Norman Gobbi vice presidente di tre Conferenze dei Cantoni latini

Norman Gobbi vice presidente di tre Conferenze dei Cantoni latini

Comunicato stampa

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni, dal 1° gennaio 2024 assumerà la carica di vice presidente delle tre Conferenze dei Cantoni latini in ambito di giustizia e polizia, asilo e migrazione, militare e protezione della popolazione. La nomina è avvenuta nel corso della sessione del 2 novembre 2023 della Conferenza latina dei capi dipartimento di giustizia e polizia svoltasi a Delémont.

I lavori hanno permesso in particolare – nell’ambito della Giustizia – di approfondire il tema legato all’esecuzione delle pene e di confermare l’introduzione nei Cantoni latini del sistema denominato PLESORR a partire dal 2025. Si tratta di un protocollo che definisce l’agire delle autorità di esecuzione delle pene, orientato ai rischi di recidiva e alla risocializzazione dei detenuti. Un sistema già in vigore nei Cantoni della Svizzera tedesca e conosciuto con il nome ROS (Risikoorientierter Sanktionenvollzug), ma che nei Cantoni latini metterà ancora di più al centro dell’azione il detenuto, così come già avviene in via sperimentale e con buoni risultati nel Canton Ticino.

Durante la sessione di Delémont la Conferenza latina dei capi dipartimento di giustizia e polizia ha nominato il nuovo presidente delle tre Conferenze latine in ambito di giustizia e polizia, asilo e migrazione, militare e protezione della popolazione nella persona di Frédéric Favre, direttore del Dipartimento della sicurezza, delle istituzioni e dello sport del Canton Vallese. Sostituisce il suo omologo del Canton Neuchâtel, Alain Ribaux.

‘La prima difesa è la cibersicurezza’

‘La prima difesa è la cibersicurezza’

In un contesto di ‘policrisi’ la sicurezza è tornata d’attualità. Viola Amherd: ‘Prima era data per scontata dalla popolazione, ora invece non lo è più’

La cibersicurezza è ormai diventata la prima linea di difesa. Se non funziona a dovere, tutto l’esercito, ma non solo, rischia di essere messo in pericolo. È quanto emerso dalla decima conferenza organizzata dall’Associazione per la rivista militare svizzera di lingua italiana (Armsi). «Una volta parlando di sicurezza si intendeva quella via terra, aria e acqua», ha affermato il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi. «Ora sempre di più questa sicurezza deve passare attraverso il digitale. Un ambito importante perché potrebbe permettere ai malintenzionati di destabilizzare il sistema». Fra gli esempi citati, la rete idrica «che si basa su sistemi digitali».

‘Argomento sull’agenda di politica e media’
Tema della sicurezza ripreso anche dalla consigliera federale Viola Amherd, responsabile del Dipartimento federale della difesa, della protezione della popolazione e dello sport (Ddps). «L’attacco russo all’Ucraina ha riportato la guerra in Europa. Anche la Svizzera quindi, in quanto Paese europeo, ne è toccata. Anche se indirettamente». Per Amherd, «la sensibilità della popolazione è cambiata molto dopo l’invasione russa. Prima la sicurezza era percepita come qualcosa di normale, scontata. Ora non è così. Fino a qualche anno fa anche i media e la politica ne parlavano relativamente. Adesso invece è purtroppo un tema d’attualità per tutti». In questa direzione di sicurezza digitale va la strategia messa in campo dall’esercito, che a breve potrà contare sul Comando Ciber, attualmente in via di preparazione attraverso il progetto della Base d’aiuto alla condotta. «L’esercito ha un piano chiaro che sta portando avanti negli anni, con costi e obiettivi. Siamo anche in grado di adattare il piano alle esigenze che si creano, alle novità. Un esempio: la sostituzione dell’artiglieria avverrà in tre tappe, in questo modo potremo sempre adattare i nuovi rifornimenti alle esigenze».

‘Le forze armate hanno un piano chiaro’
La Consigliera federale sarebbe dovuta essere presente di persona alla Conferenza ma, come ha spiegato il colonnello SMG Marco Netzer, presidente Armsi, non ha potuto raggiungere il Ticino a causa delle cattive condizioni meteorologiche che hanno fatto annullare il suo volo da Berna. Tra le necessità ricordate da Amherd c’è quella di «rendere l’esercito più attrattivo per i giovani, che spesso scelgono il servizio civile.
Altrimenti nei prossimi anni ci troveremo confrontati con problemi a livello di effettivi». In questo senso, va ricordato, le Camere federali hanno approvato in marzo una mozione dell’Udc che chiede di rendere il servizio civile meno attrattivo. In futuro potrebbero essere anche rivisti i criteri di selezione per l’esercito. Alcune figure, proprio quelle legate alla sicurezza informatica, «hanno bisogno di giovani con conoscenze, più che prestanza fisica». Ai trecento presenti alla Conferenza al Lac di Lugano, Amherd ha anche spiegato cosa si attende in futuro dalla Segreteria di Stato della sicurezza: «Un’azione per combattere la grande incertezza del momento e le nuove forme di conflitto, che non sono più convenzionali. Serve una sicurezza, anche in ambito virtuale, non più divisa in ‘silos’ stagni tra esercito e società civile, ma che tenga conto dell’interconnessione della nostra società e proponga un piano di protezione diversificato».

‘Avere le informazioni al momento giusto’
A illustrare nel dettaglio quale via sta seguendo l’esercito verso il Comando cibernetico ci ha pensato il divisionario Alain Vuitel , a capo del progetto. «Il mondo digitale è fondamentale. Per tutti. Serve alla società civile come all’esercito». Un’importanza che in ambito militare si traduce nella possibilità di avere informazioni di qualità al momento giusto. «Osservare, analizzare e poter decidere per tempo è molto importante – ha spiegato Vuitel –. Lo stiamo vedendo nel conflitto in Ucraina, dove le forze di Kiev hanno una superiorità in questo ambito rispetto ai russi, e la stanno sfruttando». All’interno del progetto c’è anche la creazione di una nuova piattaforma digitale, totalmente sotto il controllo dell’esercito, in grado di facilitare le operazioni e garantire una sicurezza maggiore alla struttura militare. «Siamo in un contesto di ‘policrisi’ e di mondo in continuo movimento. La digitalizzazione deve quindi avere un impiego rapido e mirato». Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, ha affermato il divisionario, «può essere utile per selezionare le molte informazioni che arrivano. È uno strumento per compensare la carenza di personale che può esserci in un esercito piccolo come il nostro».

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 3 novembre 2023 de La Regione

‘Così si instilla una paura che è fuori luogo’

‘Così si instilla una paura che è fuori luogo’

La consigliera federale sarà lunedì a Chiasso. Smorza i toni del dibattito sull’asilo. E dice: ‘Non mi lascio impressionare dai termini che qualcuno utilizza. Anzi’

Signora consigliera federale, la campagna elettorale è alle spalle ma l’Udc non molla la presa: insiste sul “caos dell’asilo”. Come vive quest’inasprimento del discorso politico?
Mi stimola ad attenermi rigorosamente ai fatti, a fornire – cifre alla mano, se necessario – informazioni documentate e verificate, a spiegare e a mostrare quali effetti tangibili hanno le decisioni prese dal Consiglio federale in materia di migrazione e asilo. Questo tipo di narrazione a volte mi inquieta, perché tende a instillare una sensazione di paura nella popolazione. Una sensazione che è fuori luogo.

Auspica un dibattito più pacato, un abbassamento dei toni?
Sì. Mi piacerebbe che l’attenzione dei politici si focalizzasse su quel che succede veramente: ad esempio alle frontiere, oppure nei centri federali d’asilo [Cfa, ndr] e attorno a queste strutture. Ritengo che sia responsabilità dei politici prestare la dovuta attenzione alla trasparenza e alla qualità delle informazioni che vengono diffuse e che alimentano il dibattito. Un dibattito che dovrebbe essere corretto, negli argomenti che vengono avanzati.

Trova che non lo sia, corretto?
Lo trovo divisivo. Il più delle volte si gioca su impressioni, sensazioni, anziché avanzare quegli elementi fattuali indispensabili per una corretta comprensione. Un esempio: le richieste d’asilo sono in crescita ovunque in Europa, la quota relativa di quelle depositate in Svizzera non aumenta. Dunque è sbagliato affermare che la Svizzera subisce in maniera particolare la pressione migratoria. Capisco che la percezione possa essere un’altra. Ma non dobbiamo nemmeno perdere di vista il fatto che solo il 3 per cento delle persone che arrivano alle nostre frontiere deposita una domanda d’asilo: la grande maggioranza lascia di nuovo immediatamente la Svizzera.

Però in termini assoluti il numero di richieste d’asilo in Svizzera continua a crescere. Cosa dobbiamo aspettarci nelle prossime settimane?
Lo scenario rimane quello di mezzo: circa 28mila domande per il 2023. Non siamo in una situazione di crisi, ma siamo tuttora messi alla prova. La situazione richiede una grande attenzione. Così come un dialogo e una collaborazione di qualità con i cantoni, i comuni e l’esercito: è un aspetto al quale tengo molto. Lavorare in partenariato fa parte del mio Dna politico.

Qual è la probabilità che la Confederazione – a causa della mancanza di posti letto nei Cfa – debba tornare a trasferire anticipatamente richiedenti asilo ai cantoni, com’era avvenuto lo scorso anno?
Sono ragionevolmente fiduciosa. Il lavoro non è facile. Ma siamo quotidianamente in contatto con i cantoni, le città, l’esercito. E riusciremo a trovare delle soluzioni. L’esercito metterà a disposizione strutture addizionali a partire dalla prossima settimana. Lo stesso fanno alcuni cantoni. Sappiamo però che gli imprevisti (un focolaio di morbillo in un centro federale, ad esempio) sono sempre dietro l’angolo, e possono modificare la situazione da un momento all’altro.

Il progetto dei villaggi di container per l’accoglienza temporanea dei richiedenti asilo è sfumato in Parlamento. E a settembre il Consiglio degli Stati vi ha chiesto una “pianificazione strategica delle capacità”. Non ha nulla da rimproverarsi in proposito?
Il Parlamento non ha voluto i container proposti dal Consiglio federale. I cantoni sono stati i primi a essere sorpresi, delusi. Ne abbiamo preso atto. Da allora lavoriamo di concerto con loro, con le città e i comuni a una pianificazione che ci permetta di disporre di un volume di alloggi adeguato e quindi di non doverci trovare costretti, ogni anno, a cercare spasmodicamente posti letto per ospitare i richiedenti asilo. Un lavoro complicato, che sottrae risorse al trattamento dei dossier.

Diversi cantoni non vogliono mettere a disposizione della Confederazione rifugi di protezione civile o altre strutture per l’accoglienza temporanea dei richiedenti asilo. Si ha l’impressione che i rapporti tra Confederazione e cantoni siano ancora tesi, nonostante l’accordo annunciato ad agosto.
No, le relazioni sono buone. Siamo in un dialogo costruttivo.

A fine agosto il consigliere di Stato Norman Gobbi affermava che, in materia di alloggi per i richiedenti asilo, il Ticino sta già facendo ampiamente la sua parte; altri cantoni – quelli della Svizzera centrale in particolare – no. Condivide la sua valutazione?
La capisco. La riforma del sistema d’asilo [approvata in votazione popolare nel 2013, ndr] poggia sulla solidarietà tra le diverse ‘regioni d’asilo’ [il Ticino ne forma una assieme alla Svizzera centrale, ndr]. In Ticino ha sede un grande Cfa: per questo ogni anno – quale contropartita – la Confederazione gli attribuisce 132 richiedenti asilo in meno nel quadro della cosiddetta ‘procedura ampliata’. Nella Svizzera centrale, invece, le discussioni al riguardo sono ancora in corso. Ricordo anche che i piani iniziali prevedevano di creare in Svizzera due centri speciali per richiedenti recalcitranti. Al momento ne abbiamo uno solo [a Les Verrières, nel canton Neuchâtel, ndr]; stiamo sempre cercando il secondo. Ripeto: tutti i cantoni devono sentirsi coinvolti, in modo solidale.

Lunedì sarà a Chiasso. Sono mesi che in Ticino si invoca questa visita. Perché ci ha messo così tanto a decidere di venire?
Ero in Ticino già in gennaio, assieme a una commissione parlamentare, per visitare il centro federale di Chiasso. Ho contatti regolari con il consigliere di Stato Norman Gobbi. E da tempo era previsto che venissi in Ticino quest’autunno.

Le autorità di Chiasso, Balerna e Novazzano non vogliono sentir parlare di un nuovo Cfa – quello di Pasture – da 600 posti letto: si aspettano che vengano rispettati gli accordi iniziali (350 posti). È in grado di rassicurarle in qualche modo?
Conosciamo bene la situazione. Attualmente il tasso di occupazione delle strutture in Ticino è elevato, come lo è in tutta la Svizzera. Sì, l’accordo iniziale era di 350 posti letto. Poi però, a causa della pandemia, abbiamo avuto bisogno di più spazio per ospitare lo stesso numero di richiedenti. E la guerra in Ucraina ha ulteriormente sollecitato il sistema. Abbiamo così utilizzato gli spazi di riserva concordati con il Cantone e il comune per alloggiare circa 300 persone supplementari. La soluzione attuale è temporanea. La Segreteria di Stato della migrazione (Sem) ha chiesto di poterla prorogare fino alla fine di giugno 2024.

La presunta violenza sessuale su un treno tra Lugano e Chiasso ai danni di una minorenne da parte di due richiedenti asilo algerini ha fatto scalpore recentemente in Ticino. C’è chi la considera la riprova che l’ordine pubblico e la sicurezza a Chiasso e dintorni sono compromessi. Si tratta ‘solo’ di casi limite, oppure la situazione sta sfuggendo di mano?
Ogni fatto del genere è di troppo, e va perseguito e condannato. Capisco che la popolazione delle volte possa perdere la pazienza, essere sconcertata. Soprattutto se vede ancora in giro qualcuno che si è comportato male o ha commesso un reato. Gli interventi della polizia attorno al Cfa di Chiasso sono aumentati. Ma la situazione non è affatto fuori controllo. La stragrande maggioranza dei richiedenti asilo si comporta correttamente. E la Sem, i responsabili del centro e la polizia – cantonale e comunale – collaborano intensamente, in modo proficuo. Sostengo peraltro il suggerimento del Consiglio di Stato ticinese di creare una base legale che consenta di imporre sanzioni disciplinari, in aggiunta al perseguimento penale, ai richiedenti asilo che commettono reati anche oltre le immediate vicinanze di un Cfa.

Le si rinfaccia di gestire male il dossier asilo. La ‘Nzz’ ha scritto di recente che “sembra sopraffatta”. E l’Udc la considera “un rischio per la sicurezza della popolazione”. Ha qualcosa da rimproverarsi (una mancanza di comunicazione, per esempio) riguardo alla situazione al confine meridionale?
Sono consapevole della responsabilità che ho e dell’importanza della comunicazione. E prendo sul serio le critiche. Però non mi lascio impressionare dai termini che qualcuno utilizza. Anzi, come ho detto all’inizio: questo mi stimola a essere ancora più efficiente nel mio lavoro.

Non si potrebbe ‘aprire’ maggiormente il Cfa di Chiasso alle iniziative delle associazioni locali, anche per smorzare sul nascere incomprensioni, problemi e critiche?£
Trovo l’idea molto interessante. Anche perché in Svizzera sono molte le persone che si mostrano solidali, o che vorrebbero fare qualcosa. L’equilibrio però è delicato. Spetta ai responsabili dei centri federali d’asilo capire cosa si possa fare, concretamente, per migliorare la comprensione di questa realtà e la convivenza con la popolazione locale. Le discussioni che ho avuto con un gruppo di abitanti di Boudry [nel canton Neuchâtel, dove ha sede un Cfa, ndr] hanno dimostrato che da parte della popolazione c’è un grande interesse a conoscere il vissuto degli ospiti del Cfa. Ed è importante che chi desidera impegnarsi in questo senso, in un modo o in un altro, a titolo volontario, possa farlo.

La Germania e una decina di altri Paesi dell’Ue hanno reintrodotto i controlli alle frontiere. Perché la Svizzera, al centro dell’Europa, non dovrebbe fare lo stesso?
A fine settembre agenti supplementari sono stati trasferiti temporaneamente alla frontiera sud. Da allora i controlli sono stati intensificati. Della questione si è parlato a lungo in occasione del recente incontro dei ministri dell’interno dell’Ue a Lussemburgo. Ogni volta che i controlli alle frontiere vengono introdotti, lo spazio Schengen – uno dei pilastri del progetto europeo – viene per così dire spezzettato. Per questa ragione la riforma del patto migratorio europeo è indispensabile. Il sistema attuale non è più sufficientemente resiliente per rispondere alle crisi. Ma, al di là di questo, e della narrazione che in molti Paesi viene fatta: si tratta poi di vedere cosa effettivamente viene realizzato, e perché, in materia di controlli alla frontiera. In Germania, ad esempio, sono stati reintrodotti a seguito di un incidente della circolazione in cui sono morti sette migranti trasportati in un minibus: l’idea, qui e altrove, è dunque quella di combattere la migrazione irregolare e questo flagello che sono le reti di passatori.

La modifica della prassi relativa alle donne afghane ha suscitato non poche critiche, soprattutto da parte di Udc e Plr. Il Parlamento vi dedicherà una sessione straordinaria a dicembre. Anche qui, nulla da rimproverarsi?
Assolutamente no. La situazione delle donne in Afghanistan è fortemente peggiorata dopo l’avvento al potere dei talebani. Dell’evoluzione della prassi della Sem [emersa soltanto nelle scorse settimane, ndr] aveva parlato già in maggio il Consiglio federale, in una risposta al Parlamento. Nulla è stato fatto in gran segreto. La Svizzera, come molti altri Paesi europei, segue le raccomandazioni dell’Agenzia dell’Unione europea per l’asilo.

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 3 novembre 2023 de La Regione