Pretura di Lugano, Sezione 6: nominato il Pretore aggiunto supplente

Pretura di Lugano, Sezione 6: nominato il Pretore aggiunto supplente

Comunicato stampa

Questo pomeriggio l’avv. Gilles Fasola ha dichiarato fedeltà alla Costituzione e alle leggi, assumendo, a partire dal 14 febbraio e sino al 31 maggio 2020, la carica di Pretore aggiunto supplente del Distretto di Lugano, Sezione 6. La cerimonia, svoltasi al Palazzo delle Orsoline a Bellinzona, è stata presieduta dal Direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, con la partecipazione della Direttrice della Divisione della giustizia, Frida Andreotti, del Cancelliere, Arnoldo Coduri, del Presidente del Consiglio della magistratura Werner Walser, della Pretore Sara Cimarolli, della Cancelliera del Tribunale d’appello, Claudia Petralli e del Giudice della prima Camera civile del Tribunale d’appello, Luca Grisanti.

La nomina da parte del Consiglio di Stato del Pretore aggiunto supplente si è resa necessaria dopo la nomina, avvenuta nel dicembre scorso, della Pretore aggiunto Sara Cimarolli alla funzione di Pretore del Distretto di Lugano, Sezione 6. Tenuto conto della situazione, la Commissione giustizia e diritti del Gran Consiglio ha richiesto la nomina temporanea da parte del Governo di un Pretore aggiunto supplente, in ragione dei tempi lunghi per indire un concorso e per procedere alla nomina da parte del Gran Consiglio di un Pretore aggiunto. Ciò considerando pure l’elezione generale decennale dei Pretori e dei Pretori aggiunti che dovrebbe tenersi nel corso della sessione parlamentare di marzo 2020, con entrata in funzione prevista al 1° giugno 2020.

La Pretore del Distretto di Lugano, Sezione 6, ha individuato il vicecancelliere del Tribunale d’appello, avv. Gilles Fasola, attivo presso la prima Camera civile, quale persona idonea a ricoprire la funzione di Pretore aggiunto supplente fino al 31 maggio 2020. La disponibilità nel segno della collaborazione dimostrata dal Presidente della prima Camera civile del Tribunale d’appello, giudice Giorgio Bernasconi, ha permesso di completare l’organico della Pretura di Lugano, Sezione 6. Nel medesimo tempo, per sopperire alla partenza dell’avv. Fasola dalla prima Camera civile del Tribunale d’appello, è stato riconosciuto un adeguato aumento nella percentuale di lavoro a una vicecancelliera già attiva presso la Camera in questione, così da non vanificare gli importanti sforzi compiuti per ridurre le giacenze di casi.

Con l’entrata in servizio del Pretore aggiunto Gilles Fasola –viene così garantita la funzionalità della Sezione 6 della Pretura luganese.

Il Consiglio di Stato tiene a ringraziare l’avv. Fasola per aver accettato questa sfida professionale e il Tribunale di appello, prima Camera civile, per l’apprezzata disponibilità in favore dell’amministrazione della giustizia.

Nella foto: da sinistra Norman Gobbi e Gilles Fasola.

“Il ruolo di chi governa i Comuni cambierà nei prossimi anni”

“Il ruolo di chi governa i Comuni cambierà nei prossimi anni”

Da www.mattinonline.ch

A Lugano, ma anche altrove, l’allestimento delle liste elettorali è stato caratterizzato da litigi e diatribe in praticamente tutti i partiti, chi più chi meno.

Un altro aspetto critico emerso in queste settimane è stata la difficoltà, e anche qui il problema sembra essere trasversale ai partiti, di reperire persone interessate a candidarsi, tanto che il deputato Massimiliano Robbiani ha recentemente proposto di ridurre il numero di consiglieri comunali quale soluzione al problema.

Questa litigiosità fra i partiti e l’apparente mancanza di interesse della popolazione a impegnarsi in politica sono solo un caso di queste elezioni o sono invece il segno di un malessere più profondo? Ne abbiamo parlato con il Consigliere di Stato Norman Gobbi, a cui abbiamo anche chiesto quale importanza hanno queste elezioni per il canton Ticino, al di là dei temi e delle problematiche che toccano i singoli comuni.

Signor Gobbi, la presentazione delle liste, in diversi comuni, è coincisa con litigi e diatribe attorno ai candidati da presentare alle elezioni comunali. Si tratta di un caso o è invece il segno di un malessere più profondo?
Anch’io ho potuto osservare, da esterno, le discussioni avvenute in alcuni Comuni, Lugano in primis, e all’interno di alcuni partiti al momento della scelta dei candidati. Non so se vi sia stato anche un elemento di spettacolarizzazione da parte dei media su alcune decisioni adottate dalle sezioni di partito. Mi auguro che al di là di questi problemi interni a prevalere vi sia sempre e comunque il bene per il Comune, l’istituzione più vicina e più importante per i cittadini. Comuni che hanno bisogno gente motivata, responsabile e cosciente del ruolo che avrà nei cambiamenti da apportare per il buon funzionamento degli enti locali.

Difficoltà a trovare persone disposte a candidarsi: una situazione che viviamo ormai da alcuni quadrienni in una forma più o meno marcata, in questo e quel partito. Teme per il futuro democratico dei Comuni?
Per il momento sono ancora positivo sul futuro dei Comuni e sulla possibilità di trovare sempre gente motivata a portarne avanti le sorti. Dico questo pensando che in lista per i Municipi e per i Consigli comunali ci sono globalmente ancora migliaia di persone. In Ticino il ruolo di chi governa i Comuni andrà mutando nei prossimi anni, tenuto conto delle riforme che si stanno portando avanti. L’obiettivo è di rendere sempre più centrale il Comune. Se ciò avverrà, anche l’interesse di persone con capacità e visioni a favore dei cittadini dovrebbe necessariamente crescere.

Queste elezioni che importanza rivestono per il Ticino e in particolare per i rapporti tra Comuni e Cantone?
Come detto nella precedente risposta, siamo in una fase di revisione dei compiti tra Cantone e Comuni, nonché di un nuovo assetto funzionale del Comune stesso. I futuri politici chiamati a guidare i Comuni dovranno continuare questo dialogo – che personalmente vorrei sempre più intenso e sempre più costruttivo – con il Cantone, sempre con l’obiettivo di migliorare i servizi e le risposte ai bisogni di tutti i cittadini. Per questo sono elezioni molto importanti, come tutte le elezioni, per il futuro del nostro Cantone.

E per la Lega dei Ticinesi?
Si tratta di un momento privilegiato di confronto con la gente. Il nostro movimento predilige il contatto diretto, soluzioni concrete. Operando in un ambito più ristretto come quello comunale spero che si riesca a intercettare le aspirazioni e la fiducia degli elettori. Occorre però darsi da fare, perché niente ci verrà regalato a prescindere…

In molti Comuni la Lega si presenta congiunta con l’UDC: è una conferma di un percorso parallelo – non ugualitario – che io reputo fruttuoso nell’ottica di far crescere le nostre comunità locali e di riflesso anche tutto il Cantone. Lega e UDC hanno valori comuni, ma anche progetti e visioni differenziate. L’unione di queste due forze politiche potrà, come detto, migliorare il benessere dei nostri concittadini.

Decio Cavallini, la missione di un capo

Decio Cavallini, la missione di un capo

Intervista all’interno dell’edizione di giovedì 13 febbraio 2020 de La Regione

Alla testa dei Reparti speciali, dello Stato Maggiore, della Gendarmeria. Per Decio Cavallini è arrivata la pensione. “La Polizia cantonale è stata per me una ragione di vita”.
«In dicembre ho fatto il giro dei posti di polizia per salutare i miei collaboratori. Ho incontrato tanta gente, stretto parecchie mani, ho guardato negli occhi molte persone… alcuni colleghi si sono messi a piangere… non avrei mai immaginato… e allora mi sono detto… ‘ho fatto il mio dovere… missione compiuta’». L’emozione ha il sopravvento, anche in chi non te lo aspetti. Perché Decio Cavallini è uno tutto d’un pezzo. Un decisionista, lo definiscono. Di certo, un’istituzione nell’istituzione, la Polizia cantonale. Che ha servito per trentacinque anni. «Ho servito soprattutto i cittadini, contribuendo a garantire la loro sicurezza», puntualizza. Ha lavorato sotto sei comandanti: Giorgio Lepri, Mauro Dell’Ambrogio, Saverio Wermelinger, Franco Ballabio, Romano Piazzini e Matteo Cocchi. Dal 2007 al 2019 è stato, con il grado di tenente colonnello, a capo della Gendarmeria (ora guidata dal maggiore Marco Zambetti), l’unità della Cantonale cui competono il primo intervento e il mantenimento dell’ordine pubblico. Bellinzonese, sessantacinque primavere il prossimo 6 giugno, Cavallini è in pensione dalla fine dello scorso anno. «Se fosse stato possibile, sarei rimasto in polizia per altri cinque anni – dichiara alla ‘Regione’–. Ho la fortuna di essere ancora in salute. Mi alzo la mattina con la voglia di indossare la divisa. Ma ho fatto il mio tempo ed è giusto che mi faccia da parte. Per me servire lo Stato è stata una ragione di vita, non esagero. E ho affrontato tutte le sfide professionali nella Cantonale con dedizione, senza badare a feste e orari».

E le sfide sono state tante.
Direi proprio di sì. Sono entrato in polizia il 1° dicembre 1984. Lavoravo come elettrotecnico e a un certo punto decisi di cambiare mestiere. Volevo diventare istruttore militare, ma all’epoca vi era il blocco del personale in seno alla Confederazione. Partecipai quindi a un concorso per ufficiale della Polizia cantonale, destinato ai Reparti speciali. Venni assunto. Sono rimasto nei Reparti speciali, in veste di ufficiale aggiunto responsabile, fino al 2003, dirigendo, tra il 1999 e il 2001, anche la Gendarmeria del Sopraceneri. Nei primi anni della mia carriera il caso Baragiola, al quale ho lavorato anch’io, mi ha permesso di allacciare importanti contatti con i colleghi italiani dell’anti-terrorismo e dunque di crescere professionalmente. Sono stato poi capo dello Stato maggiore, occupandomi fra l’altro della pianificazione e della condotta delle operazioni. Sempre quale responsabile dello Stato maggiore ho pure diretto la Scuola di polizia, riorganizzando la formazione in vista dell’introduzione del certificato federale. Nel 2007 sono stato nominato alla testa di tutta la Gendarmeria. Nel 2011 e per alcuni mesi ho svolto, con il collega Flavio Varini, la funzione di comandante della Polizia cantonale, dopo le dimissioni di Piazzini e nell’attesa della designazione del suo successore.

Decio Cavallini, com’è cambiata la criminalità nei trentacinque anni che ha trascorso nella Cantonale?
Quella violenta è diminuita. Ho cominciato a lavorare in polizia quando in Ticino si facevano molte rapine a mano armata, talvolta con sequestro di persone, e si sparava. Sparavano i delinquenti, sparavamo noi. Gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso sono stati molto problematici dal punto di vista della sicurezza. C’erano le bande dei torinesi e dei bergamaschi. Gente pronta a tutto. Come quella volta a Locarno durante la rapina a una gioielleria: un malvivente non esitò a sparare contro un gendarme, ferendolo gravemente, che era riuscito a penetrare nel locale. Di rapine ne abbiamo anche oggi, ma non c’è paragone, per quantità e qualità dei colpi, con quanto avveniva quarant’anni fa. Se pensiamo anche ai furti, la situazione è notevolmente migliorata e per un insieme di fattori: la maggior presenza della polizia sul territorio, le sue campagne di sensibilizzazione, l’aumento dei controlli, una popolazione più attenta, le case più sicure. Tutto questo ovviamente è il frutto di una costante attività di prevenzione e repressione da parte delle forze dell’ordine. Le antenne sono, devono essere, sempre alzate.

Si pensi del resto a un fenomeno degli ultimi tempi: gli assalti con esplosivo ai bancomat.
In questo caso abbiamo a che fare con bande criminali internazionali, che agiscono dove sanno di poter racimolare un bottino consistente. Ora, a differenza di quelli in funzione in altri Paesi, i nostri bancomat mettono a disposizione parecchia liquidità. Col tempo però la gente pagherà sempre di più con la carta o con gli smartphone. Grazie alla sua notevole capacità di adattamento, la criminalità troverà nuovi sistemi per fare soldi. E a quel punto sarà fondamentale per le forze di polizia individuare tempestivamente sul piano investigativo le necessarie contromisure. Una sfida non da poco. Ma oggi intravedo altre emergenze, altre priorità.

Quali?
La criminalità finanziaria e gli stupefacenti: due ambiti che giustificano ampiamente un potenziamento, urgente, della Procura e mi auguro che la politica si muova di conseguenza. Un’altra emergenza è il traffico veicolare. Abbiamo sì meno incidenti, meno morti e feriti di un tempo. Ma in Ticino strade e autostrada sono sempre più intasate. Il che si traduce in un accresciuto impiego di mezzi e agenti di polizia per cercare di rendere scorrevole la circolazione. Mi preoccupano inoltre le infiltrazioni mafiose.

Al riguardo il Consiglio federale ha varato un piano nazionale contro la criminalità organizzata. Non arriva forse in ritardo?
L’importante è che questo piano sia arrivato e che al suo allestimento abbia collaborato, con la Polizia federale, la Polizia cantonale ticinese. A quest’ultima l’esperienza non manca sicuramente. Cito per esempio le inchieste Grave e Igres nonché gli arresti in Ticino di latitanti con ruoli di primo piano in organizzazioni criminali italiane di stampo mafioso. Erano gli anni Novanta. In seguito la competenza del perseguimento del reato di organizzazione criminale è passata agli organi inquirenti federali. Attualmente la ’ndrangheta è l’associazione mafiosa più potente a livello internazionale. In Ticino, e non solo qui, agisce nell’ombra. Per ora non spara, per non destare allarme sociale e innescare la dura reazione dello Stato. Continua così a riciclare e a trafficare in armi e droga. È però questo agire in maniera silenziosa che rende la mafia in generale particolarmente pericolosa, potendo insinuarsi fra l’altro nei settori dell’economia legale compromettendone i meccanismi, a danno di tutta la collettività. Occorre allora che anche i cittadini e chi opera nell’economia legale segnalino per tempo alle forze dell’ordine situazioni anomale, sospette. Poi però bisogna indagare, approfondire. E le inchieste penali le fanno investigatori e magistrati, dunque persone.

Si spieghi meglio.
Per contrastare il crimine organizzato non sono sufficienti le sole leggi. Centrali sono coloro chiamati ad applicarle. E l’ho capito molto bene quando ho avuto la fortuna di conoscere Falcone, Caselli e altri magistrati italiani, dovendomi occupare, quale responsabile del competente servizio della Polizia cantonale, anche della sicurezza di giudici e capi di Stato stranieri quando venivano in Ticino. Oggi ho la sensazione che gli inquirenti federali siano un po’ lontani dal territorio e dalle sue dinamiche. È per questo che il ruolo della Polizia cantonale è fondamentale e forse bisognerebbe destinare maggiori risorse al suo nucleo di intelligence.

Poliziotti che indagano e poliziotti indagati. Rispondendo lo scorso ottobre a un’interrogazione parlamentare, il Consiglio di Stato ha scritto che negli ultimi quindici anni ci sono stati 799 agenti imputati (‘sia della Cantonale che delle singole polcomunali’): al 2 ottobre 2019 erano stati emessi dalla Procura 386 non luoghi a procedere, 81 abbandoni, 4 atti d’accusa e 42 decreti d’accusa. Quasi 800 agenti indagati in quindici anni: troppi?
Da un profilo puramente statistico no, alla luce dei 15mila interventi in media all’anno per urgenze o operazione di mantenimento dell’ordine, cui si aggiungono le varie inchieste della Polizia giudiziaria. La sola Gendarmeria tratta annualmente 40mila pratiche in generale. Nella formazione degli aspiranti poliziotti si pone l’accento anche sull’etica e la deontologia. La Polizia cantonale è la prima a denunciare all’autorità giudiziaria i comportamenti penalmente rilevanti dei propri collaboratori e ad adottare provvedimenti disciplinari. Di collaboratori la Cantonale ne conta oltre settecento: sarebbe una pia illusione pretendere che tutto funzioni senza inconvenienti. I cittadini chiedono giustamente un comportamento esemplare da parte dei poliziotti. Nessun abuso di autorità. Ma i poliziotti – che spesso devono decidere in una manciata di secondi – chiedono rispetto per il loro lavoro. Da tempo sollecitano un inasprimento delle sanzioni penali per chi usa violenza fisica e verbale nei confronti dei funzionari dello Stato. Essere bersaglio di insulti, sputi o pesanti minacce quando sei chiamato a mantenere l’ordine in un dopo partita non è impresa facile. Mi creda.

‘Mi sono sempre assunto la responsabilità delle mie decisioni’
3 ottobre 1992: un gruppo di detenuti armati evade dal penitenziario cantonale della Stampa. La loro fuga in auto dura poco. Muoiono due reclusi e un agente di custodia complice, raggiunti dai colpi sparati dai reparti speciali della Polizia cantonale appostati ad alcune centinaia di metri dal carcere. A dirigere il dispositivo di agenti c’era lei. Cavallini, cosa ricorda di quella mattina?

Tutto. Avevamo appreso di un’evasione imminente. Ma le indagini non avevano avuto esito. Organizzammo quindi un dispositivo per sorvegliare a distanza il carcere durante le ore notturne. Per un mese circa non accadde nulla. Fino a quel sabato mattina. Eravamo comunque pronti. Giunte le auto con a bordo i detenuti in prossimità del posto di blocco, intimammo l’alt. Ma ingranarono la retromarcia, cercando di investire degli agenti. Avevano granate e altre armi. Aprimmo il fuoco. Ci furono dei morti, ma non potevamo agire diversamente. Quei detenuti erano pericolosi, avevano gravi precedenti. Una delle menti della fuga era un ex terrorista italiano di Prima Linea. Aveva ucciso un anziano passante mentre evadeva da un carcere italiano. Lo arrestammo in Ticino: con altri si stava recando in Svizzera interna per far evadere delle persone.

Per i fatti della Stampa la polizia venne penalmente scagionata nel 1993, nel ’97 arrivò anche l’assoluzione amministrativa. Come visse quei quattro anni?
Una persona mi fu molto vicina in quel periodo: l’allora vicecomandante Ivan Bernasconi. Sì, un periodo difficile per me, ma ero io il responsabile di quell’operazione. E io mi sono sempre assunto la responsabilità delle decisioni che prendevo e che i miei uomini eseguivano. Come per la manifestazione sul ponte-diga di Melide.

Passo del Lucomagno: auto e camper travolti da una valanga (ma è un’esercitazione)

Passo del Lucomagno: auto e camper travolti da una valanga (ma è un’esercitazione)

Comunicato stampa

L’allarme è scattato con una telefonata al 117 alle ore 18.55 ieri sera, mercoledì. Un automobilista che stava percorrendo il passo del Lucomagno ha visto davanti a sé la carreggiata invasa da una valanga. Immediatamente la polizia ha avvertito tutti gli enti interessati. Sono partiti i soccorsi, perché sotto la valanga era sicura la presenza di almeno una vettura. Per fortuna tutto si è risolto al meglio: si trattava di un’esercitazione.

Con lo scopo di testare la prontezza d’intervento a seguito di un avvenimento lungo la strada del Passo del Lucomagno la Pro Lucomagno, responsabile per la gestione della strada nel periodo invernale, ha proposto ieri, mercoledì 12 febbraio dalle 18.00 alle 23.30, un esercizio di salvataggio in scala 1:1. L’operazione ha coinvolto i partner della protezione della popolazione e conseguentemente le strutture di condotta e il personale preposto al salvataggio. Questi ultimi hanno dovuto operare in uno scenario che prevedeva, appunto, la caduta di una valanga lungo la strada del Passo, con il coinvolgimento di un’auto e di un camper.L’esercizio, diretto da un quadro superiore della Polizia cantonale in stretta collaborazione con il Servizio della protezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni, ha visto l’impiego di un’ottantina di soccorritori provenienti dagli Enti partner della protezione della popolazione, oltre che di figuranti (messi a disposizione della Scuola Svizzera di Sci Blenio, per simulare i passeggeri dei veicoli) per rendere il tutto verosimile.
In particolare hanno collaborato: la Polizia cantonale, i corpi pompieri di Biasca e di Blenio, i servizi d’autoambulanza, l’organizzazione di protezione civile delle Tre Valli, il soccorso alpino svizzero, la REGA, la Pro Lucomagno con il proprio personale del servizio tecnico e il Centro di sci nordico di Campra (aspetti logistici).  

Grazie allo scenario predisposto si è potuto testare l’attivazione della catena d’allarme e allenare il coordinamento, così come la condotta di un dispositivo d’urgenza al fronte, denominato SMEPI (Stato maggiore degli enti di primo intervento). La direzione d’esercizio ha messo l’accento sulle modalità (tecnico/tattiche) di intervento e sulle capacità di condotta, quali elementi fondamentali per riuscire ad affrontare questo genere di situazioni.  

L’esercitazione, organizzata nell’ambito delle attività della Commissione dell’istruzione della protezione della popolazione (CT istr PP), ha avuto un riscontro molto positivo e ha permesso d’identificare alcuni spunti di miglioramento che verranno ora elaborati e conseguentemente implementati.