I patriziati, valore aggiunto per la collettività

I patriziati, valore aggiunto per la collettività

Vedo entusiasmo, passione e spirito corporativo

L’evento “PatriziAmo”, organizzato a inizio mese dalla Città di Lugano in concomitanza con la Festa d’Autunno, mi offre la possibilità di tornare a parlare di un tema a me caro e spero sia lo stesso per tutti i ticinesi.
Desidero dapprima ringraziare Michele Foletti, l’ideatore di queste giornate, il sindaco Marco Borradori e il portavoce di tutti i patriziati di Lugano Giorgio Foppa per il sostegno alla manifestazione.
I Patriziati sono una parte integrante della nostra società: si tratta di enti storici che hanno origine nel nostro passato, giocano un ruolo da protagonisti nel presente e guardano con entusiasmo a un futuro che contribuiscono a costruire. Insomma, essi non sono i custodi di fredde ceneri, come qualcuno tende riduttivamente a pensare, bensì vivaci ravvivatori del fuoco dello spirito del XXI secolo.
Il mio Dipartimento, proprio perché consapevole della loro centralità e perché intimamente convinto della necessità di sostenere nei fatti la triade Patriziato-Comune-Cantone, mette a disposizione la sua consulenza attraverso i propri Servizi, così come un aiuto finanziario tramite il Fondo di aiuto patriziale e il Fondo per la gestione del territorio. Se i progetti sono validi, e nella quasi totalità lo sono, noi – il Cantone e il Dipartimento – ci siamo! In questo contesto di costruttiva collaborazione, occorre evidenziare il prezioso lavoro di mediazione svolto dall’Alleanza patriziale ticinese (ALPA), con la quale portiamo avanti numerose iniziative e attività. Nata nel 1938, l’ALPA sostiene i Patriziati e promuove la collaborazione con i Comuni in modo da creare le condizioni-quadro favorevoli alla gestione sostenibile del territorio che, assieme alle persone, è il nostro bene più prezioso. Posso solo confermare quanto ho già avuto modo di sottolineare in altre occasioni: il nostro rapporto è sempre stato eccellente e sono sicuro che potrà consolidarsi ulteriormente nei prossimi anni, generando ricadute benefiche all’istituto patriziale.

Un patrimonio su cui possiamo contare
A confermare la tesi che si tratti di un ente radicato e ancora attuale, oggi in Ticino si contano 201 Patriziati e ben 90mila patrizi. Essi sono proprietari del 75% dei circa 140mila ettari del territorio boschivo che ci circonda. Si occupano con passione, spirito corporativo e con assoluta dedizione della gestione delle proprietà comunitarie quali i boschi, ma anche le cave, gli alpi, i caseifici, oltre alle infrastrutture sportive e turistiche. Insomma: i Patriziati sono un patrimonio su cui ogni ticinese – patrizio o no – sa di poter contare.

Tra difficoltà e sensibilizzazione
Nel corso della presentazione della prima edizione dell’evento, è emersa anche la difficoltà di coinvolgere nell’universo patriziale nuove persone, soprattutto i giovani. La questione è sentita da tempo, anche se la Legge Organica Patriziale (LOP) – entrata in vigore nel 1992 – aiuta, visto che contempla la possibilità di diventare patrizi secondo varie modalità. Trovare persone che mettano a disposizione tempo ed energie è un problema in generale di tutto il volontariato. Il dinamismo non manca, ma occorre toccare le corde giuste per stimolare le nuove generazioni. E a proposito di sensibilizzazione dei giovanissimi, le idee ci sono: quest’estate, tanto per fare un esempio, oltre 3’000 bambini hanno partecipato alle attività organizzate con Lingue e Sport in collaborazione con diversi Patriziati. Essi hanno dato vita con entusiasmo a uscite ambientali o culturali per conoscere il territorio, dalla Leventina al Mendrisiotto. Piccoli patrizi crescono?

Una realtà propositiva
So per certo, perché ne ho esperienza diretta, che la volontà non manca, che ci sono Patriziati propositivi e innovativi nella promozione di progetti di gestione e valorizzazione del territorio, in ambiti classici come quello agricolo o quello forestale, ma sempre più anche nel turismo, nel sociale e nel settore culturale. Il Patriziato si muove all’interno di una società e si sviluppa con essa, offrendo un servizio essenziale per la comunità locale e quindi, di riflesso, per tutto il Cantone. Innesca un circolo virtuoso dal quale non può che trarne beneficio la collettività.

Infocentro: spiraglio da Berna

Infocentro: spiraglio da Berna

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 19 ottobre 2018 de La Regione

Ministro Gobbi ottimista

«Sono positivamente orientato a dire che una soluzione si potrà trovare». Contattato dalla ‘Regione’, il ministro Norman Gobbi spiega che dopo un primo fallimento delle trattative con la Confederazione, negli ultimi tempi il Cantone si è di nuovo attivato per cercare di trovare una soluzione. «L’unico che può salvare l’Infocentro è l’esercito. E ci siamo mossi in tal senso», aggiunge Gobbi. Il Dipartimento delle istituzioni (Di) che dirige ha il ruolo di mediatore tra la ditta privata AlpTransit San Gottardo, attuale proprietaria, e il potenziale cliente, la Confederazione tramite il Dipartimento federale della difesa, della protezione della popolazione e dello sport (Ddps). Un’acquisizione, aggiunge Gobbi, che non è tuttavia scontata. L’edificio costato 11 milioni di franchi si trova in zona non edificabile, sul sedime che interessa armasuisse per potervi insediare la piazza d’istruzione per le truppe sanitarie ora presente alla Saleggina, a Bellinzona, dov’è previsto l’ospedale cantonale. Se l’ultima versione di armasuisse prevedeva il ritiro del terreno senza edificio, ora potrebbe cambiare idea. Il Di, spiega Gobbi, ha infatti riportato sul tavolo del Ddps alcuni elementi «che non erano stati sufficientemente presi in considerazione dai responsabili di armasuisse quando scartarono la possibilità di tenere l’Infocentro». Se la trattativa andasse a buon fine, in un secondo momento si potrebbe avviare l’iter per il cambio di destinazione e valutare quali servizi inserire.

 

Servizio all’interno dell’edizione di giovedì 18 ottobre 2018 de Il Quotidiano

Infocentro, incontro tra Parmelin e Gobbi

https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/10998680

Infocentro, “cerchiamo soluzioni”

Infocentro, “cerchiamo soluzioni”

Da www.rsi.ch/news

Guy Parmelin si esprime sul futuro dell’Infocentro AlpTransit di Pollegio mentre il PPD ha depositato le firme contro la demolizione dell’edificio.

Il consigliere federale Guy Parmelin lascia la porta aperta sul futuro dell’Infocentro AlpTransit di Pollegio. L’evoluzione della situazione è emersa dall’incontro avuto giovedì a Berna con il consigliere di Stato Norman Gobbi.

“In questo dossier ci sono vari fattori in gioco: quelli che riguardano l’esercito, le problematiche di gestione del territorio e gli interessi del Ticino – spiega alla RSI il capo del Dipartimento federale della difesa, della protezione della popolazione e dello sport (DDPS) -. Stiamo cercando una soluzione, ma oggi è troppo presto per capire se si riuscirà a trovarla”.

Il Partito popolare democratico (PPD) giovedì ha consegnato le quasi 7’700 firme raccolte per la petizione “No alla demolizione dell’Infocentro Alptransit”, con la quale si chiede al Consiglio di Stato di intervenire. I costi di adeguamento della struttura sono stati stimati attorno agli 800’000 franchi, mentre quelli annuali di gestione a 80’000.

“Tolleranza zero”

“Tolleranza zero”

Da www.rsi.ch/news
https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Da-condannare.-E-perseguire-10996049.html

 

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 18 ottobre 2018 de La Regione

Gobbi: “Danneggiata l’immagine dell’esercito. Atto da condannare”
Nel pomeriggio di ieri il papà della recluta ha incontrato il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi che, da noi raggiunto, spiega di «aver espresso gratitudine al padre che ha detto, pur deplorando il fatto, di aver fiducia nell’esercito e questo credo sia l’aspetto più importante». Proprio perché, continua Gobbi, casi simili “danneggiano l’immagine dell’esercito, il quale non ha alcun interesse che queste situazioni si producano”. Purtroppo, “essendo l’esercito composto da esseri umani, capita che qualcuno agisca senza ragionare ed ecco che si creano situazioni sì marginali, ma che non devono essere in alcun modo minimizzate”.
Visto che “danneggiano pesantemente un’istituzione che è elemento integratore della nostra comunità con più lingue e culture. Queste non sono immagini che rappresentano i valori del nostro Paese, e questi atti devono essere condannati” conclude Gobbi.

 

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 18 ottobre 2018 de La Regione

“Da ora in avanti, chi subisce non taccia più”
“Per un mese si è tenuto tutto dentro. Non voleva farmi preoccupare. Posso solo immaginare il peso che ha dovuto sopportare”. D., il papà della recluta ticinese vessata a Emmen, ha lo sguardo triste e determinato assieme. La tristezza è dovuta all’umiliazione subita dal ragazzo, un 24enne descritto come “solare, tranquillo, con la sua cerchia di amici e la ragazza, non certo uno sfigato come questa vicenda potrebbe far pensare”; la determinazione viene invece dalla “grande occasione che ci si presenta ora, a più livelli. Il primo è che certe integrazioni di piccoli nuclei di reclute ticinesi (tre in questo caso) in contesti affollati da commilitoni di altre regioni linguistiche possano venire in futuro evitate. Il secondo è che aprendo il vaso di Pandora si parli da ora in avanti apertamente di circostanze simili per denunciarle con fermezza. Mai più deve accadere che chi subisce poi taccia”. D., sollevato dalle “centinaia di attestazioni di solidarietà che mi sono giunte dopo il servizio televisivo”, è reduce da un incontro con il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi: “Non apparteniamo allo stesso partito, ma devo dargli atto di grande prontezza e sensibilità. Gli stessi pregi che ho avuto modo di vedere nella Giustizia militare per il modo in cui ha reagito. Ci sentiamo sostenuti, e questo, adesso, è fondamentale”. Un sostegno che il figlio – ora come noto dislocato in Engadina – avrebbe avuto privatamente anche dal tenente della sua compagnia di Emmen: “Gli ha espresso la massima solidarietà e chiesto se avesse bisogno di sostegno psicologico. Avrebbe anche potuto smettere subito con la Scuola reclute, ma mio figlio ha rifiutato perché tutto sommato con gli altri ragazzi si trova bene. Si sono già tutti scusati per quanto avvenuto. Se vi sono stati soprusi, anche in precedenza, non è causa delle altre reclute, ma dello strano meccanismo che si crea quando v’è un intervento gerarchicamente vincolante di fronte al quale è difficilissimo reagire”. Ed è proprio quanto avvenuto il 14 settembre: “I ragazzi erano nel bosco – racconta D. – e giocavano fra loro a tirarsi noci e sassolini: niente di che. Poi è intervenuto questo graduato che ha preso mio figlio “dal mazzo” – ma avrebbe potuto scegliere qualcun altro, perché molti altri avevano le sue stesse responsabilità – per farlo diventare vittima di quella tremenda parodia del plotone d’esecuzione. Gli stessi suoi compagni ticinesi sono stati costretti a “lapidarlo” assieme agli altri. Dal video si vede chiaramente che in quel momento mio figlio non è più lui: teme, a giusta ragione, le possibili conseguenze fisiche”. Conseguenze che erano ben visibili sul corpo: ecchimosi e lividi su schiena e collo, ora spariti, contrariamente al ricordo di quanto subito.

“Mio figlio ha sempre creduto nell’esercito, e ci crede ancora”
“Eppure – ricorda il papà – nell’esercito mio figlio ha sempre creduto e crede ancora. Figuriamoci che dopo la visita di reclutamento aveva ricorso contro la decisione di destinarlo alla Protezione civile. Ottenendo poi la sua incorporazione. Ci credevo anch’io, quando avevo la sua età. Dopo 200 giorni di servizio, a causa di un incidente ero passato alla PCi, dove sono diventato comandante di compagnia con il grado di capitano. Ho sempre preteso il massimo rispetto per le reclute. E lo stesso criterio l’ho poi applicato a scuola nei confronti degli allievi (D. ha un ruolo di responsabilità in ambito scolastico nel Locarnese, ndr)”. Nell’immediato, mentre il ragazzo concluderà la sua Scuola reclute, la Giustizia militare ha dato a D. la possibilità di seguire il figlio nell’iter giudiziario: “Sì – dice il papà –, lo accompagnerò in questo cammino. Lo vedo sereno, adesso, perché finalmente si è liberato. Ma se avrà bisogno di me, io ci sarò”. Una brutta storia che però, vedi articolo a lato, non ha minato la fiducia nell’esercito.

Il “pirata” dietro le sbarre

Il “pirata” dietro le sbarre

Servizio all’interno dell’edizione di martedì 16 ottobre 2018 de Il Quotidiano
https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Il-pirata-tedesco-%C3%A8-finito-in-cella-10989626.html

 

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 17 ottobre 2018 del Corriere del Ticino

Germania Il «pirata» dietro le sbarre
L’automobilista tedesco protagonista dei sorpassi folli sull’A2 è finito in carcere nel suo Paese.
Dovrà scontare la pena decisa dalla giustizia ticinese – Gobbi: “È giunta l’ora dell’espiazione”

Quattro anni dopo l’arresto in Ticino, il pirata della strada tedesco che si era reso protagonista di una lunga serie di infrazioni sull’autostrada A2 e aveva sorpassato dieci veicoli nella galleria del San Gottardo, è ora in prigione.

Ieri mattina è stato prelevato dalla polizia al suo domicilio, come ha annunciato la procura di Stoccarda. L’uomo avrebbe già dovuto presentarsi in carcere in giugno, ma si era dichiarato «inabile alla carcerazione» perché malato. Gli era stato intimato più volte di sottoporsi all’esame di un esperto, ma senza esito.
La polizia tedesca ha quindi deciso di intervenire. L’uomo era stato fermato nel luglio 2014 poco prima del tunnel del Monte Ceneri e gli era stata confiscata l’auto.

Atteso per una cena a Como, quel 14 luglio il manager finanziario aveva combinato di tutto in autostrada. Dopo aver sorpassato una decina di auto nella galleria del San Gottardo e in quella del Piottino – dove come noto il limite è di 80 chilometri orari e dove vige il divieto più assoluto di superare veicoli – era fuggito dalla polizia sfrecciando a più di duecento chilometri orari. Ad un posto di blocco sul monte Ceneri si era arrestata la sua corsa, ma non la sua insolenza: qualche anno più tardi l’automobilista – che non si era presentato al processo in Ticino in cui era stato condannato dal giudice delle Assise criminali di Lugano Mauro Ermani a dodici mesi di carcere da scontare – aveva dichiarato in un’intervista di non essere interessato alla sua vicenda giudiziaria. Si era anche fatto fotografare dal «Blick» con la patente ancora in tasca.

L’uomo sosteneva che non aveva fatto nulla di male, che non aveva messo in pericolo la vita di nessuno e che non sarebbe comunque più tornato in Svizzera. Affermazione profetica, quest’ultima, dato che il Dipartimento federale di giustizia e polizia ha bandito il conducente dalla Confederazione fino al luglio del 2027. Dopo che la condanna in contumacia era cresciuta in giudicato senza che la difesa avesse ricorso, la Divisione della giustizia ticinese aveva chiesto alla Confederazione di contattare le autorità tedesche per l’evasione della condanna e questo facendo leva sull’articolo 100 e seguenti della Legge federale sull’assistenza internazionale in materia penale. Ma inizialmente aveva ricevuto picche da parte tedesca.

Il Tribunale di Stoccarda aveva respinto la richiesta spiegando che in Germania il reato contestato sarebbe punibile solo con una pena pecuniaria. Svizzera e Germania hanno firmato un trattato sull’esecuzione delle pene, ma le differenze tra i due sistemi giuridici, in questo singolo caso, sono state in un primo tempo decisive. Ad aprile 2017, tuttavia, il Tribunale d’appello del Baden-Württemberg aveva accolto il ricorso inoltrato dalla Procura di Stoccarda ritenendo la pena detentiva «severa ma sopportabile» (ma non confermando gli ulteriori 18 mesi di libertà vigilata richiesti dalle autorità elvetiche).

Vettura all’asta per 4.900 franchi
Pochi giorni fa era anche stata venduta all’asta l’auto sportiva confiscata, una BMW del 2003, conservata nel deposito del Servizio dei reperti della polizia cantonale. Se l’è aggiudicata per 4.900 franchi un 26.enne di Cresciano.

“Punto e a capo”
Particolarmente soddisfatto degli ultimi sviluppi il consigliere di Stato Norman Gobbi, che si era da subito impegnato per far sì che il pirata pagasse per le sue azioni. «Dopo aver recentemente venduto all’asta la sua autovettura confiscata dalle autorità di polizia e giudiziarie, adesso – dopo aver giocato con i certificati medici – l’ora dell’espiazione della pena è giunta. Punto e a capo» ha scritto ieri su Facebook.

Il pirata tedesco è finito in cella

Da www.rsi.ch/news

Prelevato e condotto in carcere il 44enne condannato a Lugano, che nel 2014 superò a tutta velocità una decina di veicoli nel San Gottardo.

Quattro anni dopo le sue “scorribande” lungo le strade svizzere, è finito in prigione il pirata della strada tedesco resosi protagonista di un inseguimento degno di un film hollywoodiano. Il 44enne è stato infatti prelevato dalla polizia questo martedì mattina dalla sua abitazione di Ludwigsburg, per essere condotto dietro le sbarre, riferisce la Procura di Stoccarda. A nulla sono valsi i vari richiami affinché l’uomo, finora a piede libero e che recentemente si era dichiarato inabile alla carcerazione poiché malato, si recasse volontariamente in carcere.

Nel 2014, a bordo della sua BMW, sfrecciò ad altissima velocità lungo l’autostrada, venne inseguito dalla polizia, e superò, correndo a oltre 130 km/h, decine di veicoli nella galleria del San Gottardo. Fatti che gli costarono una condanna definitiva a trenta mesi di prigione, 12 dei quali da scontare, emanata dalla Corte delle Assise Criminali di Lugano nel febbraio del 2017.

Tornato in Germania, si burlò tuttavia più volte delle autorità elvetiche, sostenendo che in patria non sarebbe mai finito in prigione. Invece, nonostante le divergenze in materia di codice penale e norme sulla circolazione, la Corte d’appello di Stoccarda ha ribaltato la sentenza di primo grado e stabilito lo scorso aprile che l’imputato deve scontare la condanna inflitta in Svizzera. Da qui l’intervento odierno della polizia tedesca.

Nach vier Jahren sitzt der Gotthard-Raser im Gefängnis

Nach vier Jahren sitzt der Gotthard-Raser im Gefängnis

Da www.blick.ch

Nach vier Jahren sitzt der Gotthard-Raser im Gefängnis. Deutsche Polizei holte Christian R. zu Hause ab.

Gut vier Jahre nach seiner gefährlichen Fahrt durch den Gotthard-Tunnel sitzt der Deutsche Christian R. (44) seit Dienstag im Gefängnis.
Dafür musste er von der Polizei abgeholt worden. Freiwillig wollte er nicht in den Knast.

Die Odyssee um den Gotthard-Raser Christian R.* (44) hat endlich ein Ende. Jetzt sitzt der 44-Jährige im Gefängnis. Freiwillig wollte er aber nicht gehen. Polizisten mussten den Gotthard-Raser am Dienstagmorgen an seinem Wohnort im Kreis Ludwigsburg (D) abholen. Das teilt die Staatsanwaltschaft Stuttgart heute mit.

Angeblich zu krank fürs Gefängnis
Eigentlich sollte Christian R. schon seit Anfang Juni hinter Gittern sein. Zuerst habe er sich kurzerhand selbst für krank erklärt, weshalb er nicht in den Knast habe wandern können. Danach habe R. laut Staatsanwaltschaft Stuttgart mehrere Aufforderungen ignoriert, sich endlich bei den Behörden zu melden.
Also musste die Polizei vorbeikommen und ihn abholen, damit er seine Strafe endlich absitzt. Vier Jahre ist es mittlerweile her, dass Christian R. auf seiner Rüpelfahrt mit 200 km/h durch den Gotthardtunnel gerast war und dabei zehn andere Autos überholt hatte. «Ich bin durchgebolzt wie ein Affe!», kommentierte R. damals gegenüber BLICK seine Rüpelfahrt.

Gobbi: «Gut so!»
Dann folgte eine Verurteilung durch das Kantonsgericht Lugano TI. Ein Jahr sollte er ins Gefängnis. Doch R. hatte damals nur ein müdes Lächeln übrig für die Schweizer Justiz. «Das Urteil interessiert mich nicht!», sagte er zu BLICK nach dem Urteil. Diese Antwort dürfte sich nun geändert haben. Jetzt sitzt der Gotthard-Raser im Knast.
Der Tessiner Staatsrat Norman Gobbi sagt zu BLICK: «Jetzt schliesst sich der Kreis. Endlich. Ich bin froh, dass die Spielchen mit ärztlichen Attesten, mit denen Christian R. versucht hat, der Haftstrafe zu entgehen, keinen Erfolg hatten.» Gobbi sagt, dass er nichts anderes erwartet habe. «Gut so!»

Übrigens: Der BMW des Rasers wird weiterhin durch die Schweiz fahren. Anfang Oktober wurde der Sportwagen nämlich versteigert. Der glückliche Neu-Besitzer ist Andrea Escaleira (26) aus Cresciano TI. Der Tessiner versprach: «Rasen werde ich höchstens in Deutschland.»

Incontro della conferenza consultiva cantonale sulla sicurezza

Incontro della conferenza consultiva cantonale sulla sicurezza

Comunicato stampa

Si è riunita venerdì pomeriggio a Bellinzona la Conferenza cantonale consultiva sulla sicurezza diretta dal Consigliere di Stato Norman Gobbi. All’ordine del giorno figuravano l’evoluzione del progetto “Polizia ticinese”, un aggiornamento sulla creazione del portale per prevenire i fenomeni della radicalizzazione e dell’estremismo violento e la definizione di una strategia per i controlli di velocità.
Anche per la sedicesima riunione della Conferenza consultiva cantonale si sono riuniti venerdì pomeriggio a Bellinzona i principali attori istituzionali chiamati a garantire la sicurezza sul territorio ticinese. Alla riunione, coordinata dal Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, hanno partecipato i municipali dei Comuni-Polo in materia di polizia e rappresentanti delle forze dell’ordine, cantonale e comunali.
Come di consueto l’incontro si è aperto con l’aggiornamento dell’attuazione della Legge sulla collaborazione tra polizie entrata a regime a partire dal 1. settembre 2015 nelle otto Regioni nelle quali è suddiviso a livello di sicurezza il territorio cantonale. Il Consigliere di Stato Norman Gobbi ha ricordato che ogni regione deve garantire per legge la presenza di un numero adeguato di agenti nell’organico e in quest’ottica ha reso attenti i presenti che i poli ancora sottodotati dovranno provvedere ad adattare i propri corpi di polizia.
La discussione è poi proseguita con la presentazione del progetto di prevenzione sulla radicalizzazione e l’estremismo violento da parte della responsabile Michela Trisconi la quale ha illustrato gli obiettivi della strategia nazionale e cantonale. Prossimamente saranno presentati pubblicamente il nuovo portale e la helpline ideati per prevenire questi fenomeni.
La Conferenza consultiva tornerà a riunirsi nel mese di marzo.