Alla scoperta dei nomadi Jenisch

Alla scoperta dei nomadi Jenisch

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Servizio all’interno dell’edizione di giovedì 8 settembre 2022 de Il Quotidiano

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Vita da nomade in Svizzera: ‘Viaggiare ce l’abbiamo nel sangue’
Fino a domenica in zona Seghezzone a Giubiasco possibilità per la popolazione di scoprire cultura e tradizioni delle comunità jenisch, sinti e manouches.
Norman Gobbi e Mario Branda ribadiscono l’impegno del Cantone e della Città di Bellinzona per individuare una soluzione duratura e più confacente all’area di sosta provvisoria per nomadi, dal 2012 a disposizione in zona Seghezzone a Giubiasco ma solamente da marzo a ottobre. Lo hanno fatto ieri in occasione dal lancio dell’evento di porte aperte – in programma fino a domenica 11 settembre – voluto per dare la possibilità alla popolazione ticinese di conoscere la cultura della comunità svizzera jenisch, sinti e manouches, che generalmente è presente a Giubiasco con una dozzina di roulotte.
 
Tra i 2mila e 3mila itineranti
Secondo i dati dell’Ufficio federale della cultura (Ufc), nel nostro Paese vivono circa 30mila persone di questa origine. Tra i 2mila e i 3mila conducono una vita itinerante: trascorrono l’inverno in un’area di sosta, mentre dalla primavera all’autunno sono in viaggio con le proprie roulotte e si fermano in aree di passaggio per fare visita ai clienti. Nonostante solo una piccola minoranza abbia ancora l’abitudine di spostarsi, il nomadismo continua a rappresentare un elemento fondamentale dell’identità culturale jenisch e sinti. «La libertà e il viaggiare è qualcosa di profondo, che abbiamo nel sangue», dice Eva Moser, jenisch svizzera cresciuta in Ticino dove ha frequentato la prima elementare a Gorduno. «Fin da bambina con la mia famiglia ci spostavamo e vivevamo una vita nomade. A scuola mi davano i compiti che riportavo al docente ogni due settimane». Da oltre trent’anni Eva ha lasciato il Ticino e oggi vive nell’area di sosta permanente nei pressi di Coira, fino a qualche anno fa insieme al marito che svolgeva varie attività di artigianato, in particolare si dedicava al processo di trattare la superficie di padelle, casseruole o altri oggetti in rame per la cottura. «Tanti alberghi erano suoi clienti. Da quando lui non c’è più sono fissa nei Grigioni dove vivo insieme ad altre sette famiglie. Un contesto di grande solidarietà, in cui ci si aiuta l’uno con l’altro». Eva Moser mette l’accento sull’occasione data dall’evento a Giubiasco (tutto il programma sul sito web del Dipartimento delle istituzioni) per incentivare una soluzione stabile e confacente, e quindi un’area permanente aperta tutto l’anno dotata anche di elettricità e servizi igienici (oggi al Seghezzone c’è solo l’allacciamento all’acqua corrente). «Ma in questi giorni ci sarà anche l’opportunità per rendersi conto che è per noi è importante che la popolazione sappia distinguere i vari popoli nomadi, con razionalità, tradizioni e cultura differenti. Spesso c’è infatti la tendenza a generalizzare quando magari succedono episodi spiacevoli o qualcuno si comporta male». Rispetto al passato, l’offerta di aree di sosta e di passaggio è diminuita in misura notevole. Ciò vale per la maggioranza delle regioni, e in particolare per la Svizzera occidentale, orientale e meridionale. E per queste comunità trovare spazi dove potersi fermare è sempre più difficile. «Ancora oggi ci sono tanti giovani che portano avanti questa tradizione e non credo dunque che in futuro scomparirà l’abitudine di viaggiare della comunità jenisch. È tuttavia fondamentale che ci siano zone apposite per permetterlo, e quindi per quanto riguarda il Ticino mi rallegro di fronte alle rassicurazioni fornite oggi dal sindaco Branda e dal consigliere Gobbi».
 
Arrotini, ombrellai e venditori ambulanti
La maggior parte di jenisch e sinti svizzeri non sedentari trascorre l’inverno in un’area di sosta all’interno di roulotte, chalet in legno o container. Le famiglie sono registrate presso i rispettivi Comuni e i figli frequentano le scuole locali. Perlopiù attivi come lavoratori indipendenti, esercitano spesso mestieri tradizionali: arrotini, ombrellai, cestai, braccianti, baracconisti, venditori ambulanti, artisti). Svolgono parallelamente varie attività artigianali. Durante i mesi estivi, si spostano in piccoli gruppi sul territorio nazionale fermandosi per una o due settimane nelle aree di passaggio da dove raggiungono i propri clienti. In questo periodo, i bambini si fanno inviare i materiali didattici dalla propria scuola e spediscono ai loro insegnanti i compiti da correggere. «L’attività lavorativa è un fattore principale che da sempre detta lo spostamento di queste comunità, storicamente abituate a svolgere professioni itineranti – spiega Rosalita Giorgetti-Marzorati dell’Ufficio federale della cultura (Ufc) –. Spostamento che fa tuttavia parte della loro cultura in maniera più profonda, tra tradizione e necessità». Giorgetti-Marzorati ricorda che queste comunità di nomadi svizzere sono riconosciute dalla Confederazione come una minoranza nazionale e che quindi vengono sostenute per consentirle di vivere in modo consono alla loro cultura. «Sono già stato a Giubiasco nelle scorse estati visto che ho alcuni clienti in Ticino – ci dice un ospite dell’area, di professione arrotino –. Sono nato a Stans da una famiglia jenisch, e fin da bambino ho viaggiato in giro per la Svizzera insieme a genitori e fratelli. Per la nostra comunità è importante mantenere un’area di sosta in Ticino dopo la chiusura nel 2012 di quella del Monte Ceneri. Durante l’anno partecipo a fiere e mercati dell’artigianato e riesco a guadagnare abbastanza per vivere. Anche se ammetto che non è facile lavorare in proprio, senza farsi pubblicità».
Nel garantire il sostegno della Città (che con l’aggregazione ha mantenuto l’impegno assunto a suo tempo dal Comune di Giubiasco) al fine di giungere a una soluzione definitiva, il sindaco Mario Branda – sottolineando come in questi anni non vi siano stati problemi dovuti alla presenza dei nomadi a Giubiasco – ha espresso l’auspicio che l’evento possa permettere alla cittadinanza di avvicinarsi e scoprire questa realtà e sfatare pregiudizi mal riposti. Dello stesso avviso il consigliere di Stato nonché direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, il quale ha evidenziato l’ottima collaborazione in questi anni tra il Cantone, la Fondazione ‘Un futuro per i nomadi svizzeri’ e l’Associazione jenisch, sinti e manouches svizzeri. Le opzioni per un area permanente sono attualmente due: consolidare quella al Seghezzone – dove però il Cantone sta valutando se costruzione due nuove scuole – oppure un terreno lungo l’A2 di proprietà dell’Ufficio federale delle strade.
 
Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 9 settembre 2022 de La Regione
Per le scienze forensi un Ufficio ad hoc

Per le scienze forensi un Ufficio ad hoc

Sede a Bellinzona, operativo dal 1°ottobre. Il pg Pagani: in Ticino dai due ai quattro suicidi al mese, dato preoccupante e su cui riflettere.

«Oggi in Ticino ci sono fra i due e i quattro suicidi al mese. In un cantone di circa 350mila abitanti questo dato deve preoccuparci e interrogarci, non solo come autorità inquirenti, ma anche e soprattutto come cittadini». Parole pronunciate dal procuratore generale Andrea Pagani intervenendo ieri mattina all’incontro con la stampa indetto dal Dipartimento istituzioni sull’imminente apertura (1° ottobre) a Bellinzona dell’Ufficio delle scienze forensi, chiamato a collaborare in particolare con il Ministero pubblico. Per sopralluoghi, autopsie, esami, consulenze… Un Ufficio delle scienze forensi quale primo passo verso la realizzazione di «un Istituto di medicina legale del Canton Ticino», ha evidenziato il direttore del Dipartimento Norman Gobbi, segnalando che «approfondimenti sono in corso con l’Università della Svizzera italiana».

‘Liberare la salma oppure ordinare accertamenti’
Purtroppo, ha aggiunto il procuratore generale, rispondendo a una domanda della ‘Regione’, «sembrerebbe esserci quest’anno una tendenza all’aumento dei casi» di persone che si tolgono la vita. «Come autorità e cittadini – ha ribadito Pagani – dovremmo chiederci come stia la società» in questo difficile, complesso periodo storico. Tema delicato, quello dei suicidi, eppure drammaticamente d’attualità in Ticino, e non solo in Ticino. «Informato di un caso di suicidio, il procuratore pubblico – ha spiegato il pg – decide se, come si dice in gergo, liberare la salma o se ordinare degli accertamenti perché si sospetta l’intervento di terzi, perché si sospetta che dietro a quella morte ci sia la mano di qualcuno o di qualcuna». L’età di chi decide di porre fine alla propria esistenza? «Un po’ tutte, vi è infatti anche qualche anziano».

Organico e compiti
Se si sospetta l’intervento di terzi, il magistrato inquirente dispone dunque ulteriori accertamenti. E fra questi figurano le autopsie. Gli esami autoptici in generale rientreranno nel novero di attività dell’Ufficio delle scienze forensi, che si appresta a entrare in funzione. E che rappresenterà un ulteriore sviluppo nel campo delle prestazioni di medicina forense a favore della giustizia. Nella capitale del Cantone la sede del nuovo servizio, in uno stabile amministrativo. Formalmente istituito dal Consiglio di Stato con decreto pubblicato la scorsa settimana, l’Ufficio ha in organico tre specialisti. A dirigerlo sarà la dottoressa Rosa Maria Martinez, la quale, indica il Dipartimento istituzioni, “vanta una solida esperienza in qualità di medico legale maturata all’Istituto di medicina legale dell’Università di Zurigo”. Sarà affiancata da altri due medici legali: la dottoressa Luisa Andrello, che “da anni collabora con le autorità di perseguimento penale cantonali” e il dottor Matteo Moretti, il quale “ha avviato la propria collaborazione con il Canton Ticino all’inizio di quest’anno”. Reperibilità ventiquattro ore su ventiquattro, 365 giorni all’anno. Reperibilità continua “per consulti di medicina forense e per gli interventi diretti” – segnatamente “quelli urgenti (sul luogo di ritrovamento di cadaveri o di reati contro la vita oppure l’integrità della persona)” – e “programmati” (autopsie, esami ecc.). Un’attività, quella delle autopsie, “in marcato aumento”. Tant’è che il loro numero, rileva il Dipartimento, “è passato dalle 46 effettuate nel 2015 alle 110 svolte nel 2021”. Continueranno a essere eseguite a Locarno, all’Istituto cantonale di patologia. «Come Ministero pubblico – ha ancora ricordato il pg Pagani – ordiniamo un’autopsia quando abbiamo il sospetto che non si tratti di morte naturale».
L’Ufficio delle scienze forensi, ha illustrato Frida Andreotti, responsabile della Divisione giustizia in seno al Dipartimento istituzioni, «raggrupperà i periti ufficiali ai sensi del Codice di procedura penale, tra cui quelli che già oggi operano su mandato del Ministero pubblico». È stato quindi confermato “il supporto dei medici, specializzati in ispezioni legali, tramite la Federazione cantonale ticinese servizi autoambulanze, e di medici in formazione specialistica dall’Università di Pavia”. La gestione, unicamente amministrativa, dell’Ufficio è stata attribuita alla Divisione.

‘Un ruolo fondamentale’
La medicina forense, ha sottolineato il procuratore generale, svolge «un ruolo fondamentale a beneficio degli inquirenti e dei giudici per il raggiungimento della cosiddetta verità materiale». Le conoscenze medico legali, annota a sua volta il Dipartimento, “supportano la magistratura nel fornire risposte oggettive per accertare i fatti, raccogliere elementi probatori e verificare l’attendibilità della situazione dal punto di vista medico”. E puntualizza: l’istituzione dell’Ufficio delle scienze forensi “non comporta nuovi oneri finanziari a carico dello Stato”.

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 9 settembre 2022 de La Regione

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Medicina legale, un nuovo ufficio indipendente
Garantirà le prestazioni di scienze forensi, come le autopsie, fino a oggi assicurate su mandato

Dal 1. ottobre prossimo anche il Ticino avrà il «suo» ufficio cantonale interamente dedicato alle scienze forensi. Concretamente, il nuovo Ufficio delle scienze forensi garantirà (tramite i medici legali che vi operano) le prestazioni di medicina forense fino a oggi assicurate su mandato, in particolare in favore del Ministero pubblico. Una misura decisa dal Consiglio di Stato per consolidare e meglio organizzare una struttura già presente, a beneficio della Giustizia e senza comportare nuovi oneri finanziari a carico dello Stato.
Con la creazione del nuovo Ufficio, ha spiegato il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi in conferenza stampa, si vuole quindi «consolidare la risposta dello Stato nell’ambito della medicina forense», e questo anche alla luce della «tendenza generale all’aumento della violenza ». Già, perché cifre alla mano, le autopsie in questi anni sono passate da 46 nel 2015 a 110 nel 2021.
Si tratta dunque di « un rafforzamento in favore della Giustizia», poiché «le conoscenze medico legali supportano la Magistratura penale nel fornire delle risposte oggettive per accertare i fatti, raccogliere elementi probatori e verificare l’attendibilità della situazione, dal punto di vista medico», ha poi aggiunto il consigliere di Stato.
Il nuovo Ufficio, ha poi sottolineato la direttrice della Divisione della Giustizia Frida Andreotti, sarà un «organo autonomo, che assicura le prestazioni richieste in favore delle autorità giudiziarie, attribuito amministrativamente al DI », ma allo stesso tempo completamente indipendente dall’Esecutivo.
Dal canto suo, il procuratore generale Andrea Pagani ha tenuto a evidenziare che «la creazione di questo Ufficio non è uno sfizio del Dipartimento o del Ministero pubblico, bensì una necessità in base a quanto prescritto dal Codice di procedura penale federale ». « Il ruolo dell’Ufficio – ha proseguito Pagani – non è solo importante, ma fondamentale: tutto ciò a beneficio degli inquirenti (il Ministero pubblico e la Polizia), ma pure dei giudici e dei tribunali poi chiamati a decidere sulla colpevolezza o meno di una persona ». Con l’obiettivo, ovviamente, «di essere il più vicini possibile al raggiungimento della verità materiale » in un processo.

Tre professionisti
L’Ufficio avrà sede a Bellinzona nello stabile ex archivio cantonale e sarà diretto dalla dottoressa Rosa Maria Martinez, che vanta una solida esperienza in qualità di medico legale maturata all’Istituto di medicina legale dell’Università di Zurigo. Si avvarrà inoltre della collaborazione di due medici legali: della dottoressa Luisa Andrello, che da anni collabora con le autorità cantonali, e del dottor Matteo Moretti. Tra le prestazioni garantite dall’Ufficio figurano ( 24 ore su 24, 365 giorni all’anno) gli interventi diretti e i consulti di medicina forense, in particolare quelli di natura urgente (sopralluoghi sul luogo di ritrovamento di cadaveri o di reati contro la vita o l’integrità della persona) e di natura programmata (come le autopsie).

Va infine detto, come ribadito più volte durante la conferenza stampa, che la creazione dell’Ufficio costituisce un primo tassello nella riorganizzazione del settore della medicina legale, per il quale è in corso un progetto che vorrebbe concretizzare un Istituto di medicina legale del Canton Ticino, nel merito del quale il Consiglio di Stato ha incaricato il DI di proseguire con i relativi approfondimenti a livello universitario.

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 9 settembre 2022 del Corriere del Ticino

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A Bellinzona aprirà l’Ufficio di scienze forensi
Il settore della medicina legale in Ticino si riorganizza. Il 1° ottobre, presso l’Amministrazione cantonale, aprirà a Bellinzona l’Ufficio di scienze forensi, lo ha decretato il Consiglio di Stato. L’organo, che sarà autonomo e indipendente, garantirà al Ministero pubblico reperibilità continua, 24 ore su 24, 7 giorni su 7.
L’Ufficio sarà diretto dalla Dottoressa Rosa Maria Martinez, che ha maturato una solida esperienza in qualità di Medico legale presso l’Istituto di medicina legale dell’Università di Zurigo e si avvarrà della collaborazione di due Medici legali: la Dottoressa Luisa Andrello, che da anni collabora con le preposte Autorità di perseguimento penali cantonali, e il Dottor Matteo Moretti, che ha avviato la propria collaborazione all’inizio del 2022.
La creazione dell’Ufficio delle scienze forensi, che non comporta nuovi oneri finanziari a carico dello Stato, s’inserisce nella riorganizzazione generale del settore della medicina legale del Canton Ticino tuttora in corso. La misura, decisa dal Consiglio di Stato d’intesa con il Procuratore generale del Ministero pubblico, è volta a consolidare l’organizzazione del servizio di medicina forense e assicurare gli interventi di natura urgente (sopralluoghi sul luogo di ritrovamento di cadaveri o di reati contro la vita o l’integrità della persona) e di natura programmata (autopsie, ecc.).

Da www.tio.ch

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“Un passo per raggiungere la verità”
Il procuratore generale Andrea Pagani spiega l’importanza del nuovo Ufficio di scienze forensi nell’ambito delle inchieste

“Un passo in avanti, non per condannare una persona, ma per raggiungere la verità”. Il progresso, di cui parla il procuratore generale Andrea Pagani, è la nascita dell’Ufficio delle scienze forensi, che è stato presentato giovedì a Bellinzona, presente il consigliere di Stato Norman Gobbi.
A testimoniare l’importanza sempre maggiore dei medici legali nelle inchieste di polizia sono, tra gli altri aspetti, i numeri delle autopsie in Ticino che nel 2021 sono state 110, quasi una ogni tre giorni, contro le sole 46 nel 2015. Finora il Cantone attribuiva ad alcuni medici dei mandati permanenti.
Dal 1. ottobre la gestione del settore passerà sotto questo nuovo organo, indipendente ed autonomo, che avrà sede nello stabile dell’ex Archivio cantonale. A dirigerlo è stata chiamata la Dr. Med Rosa Maria Martinez, che così si presenta ai microfoni della RSI: “Ho lavorato per 13 anni all’Istituto di Medicina legale dell’Università di Zurigo come medico legale superiore e in particolare come responsabile del reparto di medicina legale clinica”.
Prima dei mandati ad hoc degli ultimi due anni, ci si appoggiava sul professor Osculati, che era il responsabile incaricato. Da quando è venuto a mancare, ci si è trovati in difficoltà, come spiega Frida Andreotti, direttrice della Divisione della Giustizia: “Siamo stati posti a confronto con la difficoltà nel reperire medici legali. Abbiamo così intrapreso dei mandati ad hoc, ma era difficile garantire la reperibilità puntuale e completa”.
Un problema che non dovrebbe sussistere con l’Ufficio delle scienze forensi che garantirà una copertura 24 ore su 24, per gli interventi diretti, in particolare quelli di natura urgente (sopralluoghi sul luogo di ritrovamento di cadaveri o di reati contro la vita o l’integrità della persona). Ad affiancare la direttrice, come collaboratori, ci saranno la dottoressa Luisa Andrello e il dottor Matteo Moretti.
L’Ufficio delle scienze forensi, si diceva, è sempre più parte integrante del lavoro degli inquirenti: “Quando non c’è la confessione del potenziale autore – sottolinea ancora Andrea Pagani –, tocca alla pubblica accusa portare dei fatti incontrovertibili. Riusciamo a farlo nella maniera più precisa possibile, se siamo aiutati in campi che sfuggono alla nostra competenza. Quale è appunto la medicina attraverso delle figure di spessore”.

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Un-passo-per-raggiungere-la-verit%C3%A0-15613726.html

Da www.rsi.ch/news

Riorganizzazione del settore della medicina legale: creazione dell’Ufficio delle scienze forensi

Riorganizzazione del settore della medicina legale: creazione dell’Ufficio delle scienze forensi

Comunicato stampa

A partire dal 1. ottobre 2022 sarà operativo l’Ufficio delle scienze forensi quale organo indipendente e autonomo presso l’Amministrazione cantonale. L’Ufficio, con sede a Bellinzona, garantirà per il tramite dei medici legali ivi operanti le prestazioni di medicina forense fino a oggi assicurate su mandato, in particolare in favore del Ministero pubblico. Una misura decisa dal Governo allo scopo di consolidare una struttura riconosciuta nell’ambito della medicina forense a beneficio della Giustizia, senza comportare nuovi oneri finanziari a carico dello Stato.

Oggi a Bellinzona in conferenza stampa, il Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, il Procuratore generale del Ministero pubblico Andrea Pagani e la Direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti hanno presentato la creazione dell’Ufficio delle scienze forensi, organo indipendente e autonomo presso l’Amministrazione cantonale. All’interno dell’Ufficio delle scienze forensi, attribuito amministrativamente al Dipartimento delle istituzioni/Divisione della giustizia, opereranno i medici legali che fungono da periti ufficiali ai sensi del Codice di procedura penale, garantendo le prestazioni finora assicurate tramite mandati puntuali, in particolare in favore del Ministero pubblico.
La misura organizzativa è stata decisa dal Governo per consolidare una struttura in ambito di medicina forense e non comporta nuovi oneri finanziari a carico dello Stato. Essa costituisce un rafforzamento a beneficio della Giustizia, visto che le conoscenze medico legali supportano la Magistratura nel fornire risposte oggettive per accertare i fatti, raccogliere elementi probatori e verificare l’attendibilità della situazione dal punto di vista medico.
L’Ufficio avrà sede e Bellinzona nello stabile ex Archivio cantonale e sarà diretto dalla Dr. med Rosa Maria Martinez, che vanta una solida esperienza in qualità di Medico legale maturata all’Istituto di medicina legale dell’Università di Zurigo. Si avvarrà della collaborazione di Medici legali nelle persone della Dottoressa Luisa Andrello, che da anni collabora con le Autorità di perseguimento penale cantonali, e del Dottor Matteo Moretti, che ha avviato la propria collaborazione all’inizio del 2022. Tra le prestazioni garantite dall’Ufficio figurano a titolo principale la reperibilità continua 24 ore su 24, 365 giorni all’anno, per gli interventi diretti e i consulti di medicina forense, in particolare quelli di natura urgente (sopralluoghi sul luogo di ritrovamento di cadaveri o di reati contro la vita o l’integrità della persona) e di natura programmata (autopsie, ecc.). Un’attività in marcato aumento, visto che il numero di autopsie è passato dalle 46 effettuate nel 2015 alle 110 svolte nel 2021.  
La creazione dell’Ufficio delle scienze forensi costituisce un primo tassello nella riorganizzazione del settore della medicina legale, per il quale è in corso un progetto che vorrebbe concretizzare un Istituto di medicina legale del Canton Ticino, nel merito del quale il Consiglio di Stato ha incaricato il Dipartimento delle istituzioni di proseguire con i relativi approfondimenti a livello universitario.  

La necessità di conoscere la montagna e le sue insidie

La necessità di conoscere la montagna e le sue insidie

Ha profondamente scosso l’opinione pubblica la tragedia consumatasi la scorsa domenica in valle di Blenio, innanzitutto per la giovane età dei tre protagonisti, poco più che bambini e con un’intera vita davanti: uno di loro ha trovato la morte, gli altri due stanno lottando per la vita, con quelle ostinate risorse alle quali solo il corpo energico di un ragazzino può attingere. Quanto accaduto impressiona anche per la dinamica, talmente anomala e al contempo drammatica da lasciare sbalorditi. «Non si può morire così» è stato il pensiero di tutti noi, e la sensazione condivisa è che, mai come stavolta, abbia concorso alla disgrazia una sottovalutazione del pericolo e delle insidie che la montagna nasconde sempre, in ogni istante, anche quando in cielo splende un sole caldo e l’aria rimane allegra e gradevole pure ad alta quota.
È in una scenografia simile una gioia per gli occhi e lo spirito – che quest’ultimo scorcio di estate si è rabbuiato all’improvviso, e in modo davvero tremendo, per i ragazzi in escursione in valle di Blenio e per gli adulti che avrebbero dovuto sorvegliarli lungo un sentiero impegnativo, se non impervio.
Forse, addirittura, un sentiero che non avrebbe mai dovuto essere imboccato. Al netto delle eventuali responsabilità, questa ennesima tragedia sulle montagne ticinesi cade in una stagione che ne ha viste in soprannumero (e già una soltanto sarebbe di troppo) e non può e non deve essere accolta come una fatalità.
Troppo facile appellarsi al destino, alla sfortuna, alla malasorte di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. La verità, amara e ben poco romantica, è che ogni escursione in montagna è una sequela inesauribile di sliding doors, di scelte che possono tenerci in vita oppure no. Valutarle una a una, passo dopo passo, con una soglia dell’attenzione costantemente alta, è il protocollo minimo che dovrebbe conoscere e rispettare chiunque si dedichi a questa attività. Che – occorre ribadirlo – non è affatto «una passeggiata».
Questa la si può fare in città, dando uno sguardo alle vetrine o al lago, salutando gli amici o mangiando un gelato, senza la minaccia di crepacci, ripidi pendii, pietre che si staccano, e non da ultimo di un meteo che, per quanto possano essere accurate le previsioni, può trasformare una giornata estiva in una autunnale nel giro di un quarto d’ora. Le escursioni in quota, e ancor più le ascese sulle cime, alte o basse che siano, vanno dunque prese con grande cautela e serietà, tenendo come stella fissa una convinzione popolare che, finora, non è mai stata smentita: la montagna non perdona.
Anche alle nostre latitudini. In Ticino si è già a otto infortuni mortali in appena tre mesi. Negli ultimi anni hanno perso la vita a sud delle Alpi 4 persone nel 2021, 5 nel 2020, 7 nel 2019, addirittura 11 nel 2018, 4 nel 2017, una nel 2016 e 9 nel 2015. Un saliscendi di decessi impressionante, se pensiamo che la montagna è un’attività per quasi tutti non obbligatoria, in gran parte di svago. Proprio per questo si tende a sottovalutarla, specie quando si è giovani, com’è accaduto domenica scorsa: nessuno dei ragazzi escursionisti, ne siamo certi, è stato sfiorato dalla preoccupazione per il rischio, figuriamoci per la morte. È del tutto naturale e comprensibile alla loro età. Ma proprio qui deve intervenire la vigilanza e la disciplina degli adulti oltre a una costante opera di sensibilizzazione da parte delle istituzioni, affinché giovani e meno giovani non abbiano una visione della montagna falsata.
Scendendo nel pratico, gli esperti della campagna di prevenzione «Montagne sicure » ci offrono a getto continuo alcuni consigli utili, che pare non siano mai abbastanza ribaditi. Facciamolo ancora una volta: per affrontare in sicurezza un’escursione occorre sentirsi bene, avere una buona preparazione fisica e valutare in modo realistico le proprie possibilità atletiche. Scegliere un itinerario idoneo ed evitare uscite individuali può fare la differenza tra l’essere soccorsi oppure no, così come comunicare il percorso scelto ed evitare di cambiarlo all’ultimo momento. Anche separarsi durante il tragitto, come sarebbe avvenuto proprio in valle di Blenio, è sconsigliato. Per qualcuno questi possono essere solo dettagli: ma sono i dettagli, spesso, a salvare la vita.
Quella a cui, mentre leggete queste righe, stanno cercando di rimanere aggrappati con tutte le loro forze due ragazzini di appena 14 e 13 anni, ricoverati all’ospedale Civico di Lugano dopo aver perso, in montagna, un loro coetaneo.

Editoriale di Paride Pelli pubblicato nell’edizione di mercoledì 7 settembre 2022 del Corriere del Ticino

‘Giudici di pace, non siamo stati a guardare’

‘Giudici di pace, non siamo stati a guardare’

Andreotti (Divisione giustizia): abbiamo posto l’accento sulla formazione, ma riprenderemo presto a lavorare sulla riorganizzazione delle giudicature

Chi l’ha vista? Ovvero: che fine ha fatto la riorganizzazione delle giudicature di pace, uno dei capitoli dell’ambiziosa riforma ‘Giustizia 2018’ voluta a suo tempo dal direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi per rendere, come aveva dichiarato nella conferenza stampa del 3 marzo 2015, “più efficace ed efficiente” l’azione della magistratura? La riduzione del numero delle giudicature, oggi trentotto, una per Circolo, è ancora fra le proposte? «Certo – annota dal Dipartimento la direttrice della Divisione giustizia Frida Andreotti –. Più in generale la riorganizzazione di questa istituzione è sempre un tema attuale. Al momento però il focus è sulla formazione dei giudici di pace». Il giudice di pace, figura che in Ticino esiste da più di due secoli. Non necessariamente deve essere in possesso di una laurea in diritto. Si pronuncia, cercando di conciliare, sulle controversie patrimoniali fino a un valore di 5mila franchi. Oggi nel nostro cantone i giudici di pace sono gli unici magistrati eletti dal popolo.

Direttrice Andreotti, è comunque da un po’ di anni che si attende l’uscita del messaggio governativo sulla riorganizzazione delle giudicature di pace…
Vero. Nel frattempo però non siamo stati a guardare. Ci siamo concentrati e ci stiamo concentrando soprattutto sulla formazione, che è un aspetto centrale. Tuttavia come Dipartimento istituzioni intendiamo riprendere le riflessioni, e farne di nuove, per elaborare proposte riorganizzative delle giudicature. Torneremo su questo argomento il prossimo anno, dopo l’avvio dell’implementazione dell’importante e urgente riforma delle Autorità di protezione, e quindi del settore delle tutele e delle curatele, in caso di luce verde dei cittadini il prossimo 30 ottobre all’adozione del modello giudiziario. È dunque nostra intenzione riprendere i lavori sulla futura organizzazione delle giudicature con gli stessi magistrati popolari, per il tramite dell’Associazione dei giudici di pace, con la quale abbiamo un’ottima collaborazione, e con tutti gli enti interessati dal progetto: Preture, Tribunale di appello, avvocati, Comuni eccetera. L’obiettivo è di proporre, con un messaggio del Consiglio di Stato all’attenzione del parlamento, la riorganizzazione, nel rispetto dei diritti acquisiti, in tempo utile, cioè prima dell’inizio del nuovo periodo di nomina decennale – 2028-38 – dei giudici di pace.

Una riorganizzazione necessaria per quale o quali motivi?
La società cambia e questo impone alle istituzioni e a chi vi opera di adeguarsi ai nuovi bisogni dei cittadini, nell’ottica di migliorare le risposte che lo Stato deve dare. Anche nell’ambito della giustizia di pace. Riformare un istituto giuridico nato nel 1803 s’impone quindi giocoforza, come del resto abbiamo visto per le Autorità di protezione e come vedremo per altre istituzioni, allo scopo di adeguarlo appunto alle esigenze odierne.

Nel febbraio 2019 avete riferito dell’esito della perizia, affidata dal Dipartimento istituzioni ai professori François Bohnet e Pascal Mahon dell’Università di Neuchâtel, sulla compatibilità della figura del giudice di pace con la Costituzione federale e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Come vi siete mossi alla luce di quel parere giuridico?
La perizia, nell’attesa della quale avevamo congelato i lavori per la riorganizzazione delle giudicature, ci ha permesso di apportare da subito i correttivi necessari con riferimento sia all’operatività dei giudici di pace sia alla loro formazione. Abbiamo infatti incrementato il numero e la frequenza dei corsi di formazione giuridica tenuti da specialisti, che hanno quale riferimento un manuale dedicato ai giudici di pace elaborato nel 2019 dalla Divisione giustizia. I giudici di pace hanno capito subito l’importanza della formazione e vi partecipano con assiduità. Oggi è organizzata dalla Divisione, dal prossimo anno se ne occuperà la Supsi, con la quale stiamo discutendo la concretizzazione di una formazione ad hoc per giudici di pace.

Oltre alla formazione, quali altri aspetti legati all’attività dei giudici di pace sono finiti sotto la lente del Dipartimento in questi ultimi anni?
Siamo anche intervenuti per supportare al meglio i nuovi giudici di pace nell’avvio della loro attività operativa, per esempio nella conoscenza all’uso del programma informatico per la gestione degli incarti. D’intesa anche con i Comuni, abbiamo dotato i giudici dei necessari mezzi informatici e delle necessarie infrastrutture logistiche affinché possano svolgere al meglio la loro attività. Dando pure seguito alle richieste dell’Associazione dei giudici di pace, abbiamo inoltre predisposto quanto necessario a livello di cassa pensione e assicurazioni.

Torniamo alla prospettata riforma.
Ci sono più aspetti che dovremo valutare nell’ottica della riforma. Fra questi: lo statuto del giudice di pace – compresi gli aspetti remunerativi oggi superati, assicurativi eccetera, ricordo che il giudice di pace è un magistrato per la Legge ticinese sull’organizzazione giudiziaria, ma non a tutti gli effetti per rapporto ai magistrati ordinari –, la ridefinizione delle competenze dei giudici di pace, una diversa ripartizione sul territorio delle sedi delle giudicature di pace affinché vi sia un’equa ripartizione del carico di lavoro, la formalizzazione di consulenti giuristi di giudici laici, un coordinamento organizzativo delle giudicature di pace. Nel quadro delle riflessioni che riprenderemo a fare nei prossimi mesi, la perizia dei professori Mahon e Bohnet resterà un riferimento importante. La terremo sicuramente in considerazione, come abbiamo d’altronde fatto puntando subito sulla formazione dei giudici di pace.

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 7 settembre 2022 de La Regione

Firmato oggi a Chiasso il nuovo Protocollo d’intesa in caso di catastrofe tra Canton Ticino e Provincia di Como

Firmato oggi a Chiasso il nuovo Protocollo d’intesa in caso di catastrofe tra Canton Ticino e Provincia di Como

Comunicato stampa

Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi e il Prefetto di Como Andrea Polichetti hanno sottoscritto questo pomeriggio a Chiasso il nuovo Protocollo d’intesa sulle attività di gestione di emergenze di protezione civile causate da eventi naturali o connessi con l’attività dell’uomo di carattere transfrontaliero. Tale protocollo rinnova l’accordo già in atto sulla scorta dell’esperienza comune sviluppata negli ultimi sei anni ed è valido per i prossimi tre anni.

Il Centro comune di cooperazione di polizia e doganale tra Svizzera e Italia (CCPD) di Chiasso ha accolto le delegazioni ticinese e lombarda per la firma del nuovo Protocollo d’intesa. A rappresentare il Canton Ticino, assieme al Consigliere di Stato Norman Gobbi, erano presenti il capo della Sezione del militare e della Protezione della Popolazione, Ryan Pedevilla, il comandante della Polizia cantonale, Matteo Cocchi, il Delegato per le relazioni esterne del Consiglio di Stato, Francesco Quattrini, e Christophe Cerinotti responsabile CCPD. La delegazione italiana era composta, oltre che dal Prefetto Andrea Polichetti, da Alessandro Fermi, Presidente del Consiglio Regionale Lombardia, Fiorenzo Bongiasca, Presidente della Provincia di Como, Claudio Giacalone, Comandante Provinciale dei Vigili del Fuoco di Como, Leonardo Biagioli, Questore di Como, Giuseppe Colizzi, Comandante Provinciale dei Carabinieri e Michele Rucci, rappresentante della Guardia di Finanza.

Sia il Consigliere di Stato Norman Gobbi, sia il Prefetto Andrea Polichetti hanno ricordato come tra il Ticino e la Provincia di Como i rapporti di collaborazione transfrontaliera in caso di catastrofe siano già buoni. In particolare, grazie alla prima esercitazione Odescalchi del 2016 sviluppatasi tra Chiasso e Como e dopo la seconda esercitazione andata in scena nel giugno di quest’anno le forze di primo intervento hanno potuto affinare le modalità di intervento. In un contesto transfrontaliero dove l’urbanizzazione è fortemente accentuata, dove il traffico transfrontaliero e il traffico internazionale sia su gomma sia su rotaia sono molto intensi e dove la presenza di attività economiche è molto sviluppata i rischi di catastrofe non possono essere esclusi. Per questo motivo per eventi emergenziali di protezione civile che possano interessare il territorio a confine tra la Provincia di Como e il Canton Ticino, il reciproco concorso tra le squadre d’intervento italiane e svizzere può rappresentare un utile supporto alla gestione dell’emergenza.

La firma odierna segue quella avvenuta a Pollegio il 17 giugno scorso con l’intesa tra Canton Ticino e Provincia di Varese e precede – nelle intenzioni – quella che il Ticino siglerà con la Provincia di Verbano-Cusio-Ossola.

“Le crisi preoccupano, il rincaro dei costi di più”

“Le crisi preoccupano, il rincaro dei costi di più”

Norman Gobbi sull’emergenza legata all’approvvigionamento energetico ma non solo

C’è chi compra pacchi di candele e chi fa scorte di legna quasi non ci fosse un domani. Vanno a ruba i pannelli fotovoltaici e manca poco che ognuno metta una piccola pala eolica in giardino o sul balcone. Insomma: la paura di un blackout fa novanta. “Complice una mancanza di informazione da parte dell’autorità federale durante i mesi estivi – afferma il Consigliere di Stato Norman Gobbi – si è assistito a un progressivo aumento delle paure da parte delle cittadine e dei cittadini. D’altra parte l’aumento della benzina (soprattutto in Ticino!), del gasolio e di altre energie (elettricità in primis) non è un’invenzione, ma la realtà quotidiana a cui tutti ci confrontiamo. Se poi si aggiungono i premi di cassa malati con il loro forte aumento il quadro è completo!
È giusto quindi preoccuparci per il budget famigliare”.
Secondo lei il rischio di un blackout nei prossimi mesi invernali quanto è concreto? “Le difficoltà di approvvigionamento energetico legate alla guerra in Ucraina – anche se il Consiglio federale sino ci tranquillizza sostenendo che per ora non vi sono tali difficoltà – unite alla strategia energetica 2050 approvata dal popolo nel 2017 possono farci intravedere il rischio di un blackout. Le conseguenze negative sull’economia, ma anche sulla nostra vita privata, sono state più volte ricordare in queste ultime settimane. Come politici dobbiamo però ragionare a mente fredda e mettere in campo le misure necessarie per contrastare tale eventualità. Berna ha proposto proprio questa settimana una campagna basata sulla richiesta di risparmio energetico. Una richiesta rivolta a tutti: privati cittadini, aziende e settore pubblico. Una buona cosa, anche se a mio modo di vedere manca una visione più complessiva della crisi, che non è solo quella energetica, ma che è costituita pure dalla crisi ucraina, dalla crisi migratoria, tenuto conto che stanno aumentando sensibilmente le entrate in Svizzera di stranieri in cerca d’asilo, e non solo. Non sappiamo ancora se in autunno-inverno vi sarà una nuova ondata pandemica legata al coronavirus. Però occorre essere pronti. La risposta dovrebbe essere globale e non solo settoriale, cioè solo sui problemi legati all’approvvigionamento elettrico. È quanto come Cantone ho chiesto a Berna, anche attraverso le varie Conferenze intercantonali settoriali, ma soprattutto tramite la Conferenza dei Governi cantonali. Il Ticino da mesi sta monitorando la situazione, non solo preoccupandosi della crisi energetica, ma anche delle altre urgenze, che prima o tardi arriveranno. Con una avvertenza: niente panico. Come detto il politico deve ragionare a mente fredda. Non può improvvisare, atteggiamento che ogni tanto però mi pare di intuire dalle risposte che giungono dalla Confederazione”, conclude il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi.

97esima Conferenza nazionale del settore esecutivo e fallimentare in Ticino  

97esima Conferenza nazionale del settore esecutivo e fallimentare in Ticino  

Comunicato stampa

La Divisione della giustizia comunica che venerdì 9 e sabato 10 settembre 2022 si svolgerà a Locarno la 97esima edizione dell’Assemblea generale della Conferenza degli ufficiali di esecuzione e fallimenti della Svizzera.

Dopo vent’anni, l’Assemblea annuale della Conferenza svizzera del settore esecutivo e fallimentare  torna in Ticino per la sua 97esima edizione. A fare da padrona di casa sarà la soleggiata Locarno, città da sempre sinonimo di cultura e turismo, che accoglierà oltre 300 ospiti tra giudici del Tribunale federale e del Tribunale di appello, Autorità di vigilanza cantonali, rappresentanti dell’Ufficio federale di giustizia, referenti politici cantonali e collaboratrici e collaboratori del settore esecuzione e fallimentare di tutta la Svizzera.  
Questo evento nazionale di rilievo – per il quale la Consigliera federale Karin Keller-Sutter porterà il suo saluto in videoconferenza – sarà l’occasione per evidenziare l’importante attività garantita dal settore esecutivo e fallimentare per il buon funzionamento della nostra economia. Un lavoro difficile, quello svolto dalle collaboratrici e dai collaboratori degli uffici in tutta la Svizzera, in un contesto delicato, che richiede conoscenza della materia, ma anche spiccate attitudini relazionali nei contatti con le persone. In conclusione dei lavori assembleari è previsto un intervento da parte del Presidente del Festival del film di Locarno, Signor Marco Solari, che sarà intervistato dai Signori Michele Fazioli e Peter Jankovsky.  
L’Assemblea annuale costituirà una piattaforma di scambio privilegiata per rafforzare la rete di conoscenze tra colleghi e rappresentanti delle autorità di vigilanza, dei tribunali e della politica. Sarà altresì l’occasione per il Canton Ticino di mostrare le bellezze del nostro territorio ai numerosi partecipanti così come lo spirito di ospitalità che contraddistingue la nostra regione.  
Durante la due giorni in Ticino, sono previsti gli interventi del Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, del Sindaco di Locarno Alain Scherrer e del Sindaco di Ascona Luca Pissoglio.
Maggiori informazioni sono disponibili all’indirizzo www.ti.ch/assembleauef.
Il Comitato di organizzazione è disponibile per raccogliere le esigenze da parte dei media.   

Polizia unica, prossimità, rapporti con le Comunali… Parla Luca Filippini

Polizia unica, prossimità, rapporti con le Comunali… Parla Luca Filippini

Il segretario generale del DI: “Non è l’assetto organizzativo, ma le forze e l’impegno dedicati a questa importante tematica a concretizzare la vicinanza al cittadino”

Il nuovo disegno di legge sulla Polizia presentato nelle scorse settimane dal Dipartimento e dal Comando non ha affrontato, come ci si poteva attendere, il tema controverso della “polizia unica”, che è tornato recentemente al centro del dibattito politico. La domanda che molti si sono posti è se non sarebbe stata l’occasione per farlo. Un’opportunità persa, dunque? Tempi ancora non maturi? Oppure la polizia unica è un sogno, qualcosa che appartiene alla retorica politica ma che in Ticino non si potrà mai realizzare?
Lo abbiamo chiesto a Luca Filippini, segretario generale del Dipartimento delle istituzioni, che in questa intervista spiega la strategia che guiderà le scelte dei prossimi anni sul fronte della sicurezza.

Partiamo dalla polizia unica. Perché non se n’è parlato?
Il nuovo disegno di legge ridefinisce le competenze di polizia, non i compiti delle polizie comunali. La possibilità di inserire il tema è stata valutata in relazione all’opportunità o meno d’integrare nel testo di legge proposto l’attuale legge sulla collaborazione fra polizia cantonale e polizie comunali del 16 marzo 2011. Considerato lo stato di avanzamento dei lavori dello specifico gruppo di lavoro “polizia ticinese”, si è ritenuto poco appropriato fondere la legge sulla polizia e la legge sulla collaborazione in un unico documento. È importante evidenziare che l’attuale disegno di legge sulla polizia potrà essere applicato a ogni assetto organizzativo futuro, dalla polizia unica all’attuale status quo.

Durante la presentazione della revisione legislativa è stato spiegato che l’assetto della Polizia ticinese rimane immutato, ma flessibile e adattabile alle circostanze che il futuro presenterà, senza necessità di ricorrere a nuove ulteriori revisioni. In concreto cosa significa? È una porta aperta verso una radicale riorganizzazione con l’obiettivo di fare il grande passo verso una polizia unica?
Significa che il testo messo ora in consultazione ha una formulazione che distingue fra le competenze di “tutte” le polizie ticinesi e quelle esclusive della Polizia cantonale. Qualora in futuro si mantenga lo status quo o una soluzione nella quale continuino a esistere una o più polizie comunali, la legge non necessiterà di alcuna modifica. Se invece il Gran Consiglio dovesse optare per una “polizia unica” sarà sufficiente stralciare dal testo il riferimento “cantonale” dopo il termine “Polizia”.

Restando sul tema, è chiaro a tutti che l’attuale organizzazione, con 15 Corpi di polizia polo o strutturata, comporta ingenti sprechi di risorse umane e finanziarie. E crea anche problemi di coordinamento negli interventi e nei picchetti sulle 24 ore. È una situazione che si intende correggere a breve, anche alla luce dell’atto parlamentare presentato due anni fa dal deputato Raoul Ghisletta e firmato da una quindicina di esponenti di diversi partiti? O in un Ticino dominato dal campanilismo è un’idea che rimarrà sulla carta per i prossimi anni?
Premesso che la decisione sull’assetto della “polizia ticinese” rimane di esclusiva competenza delle autorità politiche e in particolare del Gran Consiglio, per rispondere si può richiamare quanto affermato dal Consiglio di Stato in occasione della recente risposta data al Parlamento: “Un assetto definito sul modello di polizia unica permetterebbe certamente di ridurre ridondanze e dunque una riduzione di costi. Se a questo modello si accompagnasse pure una ridefinizione e conseguente suddivisione dei compiti tra agenti di polizia e assistenti, alla stregua di quanto si sta testando nella Regione VIII delle Tre Valli, i benefici potrebbero, dal profilo finanziario, essere verosimilmente ancora più marcati. In effetti, grazie a un corpo di polizia unica supportato da assistenti di polizia (ndr: non ausiliari), che potrebbero essere assunti e controllati da parte dei Comuni o dal Cantone a seconda delle necessità, sarebbe certamente possibile ottimizzare i processi e la qualità dei servizi erogati e, di conseguenza, ridurre i costi, senza che il ruolo dell’assistente vada a sostituirsi a quello dell’agente di polizia. Ciò avverrebbe, in particolare, grazie a un uso più oculato delle risorse, siano esse di personale, logistiche, strutturali o formative, andando a ridurre quegli inevitabili doppioni che esistono attualmente. Un’unica linea di condotta permetterebbe in particolare di impiegare in maniera più mirata e funzionale il personale, razionalizzando gli sforzi e orientando le azioni a seconda delle necessità e dei bisogni, siano essi comunali, regionali o cantonali. I risultati raggiunti dagli altri cantoni che già hanno fatto questo passo dimostrano che l’operazione è possibile e che non comporterebbe la perdita di competenze e vicinanza alla popolazione”.

Insomma, il messaggio del Governo sembra chiaro. E tocca anche il delicato tema della prossimità, invocato come argomento fondamentale anche nei recenti dibattiti pubblici, da chi è contrario alla polizia unica. Non è un valore e un compito che nei piccoli comuni si andrebbe a perdere creando un corpo unico?
Riprendo la risposta del Governo: “L’attività della polizia di prossimità continua ad essere garantita anche nei cantoni in cui (da anni) si conosce la polizia unica, a prescindere dal fatto che essa esistesse da sempre o sia stata creata successivamente attraverso una fusione dei corpi”. L’Esecutivo ritiene, dunque, che la prossimità sia realizzabile a prescindere dall’assetto scelto, prova ne è che vi sono realtà come la nostra attuale, ma pure numerosi Cantoni che hanno solo una polizia unica e garantiscono comunque la prossimità. Non è l’assetto organizzativo a determinare se sia fattibile svolgere la “prossimità”, ma le forze e l’impegno dedicati a questa importante tematica a concretizzare la vicinanza al cittadino. La “prossimità” è un compito di polizia e quindi verrà e dovrà essere svolto a prescindere dalla struttura di cui il Canton Ticino vorrà dotarsi in ambito di polizia.

Lei ha citato la risposta che il Governo ha dato a inizio giugno a uno dei quesiti posti dal gruppo parlamentare socialista sul consuntivo dello scorso anno. In quella risposta si distingue tra efficienza ed efficacia, cioè tra costi e potenziamento dell’attività operativa delle forze dell’ordine…
Esatto, dopo aver ricordato che è attualmente attivo un gruppo di lavoro sulla “polizia ticinese” che ha il compito di indicare alle autorità politiche i possibili assetti della polizia per il prossimo futuro, il Governo afferma che “si tratta di definire se l’obiettivo di un progetto di polizia unica dovrà essere posto sul risparmio – ponendo l’accento sull’efficienza – oppure sulla maggiore efficacia, oppure su una “formula mista” ottimizzando efficienza ed efficacia”. Secondo il Consiglio di Stato, “si tratta di tre indirizzi ragionevolmente ipotizzabili. Sarà quindi essenzialmente compito delle scelte politiche che verranno prese, definire cosa si vorrà ottenere e garantire per il nostro Cantone: ci si vorrà limitare “unicamente” alla riduzione dei costi o si vorrà tentare di incrementare pure l’efficacia?”

Raoul Ghisletta propone di mantenere a livello comunale agenti non armati con compiti di sicurezza locali. Ma i comuni più importanti, in primis Lugano, non sono disposti a rinunciare a una propria polizia cittadina…
Il tema degli assistenti di polizia, categoria professionale che oggi gode pure di uno statuto riconosciuto a livello federale rilasciato al termine di un iter formativo di più mesi, risulta di interesse da parte degli Enti locali. Ciò è da ricondursi al fatto che buona parte dei compiti locali possono essere svolti da questa figura professionale, la quale può essere formata e impiegata in maniera più rapida, economica e mirata ai bisogni specifici dei Comuni.

Un altro tema sollevato dagli scettici è il fatto che alcune zone discoste del cantone non sarebbero più presidiate da agenti che operano a stretto contatto con le autorità amministrative locali, che conoscono i problemi legati al loro territorio…
Anche in questo caso la preoccupazione non può né essere condivisa né accettata, infatti i cantoni che già oggi conoscono una polizia unica – a prescindere dal fatto che l’avessero da sempre o l’abbiano istituita tramite la fusione – garantiscono la prossimità in luoghi anche più discosti delle realtà ticinesi. Giova anche ricordare che diverse regioni discoste ticinesi già oggi sono principalmente monitorate e presidiate da forze cantonali e, nelle Tre Valli, su richiesta delle autorità comunali è attivo un “progetto pilota” che finora ha dato risultati soddisfacenti e la cui durata è prevista fino al termine del 2023.

Da www.liberatv.ch

Una crisi globale risolta con una doccia fredda

Una crisi globale risolta con una doccia fredda

Sarà per giochi di potere; sarà per l’incapacità di mettersi d’accordo; sarà per l’incomprensibile sudditanza verso gli alti funzionari: comunque la decisione del Consiglio federale di non creare un team interdipartimentale permanente che si occupi della gestione delle crisi attuali e di quelle future appare del tutto incomprensibile. Uno Stato maggiore di crisi del Consiglio federale, sulla scorta di quanto già fanno regolarmente i Cantoni: un organismo snello e riconosciuto in caso di crisi, che sia in grado di mettere assieme tutti i fili e di gestire le difficoltà dal punto di vista organizzativo. Questo a maggior ragione proprio durante la fase preventiva.
La crisi legata al coronavirus sembra non aver insegnato molto nella Berna federale. Le varie Conferenze cantonali – in primis la Conferenza dei Governi cantonali e quelle settoriali della sicurezza – hanno richiesto a gran voce questo tipo di «comitato strategico pluridisciplinare». Invece la risposta finora è stata la costituzione di più gruppi di lavoro, come abbiamo visto nelle comunicazioni di ieri del Consiglio federale, che affrontano in modo settoriale una crisi che si profila globale, in particolare per la capillarità con cui colpirà la comunità.
Se quanto ventilato si avvererà, questa crisi energetica, assieme agli altri fronti di crisi aperti (crisi ucraina, crisi migratoria ormai non più solo annunciata, la coda o lo sviluppo di una nuova crisi legata al coronavirus) andranno a impattare su tutta la società, non su un singolo settore: maggiori costi di produzione, aumento del costo della vita, richiesta di modificare comportamenti personali per far quadrare bilanci familiari che cadranno per molti nelle cifre rosse.
La Conferenza dei Governi cantonali aveva domandato a tutti i Cantoni di aderire alla richiesta di formalizzare, da parte del Consiglio federale, uno Stato maggiore di crisi del Consiglio federale. Personalmente, a nome del Consiglio di Stato del Canton Ticino, ho subito sostenuto tale soluzione.
Per ora però la risposta di Berna è decisamente deludente. Ancora di più se si pensa che lo stesso Consiglio federale vuole che i Cantoni creino al loro interno uno Stato maggiore cantonale di condotta dedicato alla crisi energetica, senza però loro stessi dotarsi di un unico organo di condotta strategica interdisciplinare.
I Cantoni sono pronti a fare la loro parte in modo serio e coordinato; il Canton Ticino da luglio ha già attivato un organo di monitoraggio con il compito di seguire l’evoluzione e ipotizzare scenari e misure cantonali, e – solo in caso di necessità – siamo pronti ad attivare lo Stato maggiore cantonale di condotta. La Confederazione? Speriamo che non si limiti a chiedere ai cittadini misure palliative, come fare la doccia fredda anche in inverno…

Opinione pubblicata nell’edizione di giovedì 1 settembre 2022 del Corriere del Ticino