Guardie di custodia: “privilegiare i cittadini svizzeri”

Guardie di custodia: “privilegiare i cittadini svizzeri”

Norman Gobbi boccia la proposta avanzata dai sindacati, che per colmare le lacune volevano allargare il bando anche ai residenti con permesso C

La posizione del responsabile del dipartimento delle Istituzioni è chiara: è preferibile selezionare gli agenti di custodia tra la popolazione svizzera; è bene “privilegiare l’assunzione di cittadini svizzeri, proprio perché il dipartimento delle Istituzioni è quello più legato all’ambito di giustizia e polizia, che ha comunque un monopolio per la cittadinanza svizzera”.

Così Norman Gobbi risponde alla proposta ventilata negli ultimi giorni dai sindacati per colmare l’attuale lacune che grava sulle carceri ticinesi, sempre più sotto pressione e alla ricerca di nuovo personale. Per Lorenzo Jelmini dell’OCST, una soluzione valida è di allargare il bando anche ai residenti con permesso C. “Bisogna trovare altre misure per rendere più attrattiva questa attività”, dichiara il sindacalista a difesa del progetto. “Bisogna anche essere coraggiosi e aprire a chi vive in Ticino da parecchi anni, a chi ha il permesso C”.

Non sarebbe una prima in Svizzera: ci sono anche altri cantoni che hanno aperto agli stranieri per quanto riguarda le guardie carcerarie. “Credo che per gli agenti di custodia la cittadinanza svizzera sia un elemento”, risponde il consigliere di Stato. “Ricordo che la cittadinanza svizzera può essere acquisita secondo delle leggi, che sono sempre state più allentate: in questo senso non vedo un problema”.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Guardie-di-custodia-%E2%80%9Cprivilegiare-i-cittadini-svizzeri%E2%80%9D–2082428.html

Più autonomia e miglior servizio con l’Istituto di medicina legale

Più autonomia e miglior servizio con l’Istituto di medicina legale

Norman Gobbi: “Indipendenti e in grado di creare nuove opportunità”

La sala del Gran Consiglio questa settimana si è animata non per le “solite” discussioni parlamentari, bensì per la presentazione di un importante e nuovo istituto al servizio in particolare della Magistratura ticinese: l’Istituto cantonale di medicina legale. È un progetto sotto il cappello del Dipartimento delle istituzioni e per questo ne abbiamo parlato con il suo direttore, Norman Gobbi. “Siamo contenti di essere riusciti a realizzare questo istituto. Si tratta di uomini e donne – soprattutto donne, visto che la responsabile è la dottoressa Rosa Maria Martinez, che si avvale di altri due medici donne e di un medico, oltre alla segretaria – che lavorano a favore della ricerca della verità per i nostri concittadini, nei momenti in cui un loro congiunto perde la vita in maniera sospetta. Non è un caso a mio giudizio che per svolgere questo delicato compito vi siano più donne. La loro sensibilità in circostanze spesso tragiche è un valore aggiunto. Polizia e Ministero pubblico sono i “clienti” principali dell’Istituto, perché spetta a loro condurre le inchieste per capire quanto è avvenuto in un caso di morte sospetta. Non necessariamente una morte violenta. I medici dell’Istituto devono fornire gli elementi scientifici per definire i fatti. Un compito quindi importante, come detto, per la ricerca della verità”, afferma il nostro interlocutore.

Il nuovo Istituto di medicina legale è il frutto di un lungo percorso che ha visto il nostro Cantone spesso doversi appoggiare a specialisti esterni. “Era il caso prima del 1976, quando si ricorreva a centri d’oltre San Gottardo. O dopo il 2005 quando venne stipulata una Convenzione con l’Istituto di medicina legale di Varese. L’aumento delle pratiche dovuto anche a nuove leggi e la necessità di assicurare un servizio 24 ore su 24 per 365 giorni all’anno ci ha portato a questa soluzione, che finanziariamente risulta neutra rispetto al recente passato, quando venivano assegnati dei mandati esterni per realizzare le perizie. È stata dunque una necessità e oggi con l’Istituto garantiamo autonomia e indipendenza”, sottolinea il Direttore del Dipartimento delle istituzioni.

Il nuovo istituto ha sede a Bellinzona in via Salvioni e come detto occupa 5 persone. “Avere un centro di competenza come questo ci permette di sviluppare l’attività anche in altri ambiti. Per esempio l’attività riguarda anche la ricostruzione di quanto avviene in un contesto di violenza domestica per accertare i fatti e dare la possibilità alle vittime di fare una denuncia contro chi ha compiuto il maltrattamento sulla base di elementi forti. Inoltre si possono ottenere lavori anche da enti esterni. Ne è un esempio il mandato già accordato all’Istituto dalla Segreteria di Stato (SEM) per la determinazione dell’età dei giovani richiedenti l’asilo, che arrivano da noi privi di documenti e per i quali sapere se sono maggiorenni o minorenni ha una notevole importanza. Inoltre si può sviluppare tutto il settore della formazione e l’Istituto ben presto potrebbe essere in grado di formare giovani medici FMH in medicina legale. Quindi si collabora con l’EOC, con l’USI e con la SUPSI. Con quest’ultima si sta mettendo a punto una formazione per infermieri specializzati in questo ambito. Una serie di opportunità che serve per migliorare il nostro Cantone”, conclude il Consigliere di Stato Norman Gobbi.

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 25 febbraio 2024 de Il Mattino della domenica

Celle piene, prime misure

Celle piene, prime misure

La situazione nelle strutture di detenzione è sempre più complicata
Il Consiglio di vigilanza ha proposto una serie di correttivi per allentare la pressione
Gobbi: «Vogliamo sgravare le guardie di custodia dai compiti secondari, privilegiare gli arresti domiciliari e il braccialetto elettronico»

Si fa di giorno in giorno più complicata la situazione nelle carceri ticinesi. Al punto da rendere necessaria, ieri, una riunione del Consiglio di vigilanza, presieduto dal direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi e a cui hanno partecipato alcuni membri della Magistratura, il direttore delle strutture carcerarie Stefano Laffranchini, la direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti e i rappresentanti della Polizia cantonale. Un incontro allargato, dunque, con tutti gli attori coinvolti per cercare di trovare una soluzione al problema. «È stata l’occasione per fare una disamina della situazione, che è sempre più tesa », commenta il consigliere di Stato Norman Gobbi. Già, perché il sovraffollamento delle carceri ha ormai raggiunto livelli da primato: «Al carcere penale della Stampa sono rinchiuse al momento 157 persone, a fronte di 147 posti disponibili. Nel carcere preventivo della Farera, invece, i detenuti sono 91 su 88 posti disponibili». Insomma, ci sono più detenuti che celle. «Il punto – sottolinea Gobbi – è che i margini di manovra sono limitati e notiamo una recrudescenza dei reati commessi sul nostro territorio, in particolare per quanto concerne l’infrazione alla Legge sugli stupefacenti e i furti commessi dai richiedenti l’asilo e dalle bande che sono tornate a colpire in Ticino». Un quadro «preoccupante », lo definisce il capo del DI, anche se il problema non riguarda solo il nostro cantone. «Si constata un aumento dei reati in tutta la Svizzera e questo si ripercuote sull’occupazione delle carceri, anche in quelle della Svizzera tedesca». Di riflesso, questo crea un ulteriore problema, «perché rende molto complicato poter spostare i detenuti, in caso di sovraffollamento, negli altri cantoni».

I correttivi
Per far fronte al problema, il Consiglio di vigilanza ha identificato una serie di misure, «con l’obiettivo di sostenere le strutture carcerarie, garantendo la sicurezza e preservando la salute del nostro personale di custodia e dei detenuti». In primis, quindi, si è deciso di sgravare gli agenti di custodia dai compiti secondari che sono normalmente chiamati a svolgere. In questo senso, spiega Gobbi, «si è deciso di affidare a una società esterna il controllo degli accessi al Palazzo di Giustizia a Lugano, in modo da poter recuperare più personale da destinare alle carceri». Sì, perché il problema principale, al di là della mancanza di posti, è proprio quello del personale, chiamato a gestire un numero sempre maggiore di detenuti. Non a caso, di recente è stato esteso anche il concorso per reclutare 15 nuovi agenti di custodia, visto che le candidature pervenute erano state insufficienti. Per evitare di sovraccaricare le strutture carcerarie, il Consiglio di vigilanza ha anche deciso di vagliare altre ipotesi, prima fra tutte quella di tastare il terreno con gli altri cantoni e capire se è possibile agire a livello federale per riuscire a introdurre il processo per direttissima, che oggi non esiste in Svizzera. «In questo modo – dice Gobbi – chi viene colto in flagranza di reato potrebbe essere immediatamente processato, evitando di andare a occupare posti nel carcere preventivo ». Una proposta, sottolinea, che potrebbe essere utile al Ticino, ma anche agli altri cantoni che oggi sono alle prese con una situazione simile alla nostra. Ma non è tutto, perché l’intenzione è anche di adottare misure sostitutive all’arresto: «Per determinati reati, che non impattano sulla sicurezza pubblica, vogliamo valutare la possibilità di evitare l’incarcerazione, sfruttando piuttosto gli arresti domiciliari e l’utilizzo del braccialetto elettronico». Sul tavolo rimane pure il tema dell’acquisto di alcuni container per aumentare i posti di detenzione disponibili. «Ma, anche qui, rimane il problema di avere un numero sufficiente di agenti di sicurezza», commenta il direttore del DI, spiegando che in futuro dovrà anche essere discussa la progettazione di un nuovo carcere, che andrà a sostituire la Stampa, ormai giunta al termine del suo ciclo di vita. «Conoscendo i tempi logistici necessari per la progettazione, il nuovo carcere non è per domani. Ci vorrà ancora qualche anno», evidenzia il consigliere di Stato.

La guardia rimane alta
Altri provvedimenti, invece, sono già stati implementati. «Ad esempio – rileva ancora Gobbi – per snellire i tempi e alleviare il carico di lavoro si cerca di evitare il trasporto dei detenuti dal carcere al Palazzo di Giustizia, facendo in modo che siano invece i procuratori a raggiungere le strutture carcerarie. Piccoli accorgimenti, quindi, che però possono migliorare il lavoro degli agenti di custodia ». L’attenzione al tema, assicura il direttore del DI, rimane alta. E nei prossimi mesi, se sarà necessario, seguiranno altri incontri con tutti gli attori coinvolti. «È chiaro – conclude il consigliere di Stato – sono preoccupato, perché questa situazione rischia di minare la salute dei collaboratori, con il rischio accresciuto di burnout.
Inoltre, i dati dell’occupazione carceraria denotano un malessere diffuso nella società, che porta a commettere reati, anche tra i minorenni».

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 21 febbraio 2024 del Corriere del Ticino

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Tra i rimedi il processo per direttissima
Carceri ticinesi da tutto esaurito. Gobbi, presidente del Consiglio di vigilanza: ‘Ecco i correttivi che abbiamo deciso e quelli che proporremo’

«La sovraoccupazione delle carceri ticinesi rischia di diventare, di questo passo, strutturale. E non solo da noi. Il sovraffollamento – dovuto all’aumento della criminalità e in particolare dei furti commessi da migranti e dei reati legati agli stupefacenti – è riscontrabile anche nelle altre strutture detentive della Svizzera. Il che è un problema pure per noi, perché limita notevolmente la nostra possibilità di trasferire in queste strutture detenuti in espiazione di pena». Il consigliere di Stato Norman Gobbi è reduce dalla riunione, tenutasi nel pomeriggio di ieri, del Consiglio di vigilanza cui per legge, quella sull’esecuzione delle pene e delle misure per gli adulti, la Lepm, compete “la sorveglianza generale” sugli stabilimenti carcerari del Cantone. Del Consiglio fanno parte i vertici delle autorità giudiziarie penali: è presieduto dal direttore del Dipartimento istituzioni. Ed è in tale veste che Gobbi ha convocato la seduta. Alla riunione hanno partecipato anche le direzioni della Divisione giustizia (Frida Andreotti), delle Strutture carcerarie (Stefano Laffranchini) e dell’Ufficio dell’assistenza riabilitativa (Siva Steiner). Presenti pure la Magistratura dei minorenni e la Polizia cantonale. «Abbiamo individuato e deciso alcuni correttivi per alleggerire la pressione sul personale di custodia e per evitare che la sovraoccupazione metta a repentaglio la sicurezza dello stesso personale e della popolazione carceraria», dice Gobbi raggiunto dalla ‘Regione’.

Le misure
La Farera (capienza massima 88 posti), destinata agli imputati in attesa di giudizio dei quali il Ministero pubblico, con l’ok del giudice dei provvedimenti coercitivi, ha disposto la carcerazione preventiva, e l’attiguo Carcere penale della Stampa (144 posti), riservato alle persone condannate a una pena privativa della libertà: sono principalmente queste le strutture sovraoccupate. Negli ultimi tempi anche da tutto esaurito. Quali dunque i correttivi? «Un miglior coordinamento – spiega il direttore del Dipartimento istituzioni – fra Strutture carcerarie e Polizia cantonale, affinché la persona fermata venga inizialmente rinchiusa nelle celle di polizia, possibilità data per legge, e dunque non venga subito portata alla Farera quando quest’ultima è piena. Il recupero, poi, di personale di custodia oggi impegnato in mansioni che in questo specifico momento risultano secondarie, per affidargli il compito principale: la sorveglianza dei detenuti nelle Strutture carcerarie. Ora per esempio il controllo dell’accesso principale al Palazzo di giustizia a Lugano, in via Pretorio, è assegnato ad agenti di custodia: questo compito verrà affidato a una ditta privata di sicurezza».
Altri correttivi decisi. «Nei casi in cui sarà possibile – riprende Gobbi – si cercherà più di prima di far espiare nel loro Paese di origine la pena inflitta in Ticino a cittadini stranieri non residenti. Inoltre, come Consiglio di vigilanza chiederemo al Consiglio di Stato che alla Clinica psichiatrica cantonale siano previste molte più camere securizzate per la gestione temporanea di persone detenute in fase di scompenso psichico acuto». Ma non è tutto. «Alla Conferenza dei direttori cantonali di giustizia e polizia, proporrò – fa sapere il consigliere di Stato – l’introduzione, previa modifica della legislazione federale, del processo per direttissima delle persone arrestate in flagranza di reato e per determinati illeciti, in modo che la fase della carcerazione preventiva sia il più breve possibile. Ricordo che oggi il novanta per cento dei detenuti in preventiva sono stranieri non residenti: per loro la carcerazione in attesa di giudizio si rende necessaria per il pericolo di fuga».

Ortelli: ‘Garantire condizioni dignitose’
Alla riunione del Consiglio di vigilanza ha preso parte anche la presidente della commissione parlamentare ‘ Sorveglianza delle condizioni di detenzione’ Maruska Ortelli.
Sono stati decisi «dei piccoli interventi che comunque possono alleggerire la situazione. È però chiaro che a lungo termine si dovrà pensare a un nuovo carcere. I tempi della politica sono ormai quelli che sono», sostiene la deputata leghista. Stando a Ortelli, quella di ieri è stata «una riunione di riflessione, da cui non sono uscite delle soluzioni definitive». E aggiunge: «Il quadro è chiaro, le carceri ticinesi traboccano, ma il margine di manovra è serrato, anche perché pure le altre prigioni svizzere sono al limite di capienza. Se la situazione attuale è ancora tutto sommato gestibile, nel caso in cui il contesto non dovesse stabilizzarsi, diventerà davvero complesso reggere il volume di detenuti. Ora siamo in allarme perché la tendenza non sembra migliorare, anzi».
Sul sovraffollamento Ortelli illustra: «È chiaro che il carcere non deve essere un albergo, ma bisogna garantire delle condizioni dignitose». Non solo. «Preoccupa poi naturalmente anche la situazione del personale: avere il doppio dei detenuti da seguire non è facile. Nonostante si tratti solo di una decina di posti, la prospettiva è la riapertura della nuova sezione femminile alla Stampa. È indubbiamente un’opportunità per le donne condannate a una pena detentiva, che non verranno più rinchiuse nel carcere giudiziario della Farera. Ma in termini di spazi non si risolverà completamente il problema». Tra le soluzioni alternative, il braccialetto elettronico per gli arresti domiciliari. «Si è parlato di questa opzione per chi è domiciliato in Ticino. Non si tratta però di una percentuale elevata. Ripeto, sono dei piccoli accorgimenti che tutti insieme possono portare dei cambiamenti, seppur non risolutivi. L’obiettivo è di alleggerire anche il personale e il servizio medico che stanno risentendo fortemente di questo contesto», evidenzia la granconsigliera.
Disporre di personale in sufficienza è centrale, il bando di concorso per aspiranti agenti di custodia è stato prolungato fino all’11 marzo: come avvicinare più persone a questo lavoro? «Non è una professione per tutti. Sentire che la situazione nelle carceri è così tesa, tra sovraoccupazione e pressione sul personale, sicuramente non aiuta. Rendere più attrattivo questo mestiere sarà – indica Ortelli – un tema di discussione in commissione».

Articolo pubblicato nell’edizione di  mercoledì 21 febbraio 2024 de La Regione

Il caso del canton Vaud e il precedente di Brissago

Il caso del canton Vaud e il precedente di Brissago

La famiglia dell’iraniano ucciso l’8 febbraio in occasione di una presa d’ostaggi ha sporto denuncia per l’intervento delle forze dell’ordine – La RTS ha ricostruito gli ultimi mesi di vita dell’uomo, affetto da problemi psichici – Nel 2020 un agente venne scagionato per legittima difesa dalla giustizia ticinese

«Il mondo sottosopra. Alla fine ci va di mezzo il nostro Paese e la mente corre ai fatti di Brissago del 2017, dove l’agente di polizia agì correttamente ». Con queste parole il consigliere di Stato Norman Gobbi ha commentato, su Instagram, la notizia della denuncia presentata dai familiari del sequestratore ucciso dalla polizia l’ 8 febbraio scorso, nel Canton Vaud, durante una presa d’ostaggi su un treno regionale. «Oso sperare che il poliziotto, che a prima vista non ha fatto altro che il suo dovere, ottenga il pieno sostegno della sua gerarchia e del suo datore di lavoro » ha scritto da parte sua, su Linkedin, il consigliere nazionale vallesano Jean-Luc Addor (UDC). L’episodio, in effetti, ripropone la questione degli interventi armati della polizia in situazioni di forte pressione e che poi finiscono al centro di indagini giudiziarie. Ci sono, in effetti, alcune analogie tra i fatti di dodici giorni or sono e quelli di sette anni fa in riva al Verbano, quando un appuntato della polizia cantonale, intervenuto per un diverbio in una residenza privata, ferì mortalmente un richiedente l’asilo cingalese di 38 anni. Quest’ultimo, uscito da un appartamento brandendo due coltelli, si scagliò contro altri due asilanti. Dopo aver intimato per due volte l’alt, l’agente esplose due colpi in rapida successione, che raggiunsero l’uomo ai fianchi. Il cittadino srilankese però non si fermò e l’agente sparò un terzo colpo, questa volta diretto al torace e risultato fatale. La procura chiuse il caso nel 2019 con un decreto d’abbandono. L’intervento venne considerato giustificato da legittima difesa per proteggere terze persone. I parenti della vittima ricorsero alla Corte dei reclami penali, che però nel 2020 confermò la proporzionalità dell’intervento dell’agente di polizia e attestò la correttezza dell’inchiesta.
Nel Canton Vaud il sequestratore (un asilante iraniano di 32 anni che aveva preso in ostaggio 13 persone su un convoglio a Essert-sous-Champvent, vicino a Yverdon) era armato con un’ascia, un coltello e un martello. Secondo il comunicato di polizia, l’uomo ha iniziato a correre verso gli agenti, intervenuti mentre si era momentaneamente allontanato dagli ostaggi. Un poliziotto ha usato il taser ma la scarica elettrica non è bastata per fermare il sequestratore. Questi ha proseguito armato la sua corsa in direzione degli agenti e degli ostaggi. Un secondo membro dell’unità d’intervento ha poi utilizzato la sua arma per neutralizzarlo e lo ha colpito a morte. La famiglia, pur prendendo le distanze dal gesto del congiunto e confermando i suoi problemi psichici, parla di «ingiustizia» e ritiene che gli agenti non avrebbero mai dovuto sparare. I genitori hanno presentato una denuncia penale alla procura vodese contro «tutti coloro che hanno contribuito illegalmente alla morte di nostro figlio». Le autorità dovranno stabilire se l’agente ha agito per legittima difesa e se l’impiego dell’arma da fuoco fosse giustificato.
Nel frattempo, un’inchiesta della RTS ha fatto luce su alcuni aspetti della vita del sequestratore, giunto in Svizzera nell’agosto del 2022 per chiedere asilo a seguito del suo coinvolgimento politico e militare per l’indipendenza curda in Iran. Affetto da gravi problemi psicologici, l’uomo era stato ricoverato più volte in un istituto specializzato a Ginevra. In un centro federale d’asilo della Svizzera romanda iniziò a sviluppare un’attrazione ossessiva per una dipendente, che aveva manifestato anche durante la presa d’ostaggi. Per dimenticarla, stando a una testimonianza raccolta dall’emittente, lasciò la Svizzera alla volta dell’Inghilterra. Fece comunque ritorno in Svizzera per poi ripartire alla volta della Germania e della Polonia, dove venne arrestato e rimandato nella Confederazione. Sembra che volesse raggiungere l’Ucraina «per combattere e morire». Nella notte fra il 6 e il 7 febbraio, ha riferito la RTS, a seguito di una crisi nervosa ha rovesciato un tavolo nell’atrio del Palexpo di Ginevra, dove alloggiava. C’erano insomma tanti indizi di un comportamento suicidario, ma difficile da seguire da un punto di vista medico a causa delle improvvise sparizioni e riapparizioni. Secondo la NZZ, il 7 febbraio, alla vigilia della presa d’ostaggi, l’uomo avrebbe dichiarato alle autorità che non necessitava di assistenza medica e che il momento difficile da lui attraversato era ormai alle spalle. Quanto agli ostaggi, tutti illesi, la RTS dice che hanno difficoltà a riprendersi dal trauma.

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 20 febbraio 2024 del Corriere del Ticino

 

Istituto cantonale di medicina legale: una necessità tra opportunità e futuri sviluppi

Istituto cantonale di medicina legale: una necessità tra opportunità e futuri sviluppi

Comunicato stampa

L’Istituto cantonale di medicina legale si è presentato lunedì 19 febbraio 2024 nel tardo pomeriggio a tutti i portatori di interesse, dopo aver avviato la sua attività all’inizio del nuovo anno. Teatro della presentazione la sala del Gran Consiglio che ha pure ospitato la consegna dei diplomi a nove medici che hanno completato la formazione di Medici specializzati in ispezioni legali (MSIL).

L’Istituto cantonale di medicina legale, diretto dalla Dr. med. Rosa Maria Martinez, ha ripreso e ampliato l’attività dell’Ufficio delle scienze forensi, creato nell’ottobre del 2022, per rispondere in maniera adeguata ai bisogni della Giustizia del Canton Ticino. Il Consiglio di Stato con uno specifico decreto esecutivo ha sancito la nascita dell’Istituto di medicina legale, che opera dal 1. gennaio 2024. Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, intervenendo all’evento ha in primo luogo sottolineato l’indipendenza e l’autonomia di cui gode l’istituto, assoggettato solo amministrativamente, come peraltro tutta la Giustizia, al Dipartimento delle istituzioni e per esso alla Divisione della giustizia.

I passi che hanno portato alla nascita dell’Istituto
Il Consigliere di Stato ha quindi ripercorso la lunga storia che ha portato al risultato odierno, ricordando le tappe principali: da quando per la medicina legale si faceva capo ai maggiori centri della Svizzera interna (prima del 1976), a quando il compito della medicina legale venne assunto dal direttore dell’Istituto cantonale di patologia del Dipartimento della sanità e della socialità (allora DOS). La forte evoluzione della specialità e gli accresciuti bisogni della Magistratura portarono nel 2005 il Governo a decidere il passaggio di competenza dal DSS al DI, in quanto la medicina forense era collegata direttamente all’operato della Magistratura. È in quel periodo che si diede inizio alla collaborazione con l’Istituto di medicina legale di Varese e il referente principale per la decina di medici operanti in Ticino era il compianto dr. Antonio Osculati. Il nuovo Codice di procedura penale entrato in vigore nel 2011 e altri fattori portarono poi a sottoscrivere nel 2012 una Convenzione di collaborazione con il CHUV e il CURLM di Losanna e ad assegnare un mandato peritale permanente a quattro medici sempre dell’Istituto di medicina legale di Varese, coordinati dal dr. Osculati. Nel 2019 il Dipartimento delle istituzioni riavvia le discussioni per creare in Ticino un Istituto di medicina legale. L’improvvisa scomparsa nel 2020 del dr. Osculati accelerò il processo, che portò il 1. ottobre del 2022 alla nascita dell’Ufficio di scienze forensi, ufficio poi confluito nel neo nato Istituto cantonale di medicina legale.

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi ha poi insistito sulle opportunità che offre l’Istituto e sulla necessità per la Magistratura di far capo a questi medici specialisti indipendenti per migliorare le indagini. Un aspetto che è stato messo in risalto anche dal Procuratore generale del Ministero pubblico, Andrea Pagani, il quale ha sottolineato l’ottima collaborazione e la preparazione dei medici dell’Istituto, grazie alle quali si possono condurre indagini in maniera sempre più mirata alla luce della complessità dei casi. Dal canto suo la dottoressa e direttrice dell’Istituto, Rosa Maria Martinez, ha presentato – anche attraverso una conversazione/intervista con il giornalista Peter Jankovski – l’attività che viene svolta in Ticino per garantire un’assistenza sempre più profilata alle indagini dei magistrati e delle autorità in generale, in ambito di medicina legale clinica e di medicina legale post-mortem. Inoltre ha ricordato alcuni sviluppi che l’Istituto ha già potuto concretizzare. Ne è un esempio il mandato attribuito dalla Segreteria di Stato della migrazione (SEM) per la definizione dell’età di giovani adulti richiedenti l’asilo, oppure la formazione specialistica di medici italofoni, in collaborazione con l’Università di Pavia, ma pure la collaborazione con il Servizio d’inchiesta sulla sicurezza (SISI) e la Giustizia militare.

Le competenze di oggi e gli sviluppi futuri
L’Istituto cantonale di medicina legale ha sede in via Carlo Salvioni 14 a Bellinzona; occupa quattro medici e una segretaria. La direttrice della Divisione della giustizia, Frida Andreotti, ha indicato i campi di sviluppo dell’Istituto. Per esempio il rafforzamento dei legami con la Fondazione Alpina per le scienze della vita per la chimica e la tossicologia forense, come pure per la genetica forense con il Laboratorio di diagnostica molecolare. Un ulteriore obiettivo, ha affermato Andreotti, è legato al riconoscimento dell’Istituto cantonale di medicina legale quale centro di formazione FMH. Con tale riconoscimento sarà possibile formare in Ticino futuri medici legali FMH, dando una grande opportunità ai giovani medici. La collaborazione con la SUPSI farà partire nel corso dell’autunno prossimo un CAS in infermieristica forense.

Nuovi medici specialisti in ispezioni legali
Il dr. med Franco Denti, presidente dell’Ordine dei medici e il dr. med. Beppe Savary hanno poi introdotto la parte che ha portato alla consegna del diploma ai neo diplomati medici specializzati in ispezioni legali (MSIL). Si tratta di una proficua collaborazione – ha sottolineato Denti – tra il Dipartimento delle istituzioni, il Ministero pubblico, la Polizia cantonale, l’Ordine dei medici e la Federazione cantonale ticinese servizi ambulanze (FCTSA).
Hanno ottenuto il diploma i medici: Elena Caporali, Davide Consolascio, Renato Bene Delli Carpini, Corneliu Fratila, Simone Ghisla, Ilenia Mascherona, Filippo Scacchi, Leander Sciolli e Adolfo Zeballos.

All’incontro nella sala del Gran Consiglio hanno partecipato il presidente del Consiglio di Stato Raffaele De Rosa, membri del Parlamento, responsabili e rappresentanti delle varie autorità cantonali e federali, del settore giudiziario e di polizia, sanitario, del mondo accademico e del ramo della medicina legale di altri Cantoni

‘La medicina legale ticinese è finalmente indipendente’

‘La medicina legale ticinese è finalmente indipendente’

Il pg Pagani: ‘Non un vezzo o un lusso, ma una necessità’

Anche il Ticino, da inizio gennaio, ha il suo Istituto di medicina legale. «Si tratta di una grande opportunità per il nostro cantone e di un servizio d’eccellenza al quale si potranno rivolgere le nostre autorità di giustizia», spiega il direttore del Dipartimento istituzioni (Di) Norman Gobbi.
«Per anni il Ticino non ha potuto disporre di un proprio Istituto, dovendosi rivolgere oltre Gottardo o alla vicina Italia per avere servizi di questo settore. Ora, finalmente, anche noi avremo un Istituto indipendente con standard svizzeri». Durante l’incontro con autorità pubbliche e private nella sala del Gran Consiglio a Bellinzona sono stati illustrati i motivi che hanno reso necessaria la creazione di un centro di medicina legale a sud delle Alpi. Uno su tutti, molto pragmatico: la distanza del nostro cantone rispetto a dove sono situati gli altri otto centri di medicina legale in Svizzera con la conseguenza, come detto, di doversi rivolgere a Istituti lombardi che però hanno altri standard rispetto a quelli elvetici. «La creazione di questo Istituto non è un vezzo di qualcuno, non è un lusso, ma una vera e propria necessità», afferma il procuratore generale  Andrea Pagani «Di principio il Ticino non può appoggiarsi a centri della Svizzera interna o francese. Questo perché i medici legali devono potersi recare con velocità sul luogo dove è richiesta la loro presenza. Un trasporto oltre Gottardo è quindi contrario al principio di prossimità». E gli effetti sulla giustizia ticinese non mancheranno: «Se il lavoro del medico legale è di qualità ne risente positivamente tutta l’inchiesta – dice Pagani –. Questo rappresenta infatti la sottostruttura di tutto il procedimento e a trarne beneficio è il giudizio finale espresso dalle autorità competenti». Il procuratore generale però avverte: «Con la creazione dell’istituto di medicina legale a Bellinzona non bisogna sentirsi arrivati. Il lavoro comincia ora e necessita di aggiornamenti e perfezionamenti costanti».

Perizie per stabilire l’età dei richiedenti asilo presunti minorenni
A occuparsene sarà Rosa Maria Martinez, direttrice dell’Istituto, e la squadra che da ottobre 2022 componeva l’Ufficio cantonale di scienze forensi. «L’obiettivo principale della medicina legale è l’esclusione dell’intervento di persone terze. Sia per casi che riguardano persone ancora vive che soggetti deceduti», spiega Martinez. «Nel 2023 il numero di visite medico legali è aumentato di circa cento unità. Questo non vuol dire che in Ticino è cresciuta la criminalità, ma la consapevolezza dell’importanza del nostro lavoro». I numeri mostrano anche come la medicina legale evolva nel tempo. Lo scorso anno sono aumentate le radiologie forensi, di conseguenza sono diminuite le autopsie. Non ci sono però soltanto le autorità ticinesi tra chi utilizzerà le competenze dell’Istituto. La Segreteria di Stato della migrazione (Sem) ha infatti dato mandato al centro diretto da Martinez per l’allestimento di perizie che riguardano l’accertamento dell’età per i richiedenti l’asilo presunti minorenni. «Stimiamo di avere tra i duecento e i trecento casi l’anno di questo tipo» afferma la direttrice. Durante la presentazione sono anche stati consegnati i diplomi ai nove neomedici specializzati in ispezioni legali. «Questo istituto rappresenta un passo importante – dichiara Franco Denti, presidente dell’Ordine dei medici – chissà che un giorno non potremo anche avere una cattedra di medicina legale in Ticino». Frida Andreotti, direttrice della Divisione della giustizia, ha invece parlato degli obiettivi futuri. «Vogliamo consolidare questa realtà e renderla anche un centro dove i giovani ticinesi si possano formare».

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Il Ticino ha il suo Istituto di medicina legale
https://www.rsi.ch/play/tv/-/video/-?urn=urn:rsi:video:2074426

Il nuovo Istituto ticinese di medicina legale
https://www.rsi.ch/play/tv/-/video/-?urn=urn:rsi:video:2074418

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Istituto di medicina legale cantonale
Ufficialmente presentato dalle autorità l’Istituto di medicina legale del Canton Ticino. La direttrice: “Ora l’obiettivo è di ottenere il riconoscimento quale centro di formazione”.
Da gennaio anche il Ticino ha il suo istituto di medicina legale. La sua sede, ufficialmente presentata ieri sera, è a Bellinzona e al suo interno, “su mandato del Ministero Pubblico e della Polizia si effettuano accertamenti sia nell’ambito della medicina legale clinica, sia nel settore di quella post-mortem”, ha spiegato a Ticinonews la direttrice Rosa Maria Martinez. La struttura -che opera su mandato delle preposte Autorità giudiziarie e non può dunque effettuare consulenze in favore di entità private- assicura inoltre un servizio di reperibilità continua 24 ore su 24, 7 giorni su 7 durante tutto l’anno per consulti telefonici e interventi sui luoghi, laddove sia necessaria una valutazione in ambito di medicina legale. E per il futuro l’obiettivo è quello di “ottenere il riconoscimento quale centro di formazione”, ha aggiunto Martinez.

Pagani: “La medicina legale è un partner essenziale”
“Quando occorre creare un’inchiesta di natura panale, è un po’ come costruire un edificio. Questo deve essere costruito con fondamenta solide, perché in questo modo, anche davanti a un piccolo terremoto, lo stabile rimane eretto”. Ha deciso di usare questo esempio il Procuratore generale Andrea Pagani per far comprendere il ruolo che svolge la medicina legale in ambito giudiziario, ovvero quello di “un partner essenziale che permette di costruire le inchieste su basi di qualità”.

https://www.ticinonews.ch/ticino/istituto-di-medicina-legale-cantonale-pagani-un-partner-essenziale-per-le-inchieste-390289

 

‘Più detenuti ci sono peggio è, qui relativizzi i problemi’

‘Più detenuti ci sono peggio è, qui relativizzi i problemi’

Viaggio con un’agente di custodia all’interno del Carcere giudiziario della Farera, dove sono rinchiuse le donne in attesa di giudizio. Ma anche coloro in esecuzione pena. In vista della (ri)apertura della sezione femminile alla Stampa, prevista per fine 2025, le Strutture carcerarie cantonali sono alla ricerca di aspiranti agenti da formare. Il bando di concorso scade il prossimo 11 marzo

«Le scene forse più impegnative sono quelle dei bambini a colloquio con le madri detenute. Noi agenti siamo un po’ visti come la persona cattiva che porta via la mamma. Un giorno un bimbo mi ha detto che da grande vorrebbe fare il mio lavoro, frase che mi ha sorpresa, proprio perché di solito non stiamo loro particolarmente simpatici. Gli ho quindi chiesto come mai e lui mi ha risposto: ‘Così posso stare tutti i giorni con la mia mamma’. Queste sono cose a cui non ci si abitua».

Selene Alcini si sporge da quel balcone dal quale la società non guarda mai. Lavora da una decina di anni come agente di custodia al Carcere giudiziario della Farera, struttura dove l’abbiamo potuta incontrare per parlare della sua professione. «Noto sempre un certo stupore – ci spiega – quando mi viene chiesto che lavoro faccio». È un lavoro in effetti poco conosciuto quello di Selene e il poco che si sa lo si attribuisce alle serie televisive. «Non è la verità», sottolinea però l’agente di custodia. E aggiunge: «Per motivi di sicurezza è molto difficile far capire quello che facciamo a livello pratico qui dentro. Molti pensano che abbiamo a che fare con chissà quali criminali e che bisogna stare sull’attenti tutto il tempo. In realtà non si tratta che di persone. È innegabile che per fare questo lavoro ci voglia un certo carattere, ma alla fine è alla portata di tutti». Che a Selene il carattere non manchi lo abbiamo capito subito.

‘Avere un’arma implica doverla usare su qualcuno o che qualcuno la usi su di te’
Le Strutture carcerarie cantonali si trovano sul Piano della Stampa, situato ai margini dell’area urbana di Lugano e lungo la piana alluvionale del fiume Cassarate. È in questa zona che nel 1966 si avvia la costruzione del Penitenziario cantonale della Stampa, struttura che aprirà le porte nel 1968 e dove attualmente si contano centoquaranta celle. Nel Carcere giudiziario della Farera, aperto nel 2006, le celle sono invece cinquantacinque per una capienza massima di ottantotto posti.
Il personale delle strutture carcerarie ci apre i cancelli poco prima delle 10. Una voce di uomo proveniente da una delle finestre del carcere, tassativamente ricoperta di sbarre, ci saluta più volte esclamando: «Buongiorno!». E aggiunge in francese, con un tocco di sarcasmo: «Ça va me manquer tout ça (mi mancherà tutto questo, ndr)». All’entrata principale veniamo accolti dal Capo sorvegliante Loris Rigolli. Dopo un controllo dei documenti e dopo aver lasciato tutto il superfluo in un armadietto, passiamo attraverso il metal detector e siamo dentro. A dire la verità non è immediato rendersi conto di trovarsi dentro a un carcere, la struttura ricorda molto un classico istituto scolastico o una colonia. Prendiamo l’ascensore, dentro cui – ed è forse questo il primo indizio inconfutabile che evoca una prigione – si possono aprire delle sbarre e creare una cella per separare i detenuti dal personale.
Ed è al primo piano che Rigolli ci introduce all’agente di custodia Selene Alcini. Selene, prima di iniziare a lavorare alla Farera, aveva un centro estetico a Lugano. Un passato che si indovina dalle lunghe unghie nere delle mani. «È un mondo che mi piace tutt’ora – sorride pensando alla precedente professione –. È però un ambiente che ti porta a lavorare con un certo tipo di clientela per la quale sei l’ultima ruota del carro». Nel 2015, dopo aver partecipato a una serata informativa per la Scuola di polizia insieme a degli amici, Selene inizia la Scuola agenti: «Durante l’incontro è stata presentata la figura dell’agente di custodia e l’ho trovata molto affine alla mia persona. Parlavano infatti di empatia e di dialogo. Non mi convinceva poi il porto d’armi, perché averne una implica l’eventualità di doverla usare su qualcuno o che qualcuno la usi su di te. Noi in effetti non siamo armati, a meno di non deciderlo, ma quando facciamo la ronda abbiamo a disposizione manette e spray al pepe, in caso di intervento». Una peculiarità non scontata: «In genere – precisa Selene – possiamo tenere un coltellino, che ovviamente in determinate situazioni può essere fondamentale, ma è anche vero che la collaborazione tra agenti è alta e il pronto intervento, qualora necessario, tempestivo».

‘È come essere in una pentola a pressione, ogni tanto scoppia’
Ma com’è lavorare all’interno di un carcere? «Dipende molto dalla struttura. Qui alla Farera – contestualizza Selene – abbiamo anche delle celle di isolamento, per cui il carico di stress dei detenuti è molto elevato e questo comporta un alto rischio di autolesionismo e di suicidio. È come essere in una pentola a pressione, che ogni tanto scoppia. Più detenuti ci sono, peggio è». La situazione nelle Strutture carcerarie cantonali è infatti tesa da circa un anno. Già lo scorso maggio si erano toccati livelli storicamente inediti di sovraffollamento nelle prigioni ticinesi, e in particolare alla Farera. Situazione confermata anche da Selene: «Ci sono più donne, più minorenni e più uomini. Le carcerazioni sono aumentate in generale. Tutte queste crisi all’esterno, penso alla pandemia, alle guerre o alle difficoltà economiche, fanno aumentare la disperazione delle persone».
A preoccupare maggiormente è la crescita del numero di donne, che da ormai quasi vent’anni sono detenute, indipendentemente dal tipo di incarcerazione, alla Farera. Non solo le donne in attesa di giudizio: anche quelle in espiazione di pena si trovano nel Carcere giudiziario. Carcere che prevede un regime detentivo più restrittivo rispetto a un Carcere penale, come lo è quello attiguo della Stampa. «Quando ho iniziato la formazione – ricorda Selene – durante i primi otto mesi di scuola non c’era una donna detenuta. Ora ne abbiamo tantissime, attualmente sono ventidue». Per questo motivo negli ultimi anni si è consolidata la necessità di riaprire una sezione femminile alla Stampa, che dovrebbe essere operativa da fine 2025.
La disparità di trattamento alla quale sono sottoposte le donne condannate in Ticino a una pena detentiva è ben nota. «Il nodo centrale – afferma l’agente di custodia – è l’esecuzione della pena. La durata delle loro detenzioni è sempre più lunga e fa emergere i problemi della carcerazione. La differenza con gli uomini è incredibile». E illustra: «Alla Stampa ci sono delle celle singole, mentre qui alla Farera le donne che stanno scontando una pena hanno delle celle singole e doppie. Ora però, dato che sono veramente tante, abbiamo addirittura una cella tripla». Non solo. «Il tempo libero – aggiunge Selene – è un altro punto delicato. Alla Stampa i detenuti possono trascorrere molto più tempo all’esterno della cella: c’è il ‘prato verde’, c’è la palestra, c’è la chiesa, c’è la biblioteca. Alla Farera abbiamo ovviato a questo problema con del tempo libero al piano, che però vuol dire un corridoio di cinque metri nel quale vengono aperte le quattro celle e dove le detenute possono passare due ore e mezza insieme. Ora però stanno un po’ strette. Il passeggio (la cosiddetta ‘ora d’aria’, ndr) lo trascorrono poi su un balcone dal quale non vedono nemmeno il cielo senza sbarre. Lo spazio è nettamente inferiore e non è possibile fare una partita a calcio o sdraiarsi». Ma anche. «Qui alla Farera le donne non possono lavorare e il tempo che passano a scuola non è molto, magari un paio di ore alla settimana. Alla fine le detenute trascorrono la maggior parte della giornata in cella». Non da ultimo. «Alla Stampa gli uomini hanno la possibilità di mangiare tutti insieme al piano, di guardare insieme la televisione e di giocare a carte. Qui alla Farera invece i pasti si fanno in cella perché lo spazio non è abbastanza».

‘All’esterno le chiamano stanze d’albergo, ma non è così’
Qual è la giornata tipo di una detenuta? «La sveglia è alle 6.30, orario in cui – spiega Selene – distribuiamo le colazioni. Poi abbiamo il ristabilimento della cella con il materiale di consumo richiesto dalle detenute che può servire nel corso della giornata. Consegniamo poi le terapie. I turni di passeggio iniziano di prassi alle 8, ma ora siamo talmente pieni che cominciamo un’ora prima. Quando non sono al passeggio le detenute possono fare delle richieste, per esempio chiamare l’avvocato, pulire la camera o utilizzare il rasoio, la pinzetta e il tagliaunghie. Il pranzo è alle 11.30 e consegniamo di nuovo le terapie o la posta. Dal pomeriggio c’è ancora la possibilità di chiamare o essere chiamate dall’avvocato o dal procuratore pubblico (il magistrato inquirente, ndr), come pure di ricevere le visite mediche o dentistiche. Alle 17.30 distribuiamo la cena e le terapie e la giornata è finita. Il tempo da passare in cella è tanto. Hanno il televisore, il gabinetto e la doccia in camera, il che aiuta. All’esterno le chiamano stanze d’albergo, ma non è così. Qui le persone vengono private completamente dell’indipendenza; siamo noi che decidiamo quando si devono alzare, quando uscire dalla cella, quando rientrare, quando mangiare e via dicendo».
Durante la nostra permanenza alla Farera abbiamo potuto visitare i tre piani di detenzione, compresi i passeggi, una cella, un’aula e alcuni locali amministrativi. Non sono in effetti spazi facilmente riconducibili a un soggiorno in hotel, in primis per le sbarre che ostruiscono la vista non importa da quale finestra. Per qualcuno non abituato a frequentare dei luoghi di detenzione come la Farera è poco immediato realizzare che dietro a quelle porte numerate azzurre, attraverso le quali vengono consegnati i pasti, ci siano delle persone che non possono uscire liberamente. Su ogni porta c’è un oblò, apribile solo dall’esterno, che gli agenti di custodia utilizzano per controllare dove si trovi il detenuto prima di aprire il passavivande. Per questa ragione, camminando per i corridoi, la presenza dei detenuti si coglie solo attraverso l’udito. L’unico sguardo di una detenuta lo abbiamo incrociato al ritiro da parte di Selene del vassoio di metallo sul quale vengono serviti i pasti. Sguardo attraverso il quale ci viene restituita la realtà di cosa significhi essere privati della propria libertà.
Nel caso di pene detentive lunghe, alcune donne vengono trasferite oltralpe in carceri penali con delle sezioni femminili. «Tuttavia – mette in luce Selene – se chiediamo a una detenuta con legami sul territorio se vuole essere trasferita in una struttura in cui avrebbe diritto a un trattamento come quello della Stampa, spesso preferisce restare in Ticino, perché uno spostamento in un altro cantone va a sradicare completamente la persona dalla sua rete». E questo nonostante una «donna, diciamocelo, ha anche altre esigenze», sottolinea Selene, e chiarisce: «Sembra una banalità, ma per una detenuta di una certa età avere una ricrescita dei capelli di venti centimetri è degradante. Essendo la Farera una struttura di carcerazione preventiva, dove dunque il livello di sicurezza è alto, non si possono truccare». Oltre a garantire pari diritti, le carceri di regime ordinario d’oltralpe sono adibite all’accoglienza dei figli delle detenute: «Anche noi saltuariamente abbiamo dei bambini, la più piccola aveva ventotto giorni. È un grosso problema di gestione e di responsabilità, che dovrebbe in parte migliorare con l’apertura della nuova sezione femminile».

‘Talvolta è più difficile far rispettare gli ordini se a impartirli è una donna’
All’interno delle carceri anche gli agenti di custodia non possono portare il proprio telefono. In altri termini, durante un turno non si hanno contatti con l’esterno. «All’inizio – scherza Selene – è un bello shock, perché oggi siamo molto abituati a essere sempre reperibili. Una volta che ti abitui capisci che in fin dei conti non è poi così male». Per Selene, fare l’agente di custodia «è un lavoro che ti cambia, impari a relativizzare i problemi». La domanda sorge dunque spontanea, si riesce a staccare dal lavoro una volta finito il turno e a mantenere la distanza dai detenuti? «All’esterno ho molti interessi e un entourage solido. Tant’è che, una volta timbrato il cartellino, esco e non ci penso più». Riguardo alla distanza, «il problema sta nella carcerazione lunga. La preventiva ha un termine relativamente breve, le donne che scontano una pena detentiva restano invece molto più a lungo. Volenti o nolenti, alla fine si instaura un rapporto. La difficoltà sta nel mantenerlo unilaterale». Alla Farera lavorano una quindicina di agenti donne e centotrenta agenti uomini. «Siamo diverse agenti – illustra Selene –, ma siamo arrivate molto scaglionate, una o due all’anno. Con alcuni detenuti è talvolta più difficile far rispettare gli ordini se a impartirli è una donna».

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 19 febbraio 2024 de La Regione

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Laffranchini: ‘Verso la parità di trattamento’

‘La risocializzazione inizia dagli affetti, le persone trasferite vengono sradicate. Ora gli uomini passano fuori dalla cella dodici ore al giorno, le donne sei’

“Un cambiamento volto a rispondere all’evoluzione della nostra società anche nell’ambito dell’esecuzione della pena, a dimostrazione del grado di civiltà del Canton Ticino”. Viene spiegato così nel messaggio del Consiglio di Stato l’obiettivo di fondo della realizzazione e messa in funzione della nuova sezione femminile presso il Penitenziario cantonale della Stampa. Messaggio approvato dal parlamento lo scorso giugno. La sezione femminile, la cui apertura è prevista per fine 2025, vuole rispondere in maniera adeguata alle esigenze delle donne in regime di detenzione chiuso e sarà composta di undici posti cella, compresa una cella madre-bambino per le detenute con figli fino a tre anni. Oltre alla (ri)apertura della sezione femminile, vi sono anche le partenze naturali in seno al personale di custodia. Per questi motivi le strutture carcerarie sono alla ricerca di agenti, di entrambi i sessi, da formare. A metà gennaio è infatti stato pubblicato sul Foglio ufficiale il bando di concorso per l’assunzione di agenti di custodia femminili e maschili, che scadrà il prossimo 11 marzo. Ne abbiamo parlato con il direttore delle Strutture carcerarie cantonali Stefano Laffranchini.

Facciamo qualche passo indietro. Come mai era stata chiusa la sezione femminile alla Stampa e come mai ora verrà riaperta?
Nel 2006, all’apertura della Farera, la presenza femminile alla Stampa si aggirava intorno alle tre unità su quindici posti previsti per le donne. Non c’era dunque la massa critica necessaria per dedicare spazio, e quindi sottrarlo, ai detenuti maschi. Tant’è che si è deciso di dedicare questi posti cella agli uomini. La situazione è però nel frattempo evoluta, ora ci sono infatti ventidue donne in carcere. Negli ultimi anni non siamo poi mai scesi sotto le quindici presenze.

In termini di occupazione, la situazione nelle carceri ticinesi è tesa da un anno. Come mai c’è stato un tale aumento delle detenzioni?
È un periodo storico particolare. Alle inchieste che coinvolgono le persone legate al traffico di stupefacenti, si aggiunge la criminalità dovuta all’essere un cantone di frontiera. L’aumento è dunque da ricondurre ai flussi transfrontalieri, al contrabbando di sostanze stupefacenti e alla migrazione. Ci troviamo in un contesto nel quale questi tre elementi hanno concorso al crearsi di questa situazione. Situazione che spero vivamente essere puntuale, perché a lungo termine potremmo avere dei problemi non trascurabili. Le donne poi non sono mai state tante come oggi. Il fatto che negli ultimi anni non siamo mai scesi sotto le quindici unità è legato al loro sempre maggior coinvolgimento nel traffico di stupefacenti. Anche la criminalità transfrontaliera, come nel caso dei furti, coinvolge sempre più spesso le donne.

Come mai le sezioni femminili d’oltralpe sono invece rimaste aperte negli anni?
Nel resto della Svizzera è più facile gestire questo tipo di strutture. È infatti più semplice giustificare tale investimento quando sono più cantoni limitrofi a organizzarsi per costruire un carcere specializzato dove detenere tutte le persone condannate che presentano determinate caratteristiche. È il caso per esempio del carcere Curabilis nel Canton Ginevra, che ospita detenuti che necessitano di un trattamento terapeutico istituzionale per gravi disturbi psichiatrici, e del carcere femminile Hindelbank nel Canton Berna. Per il Ticino è più difficile perché il nostro cantone è geograficamente più isolato rispetto agli altri.

Dove sono detenute attualmente le donne condannate in Ticino a una pena detentiva?
Le donne condannate a un’esecuzione di pena vengono al momento o trasferite nelle carceri penali oltre Gottardo oppure, nel caso di detenzioni brevi, rimangono presso la Farera, che è però un carcere giudiziario e prevede tutta una serie di limitazioni, nonché un regime detentivo più duro rispetto a un carcere penale. Le donne trasferite negli altri cantoni devono di solito scontare delle pene di lunga durata ed è per questa ragione che è meglio che ciò avvenga in strutture dedicate alla detenzione femminile. Questo implica tuttavia allo stesso tempo uno sradicamento del tessuto sociale. Una persona con una rete sociale in Ticino, una volta trasferita oltre Gottardo, avrà molte più difficoltà a ricevere delle visite. La risocializzazione inizia dagli affetti: per andare a trovare un detenuto a Berna si impiega al minimo una giornata intera, mentre venire alla Stampa richiede al massimo qualche ora.

Le detenute scontano dunque la propria pena alla Farera. Cosa cambia rispetto alla detenzione di un uomo alla Stampa?
La differenza di ore trascorse fuori dalla cella tra un uomo e una donna in esecuzione di pena è molto emblematica: al Carcere giudiziario le donne ne passano sei sull’arco della giornata, mentre al Carcere penale gli uomini dodici. Alla Stampa ci sono più possibilità legate agli spazi, che sono maggiori che alla Farera. Le donne detenute alla Farera hanno inoltre molte meno possibilità di lavoro e formazione.

Cosa cambierà invece con l’apertura della sezione femminile nel Carcere penale?
Miriamo ad andare verso la parità di trattamento dei detenuti indipendentemente dal sesso, quindi promuovendo pari diritti, pari opportunità e pari prospettive. Alla Stampa si possono seguire delle formazioni e svolgere dei lavori. Dal mio punto di vista è poco sensato tenere delle lezioni solo per uomini o solo per donne. Il docente c’è, quindi perché non prevedere delle classi miste? La Stampa sarà probabilmente l’unico penitenziario in Svizzera ad attuare questo tipo di assetto. Lo scopo della detenzione è la risocializzazione. Escludere quindi qualsiasi tipo di socializzazione tra detenuti di sesso diverso durante periodi che possono essere anche molto lunghi preclude questa risocializzazione. Specifico che questo tipo di attività sarebbero comunque organizzate in un ambiente controllato dato che vanno evitate prevaricazioni di qualsiasi tipo. Al giorno d’oggi le due sezioni sono separate non tanto sulla scia di un retaggio cattolico che vede il penitenziario come un luogo di penitenza, ma perché vi sono delle questioni di sicurezza per i detenuti non indifferenti.

Ci saranno altre particolarità all’apertura della sezione femminile della Stampa?
Terremo conto di ciò che nella letteratura viene sottolineato come una minor propensione alla violenza delle donne rispetto agli uomini. In tal senso le detenute avranno qualche libertà in più rispetto ai detenuti. Potranno rimanere fuori più a lungo la sera, avranno inoltre la possibilità di chiudere a chiave la cella – naturalmente l’accesso degli agenti è garantito –, e avranno degli spazi all’aperto un po’più grandi. Si sfrutterà insomma questo aspetto per garantir loro più libertà. Che gli uomini ne disporranno in misura minore non è per cattiveria, ma per sicurezza.

L’apertura della nuova sezione nel Carcere penale permetterà di risolvere il problema del sovraffollamento femminile alla Farera?
È vero che ora ci sono ventidue donne detenute alla Farera, ma molte di loro sono in regime preventivo. Le nuove undici celle dovrebbero dunque soddisfare il fabbisogno e, in ogni caso, è un importante passo avanti rispetto alla situazione attuale.

La nuova sezione femminile sarà composta di undici posti cella dedicati alle detenute, compresa una cella madre-bambino…
Giusto, ma non è un diritto acquisito. A monte deve infatti sempre essere un’autorità di protezione a determinare cosa sia meno peggio per un bambino: è peggio crescere in un contesto carcerario o è peggio rimanere fuori ma senza la madre? Alla fine quello che conta è il bene del minore e a stabilirlo è un’autorità competente. Al carcere di Hindelbank c’è addirittura un asilo nido, sono molto più attrezzati. Noi non credo raggiungeremo mai quel livello.

È stato aperto un bando per aspiranti agenti di custodia. Quante persone cercate?
Quindici agenti, dieci per la nuova sezione femminile e cinque per il normale turn over. Chi verrà assunto non lavorerà subito nella sezione femminile, perché è importante avere una certa esperienza. Gli agenti verranno infatti selezionati tra chi già lavora nel carcere. Allo stesso tempo, per creare un equilibrio nel Corpo agenti, cerchiamo in particolare del personale femminile. Anche perché ci sono alcune attività, non solo nel Carcere penale, ma anche alla Farera, che devono essere svolte da persone dello stesso sesso, penso ai controlli sulla persona.

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 19 febbraio 2024 de La Regione

Tessiner Gefängnisse sind voll – weil der Kanton eine Transitzone für Drogenkuriere ist

Tessiner Gefängnisse sind voll – weil der Kanton eine Transitzone für Drogenkuriere ist

Im Grenzkanton Tessin nehmen die Straftaten zu, die Gefängnisse sind am Anschlag. Die Hoffnungen liegen in der Westschweiz. Doch eine schnelle Lösung ist nicht in Sicht.

Die Tessiner Justiz hat ein akutes Problem: Sie findet kaum noch Platz für ihre Angeklagten und vor allem Verurteilten. Der Südkanton verfügt über drei Haftanstalten, die sich alle in der Agglomeration Lugano befinden. Derzeit sind die 159 Plätze im regulären Gefängnis La Stampa voll belegt, ebenso die 88 Plätze im Untersuchungsgefängnis La Farera. Von den 45 Plätzen im offenen Strafvollzug Lo Stampino sind nur 6 frei.
Ende Dezember sah die Situation noch anders aus. Damals waren im Tessin erst 83 Prozent der insgesamt 292 Gefängnisplätze belegt. Dies geht aus der Statistik des Schweizerischen Kompetenzzentrums für den Justizvollzug hervor. Danach lag die Auslastung im Südkanton im vergangenen Jahr zwischen 80 und 88 Prozent, während sie gesamtschweizerisch zwischen 89 und 94 Prozent lag.
Die Situation im Süden hat sich also im letzten Monat massiv zugespitzt. Die Tessiner Gefängnisse sind voll. Zu denken gibt, dass die Behörden darin keine vorübergehende Spitze sehen und auch keine Trendwende erwarten. Es häuften sich ganz bestimmte Arten von Straftaten, erklärt der Regierungsrat und Justizdirektor Norman Gobbi. Dies liege daran, dass der Grenzkanton Tessin die wichtigste Transitregion zwischen Nord und Süd sei.
Damit meint Gobbi vor allem folgende drei Deliktarten: Drogenhandel, Einbrüche im Grenzgebiet und Straftaten im Zusammenhang mit der Migration. In diesen Bereichen ist es zu breit angelegten Polizeiaktionen gekommen, die eine grössere Zahl von Personen hinter Gitter gebracht haben. Alles in allem ist die Kriminalität aber nicht gestiegen. Stattdessen werden eher Straftaten begangen, die zwingend mit einer Gefängnisstrafe verbunden sind.
Spitzenreiter sind die Drogendelikte. Derzeit sitzt rund die Hälfte der im Tessin inhaftierten Personen wegen Handels oder Schmuggels von Drogen ein. Oder wegen der Beschaffungskriminalität, die sich auch in Überfällen auf Tankstellen äussert. Das Problem sei geografisch bedingt, sagt Andreotti, Leiterin des kantonalen Justizamtes. Steige der Drogenkonsum in den Grossagglomerationen nördlich und südlich des Tessins, würden auch mehr Drogen im Kanton selber auftauchen. «Das Tessin ist eine sehr stark genutzte Transitzone für Drogenkuriere», so Andreotti.

Häftlingsverlegung in die französische Schweiz
Die letzten sechs freien Gefängnisplätze befinden sich alle im offenen Vollzug und werden wohl bald besetzt sein. Da auch das Untersuchungsgefängnis voll belegt ist, könnte man noch einige Polizeizellen in Anspruch nehmen, aber nur für kurze Zeit. Eine Lösung könnte in der Mitgliedschaft des Tessins beim Strafvollzugskonkordat der lateinischen Kantone liegen. Das heisst, bei Voll- oder Überbelegung dürfen einzelne Häftlinge in Anstalten der französischen Schweiz gebracht werden.
Der Haken: Auch die Gefängnisse der Romandie sind am Anschlag. Für eine Häftlingsverlegung aus dem Tessin müssten normkonforme Haftplätze zur Verfügung stehen, sagt der Sekretär des lateinischen Konkordats Blaise Péquignot. Aber er bestätigt, dass die Gefängnisse dieses Konkordats insgesamt zur Überbelegung tendieren. Das zeigt auch die Statistik: Ende Dezember waren die Haftanstalten der Romandie und des Tessins zusammen zu 101 Prozent ausgelastet. Einige Gefängnisse des Kantons Genf waren im Schnitt mit 109 Prozent und einige des Waadtlandes mit 115 Prozent deutlich überfüllt.
Daher sollte sich das Tessin eher an die Deutschschweiz richten, was schon in der letzten Zeit der Fall war. Einweisungen sind laut Stefan Weiss, dem Sekretär der Deutschschweizer Strafvollzugskonkordate, im Einzelfall möglich. Jedoch bestehen einige bürokratische Schwierigkeiten, zum Beispiel die unterschiedliche Landessprache im Aktenverkehr. Ausserdem sind gemäss Weiss derzeit auch die Deutschschweizer Gefängnisse stark ausgelastet. Noch Ende Dezember wies die Statistik für die Deutschschweiz insgesamt eine Belegung von 87 Prozent aus. In bestimmten Haftanstalten einzelner Deutschschweizer Kantone war die Auslastung aber 100 Prozent oder höher.

Rekrutierung von Personal aus anderen Kantonen
Um die überfüllten Tessiner Gefängnisse schnell zu entlasten, gelangt in letzter Zeit bei leichteren Fällen vermehrt der Hausarrest mit elektronischem Fussband zur Anwendung. Zudem wird die Einführung von Haftcontainern geprüft, wie sie in einigen Deutschschweizer Gefängnissen zum Einsatz kommen.
Die Erfahrungen mit solchen Containern sind allerdings unterschiedlich. Ihr Einsatz muss laut dem Konkordatssekretär Weiss immer im Einzelfall genau geprüft werden, um den tatsächlichen Nutzen und eine ausreichende Sicherheit im Verhältnis zu den hohen Kosten zu erkennen. Das Tessiner Justizdepartement plant deshalb, eine solche Anstalt zu besuchen, um die Machbarkeit und die maximal mögliche Platzzahl abzuklären. Auch dies wäre jedoch nur eine Übergangslösung.
Schwierigkeiten hat das Tessin auch mit dem Gefängnispersonal im Bereich der Untersuchungshaft. Während früher ein Aufseher durchschnittlich 15 Insassen betreute, sind es heute doppelt so viele. Die Behörden erwägen deshalb, ehemalige Aufseher zu rekrutieren und geschultes Personal aus anderen Kantonen anzustellen.

https://www.nzz.ch/schweiz/tessiner-gefaengnisse-sind-voll-vor-allem-mit-drogendelinquenten-ld.1814370

Da www.nzz.ch

Mobilitiamoci e diciamo sì con convinzione alla 13ma AVS

Mobilitiamoci e diciamo sì con convinzione alla 13ma AVS

Norman Gobbi e Claudio Zali sostengono con convinzione la rendita per i nostri anziani

Ci sono argomenti che più di altri stanno a cuore alla Lega dei Ticinesi. Tra questi, uno dei più importanti e che ha sempre caratterizzato la nostra azione politica è il miglioramento delle condizioni di vita delle anziane e degli anziani ticinesi. È per questo motivo – e lo diciamo subito – che oggi sosteniamo il riconoscimento della 13ma AVS.
Saremo chiamati a dire sì o no a tale rendita il 3 marzo in votazione popolare. Nelle nostre case sono già arrivate le buste per esprimere il nostro voto. È un’occasione da sfruttare al meglio, perché è giunto finalmente il momento di fare questo passo. Il nostro e vostro voto positivo non può mancare.
La maggioranza delle pensionate e dei pensionati ticinesi fatica ad arrivare a fine mese. È un dato di fatto avvalorato dai continui aumenti delle bollette per pagare i premi di cassa malati, per pagare l’elettricità e a volte gli affitti. A ciò si aggiungono le recenti riforme alla Prestazione complementare (PC). Di conseguenza, un certo numero di anziani si vedrà decurtare o addirittura revocare la rendita.
La Lega dei Ticinesi già 25 anni fa aveva portato avanti una “storica” battaglia per accordare agli anziani ticinesi una rendita supplementare. In quel caso si trattava di una prestazione destinata alle persone in età AVS, che sarebbe stata finanziata dal Cantone.
Un’iniziativa pensata ancora dal Nano che sempre ci aveva indicato come fosse indispensabile assicurare ai nostri anziani migliori condizioni di vita.
L’iniziativa venne combattuta da tutti i partiti storici, PS in testa. Dicevano che non c’era bisogno di fare questo “regalo” ai pensionati. Regalo? Ciò che è avvenuto nell’ultimo decennio ci dimostra che non si trattava per nulla di un regalo. La continua e progressiva diminuzione del potere d’acquisto in generale, ma che si ripercuote in maniera esponenziale sugli anziani, è lì a dimostrarlo.
Sono passati più di dieci anni da quando abbiamo sprecato quell’occasione. La nostra speranza è che non venga ripetuto lo stesso errore. Siamo coscienti che questa iniziativa può non essere la migliore proposta in assoluto, perché la 13ma AVS viene distribuita a innaffiatoio a tutte e a tutti, anche ai fortunati benestanti che non ne avrebbero bisogno. Ma se l’alternativa è nessuna rendita, allora dobbiamo finalmente fare questo passo. In seguito si potranno trovare gli accorgimenti legislativi per togliere questa distorsione.
Vogliamo essere pienamente coerenti con il nostro passato, con le azioni che hanno sempre contraddistinto la Lega dei Ticinesi e quindi chiediamo con convinzione un sì alla 13ma AVS per i nostri anziani. È un riconoscimento indispensabile a favore di coloro che hanno contribuito, con il loro lavoro e con i loro sacrifici, a costruire anche il nostro benessere.

Norman Gobbi e Claudio Zali , Consiglieri di Stato

Appello pubblicato nell’edizione di domenica 18 febbraio 2024 de Il Mattino della domenica

Cantoni chiamati alla cassa:“È una proposta indecente”

Cantoni chiamati alla cassa:“È una proposta indecente”

Nuovi alloggi per richiedenti l’asilo: Gobbi rispedisce al mittente la richiesta

 “È una proposta indecente: Berna vuole caricare sulle spalle dei Cantoni anche il 50 per cento dei costi per realizzare nuovi – e a suo dire – urgenti alloggi per richiedenti l’asilo”. Il Consigliere di Stato Norman Gobbi non usa mezzi termini, come suo modo di fare, bollando e rispedendo al mittente la richiesta. “Nello stesso tempo anche i Cantoni hanno preso una posizione contraria a quanto proposto dalla Segreteria di Stato della migrazione (SEM). Nel recente incontro della KKJPD, la conferenza delle direttrici e dei direttori di giustizia e polizia, ho esposto la nostra ferma contrarietà. Una posizione, tra l’altro, che come Cantoni dovevamo comunicare a stretto giro di posta, senza una vera e propria consultazione. Un no chiaro indicato soprattutto da quei Cantoni come il Ticino che già oggi sono costretti a fare molto sul tema dell’asilo, in virtù della loro posizione geografica di confine”.

Ma perché la SEM arriva con questa proposta? “Secondo le previsioni sull’andamento degli arrivi di richiedenti l’asilo nel 2024, la Segreteria di Stato della migrazione ritiene di non avere alloggi collettivi sufficienti sul territorio svizzero. Nella seconda metà di quest’anno mancherebbero 1’600 posti, che dovranno aggiungersi ai 10’500 totali oggi a disposizione. La SEM propone un investimento complessivo di circa 60 milioni di franchi, da suddividere 50/50 tra Confederazione e Cantoni. Il credito servirebbe per realizzare alloggi in strutture modulari, che altro non sono che i container adeguatamente predisposti per accogliere richiedenti l’asilo. La proposta di adibire questi speciali container quali alloggi era però stata respinta dalle Camere federali. In quel caso si trattava di un investimento superiore. Anche se in maniera più ridotta, ciò che era uscito dalla porta rientra dalla finestra”.

Ma il Direttore del Dipartimento Norman Gobbi non è sorpreso dalla richiesta di finanziare fifty-fifty l’investimento per nuovi alloggi in ambito d’asilo. “Infatti – spiega – appena la consigliera federale Karin Keller-Sutter, responsabile delle finanze, aveva parlato di risparmi nel bilancio 2025 il settore dell’asilo figurava tra quelli su cui occorreva intervenire. Un’impostazione che condivido, personalmente, ma non chiamando alla cassa i Cantoni! Sulla necessità concreta di aumentare il numero di alloggi per gli RA a mio giudizio ci sono altre soluzioni praticabile, che non comportano una spesa così onerosa per la Confederazione”, conclude il Consigliere di Stato Norman Gobbi.

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 11 febbraio 2024 de Il Mattino della domenica