Discorso pronunciato in occasione della cerimonia di promozione dei medici militari nella chiesa St. Etienne di Moudon.

Discorso pronunciato in occasione della cerimonia di promozione dei medici militari nella chiesa St. Etienne di Moudon.

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signore, egregi signori
È per me un onore e un piacere intervenire a questa importante cerimonia per porgervi gli auguri in rappresentanza dell’autorità politica. È un onore rappresentare la Svizzera tutta, in qualità di Consigliere di Stato del Canton Ticino, minoranza linguistica e culturale del nostro Paese. Una scelta, quella del vostro Comando, che racchiude tanti significati e che mostra subito l’essenza della Svizzera e in parallelo l’essenza dell’Esercito: la volontà di esser uniti nonostante le differenze di religione, di lingua e più in generale di cultura. Essere uniti per garantire libertà e prosperità ai cittadini svizzeri.
La Svizzera, questa Willensnation, oggi più che mai ha bisogno di simboli forti per riaffermare la sua vocazione. L’Esercito è uno di questi simboli – anzi forse il simbolo più forte – che favorisce la nostra coesione nazionale.
Nel contesto di quanto sin qui detto, permettetemi di fare un parallelismo tra ciò che significano il Ticino e la minoranza linguistica italiana per la Svizzera e quanto rappresentate voi per l’Esercito.
Anche voi, come il Ticino, siete “piccoli”, nel senso che siete una categoria minoritaria rispetto alle altre componenti dell’Esercito. Ma anche voi, come il Ticino per la Svizzera, risultate indispensabili per il funzionamento stesso dell’Esercito.
Senza di voi – se pensiamo al tempo di guerra – nessuna attività potrebbe essere portata avanti. Nessuna chances di riuscita. Senza di voi – per rimanere nell’auspicato periodo di pace – qualsiasi scuola o servizio, a cominciare dal reclutamento, non potrebbe mai essere organizzato. L’indispensabilità della minoranza!
È per questo motivo che sono ancora più onorato di rivolgermi a voi. Ed è per questo motivo che anche voi dovete essere consapevoli e onorati del valore della vostra funzione all’interno dell’Esercito. Una funzione che nel corso dei secoli ha cambiato modalità di intervento grazie all’evoluzione della medicina: dalla farmacologia, alla traumatologia, dalla chirurgia, alla cardiologia, e via discorrendo. Ma come il medico di truppa nella battaglia di Solferino con Henri Dunant, o sulle navi da guerra, o nel corso dei due grandi conflitti mondiali era spesso l’unica àncora di salvezza per i soldati, oggi – voi – siete un punto di riferimento per i giovani e per tutti i militi del nostro Esercito.
Nella mia carriera nell’esercito fortunatamente non ho mai dovuto ricorrere all’intervento del medico militare. Conosco invece molto bene il suo ruolo e la sua importanza nel contesto di una scuola reclute o di un corso di ripetizione.
Siete un punto di riferimento, come detto, per i soldati. Con il vostro lavoro potete diagnosticare problematiche e risolverle prima che intervengano complicazione più gravi. Lo si constata soprattutto nel corso del reclutamento, delle entrate in servizio ma non solo. Siete un punto di riferimento durante le scuole reclute e nei corsi di ripetizione, quando il giovane in formazione chiede il vostro aiuto. Spesso per problemi fisici, talvolta anche per questioni personali, che richiedono quindi da parte vostra una buona conoscenza anche della psicologia, del comportamento umano. Chi dirige una scuola reclute o è alla testa di un servizio d’istruzione della formazione confida molto sul vostro lavoro. Lo dico non senza ironia: quante volte abbiamo vissuto con un po’ di terrore la possibilità di “fuga” dei militi prima di esercizi fisici o di una marcia!!! Di fronte alla cosiddetta Linea blu è indispensabile il rapporto di fiducia, accompagnato dall’alta professionalità richiesta al medico militare e dalla responsabilizzazione del milite. Credo che su questo fronte notevoli passi avanti siano stati fatti per sconfiggere quello spettro che spesso aleggia (ma io vorrei dire aleggiava) chiamato simulazione.
Anche qui il vostro ruolo è stato e sarà essenziale. All’interno della struttura militare voi godete di ampia autonomia. È un riconoscimento indispensabile del vostro ruolo di medico. E sono sicuro che saprete dimostrare ogni giorno la professionalità e la responsabilità a cui siete chiamati. Sapete che sarete chiamati anche a fare sacrifici: confido nelle vostre qualità di uomini e di professionisti e auspico che abbiate sempre come sostegno la convinzione personale di compiere un lavoro molto importante.
Oggi, al termine di questa cerimonia, l’Esercito svizzero si arricchisce di competenze, che voi portate direttamente grazie alle vostre qualità e alla vostra formazione civile. Nello stesso tempo anche voi – attraverso il contatto giornaliero con i giovani e con i militi – vi arricchirete di esperienze, approfondendo un bagaglio che vi permetterà di esercitare a ogni livello con il massimo profitto.
È l’augurio che sento di rivolgervi in questa giornata e al termine di una cerimonia che mette al centro il vostro successo, ma anche la vostra responsabilità. Allo stesso modo l’augurio va a tutta l’”istituzione Esercito”.
In tempi di cambiamenti ha saputo rimanere al passo con quanto gli ruota attorno, sia a livello nazionale, sia a livello internazionale. Ha fatto i sacrifici che una situazione finanziaria non prospera gli ha imposto, ma ha pure mantenuto elevata la sua qualità di istruzione e la sua capacità di intervento, sapendo integrarsi con i bisogni di una moderna necessità di sicurezza.
Dal Ticino, e a nome di tutta la Confederazione, sono quindi orgoglioso e grato di salutarvi, augurandovi il successo che meritate. Nello stesso tempo assicuro all’Esercito tutto il mio impegno nei ruoli che la carica politica mi permette di esercitare, affinché il nostro strumento di difesa nazionale continui a essere centrale per la democrazia e per la libertà del nostro Paese e dei suoi cittadini!

Discorso pronunciato in occasione del 1 agosto a Melide

Discorso pronunciato in occasione del 1 agosto a Melide

– Fa stato il discorso orale –
Intervento ai festeggiamenti per i 40 anni del Canton Giura

Intervento ai festeggiamenti per i 40 anni del Canton Giura

Saignelégier – 23 giugno 2019

– Fa stato il discorso orale –

Che onore!
Grazie!

Gentili signore, egregi signori

In questa giornata ricca di significati sono estremamente felice di rivolgermi a voi a nome del Governo ticinese, del Cantone che più di tutti volle, fortissimamente volle, seguire l’anelito di libertà, di autonomia, ma pure di progettualità delle cittadine e dei cittadini giurassiani.

Sono onorato e orgoglioso di quanto fecero i ticinesi. Per questioni anagrafiche io non partecipai al plebiscito nei confronti della nascita del ventiseiesimo Cantone elvetico. Lo fecero sicuramente i miei genitori.

54’109 ticinesi andarono a votare. 50.956 misero il loro sì a favore della creazione del nuovo Cantone. Con una percentuale “bulgara”: il 95,1 per cento! Da Leventinese sono fiero di constatare che ben 7 Comuni del mio distretto votarono senza alcuna opposizione alla nascita del Canton Giura. E li voglio citare: Anzonico, Bedretto, Calonico, Calpiogna, Campello, Rossura e Sobrio. In totale furono 26 i Comuni ticinesi in cui tutte le cittadine e tutti i cittadini misero il loro SÌ nell’urna!

In quell’occasione il Consiglio di Stato trasmise alla Costituente della Repubblica e Cantone del Giura il seguente telegramma: “Il Governo del Cantone Ticino saluta con lo splendido voto del suo popolo il Giura assunto oggi a dignità di Cantone. Si rinnova e si consolida, in autentico spirito democratico, la Svizzera che vive nel costante confronto di stirpi e culture diverse, uguali in dignità e libertà”.

Sono nato ai piedi del massiccio del San Gottardo, ma a sud, non a nord. Dalla parte quindi di una minoranza. Il Ticino è entrato a far parte della Confederazione nel 1803 attraverso l’Atto di Mediazione voluto/imposto da Napoleone Bonaparte, che aumentò il numero di Cantoni. Questi Cantoni potevano così partecipare al funzionamento federalista della Confederazione Elvetica, e con un’ampia autonomia legata alle profonde differenze – di lingua e di religione in particolare – che avevano tra loro.

La vostra storia rappresenta l’autodeterminazione di un popolo, che all’interno di un quadro di riferimento imposto dal Congresso di Vienna ha voluto affermare le proprie caratteristiche: una lingua diversa, una religione diversa, dunque una cultura diversa.

Il vostro è un processo democratico – peraltro in sé non ancora concluso – che ha rafforzato nella grandissima maggioranza delle cittadine e dei cittadini svizzeri il profondo spirito elvetico fondato sulla libertà, e che fa della Svizzera una Willensnation grazie al suo federalismo. Quella votazione è stata come una ventata d’aria fresca per la democrazia. Il vostro slancio ha risvegliato molte coscienze, confermando la grandezza del nostro sistema federalista.

Personalmente mi sento molto vicino allo spirito che vi ha animato e che vi anima tutt’ora. Il mio percorso politico è nato battendomi per affermare il ruolo del Ticino all’interno della Confederazione. Per fare aprire gli occhi sulla pericolosità di non accordare forza e valore alla minoranza italofona elvetica. Per far capire che Berna non poteva trattare il Ticino come una periferia negletta della Confederazione. In un sistema federalista ogni Cantone deve poter esercitare la sua autonomia e il potere federale non può accollarsi tutti i compiti.

Perché questo amore per la causa giurassiana da parte dei Ticinesi? Il nostro Cantone nacque sotto il motto “Liberi e Svizzeri”. L’amore per la libertà, l’indipendenza e la coscienza di essere “particolari” ci unisce in questo Paese confederato, dove – ricordiamolo – i Cantoni non sono delle circoscrizioni amministrative, bensì piccoli Stati con tutta la loro dignità. Infatti, il Ticino e il Giura sono entrambi Repubbliche e Cantoni.
Allora, questo motto “Liberi e Svizzeri”, avantutto liberi e poi svizzeri, è il legame profondo che ci unisce e che ha permesso di accogliere il vostro Popolo libero come 26esimo Cantone svizzero.

Viva quindi tutti i Cantoni svizzeri.
Viva la Repubblica e Cantone del Giura.
Viva la libertà.

Discorso pronunciato in occasione dell’Assemblea generale della Federazione ticinese delle Associazioni dei Fiduciari

Discorso pronunciato in occasione dell’Assemblea generale della Federazione ticinese delle Associazioni dei Fiduciari

11 giugno 2019 – Villa Negroni, Vezia

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signore, egregi signori

molto cordialmente vi saluto a nome del Consiglio di Stato e personalmente in qualità di Direttore del Dipartimento delle istituzioni, ringraziandovi per l’invito a partecipare anche quest’anno alla vostra assemblea generale.
Il tema scelto per questo incontro: “Insieme per un Ticino competitivo”, è centrale per chi si occupa e preoccupa delle sorti di questo magnifico Cantone.
Le due parole “insieme” e “competitivo” portano a molti significati.
Iniziamo da “insieme”: è la caratteristica principale per riuscire a sviluppare un progetto, a realizzare un’impresa. Certo, spesso l’input può essere dato da una singola persona, ma più è grande l’obiettivo, più si vuole centrare il bersaglio (per rimanere all’immagine con cui viene presentato questo nostro incontro) e più è necessario unire le forze, sviluppare una vera e propria collaborazione. È quanto cerchiamo di fare – appunto insieme – tra Dipartimento delle istituzioni e la vostra Federazione delle Associazioni dei fiduciari. Con un obiettivo comune: migliorare, favorire, sviluppare le professioni in ambito fiduciario. Un contesto che cambia, e che obbliga dunque a una forte capacità di adattamento alle nuove realtà, per essere in grado di cogliere con rapidità le nuove opportunità. Oppure per sbarrare la strada ai pericoli che questo mondo facilmente può incontrare. Insieme, tutto questo può essere realizzato. Ed è proprio avendo ben presente questa caratteristica che il mio Dipartimento ha cercato, cerca e soprattutto cercherà anche in futuro di lavorare, al servizio dei cittadini in primis e della vostra categoria professionale.

“Competitivo”: l’aggettivo – accanto a Ticino – definisce una scelta di campo. Chiarisce come vogliamo sia il Ticino. Poteva essere “solidale”, poteva essere “sostenibile”. Oppure differenti altre definizioni.
No, il Ticino in questa ottica deve essere giustamente competitivo. Perché sappiamo bene – e lo abbiamo sentito negli interventi che mi hanno preceduto della vostra presidente Cristina Maderni e del Presidente della direzione di Swisscom Directories Stefano Santinelli – che per affermare una realtà economica di un ben determinato territorio, nel nostro caso il Ticino, la competitività è necessaria sia all’interno dello stesso territorio, fornendo prodotti e servizi di prima qualità, sia per diventare appetibili nei confronti di analoghi attori economici, attivi però in altre realtà territoriali. Una competitività che porta quindi ad attrarre clienti e interessi. Per favorire questa competitività occorrono condizioni quadro di prim’ordine. Lo sono certamente gli aspetti fiscali, tenendo conto per noi ticinesi di quanto avviene nelle altre regioni della Svizzera e negli Stati a noi vicini. Ma lo sono anche altre caratteristiche. E voi ben sapete di cosa sto parlando: centralità sulle vie di transito; capacità di connessione facile e veloce con il resto del mondo; un sistema scolastico all’altezza; un territorio ben gestito che preserva le caratteristiche naturali, ma che valorizza pure il patrimonio artistico e culturale.

Sul piano della competitività un recente studio effettuato dall’Osservatorio delle dinamiche economiche dell’USI mostra come il nostro Cantone si situi in buona posizione rispetto a una graduatoria nazionale. Tale studio dimostra che in Ticino vi è una elevata complessità economica, ciò che porta la nostra economia ad essere competitiva. Una situazione che ho riscontrato personalmente durante una serie di visite che ho compiuto qualche anno fa in diverse aziende virtuose situate anche in zone periferiche del Ticino. Questa vivacità e questo buon livello competitivo potrà essere ulteriormente potenziato grazie alla recente adesione del Cantone all’organizzazione di marketing territoriale della piazza economica di Zurigo “Greater Zurich Area (GZA), che permetterà di inserire la nostra regione in una rete che favorirà l’innovazione del nostro Cantone.Una competitività che si raggiunge anche con un’amministrazione pubblica performante, che va in contro al cittadino e che deve valorizzare il proprio capitale umano. Un discorso quest’ultimo che cerco di tener sempre presente all’interno dell’attività del mio Dipartimento, consapevole che la qualità dei collaboratori è la base per avere successo. Un fattore di competitività – e qui mi aggancio a quella che è l’attività del mio Dipartimento – è legato al grado di sicurezza che si può garantire alle cittadine e ai cittadini, nonché alle aziende e a tutte le attività economiche presenti sul nostro territorio. E in qualità di Direttore del Dipartimento delle istituzioni, responsabile della gestione amministrativa e finanziaria del potere giudiziario, devo sottolineare come il funzionamento della Giustizia sia un altro importante fattore di competitività e di crescita per uno Stato moderno. Negli scorsi giorni ho esortato i nostri magistrati – in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario – a rendere giustizia in tempi adeguati, quindi tempestivamente e ad essere più efficienti nel proprio operato. Una giustizia lenta non solo danneggia le cittadine e i cittadini, ma pure l’economia!

La competitività può, anzi deve essere declinata, come detto, con la parola “sicurezza”. È quanto cerchiamo di fare assieme attraverso l’autorità di vigilanza sull’esercizio delle professioni di fiduciario del Canton Ticino. Sicurezza che il cliente possa sempre trovare di fronte a sé un fiduciario responsabile, competente, con tutti i requisiti richiesti dalla legge. Come ben sapete il 2020 porterà un grande cambiamento normativo che toccherà la professione di fiduciario finanziario. Il 1° gennaio verosimilmente entreranno in vigore la nuova Legge federale sui servizi finanziari e la nuova Legge federale sugli istituti finanziari, cui saranno fra gli altri assoggettati tutti i consulenti negli investimenti, i gestori patrimoniali nonché i trustees che agiscono a titolo professionale, ossia tutti coloro che oggi beneficiano di un’autorizzazione cantonale di fiduciario finanziario. Queste novità legislative comporteranno per i consulenti alla clientela l’iscrizione presso un Servizio di registrazione abilitato dalla FINMA.
Per i gestori patrimoniali e i trustee agenti a titolo professionale l’operatività sarà invece subordinata all’autorizzazione della FINMA e alla sua vigilanza, ancorché svolta di concerto con un organismo di vigilanza, sempre abilitato dalla stessa FINMA. In questo senso occorrerà porre particolare attenzione ai termini transitori definiti dalle due nuove leggi federali per le iscrizioni. Posso anticipare che nelle prossime settimane l’Autorità di vigilanza cantonale invierà a tutti gli interessati una specifica comunicazione per rendere attenti tutti gli interessati a tali termini.

Altra novità: le modifiche legislative di livello federale comporteranno un adeguamento della Legge cantonale sui fiduciari. Con l’inserimento dei gestori patrimoniali e dei trustee nel campo di applicazione della Legge federale sugli istituti finanziari, le norme concorrenti vigenti del diritto cantonale decano. Si coglierà quindi l’occasione per procedere a un aggiornamento dei contenuti sulla base anche dell’attuale contesto professionale e dell’esperienza e della prassi sviluppatesi negli in anni in seno all’Autorità di vigilanza. Sarà quindi l’occasione per ribadire la necessità di questa legge che in questi anni ha adempiuto gli scopi prefissati, ovverossia: assicurare le competenze degli operatori, il controllo del territorio e, nell’eventualità, penalizzare l’esercizio abusivo della professione. Il messaggio di modifica della Legge sui fiduciari verrà posto in consultazione nel corso dell’estate e proprio nell’ottica di “lavorare insieme” verrete consultati.

Dal canto suo l’Autorità di vigilanza continuerà a garantire l’osservanza della Legge sui fiduciari nei rimanenti settori professionali altrettanto sensibili e importanti, quali quello commercialistico e immobiliare – che già sono oggetto di particolare attenzione da parte del Consiglio di vigilanza nella lotta all’abusivismo – e quello del cambista. La competitività in questo ambito si raggiunge oltre che con la qualità, anche con l’affidabilità a tutela dell’interesse pubblico e a protezione della clientela. In questo senso l’Autorità di vigilanza proseguirà con controlli prudenziali – recentemente potenziati – principalmente volti a contrastare il fenomeno dei prestanome (tema sensibile anche in altre realtà, vedi gli esercizi pubblici). Rimane poi importante da parte dell’Autorità di vigilanza la lotta all’abusivismo per mezzo del perseguimento del reato di esercizio abusivo della professione, avviata anche e spesso su segnalazione e con la collaborazione dei fiduciari già autorizzati (per l’anno 2019 attualmente intimati 5 DA). Finora l’Autorità giudiziaria ha sempre confermato i decreti d’accusa intimati e gli argomenti giuridici sostenuti.

Ogni abuso, ogni mancanza di professionalità va a minare la fiducia della clientela nei confronti di tutta la categoria. È proprio ciò che insieme non vogliamo accada, per non minacciare la competitività di un settore in cui oggi lavorano 1’506 fiduciari per complessivamente 1’858 autorizzazioni e che crea una bella fetta del Pil cantonale. Grazie per l’attenzione.

Discorso pronunciato in occasione dell’Assemblea dell’Alleanza Patriziale Ticinese (ALPA)

Discorso pronunciato in occasione dell’Assemblea dell’Alleanza Patriziale Ticinese (ALPA)

25 maggio – Castel San Pietro

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signore, egregi signori,
vi saluto a nome del Consiglio di Stato e personalmente in qualità di Direttore del Dipartimento delle istituzioni, ringraziandovi per l’invito a partecipare anche quest’anno alla vostra assemblea generale.
Sono felice di essere in un territorio molto fortunato. Da un lato un Comune attento alle proprie radici, pensando al recupero del complesso dei Cuntìtt, e ora fortunatissimo visto che può vantare uno dei moltiplicatori comunali più bassi del Cantone. Dall’altro perché il Patriziato di Castel San Pietro che ospita questa assemblea ha sempre avuto una grande progettualità fondata sulla tradizione, sulla cui importanza e sulla cui attività avrò modo di ritornare nel corso del mio intervento. Ringrazio pure gli altri Patriziati della Valle di Muggio che hanno partecipato a organizzare i lavori assembleari, con il pranzo e le visite guidate del pomeriggio: Morbio Superiore, Bruzella, Cabbio, Muggio.

Prendo spunto da un dato di fatto incontestabile: il Patriziato continua a rimanere un punto fermo nel quadro istituzionale ticinese e piace alla classe politica cantonale. Dico questo, forte del sostegno che la recente revisione parziale della Legge organica patriziale ha ottenuto davanti al Gran Consiglio. Modifiche legislative accolte all’unanimità dal Parlamento, segno che quanto viene portato avanti trova i favori e un convinto sostegno.

È un elemento non trascurabile su cui continuare a scrivere il nostro lavoro di valorizzazione dell’ente patriziale. Un risultato che ho accolto con grande soddisfazione, perché avvalora il percorso che in questi anni abbiamo compiuto assieme, tra l’Alleanza Patriziale e il mio Dipartimento, segnatamente la Sezione enti locali con il suo capo Marzio Della Santa e i suoi funzionari che più direttamente seguono la vita dei Patriziati.

Cito solo marginalmente i contenuti di questa revisione della LOP, essendovi ben noti. Un aspetto però deve essere sottolineato: questa revisione – oltre ad aver aggiornato tutta una serie di articoli rendendoli più conformi alla realtà odierna – ci ha stimolato a guardare oltre il momento contingente e a puntare verso obiettivi strategici che permettano di valorizzare ulteriormente il Patriziato nel nostro contesto cantonale, in modo che il Patriziato stesso continui a essere al passo con i tempi, al passo cioè con una realtà socio-economica, ma anche istituzionale, che si è modificata in modo sensibile.

Il Patriziato – lo voglio ribadire a chiare lettere – dovrà sempre mantenere le sue due caratteristiche che ne definiscono la natura stessa: avere cura e promuovere il territorio che ancestralmente è chiamato ad amministrare, ed essere custode nel solco della tradizione dell’identità e cultura locale. Avere quindi quel ruolo di vicinanza nei confronti dei cittadini di questo nostro magnifico Cantone che gli consenta di perpetuare l’anima ticinese, la radice ticinese, l’identità ticinese.

Ciò ha ancora più importanza proprio in questo momento storico, in cui mutano i confini giurisdizionali dei Comuni, come la realtà di Castel San Pietro ha già conosciuto. Il processo aggregativo può raggiungere i suoi obiettivi – e cioè portare vantaggi di carattere sociale ed economico ai residenti – solo se sappiamo mantenere e sviluppare sul territorio tutte le potenzialità presenti nelle nostre comunità. Il Patriziato – potendo offrire un valore identitario imprescindibile – rappresenta dunque un elemento di forza. Per questo va sostenuto; per questo va valorizzato.

Assodato questo concetto centrale, giocoforza avere una strategia rivolta al futuro che ci consenta di raggiungere tale obiettivo. Lo studio strategico avviato in questi mesi, per il quale sono state organizzate proprio nelle scorse settimane tre serate di presentazione e di condivisione sulle modalità d’esecuzione alla presenza di Victoria Franchi, collaboratrice scientifica e capo progetto di questo studio, è la risposta concreta di questa nostra volontà.

Dico nostra, intendendo quella dei Patriziati – e per essi questa vostra assemblea – assieme al Dipartimento e i suoi funzionari, con il supporto generoso di BancaStato. La parola collaborazione ha sempre contraddistinto i rapporti tra l’ALPA e il Dipartimento delle istituzioni. Abbiamo operato assieme su tutti i fronti che toccano l’attività patriziale. I risultati ottenuti sono sempre stati ottimi. E sono più che sicuro che questo spirito collaborativo proseguirà anche in futuro, grazie all’affinità che abbiamo sul valore, sull’importanza e sulle potenzialità dei Patriziati.
Assieme al vostro Presidente e il vostro Consiglio direttivo vi chiedo di seguirci dunque su questa strada che ci porterà verso una definizione sempre più moderna del ruolo del Patriziato, fermo restando le osservazioni che ho fatto poc’anzi.

Sarà un processo che non si concretizzerà dall’oggi al domani. Analogamente a quanto facciamo con i Comuni, grazie al progetto di riforma Ticino 2020, così vogliamo fare con i Patriziati. Anzi: per noi l’orizzonte è ancora più importante.
Vogliamo immaginare il Patriziato del 2030 nella convinzione che il Patriziato ha un futuro. Deve avere un futuro per il bene della collettività ticinese!

Ricordo gli effetti positivi che lo studio avviato nel 2009 ebbe sui Patriziati.Quello studio portò come principale innovazione l’istituzione di un secondo fondo a sostegno della vostra attività. Con la revisione parziale della Legge organica patriziale approvata dal Gran Consiglio il 13 febbraio 2012 ed entrata in vigore il 1° gennaio 2013 il Fondo per la gestione del territorio ha promosso interventi di gestione e manutenzione del territorio e dei suoi beni, in collaborazione tra enti patriziali e comunali.
Analogamente – se tanto mi dà tanto – auspico che pure questo nuovo studio strategico possa portarci a introdurre nuovi e adeguati strumenti per migliorare l’impatto positivo dei Patriziati sul tessuto sociale ed economico del Ticino.

Certo, in primo luogo si tratterà sempre di continuare a sostenere e accompagnare il Patriziato, sia per quanto riguarda la gestione- e qui penso all’introduzione del nuovo modello di contabilità, oppure al registro dei nomi . Ma allo stesso tempo dobbiamo essere aperti alle nuove sfide e alle nuove opportunità.

All’inizio di questo mio intervento avevo promesso di ritornare sul Patriziato di Castel San Pietro che ci ospita per questa assemblea. Proprio mercoledì scorso la commissione del Fondo per la gestione del territorio e del Fondo di aiuto patriziale si è riunita ad Arzo. Una riunione extra muros in un luogo che è testimonianza di intraprendenza da parte del locale Patriziato, in grado di valorizzare il proprio patrimonio con un intervento di carattere turistico-ricreativo e culturale sulle cave di Arzo, divenute grazie al Patriziato – e faccio i complimenti in primo luogo al presidente Aldo Allio – un luogo di incontri e un’attrattiva che sostiene il turismo locale. Ma torniamo alla riunione di mercoledì: la commissione ha accordato il sostegno su un credito di 1 milione e 600 mila franchi per la ristrutturazione completa dell’Alpe Caviano, che sarà inserita nel progetto di “albergo diffuso”. Un progetto che dovrà aumentare l’attrattiva turistica della Valle di Muggio e dell’intera zona del Monte Generoso.

Ecco: Castel San Pietro, così come Arzo, sono due esempi – non certo gli unici – di una interpretazione in chiave moderna del ruolo e dell’attività del Patriziato. Un ruolo nuovo dei Patriziati, mantenendo inalterata la loro funzione di cellula identitaria fondamentale e garante del vasto territorio sotto la sua protezione.

Lunga vita ai patriziati e ai patrizi ticinesi.

Discorso pronunciato in occasione del centenario del Dono Nazionale Svizzero

Discorso pronunciato in occasione del centenario del Dono Nazionale Svizzero

Tenero – 24 maggio 2019

– Fa stato il discorso orale –

Un vero “Dono” svizzero

Gentili signore, egregi signori,

Il nome stesso “Dono Nazionale Svizzero” racchiude in sé la bellezza di una iniziativa che, soprattutto nei primi decenni d’attività, ha dato lustro alla società elvetica, ma che non manca ancora oggi di marcare positivamente la crescita della nostra nazione. E la manifestazione a cui noi oggi partecipiamo – per la quale ringrazio tutti gli organizzatori e in particolare Marco Netzer, vice presidente del Dono e responsabile dei festeggiamenti che si tengono in Ticino, e naturalmente il presidente Werner Merk – ne è un valido esempio.
Nella Svizzera che usciva dal primo conflitto mondiale, con decine di migliaia di cittadini-soldati che avevano sacrificato anche per un lungo periodo le proprie attività – e le proprie famiglie! – per garantire protezione al nostro territorio nazionale, in questa Svizzera in cui le assicurazioni sociali erano ancora “in nuce” e soprattutto l’assicurazione perdita di guadagno –per non parlare dell’AVS- non era ancora contemplata tra le conquiste sociali che poi man mano videro la luce, in questa Svizzera alcuni illuminati uomini del nostro Esercito, e diverse donne, compresero l’importanza di intervenire per risollevare finanziariamente ma non solo le sorti di migliaia di concittadini-soldati.

Come ci ha ricordato il presidente Werner Merk il Dono Nazionale Svizzero affiancò in modo munifico l’azione dell’Esercito per aiutare e sostenere soldati, ex soldati e le loro famiglie. Se immagino il Ticino e questo luogo in particolare 100 anni fa – nel 1919 – vedo una terra in cui l’attività principale è legata all’agricoltura. Vedo gli ingenti lavori iniziati nel corso della Prima Guerra Mondiale per la bonifica del Piano di Magadino e l’incanalamento del fiume Ticino che permisero il recupero di importanti aree da destinare al settore primario. Ma nel 1919 sotto il profilo sociale anche il Ticino viveva le conseguenze negative della Grande Guerra. Un po’ meno che negli altri Cantoni, ma la “spagnola” aveva colpito anche da noi. Politicamente il Governo era dominato dal Partito liberale radicale. Da nemmeno due decenni era nato il Partito Socialista e solo nel 1920, l’anno dopo quindi, sarebbe stato costituito il Partito agrario, per la difesa degli interessi dei contadini.

Proprio qui a Tenero il Dono Nazionale Svizzero ha scritto una grande pagina. Una pagina che continua a tutt’oggi. E mi riferisco alla nascita della “Fondazione stabilimento di cura Tenero”. Eravamo nel 1921 e su sollecitazioni del colonnello Carl Hauser, medico capo dell’Esercito, il Dono Nazionale Svizzero, nato due anni prima, acconsentì a istituire una fondazione autonoma incaricata di creare e amministrare un istituto di cura e di riqualifica professionale per soldati affetti da malattie non troppo debilitanti e dolorose, la cui guarigione sarebbe potuta avvenire attraverso un’attività regolare e adeguata in un’azienda agricola. Il preventivo dell’opera era stato fissato in 525mila franchi, dei quali 300mila sarebbero stati versati dal Dono Nazionale Svizzero a condizione che la Confederazione versasse il restante importo.Ciò che avvenne. La ricerca del terreno idoneo su cui ospitare lo stabilimento infine si indirizzò proprio qui a Tenero, sul delta del fiume Verzasca. Le condizioni climatiche favorevoli, una natura incontaminata – bei tempi! – e il costo contenuto dei terreni – bei tempi!! – avevano convinto il DNS a concretizzare l’opzione Tenero. Senza poi dimenticare la vicinanza con la clinica militare federale di Novaggio, attraverso la quale poteva avvenire il passaggio tra cura acuta e ripresa lavorativa. Tutto questo vasto terreno- il Dono Nazionale Svizzero divenne proprietario di ben 51 ettari, 35 dei quali di coltivo e 16 ettari di incolto – su cui oggi sorge questo gioiello dedicato ai giovani sportivi di tutta la Svizzera e che risponde al nome di Centro sportivo Nazionale di Tenero – ha avuto origine dalla presenza, avviata quasi 100 anni fa, di uno stabilimento di cura a favore dei militi svizzeri, che venivano curati e reinseriti nella professione attraverso il lavoro in una grande fattoria. Una fattoria che venne data in gestione nel 1922 ad Albert Feitknecht, contadino proveniente dal Canton Berna, che assieme alla moglie Martha riuscì a far crescere sia dal punto di vista agricolo, sia per quanto riguarda il lavoro di reinserimento, la fattoria, diventata per tutti la “Cura”. In dieci anni qui a Tenero vennero seguiti 1’396 pazienti militari, di questi 1’073 lasciarono lo stabilimento guariti al termine di un soggiorno di cura della durata media di 92 giorni. E tutto questo poté essere realizzato proprio grazie al sostegno del Dono Nazionale Svizzero.
Nei decenni successivi la Cura ebbe momenti altalenanti per quanto riguarda le presenze. Un picco fu raggiunto ancora negli anni della Seconda Guerra Mondiale: tra il 1940 e il 1945 Tenero accolse ben 3’732 pazienti-militari.
Poi l’evoluzione della nostra società fece in modo che questa benemerita iniziativa si trasformasse.
Bisogna dire che un piccolo colpo affinché la “Cura” venisse in un certo modo sminuita nella sua originaria destinazione lo diede anche il Governo ticinese. Si era nel 1959 e con l’introduzione dell’Assicurazione invalidità Tenero avrebbe potuto diventare – nei desideri della Fondazione – un Centro cantonale di recupero degli invalidi militari e civili. Il Consiglio di Stato preferì invece privilegiare la destinazione di Stabio. Se quel passo fu, assieme ad altri, decisivo per chiudere l’esperienza di cura a favore dei militari qui a Tenero – ma la fattoria proseguì nella parte agricola ancora per anni e sempre sotto i Feitknecht, il figlio Rodolfo con la moglie Elisabetta – quel passo divenne però altrettanto decisivo per dare inizio a qualcosa di grande e che vediamo davanti ai nostri occhi. Se questi terreni non fossero stati di proprietà del Dono Nazionale Svizzero credo che difficilmente si sarebbe sviluppato questo fiore all’occhiello, costituito dal Centro sportivo nazionale. Quindi grande merito va dato a questa istituzione centenaria.
E sono contento di portare il mio personale ringraziamento e quello dell’attuale Consiglio di Stato ticinese a voi, caro presidente Merk e vice presidente Netzer e a tutti gli ospiti qui presenti. Il Dono Nazionale Svizzero continua però ad adempiere il suo scopo originario anche ai giorni nostri. Risulta infatti essere l’ente che finanziariamente sostiene in modo più cospicuo il Servizio Sociale dell’esercito. Quel servizio che – mutatis mutandi – ha ripreso negli ultimi decenni gli scopi originari che 100 anni fa spinsero a creare il Dono Nazionale Svizzero.
Un sostegno quello del Servizio Sociale dell’esercito a cui tutti i nostri militi, soprattutto i giovani che partecipano alla scuola reclute, possono accedere, per risolvere problemi d’ordine finanziario e di gestione personale. Senza dimenticare il sostegno che viene dato per la Lavanderia del soldato di Münsingen, il Dono contribuisce a mantener viva l’identità elvetica fondata sulla sussidiarietà, sul federalismo e sulla solidarietà.
È una fiamma che dovrebbe animare ogni cittadino svizzero e il vostro operato e ciò che ha rappresentato in questi 100 anni dovrebbero davvero essere portati a mo’ di esempio. Il Dono nazionale svizzero è decisamente l’emblema della sussidiarietà: davanti a un problema – anche grande come quello che si verificò al termine della Prima Guerra Mondiale – alcune persone hanno voluto impegnarsi a fondo per dare una risposta a questo problema.
Senza aspettare l’aiuto dello Stato, ma chiamando a sostegno altre persone che avrebbero potuto portare il loro contributo.
L’appello lanciato da pochi ha saputo raggiungere tanta altra gente. Ed è così che la prima colletta voluta da queste persone ha raccolto in Svizzera la cifra stratosferica – per quei tempi – di 8 milioni di franchi!!!
Soldi che divennero benzina per alimentare la macchina della solidarietà, ossia della vicinanza ai problemi dei concittadini e quindi della soluzione ai loro problemi.
Tra parentesi: emblematico è il fatto che questo slancio, questo spirito sia nato da cittadini impegnati nell’esercito a testimonianza del fatto che questa istituzione è un cuore pulsante per la nostra Nazione e che oggi come ieri contribuisce in maniera decisiva a rendere sempre migliore la nostra Patria. E questo – permettetemelo di dirlo – alla faccia di chi la vorrebbe abolire o impoverire. Sull’onda di questo spirito che va a cogliere l’essenza del nostro essere svizzeri, il Dono Nazionale contribuisce a sostenere in modo mirato alcune iniziative.
Come ticinese è doveroso e bello qui ricordare, ultimo tra altri aiuti, il finanziamento della piccola funicolare che permette ai visitatori di accedere al Sasso Gottardo. Una fortezza-emblema del nostro passato, la cui riscoperta ci dà la possibilità di capire chi siamo stati, quanta importanza abbia avuto il massiccio del San Gottardo per la storia della Svizzera e quale ruolo decisivo abbia infine avuto e ha il nostro Esercito per dare sostanze alle scelte politiche di neutralità e di libertà. Il Grazie diventa quindi doveroso, anche per il contributo alla Rivista militare svizzera di lingua italiana, distribuita a tutti gli ufficiali e sottufficiali della Svizzera italiana, che pure contribuisce a rafforzare questo spirito.
E anche per questo evento celebrativo dei 100 anni del Dono Nazionale Svizzero con la scelta di suddividerlo in tre precisi e separati momenti per toccare le tre regioni linguistiche. Una celebrazione che ci permetterà, dopo questi discorsi, di vedere e ascoltare la messa in scena dell’opera di Gaetano Donizetti dal titolo “Betly” a cura del direttore Igor Longato. Un grazie al Maestro Longato per aver con tutta la sua equipe non solo “riscoperto” questa opera, ma per la cura che è stata dedicata a tutti i dettagli, come avremo modo di apprezzare tra poco. Non una scelta casuale, non un’idea casuale quella del responsabile per la tappa ticinese dei festeggiamenti del centenario Marco Netzer, sostenuta con entusiasmo da parte del Consiglio del Dono. Per due motivi: il primo perché tale opera è ambientata in Svizzera e ha tra i protagonisti principali un sergente dell’esercito svizzero.
Il secondo perché ha permesso a distanza di tanti anni di recuperare un’opera musicale che ebbe grande diffusione al momento della sua composizione, ma che poi cadde in disuso.
Sarà un ulteriore merito da ascrivere a questo centenario: la conoscenza del compositore bergamasco che ebbe tante affinità con la Svizzera.
Concludo questo mio intervento per ribadire la fierezza di ricordare in quanto svizzero, in quanto ticinese, in quanto militare la benemerita attività portata avanti in cento anni dal Dono Nazionale Svizzero.
Sono sicuro che il Dono, oltre ad aver sostenuto centinaia di migliaia di soldati, possa rappresentare anche in futuro non solo un aiuto concreto, ma pure un esempio e un modello a cui ispirarsi per avere anche in futuro una Svizzera libera, forte e neutrale!
Grazie

****

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 27 maggio 2019 de La Regione

Dono nazionale svizzero al Cst per il centenario

Quest’anno il Dono nazionale svizzero celebra il suo centenario. Il secondo evento nell’ambito delle manifestazioni per la celebrazione del giubileo si è tenuto al Centro sportivo di Tenero. Tra i circa 250 ospiti presenti anche il consigliere federale Ignazio Cassis e il consigliere di Stato ticinese Norman Gobbi. Non è stato un caso che la celebrazione si sia tenuta al Cst: il Dono nazionale svizzero e il centro sportivo sono uniti da uno stretto legame. Nel 1921 il consiglio di fondazione del Dono nazionale aveva deciso di autorizzare un credito per l’acquisizione di una proprietà a Tenero. Qui doveva sorgere un istituto di cura e di riqualificazione professionale per pazienti militari affetti da malattie polmonari. La “cura” fu infine attiva fino al 1961. Dopo la sua chiusura furono ideati progetti per la costruzione di un centro sportivo nazionale sull’area. Il consiglio di fondazione acconsentì alla vendita del terreno. Il Centro sportivo fu infine inaugurato ufficialmente nel 1985.

Il terzo e ultimo evento per la celebrazione del giubileo si svolgerà il 6 giugno a Yverdon-les-Bains.

Discorso pronunciato in occasione dell’Assemblea annuale dell’Associazione delle Polizie comunali ticinesi

Discorso pronunciato in occasione dell’Assemblea annuale dell’Associazione delle Polizie comunali ticinesi

14 maggio 2018 – Chiasso

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signore, egregi signori,
Con piacere porto il mio saluto a nome del Consiglio di Stato in occasione di questa vostra assemblea annuale.
Non vi nascondo che per me incontrare tutti i responsabili delle Polizie comunali delle sette Regioni rappresenta un momento importante. Prima di tutto per esprimervi il ringraziamento per il lavoro che portate avanti quotidianamente. I cambiamenti di quest’ultimo decennio – che hanno toccato la nostra società, il nostro tessuto economico e concretamente la vita dei Ticinesi – hanno spinto ad apportare altrettanti conseguenti cambiamenti nella costruzione e nella definizione del nostro “sistema sicurezza”. In questo senso, è fondamentale che ogni elemento della catena operi secondo le proprie competenze, in modo coordinato e armonico, con la finalità di trovare le opportune contromisure in ogni situazione. Questo processo passa inevitabilmente attraverso il compimento di adeguate soluzioni organizzative.
Voi conoscete l’impegno personale che investo nel mio ruolo di capo del Dipartimento delle istituzioni proprio sul fattore sicurezza. Sono convinto – e con me sicuramente lo siete anche voi – che il benessere del nostro Cantone passi anche, se non soprattutto, dalla possibilità di dare ai cittadini la garanzia di vivere in un contesto sicuro. Ciò comporta da parte delle autorità cantonali, una visione globale volta a trovare soluzioni locali e puntuali, adeguate e proporzionate a ogni singola realtà. Anche nei prossimi anni, questo impegno costante permetterà inoltre di ottimizzare ulteriormente l’impiego delle risorse. Risorse che in ogni ambito e in ogni settore sono per definizione limitate. Pertanto una sovrapposizione d’investimenti dei diversi Corpi di Polizia può rivelarsi insidiosa e già oggi è tema di discussione a livello politico.

In questi anni gli sforzi sono stati incentrati sul consolidamento dell’assetto legato alla legge del 2011, che ha generato molteplici aspetti positivi, ma che racchiude in sé ancora diversi limiti e criticità. Ora però è necessario proseguire nella definizione chiara e condivisa di ruoli e competenze per ciascun Corpo di Polizia, in modo da consentire un ulteriore miglioramento.

Le Polizie comunali sempre di più dovranno privilegiare la loro azione nell’ambito della prossimità. Ciò significa anche intervenire puntualmente in caso d’incidenti, di liti o problemi di vicinato come pure in molteplici altri ambiti prettamente locali. Un aspetto rilevante delle vostre competenze consiste quindi nell’intensificare il contatto con la popolazione, che deve garantire il compito demandato ai Comuni del controllo abitanti. Tale vicinanza consentirà di segnalare tempestivamente situazioni potenzialmente problematiche.

È fondamentale che il tutto avvenga attraverso un coordinamento della Polizia cantonale, in modo da consentire lo sviluppo di attività specializzate e strutturate di contrasto alla criminalità. Solo in questo modo sarà possibile far fronte a fenomeni che travalicano i confini comunali e quindi rientrano nelle competenze cantonali.

Da sempre ho ritenuto fondamentale un concetto chiave nell’ambito della sicurezza: la collaborazione. Infatti, laddove questa è consolidata e rispettosa dei ruoli, i risultati sono lì ad attestarne la validità. È una strada obbligatoria e dalla quale non si può deviare. Infatti la rete “della sicurezza”, che comprende molteplici attori sia a livello comunale sia a livello cantonale, come pure sul piano nazionale e internazionale, funziona grazie alla condivisione e al coordinamento delle informazioni. I successi di operazioni di Polizia ottenuti negli ultimi anni indicano come la collaborazione sia la chiave del successo.
Il nostro Cantone può fregiarsi attualmente della più moderna centrale d’allarme a livello nazionale. Infatti la CECAL dispone dei moderni sistemi informatici che permettono, rispetto al passato, di fornire una più celere risposta al cittadino e garantire un coordinamento cantonale delle forze in campo relative al primo intervento.
Nell’ambito del grande cantiere legato a Ticino 2020, Cantone e Comuni stanno portando avanti una serie di riflessioni sui flussi di competenze e sui flussi finanziari. Insomma: chi fa che cosa e chi paga. La sicurezza è ovviamente un tema centrale nelle discussioni. Tali riflessioni sono portate avanti dal gruppo di lavoro “Polizia ticinese”.

Avremo modo di confrontarci quindi nel prossimo futuro su questi aspetti. Attendiamo i risultati del citato gruppo di lavoro e poi affrontiamo la discussione, così auspico, con spirito di apertura al fine di essere pronti anche a intraprende cambiamenti, sempre orientati però al fine ultimo: la sicurezza dei Ticinesi.

Uccidere la libertà degli svizzeri non migliora la sicurezza nell’UE

Uccidere la libertà degli svizzeri non migliora la sicurezza nell’UE

L’opinione di Norman Gobbi sul voto che riguarda la Legge sulle armi

Passate le elezioni cantonali, si avvicina un appuntamento con le urne – la votazione federale del 19 maggio sulle modifiche alla Legge federale sulle armi – molto importante per la Svizzera. La posta in palio infatti è quella di garantire anche in futuro la possibilità di autodeterminarci in quanto Stato, evitando ingerenze provenienti dall’UE.
Su questa specifica votazione bisognerebbe capovolgere il ragionamento e chiederci: “Tenuto conto del nostro efficiente sistema di sicurezza, dell’elevato grado di controllo che abbiamo definito nel campo della vendita e possesso delle armi con la nostra legislazione e della grande tradizione (unica al mondo) che fa sì che ogni cittadini svizzero abbia una vicinanza particolare nei confronti di un’arma, fatta di rispetto, attenzione e sicurezza – perché così “educato” dal servizio militare obbligatorio – che bisogno abbiamo di accettare direttive imposte dall’Unione europea proprio in una materia in cui non abbiamo nulla da imparare da nessuno?” È questa la domanda che dobbiamo porci di fronte al diktat voluto dall’UE, accolto con una fretta quasi sospetta dal Consiglio federale e dalla maggioranza del Parlamento e che ci porterà giustamente a votare (benedetta democrazia diretta!) il prossimo 19 maggio sulla modifica della Legge federale sulle armi.
Questa imposizione che giunge dall’UE – che non migliorerà di una virgola la sicurezza contro il terrorismo – mina il rapporto di fiducia tra l’autorità federale, cantonale o comunale e il cittadino. Abbiamo costruito la prosperità e le fortune del nostro Paese soprattutto sulle libertà individuali. Con la scelta fatta dalla maggioranza del Parlamento si mette in discussione la buona fede di migliaia di cittadini nel loro essere tiratori, cacciatori o collezionisti di armi. Cittadini che si sono sempre comportati correttamente e che invece, se passerà questa modifica di legge, considereremo tutti potenzialmente “colpevoli”. È un approccio inverso rispetto a ciò che abbiamo sempre conosciuto, perché in Svizzera l’autorità ha sempre avuto e ha fiducia dei suoi cittadini, contrariamente a quello che fa l’Unione europea nei confronti dei cittadini di qualunque Stato.
La nostra legislazione in materia di armi è molto efficace. Consente all’autorità di sequestrare l’arma al possessore sprovvisto dei requisiti di legge, mediante l’emanazione di una decisione amministrativa subito esecutiva. Una persona perde i requisiti se dà motivo che possa esporre se stesso o gli altri a pericolo, oppure se è condannata per reati che denotano carattere violento o pericoloso, o per crimini o delitti commessi ripetutamente e iscritti nel casellario giudiziale. Non è necessario che i delitti siano in relazione alle Legge federale sulle armi: possono essere di qualsiasi natura. Tenuto conto che a eventuali ricorsi è tolto l’effetto sospensivo, la decisione di sequestro è immediatamente effettiva. Nella pratica succede che sono gli agenti di polizia a recarsi al domicilio della persona e a procedere al sequestro dell’arma. Le nuove norme servirebbero unicamente ad aumentare la burocrazia con il conseguente appesantimento del carico amministrativo per la nostra Polizia, senza peraltro alcun riscontro effettivo dal punto di vista pratico della sicurezza.
A comprova dell’efficacia della legge attuale bastano alcune cifre, riferite al Canton Ticino: il Servizio armi, esplosivi e sicurezza privata della Polizia cantonale tratta annualmente circa 2’200 casi. Nel 2018 sono state sequestrate 13 armi (17 nel 2017); non è stato concesso il permesso all’acquisto di un’arma in 17 casi (21 l’anno prima) ed è stato negato il dissequestro in 6 casi (7 nel 2017). Vi sono stati inoltre altri 7 casi, lo stesso numero dell’anno precedente, di conferma di sequestro.
Un’ultima considerazione, ma non per importanza: oggi chi sostiene le modifiche alla Legge imposte dall’UE ci dice che se non dovessero venir accettate usciremmo automaticamente dall’accordo Schengen. Si tratta della solita “clausola ghigliottina” (“se non accetti questo ti tolgo anche quello”). A parte il fatto che proprio una clausola del genere avrebbe dovuto sconsigliare di entrare in materia sui cambiamenti della nostra legge sulle armi, addirittura però al momento del voto nel 2005 su Schengen non ci era stato detto che la legislazione svizzera avrebbe dovuto essere aggiornata automaticamente rispetto ai cambiamenti che sarebbero intervenuti in ambito europeo in questo specifico ambito. Come si vede tutto l’approccio è sbagliato, non è per nulla svizzero e non tiene conto dell’alto livello di sicurezza raggiunto in Svizzera anche nel contrasto al terrorismo. Comunque: l’Europa ha tutto l’interesse che la Confederazione rimanga inserita nell’accordo Schengen, e soprattutto noi saremo in grado di restare agganciati alle misure che Schengen produce in ambito di controllo delle persone.
Il voto del 19 maggio ci dà la possibilità – se vogliamo davvero un Paese in grado di autodeterminarsi e di mantenere la propria libertà e indipendenza – di schierarci: votando NO alle modifiche della Legge federale sulle armi.

Discorso pronunciato in occasione dell’Assemblea della Federazione Ticinese delle Società di Tiro

Discorso pronunciato in occasione dell’Assemblea della Federazione Ticinese delle Società di Tiro

30 marzo 2019
– Fa stato il discorso orale –

Gentili signori, egregi signore,
Posso confessarvi che davanti a voi avete un Consigliere di Stato che si è tolto un bel peso dallo stomaco? Per il sottoscritto la recente decisione del Gran Consiglio, che ha accettato con soli tre astenuti il credito di oltre 6 milioni e mezzo di franchi per il concorso di architettura e progettazione del nuovo Centro polifunzionale d’istruzione e tiro del Monte Ceneri, rappresenta una vera e propria boccata d’aria buona.
Come quella che possiamo respirare qui in Lavizzara.
Dopo anni e anni di discussioni, nel 2012 ho ripreso in mano il dossier e con i miei funzionari, ma anche con molti di voi con cui ho avuto modo di collaborare, siamo riusciti pazientemente a trovare la via giusta per arrivare sin qui. Sino a questa decisione del Parlamento che getta la prima pietra – metaforicamente – per dare una casa degna e condivisa a tutti i tiratori del comparto del Luganese e del Bellinzonese. E non solo.
Come ben sapete il futuro stand coperto con le due gallerie per il tiro da 300 e 50 metri saprà rispondere convenientemente anche alle necessità di allenamento e formazione delle nostre forze dell’ordine, siano esse la Polizia cantonale o le Guardie di confine. E in più sarà inserito in un contesto – quello della Protezione civile che va ad affiancarsi al Militare – che dovrebbe diventare un centro di competenza con sinergie e prospettive in questo settore della difesa della popolazione. Perché al Ceneri la Protezione civile potrà disporre di spazi migliori per tutti i suoi compiti di istruzione e formazione, oltre a rifugi per 800 persone. Con la novità dell’inserimento di un’armeria gestita da privati, che potrà dare un valore aggiunto a tutto il complesso e ai suoi frequentatori.
Permettetemi dunque anche un pizzico di orgoglio nel ritrovarmi qui con voi. Con voi che condividete la passione per il tiro, e soprattutto l’amore per le tradizioni, per ciò che ha reso grande la Svizzera e che definisce la nostra identità e la nostra appartenenza a questo splendido Cantone, prima ancora che a questa splendida Nazione. Se il sì del Gran Consiglio allo stand del Ceneri è la prima pietra, non mi nascondo il lavoro che ancora manca per costruire l’intera “casa”. Intanto però ci mettiamo in tasca questa prima soddisfazione.
I prossimi mesi saranno comunque decisivi per l’impostazione corretta del concorso di architettura e poi per seguire i lavori di realizzazione. Ho voglia di proseguire questo mio impegno in questo specifico settore, e sono molto motivato – come ben vedete – a continuare a sostenere la vostra attività, anche se di fronte a una elezione come quella di domenica prossima non puoi mai dare nulla per scontato.
Così come non sarà scontato – anche se confido nella lungimiranza che il popolo svizzero ha sempre dimostrato – portare a casa il successo nella votazione federale del 19 maggio sulla revisione della Legge sulle armi. Qui penso che non debba convincere nessuno.
Non devo nemmeno qui ricordarvi quali saranno le conseguenze negative che una eventuale accettazione delle modifiche di legge avranno per le attività di tiro in generale.
A me preme soprattutto rivolgervi l’invito a volervi mobilitare in ogni vostro ambito di interesse per convincere più persone a votare no. È una giusta causa, lo sappiamo. Il terrorismo non lo si combatte con una misura di questo tipo, perché nessuna arma utilizzata in occasione di attentati terroristici proveniva da un regolare e legale acquisto.
E sarà così anche in futuro. Qui viene messa una museruola ai tiratori per soddisfare una richiesta che giunge dall’Unione europea, nei cui Stati le misure di controllo, ma soprattutto le tradizioni legate alle armi e in generale il controllo sociale, sono ben diversi dalle nostre e non sono altrettanto puntuali. Un’ingerenza bella e buona quella dell’Unione europea sulla nostra sovranità. Personalmente credo che di fronte a queste decisioni occorre avere un atteggiamento di sana resilienza. E dunque agire per un bene superiore, legato alla nostra sovranità nazionale.
Non saremo in molti – e lo vediamo in queste prime settimane di campagna sulla votazione del 19 maggio – ma sono sicuro che la nostra determinazione saprà convincere la popolazione sulla bontà della nostra posizione. Come detto, non credo che sarà facile.
E allora non posso che ripetere la mia richiesta alla vostra mobilitazione in questa circostanza. Anche in questa circostanza, perché ormai di battaglie assieme ne abbiamo già fatte tante. Voi sapete che potrete contare su di me.
Mi avvio alla fine di questo mio intervento, non senza rivolgere un appello a tutte le società di tiro e in particolare a quelle più piccole e ai loro responsabili. Piccole, ma di grande importanza per tutto il movimento e per la stessa Federazione. È per questo motivo che occorre garantire una attività di base per favorire il coinvolgimento dei tiratori. Con il futuro stand del Monte Ceneri si è voluto dimostrare una volta di più che il tiro è e sarà sempre un’attività sportiva e per il tempo libero – oltre che per soddisfare gli obblighi di servizio militare – di assoluta rilevanza nella nostra società ticinese.
Le piccole società rappresentano una sentinella, un referente importante sul territorio, un attrattore anche nei luoghi più periferici. Sono parte di una catena e senza di loro la catena nella migliore delle ipotesi si accorcia – facendo regredire tutto il movimento – e in quella peggiore si spezza. Ecco quindi che diventa essenziale tenere accese e vive queste sentinelle. Il mio Dipartimento e io personalmente siamo sempre a disposizione per sostenere le vostre attività. Lo abbiamo dimostrato in passato, in questi tempi recenti e lo faremo anche in futuro.
Il Gruppo di lavoro Tiro Ticino è l’esemplificazione di quanto detto. La sua costituzione ha voluto rimettere al centro tutti i problemi legati alle infrastrutture, alla logistica e all’attività del tiro per trovare soluzioni moderne, coordinate con tutti gli attori in gioco. Dal mio dipartimento come capo fila al dipartimento del territorio, per passare dai cacciatori, alle forze dell’ordine, sino a giungere alle società attive nel tiro sportivo. Un tavolo comune che sta dando ottimi risultati, se appena si pensa che anche il futuro stand coperto del Monte Ceneri rientra in questa logica, che vuole l’ottimizzazione delle risorse per il miglior svolgimento del tiro.
D’altra parte il Gruppo di lavoro “Tiro Ticino”, dopo aver proceduto alla mappatura di tutti i poligoni di tiro del nostro Cantone, sta lavorando per definire quali siano i poligoni principali e quali le misure necessarie in termini di investimenti per assicurare il loro corretto funzionamento nei prossimi decenni. Il tutto tenendo conto dei principali cambiamenti legislativi legati in particolare all’Ordinanza sull’impatto fonico e alla legge sul risanamento ambientale.
Sono ai saluti. Che vorrei fossero un arrivederci alla nuova e ormai vicina legislatura.
Per poter proseguire quanto sin qui fatto nel campo della sicurezza, della difesa della nostra autonomia, del rafforzamento dei Comuni e del miglioramento del nostro tessuto socio-economico, aspirando sempre a trovare risposte alle necessità dei ticinesi e della nostra economia.

Discorso pronunciato in occasione della cerimonia di dichiarazione di fedeltà Scuola cantonale di Polizia 2018

Discorso pronunciato in occasione della cerimonia di dichiarazione di fedeltà Scuola cantonale di Polizia 2018

2 marzo 2019

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signori, egregi signore,
Orgoglioso, felice, consapevole. Tre aggettivi che definiscono i miei sentimenti, oggi, davanti a voi, al termine di questo anno di formazione, che vi ha portati a diventare a tutti gli effetti agenti di polizia, donne e uomini differenti rispetto a 12 mesi fa, donne e uomini con davanti un compito, un impegno essenziale, direi decisivo per la nostra società.

Sono orgoglioso di voi. So che avete sin qui affrontato una formazione impegnativa. Che avete superato momenti belli, ma pure momenti difficili che vi hanno anche messo in crisi, che vi hanno messo alla prova.
Però oggi potete dire di aver raggiunto il primo, importante, traguardo che vi porterà ad operare nelle differenti regioni del Ticino per garantire la sicurezza di tutti noi.
Come capo del Dipartimento delle istituzioni, come responsabile politico di questa Scuola, mi inorgoglisce la consapevolezza di ritrovare oggi, qui, in questa sala donne e uomini pronte e formate. Sono quindi felice per il buon esito complessivo di questa Scuola, ma soprattutto per i risultati che ognuno di voi ha saputo raggiungere. In questi mesi avete potuto fare“squadra”, avete operato in team, avete lavorato fianco a fianco, avete imparato acollaborare, consapevoli che da soli non si raggiunge alcun risultato. Ma per fare ciò, individualmente, avete dovuto profondere il massimo impegno.
Su questo siete stati giudicati. Su questo i vostri formatori hanno ritenuto che voi foste pronti ad affrontare questo importante lavoro.

Sono nello stesso tempo però consapevole che la cerimonia di oggi con la promessa di fedeltà al termine della Scuola cantonale di Polizia 2018 rappresenti solo un momento –bello e gratificante – della vostra carriera professionale.
Da oggi avrete modo di mettere in pratica quanto imparato, sapendo che ogni giorno vi porterà ad assumere nuove conoscenze, ad arricchire il vostro bagaglio professionale, a capire come meglio affrontare le varie situazioni di intervento, i rapporti con il cittadino, con i colleghi, con i superiori.
E sono pure consapevole della responsabilità che siete chiamati ad assumere e a dimostrare.
La divisa che portate è un segno distintivo che vi caratterizza nel lavoro quotidiano. Dice immediatamente chi siete e che cosa fate. Vi dà dei poteri, certo, dei quali però mai dovrete abusare.
Anzi, sempre sarete chiamati a operare con responsabilità e umiltà proprio per la divisa che portate.

Assieme ai vostri colleghi, siete inseriti in quel “sistema sicurezza” che abbiamo costruitoper il Ticino. La regionalizzazione della Gendarmeria avvenuta nel 2015 è un tassello importante diquesto sistema e ci permette una conduzione delle attività in modo regionalizzato sull’arco delle 24 ore, secondo il principio “un capo, un settore, un compito”.

Dopo questo anno, durante il quale già avete maturato esperienza sul campo e importanti nozioni sui banchi di scuola, entrate a tutti gli effetti nel Corpo della Polizia. Un Corpo che ha bisogno di voi per muoversi, agire, operare, intervenire, prevenire, reprimere.

Un Corpo che negli ultimi anni ha rinnovato i ranghi, grazie alle annuali scuole cheriescono a far progredire le capacità delle nostre forze dell’ordine, siano esse laCantonale, le Comunali o la polizia dei trasporti ferroviari.
Oggi la Polizia cantonale ha una dotazione di 678 unità di lavoro a tempo pieno.

Gli agenti delle polizie comunali in totale sono 411. Dal 2011 sino al 2018, le 8 scuole per aspiranti poliziotti hanno formato 369 giovani, che sono così andati a compensare le partenze per i pensionamenti e a mantenere gli effettivi ottenuti con il potenziamento. È facile e immediato capire come il Corpo della Polcantonale e quelli delle Polizie comunali beneficino di un forte ricambio di forze.
Da qui anche la necessità di avere però sempre una conduzione efficace, coordinata, forte e sicura per il Corpo di Polizia cantonale. In questo senso permettetemi dunque di rinnovare il mio ringraziamento e la mia stima a tutto il Comando: dal comandante Matteo Cocchi, agli ufficiali dello Stato maggiore con il responsabile vice comandante Lorenzo Hutter; dalle Gendarmerie con il capo area Decio Cavallini, ai tre reparti della Polizia giudiziaria con il capo area Flavio Varini, sino a giungere al Centro comune di cooperazione di polizia e doganale tra Svizzera e Italia Christophe Cerinotti.
Ho lasciato per ultimo, ma non certo per importanza, la Sezione della formazione che organizza e coordina la Scuola di Polizia del V Circondario.
E qui il ringraziamento va al direttore Cristiano Nenzi e a tutti gli ufficiali e docenti che si sono alternati nelle lezioni.
Se il livello di sicurezza in Ticino ha raggiunto un grado di soddisfazione elevato è anche grazie alla formazione che viene impartita agli aspiranti.
Così come – e non lo dimentico – all’importanza della formazione continua e dellaformazione esterna e di mantenimento.

I miei non sono ringraziamenti di rito. Nella mia attività politica ho messo un accento deciso sulla sicurezza. Sono convinto – e con me il Consiglio di Stato – che il benessere del nostro Cantone passa indiscutibilmente anche – se non soprattutto – dal grado di sicurezza che si riesce a raggiungere a favore delle persone e dei nostri beni. Vivere in un paese sicuro, in un paese che è garante delle leggi rappresenta un fattore, se non il fattore, che qualifica il paese stesso. Lo è per i suoi cittadini, che possono così godere di una qualità di vita elevata. Lo è per chi opera nel tessuto economico: dagli artigiani, passando per i piccoli e grandi imprenditori, sino a giungere al mondo della finanza, senza dimenticare chi investe nelle nuove tecnologie. Un paese attrattivo in cui vivere, investire o passare del tempo per scoprirne le bellezze paesaggistiche e culturali.

Ecco quindi che la sicurezza si trasforma in un volano per migliorare il benessere di tutta la collettività. E voi siete e rappresentate un tassello decisivo in questo contesto. Bisogna esserne coscienti, perché il vostro importante lavoro quotidiano ha un riverbero non solo immediato ma anche a lungo termine.

Di recente, mi ha fatto piacere sentire – in occasione della consegna degli spazi grezzi che ospiteranno a Mendrisio la Gendarmeria – il municipale del capoluogo Samuel Maffiribadire l’alto livello di sicurezza oggettiva raggiunto nel Mendrisiotto, ciò che ha permessodi generare un positivo senso di sicurezza soggettiva tra la popolazione. È l’obbiettivo a cui tendere. È il lavoro che pazientemente facciamo tutti assieme!

Prima di congedarmi, voglio fare un’ultima riflessione: in questa SCP le donne sono sei.È un bel numero, se confrontato con le cifre degli anni scorsi.
Ma vorrei che in futuro le donne fossero più numerose. Un auspicio, una speranza, che vorrei realizzare. Forse anche attraverso nuove attività di sensibilizzazione, così come stiamo però già facendo non solo per la Polizia, ma per tutto il Dipartimento. Vedremo. Intanto oltre a voi, saluto idealmente le vostre 102 colleghe, di cui 64 agenti impegnate sul terreno. Ma oggi per voi deve essere un momento di festa.
Una festa da condividere sì con i vostri colleghi e con chi vi ha seguito in questi mesi, ma soprattutto con i vostri familiari, che saluto con estremo piacere.
Posso solo immaginare la soddisfazione e l’orgoglio che può provare una mamma o unpapà, una compagna, o un compagno, o una moglie o un marito a vivere con il proprio familiare questo momento.
La consapevolezza di affidare la persona forse più cara o comunque più vicina a un compito di grande rilevanza, accompagnandolo nel corso degli anni nella professione di agente di polizia.
Vedo i vostri occhi lucidi: è un’emozione che sento dentro anch’io.

Ho scambiato con voi, con ognuno di voi, la stretta di mano. È l’espressione, anche fisica,del patto che avete – che abbiamo! – sottoscritto oggi. Responsabilità, onestà, fiducia,umiltà, collaborazione e tenacia vi guidino sempre sull’arco della giornata lavorativa, maanche nella vostra vita privata. Voi rappresentate le leggi e le fate rispettare: per tutti i cittadini da questo momento sarete un esempio, un modello. Siate sempre onorati di indossare questa divisa! Onorate sempre la divisa che indossate!