Gobbi e la P-26: non è revisionismo

Gobbi e la P-26: non è revisionismo

Da www.rsi.ch/news

La tesi nella chilometrica risposta del Consiglio di Stato alle interrogazioni Pronzini e Lepori

Ecco perché il Consigliere di Stato Norman Gobbi ha partecipato a una cerimonia in onore dei veterani della P-26…

Non è una risposta classica quella data dal Consiglio di Stato ai deputati Matteo Pronzini (MpS) e Carlo Lepori (PS).
Non lo è per il suo numero di pagine, 24 (ventiquattro!), non lo è per la ricchezza di riferimenti bibliografici con ben 78 (settantotto!) note a piè di pagine e – infine – non lo è per il lungo tempo intercorso dal primo degli atti parlamentari datato 16 marzo (8 mesi!).
Non lo è soprattutto per il giudizio sull’organizzazione segreta tanto controverso da far scrivere al Consiglio di Stato che al suo stesso interno le “sensibilità possono essere considerate variegate, per non dire contrapposte”.

Otto mesi e due interrogazioni dopo, il Governo risponde ai deputati di sinistra e la risposta pare un piccolo sunto di storia politica svizzera.
Nelle prime 17 pagine del documento infatti l’Esecutivo ripercorre con dovizia di particolari il periodo storico dalla seconda Guerra Mondiale alla caduta del muro di Berlino, i rapporti tra Stati e il ruolo della Svizzera nel periodo bellico e durante la cosiddetta guerra fredda.
Lo fa attingendo a fonti storiche e documenti di politica federale, prima fra tutti il rapporto della Commissione d’inchiesta del 1990 (di cui era co-presidente l’ex Consigliere Nazionale socialista Werner Carobbio) e il “Rapporto Cornu”, l’indagine del giudice istruttore che nel 1991 analizzò i rapporti tra l’organizzazione P-26 e altre organizzazioni analoghe all’estero.

La scoperta della P-26, coincide con il risveglio dalla Guerra Fredda.
È il 1990 quando improvvisamente questa sorta di “esercito segreto” creato nel 1981 emerge dai bunker della Storia. Ma per poterla comprendere pare suggerire a suon di citazioni il Consiglio di Stato è necessario comprendere lo spirito dei tempi e il contesto storico, anche quello in cui si svolsero le inchieste e stilati i rapporti. Nessun esercito deviato né un’organizzazione sovversiva privata – spiega la risposta – sebbene agisse esternamente all’amministrazione federale per far fronte a una possibile invasione da Est. Tanto che la stesso rapporto della CPI ricorda di non poter “attribuire nessuna intenzione di malafede ai membri stessi dell’organizzazione” e che per il Consiglio federale l’attività della P-26 “non sempre compresa era tanto pericolosa quanto giustificata”. Un’organizzazione parallela, la P-26 che “in Ticino era costituita da 6 regioni” e che quando fu disciolta “contava 44 membri ancora in formazione”.

Una realtà discussa, ma certamente discutibile sembra ammettere il Consiglio di Stato ma rispondendo agli atti parlamentari si sottolinea come nell’estate 2015 Norman Gobbi “non ha partecipato a un’operazione di riabilitazione della P-26, perché tale non era” e lo ha fatto “in risposta a un invito esplicito del Consiglio Federale”. “Una cerimonia – risponde l’Esecutivo – per ringraziare” chi ha dedicato del tempo “a un tassello importante, seppur discusso, della difesa integrata svizzera”. Pur ammettendo che l’interrogativo dei deputati sia “retorico”, citando l’allora Consigliere Nazionale Pascal Couchepin, il Governo sembra altresì cercare di contestualizzare la risposta di Gobbi al Caffè quando definì un “rapporto unilaterale” quello di Werner Carobbio ricordando non solo le lodi ma pure le critiche rivolte alla CPI durante il dibattito il Consiglio Nazionale.

In conclusione, seppure non sorprendendo, il Consiglio di Stato ribadisce come non ci sia stato nessun tentativo di “revisionismo” da parte di Gobbi, soprattutto sottolinea l’Esecutivo nell’accezione che “erroneamente” lo associa al “negazionismo”. Un giudizio fermo ma pure delicato tanto che nell’ultima pagina il Governo ammette di non essere stupito dal fatto che la continua pubblicazione di studi e analisi dei fatti della storia recente “aprano un dibattito nel quale chiunque può prendere posizione secondo le proprie ideologie e convinzioni. Anche i singoli Consiglieri di Stato”. Un chiosa che lascia intuire quanto possano essere distanti i giudizi all’interno dello stesso consesso governativo.

Quanto tempo per redigere questa risposta? “Seppur difficilmente calcolabile – chiosa la risposta – si quantifica in settimane di lavoro”. Chissà se saranno sufficienti per soddisfare gli interroganti e per smorzare i toni polemici che hanno accompagnato gli atti parlamentari, anche se c’è da scommettere anche dopo questa risposta il giudizio sulla P-26 continuerà a far discutere.

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Gobbi-e-la-P-26-non-%C3%A8-revisionismo-11117058.html

 

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 20 novembre 2018 de La Regione

Gobbi partecipò alla cerimonia per i membri della P-26 ‘in risposta a un invito del Consiglio federale’

Sì, il consigliere di Stato Norman Gobbi nel 2015 partecipò a una cerimonia in onore dei 44 ticinesi che fecero parte della P-26. Una cerimonia privata, ma non ‘segreta’, specifica il Consiglio di Stato rispondendo (in 24 pagine fitte d’informazioni) a tre distinti atti parlamentari presentati da Matteo Pronzini (Mps) e Carlo Lepori (Ps) a marzo e settembre. Gobbi – scrive il governo – “ha partecipato a un evento organizzato in risposta ad un invito esplicito del Consiglio federale”. Invito formulato in primis dal consigliere federale Ueli Maurer nel 2009, in cui si chiedeva di rendere onore a chi aveva servito la Patria. Per questo, lo scopo dell’evento ticinese “non era quello di riabilitare o onorare la P-26 – prosegue la risposta –, bensì di riconoscere ai suoi membri l’impegno e la dedizione profusi a favore dello Stato”. Costituita ad inizio degli anni Ottanta, l’organizzazione segreta aveva il compito di preparare una resistenza interna in caso di occupazione della Svizzera da parte di potenze straniere. Una strategia che fondava le radici nella guerra fredda. La sua esistenza fu rivelata nel 1990 e fece parecchio discutere, tanto da portare all’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta federale di cui fu vicepresidente il ticinese Werner Carobbio. Commissione che, aggiunge il governo, assolse “i partecipanti” all’organizzazione: “Le censure della Cpi – scriveva la Cpi – non si riferiscono ai membri [della] P-26, bensì ai loro ideatori e a coloro che ne hanno la responsabilità politica”.

Palapenz: «Niente da rimproverare agli agenti»

Palapenz: «Niente da rimproverare agli agenti»

Da www.tio.ch

Norman Gobbi ha risposto all’interpellanza di Matteo Pronzini sui fatti della serata: “Nessuna inchiesta amministrativa”

“Niente da rimproverare” agli agenti della Polizia cantonale che sono intervenuti durante la serata al Palapenz di Chiasso dello scorso settembre, che hanno agito “nel rispetto della proporzionalità” e che quindi non saranno oggetto di alcuna inchiesta amministrativa.
Lo ha confermato oggi il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, rispondendo ad un’interpellanza di Matteo Pronzini.

L’intervento degli agenti si è reso necessario a seguito di ripetuti “interventi verbali bruschi” e “alterchi vari”, con l’obiettivo di evitare qualsiasi escalation.
“Nessun abuso” quindi, ha ribadito Gobbi, spiegando inoltre che la decisione di non riammettere nella sala il fotoreporter allontanato è stata motivata dal fatto che questo ha preso parte all’inizio dei tafferugli.

Risposte che non hanno soddisfatto il deputato MPS, che ha quindi citato un paio di testimonianze di alcuni partecipanti della serata, suscitando la reazione piccata del consigliere di Stato: “Sono un po’ stufo delle testimonianze in terza se non in quarta persona. Se qualcuno si sente leso dall’intervento” della polizia “può segnalarlo alle autorità giudiziarie”.

Qualora in futuro dovessero emergere eventuali irregolarità, ha inoltre ricordato il numero uno del DI, saranno gli stessi vertici della Polizia cantonale a prendere i necessari provvedimenti.

Riflessioni a 100 anni dalla fine della Grande Guerra

Riflessioni a 100 anni dalla fine della Grande Guerra

Onore agli uomini e alle donne ticinesi di allora

Esattamente una settimana fa, ovvero l’11 novembre, ricorreva il centenario dalla fine della Prima guerra mondiale in Ticino e in Svizzera. Ho avuto l’opportunità e l’onore di partecipare a Bellinzona a una commemorazione che non va letta come l’esaltazione di una vittoria o di prodezze militari, bensì come il ricordo solenne dei cittadini-soldato che prestarono i loro 500 giorni di servizio a favore della neutralità armata del nostro Paese e della protezione delle nostre frontiere.

La tensione, la lontananza e il disagio
I soldati svizzeri che abbiamo onorato a un secolo dal termine della cosiddetta “Grande Guerra”, non vissero le dilanianti esperienze delle trincee, della guerra di logoramento, dell’uso dei gas e delle “bombe mostarda”, oppure degli ordini mortali imposti per guadagnare solo pochi metri di terreno. Niente di tutto questo. In un contesto di costante tensione, fu la lontananza da casa il problema maggiore: in una società ancora in buona parte rurale e artigianale, che richiedeva dunque una marcata presenza di forza lavoro, l’assenza prolungata di uno o più membri della famiglia causava grandi disagi. L’impegno di questi uomini a protezione delle frontiere svizzere non fu certo immune da momenti di estrema tensione lungo il confine franco-tedesco: le due armate a nord duellavano alla conquista di pochi metri lungo le linee di difesa rispettivamente di attacco e, come fu per lo Stato neutrale del Belgio, un attacco attraverso la Svizzera per aggirare le linee fortificate non era escluso.

Il ruolo centrale della donna
Si trattò dunque di un giustificato impegno militare di uomini, ma anche di tante donne e di famiglie che – a casa – subirono l’assenza per quasi un anno e mezzo dei loro mariti e padri, senza che fosse prevista un’indennità di perdita di guadagno. La Prima guerra mondiale dimostrò, qualora ce ne fosse bisogno, il ruolo centrale della donna nella comunità. L’assenza degli uomini in servizio militare accentuò la loro funzione sociale, soprattutto alla testa della famiglia e delle aziende agricole. L’emancipazione completa era però ancora lontana, visto che dovettero passare quasi 50 anni per l’ottenimento del diritto di voto. A seguito della guerra economica tra le potenze belligeranti, vi furono periodi di malnutrizione, condizione che facilitò l’epidemia influenzale: la cosiddetta “spagnola” fece oltre 25’000 vittime.

Lo scontro sociale e il bisogno di “unire”
La “Grande Guerra” evidenziò la profonda spaccatura sociale tra ricchi e poveri, ma soprattutto tra città e campagna: nelle aree urbane le famiglie operaie patirono molto di più la malnutrizione e il rincaro delle derrate alimentari rispetto alle famiglie agricole nelle campagne, che disponevano di prodotti propri e poterono anche approfittare del rincaro interno. Questa spaccatura fu accentuata anche dai moti rivoluzionari durante la guerra, soprattutto da quella bolscevica in Russia che veniva vista con forte diffidenza dalla classe politica e dalle classi rurali. Seguirono periodi di confronto sociale, che portarono a scontri tra autorità e operai, con l’improprio utilizzo dei cittadini-soldato quale elemento di sicurezza interna. Ma furono momenti che indicarono chiaramente che si dovevano trovare soluzioni di carattere sociale e previdenziale e che, oltre alla conduzione della difesa bellica nell’ambito della neutralità armata, andava prevista anche una difesa spirituale che tenesse unito un Paese diviso in lingue, culture e ceti. Le autorità militari e politiche cantonali hanno quindi reso giustificato onore ai cittadini-soldato che durante la Prima guerra mondiale perirono durante il servizio attivo, rispettivamente agli uomini e alle donne che si impegnarono per tenere forte e unita la nostra comunità. La speranza di noi tutti è che simili accadimenti non abbiano mai più a ripetersi.

Polizia ticinese: ruoli chiari e più sicurezza

Polizia ticinese: ruoli chiari e più sicurezza

Un progetto moderno e condiviso

In settimana ho presentato lo stato d’avanzamento del progetto “Polizia ticinese”, che ha coinvolto esponenti della politica e della sicurezza cantonali e comunali.
Dopo averne discusso a vari livelli con loro e averne recepito le preoccupazioni, abbiamo impostato il nuovo progetto che comprende i cambiamenti indispensabili per continuare a garantire la massima sicurezza sul nostro territorio. Il principio è chiaro: non è importante se a intervenire in una situazione di pericolo sarà un agente con la mostrina della Polizia cantonale o di una polizia comunale, ciò che conta è dare sempre una risposta opportuna alle aspettative e ripristinare la situazione d’ordine.
Le proposte strutturali prevedono tre punti principali: una nuova suddivisione dei compiti tra Polizia cantonale e comunali, l’aumento graduale degli effettivi delle polizie strutturate (in una prima fase il numero minimo di agenti passerà da 5 a 15 più il Comandante), il miglioramento del coordinamento all’interno delle regioni di polizia attraverso il rafforzamento del ruolo delle Polizie Polo e la possibilità per i Comuni di convenzionarsi con il Cantone. Questi obiettivi saranno inseriti in una modifica di legge che verrà approvata dal Governo entro l’estate del 2019, dopo che i Comuni avranno detto la loro, ancora una volta, sul progetto. L’approccio del mio Dipartimento è sempre il medesimo: come per il Piano cantonale delle aggregazioni, non vogliamo imporre nulla agli enti locali, ma proporre un progetto che sia condiviso anche con la base del nostro sistema federalista.

Una ben definita suddivisione dei compiti
Sono essenzialmente due i motivi per cui è necessario rivedere i compiti delle polizie comunali: da una parte, occorre aumentare la loro capacità di risposta ai bisogni dei cittadini sul loro territorio nell’arco delle 24, dall’altra bisogna sgravare la Polizia cantonale di alcuni compiti e consentirle di concentrarsi maggiormente su tutte le aree di sua competenza (gendarmeria, inquirenti e attività di supporto). Oltre a ciò, va prestata attenzione alle nuove minacce criminali – penso, ad esempio il terrorismo – in un contesto di collaborazione a livello intercantonale, federale e internazionale.
Si continuerà a lavorare secondo obiettivi condivisi, ma strutturati su diversi livelli e con una chiara suddivisione dei compiti. Questo scenario è stato pensato soprattutto per migliorare il coordinamento sul territorio anche attraverso una visione comune e l’uniformazione degli strumenti informatici, delle strutture logistiche e dell’equipaggiamento tecnico.

Il gradimento delle polizie comunali
Sono pienamente soddisfatto nel constatare che questa soluzione è stata accolta favorevolmente dai corpi di polizia: essa valorizza il ruolo e la competenza strategica delle polizie comunali, aumentandone l’attrattività del lavoro. Inoltre, la diminuzione del numero di polizie comunali rafforzerà il ruolo dei Comuni Polo e delle Polizie strutturate, diminuendo gli attuali problemi di coordinamento e di scambio d’informazioni. Le polizie locali continueranno a svolgere il loro lavoro di prossimità e saranno particolarmente utili nell’attività di prevenzione e repressione quotidiana, ma pure nella lotta alla radicalizzazione.
La recente messa in funzione della nuova Centrale comune d’allarme (CECAL) e l’implementazione del sistema di condotta rendono ora possibile un coordinamento centralizzato e rapido.

La nuova organizzazione garantirà un migliore presidio del territorio cantonale e parallelamente un’accresciuta attenzione alle nuove possibili minacce con la diminuzione dell’onere organizzativo a vantaggio delle risposte alla cittadinanza e alla capacità operativa.
Tutto ciò grazie alla corretta suddivisione dei compiti tra le varie polizie.

“Il politico come comunicatore”

“Il politico come comunicatore”

Intervista pubblicata all’interno de L’Universo, giornale studentesco universitario indipendente

Il periodo di studi all’università può rivelarsi ancor più proficuo se ci si riesce a costruire una rete di relazioni personali solide ed interessanti.
N. Gobbi, dopo aver studiato scienze politiche a Zurigo è tornato a Lugano dove, oltre a lavorare come consulente nell’ambito della comunicazione, ha anche frequentato l’USI, laureandosi in scienze della comunicazione.
Gli chiediamo come ricorda il periodo da studente al campus di Lugano: «Conservo dei bei ricordi del mio periodo universitario. Sono stati anni molto importanti dal punto di vista formativo e personale. Ho avuto l’opportunità di conoscere persone interessanti, così come di frequentare ambienti stimolanti.
Un ricordo particolare? A pensarci bene ce n’è uno che mi fa sorridere tutte le volte che ritorna a galla: a un corso tenuto dal professor Lorenzo Cantoni, ho condotto una ricerca sulla Polizia ticinese e sulla percezione che hanno i ticinesi della sicurezza; ho quindi avuto modo di intervistare l’allora responsabile web del Dipartimento che qualche anno dopo mi sono trovato a dirigere. Mi fa sempre uno strano effetto pensare a come le cose sono andate tanto in fretta».
A questo punto, domandiamo al Direttore se ciò che ha studiato all’università gli sia davvero stato utile nella sua esperienza successiva. Pur entusiasta del percorso di studi intrapreso, N. Gobbi ci fa una confessione interessante. Ci dice di aver trovato più pertinenti rispetto alle sue aspettative gli studi in scienze della comunicazione piuttosto che quelli in scienze politiche. Una risposta che conferma quanto il sapere comunicare efficacemente sia uno degli elementi più importanti del mestiere del politico. «Credo in una politica fondata sul confronto dialettico, sullo scambio di opinioni, sulla difesa argomentata delle proprie idee e sulla condivisione con gli altri (politici e cittadini) del proprio pensiero. Considero il politico prima di tutto un comunicatore, una persona che sa quello che dice e sa come dirlo. È un “mestiere” che richiede chiarezza, capacità di dialogo e di ascolto».
Infine, chiediamo quale sia il problema politico che più lo preoccupa al momento: «Più che di problema parlerei di sfide, che non sempre hanno un solo lato ma sono spesso un concatenarsi di elementi. La grande instabilità odierna porta molti ad essere pessimisti sul futuro; vista la mia predisposizione e posizione nel Governo cantonale mi concentro nel garantire stabilità nell’ambito della sicurezza, poiché senza sicurezza non possono esistere sviluppo economico e pace sociale. In questi anni, con la squadra che ho creato a livello dirigenziale nel mio Dipartimento, ci siamo concentrati a migliorare le condizioni quadro nel nostro Cantone, riportando i tassi di sicurezza a livelli di grande soddisfazione (dimezzamento dei furti nel Mendrisiotto ad esempio), con tassi di criminalità inferiori a quelli registrati negli ultimi 10 anni. Dall’altra parte abbiamo spinto a migliorare le prestazioni dei nostri servizi, facendo di più con meno o uguali risorse, puntando molto sulle nuove tecnologi e sullo sviluppo di nuove competenze. Cosi abbiamo risposto a questa sfida, dare stabilità e possibilità di crescita in maniera controllata e sostenibile. E per il futuro rispondo che siamo sempre pronti!».

“Basta un attimo! La sicurezza in acqua dipende da te”: resoconto della stagione balneare 2018

“Basta un attimo! La sicurezza in acqua dipende da te”: resoconto della stagione balneare 2018

Comunicato stampa

È un bilancio sostanzialmente positivo quello stilato dal Dipartimento delle istituzioni e dalla Sezione della Polizia lacuale per quanto attiene all’estate 2018, con un focus particolare sul numero degli incidenti nei fiumi e nei laghi del nostro Cantone. Le azioni di prevenzione destinate a residenti e turisti sono state recepite nel modo opportuno.

In collaborazione con la Commissione cantonale del Consiglio di Stato “Acque sicure”, lungo tutta la stagione estiva il Dipartimento delle istituzioni ha riproposto la campagna generale di informazione e sensibilizzazione denominata “Basta un attimo! La sicurezza in acqua dipende da te”. L’iniziativa è stata sviluppata soprattutto attraverso cartelloni pubblicitari tradotti in quattro lingue e posizionati nei principali luoghi d’interesse del nostro Cantone e nelle maggiori stazioni ferroviarie. In hotel, campeggi e presso gli enti turistici locali sono stati distribuiti efficaci opuscoli informativi che pongono l’accento sui rischi nei fiumi e sulle regole da rispettare quando ci si avventura nei laghi; sono inoltre stati installati manifesti sui bus che percorrono le tratte di valle e nei centri turistici. Infine, per veicolare in modo ancor più capillare questo importante messaggio, sono stati distribuiti migliaia di sottopiatti e bustine di zucchero in centinaia di esercizi pubblici ubicati in tutto il Cantone.
La sicurezza passa dalla prevenzione. La campagna multilingue, che verrà riproposta anche nella prossima stagione estiva, ha posto l’accento sul senso di responsabilità che ognuno di noi è sempre chiamato a dimostrare nei contesti acquatici; il rischio è infatti sempre dietro l’angolo, ed è fortemente legato al nostro comportamento. Proprio nell’ottica di essere ancor più incisivi a livello preventivo, è stata anche prodotta una serie di video che avevano lo scopo di mettere in luce le principali situazioni di rischio con cui bagnanti e sportivi possono trovarsi confrontati nei fiumi e nei laghi.
Attraverso la campagna si sono quindi resi attenti in particolare turisti e residenti sulle regole che permettono di evitare comportamenti a rischio e incidenti e, segnatamente, sull’attenzione e sulla vigilanza che bisogna costantemente mantenere nei contesti acquatici, dove i rischi sono molto più elevati e sempre dietro l’angolo e dove occorre dimostrare un elevato senso di responsabilità personale.
Purtroppo, durante la stagione estiva 2018 si sono registrati tre incidenti mortali: due in contesti fluviali (fiume Verzasca) e uno nel lago Ceresio. Restano poi elevati, e destano non poche preoccupazioni, i diversi infortuni gravi causati da attività a rischio quali i tuffi dalle rocce, il funambolismo sui fiumi, il canyoning e il campeggio abusivo a bordo fiume.
Tra le novità di quest’anno, si segnala l’attività proposta alla spiaggia del Meriggio a Losone: alla confluenza dei fiumi Maggia e Melezza, in una delle zone più frequentate del Locarnese durante la stagione calda, durante i fine settimana dei mesi di luglio e di agosto è stata organizzata la presenza dei pattugliatori, che hanno informato i bagnanti sui comportamenti corretti da assumere per godersi le meraviglie del Cantone in tutta sicurezza.
Il Dipartimento delle istituzioni coglie l’occasione per ringraziare tutti gli enti che hanno collaborato attivamente sul territorio e hanno contribuito alla salvaguardia della vita dei numerosissimi frequentatori dei nostri laghi e corsi d’acqua.

Lotta all’estremismo, il punto

Lotta all’estremismo, il punto

Da www.rsi.ch/news

Il bilancio del delegato alla sicurezza André Duvillard, ad un anno dal lancio del piano nazionale contro la radicalizzazione, è positivo.

È positivo il primo bilancio del piano nazionale contro la radicalizzazione e l’estremismo violento, elaborato da Confederazione, Cantoni e Comuni. L’iniziativa, finanziata da Berna con cinque milioni di franchi per cinque anni, veniva lanciata un anno fa.

Sono 26 le misure individuate per prevenire l’estremismo violento e la radicalizzazione coinvolgendo le autorità di tutti i livelli: scuole, società sportive, circoli ricreativi e associazioni religiose. Obiettivo: identificare il prima possibile i pericoli neutralizzarli e reintegrare socialmente le persone problematiche.

La maggior parte delle azioni sono già state avviate. Lo dice il delegato della rete integrata per la sicurezza André Duvillard: “La misura per me centrale è la creazione di strutture e strategie locali, e si è instaurata una dinamica in questa direzione. Penso ai cantoni Vaud e Friburgo ma anche al Ticino – spiega ai microfoni della RSI – Il numero di casi annunciati inoltre è stabile. Questo significa che l’attenzione è rimasta alta. Il bilancio di Winterthur parla di 76 segnalazioni, solo due delle quali rilevanti. Intanto però tutte sono state verificate. Altri aspetti positivi riguardano lo scambio di informazioni e la collaborazione fra i vari attori”.

L’interesse è stato dimostrato anche mercoledì a Berna dove 200 specialisti si sono trovati per condividere le proprie esperienze ma ci sono ancora dei punti deboli. “Alcuni provvedimenti sono più complessi, penso soprattutto alla reintegrazione e alla deradicalizzazione”, risponde Duvillard. “Nelle prossime settimane costituiremo un gruppo di esperti con l’obiettivo di essere efficaci a livello cantonale condividendo le competenze”.

Riguardo infine ai progetti finanziati da Berna l’esame delle domande è tuttora in corso, e altre richieste potranno essere inoltrate solo in un secondo momento.

Recluta umiliata, Rebord dal padre

Recluta umiliata, Rebord dal padre

Da www.rsi.ch/news

Il capo dell’Esercito svizzero in Ticino per incontrare il genitore che aveva denunciato l’episodio di nonnismo a Emmen

A un mese dalla denuncia di presunte vessazioni subite da una recluta ticinese durante la scuola reclute DCA a Emmen, il capo dell’Esercito, Philippe Rebord, mercoledì è venuto personalmente in Ticino dove nel pomeriggio a Locarno ha incontrato il padre del giovane soldato che aveva pubblicamente denunciato l’episodio.
Un incontro dal carattere privato voluto dal comandante di corpo per assicurare la vicinanza e la comprensione da parte dei vertici dell’Esercito svizzero. Sul caso avvenuto a settembre la giustizia militare ha aperto un’indagine preliminare.
Più tardi, verso le 17.00, il Capo dell’Esercito ha incontrato a Palazzo delle Orsoline a Bellinzona il consigliere di Stato Norman Gobbi e Marco Lucchini, presidente della Società ticinese ufficiali, assicurando come l’episodio di Emmen sia un caso isolato e non esista pregiudizio nei confronti dei militi ticinesi.

https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/11098248