L’origine dei cognomi ticinesi

L’origine dei cognomi ticinesi

Tra antichi mestieri (come Ferrari e Cattaneo), origini geografiche (Padovani e Mantovani), caratteristiche fisiche (Rossi, Gobbi e Bassi), nomi di residenza (Porta, Sala, Fontana e Chiesa) e zoonimi (Colombo e Galli). Scopriamo da dove provengono alcuni tra i più diffusi cognomi in Ticino.
Tutti abbiamo un cognome. Sin dal primissimo giorno al mondo, la nostra persona viene associata a un nome e a un cognome. Forse è anche per questo che l’onomastica ci affascina tanto.

I cognomi sono “parlanti” e possono raccontare infinite storie. Dentro di essi si condensano antichi usi, curiosi soprannomi e tradizioni passate. Il cognome diventa un catalizzatore di identità, e non solo quella individuale, ma anche collettiva, perché contiene la storia di una famiglia, di un territorio, di un’intera comunità. Il cognome è una porta sul passato, testimone di un periodo lontano che vive però nel più concreto presente. Non c’è infatti uso più quotidiano se non quello delle nostre generalità; ci accompagnano ovunque, da sempre, in ogni situazione di vita. Il cognome è una delle prime parole che impariamo a scrivere ed è uno dei termini che utilizziamo più di frequente. Forse proprio quest’uso ripetuto, automatico e naturale non ci permette più di vedere con chiarezza cosa nasconde al suo interno. La radice ne risulta opaca, come spesso accade a quelle parole sentite troppe volte, a cui non si presta più la dovuta attenzione. Ecco, proviamo allora a rispolverare la superficie, nel tentativo di dar luce nuova a quei significati nascosti tra le lettere dei nostri cognomi.

Tra i processi che hanno portato alla formazione dei cognomi si possono individuare quattro grandi categorie: quelli legati alla paternità o alla maternità (come Dalessi, Devittori, De Luigi, De Maria, eccetera); quelli relativi a una professione, un mestiere, una carica o un titolo, ad esempio Ferrari (dal latino ferrarius, indicava i fabbri), Caccia, Cattaneo (che deriva da “capitano”), Molinari, Soldati, Giudici, VescoviMarchesi e altri; i cognomi che indicano una caratteristica fisica o un soprannome, come Gobbi, Bassi, Mancini, Bianchi, Rossi eccetera; e infine, ci sono tutti quei cognomi che si riferiscono a un luogo.

Tra questi possiamo ulteriormente distinguere due gruppi: i cognomi di provenienza e quelli di residenza. Ci sono infatti nomi che indicano il luogo di cui si è originari, pensiamo a Mantovani, Padovani, il generico Lombardi, Molteni (dal paese Molteno, vicino a Lecco) e Rezzonico (dal comune omonimo che si affaccia sul Lago di Como), e poi quelli che si riferiscono alla microtoponomastica, cioè i cosiddetti cognomi di residenza, che indicano un punto all’interno di un centro abitato, come Canonica, Villa, Sala, Porta, Corti, Fontana, Riva, Chiesa, Molino, Torre, ma anche alcuni meno ovvi, come Carobbio, che deriva dal dialetto carobì, “incrocio di strade”, Caminada, da “casa con camino”, e Posterla, che indicava la “porta d’accesso al borgo”, derivato dal latino tardo postĕrŭla, “porticina di dietro”.

Un gruppo a sé è costituito dagli zoonomi, cognomi che sono quindi legati al mondo animale. Si tratta di una categoria di cognomi comune nel nord Italia e in Ticino. Non è infatti difficile trovare qualcuno nella nostra rete di conoscenze che si chiami Colombo, Polli, Ratti, Lepori (da lepri), Cavalli e tanti altri. Colombo, uno dei cognomi più diffusi nella vicina Milano, ha una storia particolarmente curiosa: al pari del partenopeo Esposito e del fiorentino Innocenti, Colombo era il cognome assegnato ai bambini “esposti”, cioè ai figli illegittimi abbandonati o agli orfani accolti negli istituti. A iniziare questa tradizione fu l’ospedale Ca’ Granda di Milano, la cui insegna raffigurava una colomba. Se quindi è certamente dallo zoonimo da cui ha origine questo famoso cognome, la sua storia si lega indissolubilmente a quella dei tanti trovatelli lombardi a cui bisognava dare un nome. 

Non tutti i cognomi sono però trasparenti e talvolta riconoscere l’origine richiede uno sforzo maggiore. Se perciò non serve spiegare che Ricci deriva da una caratteristica fisica, un nome con cui si indicavano persone con capelli ricci o crespi (altro cognome tipicamente settentrionale), ci sono infatti casi ben più complessi, che descrivono l’ampiezza di questo studio. La famiglia Cereghetti, originaria della Val di Muggio, ha un’interessante etimologia: il nome deriva presumibilmente da clericus, chierico, da cui derivano poi anche i cognomi Chierici e ClericiFumagalli, un antico cognome nobiliare diffuso soprattutto in Lombardia, sarebbe la contrattura di fuma che in dialetto significa “rubare, sottrarre” e gal; indicherebbe quindi un ladro di polli, che per estensione poteva indicare una persona poco raccomandabile. Su Crivelli ci sono invece alcuni dubbi; potrebbe avere alla radice la parola “crivello”, uno strumento da lavoro utilizzato dai mugnai, oppure potrebbe fare riferimento al crivell, un antico termine dialettale che indica uno stampo per costruire cappelli ed essere dunque nato originariamente come soprannome per i cappellai. In realtà sono moltissimi i cognomi con più di un’etimologia possibile: anche Galli, o Gallo (meno frequente in Ticino), è legato sia all’animale sia al popolo dei Galli.

I più numerosi sul nostro territorio, i Bernasconi, hanno una storia ancora poco chiara. Secondo Ottavio Lurati, esperto linguista e autore del libro “Perché ci chiamiamo così? Cognomi tra Lombardia, Piemonte e Svizzera italiana” uscito nel 2000, questo tipico cognome ticinese era assegnato a chi abitava nella zona della Bernasca, un’area vicino a Novazzano. C’è chi invece azzarda una paraetimologia divertente, ipotizzando un legame con la capitale elvetica Berna. 

Bisogna sempre considerare che i cognomi nella forma odierna possono aver subito svariate modifiche e alterazioni, tali da rendere la radice quasi irriconoscibile. In molti casi, la trasmissione orale e scritta di queste parole ha contribuito a opacizzare la forma originaria, al punto che riconoscere un’unica etimologia è sostanzialmente impossibile.

In ogni caso, questo argomento continuerà a esercitare grande fascino. I cognomi sono parte di noi, perché sono il primo, essenziale, passo nel mondo sociale. Sono ciò che ci rendono umani, l’elemento che ci restituisce individualità e che al contempo è intimo legame con una collettività più ampia.

https://www.rsi.ch/cultura/societa/L%E2%80%99origine-dei-cognomi-ticinesi–2331183.html

Le reazioni della politica ticinese dopo il ritorno di Trump

Le reazioni della politica ticinese dopo il ritorno di Trump

Dopo l’elezione di Donald Trump, alcuni rappresentanti dei principali partiti ticinesi esprimono opinioni contrastanti sull’elezione. I Verdi sono delusi, i socialisti si mostrano più moderati mentre democentristi e leghisti sono sorpresi ma felici. PLR e Centro dal canto loro si dicono preoccupati. Tutti però concordano sul carattere controverso di Trump e sull’importanza di un’analisi approfondita delle strategie politiche.

Fra delusione e soddisfazione, insegnamenti da cogliere e auspici in vista dal futuro, anche la politica ticinese reagisce all’elezione di Donald Trump, personaggio controverso ma a detta di molti col pregio di avere un programma politico più chiaro rispetto alla rivale Kamala Harris. Ticinonews ha quindi voluto far un giro di voci sulle Presidenziali statunitensi interpellando alcuni esponenti dei principali partiti ticinesi, iniziando con Nara Valsangiacomo dei Verdi, che non nasconde la sua delusione per l’elezione di Donald Trump.

Gobbi: “Una presidenza positiva per l’economia, anche europea”

Un’elezione, quella di Trump, che soddisfa anche il leghista Norman Gobbi. “Sicuramente potrà dare degli spunti positivi, penso in particolare anche a una risoluzione del conflitto in Ucraina dato che il Cremlino si è detto disposto a sedersi a un tavolo di pace. Quindi credo che sia davvero una delle prospettive principali, perché se l’Europa è destabilizzata dai conflitti ecco che ne patiscono soprattutto gli europei e di conseguenza anche la Svizzera. Perciò credo che questa presidenza sia positiva, da un lato per l’economia americana, ma poi di riflesso anche per la realtà socio-economica europea, spero”. Ma se avesse potuto, avrebbe votato Trump o Harris? “Avrei votato per Trump, perché incarna molto di più i miei valori e talvolta ha dei atteggiamenti sopra le righe, ma questo fa parte del personaggio”.
 
Valsangiacomo: “Verso un’evoluzione preoccupante della protezione ambientale”

“È un peccato, un’occasione persa. Le politiche della presidenza Biden-Harris avevano portato delle misure concrete per raggiungere gli obbiettivi della politica climatica. Io penso soprattutto in questi termini. Il ritorno di Trump significherà non solo dei passi indietro in termini di politica climatica – lo ha già annunciato – ma anche delle misure che aveva già messo in atto nel suo primo termine che riguardavano portare indietro le politiche della tutela dell’ambiente del suolo, dell’acqua e dell’aria. Vedremo un’evoluzione molto preoccupante dal punto di vista della protezione dell’ambiente”.

 
Branda: “Il tema dell’immigrazione è un combustibile fenomenale”
Più moderato, restando a sinistra, il giudizio del socialista Mario Branda, anche perché non sorpreso dall’esito delle urne. “Un risultato tutto sommato immaginabile, forse non in queste proporzioni e con questa nettezza con cui si è poi rivelata. Devo dire che i fattori possono essere molteplici – e lo sono -, però in politica il tema dell’immigrazione, della sicurezza e dei confini rimane sempre un combustibile fenomenale dal punto di vista di una campagna elettorale. Specialmente quando si è confrontati, come capita anche in America, con una popolazione anche in difficoltà o che sta subendo degli importanti processi di trasformazione.
 
Morisoli: “Chi ha condotto questo quadriennio deve piangere se stesso”
Ad essere invece sorpreso è il democentrista Sergio Morisoli, secondo cui un ritorno di questo genere, quindi di un ex presidente, “non sia mai successo prima nella storia, o perlomeno non nei recenti secoli. Per cui è una sorta di rivincita, ma si tratta soprattutto di un popolo che non ha mollato durante un quadriennio disastroso: quello condotto dai democratici. Quindi penso che chi ha condotto questo quadriennio deve rimpiangere se stesso per come lo ha condotto, perché il risultato lo abbiamo visto”. E questo nonostante una politica meno protezionistica rispetto a Trump. Non si tratta dunque di una contraddizione per un liberale convinto?  “Dal mio punto di vista il protezionismo – anche se non mi piace – è uno strumento di ritorno da sfoggiare, perché il mondo non sta andando verso un mondo liberale o liberista o di liberi mercati. Ognuno fa i propri interessi e quando quelli commerciali non bastano, ecco che arrivano anche quelli militari come stiamo vedendo. Io penso che questo protezionismo (che può essere di breve o media durata) sia una soluzione per un continente grande come l’America, che è chiamato a giocare un ruolo di primo ordine a livello mondiale, quindi è una formula economica che sul momento può pagare”.
 

Speziali: “Il presidente deve unire. Trump è una scelta problematica”
Un personaggio che Alessandro Speziali del PLR e Maurizio Agustoni del Centro valutano esattamente allo stesso modo. Per Speziali è chiaro “che nella nostra percezione è un personaggio estremamente controverso. Ha un linguaggio e un atteggiamento che alle nostre latitudini sarebbero inaccettabili. Certo, rappresenta l’anima di una larga parte dell’elettorato americano, ma ci si può aspettare l’elezione di un personaggio simile magari nel Parlamento. Il presidente deve essere anche una persona che unisce e riunisce attorno alle istituzioni. Abbiamo invece visto negli ultimi anni che le istituzioni le ha sfidate. Quindi, da questo punto di vista, è innegabilmente problematica la scelta. Però stiamo a vedere, non facciamo il processo alle intenzioni, vedremo soprattutto nella concretezza cosa avrà da dimostrare”. Speziali ha poi voluto aggiungere che “il partito democratico deve interrogarsi parecchio perché sia sulla persona che i temi è stato sbagliato parecchio. Ogni tanto il centro sinistra si perde in battaglie di società che interessano poco e l’elettorato decide altrove”.

Agustoni: “Chi si candida solo per fare opposizione non suscita entusiasmo”
Agustoni dal canto suo ritiene che lo scrutinio di oggi “insegna anche che chi si candida solo per fare opposizione a qualcun altro (o come alternativa a qualcuno) senza proporre un suo progetto, difficilmente riesce a suscitare l’entusiasmo dell’elettorato e forse questo è la motivazione principale per cui Harris non è stata eletta quale presidente degli USA”.https://www.ticinonews.ch/ticino/fra-preoccupazioni-e-soddisfazione-le-reazioni-della-politica-ticinese-dopo-il-ritorno-di-trump-403160

“Un sistema che da sussidiario è diventato predatorio”

“Un sistema che da sussidiario è diventato predatorio”

C’è un clima sempre più teso tra Cantone e Comuni. All’indomani delle critiche del sindaco di Bellinzona Mario Branda, il consigliere di Stato Norman Gobbi si dice pronto a riaprire il dialogo ma si difende: “È il sistema, dice, ad essere sbagliato”.

Sul fatto che così non si possa più andare avanti sono tutti d’accordo. Lo sono i Comuni, in difficoltà finanziarie, che all’indirizzo di Palazzo amministrativo lamentano scarsa autonomia decisionale. Lo è il Cantone che, per voce del consigliere di Stato Norman Gobbi, riconosce la necessità di risedersi allo stesso tavolo per definire chi fa e paga cosa. Un processo dal nome Ticino2020, da tempo in fase di stallo. Ma con critiche e bordate che agli occhi di Gobbi arrivano un po’ in ritardo. “Diciamo che sarebbe sciocco che siamo in una fase di stallo per diversi motivi. Da un lato c’è stato un cambio di percorso voluto anche da Consiglio di Stato nel momento in cui ha chiesto di introdurre il principio di neutralità finanziaria per ogni livello istituzionale”. Gobbi ha poi proseguito spiegando che, in questo senso, il Cantone non avrebbe quindi dovuto aumentare la sua spesa “e i flussi sarebbero dovuti pertanto venir compensati”.

“Dobbiamo ritrovare la capacità di dialogare”
In quel momento, spiega sempre il direttore del DI, non c’è stata una reazione veemente come invece avviene oggi “nel contrastare questa richiesta del Governo, che ha poi sostanzialmente creato una dinamica diversa da quelle che erano le aspettative iniziali. Oggi dobbiamo però ritrovare la capacità di dialogare e camminare assieme in questo percorso. Non possiamo permetterci di litigare, perché al centro delle nostre attività e servizi ci sono le cittadine, i cittadini e le aziende del nostro territorio”.

“Un sistema che è diventato federalista predatorio”
Cittadini e aziende che a cascata subiscono tagli e misure ai vari livelli. Di martedì la notizia di alcuni provvedimenti adottati dalla città di Bellinzona per far quadrare i conti anche in risposta ai mancati contributi cantonali. “In alcuni ambiti in cui i Comuni partecipano al finanziamento di alcuni costi, come ad esempio il settore anziani, dove la spesa sta aumentando fortemente, anche per il Cantone”. Per Gobbi il problema non è tanto il flusso o l’autonomia, “quanto il sistema che da federalista sussidiario è diventato federalista predatorio. Quindi cerco di prendere risorse laddove ci sono, per pagare e finanziare – per così dire – i miei compiti. E questo va contro lo spirito del federalismo elvetico, dove ogni livello si assume le proprie responsabilità per le proprie competenze”.

“L’intento nel 2025 come presidente di Governo è riallacciare il dialogo”
Quindi qual è la soluzione? “Da un lato riprendere lo spirito iniziale del progetto, ma dobbiamo ancora discuterne assieme. Questo perché le finanze comunali, cantonali e federali non sono rosee. La Confederazione cerca infatti di ribaltare i suoi oneri sui Cantoni. Fra i miei principali auspici nel mio anno di presidenza al Governo nel 2025 ci sarà la volontà di riallacciare il dialogo e il rapporto fiduciario – che oggi sembra scricchiolare, se non mancare – fra Cantone e Comuni nell’ottica di capire che siamo sì due livelli istituzionali, ma al centro c’è sempre il popolo ticinese”.

https://www.ticinonews.ch/ticino/gobbi-un-sistema-che-da-sussidiario-e-diventato-predatorio-403143

“Alle prossime elezioni intendo ricandidarmi”

“Alle prossime elezioni intendo ricandidarmi”

Il Consigliere di Stato ha annunciato l’intenzione di rinnovare il proprio mandato: “Credo ancora nel lavoro che sto facendo”.

16 anni in Governo, ma potrebbero diventare di più. Il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha annunciato l’intenzione di ricandidarsi alle prossime elezioni cantonali durante la trasmissione di “Detto tra noi”, in onda questa sera alle 19.30 su Teleticino. “Lo faccio perché credo ancora nel lavoro che sto facendo”, ha dichiarato il ministro. Inoltre, andare alle elezioni senza i due consiglieri di Stato uscenti leghisti “è problematico”, ha ammesso.

Sui rapporti con l’UDC, Gobbi ha dichiarato che occorrerà lavorare insieme nell’interesse dell’area politica. “È chiaro che l’UDC vuole un seggio in Governo e credo che ce la farà la prossima legislatura. L’obiettivo è di mantenere i due seggi di area. Deve essere una lista forte, indipendentemente da chi ci sarà”. Gobbi non intende invece candidarsi per il Consiglio degli Stati ad ottobre: “Non potrei mai immaginare di candidarmi ad aprile per il Consiglio di Stato e sei mesi dopo per il Consiglio degli Stati”.

https://www.ticinonews.ch/ticino/gobbi-alle-prossime-elezioni-intendo-ricandidarmi-403140

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Gobbi si ricandida. Bignasca: “Felice che voglia restare”

Con il capogruppo della Lega parliamo anche della vittoria di Trump vista dal Ticino e della crisi del Governo tedesco

https://www.liberatv.ch/news/liscio-e-macchiato/1795072/gobbi-si-ricandida-bignasca-felice-che-voglia-restare

Matteo Cocchi, un nuovo slancio per le Polizie cantonali

Matteo Cocchi, un nuovo slancio per le Polizie cantonali

Recentemente eletto presidente della conferenza dei comandanti delle Polizie cantonali svizzere, ha condiviso le sfide che la Polizia dovrà affrontare nei prossimi anni.

Matteo Cocchi, recentemente eletto presidente della conferenza dei comandanti delle polizie cantonali svizzere, ha condiviso le sue visioni e le sfide che il corpo di polizia si troverà ad affrontare nei prossimi anni. In un’intervista ai microfoni di ticinonews, Cocchi ha sottolineato l’importanza di coordinare le forze di polizia a livello nazionale per garantire una risposta efficace alle esigenze di sicurezza del paese. “Il mio compito sarà quello di coordinare tutti i comandanti e di portare tutti i miei colleghi a decisioni comuni nel bene del paese,” ha affermato, evidenziando il valore della collaborazione inter-cantonale.

Sicurezza in Svizzera: una percezione distorta
Parlando della situazione della sicurezza in Svizzera, Cocchi ha notato che, nonostante il paese goda di un buon livello di sicurezza, emergono nuove sfide. “È chiaro che ci sono delle nuove tendenze, ci sono delle situazioni che ritornano,” ha dichiarato, citando l’aumento di furti e rapine. Cocchi ha anche richiamato l’attenzione sulla percezione della sicurezza, sostenendo che “la sicurezza a volte è molto soggettiva” e che la comunicazione mediatica gioca un ruolo cruciale nel formare l’opinione pubblica riguardo a questi temi.

Innovazione e collaborazione nella lotta alla criminalità
Un tema centrale dell’intervista è stato il bisogno di un sistema integrato tra le Polizie cantonali. Cocchi ha risposto a una dichiarazione del suo predecessore, che criticava l’assenza di dialogo tra le varie polizie, riconoscendo che “oggi come oggi la possibilità di condividere informazioni tra cantoni è limitata.” Ha quindi enfatizzato l’importanza di modernizzare le leggi e le procedure per consentire uno scambio efficace di informazioni, fondamentale per affrontare fenomeni come la criminalità organizzata e la cybercriminalità. “La collaborazione negli anni è diventata migliore e si percepisce molto di più,” ha detto, indicando un passo positivo verso una maggiore integrazione.

Impegni locali e nazionali: un equilibrio da mantenere
Infine, Cocchi ha affrontato la questione della gestione degli impegni locali mentre si sposta verso un ruolo più nazionale. Ha rassicurato che “la struttura del corpo nel Canton Ticino sicuramente mi permetterà di continuare nella mia attività di comandante”, evidenziando la sua intenzione di mantenere un forte legame con le questioni locali, pur partecipando a iniziative nazionali. La sua esperienza e il suo approccio innovativo promettono di portare nuove idee a Berna, affermando con fierezza che “il Canton Ticino e il corpo della polizia cantonale potranno portare delle idee, delle innovazioni” che saranno cruciali per il futuro della sicurezza in Svizzera.

https://www.ticinonews.ch/ticino/matteo-cocchi-un-nuovo-slancio-per-le-polizie-cantonali-402881

Matteo Cocchi nominato Presidente della Conferenza dei comandanti e delle comandanti delle polizie cantonali svizzere

Matteo Cocchi nominato Presidente della Conferenza dei comandanti e delle comandanti delle polizie cantonali svizzere

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato ha preso atto con soddisfazione della nomina del Comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi alla Presidenza della Conferenza dei comandanti e delle comandanti delle polizie cantonali svizzere (CCPCS). Cocchi succede a Mark Burkhard, Comandante della Polizia cantonale di Basilea Campagna, e diventa il secondo ticinese a ricoprire questo prestigioso incarico.

Il Consiglio di Stato ha preso atto con soddisfazione della nomina del Comandante della Polizia cantonale ticinese Matteo Cocchi quale Presidente della Conferenza dei comandanti e delle comandanti delle polizie cantonali svizzere (CCPCS). Ricordiamo che questa conferenza promuove la collaborazione, lo sviluppo e lo scambio di esperienze tra i Corpi di polizia della Confederazione. La nomina è avvenuta durante l’assemblea annuale del 25 ottobre svoltasi a Emmetten in Canton Nidvaldo. Cocchi subentra per i prossimi tre anni al Comandante della Polizia cantonale di Basilea Campagna, Mark Burkhard.  

Si tratta del secondo ticinese a ricoprire questa carica di rilievo a livello nazionale: prima di lui il Comandante Giorgio Lepri, che ha presieduto la CCPCS dal 1966 al 1969. Dal 1947 a oggi, Lepri è stato il solo rappresentante ticinese a capo dell’importante Conferenza.  

In servizio come Comandante della Polizia cantonale dal 1º ottobre 2011, Matteo Cocchi è Vicepresidente della CCPCS dal 2014 e, in seno al comitato, è responsabile per l’ambito polizia di sicurezza. Dal 2013 al 2024 ha, inoltre, rappresentato la Confederazione nella rete europea ATLAS, che riunisce i reparti speciali di polizia degli Stati membri dell’Unione Europea e dei Paesi associati, oltre che dirigere in qualità di Direttore i corsi dedicati agli agenti dei gruppi speciali sotto l’egida dell’Istituto svizzero di polizia (ISP).  

A mente del Governo questa nomina rappresenta un riconoscimento significativo per il lavoro svolto dal Comandante e dalla Polizia cantonale ticinese, che negli anni hanno guadagnato un ruolo centrale nei diversi gremi di polizia a livello nazionale. La presidenza della CCPCS offrirà a Matteo Cocchi l’opportunità di rafforzare ulteriormente la cooperazione tra i Corpi di polizia svizzeri e di consolidare i risultati raggiunti negli ultimi anni dal Ticino nel settore della sicurezza pubblica.

La prostituzione si sposta negli appartamenti su Airbnb

La prostituzione si sposta negli appartamenti su Airbnb

Norman Gobbi: «Riflessioni in corso per adeguare la legge»
Il consigliere di Stato assicura che le autorità stanno già valutando come intervenire

«Non lasciamo nulla al caso». Il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, interpellato in merito alla crescita dell’esercizio della prostituzione in appartamenti non autorizzati, assicura che «la Polizia cantonale e tutte le autorità preposte monitorano costantemente la situazione, sanzionando puntualmente le irregolarità». Tuttavia, il Consigliere di Stato ammette pure che «con la velocità alla quale la nostra società muta, è importante che anche le autorità possano avere la necessaria flessibilità nel mettere in discussione e adeguare puntali aspetti critici che possono emergere in una legge». Insomma, dopo quanto emerso, il capo del DI si dice pronto a ridiscutere la legge sulla prostituzione: «Sono già state avviate delle riflessioni, coinvolgendo i vari partner». E questo perché «sono stati identificati alcuni margini puntuali di adeguamento, che andranno analizzati attentamente e si potranno tradurre in proposte concrete ». In particolare, precisa Gobbi, «il tema degli appartamenti è stato agendato dal gruppo di lavoro, anche se le implicazioni in tutte le dimensioni andranno considerate». In generale, comunque, secondo il Consigliere di Stato rimane «centrale il lavoro di prossimità che le Polizie comunali devono garantire attraverso il controllo abitanti con le preposte autorità amministrative ». Così facendo, «si presidia il territorio e si controllano le attività illegali». Nell’ottica della collaborazione accresciuta tra Cantone e Comuni, inoltre, «alcune Polizie comunali delle città (ma non tutte) hanno richiesto la delega per i compiti TESEU di spettanza comunale e collaborano attivamente con la sezione specialistica della Polizia giudiziaria cantonale». Detto ciò, dalla sua introduzione nel 2019, secondo Gobbi, «questa legge ha portato un miglioramento concreto nel contesto della prostituzione in Ticino ». D’altro canto, «è sempre necessario tenere presente che chi intende trasgredire trova spesso degli espedienti. In questi casi sta anche alle autorità avere la necessaria capacità di adeguare i mezzi di contrasto alle nuove situazioni con cui si trovano confrontate».

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 4 novembre 2024 del Corriere del Ticino

 
Cantone vs Comuni: è guerra?

Cantone vs Comuni: è guerra?

Norman Gobbi Direttore Dipartimento delle Istituzioni (LEGA)

 L’acqua è poca, ossia scarseggia, e la papera non galleggia”.

Con questa espressione descrivo le difficoltà che le istituzioni affrontano a tutti i livelli, non solo per le limitate risorse finanziarie. La presa di posizione di ACT, seppur insolita, evidenzia problematiche note, soprattutto agli amministratori comunali. Tuttavia, le difficoltà non riguardano solo i comuni, ma anche il Cantone e la Confederazione. I comuni, pur se in situazioni migliori, si vedono riversare compiti senza le relative risorse né potere decisionale, in un processo “predatorio” che scarica oneri su Cantoni e Comuni, ma non la responsabilità di scegliere. Prendiamo l’esempio della sanità, dove le incomprensioni sono continue. Parlo con cognizione di causa come direttore del Dipartimento delle istituzioni, che ha la responsabilità esecutiva del progetto Ticino 2020, mentre la responsabilità politica è condivisa con il Governo. Da anni discutiamo scenari di ripartizione dei compiti senza arrivare a conclusioni definitive. La tensione tra istituzioni è palpabile, e la responsabilità di questa situazione ricade su tutti: ciascuno ha mancato di intervenire con determinazione quando possibile, cercando soluzioni utili al cittadino e non agli interessi di parte. Sono pronto a impegnarmi nella ricerca di soluzioni concrete, ma serve un impegno collettivo. Comuni, Governo e Parlamento devono rimanere uniti e determinati oltre le dichiarazioni di rito. Solo così potremo risolvere le complessità del federalismo e favorire il bene del Cantone.

Opinione pubblicata nell’edizione di domenica 3 novembre 2024 de Il Mattino della domenica

“L’isola che non c’è… più”

“L’isola che non c’è… più”

Osservazioni sul rapporto del Servizio attività informative della Confederazione

“Quello che stiamo vivendo è un periodo di transizione, pericoloso e instabile, verso una ridefinizione dei rapporti di potere globali. E la sua durata è indeterminata. Il contesto della politica di sicurezza della Svizzera si deteriora di anno in anno e, visto l’ambiente fortemente polarizzato con multicrisi simultanee e conflitti armati in Europa e nella sua periferia, la Svizzera è nettamente meno sicura rispetto anche solo a pochi anni fa”. È un passaggio centrale delle conclusioni a cui è giunto il Servizio delle attività informative della Confederazione che ha di recente presentato il suo nuovo rapporto sulla situazione che si vive in Svizzera. Ne abbiamo parlato con il Direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi. “Questo rapporto ci fa capire come la situazione sia delicata e che per questo occorre investire per assicurare la sicurezza in Svizzera. L’investimento nella sicurezza è stato per troppo tempo sottovalutato, quasi delegittimato. Le spese per avere un esercito credibile nelle sue capacità di difesa sono state negli ultimi vent’anni di gran lunga limitate. Lo stesso discorso può valere per l’impegno e l’impiego di mezzi finanziari in Ticino per avere un Corpo di Polizia che sia davvero garante della nostra sicurezza. Quante volte ho sentito il ritornello che abbiamo troppi agenti… Eppure il lavoro svolto dagli specialisti della Polizia cantonale anche sul fronte della prevenzione contro possibili attacchi terroristici è determinante”, afferma il Consigliere di Stato Norman Gobbi.

Quali sono oggi le maggiori minacce che la Svizzera deve affrontare? “La minaccia più grave per la Svizzera a livello di spionaggio – evidenzia il rapporto del SIC – è costituita dai servizi di intelligence russi. La minaccia da parte dei servizi di intelligence cinesi è pure elevata. La guerra contro l’Ucraina e l’inasprimento dello scontro egemonico a livello globale hanno comportato un aumento della minaccia ibrida anche per la Svizzera, con l’aggravante di ciò che succede in Medioriente”, afferma Norman Gobbi, che aggiunge: “Anche la minaccia terroristica in Svizzera rimane elevata e nel 2024 si è accentuata ulteriormente. Continua a provenire principalmente da singoli individui ispirati al jihadismo. Dall’inizio del 2024 il SIC registra un’intensificazione delle attività a livello internazionale di attori di matrice jihadista. Questo lo vediamo anche dall’aumento di interventi della polizia in Europa dovuti a casi sospetti di terrorismo. Rimane alto il livello di minaccia derivante dagli estremismi violenti di destra e di sinistra, mentre assistiamo a un aumento dei casi di radicalizzazione dei minori. Tale radicalizzazione avviene online in tempi brevi e può anche portare all’esecuzione di un attacco terroristico, evidenzia il SIC. Gli strumenti per monitorare ed eventualmente affrontare queste minacce nel caso dovessero concretizzarsi non possono mancare. Ne va della sicurezza di tutti noi!”, conclude il Consigliere di Stato Norman Gobbi.

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 3 novembre 2024

Rapine ai distributori, Gobbi: “il miglior deterrente è riuscire ad arrestare i criminali”

Rapine ai distributori, Gobbi: “il miglior deterrente è riuscire ad arrestare i criminali”

Il direttore del Dipartimento istituzioni analizza il fenomeno alla luce degli ultimi fatti di cronaca. “Le cifre rimangono costanti e ciò significa che non vi è una recrudescenza. Anche il tasso di chiarimento degli autori è elevato”.

La rapina avvenuta ieri sera in un distributore di Novazzano ha riportato all’attenzione un fenomeno già noto alle nostre latitudini. “Atti di questo genere sono una costante, soprattutto nei mesi invernali, quando la notte arriva prima e finisce dopo, e in particolare in prossimità del confine”, afferma ai microfoni di Ticinonews il direttore del Dipartimento delle istituzioni (Di) Norman Gobbi. “Si tratta di questioni conosciute, ma per quello che sono gli effettivi a diposizione dell’Ufficio federale delle dogane, non è purtroppo immaginabile presidiare tutti i valichi di confine in maniera costante sulle 24 ore”.
Il monitoraggio viene eseguito in maniera digitale, con un controllo di videosorveglianze “ma ciò non costituisce un deterrente rispetto alle situazioni che si ripresentano”. Tuttavia “le cifre relative al fenomeno rimangono costanti e questo è positivo, perché significa che non vi è una recrudescenza delle rapine ai distributori”. Dall’altra parte “anche il tasso di chiarimento degli autori è elevato, grazie in particolare alla collaborazione con i colleghi italiani da parte della polizia cantonale”.

Le strategie adottate
Parlando delle strategie implementate per arginare la problematica “un accorgimento adottato nei distributori e negli esercizi di cambio valuta è stato la riduzione del fondo cassa, pensato, diciamo così, per disincentivare una possibile rapina”, prosegue Gobbi. Il deterrente principale, invece, “è proprio quello di identificare e arrestare gli autori. È uno degli ambiti su cui si è lavorato molto”.

Una problematica sotto controllo
Il fenomeno delle rapine in Ticino, è bene specificare, è sotto controllo: siamo lontani dalle cifre allarmanti di una decina di anni fa. “Tale aspetto è positivo e anche l’uso della violenza nell’ambito dei furti è calato. Ricordo che 30-40 anni fa, le rapine avvenivano a mano armata, talvolta con l’uccisione dei collaboratori dei distributori che si opponevano. Questo, fortunatamente, negli ultimi anni è cambiato”. D’altro canto “la questione resta legata in particolare a persone che hanno necessità di raccogliere denaro per i loro bisogni, tra cui il consumo di droga. Si tratta quindi di un effetto di altre cause, che ha poi ha un impatto sul nostro territorio”.

Il tema delle “baby rapine”
All’interno del computo delle rapine rientrano anche le cosiddette “baby rapine”, commesse da giovanissimi. “È una tematica tornata d’attualità negli ultimi anni”, precisa Gobbi. “Parliamo di giovani che rapinano coetanei per bullismo, ma anche per procacciarsi beni di consumo, tra cui oggetti alla moda. Alle nostre latitudini desta preoccupazione, ma non è così estrema come vediamo nelle grandi città lombardi e piemontesi”. Sicuramente “deve essere contenuta, non solo con le attività inquirenti, ma anche con una riflessione sul Codice penale che viene applicato ai minori”. Questi ultimi “vengono infatti utilizzati anche da organizzazioni criminali o terroristiche, poiché è noto che il diritto minorile è più blando rispetto a quello degli adulti”. Si rende dunque necessaria una discussione “per capire quale diritto si debba applicare a fronte di un reato molto più grave, perché non vogliamo che i minori diventino il braccio armato di chi vuole aggirare un sistema penale più duro, quello degli adulti”, conclude il direttore del DI.

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