Primo aggiornamento degli indicatori del Programma di legislatura 2023-2027

Primo aggiornamento degli indicatori del Programma di legislatura 2023-2027

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato ha pubblicato il primo aggiornamento del Programma di legislatura per il periodo 2023-2027. Il documento contiene gli obiettivi politici condivisi che orientano l’attività del Governo cantonale, descrive i progetti necessari per concretizzarli e presenta gli indicatori che ne mostrano lo stato di avanzamento al 31 dicembre 2024.

Il Consiglio di Stato ha recentemente approvato e trasmesso all’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio il primo aggiornamento al 31 dicembre 2024 degli indicatori di attuazione delle azioni legate al Programma di legislatura 2023-2027, autorizzandone inoltre la pubblicazione.  
I 36 obiettivi che il Programma di legislatura definisce per il periodo 2023-2027 si articolano attorno a tre assi tematici principali – «relazioni con la cittadinanza e le istituzioni», «sviluppo e attrattiva del Cantone Ticino» e «qualità di vita» – e sono definiti da 174 azioni, il cui stato di avanzamento è monitorato grazie a un sistema di indicatori aggiornati annualmente. Va sottolineato in particolare che – su un totale di 280 indicatori – alla fine dello scorso anno 20 risultavano essere completati, 220 in corso, 32 non iniziati, 4 rinviati e 4 stralciati.  
Per migliore la leggibilità dell’aggiornamento, gli indicatori sono stati inseriti in una versione aggiornata del documento e pubblicati su una pagina web dedicata, che può essere consultata all’indirizzo www.ti.ch/programmadilegislatura

“Vedo un Parlamento incapace di rispondere ai bisogni dei ticinesi”

“Vedo un Parlamento incapace di rispondere ai bisogni dei ticinesi”

A margine dell’incontro con la stampa per il passaggio di testimone alla presidenza del Consiglio di Stato, abbiamo incontrato Norman Gobbi per parlare dei suoi obiettivi e di come vede la situazione attuale a livello politico e non.
Norman Gobbi è diventato per la terza volta presidente del Consiglio di Stato, succedendo a Christian Vitta. L’obiettivo del direttore del Dipartimento delle istituzioni è di comunicare di più e meglio, ma anche di incontrare i sindaci di tutti i cento comuni ticinesi. Mentre per quanto riguarda il Parlamento, “siamo a un punto morto”, commenta a Ticinonews.

Comunicare di più e meglio
“Magari”, ci dice parlando dell’obiettivo principale, “in passato si è comunicato di più, magari anche troppo. Ma tra il troppo e il troppo poco c’è una via di mezzo: una comunicazione regolare dove il Governo risponde ai bisogni dei cittadini, ed è anche pronto ad ascoltare i ticinesi e le aziende”. Per il consigliere di Stato, infatti, “sono loro a svolgere il ruolo di sentinella sullo stato di salute del Cantone”. L’intenzione di Gobbi è “di portare anche una certa serenità, ma senza negare i problemi quotidiani dei cittadini”.

“Un Parlamento che non sa dare risposte ai cittadini”
Per quanto riguarda il Parlamento, secondo Gobbi “è molto frazionato da un punto di vista dei gruppi, ma anche non in grado di trovare un punto di intesa sui singoli problemi”. Questa incapacità, “in situazioni in cui ci sono sul tavolo più proposte per rispondere ai problemi dei ticinesi, come ad esempio l’aumento dei premi di cassa malati, è un danno e non permette di trovare in tempi rapidi le risposte necessarie ai bisogni dei cittadini”. E proprio per quanto riguarda l’incremento dei premi, “sta proprio al Parlamento guardarsi negli occhi e cercare di parlarsi, trovando una soluzione condivisa il più possibile”. Ma in questo caso, vien da chiedersi, il Governo non poteva proporre dei controprogetti? “Il Consiglio di Stato ha cercato di avere una linea molto prudente, perché la preoccupazione principale è di carattere finanziario: aumentano le spese, rischiano di diminuire le entrate. Ma se il Parlamento e i ticinesi ci danno un chiaro mandato, chiedendoci di ridurre le entrate dal punto di vista fiscale, il Governo dovrà fare i propri compiti e trovare una soluzione”.

“L’obiettivo non è aumentare le imposte”
Il contenimento della spesa è sempre un tema al centro dell’attualità, ma le finanze cantonali sono davvero così disastrate? E il debito, visti i paesi che continuano a indebitarsi, è realmente un male? “Il debito fondamentalmente è un male, perché pone sulle spalle delle future generazioni il peso di quello che oggi si spende. Ci sono una costituzione cantonale e una legge ticinese che impongono di non oltrepassare certi limiti di debito”. L’obiettivo, aggiunge, “non è di aumentare le imposte, ma semmai di ridurre determinate uscite a favore di una maggior rispondenza ai bisogni impellenti dei cittadini”.

https://www.ticinonews.ch/ticino/gobbi-vedo-un-parlamento-incapace-di-rispondere-ai-bisogni-dei-ticinesi-410755

 ****

Un anno nel solco della comunicazione
Norman Gobbi ha assunto le redini dell’Esecutivo cantonale subentrando a Christian Vitta: ‘Lavoriamo per tenere il cantone vivo e dinamico’

È nel solco della comunicazione e della concordanza che è iniziato l’anno di presidenza del Consiglio di Stato di Norman Gobbi. Il direttore del Dipartimento istituzioni succede a Christian Vitta, assumendo così per la terza volta la carica di presidente del governo. Alla vicepresidenza c’è ora Claudio Zali. Il programma di attività istituzionali che caratterizzerà l’anno alla guida dell’Esecutivo cantonale è stato presentato ieri ai media dallo stesso Gobbi.

Comunicazione, dicevamo. Ebbene sì, perché nel corso di quest’anno il neopresidente del governo ha intenzione di «entrare in contatto con la popolazione in maniera accresciuta rispetto a quanto fatto nel recente passato». E questo nell’ottica «di avere sì appuntamenti formali, ma anche momenti di contatto con i cittadini». Per facilitare questa comunicazione è stato attivato un canale ufficiale delle autorità cantonali su WhatsApp e Threema. Il servizio, illustra Gobbi, «sarà sfruttato per diffondere informazioni di interesse pubblico legate alle attività dello Stato, seguendo l’esempio di numerosi altri Cantoni e Città svizzere». L’intenzione è dunque di «comunicare anche le attività ordinarie del governo, non solo quelle straordinarie come fatto finora». Un aspetto, questo, «su cui siamo stati carenti». Una comunicazione più puntuale e trasparente, dice Gobbi, «anche a tutela del sistema democratico. Sistema fondato sulla separazione dei poteri che pure in Ticino ha visto situazioni problematiche, il che preoccupa». Il riferimento è alle numerose vicende che hanno coinvolto di recente il mondo della giustizia ticinese, dal ‘caos Tpc’ al ‘caos nomine’.

Incontri con la popolazione
Per quanto concerne invece la concordanza, l’esempio lampante della strada che intende seguire Gobbi è il luogo scelto per la fotografia ufficiale, scattata sul Monte Ceneri sulla ‘Piazza Ticino’. «Una scelta non casuale – rivendica Gobbi –, visto che la montagna culturalmente più alta del Ticino è proprio il Monte Ceneri». Un’immagine che ritrae i ‘ministri’ in abiti non formali, per evidenziare, afferma Gobbi, che «come governo poniamo al centro delle nostre azioni, che sia in giacca e cravatta o nella vita di tutti i giorni, il Canton Ticino e i ticinesi». E rimarca: «Al di là delle critiche che vengono formulate da destra o sinistra, da sopra o da sotto, credo che questo governo sia un governo impegnato che sta lavorando, e non solo per far quadrare i conti con il Preventivo 2026, ma soprattutto per tenere il cantone vivo e dinamico». Insomma, per Gobbi, il Consiglio di Stato e il Ticino «non sono fermi».
Il neopresidente non nega però alcune criticità: «Il nostro è un territorio stretto da un confine di Stato a sud e da una barriera geografica e linguistica a nord, il che ci fragilizza maggiormente rispetto ad altre zone del nostro Paese». Ciononostante, sottolinea, «il Ticino rimane un cantone attrattivo per diverse persone che ci scelgono come luogo di dimora. Un segnale positivo che ci permette di accogliere nuovi contribuenti, anche importanti».

Rapporto Cantone-Comuni, governo-parlamento e governo-governo
A essere privilegiato durante quest’anno di presidenza anche l’asse del rapporto Cantone-Comuni. Tra gli appuntamenti più importanti citati dal presidente del governo, l’incontro con tutti i cento sindaci del cantone che si terrà a Locarno in occasione dei festeggiamenti dei cento anni della Convenzione della pace siglata proprio nel comune sul Lago Maggiore. «L’obiettivo – ironizza Gobbi fino a un certo punto – è di portare la pace tra i due livelli istituzionali. Benché la guerra non ci sia, ci sono diverse discussioni. È fondamentale quindi migliorare il rapporto affinché ai cittadini vengano garantiti servizi di qualità». E sulla riforma ‘Ticino 2020’, il progetto che ridefinisce le responsabilità di Comuni e Cantone in svariati ambiti, Gobbi sostiene: «Stiamo lavorando in sotto-obiettivi, come per esempio rivedere la perequazione». Rapporto Cantone-Comuni, ma anche Consiglio di Stato-Gran Consiglio. «Quando il governo era diviso – rievoca Gobbi – il parlamento era più coeso. Ora che il governo è più coeso il parlamento non riesce a trovare punti di incontro». E osserva: «Con i capigruppo e l’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio, il Consiglio di Stato tiene regolarmente degli incontri. Tuttavia – non nasconde – facciamo fatica a parlarci e a intenderci». Come uscirne? «Ci vuole buona volontà. Il governo ce l’ha messa organizzando e promuovendo questi incontri. È però necessario l’impegno di tutti».
E in seno al Consiglio di Stato? «Sono disposto a fare tutto con tutti in governo, anche se non saremo mai d’accordo su tutto. È quindi cruciale lavorare insieme», rileva Gobbi e prosegue: «Amministrare amministriamo bene, anche durante le situazioni straordinarie, come la pandemia o i flussi migratori del 2015-2016». Ma c’è un ma: «D’altro canto oggi è più difficile avere delle prospettive perché molte delle competenze che un tempo erano strettamente cantonali ora sono federali. Siamo meno politici?», si chiede Gobbi. «Fortunatamente – si risponde – facciamo ancora politica, ma dobbiamo gestire diverse situazioni in cui siamo influenzati da Berna. Questo ci ruba energie: ci sentiamo limitati nella nostra azione politica, ma – rimprovera – non per nostra scelta». Numerosi, poi, i cantieri aperti. Sull’iniziativa ‘Stop all’aumento dei dipendenti cantonali’, sostenuta da una nutrita schiera di esponenti di Udc e Lega, ma anche di Plr e Centro, nonché dai vertici di Camera di commercio e Aiti e le sezioni giovanili di Plr, Lega e Udc, Gobbi nota: «Già oggi in alcuni ambiti l’Amministrazione cantonale fa fatica a reclutare funzionari. Un domani, quando i lavoratori sul mercato saranno ancora meno per ragioni demografiche, probabilmente la diminuzione dei dipendenti pubblici sarà un processo quasi naturale».

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 17 aprile 2025

****

«Cambiare narrazione ed essere più positivi»
Cambio di presidenza per il Consiglio di Stato
Norman Gobbi, pur non nascondendo i problemi, intende portare più «voglia di vincere» nell’Esecutivo e sul Gran Consiglio: «Sì, fatichiamo a parlarci»

«Qual è la montagna più alta del Ticino?». In questa domanda trabocchetto – posta ai giornalisti da Norman Gobbi durante un incontro informale con la stampa – è in qualche modo contenuto il senso dell’anno di presidenza del Governo che il «ministro» leghista ha assunto ieri mattina. Un geografo con un minimo di dimestichezza del nostro territorio, infatti, avrebbe risposto senza esitare con i 3.402 metri dell’Adula, la cui cima è situata al confine con i Grigioni. Oppure – volendo fare gli «integralisti» – avrebbe risposto con i poco più di tremila metri del Pizzo Campo Tencia, la vetta più alta interamente in territorio ticinese. Un politico come Gobbi, invece, ha risposto evocando il ben più «modesto» Monte Ceneri. Sì, perché – mettendo da parte la geografia – tutti ben sanno che, socialmente e culturalmente, quel confine tra Sotto e Sopraceneri è ben più difficile da sormontare rispetto a qualsiasi altra vetta ticinese. E non è un caso, appunto, che la fotografia ufficiale del Consiglio di Stato quest’anno sia stata scattata nella Piazza Ticino, sul Monte Ceneri, in un luogo che lo stesso Gobbi ha scelto per il suo valore simbolico, quale «punto di convergenza di un cantone che spesso è diviso, segnato dai campanilismi».
Un messaggio di unità, dunque. Ma non solo. Gobbi ha infatti insistito più volte sulla necessità di «cambiare narrazione »: «A volte gli svizzero tedeschi conoscono il Ticino meglio di noi; e noi spesso non ci rendiamo conto di quanto di buono c’è e si sta facendo nel nostro cantone». Per questo motivo, appunto, la «nuova narrazione» di cui parlava il «ministro» dovrà essere incentrata su maggiore «positività, ottimismo e voglia di vincere: senza nascondere i problemi, ma alzando la testa per cercare di risolverli». Narrazione che, per la cronaca, sbarcherà ora anche sui canali WhatsApp e Threema (quest’ultima applicazione è quella utilizzata pure dall’Esercito, poiché i suoi server si trovano in Svizzera).

Dialogare con i Comuni
Il Governo, va da sé, intende poi portare anche fuori da Palazzo questa visione. E in questo senso è già prevista una serie di sedute extra muros e di eventi pubblici sul territorio che «puntano a rinsaldare il legame fra la popolazione ticinese e le sue istituzioni». L’obiettivo, ha spiegato in tal senso Gobbi, è anche quello di comunicare di più con la popolazione, anche attraverso i media. Con momenti formali, ma anche più informali.
E il dialogo, ha inoltre tenuto a sottolineare il neopresidente del Governo, sarà rilanciato anche con i Comuni. Diverse visite nei quattro angoli del cantone (da Bedretto a Pedrinate, da Brissago a Lumino) sono già previste nel corso dell’anno. Ma soprattutto, per ricordare i cent’anni della Conferenza di Pace di Locarno (avvenuta sul finire del 1925), in riva al Maggiore sarà organizzato un incontro tra il Consiglio di Stato e i 100 sindaci ticinesi. «Con l’obiettivo di riportare un po’ di pace nelle relazioni tra i due livelli istituzionali, anche se in realtà una guerra non c’è mai stata», ha detto Gobbi con una punta di ironia.

Coesione e frammentazione
E il dialogo, poi, andrà in qualche modo ripreso anche con il Parlamento. I rapporti tra Esecutivo e Legislativo, infatti, ormai da qualche tempo sono ai minimi. Rispondendo alle domande su questo fronte, Gobbi ha rilevato che «in passato il Governo era diviso e c’era un Parlamento più coeso». Mentre oggi, al contrario, «il Governo è coeso e il Gran Consiglio fatica a trovare soluzioni condivise». E in tal senso ha ammesso che sì, nonostante gli incontri regolari, «fatichiamo a parlarci». Come uscirne? «Ci vuole buona volontà, il Governo ce l’ha messa, ma serve l’impegno di tutti». Anche perché, ha rilevato, se si vogliono trovare intese «ognuno deve concedere qualcosa».

Lavorare con tutti
E a chi rimprovera all’Esecutivo un atteggiamento da buon «amministratore» del quotidiano ma che, rispetto a Governi di 20 o 30 anni fa, ha perso la sua funzione di organo prettamente politico, che cosa risponde il presidente dell’Esecutivo? «Quando ho sentito l’ex consigliere di Stato Pietro Martinelli dire (la settimana scorsa alla trasmissione La domenica del Corriere, ndr) che all’inizio nel 1995 non era pronto a dare del “tu” a Marina Masoni ci sono rimasto male. Perché, al di là di tutto, è il popolo che ha scelto chi siede al tuo fianco in Governo. E, quindi, io nella mia mentalità sono disposto a fare tutto con tutti, basta che ci sia l’impegno. Poi non andremo d’accordo su tutto, ma almeno abbiamo lavorato assieme. Perché, in un sistema come il nostro, si deve lavorare assieme. E anche se ognuno ha la propria sensibilità si cerca sempre di trovare la quadra». Come dire: la collegialità non è per forza di cose un male. Ma non solo. «Aggiungo che amministriamo bene, sì, ma amministriamo bene anche nelle situazioni straordinarie, come durante la COVID, oppure gli afflussi migratori del 2015/16, trovando anche soluzioni creative che non hanno pesato troppo sullo Stato». Detto ciò, ha chiosato Gobbi, va anche detto «che oggi è più difficile avere prospettive, perché la Confederazione e il Parlamento federale avocano a sé sempre più competenze che una volta appartenevano ai Cantoni». È un Governo meno politico e che si sente limitato nella sua azione? «Boh… Facciamo ancora politica, fortunatamente. Ma dobbiamo anche gestire una situazione in cui siamo influenzati da più direzioni: da scelte federali, come il piano di risparmio della Confederazione, che poi noi non possiamo ribaltare sui Comuni. E il Cantone è lì nel mezzo a gestire nuovi oneri. E ciò, devo ammetterlo, ci ruba molte energie. Limitati nella nostra azione politica? Sì, ma non per nostra scelta».

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 17 aprile 2025 del Corriere del Ticino

No, anzi sì: la Scuola di polizia si terrà anche nel 2026

No, anzi sì: la Scuola di polizia si terrà anche nel 2026

Il Consiglio di Stato rivede la propria decisione

Si era pensato di non organizzarla per motivi di risparmio. Invece anche nel 2026 la Scuola di polizia si terrà: lo ha deciso il Consiglio di Stato nella seduta di ieri. Il governo ha così accolto la richiesta avanzata dal capo del Dipartimento istituzioni, e neopresidente dell’Esecutivo cantonale, Norman Gobbi, dopo aver sentito il comando della Polizia cantonale.

La rinuncia a indire per il prossimo anno la scuola era stata prospettata dal Consiglio di Stato nel messaggio sul Preventivo 2025 del Cantone. Peraltro le misure di risparmio, volte al risanamento delle finanze statali, hanno interessato pure la Scuola di polizia di quest’anno, cominciata lo scorso mese, con una riduzione degli agenti in formazione.
Scriveva infatti il governo: “La Scuola di polizia 2025 prevede l’accesso di quindici gendarmi in formazione per la Polizia cantonale, anziché i venti previsti inizialmente dalla Polizia”. E appunto: “Per il 2026 non si prevede l’organizzazione della Scuola di polizia”. Con un’interruzione quindi del ritmo annuale della formazione di base. Ciò che avrebbe causato non poche difficoltà alla Cantonale, confrontata ogni anno con un certo numero di partenze, fra agenti che vanno in pensione, quelli che optano per altre forze dell’ordine (per esempio le Polcomunali) o che decidono di cambiare professione.
L’idea di non organizzare la scuola edizione 2026 era maturata in seno al Consiglio di Stato quando la responsabilità della polizia era temporaneamente passata al direttore del Dipartimento del territorio Claudio Zali. Tornato alla testa politica della Cantonale, Gobbi, nella conferenza stampa del governo, lo scorso settembre, sul Preventivo 2025, non aveva nascosto il proprio disappunto per la ventilata cancellazione della scuola 2026. “Una riduzione degli effettivi vuole anche dire una riduzione delle prestazioni”, aveva avvertito. Contro la prospettata soppressione erano insorti le associazioni e i sindacati di polizia: Fsfp, Ocst e Vpod. E anche l’Associazione delle polizie comunali, i cui futuri agenti, nonché il personale italofono della Polizia dei Grigioni, della Polizia dei trasporti e della Polizia militare (Guardia pontificia compresa), vengono formati alla Scuola cantonale di polizia.
Come quella del 2025, e sempre per ragioni di risparmio, anche la scuola 2026, fa sapere Gobbi interpellato da ‘laRegione’, «si terrà con un numero contenuto di agenti, una decina, ma che ci eviterà di scendere sotto il numero dei posti autorizzati per la Polizia cantonale, piano dei posti autorizzati nel quale si sta gradualmente rientrando». Il risparmio? «Circa 750mila franchi», indica il direttore del Dipartimento istituzioni.
«Da quanto ci è stato comunicato nel pomeriggio (di ieri, ndr) dal comandante Matteo Cocchi, i posti per gli aspiranti gendarmi saranno dieci: speravo – aggiunge Ivan Cimbri, presidente della sezione ticinese della Federazione svizzera dei funzionari di polizia – in almeno quindici, come per la scuola di quest’anno. Mi auguro che il governo abbia fatto bene i calcoli affinché anche con dieci non si vada sotto il numero dei posti autorizzati. Ricordo che come Polizia cantonale abbiamo in media ogni anno una trentina di partenze, dovute anche a condizioni di lavoro oggi meno attrattive rispetto ad altre realtà. Detto questo, la decisione del Consiglio di Stato – sottolinea Cimbri – è senz’altro positiva, anche per i nostri partner nella sicurezza, il cui personale si forma in Ticino». Osserva il sindacalista dell’Ocst e deputato del Centro Claudio Isabella: «In Gran Consiglio nella discussione sul Preventivo 2025 avevo presentato un emendamento perché venisse annullata la decisione di non organizzare la scuola 2026. L’ho ritirato dopo che il governo aveva manifestato disponibilità a ritornare sui suoi passi. Così è stato e ovviamente siamo molto contenti, anche se contavamo su un numero maggiore di posti per aspiranti gendarmi». Soddisfatto pure il presidente dell’Associazione delle polizie comunali Orio Galli: «Rischiavamo, senza la scuola anche l’anno prossimo, di non compensare le partenze, naturali o no, nei vari corpi di polizia. Che per finire si sarebbero ‘rubati’ tra di loro gli agenti».

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 17 aprile 2025 de La Regione

****

La Scuola di Polizia si farà Ma sarà a ranghi ridotti

Il Governo ha fatto un parziale dietrofront sulla misura inserita nel preventivo 2025 – L’anno prossimo verranno ammessi per la Cantonale solo dieci gendarmi – Norman Gobbi: «Otterremo comunque un risparmio di quasi 700 mila franchi»

Ora è ufficiale: la Scuola di Polizia, il prossimo anno, si farà. Il Consiglio di Stato, nella sua seduta di ieri, ha infatti deciso di fare un parziale dietrofront dopo quanto annunciato in sede di preventivo. Come si ricorderà, tra le misure di risparmio annunciate dall’Esecutivo era stata inserita proprio la formazione dei nuovi agenti. La Scuola di Polizia, secondo quanto era stato previsto, nel 2025 sarebbe stata a effettivi ridotti – formando cioè 15 gendarmi anziché 20 -, per poi saltare del tutto nel 2026. Un provvedimento che avrebbe consentito un potenziale risparmio di quasi 2 milioni di franchi. Invece, la Scuola verrà organizzata anche l’anno prossimo, sebbene con un numero di gendarmi praticamente dimezzato. «Nel 2026 verranno ammessi 10 – e non 20 – agenti per la Polizia cantonale e almeno 7-8 per le Comunali, più alcuni aspiranti della Polizia dei Trasporti e della Polizia cantonale dei Grigioni», spiega al Corriere del Ticino il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, confermando che il Governo ha deciso di rivedere, almeno in parte, la propria decisione. «Con una Scuola di Polizia a ranghi ridotti – evidenzia il consigliere di Stato – riusciremo comunque a risparmiare quasi 700 mila franchi, garantendo così un certo impatto finanziario ». Il trend dei prossimi anni, prosegue, indica comunque una diminuzione degli effettivi: «A fronte di una trentina di partenze ogni anno, tra dimissioni e pensionamenti, dalla Polizia cantonale, il numero di effettivi è destinato in tutti i casi a calare, anche mantenendo la Scuola di Polizia. D’altro canto, però, non possiamo rischiare di andare al di sotto di una certa soglia, altrimenti limiteremmo pesantemente l’attività del Corpo». Mansioni, dice Gobbi, «che vanno ben al di là del posizionamento dei radar, come spesso si vuol far credere».

In sovrannumero
Attualmente, ricordava il Governo rispondendo qualche mese fa a una interrogazione della deputata socialista Tessa Prati, la Polizia è in sovrannumero: «A dicembre 2024 il piano posti autorizzati (PPA) della Polizia cantonale ammontava a 813 unità (funzioni di polizia e amministrativi) con un numero di esuberi pari a 35 unità (solo funzioni di polizia)». Inoltre, secondo i dati forniti a inizio anno dalla Conferenza dei comandanti dei corpi cantonali, se in Svizzera si conta un poliziotto ogni 477 abitanti, in Ticino – con oltre un migliaio di agenti – si arriva addirittura ad averne uno ogni 329 abitanti. «Ma questo si giustifica anche con la nostra posizione geografica », rileva Gobbi. «Il Ticino, quale cantone di frontiera, ha un carico di lavoro ben diverso rispetto ad altri cantoni. Ad esempio, ogni fermo condotto dalle guardie di confine, poi passa alla Polizia cantonale per il perseguimento. Se teniamo poi conto delle presenze di frontalieri e turisti, il Ticino supera regolarmente le 450 mila presenze sul proprio territorio ». Per questo, prosegue il direttore del DI, è importante non ridurre troppo gli effettivi. «Rinunciare alla Scuola di Polizia per il prossimo anno avrebbe avuto una serie di ripercussioni, anche per i Comuni. I quali, non avendo la possibilità di formare agenti, sarebbero verosimilmente andati a sottrarli dalla Cantonale, già alle prese con diverse decine di partenze ogni anno, anche verso le Comunali». Insomma, rinunciando alla formazione si sarebbe acuita la contesa per il personale. Parallelamente, però, il Governo ha anche deciso di ritoccare verso l’alto il costo di partecipazione alla formazione per i partner esterni. E quindi anche per gli enti locali, che per ciascun agente saranno chiamati a versare non più 60 mila franchi, ma 80 mila. «Una decisione – dice il consigliere di Stato – presa anche in virtù del fatto che finora il contributo richiesto agli altri Corpi per accedere ai corsi era ben inferiore al costo reale della formazione ». I Comuni, spiega Gobbi, sono già stati informati. «Del resto sapevano che, a tendere, sarebbe stato necessario procedere a un adeguamento dei costi».

«Una conquista»
Ad accogliere con soddisfazione il parziale dietrofront del Governo è stato il presidente della Federazione svizzera funzionari di Polizia, sezione Ticino, Ivan Cimbri, che nei mesi scorsi aveva duramente criticato l’annullamento della Scuola di Polizia. Al punto da mandare una lettera – insieme a OCST e VPOD – all’Esecutivo per manifestare preoccupazione per la misura e chiedere all’Esecutivo un ripensamento. «Quella ottenuta è una conquista », commenta ora Cimbri. «La Polizia cantonale non verrà penalizzata e le altre Polizie che partecipano al corso non saranno bloccate». Infatti, ricorda, «il centro di formazione si occupa anche di istruire il personale italofono per la Polizia dei trasporti e per quella militare, oltre a quella dei Grigioni. Rinunciare al corso avrebbe significato voltare loro le spalle e costringerli a riorientarsi per la formazione dei loro agenti». Insomma, «sarebbe stato un vero autogol». Il fatto poi di consentire la formazione a dieci agenti della Cantonale, prosegue Cimbri, è da leggere come un passo nella giusta direzione. «Ma spero che i calcoli siano stati fatti correttamente, visto che il Corpo perde ogni anno una trentina di agenti». In tutti i casi, secondo il presidente della Federazione dei funzionari di Polizia, rimane fondamentale riuscire a frenare l’emorragia di personale: «La Polizia cantonale, oggi, non è la realtà che offre le migliori condizioni di lavoro. Tanto è vero che, chi lascia, spesso si sposta nelle Comunali o nella Polizia dei Trasporti, ma anche in aziende private come le banche e le assicurazioni».

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 17 aprile 2025 del Corriere del Ticino