«Aggregarsi è possibile anche senza essere vicini»

«Aggregarsi è possibile anche senza essere vicini»

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 13 novembre 2019 del Corriere del Ticino

Dopo l’appello di Norman Gobbi ai Comuni della regione il sindaco di Locarno prende posizione sulle fusioni comunali.
Per Alain Scherrer non bisogna più concentrarsi sulla contiguità territoriale perché il pericolo è di chiudersi in una morsa «che rischia di soffocarci».

Un salto di pensiero e di velocità. E un taglio netto con il passato. È quanto chiede il sindaco di Locarno, Alain Scherrer, ai Comuni della regione, prendendo posizione dopo l’intervista nella quale il consigliere di Stato Norman Gobbi ha lanciato un appello affinché attorno al Verbano riparta il discorso sulle aggregazioni. Con un invito: quello che siano i Comuni stessi, dopo le numerose prese di posizione negative sui piani cantonali, a suggerire nuove proposte concrete. Era stato peraltro lo stesso Scherrer a rilanciare di recente la tematica, in occasione della presentazione dei preventivi della Città.

Un’unione di capacità
Sulla tematica generale il timoniere di palazzo Marcacci sottolinea che «l’aggregazione di Comuni non è solo un affare “giuridico”, ma è soprattutto una questione di unire competenze e capacità progettuali. Così facendo, riusciremmo ad essere più attrattivi per chi vuole investire nella regione e potremmo fornire impulsi decisivi alla ripresa economica e ai nostri giovani, che stanno combattendo per un futuro migliore». Per Scherrer, poi, «abbiamo bisogno di fare sistema e di concepire questa nuova fase, valorizzando le innovazioni. Ciò si può ottenere solo con l’unione di più Comuni, avendo così un maggior numero di strumenti a disposizione».

Problemi da risolvere assieme
Il direttore del Dipartimento istituzioni aveva però chiesto proposte concrete ai partner locali. In quest’ambito il sindaco di Locarno lancia un accorato e deciso appello «ai Comuni che fino ad oggi hanno mostrato più resistenza al cambiamento», chiedendo loro di «fare una riflessione più profonda, soprattutto alla luce dell’evoluzione delle problematiche non solo a livello ticinese e svizzero, ma anche a livello mondiale. La questione climatica, giusto per fare un esempio, non può essere risolta in modo frammentario».

Un taglio con il passato
Il ministro aveva poi sottolineato come quello verso una fusione comunale debba essere un processo condiviso e non imposto dall’alto. Una posizione che trova favorevole anche Alain Scherrer. «Condivido l’affermazione che un’aggregazione debba “partire dal basso”, ma sappiamo benissimo che “un po’ più in alto” vi sono politici che non incentivano, anzi a volte scoraggiano, chi vuole costruire un futuro differente per i nostri giovani. Dobbiamo dare un taglio al passato: non si può cercare una condivisione di tutti i Comuni della regione e pensare a un unico Comune da Brissago a Gudo. Oggi è una pia illusione. Bisogna invece provare a dare un nuovo impulso alle aggregazioni, studiando un progetto concreto con chi ci crede davvero, anche se il suo Comune non dovesse confinare direttamente con Locarno».

Il nodo zona industriale
Uno dei nodi che ha pesato sulle ultime proposte avanzate dal Cantone è quello della zona industriale sul Piano di Magadino. Una risorsa importante, contigua ai Comuni della zona, ma in buona parte situata su territorio giurisdizionale di Locarno. Nella sua intervista Norman Gobbi invitava a riaffrontare la questione seguendo nuove logiche. Cosa ne pensa il sindaco della Città? «Si mette in dubbio la permanenza della zona industriale nel Comune di Locarno solo perché è separata dal centro della città – afferma Scherrer – ma la vicinanza, come detto prima, non è la chiave di volta della questione. Ciò che conta per portare avanti la regione è la condivisione di competenze, progettualità e di ampie vedute».

Sguardo oltre l’orizzonte
L’idea è insomma quella che, riavviando finalmente il discorso sulle aggregazioni comunali, non siano solamente i confini giurisdizionali a cadere, ma anche una visione ristretta del territorio. L’invito non è solo a staccare lo sguardo dal proprio orticello, ma di alzarlo anche oltre l’orizzonte, per avere una visione il più ampia possibile.
«Se ci limitiamo a ragionare sulla vicinanza, sulla contiguità di territorio – conclude il sindaco di Locarno – , allora ci rinchiudiamo in una morsa, che rischia di soffocarci. Dobbiamo invece essere capaci di guardare oltre, ragionando sulle competenze e gli strumenti a disposizione. Più sono ampi e meglio potremo lavorare».

Un messaggio chiaro, dunque, quello lanciato ai Comuni della regione. Ora non rimane che attendere per scoprire se qualcuno sarà disposto a rispondere in modo positivo.

«All’estero e in Svizzera ci considerano un’ottima polizia»

«All’estero e in Svizzera ci considerano un’ottima polizia»

Intervista a Matteo Cocchi pubblicata nell’edizione di lunedì 11 novembre 2019 del Corriere del Ticino

Tante soddisfazioni ma anche tante difficili decisioni da prendere, di quelle che fanno restare svegli di notte. Fare il comandante della polizia cantonale è un compito affascinante, soprattutto in anni come questi. Ne abbiamo parlato con il comandante Matteo Cocchi, in un’intervista in cui si parla davvero di tutto e di più.

Qualche settimana fa ha festeggiato i suoi primi otto anni alla testa della Cantonale. Otto anni sono tanti. Ha ancora la forza di andare avanti?
«L’energia e la voglia di fare sono le stesse del 1. ottobre 2011. È vero, otto anni sono tanti, ma i progetti restano molteplici e, soprattutto, si vedono i risultati. Sono dunque ancora a disposizione per questa avventura».

Anni in cui il Corpo è cresciuto. Gli effettivi ora sono sufficienti?
«La risposta del Governo è stata positiva e l’effettivo è stato adeguato secondo le nostre richieste. Ora il compito di chi dirige la Cantonale è rendere ancora più efficaci le forze a disposizione».

La polizia unica è la soluzione?
«Dell’assetto della polizia in Ticino si discute da moltissimi anni, e spesso si sente dire che non siamo pronti per un cambiamento di questo tipo. C’è un gruppo di lavoro che si è chinato sulla tematica e spero che le idee che ne usciranno potranno servire alle istituzioni per decidere quale strada prendere (o, perlomeno, impostare una situazione intermedia). Ma è un cambiamento che dovrà decidere la politica. A noi sul campo toccherà metterlo in pratica. Si può comunque dire che nei rapporti tra Cantonale e Comunali ci sono situazioni da migliorare, e riguardano soprattutto il coordinamento e le sovrapposizioni delle competenze. Prima o poi sarà necessario prendere una decisione chiara e netta».

Eliminando le Comunali, salterebbero anche i loro comandanti…
«È chiaro che determinate figure, e non solo quelle, andrebbero a scomparire. Ma ci sono progetti in Svizzera che hanno funzionato. Non fraintendetemi però, io non sono uno che dice necessariamente sì alla polizia unica. E, in ogni caso, non sarebbe una cosa da fare dall’oggi al domani».

Una parte dei cittadini riconosce alle polizie locali una conoscenza del territorio che magari la Cantonale non ha.
«In realtà la polizia di prossimità la fanno tutti, anche la Cantonale. Ma quando si parla dei rapporti tra Cantonale e Comunali credo sia necessario dire che in futuro occorrerà separare i compiti ed evitare i doppioni. Sapere cosa deve fare la Cantonale e cosa le Comunali. E assicurarsi che questi compiti vengano svolti da tutti in modo efficace, 365 giorni l’anno e 24 ore su 24».

Cambiamo tema. Come sono cambiati i giovani che si iscrivono alla scuola di polizia? C’è vocazione o c’è anche chi la prende come una via di fuga?
«Il Ticino dal punto di vista delle candidature è messo molto bene. Da noi i numeri non mancano. Ogni anno circa 300 giovani si annunciano per la scuola. Ad essere cambiata è la maturità dei candidati che superano tutta la selezione, infatti anche la loro esperienza di vita gioca un ruolo importante. Una volta la maggior parte degli agenti faceva la scuola subito dopo l’apprendistato. Oggi invece molti si iscrivono dopo aver percorso altre strade, magari creando una famiglia. Una maturità che si nota. C’è di sicuro chi tenta di entrare in polizia per ripiego, ma sono situazioni che poi si notano durante le selezioni. E sì, la vocazione c’è ancora».

E la Cantonale come è cambiata?
«È vista meglio rispetto al passato dentro e fuori dai nostri confini. Oggi è riconosciuta a livello svizzero come un’ottima polizia. Ci siamo impegnati molto in questo senso. Io per esempio sono vicepresidente della conferenza dei comandanti e rappresento la Svizzera nel gruppo Atlas (che raggruppa le forze speciali di polizia europee), così come diversi ufficiali sono attivi in gruppi di lavoro a livello nazionale. Ma poi, soprattutto, abbiamo dimostrato con diverse operazioni di essere capaci. Pensiamo all’inaugurazione della galleria di base del San Gottardo nel 2016: una dimostrazione d’efficienza e in cui siamo riusciti, per la prima volta, a condurre un’operazione tra due cantoni con un capo impiego unico».

Un tempo c’erano le correnti e le assunzioni/promozioni fatte con il manuale Cencelli.
«Non so come era prima. Io sono arrivato e ho tentato di instaurare un mio stile di condotta. Quel che ho sempre detto è che quando si parla di carriere non è corretto promuovere qualcuno in base all’appartenenza politica. Sono convinto che per il buon funzionamento dell’istituzione polizia, siano i meriti e le capacità a fare la differenza. In Cantonale il clima è buono. A me piace avere rapporti quotidiani con gli agenti e a volte esco in pattuglia con loro. Pur mantenendo la gerarchia, abbiamo accorciato la distanza tra vertici e base».

Gli agenti sono uomini (e donne) e possono sbagliare. Lei si comporta da «padre» attento e premuroso o è molto severo?
«Il mio compito è di comandare, e in molte situazioni occorre decidere in modo drastico. Quando è possibile cerco il dialogo. Quando la situazione è grave neppure si discute».

E dal lato umano che comandante ritiene di essere?
«Nel Corpo ci sono tanti uomini e donne, persone che vivono la loro vita, con alti e bassi come noi tutti. E capita che vi siano momenti di difficoltà. Ovviamente la giornata storta va capita, ammesso che non si superi il limite».

Ma l’agente rappresenta lo Stato. Occorre quindi inflessibilità, altrimenti il cittadino non riconosce più l’autorità della polizia.
«L’agente che sgarra non la fa franca. Faccio un semplice esempio: se inciampa nelle regole della circolazione verrà “multato” non una, ma più volte. Al Comando arriva la segnalazione su quanto accaduto, viene aperto un procedimento disciplinare e, oltre alla multa, possono quindi esserci ulteriori conseguenze. Proprio perché l’agente deve essere un esempio, siamo più rigorosi».

Però ci sono stati anche poliziotti colti in fallo e poi riassunti.
«Dissento. Alla Cantonale ci sono stati licenziamenti per fatti gravi. Non tocca a me aprire un discorso sulla successiva riassunzione da parte di alcune Comunali. Non mi resta che constatare che toccherebbe semmai a quelle autorità di nomina spiegare la loro scelta (che, convengo, risulta poco comprensibile)».

L’era dei social network pone un problema in più?
«Sì, specie quando a usare i social sono le generazioni che non sono cresciute con questo strumento. Vietare Facebook agli agenti? Non credo sia la soluzione. Però devono ricordarsi di comportarsi bene online, esattamene come nella vita vera».

«Cari Comuni, sulle fusioni non dite no ma siate propositivi»

«Cari Comuni, sulle fusioni non dite no ma siate propositivi»

Intervista pubblicata nell’edizione di lunedì 11 novembre 2019 del Corriere del Ticino

Uno dei temi della campagna elettorale nel Locarnese, rilanciato di recente dal sindaco della Città Alain Scherrer, dovrà giocoforza essere quello delle aggregazioni. La regione è infatti il fanalino di coda del cantone. Ecco cosa dice il direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi.

Il Locarnese continua costantemente a perdere terreno rispetto al resto del cantone. Si dice sempre che le fusioni devono partire dal basso, ma qui si è sempre fermi…
«Con il Piano cantonale delle aggregazioni (PCA) il Cantone ha specificato una visione strategica del Ticino nella sua definizione istituzionale, tenendo conto delle opportunità di sviluppo socio-economico delle varie regioni. Il PCA non vuole e non deve essere visto come un’imposizione dall’alto, nella convinzione che i frutti di un’aggregazione possono essere colti solo se vi è la massima condivisione attorno a un progetto (Willens Gemeinde). Ma soprattutto mi preme sottolineare che il PCA vuole essere uno strumento dinamico. La fotografia contenuta in questo Piano corrisponde al ruolo di Comune economico e di servizio precisato a fine anni Novanta, dove criteri quali il recupero di capacità decisionali, rispetto ai compiti sovra comunali, e di forza finanziaria, volta a sostenerne la progettualità, erano gli elementi costitutivi. Negli ultimi anni, però, si è sviluppato un ampio dibattito sul ruolo attuale del Comune, sempre più visto come garante della qualità di vita residenziale. E qui penso in particolare al risultato emerso dal sondaggio commissionato dalla Sezione enti locali alla fine del 2018, dove la grande maggioranza delle persone interrogate ha individuato proprio nella qualità di vita residenziale il motivo principale per il quale scegliere un comune in cui abitare».

Tra le criticità, che hanno ostacolato lo sviluppo della discussione, l’opposizione a una fusione soprattutto con la città di alcune delle località (Muralto, Minusio e Ascona). Si tratta di ostacoli insormontabili?
«Il timore principale avvertito dalle autorità comunali del Locarnese nel corso della consultazione sul PCA è stato quello di pensare che il Cantone potesse arrivare a imporre le aggregazioni. Le risposte sono state sostanzialmente negative. Ma i Comuni spesso non si sono spinti – purtroppo – al di là del rifiuto. Se il Piano cantonale non è condiviso – e posso comprendere benissimo che dal loro punto di vista non lo sia – mi aspetto che i Comuni stessi arrivino ad avanzare proposte concrete. In questo senso perché non pensare, se tutti i Comuni fossero interessati, di definire in maniera partecipativa con il Cantone nuovi confini comunali? Mi piacerebbe che questo messaggio potesse essere colto, consapevole delle difficoltà e del rischio di sovrapposizioni di molte proposte tra loro. Così facendo ci si potrebbe confrontare apertamente per giungere a risultati diversi da quelli previsti dal Piano cantonale, maggiormente aderenti alle volontà locali».

Dunque l’ipotesi del Comune «Lago», con Ascona, Ronco e Brissago, è ancora ipotizzabile?
«A mio parere lo è. E lo dico proprio alla luce della dinamicità che va attribuita al Piano cantonale delle aggregazioni e alla nuova concezione del ruolo del Comune. Ascona, Ronco e Brissago sono tutti improntati principalmente al turismo. Avremmo una comunità che condivide la stessa vocazione e salveremmo delle vere e proprie perle del nostro territorio, garantendo quella qualità di vita residenziale che i cittadini sembrano privilegiare. Grandi vantaggi con alcune controindicazioni, come la difficoltà di recuperare la piena autonomia decisionale su alcuni compiti svolti in collaborazione con altri comuni del Locarnese».

Nelle ultime ipotesi non è mai stata ben chiara la collocazione di Terre di Pedemonte. Vi sono oggi i presupposti per prevederne l’aggregazione con realtà contigue? In tal caso si guarda verso l’agglomerato o verso la Vallemaggia?
«Il PCA definisce le Terre di Pedemonte come un territorio a sé stante. Il Comune, territorialmente e funzionalmente, si caratterizza come snodo delle valli Onsernone e Centovalli, di cui può rappresentare un punto di riferimento con tratti distintivi rispetto all’area urbana. Per questo ritengo che debba continuare a consolidarsi nella forma in cui oggi lo conosciamo. Più in generale ci si può chiedere perché vanno ridefiniti i confini dei Comuni ticinesi. Uno dei criteri principali, se non il primo in assoluto come si è visto dal sondaggio appena citato, è quello di assicurare ai cittadini un’alta qualità di vita residenziale. Se il Comune è responsabile di questo importante fattore allora si può concludere che la sua dimensione non può andare all’infinito, le aggregazioni non essendo fini a se stesse. Senza dimenticare poi tutto il discorso legato alla prossimità, ossia alla capacità delle autorità locali di leggere le aspettative dei cittadini e giungere a risposte puntuali, con efficacia ed efficienza».

Guardie svizzere: Gobbi, Cocchi e il colonnello Graf si incontrano

Guardie svizzere: Gobbi, Cocchi e il colonnello Graf si incontrano

Da www.tio.ch

L’occasione è stata utile per ribadire l’ottima collaborazione nella formazione dei futuri Alabardieri

Quest’oggi a Isone il Comandante della Guardia Svizzera Pontificia, colonnello Christoph Graf, ha incontrato il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi e il Comandante Matteo Cocchi nell’ambito della formazione di base delle reclute della Guardia Svizzera Pontificia. Attualmente i futuri Alabardieri stanno svolgendo un modulo d’istruzione di quattro settimane sotto l’egida della Sezione formazione della Polizia cantonale, rappresentata dal suo responsabile, capitano Cristiano Nenzi. È stata l’occasione per ribadire l’ottima collaborazione instaurata negli anni, che viene costantemente rinnovata e adeguata alle esigenze del servizio in Vaticano.

Stranieri criminali: il problema esiste

Stranieri criminali: il problema esiste

C’è modo e modo di dare una notizia, ma c’è modo e modo anche di camuffare la realtà dando una notizia. È successo questa settimana sui quotidiani (anche ticinesi): 9mila stranieri sono stati condannati nel 2018 in Svizzera; di questi criminali stranieri, 1.693 sono stati espulsi dalla Svizzera. “C’è ancora chi tenta di sottovalutare il problema dei criminali stranieri – afferma il capo del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. E infatti nessun media ha cercato di farci capire se queste condanne sono tante o poche rispetto all’insieme delle condanne comminate dalle autorità penali svizzere. E allora io dico che sono veramente tantissime, perché questi stranieri fanno parte di un ristretto gruppo persone. Non fanno parte dei cittadini stranieri con il permesso di dimora o di domicilio (la stragrande maggioranza della popolazione straniera in Svizzera, che ha raggiunto circa il 25% del totale degli abitanti), ma sono stranieri con permesso L (per dimoranti temporanei), permesso F (per persone ammesse provvisoriamente), permesso N (per richiedenti l’asilo), permesso S (per persone bisognose di protezione), lasciando fuori da questa statistica i frontalieri. Se pensiamo che 9mila condanne corrispondono a circa la metà del totale delle condanne comminate dai Tribunali elvetici per reati al codice penale, ma che la popolazione di riferimento di questi stranieri non supera il 5% dell’insieme della popolazione in Svizzera, ben si comprende l’alto tasso di criminalità legato alla loro presenza” – sottolinea il consigliere di Stato Norman Gobbi.

Il gruppo più numeroso è rappresentato da cittadini provenienti dall’Africa, seguito da quelli degli Stati dell’ex Jugoslavia. “Rimango sempre basito quando sento che non c’è un problema di criminalità con determinate categorie di stranieri. E lo dico senza fare generalizzazioni, ma perché i dati mostrano chiaramente un’altra cosa. Credo sia giusto non banalizzare la questione e discreditare chi dichiara che qui siamo di fronte a un problema. E sono convinto che la lotta contro questo genere di criminali debba proseguire sulla scorta di quanto definito dal codice penale”. Allargando le cifre, prendendo quindi in considerazione non solo le condanne per reati al Codice penale, ma anche quelle contro la Legge della circolazione, la legge stupefacenti e la legge stranieri, osserviamo che nel 2018 gli svizzeri condannati sono stati 41mila, gli stranieri 57mila, di cui 24mila dimoranti o domiciliati, 31mila con altri tipi di permesso (vedi sopra) e 1700 con uno statuto sconosciuto. Teniamo sempre conto che la popolazione straniera rappresenta il 25% circa del totale degli abitanti in Svizzera.

Si parla tanto di integrazione, ma questi dati mettono a nudo una realtà diversa. “La Confederazione e il Cantone, anche per il tramite del Dipartimento delle istituzioni, nonché i Comuni e numerose associazioni fanno un’attiva azione rivolta all’integrazione degli stranieri. Ma è evidente che chi vuole davvero integrarsi – sia nella fase di richiesta dell’asilo, sia dopo l’ottenimento di un permesso di rifugiato – non fa parte di questo gruppo  a rischio, generalmente composto da giovani adulti tra i 19 e i 29 anni ”, conclude il Consigliere di Stato Norman Gobbi.

 

«I radar? No agli accanimenti»

«I radar? No agli accanimenti»

Da www.tio.ch

Norman Gobbi spezza una lancia a favore degli automobilisti. E insiste sulla distinzione tra «prevenzione e far cassetta»

I controlli radar «sono intesi per fare prevenzione». E «non devono servire a fare cassetta». Nell’ultima Conferenza cantonale sulla sicurezza, Norman Gobbi ha colto l’occasione per sottolineare questo aspetto assieme ai municipali capo-dicastero che dirigono le Polizie-polo.
È del mese scorso la polemica su un radar dei record a Camorino. Tra le 160 auto che in una sola ora hanno superato il limite, c’era anche quella dello stato che trasportava il Consigliere di Stato.
«Il principio fondamentale è quello secondo cui il controllo di velocità serve per fare prevenzione e non “cassetta», ha precisato il direttore del Dipartimento delle istituzioni a tio/20minuti.
«Tale principio definisce quindi dove è più sensato effettuare i controlli. Avviene sempre così? La piattaforma comune – composta dalla Polizia cantonale e dalle comunali – ha il compito di controllare che ciò avvenga, coordinando i controlli di velocità».
Il passo successivo, sarà quello di «affidare al Consiglio cantonale dei comandanti delle Polizie il compito di ottimizzare i controlli» ha spiegato il direttore del Di.
«L’accento dev’essere messo sempre sulla prevenzione, anche per evitare l’accanimento su determinati tratti di strada».
Un’altra questione delicata è il deficit di poliziotti, in alcuni distretti. Delle sette regioni-polo, due sono ancora “inadempienti”. “Gli effettivi non sono ancora del tutto allineati ai parametri stabiliti».
Nell’incontro, tuttavia, i municipali capo-dicastero dei Comuni Polo «hanno assicurato uno sforzo ulteriore per raggiungere l’obiettivo in tempi ragionevoli», conclude Gobbi.

Conferenza cantonale consultiva sulla sicurezza

Conferenza cantonale consultiva sulla sicurezza

Comunicato stampa

Progetto “Polizia Ticinese”, effettivi delle Polizie comunali, controlli di velocità e rispettive deleghe ai Corpi comunali: sono i tre temi principali trattati dalla Conferenza cantonale consultiva sulla sicurezza, che riunisce i principali attori istituzionali incaricati di garantire la sicurezza nel nostro Cantone. Alla riunione, diretta dal capo del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, hanno partecipato i Capi dicastero dei Comuni Polo delle Regioni di Polizia comunale e i rappresentanti delle forze dell’ordine cantonale e comunali.

L’incontro – il 19.mo della Conferenza – ha permesso di aggiornare diversi dossier in alcuni specifici campi. Sul progetto “Polizia Ticinese”, ossia la costruzione di una visione comune che possa orientare al meglio il lavoro delle varie forze di Polizia sul territorio, il Gruppo di lavoro ha proceduto – in particolare – a raggruppare i differenti compiti di polizia, tenendo anche conto delle specificità legate alla prossimità. Le ulteriori analisi della suddivisione dei compiti tra la Polizia cantonale e i corpi comunali sarà confermata nell’approccio chiarificatore della riforma “Ticino 2020”, tenendo pure conto di esperienze già conosciute in altri Cantoni. Riguardo invece gli effettivi delle Polizie comunali, in alcune regioni tali effettivi non corrispondono al numero minimo richiesto; si è concordato che nelle varie regioni i Comuni si impegneranno a raggiungere – in tempi adeguati – l’obiettivo. In questo contesto è stato discusso anche il tema delle assunzioni di agenti con precedenti penali, ricordando come recentemente il Consiglio di Stato abbia confermato che solo il 5% delle denunce contro agenti di polizia poi sfocia in una effettiva condanna.

Sui controlli di velocità, i Capi dicastero dei Comuni Polo e il Dipartimento hanno sottolineato l’importanza della piattaforma condivisa che permette di evitare doppioni e soprattutto consente un controllo sulla qualità degli interventi effettuati. I dati raccolti dalla piattaforma danno pure la possibilità di agire criticamente su quei Corpi che non dovessero interpretare in maniera corretta le modalità d’azione tenendo pure conto degli aspetti di legalità e di opportunità, che un controllo di velocità impone.

Al termine dei lavori sono state presentate ai municipali le novità più importanti della Legge cantonale sulla Polizia (approvata dal Gran Consiglio, ma ferma per un ricorso al Tribunale federale) e della revidenda Legge sulle attività private di investigazione e di sorveglianza.

Votazione consultiva per l’aggregazione dei Comuni di Collina d’Oro e Muzzano

Votazione consultiva per l’aggregazione dei Comuni di Collina d’Oro e Muzzano

Comunicato stampa

Il Dipartimento delle istituzioni ha preso atto della volontà espressa dalla popolazione di Collina d’Oro e Muzzano, che non ha accettato la proposta di aggregazione tra i due comuni.

Il Dipartimento delle istituzioni riconosce l’esito della consultazione popolare odierna, che segna l’abbandono del progetto fortemente voluto dalle autorità politiche locali.
Già in occasione della consultazione dei comuni sugli orientamenti aggregativi espressi dal Consiglio di Stato nel Piano cantonale delle aggregazioni (PCA), esse avevano auspicato l’inserimento di uno specifico scenario aggregativo del comprensorio, che è stato recepito dal Governo e formalizzato nel PCA presentato lo scorso dicembre al Gran Consiglio.
Alla luce dell’esito della votazione, i due comuni continueranno dunque a operare con l’assetto attuale e rinnoveranno i propri organi in occasione delle prossime elezioni generali comunali dell’aprile 2020.
Il Dipartimento delle istituzioni approfondirà nelle prossime settimane il risultato del voto odierno e presenterà al Governo una proposta di messaggio che definirà l’abbandono definitivo del progetto.

(immagine: www.collinadoro.com)

Comuni e Cantone costruiscono il “Ticino 2020” insieme

Comuni e Cantone costruiscono il “Ticino 2020” insieme

Le considerazioni dopo la nascita di Tresa

Eppur si muove… La grande riorganizzazione istituzionale/territoriale dei Comuni prosegue. Proprio questa settimana il Gran Consiglio ha approvato l’aggregazione dei Comuni di Croglio, Monteggio, Ponte Tresa e… Sessa con la creazione del nuovo comune di Tresa. Storia un po’ particolare quella di questa fusione, con il voto consultivo del dicembre 2018 che aveva visto i cittadini di Sessa dire no al progetto, la conseguente decisione del Governo che coerentemente ha proposta una fusione solo con i tre Comuni che avevano votato sì, la petizione lanciata a Sessa che chiedeva invece di rientrare nel nuovo Comune di Tresa e la successiva scelta del Gran Consiglio – che in ultima analisi decide sulle aggregazioni – di includere Sessa, per un’aggregazione in forma coatta, ma forte delle numerosissime firme raccolte dalla petizione.
Ci avviciniamo così a grandi passi al numero di 100 Comuni in Ticino, quando due decenni fa si era partiti da 245! Sullo sfondo poi vi è il Piano cantonale delle aggregazioni, che prefigura una serie di scenari “ma che potranno vedere la luce – sottolinea il capo del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi – solo se dal basso, ossia tra la cittadinanza interessata, verrà dato l’impulso per intraprendere nuove forme di aggregazioni tra Comuni. Un’impostazione dalla quale il Dipartimento delle istituzioni e il Consiglio di Stato non vogliono transigere, coscienti che il successo per una nuova realtà istituzionale che dovesse nascere sta nel convinto sostegno e dunque impegno dei cittadini coinvolti. Solo se davvero si crede nella bontà di una proposta e nelle opportunità che potrebbero vedere la luce, un’aggregazione porterà ad avere Comuni attivi e dinamici”.
Comuni forti, autonomi e propositivi, come quelli che già sono nati e come quelli che ancora mantengono un buon potenziale, sono alla base di una più ampia riorganizzazione e suddivisione dei compiti tra Cantone e Comuni, in quella riforma che viene denominata Ticino 2020. “Stiamo definendo questa riforma in stretta collaborazione con i Comuni – e qui voglio sottolineare l’ottimo rapporto instaurato tra le parti. Il principio su cui poggia Ticino 2020 e quello di affidare al livello istituzionale più confacente (Comuni o Cantone) i compiti e dunque anche le risorse per svolgere nel miglior modo i servizi che il cittadino richiede, utilizzando al meglio le risorse finanziarie a disposizione. Un’analisi a 360 grandi che rende dinamico – e non vissuto solo a parole – il nostro federalismo. Un lavoro appassionante per le visioni che apporta, ma anche per il certosino impegno necessario a tradurre nella realtà queste visioni.”, conclude il Consigliere di Stato Norman Gobbi.

Tresa, il nuovo Comune che segna un confine

Tresa, il nuovo Comune che segna un confine

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 16 ottobre 2019 del Corriere del Ticino

Il Gran Consiglio ha dato il via libera all’aggregazione a quattro nonostante il voto negativo di Sessa, ribaltato da una petizione. Non era mai successo.
Una fusione coatta, ma «sui generis». Così è stata definita in Parlamento l’aggregazione nel nuovo Comune di Tresa anche di Sessa, dove la votazione consultiva per l’unione con Croglio, Monteggio e Ponte Tresa aveva dato esito negativo per una manciata di voti. Ma alla fine una petizione sottoscritta dai cittadini ha avuto un ruolo decisivo nel cambiare il risultato.
Il deputato Omar Balli ha sottolineato: «È una primizia nel panorama delle aggregazioni».

Sessa può abbracciare Tresa
Gran Consiglio decreta la nascita della nuova realtà istituzionale includendo il paese che alle urne aveva detto no. È stata decisiva anche la petizione raccolta dopo la vittoria dei contrari – Adesso in Ticino il Comune più piccolo per estensione è Muralto

C’è stato un battesimo ieri a Palazzo delle Orsoline. Il Gran Consiglio ha dato il via libera alla costituzione del Comune di Tresa, che unirà Croglio, Monteggio, Ponte Tresa e Sessa. Malgrado il voto popolare negativo di Sessa, che ha portato a un’aggregazione coatta, il Parlamento ha accettato la fusione a quattro con 69 sì, 5 no e 14 astenuti. Ad aver annunciato parere positivo sono stati Lega, PLR, PS e Verdi, mentre il PPD si è diviso fra favorevoli e astenuti. No di Più Donne. Ad aprire la discussione è stato Omar Balli (Lega), relatore del rapporto della Commissione Costituzione e leggi, che ha proposto l’aggregazione a quattro. «La maggioranza dei cittadini del comprensorio ha votato a favore e Croglio e Monteggio hanno detto sì pur sapendo che per loro il moltiplicatore d’imposta sarebbe aumentato dall’80% all’85%. Non è da tutti». Questo per dire che il consenso per il progetto di fusione era forte, nonostante il voto negativo di Sessa». Un responso infausto a cui però, ha concluso Balli, «è seguita una petizione pro aggregazione che ha raccolto il 55% degli iscritti a catalogo, cifra che supera i voti contrari nella votazione consultiva: una primizia per le aggregazioni».

«Coatta, ma sui generis»
Dunque è stata una fusione coatta ma «sui generis», come ha ricordato Marco Bertoli (PLR). «L’autodeterminazione è un valore fondamentale, ma non inalienabile. In talune circostanze è giusto privilegiare un bene superiore. La soluzione a quattro ha un pregio maggiore di quella a tre». Invece il PPD al momento del voto si è diviso. Maurizio Agustoni ha affermato che «il nostro partito è convinto della bontà del progetto. Però siamo contrari a qualsiasi fusione coatta per ragioni diverse dall’impossibilità di un Comune di continuare a camminare sulle proprie gambe, che non è il caso di Sessa. Tuttavia da sollecitazioni raccolte sul territorio, abbiamo maturato la convinzione che c’è un sufficiente consenso». Quanto al parere del PS, Nicola Corti ha sostenuto che «questa fusione lascia aperta una possibilità di scelta a chi oggi non sa barcamenarsi per il futuro, cioè le autorità di Astano».

«Garantiremo buoni servizi»
Secondo il democentrista Piero Marchesi, che è anche il sindaco di Monteggio e il principale referente politico del progetto aggregativo, «Tresa saprà garantire buoni servizi, un’amministrazione preparata e una prossimità che, grazie agli sportelli e alle commissioni di quartiere, porterà questi servizi alla popolazione, di cui sapremo cogliere le esigenze».

La medusa di Stephani
Il progetto ha avuto il sostegno anche dei Verdi, espresso in modo irrituale da Andrea Stephani, che ha mostrato la foto di una caravella portoghese. «È una sorta di medusa, che in realtà è un sifonoforo, ovvero non un solo animale, bensì quattro organismi diversi, specializzati e necessari alla sopravvivenza del super individuo». Il parallelismo con Tresa è evidente. Avrà quattro poli (Croglio scuola, Ponte Tresa istituzioni, Monteggio cura del territorio, Sessa cultura e svago). Più Donne invece, per bocca di Tamara Merlo, ha espresso un voto negativo alla fusione coatta, pur sostenendo che avrebbe accettato la proposta del Governo, ovvero la fusione a tre. Ciò nondimeno proprio il consigliere di Stato Norman Gobbi ha ricordato che «comunque il progetto a quattro è nato dal basso, dalla popolazione e non dal Cantone. Inoltre il Tribunale Federale ha confermato che il Gran Consiglio in materia di aggregazioni ha un ampio margine discrezionale, a differenza del Governo».

Si sposta un primato
La nascita di Tresa riduce di tre il numero di Comuni ticinesi (attualmente sono 115). Oltre a ciò, va ricordato che Ponte Tresa era il Comune più piccolo del Ticino per estensione territoriale (0,41 kmq). Il primato ora passa a Muralto (0,62 kmq).