Lo scopo è quello di fornire energia pulita prodotta in modo sostenibile e rispettoso dell’ambiente, sfruttando al meglio il combustibile legno (un vettore energetico rinnovabile e quindi neutro dal punto di vista delle emissioni di CO2) proveniente dai boschi della regione e acquistato prevalentemente dal Patriziato generale di Quinto. Il teleriscaldamento è una valida alternativa agli impianti alimentati con combustibili tradizionale perché permette di ottimizzare gli spazi necessari per i locali tecnici nelle abitazioni, diminuire i costi di manutenzione e non avere preoccupazioni per l’approvvigionamento e il relativo costo della nafta. Una forma di energia vantaggiosa non solo per l’aspetto ambientale. Infatti, grazie a programmi d’incentivazione, i singoli utenti possono fruire di interessanti sostegni finanziari che permettono un cambiamento di vettore energetico con sforzi economici limitati.

Un lungo processo a lieto fine
Un primo credito, pari a 120’000 franchi, era stato approvato dal Consiglio comunale nel 2013 per la costituzione della società anonima e il finanziamento del progetto di dettaglio. Fondata nel 2014 con un capitale azionario di 200’000 franchi, la Quinto Energia Sa risponde al Comune (azionista di maggioranza col 60% di quota) e al Patriziato generale (40%). Nel 2015, parallelamente alle riflessioni circa l’opportunità di realizzare la centrale di teleriscaldamento, l’ente locale ha poi colto l’opportunità di prelevare una falegnameria ubicata nella zona industriale di Piotta. Un credito di 2,5 milioni volto all’acquisto dello stabile è stato quindi approvato dal Consiglio comunale, dando il via al progetto che comprende, come detto, anche l’ubicazione dei nuovi magazzini comunali (in sostituzione del centro di Valleggia, giudicato non più ideale), gli uffici della Quinto Energia Sa e il deposito del Corpo pompieri Alta Leventina. Successivamente all’acquisto dell’area pari a 11mila metri quadri, il Municipio ha chiesto e ottenuto dal Consiglio comunale lo stanziamento di 90mila franchi (cui si sono aggiunti i 60mila del Patriziato) per la ricapitalizzazione della società Quinto Energia, la quale ha dunque avuto a disposizione 150mila franchi per eseguire tutto quanto necessario per il progetto esecutivo e per la ricerca di sussidi e prestiti bancari. Il tutto al fine di realizzare la centrale, della quale la Sa è affittuaria, insieme ai propri uffici, nei confronti del Comune. Sono sette, tra cui quello principale è la Scuola media di Ambrì, gli attuali clienti della Quinto Energia Sa, tutte aziende adiacenti alla centrale.

Obiettivo nuova Valascia
Fra i beneficiari, in futuro sembrerebbe destinata ad aggiungersi anche la prevista nuova Valascia. «Con l’Hcap Sa sono già in corso approfondimenti e trattative per l’allacciamento», spiega alla ‘Regione’ il segretario comunale di Quinto, Nicola Petrini. L’idea sarebbe quella di estendere la tubatura, in modo da comprendere la pista del ghiaccio. La centrale è infatti predisposta per la posa di un’eventuale seconda e nuova caldaia con la relativa linea di approvvigionamento per un ulteriore sviluppo della rete.

Accolta l’istanza di Bissone per entrare a far parte del progetto di aggregazione della Val Mara

Accolta l’istanza di Bissone per entrare a far parte del progetto di aggregazione della Val Mara

Comunicato stampa
 
Il Consiglio di Stato ha accolto l’istanza formulata dal Municipio di Bissone lo scorso 25 luglio con la quale il Comune ha chiesto di venir incluso nello studio di aggregazione che coinvolge la Val Mara.

Lo scorso novembre i comuni di Arogno, Maroggia, Melano e Rovio hanno trasmesso al Governo formale istanza per l’avvio di una procedura di aggregazione. In quel momento il Municipio di Bissone aveva deciso di non partecipare e i comuni coinvolti nel progetto aggregativo avevano espresso la volontà di non interferire nella scelta del comune.
Dando seguito a quelle indicazioni, il 14 marzo 2018 il Consiglio di Stato ha istituito una Commissione di studio incaricata di allestire un rapporto per l’aggregazione tra i comuni di Arogno, Maroggia, Melano e Rovio – comprensorio conforme al progetto di Piano cantonale delle aggregazioni (PCA) – ritenuto come lo scenario del PCA denominato “Val Mara”, comprendente anche Bissone, avrebbe potuto se del caso essere conseguito in tappe successive.
In fase di avvio dei lavori, a seguito dei contatti nel frattempo intercorsi tra la Commissione di studio e l’esecutivo bissonese, quest’ultimo ha rivalutato la propria posizione ritenendo preferibile essere coinvolto da subito nel processo aggregativo in corso. In questo senso, in data 25 luglio, il Municipio di Bissone ha formalizzato istanza di aggregazione al Consiglio di Stato che, considerato anche il preavviso favorevole della Commissione e dei quattro municipi coinvolti, ha deciso l’estensione dello studio di aggregazione al Comune di Bissone, designando quali membri della Commissione di studio il sindaco Andrea Incerti (supplente il vice sindaco Claudio Testorelli), rispettivamente – con ruolo tecnico analogamente agli altri comuni – Ivan Monaco, vice segretario comunale (supplente Fabrizio Gervasoni, segretario comunale).

Servizio all’interno dell’edizione di giovedì 23 agosto de Il Quotidiano
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Sospettato di terrorismo, rimpatriato

Sospettato di terrorismo, rimpatriato

Dal sito rsi.ch, un articolo del 9 agosto 2018

Avrebbe legami con il jihad islamico l’uomo fermato nelle scorse settimane in Ticino durante un controllo – Parla Norman Gobbi

L’articolo completo è disponibile al seguente link: https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Sospettato-di-terrorismo-rimpatriato-10763027.html

 

Sicurezza – Espulso un presunto terrorista

Sicurezza – Espulso un presunto terrorista

L’articolo e la mia intervista – a cura di Gianni Righinetti e Massimo Solari – sono stati pubblicati sull’edizione del Corriere del Ticino del 10 agosto 2018

Bloccato al confine e rimpatriato un migrante nordafricano sospettato di avere legami con ambienti radicalizzati I servizi segreti lo ritenevano una minaccia per la sicurezza interna – Matteo Cocchi: «Cruciale il gioco di squadra»

L’ombra del terrorismo islamico torna a sfiorare il Ticino. Grazie al lavoro congiunto delle autorità federali e di quelle cantonali la minaccia la scorsa primavera si è però arrestata al confine. A seguito delle analisi dei servizi segreti della Confederazione e al conseguente divieto d’entrata emanato a livello nazionale, un uomo nordafricano è stato fermato dopo un controllo avvenuto alla frontiera. Era ritenuto un pericolo per la sicurezza interna del Paese, a fronte di presunti legami con il terrorismo di matrice islamica. Il tutto con la Svizzera che gli sarebbe servita quale nazione di transito, dopo aver fatto richiesta d’asilo. L’agire del migrante è però stato bloccato e la procedura amministrativa portata avanti dalla Sezione della popolazione e dalla polizia cantonale mercoledì è sfociata nel rimpatrio forzato dell’uomo nel suo Paese d’origine.

Il fermo è avvenuto nel Mendrisiotto già alcuni mesi fa, quando in occasione di un controllo il nome dell’uomo ha fatto scattare l’allarme. «Su questa persona pendeva un divieto d’entrata sul territorio svizzero, emanato dalle autorità federali» spiega, da noi contattato, il comandante della polizia cantonale Matteo Cocchi. «Nell’ambito del proprio lavoro d’indagine a protezione dello Stato – sottolinea –, gli enti preposti avevano infatti ritenuto la figura in questione un pericolo per la sicurezza interna». Nel dettaglio, la Svizzera sarebbe dovuta servire al diretto interessato come nazione di transito. Da qui l’intenzione di avanzare una richiesta d’asilo al fine di sfruttare il nostro territorio, bloccata però sul nascere grazie alla messa in rete e la condivisione del divieto a livello cantonale e comunale.

«Ne è scaturito un iter, è importante dirlo, di natura amministrativa, che ha visto la Sezione della popolazione del Canton Ticino e la polizia cantonale attivarsi in prima battuta» evidenzia Cocchi. Per poi aggiungere: «Ha fatto seguito il coordinamento con i partner a livello federale per l’applicazione di tutte quelle misure che, mercoledì, hanno portato la stessa polizia cantonale a mettere in atto la decisione amministrativa di espulsione». E come detto – dopo un periodo di carcerazione –, accompagnato dagli agenti della cantonale per l’uomo è scattato il rimpatrio forzato nel proprio Paese d’origine nel Nord Africa tramite un volo speciale. La riuscita dell’operazione, tiene a evidenziare il comandante della polizia cantonale, «è da ricondurre al gioco di squadra delle forze in campo». Ciò detto, Cocchi pone l’accento sul fatto che «il Canton Ticino per questo specifico caso ha fatto il suo e l’ha fatto ottimamente. Nell’ambito della sicurezza nazionale abbiamo infatti raggiunto un livello tale che nelle operazioni coordinate con le autorità federali riusciamo a farci ascoltare e dunque ad avere voce in capitolo». Il nostro interlocutore rimarca inoltre l’importanza dell’episodio agli occhi della popolazione: «La rete sul piano nazionale e cantonale ha dimostrato di funzionare una volta di più. A riprova della positività del lavoro squadra. Il Ticino senza la Confederazione non può fare nulla e viceversa. Di casi simili non ve ne sono stati molti in passato, in futuro è però probabile che situazioni di questo tipo possano ripresentarsi». Due recenti episodi erano stati svelati dal Corriere del Ticino, che il 29 agosto scorso aveva riferito dell’espulsione dal nostro territorio di un turco e di un afgano che vivevano a contatto con ambienti radicalizzati.

Ma con che grado di allerta va interpretata la pericolosità per la sicurezza interna accostata all’uomo rimpatriato? chiediamo a Cocchi. «Il grado di pericolosità per la Svizzera riferito a questo personaggio è quello generalizzato, che è presente ma non risulta essere concreto. Come qualsiasi paese europeo risultiamo essere a rischio, ma attualmente non vi sono minacce effettive per il territorio nazionale e ticinese». È chiaro che se qualcuno utilizza la Svizzera come via di transito, ecco che diventa pericoloso sia per gli altri sia per noi stessi. Mi sento in tal senso di poter dire che il lavoro congiunto della Sezione della popolazione, della polizia cantonale e della Fedpol ha permesso di arginare il sorgere di un problema, non solo per gli svizzeri ma forse anche per altri paesi».

L’INTERVISTA Norman Gobbi*

«Lupo travestito da agnello: è il quinto caso in Ticino»

Ad annunciare il successo dell’operazione di intelligence è stato il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi con un post sulla sua pagina Facebook. Lo abbiamo intervistato.

La prevenzione in Ticino ha vinto una volta ancora. Un pericoloso migrante, camuffato da richiedente l’asilo è stato smascherato. Ci si deve chiedere se, di fronte a questi casi che si ripetono, siamo davvero un paese a rischio?

«Non è il primo caso, è già il quinto di questo genere che trattiamo come autorità cantonale e che è andato a buon fine. In questo ambito va proprio detto che l’unione fa la forza, ed è stata la collaborazione di tutti che ha permesso di potere dire con orgoglio che questo pericoloso uomo non è più in Ticino».

Il fatto che voleva mettere radici da noi nascondendosi dietro a quello che è un diritto per persone in difficoltà, come richiedente l’asilo, cosa le fa dire?

«Che l’attenzione e i controlli, anche se qualcuno reputa siano eccessivi, si dimostrano giustificati e utili per la sicurezza e l’incolumità di tutti. Purtroppo c’è chi tenta di approfittare per propri fini certamente non nobili. Sono quelli che io descrivo come lupi vestiti d’agnello».

Ma com’è andata?

«Il sistema di controllo e di depistaggio che sono attivi già alla frontiera ha permesso di riconoscerlo. La scheda elaborata dai servizi segreti ha dato gli elementi necessari per arrestarlo e poi procedere con tutte le misure di allontanamento forzato che si sono concluse nella giornata di mercoledì 8 agosto. Solo quando abbiamo avuto la certezza che non fosse più qui, ma nel suo paese africano d’origine, abbiamo tirato un giustificato sospiro di sollievo».

E questo è il lato positivo. Grazie a chi in particolare?

«Al lavoro attento, serio e puntiglioso di molte donne e uomini che lavorano all’ombra dei riflettori, con grande confidenzialità e con quello che si definisce il senso dello Stato, per rendere più sicuri e tranquilli tutti noi. Sono orgoglioso di queste persone, che hanno un nome, un cognome e una propria vita e che danno tutto per il loro importante lavoro».

Ora si tratterà di alzare ulteriormente la guardia?

«Direi piuttosto di essere ben coscienti che il pericolo s’insinua spesso dove credi che non ci possa o debba essere. Quello dei flussi migratori è una nicchia che, è dimostrato, viene anche sfruttata bassamente».

Dei cinque casi ticinesi, due li avevamo anche raccontati sul Corriere del Ticino un anno fa: un turco e un afgano. Uno con lo statuto di rifugiato, l’altro con quello di richiedente l’asilo. Ricorda? Dobbiamo avere paura?

«Li ricordo eccome, due casi delicati e problematici. Io dico di no, non dobbiamo iniziare ad avere paura, perché è proprio quello l’obiettivo finale di questi movimenti radicalizzati: insinuare la paura nella popolazione. Ricordo anche che la Svizzera non è un obiettivo primario di questi attacchi, tuttavia l’allerta rimane alta, perché la certezza assoluta purtroppo non esiste. Grazie all’ottima collaborazione tra autorità politiche e forze dell’ordine a livello nazionale e internazionale e allo scambio continuo di informazioni possiamo contrastare questo genere di situazioni».

Non le chiederò dettagli sul lavoro d’intelligence. Ma è un lavoro fatto in particolare in Ticino?

«L’antenna ticinese sotto la polizia cantonale che riferisce direttamente alla polizia federale e ai servizi segreti della Confederazione è certamente territoriale. Per quanto concerne la migrazione, per contro, la gestione è maggiormente centralizzata con il contributo dei servizi ticinesi quando necessario. La condivisione delle informazioni dalla Svizzera con gli altri Paesi è sempre più importante. Il migrante espulso poteva arrivare anche in un altro paese d’Europa, penso a Italia, Francia e Germania. Il fronte dell’intelligence è sempre più globale, la cooperazione vede tutti al fronte perché l’obiettivo non è solo che non arrivi in Svizzera, ma da nessuna parte nel nostro continente».

Questo compito richiede mezzi e investimenti. Da questo punto siamo ben messi?

«L’attenzione politica mi sembra ci sia e i mezzi necessari impiegati sono importanti. Ma anche per il tramite del nuovo direttore dei servizi segreti svizzeri Jean Phlippe Gaudin abbiamo chiesto più risorse perché la minaccia terroristica richiede più risorse per combatterla».

Concludiamo con una curiosità. Nel suo post su Facebook c’era una foto con lei e il collega socialista Manuele Bertoli. Una scelta mirata o un caso?

«Si tratta di un caso, ho pescato una foto e l’ho inserita. Tra l’altro Manuele è un po’ di spalle. Comunque non c’è alcun intendimento polemico o altro. Credo che la sicurezza e la necessità di mantenere attenzione di fronte a questi fenomeni non è una questione di colore politico. Ho colleghi di giustizia e polizia non della mia area politica ma di un fronte progressista. È il caso a Zurigo, ad Argovia e in altri Cantoni».

Leggi cantonali sull’ordine pubblico e la dissimulazione del volto: il bilancio a due anni dall’entrata in vigore

Leggi cantonali sull’ordine pubblico e la dissimulazione del volto: il bilancio a due anni dall’entrata in vigore

Il testo del comunicato stampa inviato ai media

A due anni dall’entrata in vigore delle Leggi cantonali sull’ordine pubblico e sulla dissimulazione del volto negli spazi pubblici, il Dipartimento delle istituzioni ha raccolto un bilancio delle infrazioni registrate sul territorio ticinese. Su un totale di 1’319 procedimenti avviati dai Corpi di polizia delle 7 regioni del Cantone, il 66% dei casi è legato all’accattonaggio, mentre sono state molto rare le segnalazioni di persone a volto coperto.

Dando seguito al risultato della votazione popolare del 22 settembre 2013, il 1. luglio 2016 sono entrate in vigore in Ticino la Legge sull’ordine pubblico e la Legge sulla dissimulazione del volto negli spazi pubblici. A due anni dalla modifica normativa, il Dipartimento delle istituzioni ha raccolto i dati sulle procedure avviate dalle Polizie comunali delle 7 Regioni ticinesi, incaricate di applicare le nuove norme.

Dall’introduzione delle nuove leggi, sono state registrate un totale di 1’319 infrazioni alle norme sull’ordine pubblico, concentrate nelle Regioni di polizia del Luganese (561). La maggior parte delle procedure riguarda l’accattonaggio (868), il disturbo della quiete (133 casi, soprattutto legati all’attività di bar e ritrovi pubblici), l’imbrattamento di beni pubblici (102) e casi di animali vaganti (77). Più rari i casi accertati di littering, con sole 38 sanzioni. Anche le infrazioni alla Legge sulla dissimulazione del volto negli spazi pubblici sono risultate numericamente rare, con un totale di 37 procedure avviate ed alcuni ammonimenti senza verbale di polizia. Nei primi sei mesi del 2018 sono stati registrati una decina di casi di dissimulazione del volto, ma principalmente avvenuti nell’ambito di episodi di hooliganismo sportivo.

Il bilancio delle due Leggi, a due anni dall’entrata in vigore, conferma l’ampiezza degli ambiti toccati, che non si limitano alla sola dissimulazione del volto. Il Dipartimento delle istituzioni esprime la propria soddisfazione per l’attività svolta dalle Polizie, e ricorda che le nuove norme sono state volute dai cittadini non per dare vita a un elevato numero di procedure di contravvenzione, ma per tutelare la sicurezza e per salvaguardare valori e peculiarità del nostro Cantone.

Di questo passo la Lega può solo vincere

Di questo passo la Lega può solo vincere

Servizio all’interno dell’edizione di mercoledì 1 agosto 2018 de Il Quotidiano
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Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 2 agosto 2018 del Corriere del Ticino

Non si parla ancora di elezioni a Prato Sornico. Non apertamente, almeno. Ma il 7 aprile del 2019 è politicamente vicino e così dalla festa della Lega qualche frecciatina elettorale è partita. Dardi scoccati in particolare dal consigliere di Stato Claudio Zali verso il Monte Ceneri, dove nello stesso momento era in corso il Primo d’agosto targato Plrt con ospite il consigliere federale Ignazio Cassis: «Nessuno pensa di resettare la politica estera elvetica – ha chiosato il ministro, alludendo alla frase pronunciata da Cassis prima dell’elezione davanti ai deputati Udc –. Toccherà quindi semmai al popolo resettare votando l’uscita dai Bilaterali. La buona notizia, nel quadro sconsolante di politica estera svizzera, è che di questo passo la Lega prospererà sempre di più». Anche perché, prosegue Zali, parlando di fronte a oltre 400 persone, «noi viviamo veramente ogni giorno i valori che gli altri professano solo oggi: amore per la nostra popolazione, la nostra Patria e il nostro splendido territorio». Una carta vincente da giocare alle prossime cantonali. E a chi gli chiedeva, martedì a Milano come fosse possibile che la Lega del ‘prima i nostri’ potesse andare d’accordo con chi in Lombardia vuole favorire i propri cittadini, il consigliere di Stato ha risposto: «Andiamo d’accordo perché la pensiamo alla stessa maniera: è legittimo pensare prima al proprio territorio e ai propri abitanti. Di problemi ce ne saranno sempre, ma quando chi ci governa pensa innanzitutto agli altri e trascura i propri cittadini in nome del politicamente corretto, le cose non potranno certo migliorare». Sulla stessa lunghezza d’onda l’altro consigliere di Stato leghista, Norman Gobbi, che rivendica la diffusione in tutta Europa dell’approccio leghista: «La Lega si spende quotidianamente per difendere l’autonomia del nostro cantone, per difendere i diritti dei cittadini ticinesi e per garantire la sicurezza della Svizzera. Se diamo un’occhiata a cosa sta succedendo attorno a noi sembra che questo spirito si sia propagato a nord, a sud e a est: in Austria il nuovo governo ha imposto nuove regole per l’immigrazione, la Germania, dopo aver negato il problema, ha seguito la stessa via. L’Italia, con Matteo Salvini, ha chiuso le frontiere, cosa che ha effetti benefici anche alle nostre frontiere». Linea che «è importante seguire anche in futuro». Anche in vista delle prossime cantonali.

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 2 agosto 2018 del Corriere del Ticino

I partiti tra libertà ed Europa
La difesa dei valori nazionali e i rapporti con l’UE affrontati alle feste di PLR, Lega e UDC

La necessità di coniugare i valori d’indipendenza e sovranità nazionali e i rapporti con l’Europa hanno fatto da fil rouge alle feste per il 1. agosto di PLR, Lega e UDC. Per celebrare il Natale della Patria circa 500 liberali radicali si sono trovati alla Piazza d’armi del Monteceneri. Qui il presidente Bixio Caprara ha ricordato il non facile contesto nel quale è oggi chiamato a operare il Consiglio federale «impegnato nella ricerca della quadratura del cerchio nelle trattative con l’Europa. Noi cerchiamo una soluzione per difendere i nostri legittimi interessi sulla via bilaterale quando probabilmente la controparte ha problemi ben più gravi da risolvere». E se il consigliere di Stato Christian Vitta ha posto l’accento sull’importanza dei «valori fondanti del nostro Paese: libertà, coesione e pluralismo», il consigliere federale Ignazio Cassis – ospite di onore – si è a sua volta soffermato sulle trattative con Bruxelles: «Come regolare gli accordi con l’Europa per accedere a quel mercato che ci dà 60 centesimi dei 2 franchi che abbiamo in tasca? Su questo voglio dirvi: non abbiate paura, non date ascolto a chi dice che a Berna ci sono persone che vogliono tradire la Svizzera. A Berna ci si sta facendo in otto per garantire stabilità e benessere alla Svizzera».
Il 1. agosto in casa Lega è stato festeggiato a Prato-Sornico, in Vallemaggia. A intervenire di fronte a 400 persone sono stati i consiglieri di Stato Claudio Zali e Norman Gobbi. Il primo ha lanciato una frecciatina a Cassis: «Oggi lo stato della nostra politica estera non è stato resettato da nessuno e nessuno pensa di resettarlo. Toccherà farlo al popolo, votando la nostra uscita dagli accordi bilaterali». Zali ha tuttavia riconosciuto come tale contesto «permetta alla Lega di prosperare». Da parte sua Gobbi ha rilevato come «lo spirito leghista si sia ormai propagato a nord, sud ed est del Ticino. Austria e Italia stanno adottando una politica restrittiva sul piano dell’immigrazione. Un plauso al ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini che ha chiuso i porti all’immigrazione clandestina».
A Riazzino il presidente dell’UDC Piero Marchesi ha ricordato l’arrivo della «madre di tutte le battaglie», l’iniziativa contro la libera circolazione. «Non siamo disposti a cedere la sovranità del nostro Paese per accontentare le richieste sempre più invadenti dell’UE» ha affermato. E a proposito di Natale della Patria. Quale primo firmatario il deputato de La Destra Tiziano Galeazzi ha inoltrato un’interrogazione al Governo per fare il punto sull’insegnamento del salmo svizzero nelle scuole.
Da notare infine che il PS ha preso parte alla giornata organizzata a Chiasso dal gruppo «Stopallignoranza» e per «1. agosto senza frontiere».

L’esigenza di essere forti

L’esigenza di essere forti

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 2 agosto 2018 de La Regione

Le relazioni con l’Unione europea, le aggregazioni, lo sviluppo delle zone periferiche, la multiculturalità.
I discorsi ufficiali del Primo d’agosto sono stati lo specchio dell’attualità.

È stata una serata del Primo d’agosto meteorologicamente sfortunata quella di ieri in Ticino, con metà cantone sferzato da venti e temporali che hanno in parte rovinato la Festa nazionale. A Lugano sono stati annullati i fuochi d’artificio, che verranno riproposti stasera, mentre in altre località, allocuzioni e festeggiamenti sono stati tagliati, ritardati o annullati per evitare al pubblico gli scrosci dell’acqua battente. In riva al Ceresio il maltempo si è tradotto in vera e propria suspense. In dubbio fino all’ultimo, l’intervento del consigliere federale Ignazio Cassis si è tuttavia regolarmente tenuto dinanzi a una piazza Riforma affollata ma non gremita. Con un excursus storico e soffermandosi sul concetto di unità nazionale basata sulla volontà, il ministro ticinese ha toccato il delicato tema dei rapporti con Bruxelles. «Stiamo consultando Cantoni e partner sociali per capire come procedere nei negoziati circa il futuro delle nostre relazioni con l’Unione europea». Gli accenni al dossier non sono mancati nemmeno di fronte ai propri compagni di partito al Ceneri, qualche ora prima: «Non abbiamo diritto di scordarci che l’Europa ha garantito pace e stabilità al continente. E se il continente non è stabile, non lo siamo nemmeno noi». E poi «i due franchi che avete in tasca oggi varrebbero solo 1,40 se non fosse per i Bilaterali». Negoziando l’accordo quadro istituzionale «dobbiamo cercare di conservare quei 60 centesimi di guadagno, ma anche rimanere liberi e svizzeri. Non è semplice: la politica estera è fatta di interessi, ma come noi difendiamo i nostri, loro difendono i loro. È normale». L’impegno del Consiglio federale è però totale: «Ci stiamo facendo in otto, non in sette, per la Svizzera». Eppure, ha poi ribadito Cassis a ‘laRegione’, «i negoziati con la Svizzera, per l’Ue, sono nulla in confronto a problemi come, ad esempio, la Brexit. Paradossalmente, tuttavia, ciò potrebbe rappresentare un vantaggio per noi. Il fatto che Jean-Claude Juncker (presidente della Commissione europea, ndr) abbia demandato il dossier a un commissario esterno significa che vi è la garanzia che il tutto non rimanga bloccato. Inoltre, trattandosi di un commissario austriaco, per noi è più facile spiegargli dove abbiamo bisogno di un compromesso. Se sono rose, fioriranno». Si è recato invece nel Basso Ceresio il consigliere di Stato Norman Gobbi, che – dopo il raduno leghista in Valle Lavizzara – ha trascorso la serata a Melano. Un luogo non casuale, visto il tema scelto per la sua allocuzione: le aggregazioni. «Auspico vivamente – ha detto –, che il progetto possa sfociare nel nuovo Comune ‘Val Mara’ (in cui, oltre a Melano, dovrebbero confluire Arogno, Maroggia e Rovio, ndr)». Il titolare del Dipartimento delle istituzioni ha inserito il tema in un più ampio discorso sull’assetto politico-amministrativo del Paese. «Il successo del federalismo elvetico si basa su Comuni forti, autonomi e responsabili, capaci di offrire servizi di qualità alla popolazione». In quest’ottica, e in un contesto di mutamenti sociali, l’opinione del consigliere leghista è che i processi aggregativi vogliano creare «forti anticorpi territoriali e identitari, ossia Comuni moderni in grado di rispondere alle sfide dell’oggi e del domani».
Intervenuto nella frazione bedrettese di Ossasco, il consigliere di Stato Christian Vitta ha offerto ai presenti un’escursione virtuale nel futuro: dopo aver citato il campo base chiamato “coesione nazionale”, ha… attraversato alcuni ponti. In primis «quello che ci collega alle valli, alle regioni periferiche e al loro grande potenziale che occorre continuare a coltivare». Per il ministro delle Finanze e dell’Economia «occorre dunque stimolare iniziative di sviluppo economico, progetti e idee che danno prospettive e qualità di vita a chi risiede nelle regioni più discoste». Come, ad esempio, «il progetto infrastrutturale in corso per collegare la quasi totalità del territorio ticinese con una rete capillare a banda ultra-larga». Quanto ai “ponti instabili”, Vitta ha citato «quello che ci collega all’Unione europea con la quale la definizione delle negoziazioni risulta essere molto complessa, soprattutto riguardo al tema centrale dell’accordo quadro istituzionale, da raggiungere ma non a qualsiasi costo». Ai ponti ha fatto riferimento a Morcote anche la presidente del Gran Consiglio ticinese Pelin Kandemir Bordoli. «Abbiamo scavato gallerie e costruito ponti per stare meglio assieme in un mondo che sembra voler costruire muri e scavare fossati», ha rimarcato la prima cittadina ticinese. Invece di cadere nella tentazione di rifugiarsi nel localismo, ora bisogna «gettare nuovi ponti per consentire alle diverse idee di comunicare e di contaminarsi». Perché «la Patria è anche questo: un luogo di continua contaminazione in cui è possibile farsi raggiungere dalle idee degli altri apertamente e senza paura di censura alcuna». E ancora: la storia svizzera «è costellata da esempi positivi che ancora oggi ci possono guidare e aiutarci nella comprensione del mondo». Oggi è possibile «credere nel nostro futuro, lavorando per creare una forte comunità in cui tutti e tutte si sentono inclusi e sostenuti». Per farlo bisogna investire «sulla formazione e sul lavoro, conservando e tutelando al contempo territorio e ambiente».

 

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 2 agosto 2018 del Corriere del Ticino

Discorsi La «luce» del diverso e i muri che vanno abbattuti. Il vescovo Lazzeri e gli altri oratori invitano il Ticino ad aprirsi.

«Siamo stanchi di sentire chi ci fa la morale, in un senso o nell’altro. Ciò che ci salva è soltanto un sussulto del cuore». Di fronte ai numerosi fedeli radunatisi ieri sul Passo del San Gottardo, il vescovo Valerio Lazzeri li ha invitati a non chiudersi a riccio, a non essere egoisti. A cercare la luce come scritto nel Vangelo. Questo accade «solo quando non ci isoliamo, non ci separiamo, non ci disinteressiamo di quello che succede fuori dai nostri confini, pensando così di scampare al disastro generale». Il nostro benessere, ha aggiunto monsignor Lazzeri, dev’essere anche quello degli altri. Soprattutto in un’epoca in cui «si esasperano, un po’ dappertutto, i nazionalismi, i protezionismi e i ‘sovranismi’». Secondo il vescovo della diocesi oggi «s’investono le migliori energie per innalzare muri, mentali o reali, che dovrebbero difendere quello che si ritiene essere il proprio mondo, la propria visione delle cose, la propria cultura e il proprio modo di vivere e di stare sulla Terra. Molto spesso però si scambia la difesa della Patria con un irrigidimento, una contrazione su di sé».

L’auspicio di Valerio Lazzeri è che si eviti di erigere queste barriere politiche ed economiche e che ci si confronti, invece, con l’altro, «con tutto ciò che si tende a dipingere solo come una minaccia per il proprio benessere e la propria stabilità».

Nella nostra società sono importanti le scelte di «chi sa creare buoni esempi. Imprenditori, inventori, persone in grado di cogliere e vincere sfide che vanno oltre i confini. Sono loro a far la differenza». Per il Segretario di Stato per la formazione, la ricerca e l’innovazione Mauro Dell’Ambrogio, intervenuto a Bellinzona, occorre osare. Come un tempo. «Le società sono migliori nella fase pioniera. Quando ciascuno dà secondo il proprio talento, e pur nella competizione, si perseguono obiettivi comuni», ha sottolineato l’alto funzionario prossimo alla pensione dopo quasi sei anni di impegno a Berna. Secondo il quale l’innovazione tecnologica e nei servizi può essere un fattore di successo economico anche in Ticino, non solo nel resto della Svizzera: «Ma per attirare, o per trattenere le forze qualificate, non basta destinare un’area, attivare una formazione, definire un polo. Le persone di talento, indigene o meno, sono come i capitali: mobili, sono sensibili ai segnali politici e culturali».

Di coesione nazionale «ulteriormente rafforzata» ha parlato il consigliere di Stato Christian Vitta ad Ossasco, in Valle Bedretto. Il ministro è tornato sull’elezione di Ignazio Cassis in Consiglio federale: «Il Ticino e l’italianità dopo tanti anni sono tornati a essere rappresentati nel Governo federale (…). La possibilità di costruire e mantenere buone relazioni e contatti diretti con la Confederazione è fondamentale e favorisce la comprensione reciproca, nell’interesse del Cantone Ticino, dell’intera Svizzera e, appunto, della coesione nazionale». Il nostro Paese è coeso e fa «del rispetto delle diversità e del federalismo la sua forza».

Ha parlato invece a Melano un altro consigliere di Stato: Norman Gobbi. Un discorso, il suo, che partendo dal valore del federalismo ha toccato soprattutto la questione delle aggregazioni. Ricordando tre livelli istituzionali di gestione democratica del potere – lo Stato federale, il Cantone e il Comune – Gobbi ha infatti parlato del ruolo determinante dei Comuni, «enti locali di prossimità, quindi quelli più vicini ai cittadini e ai loro bisogni primari. Per questo motivo si è avviato nel nostro Cantone un importante processo aggregativo». E quindi ha vivamente auspicato «che il progetto che vede oggi coinvolti i comuni di Melano, Maroggia, Rovio e Arogno possa sfociare nel nuovo comune di “Val Mara”».

Il consigliere agli Stati Fabio Abate – che tramite il suo partito, il PLR, ha annunciato ufficialmente che non solleciterà un altro mandato a Berna (vedi servizio a pag. 7)- ha parlato di «patriottismo ragionato» soffermandosi poi sui non facili rapporti con l’Unione Europea. «Dobbiamo innanzitutto essere consapevoli che non siamo gli unici a decidere il nostro destino. Abbiamo un interlocutore dall’altra parte del tavolo, ossia i rappresentanti istituzionali dell’Unione Europea: sono persone che pian piano stanno cancellando i colori del disegno comunitario, così come storicamente concepito, poiché fanno i loro interessi e non sembra si sforzino di ricordare o addirittura studiare il significato e l’importanza del nostro Paese al centro del Continente, in passato, così come nel presente». La ricetta del consigliere agli Stati? Le misure di accompagnamento alla libera circolazione delle persone, «che nulla hanno a che vedere con il protezionismo locale (…) non possono essere messe in discussione e diventare oggetto di trattativa ora».

Il consigliere nazionale Marco Romano al Centro Spazio Aperto di Bellinzona si è chiesto se « la Svizzera, la sua popolazione e le sue istituzioni, sono unite oggi». La sua risposta è sì e fa riferimento al modello partecipativco svizzero e al pensiero di Nocolao della Flue: « Oggi immagino consiglierebbe, tanto nella vita quotidiana quanto nel dibattito politico, di preferire il dialogo e il compromesso, garanti di rispetto per le diversità e le minoranze, piuttosto che volere imporre in toto la propria idea o volontà, anche solo con la forza delle parole». Il suo è un invito a superare gli eccessi, da una parte di chi «tende a cancellare simboli, valori e meccanismi tipici della storia recente svizzera» e dall’altra di chi «tende a esasperare il modello svizzero in termini assoluti ed esclusivi, dividendo la società in “noi” (nel giusto) e “loro” (di principio nell’errore)».

Il Grotto Valletta di Massagno – Comune che vedrà nascere a breve un nuovo Campus universitario – ha invece accolto il discorso di Monica Duca Widmer, presidente del Consiglio dell’USI. Il suo pensiero si è rivolto al futuro: parlando della rivoluzione in corso della digitalizzazione, ha osservato che «le modalità di apprendimento non possono più essere quelle di un tempo e devono evolversi e

rispondere alle nuove esigenze in tempo reale; è necessaria un’educazione ad un uso consapevole delle tecnologie ed un rafforzamento dello spirito critico».

Storia, tradizioni, identità e comunità che cambiano nel tempo, spesso senza accorgersene. Di questo ha parlato il regista e coreografo Daniele Finzi Pasca, ospite a Morbio Inferiore. «Abbiamo la fortuna di vivere in una terra dove tutti hanno il diritto di poter pensare quello che pensano e di poterlo garbatamente esprimere – ha sottolineato -. C’è chi ha lottato per garantirci questa possibilità. Credo che quando festeggiamo il nostro Paese dobbiamo ringraziare chi ci ha preceduto e che con sudore, lacrime e allegria ha costruito questa bella avventura. A noi di farla andare avanti».

In piazza Col. Bernasconi a Chiasso, dove si sono tenuti i festeggiamenti congiunti dei Comuni di Chiasso, Vacallo e Balerna, il granconsigliere PPD Maurizio Agustoni ha incentrato il suo discorso sul rapporto tra la Svizzera e la felicità. Citando un sondaggio di 45 anni fa che decretava che la maggior parte degli svizzeri si ritenesse felice, Agustoni si è chiesto se è ancora così. «Non sono convinto che gli svizzeri oggi risponderebbero con lo stesso entusiasmo, ma sono propenso a credere che a quel tempo eravamo felici perché sapevamo che quello che avevamo (ed eravamo) era il frutto del nostro impegno». Ricordando che «la felicità dipende anche dalla capacità di essere noi stessi e di vivere fino in fondo i nostri valori», il granconsigliere ha augurato a tutti di «scoprire e riscoprire il gusto di essere svizzeri».

Con un tuffo nella storia il consigliere nazionale UDC Marco Chiesa, oratore a Mendrisio, ha rammentato quanto accaduto nel 1798 proprio a nel capoluogo momò dove la popolazione, issando l’albero della libertà con al culmine il cappello dei Tell e malgrado la vicinanza culturale, linguistica e geografica con Milano, decretò la sua intenzione di aderire alla confederazione svizzera. «Sono convinto che non occorra essere nati svizzeri o avere genitori o nonni nati in Svizzera per sentire pulsare dentro di sé le virtù del nostro paese. È una questione di cuore, di coscienza e di forza di spirito. È la stessa forza che auguro al nostro Paese davanti a un’evoluzione internazionale che non esito a definire preoccupante e che in futuro ci darà ancora molto filo da torcere».

«Tanto è facile cavalcare le paure generate dalla precarietà e dalla pressione sui salari dovuta alla concorrenza estera e soprattutto frontaliera, quanto è difficile invece proporre soluzioni praticabili e affrontabili». Da Riva San Vitale il consigliere nazionale Giovanni Merlini (PLR) ha parlato di economia e mondo del lavoro. Un discorso interrotto per l’improvviso maltempo. Nel testo scritto, Merlini affermava che «oggi può essere faticoso essere ticinesi e in particolare essere cittadini del Mendrisiotto. Rinunciare alla libera circolazione delle persone creerebbe al nostro Paese difficoltà insormontabili, vista la penuria di certi profili professionali. La discriminazione dei non residenti crea illusioni autarchiche e alimenta incomprensioni che non giovano a nessuno».