Norman Gobbi presidente della Regio insubrica

Norman Gobbi presidente della Regio insubrica

Questa mattina a Mezzana sono stato nominato Presidente della Regio insubrica. Carica che assumerò fino al mese di giugno. Di seguito il testo integrale del comunicato stampa ufficiale.

Comunicato stampa
In un clima cordiale e collaborativo si è tenuta questa mattina a Mezzana (Cantone Ticino) la prima riunione dell’Ufficio Presidenziale e del Comitato Direttivo della Comunità di lavoro Regio Insubrica dopo l’entrata in vigore l’11 dicembre scorso della nuova Dichiarazione d’Intesa e del nuovo Regolamento Finanziario.
Considerato che di norma il Presidente di turno viene nominato nel mese di giugno in occasione dell’Assemblea generale, si è deciso che il Presidente del Consiglio di Stato del Cantone Ticino, Norman Gobbi assuma la carica sino a tale data per poi passare le consegne ad un rappresentante delle due Regioni per il periodo 2016/2017.
Si è preso atto con piacere che la Regione Piemonte sarà rappresentata in Ufficio Presidenziale dal Vice Presidente Aldo Reschigna, mentre la Regione Lombardia dall’Assessore post EXPO e città metropolitana, Francesca Brianza.

Il ricordo, la bestiola e il beccaio

Il ricordo, la bestiola e il beccaio

Da Corriere del Ticino – In questi giorni caratterizzati dalla «Settimana ticinese della Cazzoeula nei giorni della merla», organizzata da Ticino a Tavola su idea del «Cazzoeula Club Ticino» e prevista in oltre venti esercizi pubblici dal 22 al 31 gennaio, ho ripreso carta e penna, che nell’epoca odierna si sono trasformati nei famosi tablet, per scrivere un articolo volutamente non politico ma espressamente orientato al ricordo e alla cura della tradizione.

Al centro del piatto della cazzoeula (o cazzöla) c’è, lo rammento, il maiale. Animale sempre usato in maniera ambivalente e pure ingrata, come ci ricorda lo scrittore italiano Cesare De Marchi, poiché «del porco usiamo la carne come cibo e il nome come insulto». Un animale da cortile, allevato oggi in maniera molto discreta considerate le spiacevoli esalazioni dei suoi scarti digestivi, che sa però attirare attenzione e curiosità di grandi e piccini quando d’estate sono distesi grufolanti nei loro recinti sui nostri alpeggi. Viene loro riservato un tale interesse, quasi come se fossero animali in via d’estinzione, ma in realtà il motivo è più semplice: non sono più animali visibili quanto lo erano un tempo.

Un tempo ormai quasi lontano. Infatti, preservo solo il ricordo – peraltro non visivo – dell’allevamento di maiali di mio nonno paterno a Piotta, posto in prossimità dell’argine del fiume Ticino lontano dall’abitato, la cui attività cessò con l’arrivo del cantiere dell’autostrada. Del porcile oggi rimangono solo le recinzioni, depositate sotto la tettoia di nonno Dante. Il rapporto uomo-maiale ai giorni nostri è più distante e meno vissuto, se non nel piatto. La carne suina, d’altra parte, è da sempre quella più consumata in Svizzera; nel 2014 il consumo nazionale pro-capite di carne di maiale è stato di 23,7 chili, il doppio rispetto a quella di pollo (11,9) e di manzo (11,5). Un rapporto che, approfittando della lingua madre dialettale leventinese, può raggiungere apici amorevoli; la parola valligiana (ma attenzione non ovunque) per indicare il suino è infatti «bisc’öu», pronunciato in «bishtchiöu», che richiama un’amorevole bestiola. Un amore che attraverso la simbologia, la tradizione, i detti e i proverbi ha connotato il rapporto con il suino, che a differenza degli altri animali della corte è allevato unicamente per la sua carne, rendendolo un elemento basilare della nostra cultura, del nostro immaginario e della nostra cucina.

Prima di giungere sul bancone il maiale deve passare dal contrappasso, ossia deve essere alimentato dal cibo di scarto (la famosa «corobbia») diventando per finire a sua volta una pietanza. Ovviamente con valore, visto che del «maiale non si butta via nulla». Un contrappasso gestito con arte e cura dall’altra figura protagonista di questo mio pezzo, il macellaio. Professione oggi segnata dalla difficoltà di reclutare giovani leve e minacciata dalla tecnologia, come presagivano alcuni articoli apparsi qualche tempo fa. Si tratta di una professione antica, ricca di tradizione artigiana. A questo proposito nacquero, infatti, le corporazioni dei macellai come la fiorentina «Arte dei Beccai», in cui l’uomo (e più raramente la donna) ne era l’attore principale.

Quest’arte la conobbi e parzialmente l’appresi da ragazzo, lavorando d’estate nella macelleria dei signori Piccoli a Piotta guidati prima dal Pepi (Giuseppe), nel frattempo venuto a mancare, e poi dal figlio Fausto che da 20 anni gestisce l’attività di famiglia. «Bic’éi» (pronunciato in «bichiéi») è il nome che usava e usa tutt’ora mio nonno per indicare l’attività commerciale prima del Pepi e poi del Fausto; nomi per noi, figli degli anni Settanta e Ottanta, quasi sconosciuti perché già abituati al più ferroviario – dialettalmente parlando – «macelar». Termine usato comunemente in dialetto sino forse agli anni Sessanta, per poi cadere in disuso, e proveniente dal francese «boucher» che ha poi la stessa etimologia del «beccaio», ossia venditore di carni del becco (nel senso del caprone); un uso diffuso nell’area lombardo-veneta («bechér»), all’Emilia-Romagna («bcär») sino alla meridionale Calabria («bucceri»).

Un’arte in cui la manualità, l’uso degli strumenti di taglio, poi il sapiente dosaggio delle «droghe» (così chiamate dal Pepi e dal Fausto, ossia il sale e le spezie) e la capacità di gestire la maturazione della carne sono essenziali e dipendono molto dall’esperienza, dalla professionalità e dalla tradizione del «bic’éi». Il tutto però con un inizio crudele, vale a dire la macellazione della bestiola, che inizia con l’arrivo del suino al macello (quello di Piotta ancora operativo), prestando attenzione a non causare uno stress eccessivo all’animale negli istanti precedenti il colpo letale. È questo l’epilogo dell’amorevole rapporto tra uomo e maiale? Fortunatamente no. Infatti, sia durante la squartatura che in seguito durante la disossatura e i successivi processi di lavorazione della carne, l’attenzione artigianale impiegata dai macellai è una continuazione del rapporto tra il suino e l’essere umano. Questa relazione prosegue poi nella cura della maturazione dei salumi, dove ricordo ancora commosso la paziente diligenza del Pepi nell’occuparsi dei sui salametti, salami e prosciutti. Così come rammento pure la golosa attesa dei clienti per le luganighe fresche, appena legate nel «laboratori» (il locale di lavorazione), e per i nuovi «codegotti», appena insaccati e lasciati riposare qualche ora appesi sul «capin».

In questi giorni non ci gusteremo quindi solo il piatto della nostra tradizione culinaria, perché la cazzoeula è molto di più: è tradizione, ricordi, storie umane, artigiana professionalità, ma soprattutto la sua essenza nasce dal rapporto tra la bestiola e l’essere umano. Non dimentichiamolo e saremo così grati continuatori di quanto ci è stato trasmesso attraverso i decenni: dai nomi dialettali ormai antichi, ai gusti che ritroveremo gustando le succulenti preparazioni della ventina di ristoratori che rendono viva questa «Settimana ticinese della Cazzoeula nei giorni della merla».

Norman Gobbi

Monte Ceneri: cade un’altra frontiera

Monte Ceneri: cade un’altra frontiera

Da LaRegione del 21 gennaio 2016: un mio articolo d’opinione sulla caduta del diaframma della Galleria di base del Monte Ceneri. Una data storica per il nostro Cantone.

Un grande orologio digitale, alla fermata dei bus davanti alla stazione di Bellinzona ci indica i giorni, le ore, i minuti e persino i secondi che mancano al momento storico dell’entrata in servizio della galleria di base del San Gottardo. Da mesi ormai non si contano più le manifestazioni e gli interventi di quanti sono in trepida attesa dell’inaugurazione prima, e della messa in servizio poi, di quella che, con i suoi 57 chilometri, è la galleria più lunga del mondo. L’entrata in servizio di questa nuova tratta ferroviaria riuscirà a trasformare, ancora una volta, il massiccio che divide geograficamente il Ticino dal resto della Confederazione in un elemento di unione, avvicinandoci ulteriormente ai nostri connazionali transalpini.

Tuttavia, per quanto maestosa, la galleria di base del San Gottardo è solo un tassello di quel progetto più ampio che è AlpTransit: un’opera che non può fermarsi a Bellinzona, ma che deve coinvolgere tutto il Ticino e la Svizzera. L’attesa per l’inaugurazione del nuovo tunnel del Gottardo non deve quindi farci dimenticare la tratta della Nuova trasversale ferroviaria alpina che si sviluppa a Sud del Gottardo, in direzione di Lugano e – in futuro – di Milano. Nutre pertanto un’importanza fondamentale per il progetto, e ancora di più per il nostro cantone, la galleria di base in costruzione sotto un altro monte che, pur se con un’altitudine più modesta, spesso divide gli animi più del Gottardo: il Monte Ceneri. Per poter, infatti, avvicinare il Ticino – tutto il cantone – al resto della Svizzera, bisogna avvicinare tra loro i poli di Lugano, Bellinzona, Locarno, Mendrisio e Chiasso, la galleria di base del Monte Ceneri permetterà di rendere più vicine – almeno nei tempi di percorrenza – queste città.

Lasciamo pertanto da parte quest’oggi il Gottardo e la sua galleria – ci sarà tempo per celebrarlo – e festeggiamo, insieme alle autorità, agli ospiti e a quanti hanno partecipato allo scavo, la caduta dell’ultimo diaframma del tunnel di base del Monte Ceneri. Grazie al duro lavoro di un vero e proprio esercito di minatori, oggi 21 gennaio 2016 sarà abbattuta l’ultima parete di roccia che separa il Sottoceneri dal Sopraceneri: un ulteriore passo verso la realizzazione della “Città-Ticino”! Alla sua completa messa in opera, la galleria di base del Ceneri consentirà un notevole risparmio di tempo nei vari collegamenti; ad esempio tra Lugano e Locarno è prevista una riduzione del tempo di percorrenza dagli attuali 50 minuti a soli 22 minuti, mentre tra Bellinzona e Lugano la riduzione prevista è da 21 a 12 minuti. Oltre a questa riduzione tecnica dei tempi di percorrenza è previsto anche un miglioramento delle interconnessioni con la vicina Lombardia e alla metropoli meneghina e l’istituzione di nuove linee ferroviarie da parte della TiLo, migliorando in questo modo il trasporto pubblico e la mobilità sostenibile per un Ticino più unito.

Due tunnel per un Paese più unito

Dal Corriere del Ticino di martedì 12 gennaio 2016 un mio articolo d’opinione sul risanamento del tunnel del San Gottardo

Il motto «Unus pro omnibus, omnes pro uno» – impresso sulla cupola di Palazzo federale – accompagna la Svizzera da oltre sette secoli, fin dalla lotta dei Cantoni fondatori del 1291. In occasione del tradizionale incontro con i consiglieri di Stato della Svizzera, avvenuto qualche giorno fa a Interlaken, il Ticino ha voluto ribadire questo messaggio di unione e di solidarietà, nella speranza che echeggi attraverso il Paese anche il 28 febbraio, quando ci esprimeremo sul risanamento del tunnel autostradale del San Gottardo.
Il San Gottardo va risanato. Su questo punto non vi sono dubbi. La costruzione di un secondo tunnel scelta da Consiglio federale e Parlamento – dopo lunga e minuziosa analisi di tutte le varianti – è l’unica che evita al Ticino un isolamento di quasi tre anni dal resto della Svizzera. Questo elemento, da solo, dovrebbe bastare per convincere non solo i cittadini ticinesi, ma anche tutti i concittadini svizzeri. Nessun cantone, infatti, accetterebbe mai di restare senza un collegamento stradale con il resto della nazione. Senza il secondo tunnel, verrebbe messa a rischio pure la coesione nazionale del nostro Paese, per la quale il Ticino – minoranza linguistica e culturale – gioca un ruolo fondamentale.
Non dobbiamo poi dimenticare che la costruzione di un secondo tubo è anche l’unica soluzione che permette realmente di accrescere la sicurezza nella galleria, eliminando il rischio di scontri frontali che negli ultimi anni hanno causato ancora troppi incidenti. La separazione delle direzioni di marcia – non solo sulle autostrade ma anche nei tunnel ferroviari – è cruciale per la sicurezza dei viaggiatori. Un aspetto, quest’ultimo, che sarebbe pericoloso relativizzare e che al contrario deve essere messo al centro delle decisioni sull’avvenire del San Gottardo. Un elemento fondante del nostro Paese, che incarna i valori sui quali la Svizzera – la nostra Patria – è stata forgiata.
Sostenere questo progetto è quindi un gesto di solidarietà confederale, ma anche un gesto di responsabilità nei confronti delle future generazioni. La variante di risanamento scelta dal Governo federale è infatti sostenuta da una serie di vantaggi concreti e indiscutibili. La costruzione di una seconda galleria monodirezionale offre il migliore rapporto tra costi e benefici, poiché è l’unica utile anche per i risanamenti futuri, che saranno necessari ogni 30-40 anni. Non da ultimo, ogni anno l’economia di tutta la Svizzera fa transitare attraverso il tunnel del San Gottardo merci per un valore di oltre 9 miliardi di franchi; pensare che con il tunnel chiuso questo flusso possa scorrere senza intoppi è irrealistico e irresponsabile.
Il Governo del Canton Ticino ha quindi rivolto ai membri di tutti gli altri Esecutivi cantonali un chiaro invito a sostenere il tunnel di risanamento del San Gottardo e a ribadire la forza del sistema federalista svizzero, anche il 28 febbraio prossimo. Due tunnel. Una Svizzera.

Un astronauta che parte per lo spazio

Un astronauta che parte per lo spazio

Da Cdt.ch – Il 2015 è agli sgoccioli e il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi ripercorre in questa intervista concessa al Corriere del Ticino il suo anno: da cittadino, da candidato in campagna per le cantonali, da presidente e da candidato al Consiglio federale. Di tutto un po’ sui passati 12 mesi vissuti, dice lui, «come un astronauta che parte per lo spazio». Gobbi getta anche un occhio all’anno che verrà: il 2016 sarà contraddistinto dalla sfida delle finanze cantonali con la manovra da 180 milioni di franchi che giungerà in primavera. Raddrizzare le finanze è possibile o impossibile? «Si tratta di un’impresa titanica, ma non impossibile. Lo dobbiamo ai cittadini e alle future generazioni».

Fine anno, è tempo di bilanci. Tracci quello del Consiglio di Stato che presiede dal mese di aprile.
«Sono stati mesi intensi e con un’agenda politica molto ricca. È stato fondamentale definire subito le priorità della legislatura, dove spicca il risanamento finanziario volto a riequilibrare le risorse disponibili rispetto ai bisogni a cui rispondere. Un obiettivo per il quale si rende pure necessaria una revisione dei compiti dello Stato. Nella politica, come nello sport, è importante partire bene e penso che il nuovo Governo abbia cominciato con lo spirito giusto. Come presidente dell’Esecutivo ho portato alcune mie peculiarità nella gestione delle sedute: sono pragmatico e ritengo essenziale trovare delle soluzioni alle diverse questioni. I cittadini ticinesi hanno bisogno di risposte concrete».

E se dovesse dare anche la pagella al Gran Consiglio, quale sarebbe il giudizio?
«Naturalmente i primi mesi sono di “assestamento” a seguito dei rapporti di forza emersi dopo le elezioni, ma sono convinto che in futuro si troveranno più punti d’intesa per lavorare insieme per il bene della cittadinanza. Ho visto un Parlamento pronto all’ascolto e consapevole delle sfide cruciali cui il Ticino è confrontato. Sfide che in taluni casi necessitano di guardare oltre gli steccati di partito, mettendo al centro i bisogni e le preoccupazioni della popolazione. Solamente in questo modo, quando tutti gli attori “remano” nella stessa direzione, si può lavorare costruttivamente insieme per raggiungere obiettivi comuni».

A livello di Governo cosa ha funzionato alla perfezione?
«Siamo riusciti a fare gioco di squadra, a cominciare dalla definizione delle priorità di legislatura. In qualità di presidente ho giocato la mia parte cercando di creare momenti per “fare gruppo” anche fuori dalla sala del Consiglio di Stato, come i pranzi dopo le sedute oppure i momenti informali come ad esempio la visita alla sagra di San Martino».

E cosa, invece, merita qualche aggiustamento in vista del 2016?
«Riprendo nuovamente una metafora sportiva: l’importante sarà “non mollare!”. Di ostacoli sul nostro cammino ne incontreremo sicuramente molti, ma, restando uniti e continuando a fare gioco di squadra, sono certo che riusciremo ad affrontare al meglio le sfide future».

Le elezioni cantonali non hanno prodotto scossoni, solo il cambio di una persona. Cosa è mutato nei rapporti interni dalla gestione di Laura Sadis a quella di Christian Vitta?

«Ognuno naturalmente porta in Consiglio di Stato le sue peculiarità e le sue idee, come ha fatto il collega Christian Vitta in questi suoi primi mesi all’interno del Governo. Christian Vitta era in Parlamento da molti anni e conosceva quindi già molto bene i dossier importanti, a cominciare dalle questioni legate alle finanze pubbliche».

È in arrivo la manovra da 180 milioni per raddrizzare le finanze cantonali. Ma lei ci crede davvero?
«Certo. Si tratta di un’impresa titanica ma non impossibile. È giunto il momento di invertire la tendenza e di chiederci finalmente, in maniera seria e costruttiva, quali sono i compiti che lo Stato deve garantire per offrire un servizio sempre più di qualità. In questo modo si valorizzerebbe la progettualità nei diversi settori d’intervento. Lo dobbiamo ai nostri cittadini ma lo dobbiamo soprattutto alle generazioni future, sulle quali ricadranno le scelte che compiamo oggi».

Il prossimo anno sarà quello della prova del nove per la classe politica ticinese?
«Direi proprio di sì. Ci attendono sfide importanti e ognuno dovrà fare la sua parte. Solamente insieme, attraverso sforzi comuni, potremo infatti costruire il Ticino di domani su solide fondamenta. Un Ticino che oggi deve guardare in avanti con ottimismo e con la voglia di cambiare».

Veniamo al suo spirito leghista. Non teme che il vostro sposare la verve tassaiola (ad esempio con la tassa di collegamento) finirà per portare alla ribellione dei vostri elettori?
«Lo spirito e i valori della Lega sono rimasti quelli del 1991 ma naturalmente oggi alcune circostanze sono cambiate. Dal 2011 il nostro movimento ha la maggioranza relativa in Consiglio di Stato ed è quindi chiamato a prendere delle decisioni anche di Governo. In ogni caso credo che la miglior risposta siano i risultati ottenuti nelle elezioni del mese di aprile (ndr. la Lega ha ottenuto quasi il 28% dei voti), che dimostrano quanto i cittadini abbiano apprezzato il nostro lavoro all’interno dell’Esecutivo».

Ma è consapevole che non tutti i leghisti (seppur rimasti silenti) condividono la tassa sui posteggi?
«Quello che so è che il movimento in Gran Consiglio ha appoggiato compatto il progetto di Claudio Zali, dando prova di grande maturità. Naturalmente, l’unanimità su tutte le questioni è un’utopia, in politica come nella vita».

A volte la vita di un politico è appesa ad un filo che, d’un botto, diventa un cavo d’acciaio. Alla vigilia delle cantonali c’è chi la dava in difficoltà. E poi…
«Questa è la politica: una bellezza! (ndr. ride). Ogni uomo politico è cosciente dell’incertezza che regna a ogni tornata elettorale. Io ho sempre cercato di mettere al centro del mio operato progetti concreti, ascoltando le preoccupazioni dei cittadini. Penso che i 73.540 voti personali ottenuti ad aprile siano anche in questo caso la risposta migliore».

Da consigliere di Stato indicato a rischio non rielezione a candidato al Consiglio federale. Come ha vissuto gli ultimi otto mesi?
«Come un astronauta che parte per lo spazio! (ndr. ride). La vita è bella proprio perché sa regalarti nuove e inaspettate sorprese. Sono stati mesi intensi e molto stimolanti. È stato un grande onore rappresentare la Svizzera italiana nella corsa al Consiglio federale. Purtroppo, il Parlamento federale ha deciso altrimenti, ma torniamo a casa tutti più forti: è stata un’esperienza unica e arricchente».

Le bocce sono ormai ferme. Cosa le ha insegnato quell’esperienza?

«Ho avuto la possibilità di incontrare e conoscere molte persone e di confrontarmi su tantissimi temi federali e internazionali in maniera approfondita. Ho portato, in quelle settimane, la voce della Svizzera italiana, della minoranza italofona, a Berna e durante le audizioni con i gruppi parlamentari ho illustrato le peculiarità del nostro Cantone che ci rendono unici rispetto al resto della Svizzera e che richiedono soluzioni specifiche».

Alla vigilia di Natale i negoziatori italo-svizzeri hanno parafato l’accordo fiscale. Forse era meglio procedere come lei aveva indicato, ovvero ribaltare quel tavolo, punto e basta?
«Di sicuro ci sono dei punti che hanno disatteso le aspettative del Ticino, ribaditi più volte dal Governo, come ad esempio l’aver fissato il tetto massimo dell’imposizione dei lavoratori frontalieri al 70% mentre il Consiglio di Stato puntava inizialmente al 100% e in subordine all’80%. Al momento è ancora prematuro dare giudizi in merito. Ci sono alcuni elementi, come il libero accesso al mercato e la questione black list, che dovranno essere ancora approfonditi. Quando conosceremo tutti i contenuti potremo valutare la situazione e nel contempo quali eventuali misure adottare per raggiungere gli obiettivi del nostro Cantone».

A proposito di tensioni tra Ticino-Berna-Roma. Intende sospendere la richiesta del casellario giudiziario oppure no, è meglio mantenere la misura di polizia?
«Nell’ultima seduta dell’anno del Consiglio di Stato ho donato ai colleghi la “strenna natalizia” (ndr. ride). Infatti, ho portato sul tavolo del Governo il bilancio sulla misura straordinaria relativa alla richiesta dell’estratto del casellario giudiziale e del certificato dei carichi pendenti ai cittadini UE/AELS che richiedono un permesso di dimora B o di lavoratore frontaliere G. Nel documento viene illustrato l’impatto della misura dal profilo della sicurezza e dell’ordine pubblico, mettendo in evidenza i casi per i quali grazie alla misura e alla conoscenza dei precedenti penali del richiedente, si sono negati la concessione o il rinnovo del permesso. Ora il dossier è in mano ai colleghi che avranno tempo di leggerlo e di esporre le loro osservazioni nel nuovo anno».

Faccia un augurio ai ticinesi per il 2016.
«Auguro a tutte le cittadine e ai cittadini ticinesi di continuare a mantenere la voglia di crescere e di combattere per l’amore del nostro territorio».

Gianni Righinetti

In consultazione il Regolamento per legge sull’ordine pubblico e della legge sulla dissimulazione del volto negli spazi pubblici

In consultazione il Regolamento per legge sull’ordine pubblico e della legge sulla dissimulazione del volto negli spazi pubblici

Nell’ultima seduta del 2015 il Consiglio di Stato ha autorizzato il Dipartimento delle istituzioni a organizzare una procedura di consultazione sul regolamento di applicazione della legge sull’ordine pubblico (LOrP) e della legge sulla dissimulazione del volto negli spazi pubblici. Saranno coinvolti i Municipi del Cantone, l’Associazione dei comuni ticinesi, il Ministero pubblico, il Magistrato dei minorenni, il Comando della polizia cantonale, l’Associazione delle polizie comunali, la Pretura penale e il Tribunale cantonale amministrativo.
Dando seguito alla volontà del popolo che il 22 settembre 2013 approvò l’iniziativa per la dissimulazione del viso, lo scorso 23 novembre 2015 il Gran Consiglio ha adottato la legge sull’ordine pubblico (LOrP) e la legge sulla dissimulazione del volto negli spazi pubblici. Il Parlamento ha condiviso l’indicazione della Commissione della legislazione indicando che – per mettere in vigore le due normative – è indispensabile allestire un regolamento di applicazione, per garantire una prassi uniforme ed evitare disparità di trattamento.
Il Consiglio di Stato ha scelto di allestire un unico regolamento d’applicazione per le due leggi, considerando la comune materia dei due atti normativi e, soprattutto, nell’auspicio di semplificare l’attuazione dei provvedimenti da parte delle autorità comunali e della polizia locale.
Dopo la decisione del Legislativo, il Dipartimento delle istituzioni ha quindi affidato a un gruppo di lavoro il compito di allestire, in tempi brevi, il regolamento previsto agli articoli 7 e 8 delle due leggi, e un rapporto esplicativo. In questo senso si è voluto dare seguito celermente all’auspicio emerso nel dibattito parlamentare di mettere in vigore la norma costituzionale e le disposizioni di applicazione entro il 1. aprile 2016.

Nominato il nuovo Segretario generale e coordinatore dipartimentale

Nominato il nuovo Segretario generale e coordinatore dipartimentale

Luca Filippini è stato nominato oggi quale nuovo Segretario generale del Dipartimento delle istituzioni, che sostituirà Guido Santini prossimo al beneficio del pensionamento. Il nuovo Segretario generale assumerà anche il ruolo di Coordinatore dipartimentale.
Luca Filippini, attinente di Airolo e domiciliato a Savosa, è attualmente vicedirettore con funzione di «Credit Officer» presso BSI SA. Classe 1968, ha assolto la propria formazione superiore presso il Politecnico federale di Zurigo (ETH), ottenendo il diploma in ingegneria informatica, a cui ha fatto seguito un post-diploma in scienze economiche (BWI) sempre presso l’ETH. Negli anni ha maturato un’importante esperienza nel settore bancario in ambito di controlling, reporting e analisi di crediti oltre che nella conduzione del personale; un aspetto, quest’ultimo, che ha potuto rafforzare non solo nel contesto professionale, ma anche in quello legato ad associazioni non-profit in cui è stato ed è attivo, come pure in ambito militare, dove ha già ricoperto il ruolo di capo di stato maggiore della Brigata di fanteria di montagna 9.
In qualità di Segretario generale, Luca Filippini avrà il compito di assicurare il supporto e la consulenza al Direttore del Dipartimento per il tramite delle diverse unità amministrative che lo compongono, nell’ambito della progettazione, dell’organizzazione e del coordinamento delle molteplici attività dipartimentali. Inoltre, quale Coordinatore dipartimentale, rappresenterà il Dipartimento delle istituzioni nelle relazioni interdipartimentali.
Il Consiglio di Stato ringrazia con vivo apprezzamento Guido Santini per l’importante lavoro svolto e per l’impegno profuso nella sua lunga e proficua carriera in seno all’Amministrazione cantonale e formula a Luca Filippini i migliori auguri per l’esercizio della sua nuova funzione.

Ieri sera Bellinzona ha festeggiato

Ieri sera Bellinzona ha festeggiato

Da Ticinonews.ch – Alla tradizionale cerimonia si è brindato all’aggregazione. Gobbi: “Un esempio per tutto il Cantone”
Si è tenuta ieri sera a Palazzo Civico la tradizionale cerimonia di fine anno di Bellinzona.

Per la prima volta quest’anno la cerimonia ha potuto essere dedicata alla “Nuova Bellinzona”, dopo che lo scorso 18 ottobre i cittadini hanno dato il loro via libera al progetto aggregativo della regione.

Un’aggregazione che è stata al centro dei festeggiamenti.

“La positività dei bellinzonesi deve essere da esempio per tutto il Cantone” ha dichiarato il direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, lodando “la scelta coraggiosa e di responsabilità nei confronti delle future generazioni” dei cittadini. “Non è facile abbandonare quello che si ha per lanciarsi in qualcosa di nuovo. I cittadini hanno saputo e voluto scegliere il loro destino.”

La cerimonia, che ha avuto pure un momento musicale con la Civica Filarmonica, si è conclusa con la consegna di tre premi: il riconoscimento culturale è andato a Matteo Terzaghi, quello sportivo al giocatore del Davos Samuel Guerra, mentre una menzione speciale è stata assegnata alla leggenda granata Nene Zurmühle, purtroppo assente ieri sera.

Quel ritorno alla normalità

Quel ritorno alla normalità

Dal Giornale del Popolo
Per il presidente del Governo Norman Gobbi anche quella di ieri non deve essere stata una giornata normale. Per almeno un mese (dal momento dell’annuncio della sua candidatura ufficiale quale esponente ticinese al Consiglio federale sotto la bandiera dell’UDC) ha vissuto in un turbine di passione per la più alta carica politica (non di milizia) della Confederazione. E conoscendo l’uomo-Gobbi lo ha fatto conscio che le possibilità di ricoprire quella funzione c’erano tutte, altrimenti non avrebbe accettato nemmeno di spendere quei 30 franchi per la tessera dell’UDC. Catapultato sulla scena nazionale, con telecamere e microfoni sempre pronti a carpire sue dichiarazioni. Impegnato a tessere contatti per validare una rincorsa possibile, ma difficile; credibile, ma spesso messa in dubbio. Il risultato è noto. Il Ticino è chiamato a fare ancora anticamera per accedere a quella sala in cui si riunisce il Consiglio fedele. Gobbi è tornato in Ticino con la convinzione di aver giocato tutte le sue carte. Di essere stato in partita, come abbiamo più volte sentito ripetere dai cronisti della nostra RSI mercoledì mattina. Ma è rientrato anche consapevole che la pur breve notorietà mediatica di queste settimane gli permetterà di «spendersi» ancora meglio per il suo Cantone. E sì, quel Cantone che da ieri è ritornato a essere la sua preoccupazione prioritaria. Con le sue difficili sfide per il contenimento della spesa; con le difficoltà di sostenere una politica economica che lo faccia crescere; con le beghe che lo contraddistinguono. Erano circa le 9 di ieri mattina, quando Gobbi ha varcato la porta del suo ufficio al quarto piano del palazzo amministrativo di Bellinzona. O meglio, la porta che lo introduce nell’ufficio delle segretarie, con Claudia, Patrizia e Jessica pronte a salutarlo e a portargli sul tavolo del suo vero ufficio, dietro quella porta spessa così per evitare origliamenti indiscreti, i «soliti» dossier da sbrigare anche in vista e in preparazione della seduta di Governo, aggiornata alle 13.30. Una giornata però, come detto, che non può essere considerata normale, tenuto conto di quanto vissuto direttamente a Berna per alcuni giorni. Lo sguardo dei colleghi di Governo incontrando i suoi occhi esprimevano sicuramente rincrescimento, convinti però che il gioco andava giocato e che ora si ricomincia. I saluti dei collaboratori incrociati nei corridoi di palazzo tradivano imbarazzo frammisto a delusione per qualcosa che poteva essere e che non c’è stato. La stessa sensazione delle persone incontrate per strada. Ma la vita del politico Gobbi dovrà riprendere il suo ritmo normale. Che tanto normale poi non è, soprattutto in un anno in cui si è presidenti del Consiglio di Stato. Si potrà aver parteggiato più o meno in modo convinto dietro questa candidatura. Ma una cosa non la potrà togliere nessuno al politico Gobbi: aver vissuto una situazione che pochissimi nella loro vita hanno la possibilità di vivere.

Gianmaria Pusterla

La moglie «Orgogliosa di te»

La moglie «Orgogliosa di te»

Da Cdt.ch l
BERNA Gli occhi di Elena brillano, mentre il marito Norman si lascia alle spalle Palazzo federale dopo una mattina – lunga un sogno – che entrerà di diritto nell’album dei ricordi più belli della famiglia Gobbi. Sulla Bundesplatz, passate le nuvole e dimenticati i protocolli, si applaude, una volta ancora, il politico, l’uomo, il marito. Fiera e sorridente c’è anche Antonella Bignasca, insieme a Toni Brunner e Christoph Blocher l’artefice di una candidatura ticinese capace di raccogliere consensi come non accadeva da tempo. Assonnati e piazzati nel loro trono, i piccoli Gaia e William hanno la testa altrove, magari in quel Franz Carl Weber visitato il giorno prima. Quello che è certo è che l’affetto di «papone» (ndr. come lo chiamano amorevolmente), consigliere federale o meno, resterà intatto. La sensazione che qualcosa sia cambiato nelle ultime settimane, invece, regna tra i grandi. «Norman ha vissuto un mese importante» ci dice Elena, mentre accompagna il marito a salutare tifosi e amici giunti a sostenerlo. «Cosa ho detto a mio marito dopo il verdetto? Lo conosco e ora va lasciato tranquillo». A caldo, in effetti, è ancora difficile affinare i metri di giudizio. Ma per Elena una cosa è più che certa: «Sono orgogliosa di Norman e del percorso che è stato in grado di compiere. Dall’investitura ufficiale nel ticket UDC, passando per le audizioni e sino ai 50 voti raccolti al primo turno, è stato un crescendo splendido». Un cammino che senza dubbi ha consolidato ulteriormente un già performante 4×4. «Nell’ultimo mese – nota la signora Gobbi – Norman ha gestito alla grande numerose pressioni, e dei media e dell’opinione pubblica. In prospettiva, dunque, è stata un’esperienza che lo fortificherà certamente». Già, il futuro. Elena non avrebbe temuto quello da moglie di uno dei sette saggi. «Sì, saremmo stati pronti a lasciare Nante per trasferirci a Berna» ci confida, mettendo in evidenza anche l’opportunità di una formazione bilingue per i figli. Chi lo sa, forse si tratta di un appuntamento con la storia solamente rimandato. Di certo, per ora, c’è che oggi Gobbi tornerà a ricoprire appieno la carica di presidente del Governo, ma soprattutto che sotto la volta del cupolone rimarrà la sua caratura, quella di un politico capace. Un profilo che, secondo Elena, «avrebbe tutto fuorché sfigurato nella veste di consigliere federale». E mentre lo dice i suoi occhi, per le emozioni ancora vivide nella mente e nel cuore, continuano a brillare.

Massimo Solari