Votazione del 26 settembre 2021 – Il commento del Consiglio di Stato

Votazione del 26 settembre 2021 – Il commento del Consiglio di Stato

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato ha preso atto dei risultati della votazione cantonale odierna su tre iniziative popolari.

Iniziativa popolare «Basta tasse e basta spese, che i cittadini possano votare su certe spese cantonali»

Il Consiglio di Stato ha preso atto del voto odierno della cittadinanza, che ha respinto l’iniziativa popolare «Basta tasse e basta spese, che i cittadini possano votare su certe spese cantonali» e ha accolto il controprogetto approvato dal Gran Consiglio il 23 febbraio 2021.
La modifica costituzionale approvata dalla cittadinanza istituisce lo strumento del referendum finanziario obbligatorio «filtrato» dal Parlamento. In particolare, il controprogetto stabilisce che il Gran Consiglio, con un terzo favorevole dei presenti e con un minimo di 25 deputati, potrà sottoporre a referendum gli atti comportanti una spesa unica superiore a 30 milioni di franchi o una spesa annua superiore a 6 milioni di franchi per almeno quattro anni.
Il Governo ricorda che il controprogetto adottato nella votazione odierna è il frutto di un lungo periodo di trattative fra la Commissione parlamentare della gestione e gli iniziativisti.

Iniziativa popolare «No alle pigioni abusive, sì alla trasparenza: per l’introduzione del formulario ufficiale ad inizio locazione»
Il Consiglio di Stato saluta positivamente la decisione della cittadinanza, che ha respinto l’iniziativa popolare denominata «No alle pigioni abusive, sì alla trasparenza: per l’introduzione del formulario ufficiale ad inizio locazione».
Le statistiche mostrano che sul mercato immobiliare vi sono numerose abitazioni disponibili, elemento che contribuisce a mantenere le pigioni a un livello moderato. Il Consiglio di Stato e il Gran Consiglio non ritenevano quindi necessario introdurre l’uso di un modulo ufficiale per la conclusione di un nuovo contratto di locazione. Va comunque sottolineato che le norme attualmente in vigore consentono già al Consiglio di Stato di intervenire in modo mirato qualora in determinati Comuni si verificasse una penuria di abitazioni disponibili.

Iniziativa popolare «Le vittime di aggressioni non devono pagare i costi di una legittima difesa»
Il Consiglio di Stato prende atto della decisione della cittadinanza, che ha approvato l’iniziativa popolare «Le vittime di aggressioni non devono pagare i costi di una legittima difesa». Governo e Parlamento cantonale proponevano di respingere l’iniziativa.
Il Governo, che avrebbe preferito rimanere al sistema vigente, grazie al quale è già prevista un’indennità per le spese sostenute in caso di assoluzione o di proscioglimento nonché l’assistenza giudiziaria e la copertura delle spese legali e procedurali di chi si trova in una situazione finanziaria precaria, auspica che la soluzione di rimborso adottata non legittimi comportamenti violenti e non incentivi i cittadini a farsi giustizia da sé, con un ricorso accresciuto alle armi.

 Gobbi: “Potenziato il lavoro di intelligence della Polizia”

 Gobbi: “Potenziato il lavoro di intelligence della Polizia”

“Più performanti contro il crimine organizzato, ma non solo”

Il Consiglio di Stato mercoledì ha nominato il capo di un nuovo Reparto delle Polizia giudiziaria (RG4). “È una nomina importante – afferma il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi – ma soprattutto è importante la creazione di questo nuovo reparto della Polizia giudiziaria. È voluto in primo luogo per rendere ancora più performante la lotta contro la criminalità organizzata. Nel GR4 confluiranno tutti i servizi attivi nella raccolta, nell’elaborazione, nell’analisi e nella divulgazione di informazioni oggi distribuiti in diverse Aree della Polizia cantonale. Si tratta di creare un unico centro di competenza informatico e di intelligence a beneficio dell’operatività del Corpo”.

“Grazie alla strategia che mira a perfezionare il processo di specializzazione di determinati settori, la Polizia cantonale avrà ancora maggiori possibilità per lottare contro il malaffare, per bloccare magari già sul nascere eventuali infiltrazioni della criminalità e per sviluppare strategie preventive contro il crimine”, sottolinea il Consigliere di Stato. Norman Gobbi mette in chiaro come il controllo sul nostro territorio, grazie a uno scambio continuo delle informazioni e a un lavoro cosante di intelligence, sia essenziale per giungere a risultati concreti. “Non si tratta di invadere gli spazi dei cittadini, ma di inserirsi in processi anche informatici che nascondono attività criminali. Poter individuare tali attività ci consente di intervenire a protezione della sicurezza dei ticinesi, dei loro beni e delle loro attività economiche”.

A proposito di controlli, proprio questa settimana sono giunte dal Tribunale federale due sentenze che modificano la giurisprudenza in ambito di concessione di permessi di soggiorno, allargano le maglie per chi chiede un permesso. “Ciò provocherà sicuramente dei contraccolpi – annota il Consigliere di Stato Norman Gobbi. I nuovi paletti definiti dal TF permetteranno a un cittadino dell’UE di ottenere la residenza anche senza abitare in modo continuativo in Ticino. Basta che vi rimanga almeno per sei mesi e un giorno. Vedo già dietro l’angolo il rischio di abusi, soprattutto nel campo degli aiuti sociali. Dovremo essere pronti a mantenere i controlli, sui quali peraltro sia il Tribunale amministrativo cantonale, sia il Tribunale federale hanno sempre dato il loro sostegno”, conclude il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi.

Prolungato sino al 15 ottobre il bando di concorso per aspiranti Agenti di Custodia  

Prolungato sino al 15 ottobre il bando di concorso per aspiranti Agenti di Custodia  

Comunicato stampa

Il Dipartimento delle istituzioni comunica che è stato prolungato sino al 15 ottobre 2021 il termine per la presentazione delle candidature al bando di concorso “aspiranti Agenti di Custodia” presso le Strutture carcerarie cantonali.

La scuola per i futuri Agenti di Custodia si terrà indicativamente nella prima metà del 2022 e ha una durata di 8 mesi, durante i quali sarà possibile apprendere questa professione affascinante e dalle interessanti condizioni retributive. Per permettere a un maggior numero possibile di potenziali candidate e candidati di partecipare alla selezione, la data di scadenza del bando è stata posticipata sino al 15 ottobre 2021. E possibile consultare le condizioni d’impiego e inviare la candidatura all’indirizzo www.ti.ch/concorsi.

Le caratteristiche e le possibilità di carriera, aperta a tutti i nati tra il 1976 e il 1997, di nazionalità svizzera, in possesso di un attestato federale di capacità (AFC) o titolo superiore, e che abbiano un buono stato generale di salute, sono disponibili sul sito www.orientamento.ch
Per ulteriori informazioni sulle condizioni del concorso si può contattare il signor Enrico Ghilardi, Responsabile  al 091 815 00 11.

Presentato il nuovo “Manuale del Giudice di pace”

Presentato il nuovo “Manuale del Giudice di pace”

Comunicato stampa

Si è svolto a inizio settembre all’Auditorium della Scuola cantonale di commercio di Bellinzona alla presenza del Consigliere di Stato Norman Gobbi l’annuale incontro organizzato dal Dipartimento delle istituzioni con i Giudici di pace e i Giudici di pace supplenti. Un appuntamento che quest’anno è stato focalizzato sull’importanza della formazione e, in questo contesto, è stato presentato il nuovo Manuale del Giudice di pace curato dalla Divisione della giustizia. Una pubblicazione agile e aggiornata che diventa un sussidio didattico essenziale per lo svolgimento dell’importante funzione del giudice di pace.

Il Ticino è diviso in 38 giudicature di pace e in ognuna di essa vi è un Giudice di pace e un supplente. Nel 2020, su complessivi 47’379 incarti evasi dalla magistratura cantonale, 7’478 lo sono stati dai Giudici di pace.
I Giudici di pace sono punti di riferimento, figure rispettate che svolgono un ruolo di prossimità importante nell’ambito della giustizia. Un’autorità presente sin dalla nascita del nostro Cantone, nel 1803, e che viene eletta dai cittadini, unica carica sottoposta a elezione popolare in seno alla magistratura. Non occorre essere avvocati o giuristi per accedere a questa funzione.
Il Consiglio di Stato, e per esso la Divisione della giustizia, organizza e finanzia corsi di formazione e di aggiornamento per garantire un’adeguata e specifica formazione ai Giudici di pace che possono altresì avvalersi, nell’esercizio della carica, della consulenza specialistica dell’avv. Emanuela Colombo Epiney, dell’avv. Giorgio Bassetti e dell’avv. Enrico Pusterla.
Martedì 7 settembre 2021 è stato presentato un nuovo strumento che completa lo sforzo di formazione indirizzato ai Giudici di pace: il “Manuale del Giudice di pace”. Curato dall’avv. Ljence Milani della Divisione della giustizia, che si è avvalsa della consulenza degli avvocati Colombo Epiney e Bassetti in particolare, tratta gli aspetti generali di natura istituzionale concernenti i Giudici di pace, la procedura civile, la procedura in materia di esecuzioni e fallimenti, i procedimenti civili speciali, la proclamazione e dichiarazione di fedeltà. Contiene inoltre indicazioni ed esempi pratici, nonché riferimenti a contributi dottrinali e giurisprudenziali.
Alla giornata, molto ben frequentata, è intervenuto con un saluto anche il presidente dell’Associazione dei Giudici di pace, Guglielmo Bernasconi.   

Luce verde agli 11 milioni per il centro di Camorino

Luce verde agli 11 milioni per il centro di Camorino

Netto sì del Gran Consiglio al credito di 11 milioni

Il Gran Consiglio ha approvato il credito per il nuovo stabile. Prevista pure la ristrutturazione del controverso ‘bunker’ che in futuro sarà utilizzato solo in caso di necessità.

Via libera da parte del Gran Consiglio – con 65 sì, 5 no e 5 astenuti – agli 11 milioni di franchi per la realizzazione di un Centro cantonale polivalente a Camorino dedicato all’accoglienza di richiedenti l’asilo. Si tratta di un progetto pilota, visto che sarà di proprietà e gestito dal Cantone e non più da enti esterni come la Croce Rossa. Questo centro andrà in particolare a sostituire quello di Paradiso (uno dei tre centri collettivi per richiedenti l’asilo presenti in Ticino, oltre a quelli di Cadro e Castione) che dovrebbe chiudere al più tardi a fine 2022. Michele Guerra, relatore del rapporto della Commissione della gestione, ieri ha sottolineato i vantaggi di questa nuova struttura polivalente: comporterà una «diminuzione dei costi, una razionalizzazione dei processi e una conduzione diretta nel settore dell’asilo, in particolare nel processo integrativo».

Si cercano soluzioni per i Nem
L’edificio sarà costruito sopra il criticato ‘bunker’, l’impianto di Protezione civile (che sarà ristrutturato) nel quale sono ospitati i cosiddetti Nem, la cui domanda d’asilo è stata respinta o per i quali è scattata la procedura di non entrata in materia. Tuttavia, il nuovo centro non ospiterà queste persone che beneficiano dell’aiuto d’urgenza. Attualmente il Cantone sta cercando spazi alternativi, visto che l’intenzione è quello di chiudere il bunker (come ha chiesto il Forum Alternativo in una petizione che ha raccolto quasi 1’600 firme) entro la fine dell’anno. Alternative che, tuttavia, non sono state ancora trovate, visto che nessuno ha risposto all’appello del Cantone – pubblicato il 14 luglio sul Foglio ufficiale e scaduto il 20 agosto – per la messa a disposizione, nell’arco di almeno cinque anni, di una struttura fuori terra dotata di minimo 30 posti letto. In ogni caso «stiamo cercando soluzioni», ha affermato il consigliere di Stato Norman Gobbi durante il breve dibattito in parlamento. Nel frattempo il collettivo R-esistiamo ha ribadito recentemente in una nota che nel bunker “le condizioni di vita sono inaccettabili”. Ne chiede quindi la “chiusura immediata” e di “concedere l’utilizzo degli alloggi sfitti” alle persone attualmente presenti nel rifugio.

Il ‘bunker’ utilizzato solo in caso di necessità
Tornando al progetto di Camorino (i cui lavori dovrebbero terminare nel 2023), gli impianti sotterranei saranno ristrutturati in modo da ottenere nell’attuale rifugio privato inutilizzato spogliatoi e servizi per il personale così come un magazzino. L’impianto della Protezione civile sarà riorganizzato in settori con 8 posti letto e uno spazio comune per un totale di 48 posti disponibili. Questi spazi saranno utilizzati solamente in caso di necessità (mancanza di altri spazi), per un periodo limitato e per alloggiare esclusivamente persone considerate non vulnerabili (maschi adulti in buona salute senza famiglia a carico). «È importante poter contare su una valvola di sfogo», ha confermato il consigliere di Stato Raffaele De Rosa, ad esempio nel caso in cui la situazione internazionale incerta porti a una aumento dei richiedenti l’asilo. In generale il centro polivalente avrà una capacità totale compresa tra i 173 e i 189 posti letto, si svilupperà su tre livelli e comprenderà spazi comuni e amministrativi. Gli ospiti avranno a disposizione camere singole per portatori di handicap, camere doppie, quadruple, altre di dimensioni maggiori e appartamenti, questi ultimi pensati prevalentemente per l’accoglienza di famiglie o per chi si trova nella fase finale del suo percorso integrativo. Visto che si tratta di un centro ‘polivalente’, esso sarà pure utilizzato per accogliere persone in cerca di protezione a seguito di eventi straordinari (come catastrofi naturali) che rappresentano una minaccia o un pericolo per la popolazione.

 

Rinnovo permessi, il Tf: prassi più liberale

Rinnovo permessi, il Tf: prassi più liberale

Il centro di interessi non è prevalente. Conta la presenza continuativa dello straniero Ue.

I servizi dell’amministrazione pubblica in generale, compresi quelli del Dipartimento istituzioni, sono chiamati al rispetto delle leggi, delle ordinanze e della giurisprudenza. Giurisprudenza che cambia a seconda dell’interpretazione del diritto e che influenza giocoforza la prassi amministrativa. È quanto avvenuto, per esempio, in materia di concessione e rinnovo dei permessi di soggiorno nell’ultimo decennio. Negli scorsi giorni il Tribunale federale ha reso note due sentenze su altrettanti casi ticinesi che innovano ulteriormente la prassi in senso più liberale rispetto a quanto applicato dalla Sezione ticinese della popolazione. Secondo la massima istanza giudiziaria svizzera “(…) il mantenimento di un permesso di soggiorno presuppone un minimo di presenza sul territorio e che, per definire questa presenza, il legislatore non ha fatto capo né al criterio del centro degli interessi, né a quello del domicilio”. In pratica per il rinnovo di un permesso di soggiorno di tipo B di uno straniero proveniente da uno dei Paesi dell’Unione europea, il criterio del centro di interessi non è più prevalente. E inoltre, sempre secondo i giudici di Mon Repos, “(…) lo spostamento del domicilio rispettivamente del centro degli interessi (in pratica dove si ha la famiglia, ndr) non determina già la decadenza, che può subentrare unicamente se nel contempo sono date le condizioni previste dalla legge (…)”. Sono decisioni che cambiano di fatto la prassi ticinese e che influenzeranno non solo le pratiche per l’ottenimento e il rinnovo di un permesso di soggiorno, ma anche il diritto a eventuali aiuti sociali o allo statuto fiscale. Ne è convinto il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, che durante l’incontro stampa di ieri mattina ha presentato, con la responsabile della Sezione della popolazione Silvia Gada, le conseguenze pratiche delle due decisioni del Tribunale federale (del 3 settembre, pubblicate il 20) in ambito di residenze fittizie. «La prassi adottata dalla Sezione della popolazione è sempre stata improntata al rispetto della legge e del mandato popolare dei ticinesi e anche di parecchi atti parlamentari, di applicare in maniera restrittiva il diritto e gli accordi vigenti, ponendo un’elevata attenzione alla lotta contro gli abusi, siano essi sociali, economici o di ordine pubblico», ha spiegato Gobbi. In particolare, negli ultimi due casi, le sentenze di Losanna fanno riferimento a decisioni della Sezione della popolazione rispettivamente del 19 agosto 2015 e del 9 giugno 2016 a cui erano seguite sentenze del Tribunale cantonale amministrativo del 23 novembre 2019 e del 5 dicembre 2018.
La Sezione della popolazione, ha ribadito Gada, «si è sempre attenuta alle direttive della Segreteria di Stato della migrazione quale ufficio di riferimento che esercita la vigilanza sul suo operato. Direttive che imponevano di rilasciare il permesso per stranieri in corrispondenza alla situazione fattuale e al comportamento dello straniero». Per questa ragione si è sempre differenziato tra permessi B (soggiorno) e permessi G (frontalieri), soprattutto in Ticino, cantone di confine, dove la situazione è più complessa e articolata. «Abbiamo sempre seguito lo sviluppo della giurisprudenza in diversi ambiti, in particolare in quello dell’ordine pubblico e dei soggiorni fittizi», ha continuato Gada ricordando che già nel novembre del 2020 l’aspetto del centro di interessi era stato ridimensionato da una sentenza della massima Corte federale. “L’aspetto del centro degli interessi di una persona, cui fanno ampio riferimento le autorità ticinesi, ha in realtà una portata circoscritta, segnatamente alla procedura di decadenza, e che anche in quel contesto non costituisce affatto il criterio principale sul quale basarsi (…)”, scrivevano i giudici federali.

Quando decade il diritto al soggiorno
Secondo l’ultimissima giurisprudenza la decadenza interviene quando c’è una notifica di partenza per l’estero; sei mesi consecutivi trascorsi all’estero oppure rientri in Svizzera solo per brevi periodi; e infine se c’è lo spostamento degli interessi all’estero e vi si risiede, contemporaneamente, per oltre sei mesi. «L’entità di presenza effettiva è comunque tuttora da rilevare nell’ambito della procedura di rinnovo», ha spiegato Gada. Che precisa: «Come avvenuto in passato, il Tribunale federale e quello amministrativo tutelano i controlli e la raccolta di informazioni sia sulla documentazione trasmessa dalla persona straniera (consumi elettrici, telefonici eccetera), sia tramite preavvisi e segnalazioni dai Comuni e infine attraverso verbali e sopralluoghi amministrativi». In pratica, ha fatto notare Norman Gobbi, un titolare di permesso G (frontaliere) con rientro settimanale potrebbe, se lo desidera, ottenere un permesso B (dimorante) con tutte le conseguenze che si potranno avere in tema di aiuti sociali, assegni di prima infanzia e assoggettamento fiscale.
Va da sé che l’evoluzione delle decisioni negative per soggiorno fittizio è drasticamente calata negli ultimi sei anni: dalle 111 del 2015, alle 27 del 2001 con un picco di 272 (per evasione di arretrati, ndr) nel 2019 per un totale di 897 decisioni di non rinnovo. Stessa dinamica per le decisioni negative per pericolo dell’ordine pubblico: 163 nel 2015; 13 nel 2021 per un totale complessivo di 938 casi. «Anche per quest’ultima casistica i criteri di valutazione del rischio sono stati allentati dalla giurisprudenza federale che ha però mantenuto inalterati i parametri di controllo utilizzati per non rilasciare o non rinnovare permessi per attività lucrativa ad aziende bucalettere», ha rilevato il consigliere di Stato Gobbi. Ricordiamo che le società fittizie sono spesso la porta d’entrata alla criminalità organizzata di vario stampo e natura.

E in commissione Gestione? ‘Si va avanti’
La politica del Dipartimento istituzioni in materia di permessi è da mesi sotto la lente della commissione parlamentare della Gestione. «E continuerà a esserlo», assicura Ivo Durisch. «Anzitutto non mi è chiaro il richiamo di Gobbi al mandato popolare per giustificare una prassi restrittiva in materia di permessi – afferma il capogruppo socialista in Gran Consiglio –. Una prassi peraltro smentita su tutta la linea anche da queste ultime sentenze del Tribunale federale. Sono stati smentiti la Sezione della popolazione, il Servizio ricorsi del Consiglio di Stato e lo stesso governo. Come commissione siamo ancora in attesa che il governo ci trasmetta quanto da noi richiesto, fra cui le direttive interne per il rilascio dei permessi e quelle indirizzate ai Comuni per i controlli». Per il liberale radicale Matteo Quadranti «la conferenza stampa di oggi (ieri, ndr) è stato un tentativo di Gobbi di buttare acqua sul fuoco, non per niente si è tenuta a poco più di una settimana dall’audizione in Gestione di sindacati e associazioni padronali, che ci hanno fatto un quadro della situazione poco rassicurante sulle modalità con cui la Sezione della popolazione procede sul fronte dei permessi. E ci sono sentenze del Tf che stigmatizzano queste modalità. Senza dimenticare che non tutte le decisioni della Sezione vengono impugnate e soggette pertanto a una verifica giudiziaria».

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 23 settembre 2021 de La Regione

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Permessi, altolà da Losanna

Il Tribunale federale adegua la giurisprudenza in materia di diritto degli stranieri – Ora il concetto di «centro degli interessi» non è più decisivo in caso di revoca o decadimento – Norman Gobbi: «Ci adeguiamo ma manteniamo alta la guardia contro gli abusi»

Negli scorsi anni, il Dipartimento delle istituzioni ha applicato in maniera molto restrittiva la Legge sugli stranieri nell’ambito della concessione – o della revoca – di permessi di dimora. In particolare, per poter beneficiare di un’autorizzazione di soggiorno lo straniero doveva risiedere in maniera continuativa nel nostro cantone e, soprattutto, avere proprio in Ticino il proprio «centro degli interessi». Ebbene, nel corso dell’ultimo anno qualcosa è cambiato e il concetto di «centro degli interessi » è stato ridimensionato dalla giurisprudenza del Tribunale federale. Un primo aggiornamento della giurisprudenza era entrato in vigore nel novembre del 2020, quando l’Alta corte federale aveva emesso due sentenze relative ad altrettanti casi ticinesi risalenti a 6 e 5 anni in cui, in estrema sintesi, veniva spiegato che « l’aspetto del centro degli interessi di una persona, cui fanno ampio riferimento le autorità ticinesi, ha in realtà una portata circoscritta, segnatamente alle procedure di decadenza del permesso, e anche in quel contesto non costituisce affatto il criterio principale sul quale basarsi ». Un anno dopo, più precisamente il 3 settembre 2021, i giudici di Mon Repos emettono altre due sentenze in cui specificano ulteriormente la propria prassi. Nei dispositivi si legge infatti che «il mantenimento di un permesso di soggiorno presuppone un minimo di presenza sul territorio svizzero e che, per definire questa presenza, il legislatore non ha fatto capo né al criterio del centro di interessi, né a quello del domicilio ».

Una zona grigia
Ma cosa implica, in sostanza, la decisione di Mon Repos? Prima delle sentenze del Tribunale federale, se lo straniero lavora in Ticino in settimana e nel fine settimana rientra regolarmente in Italia per far visita alla moglie, al marito o ai parenti, rischia la revoca del permesso B. Con la nuova giurisprudenza del Tribunale federale, invece, questo aspetto non è centrale. In parole povere, se prima dell’adeguamento sarebbe stato corretto concedere un permesso G per questo tipo di situazione, ora è ammissibile anche rilasciare un permesso B. Questa resta in ogni caso una zona grigia che andrà chiarita e il Dipartimento segnalerà eventuali correttivi all’autorità federale. Tra questi, ha spiegato il direttore Norman Gobbi in conferenza stampa, vi è il rafforzamento dell’autonomia economica.

Le verifiche sul territorio
Per poter beneficiare dell’autorizzazione di soggiorno è dunque richiesta una presenza sul territorio di almeno sei mesi e il fatto di non rappresentare un pericolo per l’ordine pubblico, mentre la fiscalità non può essere un elemento determinante. In ogni modo, le verifiche eseguite dalla Sezione della popolazione, che ha competenza sul rilascio dei permessi, vengono tutelate. Come spiegato dalla capo Sezione della popolazione, Silvia Gada, «nel decidere sul rinnovo ci si basa sulla documentazione fornita dalla persona che chiede il permesso, sui preavvisi di segnalazione dei Comuni e, raramente, su verbali e sopralluoghi amministrativi ». Proprio questi controlli «vengono effettuati solo se la situazione non è chiara ». Resta da chiarire l’aspetto delle residenze fittizie. Il Tribunale federale ha specificato che un permesso decade: con la notifica di partenza per l’estero; con 6 mesi consecutivi all’estero oppure rientri in Svizzera solo per brevi periodi; con lo spostamento degli interessi/del domicilio all’estero e un soggiorno oltreconfine superiore ai 6 mesi. In parole povere, affittare un appartamento «di comodo » in Ticino per poi vivere all’estero, magari con saltuari rientri in Svizzera, continua a non essere ammissibile. «Ci adeguiamo ma manteniamo alta la guardia contro gli abusi », ha sottolineato Gobbi. E in questo senso, « i controlli sul territorio restano garanzia della sicurezza dei cittadini».

Cifre in calo
Come prevedibile, l’adeguamento alla giurisprudenza del Tribunale federale ha portato ad alcuni cambiamenti. Nel 2021 le decisioni negative riguardo al rilascio di permessi sono state finora 40. Di queste, 27 motivate con un soggiorno fittizio e 13 con motivi portato ad alcuni cambiamenti. Nel 2021 le decisioni negative riguardo al rilascio di permessi sono state finora 40. Di queste, 27 motivate con un soggiorno fittizio e 13 con motivi di ordine pubblico. Un dato in netto calo rispetto agli scorsi anni: nel 2020 le prime si attestavano a 163 e le seconde a 98, mentre nel 2019 ci sono stati ben 272 casi di soggiorno fittizio e 148 legati a motivi di ordine pubblico.

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 23 settembre 2021 del Corriere del Ticino

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Permessi di soggiorno, cambia la prassi
Il Tribunale Federale ha rivisto i criteri a cui le autorità ticinesi dovranno sottostare per rilasciare o no un permesso di soggiorno. Gli effetti si vedono già: nel 2021 sono 40 le decisioni negative

I criteri in base a cui l’Ufficio della migrazione ticinese decide se rilasciare o no un permesso di soggiorno sono da rivedere. Lo hanno stabilito alcune recenti sentenze del Tribunale Federale, presentate oggi in conferenza stampa dal direttore del Dipartimento Istituzioni Norman Gobbi e dalla capo Sezione della popolazione Silvia Gada.

I giudici di Mon Repos hanno in particolare rilevato come “L’aspetto del centro degli interessi di una persona, cui fanno ampio riferimento le autorità ticinesi, ha in realtà una portata circoscritta (…) e non costituisce affatto il criterio principale sul quale basarsi”. Una sentenza datata novembre 2020, che quest’anno, introducendo di fatto parametri meno restrittivi, si è tradotta con un calo dei permessi negati rispetto ai quantitativi degli ultimi anni: 40 da inizio 2021 contro, ad esempio, le 263 decisioni negative dell’anno scorso o le 274 del 2015.

Secondo il Tribunale Federale, infatti, le condizioni per far decadere un permesso sono, nell’ordine: una notifica di partenza per l’estero; 6 mesi consecutivi all’estero; spostamento del centro degli interessi/domicilio all’estero e, contemporaneamente, 6 mesi all’estero. Una giurisprudenza che agli occhi del consigliere di Stato Norman Gobbi fa chiarezza ma potrebbe anche portare a maggiori abusi. “Occorreranno più controlli, non solo da parte dell’Ufficio della migrazione ma da tutte le autorità preposte per capire se effettivamente una persona risiede sul nostro territorio e ha quindi diritto a tutta una serie di prestazioni”, ha spiegato Gobbi.

Un dossier, quello dei permessi, che ha sempre scaldato gli animi. In una puntata di Falò dell’anno scorso erano stati denunciati controlli ritenuti smisurati, ciò che aveva attivato anche la Commissione della Gestione. Alla domanda se la decisione del TF sconfessi la politica adottata dal DI negli ultimi anni Gobbi risponde così: “Cambia la prassi finora utilizzata. Siamo sempre stati molto rigorosi perché la popolazione, in ambito di migrazione, ce lo ha sempre chiesto”.

https://www.ticinonews.ch/ticino/permessi-di-soggiorno-cambia-la-prassi-YA4662573

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Permessi negati in calo

La giurisprudenza del Tribunale federale ha comportato un netto calo delle decisioni negative in Ticino – Il centro di interessi non così importante

Le decisioni negative riguardo al rilascio di permessi a cittadini stranieri in Ticino sono state finora 27 motivate con un soggiorno fittizio e 13 con questioni di ordine pubblico dall’inizio dell’anno. Un dato in netto calo rispetto al recente passato, se si pensa che nel 2020 le prime superavano le 160 unità e le seconde sfioravano ancora il centinaio, dopo aver sfondato quota 200 nel 2017. Sono queste le cifre presentate oggi, mercoledì, in conferenza stampa da Norman Gobbi e dalla caposezione della popolazione Silvia Gada.
I numeri in calo sono la conseguenza – è stato detto – della giurisprudenza del Tribunale federale, che non ha confortato la prassi restrittiva adottata dalle autorità cantonali, con due sentenze del novembre 2020 relative ad altrettanti casi ticinesi risalenti a 6 e 5 anni fa. “Ci adeguiamo ma manteniamo alta la guardia contro gli abusi”, ha detto il capo del Dipartimento delle istituzioni.
Mon Repos ha in particolare stabilito che l’aspetto del cosiddetto “centro vita e interessi” a cui si faceva riferimento nelle decisioni della sezione e confermate poi dal TRAM “ha una portata circoscritta alla decadenza del permesso e anche in questo contesto non è affatto è il criterio principale”. Pochi giorni fa, la massima corte elvetica ha poi “chiarito in modo inequivocabile” – parole di Silvia Gada – la definizione di soggiorno. “Lo spostamento di domicilio e di centro di interessi da solo non determina la decadenza”, scrivono i giudici di Losanna, “che interviene quando c’è la notifica di una partenza per l’estero” o in caso di assenza continuata di almeno 6 mesi.
I controlli delle presenze restano da fare, ha tuttavia sottolineato l’alta funzionaria cantonale, e sono la base delle decisioni sia positive che negative, anche da parte del TRAM e del TF. Solo di rado, ha precisato, sono necessari sopralluoghi, mentre nella stragrande maggioranza dei casi la documentazione fornita (per esempio le bollette dell’elettricità) è sufficiente.
Anche i criteri relativi al pericolo per l’ordine pubblico – fra i quali gravità e lontananza nel tempo dei reati commessi – sono stati precisati attraverso la giurisprudenza.  “Una truffa di 6 o 10 anni fa non può più essere considerata”, ha detto Gobbi, che vede invece confermata la prassi rigorosa adottata contro le ditte fittizie, le cosiddette società bucalettere. Il consigliere di Stato si è soffermato sulle conseguenze per il Cantone di quanto stabilito a Losanna: è da prevedere un impatto su altri settori di attività pubblica, fra gli altri quello fiscale, delle assicurazioni sociali e fondiario per la possibilità di acquisto di terreni o beni immobili.
La questione permessi tiene banco da un paio di anni ormai, sollevata da sindacati e padronato. Era stata il tema di una puntata di Falò del 2020, in cui si evidenziavano controlli giudicati spropositati, rifiuti e revoche di permessi per questioni ritenute minori. Se ne sta occupando la Commissione della gestione del Gran Consiglio, a cui spetta l’alta vigilanza. In una procedura rallentata dall’emergenza Covid, l’anno scorso era stato sentito proprio Gobbi. La settimana scorsa è stato il turno di padronato e sindacati e ieri, martedì, i commissari hanno tirato le somme e deciso di andare avanti.
Per Anna Biscossa, presidente della Gestione, “le audizioni hanno portato una serie di elementi che impongono di chiarire meglio se alcune difficoltà che si sono registrate sono ancora in vigore o se effettivamente tutto è stato risolto”.

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Permessi-negati-in-calo-14740968.html

Da www.rsi.ch/news

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«Il Ticino è un Cantone refrattario alle riforme»

«Il Ticino è un Cantone refrattario alle riforme»

Nel corso del dibattito non sono mancate alcune critiche – Si va dagli agenti condannati e riassunti fino agli esami di maturità «mancati» Dopo gli interventi di entrata in materia, il plenum ha iniziato a passare in rassegna i rendiconti dei Dipartimenti. Ma se sulle cifre a consuntivo non sono state sollevate obiezioni di sorta, qualche criticità qua e là non è mancata. Iniziamo dal Dipartimento del territorio. Un paio di deputati hanno infatti chiesto lumi sulla tassa di collegamento, e su questo punto Zali è tornato a confermare che non sarà presente nel Preventivo 2022.

Passando al Dipartimento delle istituzioni, il deputato del PLR Giorgio Galusero ha sollevato la questione degli agenti condannati e in seguito riassunti da alcune Polizie comunali, chiedendo se non fosse possibile impedire questa prassi. «Bisogna umanamente capire il diritto all’oblio una volta che il casellario è pulito», ha ribattuto il direttore del DI Norman Gobbi, il quale ha detto di «non poter imporre nulla ai datori di lavoro». Restando in tema di polizia, la deputata Sabrina Gendotti (PPD) ha accusato il Dipartimento di portare avanti una strategia «poco trasparente» nel «voler abbandonare le polizie strutturate per passare alle polizie-polo». Dal canto suo, invece, il deputato socialista Nicola Corti ha puntato il dito contro i tempi lunghi delle riforme «Ticino 2020» e «Giustizia 2018», parlando di «traguardi troppo ottimistici ». «Non è ora di dichiarare falliti questi due progetti? », ha chiesto. «Non darò più una data termine su un progetto », ha risposto Gobbi: «Questo Cantone è refrattario alle riforme. Se avessi voluto dormire sonni tranquilli avrei dato il minimo al Ministero pubblico ». E anche sulla collaborazione tra Cantone e Comuni si sarebbe potuti passare all’acqua bassa, ma così facendo «non avremmo reso un servizio al Paese».

Sul fronte del DECS, invece, la deputata leghista Lelia Guscio ha sollevato la questione degli esami di maturità non sostenuti dagli allievi nel 2020 a causa della pandemia. Per Manuele Bertoli, però, quella di annullare gli esami di maturità «è stata una giusta decisione, presa tra l’altro dalla maggioranza dei cantoni in Svizzera». In ogni caso si è detto «abbastanza convinto» che gli studenti che non hanno sostenuto gli esami al termine del liceo avranno all’università un tasso di successo non differente da chi non ha avuto blocchi a causa della pandemia.

Polizia cantonale: nominato un nuovo ufficiale

Polizia cantonale: nominato un nuovo ufficiale

Comunicato stampa

Nella propria seduta settimanale, il Consiglio di Stato ha proceduto a nominare Alessio Lo Cicero alla conduzione del nuovo Reparto giudiziario (RG4) della Polizia giudiziaria.

Nell’ambito della “VISIONE 2025” della Polizia cantonale, strategia che mira a ulteriormente perfezionare il processo di specializzazione di determinati settori del Corpo, è previsto un primo adeguamento parziale della struttura organizzativa, motivato dalle nuove esigenze operative, strategiche e di intelligence. Adeguamento che tocca in particolare la Polizia giudiziaria con la creazione di un nuovo Reparto giudiziario (RG4). In questo contesto il Consiglio di Stato ha designato l’Ufficiale di polizia chiamato ad assumerne la conduzione, dopo la sua entrata in funzione prevista nel corso dei prossimi mesi.

Alessio Lo Cicero, attualmente attivo quale Ufficiale con il grado di tenente presso la Centrale cantonale d’allarme (CECAL) subordinata allo Stato Maggiore Operativo della Polizia cantonale, dirigerà il nuovo Reparto con il grado di capitano. Dal 2013 sino alla promozione ad Ufficiale ottenuta nel 2018, egli ha operato in qualità di collaboratore scientifico presso la Polizia giudiziaria, ricoprendo diversi incarichi, in particolare legati allo sviluppo di nuovi progetti attinenti l’attività inquirente. Lo Cicero, classe 1985, ha ottenuto un Bachelor in economia aziendale presso la SUPSI nel 2007 ed in seguito un Master presso la facoltà di diritto e scienze criminali dell’Università di Losanna nel 2011.

Nel RG4 confluiranno tutti i servizi attivi nella raccolta, nell’elaborazione, nell’analisi e nella divulgazione di informazioni oggi distribuiti in diverse Aree della Polizia cantonale. L’intero processo è quindi volto a garantire una migliore visione d’insieme e un migliore coordinamento di queste attività, con l’intento finale di costituire un unico centro di competenza informatico e di intelligence a beneficio dell’operatività del Corpo.

Centrale comune d’allarme… al completo

Centrale comune d’allarme… al completo

Quattro postazioni operative della Polizia cantonale, altrettante delle Guardie di confine, una dei Pompieri. E dallo scorso aprile altre quattro postazioni: queste per la gestione delle chiamate al 144. Il tutto, compresa una postazione mista, nello stesso locale situato all’ultimo piano della Centrale comune d’allarme, la Cecal, in via Chicherio a Bellinzona. Inaugurata nel 2018, la Cecal da alcuni mesi può quindi contare sulla presenza anche della Centrale di allarme e coordinamento sanitario Ticino Soccorso 144. E così ora tutte le centrali d’allarme degli enti di primo intervento in Ticino sono sotto un unico tetto. Tradotto in numeri telefonici d’emergenza, parliamo del 117 (Polizia), del 118 (Pompieri), del citato 144 (Ambulanze) del 112 (numero di emergenza per tutta l’Europa) e dello 058 480 90 20, il numero della centrale di intervento dell’Amministrazione federale delle dogane. Oggi la Cecal, sottolinea il comandante della Polcantonale Matteo Cocchi, è «un vero e proprio centro di competenze degli enti di primo intervento». Che permette «interventi tempestivi e coordinati quando ci sono delle urgenze, quando i cittadini telefonano perché hanno bisogno», afferma a sua volta il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi.

‘Tecnologicamente performante, un unicum in Svizzera’
La presentazione ufficiale del nuovo inquilino della Centrale comune d’allarme sarebbe dovuta avvenire mesi addietro, ma a causa della pandemia e delle relative restrizioni è stata spostata e si è tenuta ieri. Rinviata la presentazione, ma non l’attività degli operatori e delle operatrici del 144 nello stabile di Bellinzona. La Centrale d’allarme della Federazione cantonale ticinese servizi autoambulanze, spiega Gobbi, «costituisce l’ultimo importante elemento che completa la Cecal». Il nostro cantone «è il solo a disporre di una struttura di questo tipo, che riunendo sotto il medesimo tetto tutti i partner del primo intervento consente uno scambio rapido delle informazioni». Da qui, rispetto al passato, un miglior coordinamento degli interventi e di riflesso una loro maggiore efficacia. Una struttura, la Cecal, «piuttosto performante dal profilo tecnologico», evidenzia ancora il capo del Dipartimento istituzioni. «È la più moderna a livello svizzero», puntualizza Cocchi. «Per garantire risposte rapide e adeguate nel momento in cui vi è un’emergenza, occorre unire le forze, valorizzando – aggiunge il direttore del Dipartimento sanità e socialità Raffaele De Rosa – le competenze dei membri della squadra». Ed è ciò che si è fatto e si fa alla Centrale comune d’allarme.

L’anno scorso alla Cecal pervenute 372mila chiamate
Nel 2018 alla Cecal sono giunte 256mila chiamate, l’anno seguente 258mila, 372mila nel 2020. Sono alcuni dati, illustrati dal comandante della Polizia cantonale, sull’attività della Centrale comune d’allarme dalla sua entrata in funzione. La quale, operativa ventiquattro ore su ventiquattro, «coordina e gestisce tutte le urgenze sul territorio cantonale».

‘In Ticino ogni due ore soccorriamo un abitante’
Il dottor Luciano Anselmi, alla testa della Federazione cantonale ticinese servizi autoambulanze, non ha dubbi: la presenza sotto un unico tetto delle centrali d’allarme dei vari enti che si occupano delle emergenze «ha aumentato la qualità degli interventi, a beneficio della popolazione». Un aspetto non da poco visto che, rileva ancora il presidente della Fctsa, «in Ticino soccorriamo un abitante ogni due ore».

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 22 settembre 2021 de La Regione

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Gli enti di primo intervento riuniti sotto un unico tetto

Inaugurato il tassello conclusivo della Centrale comune d’allarme (CECAL) – Gobbi: «Un unicum in Svizzera» De Rosa: «Si uniscono le forze per essere ancora più tempestivi»
Cocchi: «Scambio di informazioni ancora più facile»

Sei postazioni condivise tra Polizia cantonale e pompieri, quattro per le guardie di confine e altrettante per i servizi di ambulanza. In un’unica – e super tecnologica – sala si trovano tutti gli enti di primo intervento. Con l’inaugurazione ieri dell’ultimo tassello l’arrivo nello stabile della Centrale d’allarme cantonale (144) e della Federazione cantonale ticinese ambulanze (FCTSA) – la Centrale comune d’allarme (CECAL) è finalmente completa. «Un risultato storico, perché con tenacia siamo riusciti ad avere in un unico spazio tutti i servizi centrali delle luci blu del Cantone», ha detto il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. La CECAL, infatti, rappresenta un unicum a livello svizzero. «Con l’integrazione del 144, il Ticino è il solo ad avere una struttura di questo tipo e potrà essere da stimolo per gli altri Cantoni». In questo modo – ha spiegato Gobbi – «si risponde alla necessità della popolazione di avere una risposta immediata nei casi di urgenza». Con l’inserimento negli spazi della CECAL anche degli operatori del 144, si chiude un percorso iniziato nel 2014, quando il Consiglio di Stato approvò il messaggio con il credito necessario alla costruzione del centro. «Le tempistiche del progetto sono state rispettate e, finalmente, il Ticino raggruppa sotto un unico tetto tutti i numeri di emergenza». Un polo unico che permetterà di rafforzare lo scambio di informazioni e migliorare gli interventi sul campo.

Lavoro in sinergia
L’importanza di «unire le forze per garantire la tempestività e la qualità negli interventi sul territorio» è stata ribadita anche dal direttore del Dipartimento sanità e socialità Raffaele De Rosa. «Mettere a contatto fisicamente chi si occupa della sicurezza e del soccorso della popolazione può giovare nel momento del bisogno, quando servono massima rapidità ed efficienza». E l’arrivo della pandemia lo ha confermato: «In una situazione di crisi il lavoro sinergico tra i diversi servizi è stato una delle nostre forze, soprattutto durante la prima ondata. Con l’integrazione di Ticino Soccorso, il nuovo polo delle urgenze è completo». La centrale d’allarme rappresenta un «vero salvavita, garantendo un intervento di pronto intervento tempestivo».

Coordinamento e tecnologia
Maggiore coordinamento, ma anche più tecnologia. «La nostra centrale è attualmente la più moderna in Svizzerae rappresenta un vero e proprio centro di competenza degli enti di primo intervento », ha evidenziato da parte sua il comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi. « L’integrazione dei diversi partner è avvenuta in maniera semplice: tutti hanno capito l’importanza della nostra missione e oggi chi cerca aiuto atterra in questo centro». Fondamentale – ha ribaditoCocchi – è poi la facilità di scambio delle informazioni: « Non serve più alzare il telefono, ma basta girarsi per poter parlare con il collega. Questo garantisce ancora più velocità negli interventi ul territorio». Proprio sulla rapidità dei soccorsi si è concentrato il dottor Luciano Anselmi, presidente della Federazione cantonale ticinese servizi autoambulanze (FCTSA). «Eravamo i primi della classe dieci anni fa, quando abbiamo introdotto il 144. Siamo nuovamente i primi della classe, ora, con questo Centro ». La centrale unica, ha ricordato Anselmi, «era una necessità». Ogni anno si contano circa 200 mila chiamate di soccorso, che si traducono in 26 mila interventi. «In pratica, ogni due ore soccorriamo un ticinese. E un cittadino su quindici ha avuto contatti con i servizi di soccorso», ha spiegato Anselmi. Con la centrale unica, il coordinamento delle risorse « sarà sempre più mirato, efficiente e rapido. E basterà aprire una porta per preparare un intervento con i colleghi».

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 22 settembre 2021 del Corriere del Ticino

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Centrale comune d’allarme completa

Anche il 144 ha trovato casa nella CECAL – Cocchi: “Così potremo essere più celeri”

Tutti gli enti di primo intervento in Ticino operano finalmente sotto un unico tetto. Anche il 144 – cioè il coordinamento sanitario -, infatti, ha trovato dimora nella Centrale comune d’allarme (CECAL) a Bellinzona assieme alla Polizia, i Pompieri  e l’amministrazione delle dogane. L’inaugurazione si è tenuta martedì mattina.

“Questo ci permette di essere più celeri, di coordinare meglio gli interventi e in caso di bisogno di essere già qui insieme per poter reagire a delle situazioni particolari”, ha commentato il comandante della polizia ticinese, Matteo Cocchi.

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Centrale-comune-dallarme-completa-14738583.html

Da www.rsi.ch/news

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CECAL, tutti sotto un tetto: «Un unicum in Svizzera»

È stata inaugurata oggi la Centrale Comune di Allarme che riunisce gli enti di primo intervento a livello cantonale.
Gobbi: «Un risultato storico per un cantone all’avanguardia nella protezione della popolazione». De Rosa: «Un salvavita». Cocchi: «Giorno importante».

Tutti sotto a un tetto. Dal primo aprile scorso. Gli enti di primo intervento a livello cantonale – 112, 117, 118 e 144, oltre al numero della centrale d’intervento dell’Amministrazione federale delle Dogane (AFD) – hanno trovato casa a Bellinzona. E oggi la Centrale Comune di Allarme (CECAL) – completata di recente con gli ultimi tasselli, l’avvento nello stabile della Centrale d’allarme cantonale (144) e della Federazione Cantonale Ticinese Ambulanze (FCTSA) – vive finalmente il giorno del suo battesimo ufficiale. 

Un unicum in Svizzera – A inaugurare la struttura vi è, naturalmente, il direttore del Dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi. «Questo è un risultato che si può definire storico», esordisce con orgoglio il Consigliere di Stato. «La Centrale è un unicum a livello svizzero e questo ci pone sempre più come cantone all’avanguardia nella protezione della popolazione. Le attività degli enti di primo intervento in questo modo vengono coordinate».

Visione lungimirante – La Centrale, durante la pandemia, ha pure ospitato lo Stato Maggiore Cantonale di Condotta (SMCC). «Riunire sotto un unico tetto queste diverse realtà è stato lungimirante, soprattutto durante il periodo più buio della crisi. Quando gli spostamenti erano sconsigliati, infatti, è stato fondamentale poter riunire la maggior parte degli attori in uno spazio adeguato», sottolinea Gobbi. 

Un salvavita – La vicinanza di tutti gli enti è fondamentale per intervenire in maniera rapida ed efficace. «Unire le forze migliora la tempestività e la qualità dell’intervento», ha da parte sua precisato il Direttore del Dipartimento della sanità e della socialità Raffaele De Rosa. «Questa vicinanza ha giovato ai cittadini nel momento del bisogno». E la prova la si è avuta nella primavera del 2020 con l’avvento del coronavirus. «La centrale è stata una delle nostre forze. E con l’integrazione del 144 è diventata ancora di più un salvavita, garantendo il riconoscimento e la segnalazione precoce».

«Giorno importante» – Ovviamente soddisfatto per il completamento del progetto d’integrazione di tutti gli enti anche il Comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi: «Oggi è un giorno importante. L’integrazione del 144 rappresenta la chiusura del cerchio». Un maggior coordinamento che va a braccetto anche con la tecnologia. «La nostra Centrale è attualmente la più moderna della Svizzera. L’integrazione dei vari partner è stata semplice». La CECAL è oggi un vero e proprio centro di competenze. «Chi cerca aiuto – conclude Cocchi – atterra in questo centro. Grazie a questo oggi siamo ancora più celeri e coordinati».

Primi della classe – L’ultimo a intervenire è il Presidente della Federazione Cantonale Ticinese Servizi Autoambulanze (FCTSA), il Dottor Luciano Anselmi. «Eravamo i primi della classe dieci anni fa quando abbiamo introdotto il 144, siamo nuovamente i primi della classe ora con questo Centro». Per Anselmi la popolazione non potrà che beneficiare di questa nuova situazione: «Il coordinamento delle risorse sarà sempre più mirato, efficiente e rapido. D’altronde basterà aprire una porta e discutere con i colleghi per preparare un intervento». 

I numeri – Il lavoro, numeri alla mano, di certo non manca. In pochi anni il numero delle chiamate è infatti passato da 256’000 (2018) a 372’000 (2020). «Ogni due ore un ticinese richiede il nostro intervento», ricorda il Presidente di FCTSA, che poi snocciola altri dati. «Un ticinese su quindici ha avuto un contatto con i servizi di soccorso, mentre ai centralini arrivano oltre undici chiamate all’ora (in totale 104’663 nel 2020, ndr)». Anche per quanto riguarda la rianimazione di una persona in arresto cardiaco il Ticino è all’avanguardia: «Più di un ticinese su sei è in grado di effettuare una rianimazione», conclude Anselmi. «Il tasso di sopravvivenza è attualmente al 60%, sul livello di quello che troviamo ad esempio a Las Vegas. La media svizzera è invece solo del 20%».

https://www.tio.ch/ticino/attualita/1536710/centrale-intervento-enti-svizzera-primo-cecal-tetto-unicum

Da www.tio.ch