Incontro dei funzionari dirigenti del Dipartimento delle istituzioni

Incontro dei funzionari dirigenti del Dipartimento delle istituzioni

Comunicato stampa

Si è svolto a Locarno il secondo incontro annuale dei funzionari dirigenti del Dipartimento delle istituzioni, un’occasione di dialogo e condivisione dedicata ai principali temi che coinvolgono l’attività del Dipartimento e la sua evoluzione.

La riunione si è tenuta nella suggestiva cornice della sala del Consiglio comunale di Locarno, all’interno dello storico Palazzo Marcacci.
Il Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento, Norman Gobbi, ha presentato gli aggiornamenti sui dossier in corso, soffermandosi sul valore della leadership e della collaborazione nel contesto lavorativo attuale. Ha inoltre invitato i presenti a riflettere insieme sulle sfide organizzative e gestionali che attendono l’Amministrazione cantonale nei prossimi anni.
Il Segretario generale, Luca Filippini, ha illustrato i principali dati relativi al preconsuntivo 2025 e al preventivo 2026, fornendo un quadro chiaro e trasparente dell’andamento finanziario del Dipartimento.
Uno spazio significativo è stato riservato al tema delle risorse umane, con un approfondimento sui primi risultati dei colloqui d’uscita introdotti per i collaboratori che concludono la loro attività presso il Dipartimento.
Il responsabile delle risorse umane della Segreteria generale, Paolo Arrigoni, ha condiviso alcuni spunti di riflessione emersi dall’analisi dei dati raccolti, offrendo prospettive utili per il miglioramento continuo dell’ambiente di lavoro.
Tra le attività in programma, anche un momento culturale presso la Fondazione Ghisla Art Collection, museo dedicato all’arte moderna e contemporanea. Accompagnati da Pierino Ghisla, fondatore della collezione, i partecipanti hanno potuto scoprire alcune delle opere più rappresentative e conoscere da vicino la storia del museo e della sua missione culturale.

Equipaggiamento invernale: una scelta di responsabilità

Equipaggiamento invernale: una scelta di responsabilità

Comunicato stampa

Con l’arrivo dell’autunno e dell’inverno, anche le giornate più soleggiate possono celare insidie per chi si mette alla guida. Le temperature rigide, il ghiaccio e le precipitazioni nevose influiscono sulle condizioni del fondo stradale, aumentando i rischi alla guida di veicoli non adeguatamente equipaggiati. In questo contesto, il Dipartimento delle istituzioni e la Polizia cantonale, attraverso il progetto di prevenzione “Strade sicure”, promuovono come di consueto una campagna di sensibilizzazione volta a ricordare l’importanza di dotare i veicoli del giusto equipaggiamento per la stagione invernale.

In Svizzera non vige un obbligo legale relativo all’uso di pneumatici invernali. Tuttavia, il principio di responsabilità personale impone ai conducenti di mantenere sempre il pieno controllo del proprio veicolo, adeguandosi alle condizioni stradali.
Attenzione: chi causa disagi alla circolazione o incidenti a causa della mancata dotazione di un equipaggiamento invernale può essere sanzionato.
Una maggiore sicurezza in inverno dipende anche dalla scelta degli pneumatici. Le basse temperature possono compromettere rapidamente l’aderenza dei veicoli, rendendo pericoloso l’utilizzo di gomme estive.
A titolo esemplificativo, su una strada innevata percorsa a 40 km/h, lo spazio di frenata con pneumatici estivi può raddoppiare rispetto a quello necessario con pneumatici invernali (circa 61 metri contro 29 metri).
Montare pneumatici invernali consente migliori prestazioni, maggiore aderenza e, di conseguenza, un controllo più sicuro del veicolo in condizioni critiche.
Nel caso di viaggi all’estero, si raccomanda di informarsi preventivamente sulla normativa locale: in diversi Paesi o regioni l’utilizzo di pneumatici invernali e/o la presenza a bordo di catene da neve è obbligatorio.  

Consigli per una guida sicura durante l’inverno:  

  • Sostituire gli pneumatici estivi con quelli invernali prima che la temperatura scenda sotto i 7 °C. Attenzione però che l’utilizzo di pneumatici invernali con un profilo del battistrada inferiore ai 4 mm è fortemente sconsigliato. Sebbene il limite minimo legale per gli pneumatici sia di 1,6 mm, per quelli invernali si raccomanda una profondità minima di 4 mm.    
  • Sulle strade innevate mantenere una distanza di sicurezza di almeno tre volte superiore rispetto a quella tenuta su strade asciutte.  
  • Evitare manovre brusche improvvise con lo sterzo.
  • Ricordarsi di utilizzare liquido lavavetri invernale.  

Informarsi sulle condizioni meteo e del traffico prima di mettersi in viaggio.  
Per ulteriori informazioni e materiali informativi www.stradesicure.ch.   

Flyer preumatici invernali

“Mi distraggo? No grazie!”

“Mi distraggo? No grazie!”

Comunicato stampa

Prende avvio oggi, 3 novembre, la nuova campagna di prevenzione “Mi distraggo? No grazie!”, promossa dal progetto Strade sicure del Dipartimento delle istituzioni in collaborazione con la Polizia cantonale, le Polizie comunali e con il sostegno del Fondo per la sicurezza stradale. Questa nuova campagna punta a sensibilizzare i conducenti e le conducenti sui rischi della distrazione al volante e sulle gravi conseguenze che può avere non solo per chi guida, ma anche per passeggeri e altri utenti della strada.

Una delle principali cause d’incidente
Lo scorso anno sulle strade ticinesi si sono registrati 3’901 incidenti e la distrazione continua a essere una delle cause principali.
Secondo i dati dell’Ufficio prevenzione infortuni (UPI), la distrazione rappresenta infatti uno dei comportamenti più rischiosi, in particolare l’uso del telefonino alla guida: solo nel 2024 sul territorio cantonale sono state rilevate oltre 4’200 infrazioni legate alla distrazione dovuta al cellulare. Le azioni più frequenti includono telefonare (anche con il vivavoce), scrivere o leggere messaggi ed email, regolare il navigatore o altre funzioni, nonché mangiare e bere mentre si guida.  

La nuova campagna
“Mi distraggo? No grazie!” nasce per ricordare che la sicurezza stradale inizia dall’attenzione di chi si mette alla guida – di un’automobile, di una bicicletta o di qualsiasi altro mezzo.
La campagna, che prende avvio oggi, 3 novembre, si propone di sensibilizzare in modo capillare tutti gli utenti della strada, in particolare i conducenti e le conducenti, e di invertire la tendenza che vede crescere gli incidenti dovuti alla distrazione.
L’iniziativa si appoggia a Mix Distraggo, un personaggio ironico ma incisivo che incarna la distrazione e cerca di “tentare” chi guida, ricordando quanto sia facile perdere la concentrazione.
“Mi distraggo? No grazie!” si articola attraverso più canali:

  • Affissioni stradali, flyer e adesivi
  • Tre brevi filmati che raccontano situazioni quotidiane di automobilisti/e e ciclisti/e, evidenziando come anche piccoli gesti possano distogliere l’attenzione dalla strada
  • Un quiz interattivo sulla pagina web dedicata di Strade sicure per testare la propria consapevolezza sui rischi della distrazione
  • Contenuti social sui profili ufficiali della Polizia cantonale
  • Volantini informativi, disponibili presso i posti di polizia e distribuiti durante controlli preventivi

Raccomandazioni
Per proteggere te stesso/a e gli altri adotta questi comportamenti:  

  • Mantieni lo sguardo sulla strada: anche un secondo di distrazione può essere sufficiente per causare un incidente
  • Attiva la modalità “aereo”, indipendentemente da come ti sposti: che sia in auto, in bici o a piedi disattivare le notifiche e le chiamate riduce il rischio di perdere la concentrazione
  • Imposta il navigatore o altre funzioni prima di partire
  • Se necessario, fermati in modo sicuro

La sicurezza stradale è una responsabilità condivisa.
on questa iniziativa, il Dipartimento delle istituzioni e la polizia ribadiscono il proprio impegno costante, invitando tutti e tutte a un comportamento attento, responsabile e rispettoso sulle nostre strade, perché la vita vale più di una distrazione.  

Ulteriori informazioni, i diversi materiali e il quiz interattivo sono disponibili sul sito www.stradesicure.ch.     

Le FFS tagliano, il governo protesta

Le FFS tagliano, il governo protesta

I vertici delle Ferrovie incontrano il Consiglio di Stato e confermano le misure di risparmio.
Gobbi: ‘Posti qualificati tolti al Canton Ticino’

La conferenza stampa è iniziata con trenta minuti di ritardo. Un segnale che il confronto tra Consiglio di Stato e vertici delle Ferrovie federali è stato più complicato di quanto si pensava. A confermarlo d’altra parte è stato lo stesso Ceo delle Ffs: «Abbiamo ancora delle divergenze», esordisce Vincent Ducrot davanti ai media. Divergenze che riguardano i piani di risparmio delle Ffs per il Ticino e la conseguente perdita di posti di lavoro qualificati – 40 in tutto, per ora, nel settore Cargo – a sud della Alpi. «La situazione finanziaria di Ffs Cargo è complicata. Bisogna intervenire per garantire la sostenibilità finanziaria dell’azienda». Interventi che nel nostro cantone si traducono nella rinuncia ai terminal di Cadenazzo e Lugano-Vedeggio e dell’autostrada viaggiante. Il che come detto comporterà 40 posti di lavoro in meno. Ai collaboratori interessati è stata però trovata un’alternativa.
Ma non è finita qui. Ducrot non ha infatti nascosto che all’orizzonte ci saranno anche altri risparmi. Pure in Ticino. «Il vostro cantone ha una concentrazione di personale che è il doppio rispetto alla media svizzera. Il Ticino quindi resta una regione importante per le Ffs». Indicazioni precise non sono per il momento state fornite, se ne saprà di più nei prossimi mesi. Tra le ipotesi ventilate c’è anche la chiusura del deposito di Chiasso, una misura che comporterebbe un duro colpo per il Mendrisiotto ma che per il momento il Ceo delle Ffs smentisce, «si potrà valutare al massimo lo spostamento di alcuni macchinisti in altre sedi».
Per quanto riguarda le misure finora annunciate Ducrot è lapidario: «Non c’è margine di trattativa. Il quadro all’interno del quale ci dobbiamo muovere, ovvero il mandato attribuito dalla Confederazione alle Ferrovie, è chiaro. Non possiamo mantenere artificialmente in vita un servizio che non è sostenibile».

‘Ancora una volta scarsamente considerati’
Spiegazioni che non hanno convinto il Consiglio di Stato, presente in corpore all’incontro. «Ancora una volta si dimostra una scarsa sensibilità nei confronti del Ticino. Un’azienda in mano all’ente pubblico toglie posti di lavoro qualificati al nostro territorio e lo fa in un momento, lo sanno anche a Berna, difficile per l’economia e la società ticinese», afferma il presidente del governo Norman Gobbi. «Faremo tutto quello che è necessario per ribadire la nostra contrarietà». Gobbi allarga lo sguardo: «Queste decisioni calate da Berna si aggiungono alla perequazione intercantonale e ai nuovi accordi bilaterali con l’Unione europea. Due dossier nei quali il Ticino è fortemente penalizzato. Anzi, è l’agnello sacrificale della Confederazione». Ecco quindi le tre richieste del Consiglio di Stato alle Ffs. Primo: sospendere ogni ulteriore misura di riduzione del personale in Ticino fino alla conclusione di un confronto politico e tecnico con le autorità cantonali e le parti sociali. Secondo: garantire il mantenimento di una base operativa stabile e qualificata per il traffico merci nel nostro cantone, con particolare attenzione al nodo di Chiasso e al ruolo di Bellinzona. Terzo: elaborare una strategia nazionale per il traffico merci che valorizzi la posizione del Ticino come snodo logistico e non lo releghi a mera zona di transito.

La reazione dei sindacati
«Ducrot si è dimostrato in palese difficoltà nel difendere delle decisioni che sono invece indifendibili», afferma Thomas Giedemann segretario del sindacato Sev. «Le Ffs hanno una concentrazione di lavoratori più alta in Ticino non per beneficenza, ma perché siamo una regione strategica. Siamo l’asse nord-sud. Appellarsi a questi numeri per giustificare una riduzione di posti di lavoro è scandaloso».
Anche sul riferimento di Ducrot alle “mani legate” da parte della politica federale Giedemann ha qualcosa da puntualizzare: «La buona volontà per quanto riguarda i posti di lavoro le Ffs potrebbero dimostrarla in altri settori. Nella divisione viaggiatori e alle future Officine di Castione. Anche in questi ambiti, però, le Ferrovie tolgono personale e lo spostano in Svizzera interna. Di fatto le Ffs si stanno disimpegnando a livello occupazionale dal Ticino». Il segretario del Sev dà qualche cifra. «220 posti di Cargo concretamente a rischio, la non sostituzione di 29 macchinisti della Viaggiatori che andranno in pensione nei prossimi anni e 150 posti in meno a Castione rispetto a oggi e che verranno di fatto trasferiti Oltralpe. In totale si arriva a 400». Cifre che spaventano. Una nota positiva dalla giornata di venerdì è però arrivata: «La posizione del Consiglio di Stato, che compatto si è schierato dalla parte dei lavoratori».
«Quello che dicono le Ffs è molto riduttivo e non rispecchia la realtà», sostiene Luca Benato del sindacato dei macchinisti. «Ffs Cargo ha 2’500 dipendenti e solo 180 di questi sono in Ticino. Eppure il taglio più importante viene fatto qui. È un vero e proprio smantellamento!».
Per Benato i margini per trovare delle soluzioni ci sarebbero. «Ma se dall’altra parte non si vuole nemmeno dialogare diventa molto difficile…». A essere penalizzato, sottolinea il sindacato macchinisti, non è solo il Ticino, ma anche il Grigioni italiano. «Senza un intervento della Confederazione saremo di fronte a uno scollamento del federalismo. Apprezziamo quindi la presa di posizione compatta del Consiglio di Stato a difesa del lavoro a sud della Alpi». Per Benato un punto deve essere chiaro: «Non sono i 180 dipendenti ticinesi di Cargo ad aver creato il buco milionario di cui parlano i vertici di Ffs, non deve quindi essere su di loro che cade la mannaia».
Più pacata la reazione di Transfair che, pur criticando con fermezza la riorganizzazione messa in campo dalle Ffs, si dice contenta per i 40 collaboratori toccati. “Grazie all’impegno sindacale a tutti i lavoratori è stata offerta un’alternativa”.

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 3 novembre 2025 de La Regione

 

 

Per non finire in prigione

Per non finire in prigione

In Ticino, le persone che optano per il lavoro di utilità pubblica dopo una condanna a una multa (o detenzione breve) sono in crescita netta.
Ecco perché e come funziona

Dopo la condanna del Tribunale a una multa, c’è chi opta per pagarla, chi preferisce la prigione (e in Svizzera sono sempre di più) e chi opta – invece – per il lavoro di utilità pubblica (Lup). Anche quest’ultimo, lo confermano i dati, è in crescita netta nell’ultimo decennio. Come confermano i dati ufficiali del Cantone, dal 2013 a oggi le ore di impegno per la pubblica utilità sono più che raddoppiate. Si va dalle 1348 proprio del 2013 alle 2861 del 2024, anche se quest’ultimo è un anno anomalo che arriva giusto a ridosso di un biennio da “picco” con i 7464 (2021) e 6133 (2022). «Nel 2024 ne sono stati realizzati 125, di lavori di pubblica utilità, più che negli anni precedenti, ma sono state anche ritenute alcune esecuzioni che erano state rimandate, in particolare durante il periodo pandemico», ci spiega Siva Steiner, Capo dell’Ufficio dell’assistenza riabilitativa del Cantone, «in generale non è così semplice indicare un trend sul medio-lungo termine».

Secondo la vostra esperienza quali sono i motivi che portano a questa scelta?
«Chi sceglie per il lavoro di utilità pubblica lo fa prevalentemente per motivi di ristrettezza economica, perché non può pagare la multa e vuole evitare una detenzione».

Quindi si può stilare un identikit del “luppista“ tipo…
«Quel che spesso accomuna le persone che svolgono un Lup è una situazione di fragilità economica, ma anche psicosociale, se penso in particolare alle dipendenze e alle malattie psichiche.
Vi è una prevalenza, come per le altre forme di esecuzione delle sanzioni, di uomini».

Sfogliando i dati del Cantone, saltano senz’altro all’occhio le età massime: 70enni, 80enni non sono una rarità, nel 2024 addirittura un 90enne… Come succede e, in questi casi, che tipologia di mansioni vengono scelte per i “senior”?
«Anche per le persone più anziane le motivazioni a chiedere un Lup sono analoghe a quelle delle altre fasce d’età. Per queste persone si cercano naturalmente soluzioni lavorative adatte alle capacità fisiche e psichiche, con attività che vengono svolte prevalentemente presso entispecializzati, Pro Senectute in primis»

Da 20Minuti.ch

«NO ad un servizio obbligatorio per tutti»

«NO ad un servizio obbligatorio per tutti»

A poche settimane dal voto federale di novembre, il dibattito sull’iniziativa Service Citoyen entra nel vivo. La proposta vuole estendere a tutte le cittadine e a tutti i cittadini l’obbligo di svolgere un servizio alla collettività o all’ambiente. Ma nel Ticino politico c’è chi mette in guardia da un cambiamento che, dietro l’idea di solidarietà, rischierebbe di indebolire proprio i pilastri su cui poggia la sicurezza cantonale.
Norman Gobbi, Consigliere di Stato e direttore del Dipartimento delle istituzioni, non usa mezzi termini: «Il problema non è l’impegno civico – che va incoraggiato – ma il modo in cui lo si vuole rendere obbligatorio. Questa iniziativa, se approvata, danneggerebbe la struttura di milizia e la prontezza operativa di esercito e protezione civile, proprio dove servono di più: qui, nel nostro Cantone.»

Il rischio di indebolire l’interventistica ticinese
Gobbi ricorda come, negli ultimi anni, il Ticino abbia dovuto affrontare emergenze naturali, frane, piene e crisi sanitarie che hanno richiesto l’intervento coordinato di esercito, protezione civile e autorità locali.
«In tutte queste situazioni – dalle piene del Maggia alle emergenze pandemiche – abbiamo potuto contare su personale formato, motivato e disponibile. Non possiamo permetterci un sistema che, invece di rafforzare queste forze, le indebolisce disperdendo energie in mille forme di “servizio civico” poco definite», afferma.
Secondo la posizione del comitato del NO, l’iniziativa metterebbe a rischio l’attuale equilibrio tra difesa e supporto alla popolazione. «L’obbligo di servizio generalizzato – spiega Gobbi – indebolirebbe il reclutamento per l’esercito e la protezione civile. La Svizzera si fonda su un principio semplice: chi presta servizio lo fa per garantire sicurezza e aiuto concreto. Ma se tutto diventa “servizio civico”, allora nulla lo è più davvero.»

Il costo e il rischio di “burocratizzare” la solidarietà
Gobbi vede anche un problema di scala: «Il Ticino, come gli altri Cantoni, si troverebbe con un numero doppio di persone da collocare in qualche tipo di attività civica. Chi le gestisce? Chi le forma? Chi le paga? Sappiamo bene quanto costi già oggi organizzare la protezione civile o l’aiuto in caso di catastrofi – aggiungere decine di migliaia di nuovi obbligati creerebbe un apparato amministrativo enorme, con spese che nessuno ha quantificato seriamente.»
Nella documentazione ufficiale del fronte contrario si parla infatti di costi supplementari per miliardi di franchi, oltre a una «distorsione del mercato del lavoro» e un rischio di concorrenza sleale con il volontariato retribuito. Gobbi sintetizza: «Un obbligo di servizio civico finirebbe per burocratizzare la solidarietà e togliere spazio al volontariato vero. Il volontariato nasce dal cuore, non da un formulario dello Stato.»

Un volontariato che funziona già
Il Consigliere di Stato ricorda come il Ticino sia già una terra di milizia e impegno locale: «Abbiamo migliaia di persone che si mettono a disposizione: pompieri, militi della protezione civile, società di soccorso, patriziati, associazioni culturali e sportive. Funziona perché è spontaneo e perché ognuno sceglie dove dare una mano. Imporre a tutti un anno di servizio obbligatorio rischia di svuotare questa motivazione.»
Nel documento del fronte del NO si sottolinea infatti che il Service Citoyen «minaccia l’impegno volontario autentico». Gobbi concorda: «Io credo nel valore del dovere, ma anche nella libertà di scegliere come contribuire al bene comune. Lo Stato può favorire l’impegno civico, non comandarlo.»

Il messaggio finale agli elettori
Alla domanda su cosa direbbe ai cittadini ticinesi prima del voto, Gobbi risponde senza esitazione: «Dobbiamo riflettere su cosa serve davvero alla nostra comunità. L’iniziativa vuole promuovere l’impegno, ma rischia di smontare ciò che funziona: l’esercito di milizia, la protezione civile, il volontariato. Se vogliamo rafforzare la solidarietà, investiamo nella formazione, nel riconoscimento del servizio già svolto, non in un obbligo generalizzato che crea costi e confusione.»
E conclude con tono fermo: «Per questo invito a votare NO il 30 novembre. Non per egoismo, ma per preservare ciò che rende la Svizzera forte: la responsabilità libera, non imposta.»

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 2 novembre 2025 de Il Mattino della domenica

 

Progetti di riorganizzazione delle FFS: la contrarietà del Consiglio di Stato

Progetti di riorganizzazione delle FFS: la contrarietà del Consiglio di Stato

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato in corpore ha incontrato oggi una delegazione delle FFS, guidata dal Direttore Vincent Ducrot e dal Direttore Responsabile Traffico merci Alexander Muhm, e ha preso atto con forte preoccupazione e contrarietà alle comunicazioni odierne delle FFS relative all’annuncio della futura riorganizzazione del traffico a carri isolati e alla conclusione della ricerca di soluzioni per il personale ticinese interessato dal riassetto del traffico combinato.

A mente del Governo, ancora una volta, il Cantone Ticino si trova penalizzato da scelte aziendali che ignorano il ruolo strategico del Ticino nel sistema ferroviario svizzero e nella politica di trasferimento delle merci dalla strada alla ferrovia. Una riorganizzazione che nei fatti rappresenta una perdita della presenza operativa a sud delle Alpi, con conseguenze occupazionali e territoriali.  

Il Governo ticinese chiede con fermezza alle FFS tre punti:  

  • sospendere ogni ulteriore misura di riduzione del personale in Ticino fino alla conclusione di un confronto politico e tecnico con le autorità cantonali e le parti sociali;
  • garantire il mantenimento di una base operativa stabile e qualificata per il traffico merci nel nostro Cantone, con particolare attenzione al nodo di Chiasso e al ruolo di Bellinzona;
  • elaborare una strategia nazionale per il traffico merci che valorizzi la posizione del Ticino come snodo logistico e non lo releghi a mera zona di transito.  

Il Consiglio di Stato ribadisce con forza che le FFS, in quanto impresa pubblica svizzera, non possono agire unicamente secondo logiche aziendali a scapito di regioni minoritarie e della coesione nazionale, anche tenendo in considerazione il forte e storico legame fra le FFS e il Cantone Ticino. Il trasporto ferroviario delle merci è una funzione strategica per la Svizzera e per questo deve rispondere a obiettivi di coesione territoriale, sostenibilità ambientale e sicurezza dell’approvvigionamento.  

Il Consiglio di Stato intraprenderà le iniziative politiche e istituzionali necessarie per tutelare gli interessi del Cantone e delle lavoratrici e dei lavoratori coinvolti, ai quali il Governo esprime la propria solidarietà.  

Pacchetto nazionale di misure «Stop all’estremismo violento»

Pacchetto nazionale di misure «Stop all’estremismo violento»

Comunicato stampa Alleanza Sicurezza Svizzera

I disordini dell’11 ottobre 2025 a Berna, con 18 membri delle forze dell’ordine feriti, hanno messo in luce in modo drammatico la minaccia alla sicurezza interna. Anche in altre città svizzere, individui violenti sfruttano la massa durante le manifestazioni come scudo per scatenarsi senza controllo, lasciando dietro di sé paura, spavento e distruzione. La prevenzione e la persecuzione penale di tali atti risultano difficili anche a causa di lacune legislative, che ora devono essere colmate. A questo scopo, un gruppo di lavoro interpartitico composto da parlamentari nazionali ha lanciato un pacchetto di misure a livello nazionale.

Gli episodi di violenza che si ripetono da decenni nel contesto di manifestazioni non autorizzate hanno raggiunto, con i disordini dell’11 ottobre 2025 a Berna, un nuovo livello di aggressività e di disponibilità al rischio. Diversi membri del Consiglio nazionale e del Consiglio degli Stati ritengono che tale evoluzione minacci la sicurezza interna e hanno proposto un pacchetto di misure contro l’estremismo violento a livello nazionale, vagliando diverse misure per adeguare la legislazione.
 
«L’origine di tali eccessi di violenza è chiaramente evidenziata dai dati statistici del Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC). Nel 2024, circa un quarto delle manifestazioni di estrema sinistra è sfociato in violenza», ha spiegato il Consigliere nazionale Reto Nause (Il Centro, BE), presidente dell’Alleanza Sicurezza Svizzera, durante una conferenza stampa presso il ristorante Della Casa a Berna.
 
Inasprimento delle leggi e chiusura delle lacune
Il fenomeno è noto. Individui violenti e rivoltosi cercano la copertura della massa durante una manifestazione per compiere atti di violenza personali. Il risultato sono devastazione, distruzione, indignazione e danni materiali, che ricadono su commercianti, ristoratori e contribuenti. «Conosciamo tutti il problema: anche quando vi sono degli arresti, le condanne poi sono rare. Spesso la causa sono le lacune legislative. Con il pacchetto nazionale “Stop all’estremismo violento” vogliamo finalmente cambiare questa situazione», ha sottolineato Reto Nause.
 
Migliori basi legislative per prevenire e perseguire reati
Il Consigliere agli Stati Werner Salzmann (UDC, BE) ha spiegato che, secondo l’articolo 260 del Codice penale, già la partecipazione a una manifestazione non autorizzata e violenta è punibile, anche se la persona non usa violenza in prima persona. «Finora non era regolato il porto di oggetti pericolosi e chiaramente destinati a creare disordini. Questo deve cambiare tramite un adeguamento legislativo», ha affermato Salzmann. «Chi porta casco e maschera subacquea, manganelli, petardi, fuochi d’artificio o laser durante una manifestazione difficilmente ha intenzioni pacifiche.» La legge deve quindi intervenire già prima dell’utilizzo di tali oggetti. Inoltre, un’altra misura prevede una distinzione chiara tra partecipanti e agitatori che conducono le azioni.
«Chi accetta volontariamente la possibilità di ferire o addirittura uccidere membri delle forze dell’ordine deve essere punito più severamente», ha dichiarato il Consigliere nazionale Michael Götte (UDC, SG). «In caso di violenza intenzionale e consapevole con oggetti pericolosi contro le forze dell’ordine, deve essere prevista obbligatoriamente una pena detentiva minima di un anno. Le autorità, in qualità di datori di lavoro, hanno la responsabilità di proteggere i propri dipendenti.»
 
Ampliamento degli strumenti investigativi
La persecuzione penale nell’ambito dell’estremismo violento è spesso limitata dalla restrizione alla sorveglianza. Il SIC può monitorare solamente tramite fonti pubblicamente accessibili. «A causa dell’incappucciamento, l’attribuzione chiara dei reati non è spesso possibile. A seguito di appelli alla violenza, le sorveglianze mirate devono poter essere effettuate – naturalmente previa autorizzazione,» ha dichiarato la Consigliera nazionale Jacqueline de Quattro (PLR, VD). Un’ulteriore misura prevede l’impiego del riconoscimento facciale basato sull’IA. «Il suo utilizzo avrebbe un effetto preventivo in situazioni con potenziale di violenza e faciliterebbe l’identificazione dei responsabili», ne è convinto Reto Nause.
 
Quando delle persone vengono fermate nel contesto di una manifestazione, oggi possono essere trattenute dalla polizia per un massimo di 24 ore. «Questo limite non è più adeguato. Per evitare l’inquinamento delle prove, garantirne la raccolta e documentare i reati, nell’attuale mondo digitale è necessario più tempo », ha dichiarato il Consigliere nazionale Christian Wasserfallen (PLR, BE). «Un’estensione a 48 ore è appropriata.» Inoltre, questo avrebbe un effetto sulla società: «Chi viene arrestato durante una manifestazione il sabato, mancherebbe così al lavoro o alle lezioni il lunedì.»
 
Riduzione dell’impatto su economia locale e popolazione
I disordini violenti lasciano sempre un’immagine di devastazione. A causa delle lacune legislative, commercianti, ristoratori e proprietari di edifici devono sobbarcarsi loro stessi i costi. «L’obiettivo deve essere quello di far passare alla cassa i partecipanti alle manifestazioni non autorizzate e violente», ha spiegato la Consigliera agli Stati Brigitte Häberli (Il Centro, TG). Gli episodi violenti hanno anche un impatto diretto e rilevante sulla vita pubblica. Il servizio dei trasporti pubblici non può operare regolarmente durante manifestazioni violente non autorizzate. «Non è accettabile che persone estranee ai fatti restino bloccate, perdano coincidenze o che addirittura intere linee ferroviarie vengano paralizzate», ha affermato il Consigliere nazionale Heinz Theiler (PLR, SZ). «Per questo motivo, l’articolo 239 del Codice penale (perturbamento di pubblici servizi) deve essere precisato ed integrato.»

Antonio di 13 anni che ha soccorso il padre in arresto cardiaco, e gli altri 688 Cavalieri del Cuore

Antonio di 13 anni che ha soccorso il padre in arresto cardiaco, e gli altri 688 Cavalieri del Cuore

I riconoscimenti della Fondazione Ticino Cuore, consegnati questo lunedì sera al Palazzo dei Congressi, fra toccanti testimonianze e sensibilizzazione.

Sono 689 i nuovi Cavalieri del Cuore del nostro cantone, «uomini, donne, giovani e professionisti che, tra il 2022 e il 2024, sono intervenuti in situazioni di arresto cardiaco, offrendo ai pazienti una possibilità concreta di sopravvivenza».
La serata, promossa dalla Fondazione Ticino Cuore che celebra quest’anno il suo ventennale, si è tenuta presso il Palazzo dei Congressi lo scorso martedì 28 ottobre.
Il numero svanisce di fronte alle singole storie «racconti di normalità che diventano straordinari, in cui la trama si ripete sempre diversa ma ugualmente toccante — una persona ha un arresto cardiaco, un’altra si prende cura di lei, inizia subito il massaggio cardiaco e le restituisce una possibilità di una seconda vita», riporta un comunicato di Ticino Cuore.
«Fra i momenti più emozionanti, l’ascolto della reale telefonata alla Centrale di Soccorso 144 di Antonio, un ragazzo di 13 anni che lo scorso anno ha soccorso il padre, vittima di un arresto cardiaco al proprio domicilio. Una testimonianza che ha commosso il pubblico e ricordato a tutti la forza della formazione e del sangue freddo anche nei momenti più drammatici», aggiunge la nota.
Tra gli interventi ufficiali, hanno portato il loro saluto il Consigliere di Stato Norman Gobbi, il Sindaco di Lugano Michele Foletti e il Presidente della Fondazione Ticino Cuore, dott. Alessandro Del Bufalo, che ha ricordato come «ogni vita salvata rappresenti la vittoria di un intero sistema, costruito grazie alla collaborazione tra cittadini, istituzioni e soccorritori».

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Vent’anni di impegno per la vita
Fondata nel 2005, la Fondazione Ticino Cuore è nata dall’obiettivo e dalla convinzione che fosse necessario ridurre i tempi di intervento in caso di arresto cardiaco, costruendo una rete capillare di soccorso e formazione. In vent’anni, questa visione si è tradotta in risultati concreti e riconosciuti a livello europeo: oggi, nel Canton Ticino, una persona colpita da arresto cardiaco ha più del doppio delle probabilità di sopravvivere rispetto alla media europea.
Dalle prime iniziative pionieristiche — l’introduzione dei defibrillatori nei luoghi pubblici, la formazione diffusa della popolazione e la creazione della rete dei First Responder — fino alla diffusione capillare della cultura del primo soccorso, Ticino Cuore ha costruito un modello unico di collaborazione tra istituzioni, enti sanitari, corpi di polizia, pompieri e cittadini. Un modello che dimostra ogni giorno quanto la solidarietà e la competenza condivisa possano trasformare una comunità in una rete che salva vite.
Nel suo ventennale, Ticino Cuore continua a promuovere la formazione, l’innovazione e la ricerca. Dai 6’800 First Responder attivi ai 1’734 defibrillatori installati sul territorio, dai 170’000 cittadini formati alla rianimazione cardiopolmonare fino ai migliaia di studenti che ogni anno imparano le manovre salvavita, ogni risultato racconta un impegno costante e una visione che non si ferma.

“L’accordo elettrico svuota il valore dell’idroelettrico ticinese”

“L’accordo elettrico svuota il valore dell’idroelettrico ticinese”

Nel dibattito sull’accordo elettrico tra la Svizzera e l’Unione Europea, la voce di Norman Gobbi si distingue per chiarezza e fermezza. Il Consigliere di Stato ticinese non usa mezzi termini: «Questo accordo favorisce le grandi aziende di produzione e distribuzione europee, e rischia di penalizzare chi, come noi, ha costruito la propria indipendenza energetica sull’idroelettrico», afferma.
Per Gobbi, dietro la retorica della cooperazione e dell’efficienza si nasconde un pericolo più profondo: «Si parla di mercato integrato, ma in realtà si tratta di una progressiva perdita di controllo sulle nostre risorse. L’acqua, che è la fonte primaria del nostro sistema idroelettrico, verrebbe trattata come una merce qualsiasi, soggetta a logiche di profitto e non più a quelle della gestione pubblica e strategica».
Il consigliere di Stato sottolinea come il Ticino, insieme ad altri Cantoni alpini, abbia costruito la propria forza economica e istituzionale proprio sulla gestione delle acque. Le dighe, i bacini e gli impianti idroelettrici rappresentano per lui non solo infrastrutture produttive, ma un pilastro della sovranità svizzera. «Controllare l’acqua significa garantire autonomia, sicurezza e responsabilità verso il territorio. Se apriamo troppo il mercato, rischiamo che le decisioni vengano prese altrove, magari a Bruxelles, senza considerare le nostre specificità», spiega.
Gobbi teme che l’accordo possa mettere in crisi il modello energetico federale, basato sulla responsabilità cantonale e sulla vicinanza tra chi produce e chi consuma. «Il valore dell’idroelettrico ticinese non è solo economico, ma sociale e territoriale. Ogni kWh prodotto nelle nostre valli genera lavoro, investimenti locali, sostegno ai Comuni. Se questa ricchezza finisce nel grande flusso di un mercato europeo deregolato, ne perderemmo il controllo e, con esso, un pezzo della nostra identità».
Non si tratta, precisa, di chiudersi al mondo o di rinunciare alla cooperazione con i Paesi vicini: «Collaborare è giusto, ma non a qualsiasi prezzo. La Svizzera deve poter decidere come e quando gestire le proprie risorse, senza vincoli imposti da organismi sovranazionali. La sovranità energetica fa parte della nostra sovranità politica».
In conclusione, Gobbi lancia un appello al Consiglio federale e al Parlamento: «Serve prudenza. Prima di sottoscrivere un accordo che tocca un settore così vitale, dobbiamo garantire che la Svizzera mantenga il pieno controllo della sua energia e delle sue acque. L’idroelettrico è il cuore delle Alpi ticinesi e svizzere: non possiamo permettere che diventi terreno di speculazione o strumento di pressione esterna».
Per il Consigliere di Stato le idee sono chiare: l’acqua non è solo una risorsa naturale, ma il simbolo stesso dell’autonomia e della responsabilità svizzera. «Difendere l’idroelettrico significa difendere la nostra libertà», conclude.

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 26 ottobre 2025 de Il Mattino della domenica