Tempi parziali per le toghe, le proposte legislative

Tempi parziali per le toghe, le proposte legislative

Ecco le principali modifiche normative prospettate dal Dipartimento istituzioni. La bozza di messaggio governativo in consultazione presso la magistratura

L’introduzione in magistratura della possibilità dell’impiego a tempo parziale “costituisce un’importante modifica dello statuto dei magistrati ticinesi che permetterà a gran parte di loro di adottare un modello di lavoro vieppiù diffuso sia nel campo pubblico come in quello privato, che offre flessibilità e consente di conciliare meglio vita professionale e privata, favorendo un accesso alla professione giudiziaria a un maggior numero possibile di professionisti del settore”. E ancora: “Una prima riforma dello statuto dei magistrati ticinesi che si configura dunque di portata storica, visto il superamento dell’impostazione peculiare del nostro cantone che ha sinora prevalso, ossia quella del magistrato ordinario ‘a tempo pieno’, impostazione oggi decisamente superata dall’evoluzione della società civile”. Non solo: “Questa riforma ben si concilia inoltre con l’importante processo in atto a livello di trasformazione digitale della giustizia ticinese, pure essa tesa a introdurre nuove possibilità di lavoro (anche in remoto) nelle cariche giudiziarie”. Stanno in queste parole del Dipartimento istituzioni le ragioni e gli obiettivi delle modifiche legislative che prospetta per dar seguito all’ok del Gran Consiglio, nella seduta dello scorso 19 giugno, anche ai tempi parziali a Palazzo di giustizia, come chiesto da una mozione della centrista Maddalena Ermotti-Lepori. Un sì al principio, che il Dipartimento ha tradotto in proposte di revisione della Log, la Legge sull’organizzazione giudiziaria. Sono contenute in una bozza di messaggio governativo, che, come aveva anticipato a ‘laRegione’ la responsabile, in seno al Dipartimento, della Divisione giustizia Frida Andreotti, è stata sottoposta in questi giorni per consultazione, fino al 26 maggio, agli organi della magistratura.

Full time per procuratori, gpc e magistrato dei minorenni
Le modifiche normative suggerite – per consentire “un’occupazione a tempo parziale per le magistrate e i magistrati dell’ordine giudiziario del Cantone Ticino” – considerano anche le “riserve circostanziate” espresse in particolare “dal Consiglio della magistratura, dal Ministero pubblico, dall’Ufficio del giudice dei provvedimenti coercitive e dal Tribunale di appello” in occasione di una precedente consultazione. Quella avviata dal Consiglio di Stato nel 2023 prima di prendere posizione sulla mozione di Ermotti-Lepori, atto parlamentare che ha poi condiviso. Tenuto conto delle “riserve circostanziate”, il progetto di messaggio esclude la possibilità del tempo parziale per alcune cariche e alcuni uffici giudiziari, come ad esempio il Ministero pubblico. Tempi pieni dunque per i procuratori. Stesso discorso per i giudici dei provvedimenti coercitivi e per il magistrato dei minorenni (sostituto incluso). La bozza di messaggio governativo attribuisce poi al Consiglio della magistratura la competenza per autorizzare il tempo parziale. Nonché, come vedremo dopo, le attività accessorie, “ritenuto il suo compito di controllo e sorveglianza dei diritti e dei doveri dei magistrati, a garanzia dell’indipendenza del magistrato e dei tribunali sotto il profilo istituzionale”.
Tornando ai tempi parziali e per andare sul concreto, il Dipartimento diretto da Norman Gobbi propone di inserire nella Legge sull’organizzazione giudiziaria un articolo sul grado di occupazione: il nuovo 19a. Primo capoverso: “La nomina dei magistrati avviene a tempo pieno o parziale, laddove non escluso, ritenuto che il grado di occupazione non può essere inferiore alla metà dell’orario completo”. Secondo: “La nomina a tempo parziale, se richiesta, può essere concessa, se le esigenze di servizio dell’autorità interessata lo permettono”. Terzo: “Il lavoro ripartito (job sharing) quale speciale contratto di lavoro mediante il quale due magistrati assumono l’adempimento di un’unica ed identica carica può essere ammesso unicamente se le esigenze di servizio dell’autorità interessata lo permettono”. Quarto: “Le seguenti funzioni devono essere esercitate a tempo pieno: a) presidente del Tribunale di appello e presidenti delle Camere e Corti del Tribunale di appello; b) procuratore generale, procuratori generali sostituti e procuratori pubblici; c) presidente e giudici dei provvedimenti coercitivi; d) presidente della Pretura penale; e) magistrato dei minorenni e sostituto magistrato dei minorenni”. Quinto: “Nei limiti prescritti ai capoversi 1 e 2, il Consiglio della magistratura, con il preavviso del presidente dell’autorità giudiziaria interessata, può autorizzare i magistrati già in servizio esercitanti la loro carica a tempo pieno a ridurre il loro tasso di attività”. Sesto e ultimo capoverso: “In caso di vacanze in una giurisdizione, il Consiglio della magistratura, con il preavviso del presidente dell’autorità giudiziaria interessata, può autorizzare i magistrati esercitanti la carica a tempo parziale a esercitare la carica a tempo pieno”.

Così per le attività accessorie
Non solo ha confezionato la base legale per consentire “la nomina o l’occupazione” a tempo parziale per i magistrati ordinari, con le eccezioni di cui sopra. Il Dipartimento ha pure regolamentato le attività accessorie “di questi magistrati nel tempo non dedicato alla loro funzione principale”. Il tema è delicato. Nella bozza di messaggio si propone di ancorare alla Legge sull’organizzazione giudiziaria un articolo riguardante le attività accessorie soggette ad autorizzazione: è il nuovo 19b. Primo capoverso: “Le occupazioni accessorie e le cariche pubbliche non devono pregiudicare l’esercizio della funzione, l’indipendenza, l’imparzialità o la dignità del magistrato o dell’autorità nella quale esercita”. Secondo: “Per quanto le esigenze di servizio dell’autorità interessata lo permettono, i magistrati a tempo parziale possono: a) assumere incarichi conferiti da autorità federali, cantonali o comunali o da enti parastatali cantonali e federali, nonché fungere da arbitro o da perito; b) esercitare l’avvocatura e il notariato; è fatto loro divieto di esercitare l’attività legale nel medesimo campo di attività di quella giusdicente, il divieto si estende agli avvocati del medesimo studio legale, laddove essi avessero ripreso la libera professione; c) esercitare una professione, un commercio o un’industria a titolo remunerativo; d) occupare il posto di direttore, gerente, amministratore e membro dell’ufficio di vigilanza o di quello di revisore di società, istituti, imprese o uffici che si propongono uno scopo di lucro”. Terzo capoverso: “L’autorizzazione è concessa dal Consiglio della magistratura, che informa parlamento e Consiglio di Stato”.
Si propone anche un altro articolo. È il 19c, quello sulle attività accessorie non soggette ad autorizzazione: “Per quanto le esigenze di servizio dell’autorità interessata lo permettono, i magistrati a tempo parziale possono, senza autorizzazione: a) redigere opere o articoli specializzati; b) partecipare all’edizione di riviste specializzate; c) partecipare a congressi e fungere da relatori a conferenze; d) dedicarsi ad attività artistiche”. Il Dipartimento istituzioni attende entro lunedì 26 le osservazioni della magistratura, prima di portare e condividere in Consiglio di Stato il messaggio definitivo all’indirizzo del parlamento.

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 8 maggio 2025 de La Regione

«Dare più autonomia ai Comuni e andare oltre il dipartimentalismo»

«Dare più autonomia ai Comuni e andare oltre il dipartimentalismo»

Cantone e Comuni, quo vadis? I problemi, le idee e le proposte concrete per passare «dal dire al fare». Ne abbiamo discusso a ruota libera con Norman Gobbi.


Il Simposio tra Cantone e Comuni arriva in un momento di stanchezza e delusione reciproca per gli atteggiamenti altrui?
«Negli ultimi mesi, i rapporti tra il Cantone e i Comuni si sono irrigiditi, e purtroppo non posso nascondere che i legami tra le due realtà siano sempre più logorati. Tuttavia, ritengo che non si tratti di una stanchezza o delusione che affligge le istituzioni, ma piuttosto del risultato di una crescente complessità del contesto nel quale viviamo. Il Simposio è stato ideato proprio con l’intento di promuovere un confronto diretto e concreto tra il Cantone e i Comuni, affrontando insieme le sfide comuni e cercando soluzioni pratiche e condivise».

Siamo un po’ al capolinea, occorre una nuova logica e nuove dinamiche per scongiurare l’implosione del sistema-Paese?
«Io non direi che siamo arrivati al capolinea, ma certamente ci troviamo di fronte a un bivio. La situazione è chiara: o si rinnova il modo di collaborare tra Cantone e Comuni, con visione, responsabilità e coraggio, o rischiamo di restare impantanati in una paralisi istituzionale che non sarebbe più tollerabile. Il sistema non è imploso, ma le eccessive interdipendenze create nel corso degli anni lo rendono sempre meno funzionale. È il momento di cambiare logica: ridurre la burocrazia, aumentare la concretezza e lavorare sulla fiducia reciproca».

Belle parole, ma…?
«Non ci limitiamo a parlare, ma stiamo intraprendendo una strada ben definita. Da Bedretto a Pedrinate, intendo incontrare personalmente i Municipi per ascoltare le loro esigenze e conoscere le problematiche che ciascun Comune sta affrontando. Questi incontri non sono solo istituzionali, ma un’occasione per instaurare un dialogo diretto e costruttivo. Un esempio importante di questa direzione è l’evento simbolico che si terrà il 10 settembre tra il Consiglio di Stato e i 100 sindaci del Ticino, per celebrare il centenario della Conferenza di Locarno. Sarà un segnale forte per riaffermare che la collaborazione tra Cantone e Comuni non è solo auspicabile, è essenziale. Parallelamente, è stato costituito un gruppo di lavoro misto che sta lavorando per rivedere i flussi informativi. Inoltre, riformeremo la piattaforma politica di dialogo, puntando a un confronto più regolare, trasparente e focalizzato sul bene comune. Insomma, se serve rompere qualche schema, lo faremo. Il federalismo è vivo solo se è dinamico. Se diventa un mantra vuoto, allora sì, rischia di morire».

In queste parole troviamo il direttore del dipartimento o il presidente del Governo?
«Entrambi. Questo perché il dialogo tra il Cantone e i Comuni non è solo una priorità del mio Dipartimento, ma una responsabilità che coinvolge l’intero Consiglio di Stato. Credo fortemente nel gioco di squadra e nella collegialità. Non possiamo permetterci di perdere tempo: il nodo cruciale delle relazioni con i Comuni è determinante per il futuro del nostro Cantone».

È vero che non siete in «guerra» ma è evidente che la situazione di «gelo istituzionale» è realtà. Si dice che «prima o poi tutto si aggiusterà?».
«Non credo che possiamo aspettare che le cose si risolvano da sole. Quando le relazioni si raffreddano, è necessario intervenire rapidamente, senza cercare colpevoli ma favorendo un confronto costruttivo. Non c’è conflitto, ma le distanze istituzionali devono essere colmate per evitare di compromettere il nostro sistema democratico».

Il Governo ha risposto piccato al piano federale di risparmi. Insomma: il Cantone si lamenta con Berna e i Comuni fanno altrettanto con il Consiglio di Stato. Sono le due facce della medesima medaglia?
«Il Consiglio di Stato è fermamente contrario alla prassi della Confederazione di ribaltare oneri derivanti da leggi federali direttamente sui Cantoni senza un’adeguata condivisione di competenze politiche e una maggiore autonomia esecutiva. A prima vista potrebbe sembrare che si tratti dello stesso discorso che fanno i Comuni, ma c’è una differenza fondamentale: negli ultimi anni, il Cantone ha evitato di scaricare nuovi oneri finanziari sugli enti locali. In questo senso, Governo e Parlamento hanno rispettato l’accordo con i Municipi, e questo è un passo importante».

Nel bel mezzo della discussione c’è da considerare un tessuto sociale sempre più in sofferenza che genera incertitudine e frustrazione. E lo Stato dov’è?
«Lo Stato è presente, ma oggi non può fare tutto. Siamo in una situazione di grande pressione, dove le risorse scarseggiano e le richieste aumentano. Le famiglie fragili, i cittadini stanchi e gli amministratori locali sovraccarichi sono una realtà che non possiamo ignorare. In questo contesto, però, la responsabilità non può ricadere solo sullo Stato. La vera sfida è ridare equilibrio, dove i diritti restano sacrosanti, ma ci sia anche un senso diffuso di corresponsabilità. Non si può chiedere continuamente, senza un impegno attivo da parte di tutti».

Occorre un Cantone chioccia oppure maggiore responsabilità da parte del cittadino e una mano dagli amministratori locali per fare passare il messaggio?
«Servirà un equilibrio tra entrambi gli aspetti. Il Cantone deve essere il garante dell’equità territoriale, ma non può assumere il ruolo di una chioccia che indebolisce il sistema. I Comuni devono avere la libertà di agire in autonomia, ma con la responsabilità che questo comporta. I cittadini, infine, devono essere coinvolti attivamente, non solo come destinatari, ma come attori primari del cambiamento. Solo attraverso una politica della prossimità e una maggiore responsabilizzazione di tutti gli attori possiamo costruire un sistema che funzioni davvero, in modo sostenibile e duraturo».

Il progetto «Ticino 2020» ha fallito. Lo ammette?
«Ammetto che ci troviamo in una fase di impasse, e negarlo sarebbe poco serio. Tuttavia, è fondamentale comprendere che il fallimento arriva solo per chi rinuncia, e io, insieme al Consiglio di Stato, non intendo arrendermi. Ticino 2020 non è finito, ma è giunto a un punto cruciale che richiede un rilancio deciso, chiaro e coraggioso. La nostra ricetta per uscire dall’impasse si basa su alcuni passaggi concreti. Anzitutto, propongo di modificare la Costituzione per rafforzare il principio dell’autonomia comunale. Non si tratta tanto o solo di un gesto simbolico, ma di una necessità: dobbiamo fare un passo avanti per consentire ai Comuni di affrontare le sfide quotidiane con maggiore libertà decisionale. L’autonomia non deve restare un concetto teorico, ma deve diventare un fondamento operativo per le amministrazioni locali. In secondo luogo, rinnovo l’invito ai Comuni di essere protagonisti in questo processo. Come già discusso durante una delle ultime riunioni della piattaforma politica, è ora di smettere di rimandare e di avanzare con richieste concrete. Devono dire chiaramente al Governo dove necessitano maggiore autonomia, senza timori o esitazioni. Non è più il tempo delle parole, ma delle azioni operative».

C’è altro?
«Intendo riproporre la stessa franchezza anche alla collega e ai colleghi di Governo. È essenziale che, insieme, superiamo il dipartimentalismo e lavoriamo in modo coordinato e coeso per il bene comune. Non possiamo più permetterci di operare ciascuno nel proprio settore, come se le nostre responsabilità non si intrecciassero. La collaborazione trasversale è indispensabile per affrontare le sfide in modo efficace e tempestivo. Solo così possiamo realizzare soluzioni concrete, superando gli ostacoli e dando risposte tangibili ai cittadini. Questa è la strada che ci permetterà di superare l’impasse e di portare avanti la nostra visione di un Ticino più autonomo, responsabile e coeso. Con chiarezza, coraggio e determinazione, potremo proseguire con successo il nostro cammino.

Si parla tanto di autonomia comunale, ma alla fine questa sembra essere più ideale che reale. Si può cambiare passo o vale la pena arrendersi all’evidenza?
«Arrendersi? Mai. L’autonomia comunale è fondamentale per dare un senso al Comune democratico che, in ragione della sua prossimità al cittadino, è il pilastro del nostro sistema, ma è vero che è sempre più contenuta. Ecco perché vogliamo ridarle forza anche sul piano giuridico e costituzionale. È una sfida politico-culturale, prima ancora che tecnica. Autonomia significa anche assumersi oneri, non solo rivendicare libertà. Chiunque la invoca deve poi anche essere pronto a esercitarla. Senza Comuni forti, il Ticino si indebolisce».

Come suggerisce di rilanciare il dialogo istituzionale?
«Confronto diretto, costante e strutturato. Non possiamo affidarci a riunioni formali ogni tre mesi e aspettarci miracoli. Ecco perché voglio riformare la piattaforma politica tra Cantone e Comuni, renderla più regolare, più trasparente e più operativa. Il dialogo non si impone, si costruisce. Anche con gesti simbolici forti, come la Dichiarazione sul federalismo che proporrò nei prossimi mesi. Serve una vera alleanza istituzionale».

Questo però è un compito dell’intero Governo…
«Il collegio governa insieme, e su questi temi – almeno formalmente – c’è una condivisione di fondo. Se però vogliamo davvero rilanciare la riforma dei rapporti con i Comuni, serve un impegno politico convinto da parte della collega e degli altri colleghi. Non basta dire «sì» attorno a un tavolo. Personalmente, sono pronto a fare la mia parte, anche spingendo dove serve. Perché la politica, se vuole essere utile, deve anche saper osare».

Cosa fare affinché il «federalismo» non venga svuotato?
«Dargli muscoli, ossa e cervello. Il federalismo non è folklore, è un metodo per stare insieme in modo intelligente, responsabile ed efficiente. E per essere efficace deve evolvere. Il federalismo moderno è fatto di collaborazioni dinamiche e non di separazioni rigide. È quello che stiamo cercando di costruire: una nuova grammatica dei rapporti tra Cantone e Comuni, fondata su fiducia, responsabilità e concretezza. La Dichiarazione ticinese sul federalismo sarà un punto di partenza. Ma il contenuto lo daremo noi, giorno dopo giorno, con ciò che scegliamo di fare – e di non fare.

Il suo anno di presidenza vedrà un Consiglio di Stato «itinerante». Ieri l’extra muros si è tenuta a Chiasso. Come descrive questa realtà?
«Chiasso è una città di frontiera, non solo da un punto di vista geografico ma anche da quello sociale. Ha saputo reinventarsi nel tempo, ma rimane confrontata con diverse sfide in termini di pressione sociale e urbanistica. Durante l’incontro che abbiamo avuto ieri a margine della seduta extra muros del Consiglio di Stato, ho visto delle autorità comunali che intendono affrontare queste sfide piuttosto che subirle. Credo che questo sia un segno di forza e lo spirito che auspico a questo Ticino. Chiasso può rappresentare un laboratorio per la politica di prossimità, se sapremo ascoltare e agire insieme».

E quale sarà la prossima tappa?
«La prossima tappa ci porterà al nord del Ticino: andremo a Bedretto. Una realtà immersa nella natura e confrontata con sfide ben diverse da Chiasso, ma altrettanto importanti. Una piccola realtà ticinese, ma molto ricca di storia e di tradizioni. Il Governo intende così essere vicino al territorio e con chi questo territorio lo amministra, lo vive e lo costruisce. È lì che si fa la vera politica».

Intervista pubblicata nell’edizione di giovedì 8 maggio 2025 del Corriere del Ticino

Peste suina africana – Esercitazione nel Mendrisiotto e raccomandazioni per la popolazione

Peste suina africana – Esercitazione nel Mendrisiotto e raccomandazioni per la popolazione

Comunicato stampa

Da martedì 6 maggio a giovedì 8 maggio 2025, verrà organizzata un’esercitazione nel Mendrisiotto sulle misure da applicare in caso di comparsa della peste suina africana (PSA) in Ticino. Le autorità colgono l’occasione per ricordare alla popolazione le raccomandazioni di comportamento per prevenire la comparsa della malattia – innocua per gli esseri umani ma mortale per cinghiali e maiali – nel nostro territorio.

Le autorità cantonali – Ufficio del veterinario cantonale del Dipartimento della sanità e della socialità, la Sezione del militare e della protezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni, l’Ufficio caccia e pesca del Dipartimento del territorio, la Sezione dell’agricoltura del Dipartimento delle finanze e dell’economia in collaborazione con altri enti – organizzano una nuova esercitazione che si svolgerà a Chiasso nella zona della collina del Penz. Il programma prevede di simulare la ricerca di cinghiali infetti in una zona boschiva. Come per l’esercitazione dello scorso autunno, saranno appositamente collocate alcune carcasse di cinghiale (non contagiose e prive di virus) nella zona boschiva che questa volta verranno ricercate anche grazie all’impiego di cani specializzati e di droni.  

In accordo con le autorità comunali, la cittadinanza dei quartieri di Pedrinate e Seseglio è stata informata mediante una lettera, inviata a tutti i fuochi. Nella zona interessata verrà inoltre collocata una segnaletica specifica per ricordare in particolare l’obbligo di tenere i cani al guinzaglio.   

Ricordiamo che la peste suina africana è una malattia virale che colpisce esclusivamente suini selvatici e domestici. Da tempo le autorità cantonali monitorano lo spostamento e l’evoluzione della malattia. Ad oggi essa si è propagata in varie parti d’Europa, con focolai nel Nord Italia a 50 chilometri dai confini ticinesi. L’eventualità che la patologia sconfini nei nostri boschi è elevata. Le autorità cantonali collaborano con vari enti per la gestione operativa in caso la malattia si presentasse nel nostro territorio.  

Le misure preventive rivolte a tutta la popolazione sono:

  • È vietato foraggiare gli animali selvatici.
  • È vietato foraggiare i suini con resti alimentari.
  • Tutti i resti di cibo devono essere smaltiti in modo che siano inaccessibili ai cinghiali.
  • Al rientro da una regione colpita dalla PSA è vietato portare con sé dai territori colpiti provviste per il viaggio (carne e insaccati)
  • Segnalare il ritrovamento di carcasse di cinghiali (pestesuina@ti.ch, 091 814 41 08 oppure 117 fuori orario d’ufficio e giorni festivi). È necessario indicare il luogo del ritrovamento e scattare delle fotografie.

Ricordiamo infine che l’evoluzione della situazione della PSA richiede una maggiore attenzione da parte degli allevatori, dei cacciatori e dei viaggiatori.   

SCP: bando di concorso aspiranti 2026

SCP: bando di concorso aspiranti 2026

Comunicato stampa

La Polizia cantonale comunica che oggi è stato pubblicato sul Foglio ufficiale il bando di concorso per l’assunzione di nuovi/e aspiranti gendarmi per la Polizia cantonale, di nuovi/e aspiranti agenti per le Polizie comunali di Bellinzona, Chiasso, Locarno, Lugano, Mendrisio e Stabio nonché per la Polizia dei trasporti.

I candidati e le candidate seguiranno la Scuola di polizia a partire dal 01.03.2026. Il percorso formativo che conduce all’Esame professionale per il conseguimento dell’Attestato professionale federale di agente di polizia prevede un primo anno quale aspirante presso la Scuola di polizia del V circondario (SCP) e un secondo anno in qualità di gendarme/agente in formazione presso i Corpi di appartenenza.

Come di consueto, per accedere a questa formazione biennale l’idoneità dei candidati e delle candidate sarà verificata attraverso un processo di selezione. La decisione sull’assunzione degli e delle aspiranti giungerà al più tardi entro tre mesi prima dell’inizio della formazione. Le candidature vanno inoltrate entro il 26.05.2025 (fa stato il timbro postale). Il 14.05.2025 dalle 19 alle 22 si terrà una serata informativa presso l’Auditorium della Scuola Cantonale di Commercio in viale Stefano Franscini 32 a Bellinzona.

Il bando di concorso, le modalità di iscrizione ai test fisici e i formulari possono essere consultati/scaricati dal sito internet della Polizia cantonale al seguente indirizzo: www.ti.ch/scuoladipolizia

 

Musumeci a palazzo delle Orsoline per il prolungamento di AlpTransit

Musumeci a palazzo delle Orsoline per il prolungamento di AlpTransit

https://www.rsi.ch/play/tv/-/video/-?urn=urn:rsi:video:2786014

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Completamento di AlpTransit, si aggiunge un altro tassello
Incontro Guerra-Musumeci per consolidare l’intesa

«Italia e Svizzera si scambiano più di un miliardo di euro alla settimana e il 90% delle merci passa, attraverso l’asse del Gottardo, proprio dal Ticino. Purtroppo però su questo tratto, che vede il nostro Cantone perno centrale del corridoio ferroviario che va da Rotterdam al porto di Genova, le opere non sono complete, tanto che oggi tra Lugano e Milano i treni circolano a una velocità media di circa 65 chilometri orari». È per questo che il presidente del Gran Consiglio Michele Guerra da mesi si prodiga a favore del completamento di AlpTransit. Auspicio a cui, ieri, si è aggiunto un ulteriore tassello. Guerra ha infatti consegnato personalmente al ministro italiano per la protezione civile e per le politiche del mare Nello Musumeci, in visita a Bellinzona, la lettera sottoscritta da Ticino, Lombardia, Piemonte e Liguria, affidata a inizio mese anche al consigliere federale Ignazio Cassis, responsabile del Dipartimento federale affari esteri. «Un incontro positivo», ha commentato il presidente del Gran Consiglio a margine dell’incontro, osservando che, «dato l’interesse convergente, è giusto giocare di sponda».

I prossimi passi
Dello stesso avviso anche Musumeci. «Sono convinto – afferma il ministro – che dobbiamo avviare, non soltanto a partire dalla mia visita, un rapporto nuovo con il Canton Ticino e con tutti i Paesi confinanti con l’Italia per uno scambio di idee e soluzioni comuni». Obiettivo quindi potenziare ulteriormente la collaborazione per il completamento di AlpTransit, «proprio perché – evidenzia Guerra – nel 2026-2027 il governo svizzero dovrà decidere se considerare questo tema una priorità o se lasciarlo slittare dopo il 2050». Gli fa eco il ministro italiano: «Lo scambio di esperienze e capacità propositive tra uno Stato e l’altro è fondamentale. Ci sono diversi temi comuni tra i due Paesi, in particolare la centralità del corridoio ferroviario che conduce a Genova». Consegnata la petizione, quali i prossimi passi? «Sottoporremo nei prossimi giorni il tema del completamento di questa tratta all’attenzione del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti immaginando un tavolo bilaterale che possa consentire uno scambio di idee e fissare obiettivi certi». Di più. «Esamineremo le istanze evidenziate nella petizione nell’ottica di organizzare un incontro per confrontarci e per capire quali siano i temi che possono essere affrontati e risolti e quali invece quelli che possono essere sì affrontati, ma solo a lunga scadenza».

Sul tavolo, anche la protezione civile
Sul tavolo, non solo il completamento di AlpTransit, ma anche la protezione civile. L’incontro di ieri tra il presidente del Gran Consiglio Guerra e il ministro Musumeci fa infatti seguito a quello tenutosi a febbraio a Roma. Oltre all’asse ferroviario, due gli altri aspetti salienti. Ovvero, rileva Guerra, «la collaborazione tra i corpi di protezione civile in caso di catastrofe e la cultura e storia migratoria tra Sicilia, Svizzera e Ticino». In merito, illustra il ministro della protezione civile e del mare, «oggi (ieri per chi legge, ndr) abbiamo discusso di prevenzione, nonché della capacità di prevedere eventi fino a ieri inimmaginabili, come la crisi della siccità. Temi e sfide che il cambiamento climatico ha accentuato e di fronte ai quali non possiamo farci trovare impreparati». Sull’asse della protezione civile, aggiunge Guerra, «c’è già un accordo con le Prefetture di Verbano-Cusio-Ossola, Varese e Como. In tal senso, quando si tratta di imparare reciprocamente, siamo in prima fila».

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 29 aprile 2025 de La Regione

 

Passi avanti per la trasformazione digitale

Passi avanti per la trasformazione digitale

Durante l’annuale incontro con le Magistrature permanenti, la Divisione della giustizia ha aggiornato i presenti sui prossimi passi verso Justitia 4.0 – Dal prossimo anno il nuovo software in tutte le Preture del Cantone

Le autorità giudiziarie ticinesi, per usare le parole di Frida Andreotti, direttrice della Divisione della giustizia, hanno davanti a loro «una grande sfida, quella della trasformazione digitale».
Nei prossimi anni, infatti, entrerà nel vivo il progetto
 Justitia 4.0 che, appunto, mira a digitalizzare il terzo potere dello Stato in tutta la Svizzera. E, come noto, il Ticino è tra i «pionieri» di questo cambiamento. Ieri, a tal proposito, durante l’annuale incontro tra la Divisione e le Magistrature permanenti si è infatti discusso soprattutto di trasformazione digitale. «Il primo cambiamento, di natura tecnica ma imprescindibile per poter attuare Justitia 4.0, riguarda l’adozione del nuovo software gestionale (dall’attuale Juris/Agiti risalente agli anni Novanta al più moderno myAbi/Juris) che in futuro, molto concretamente, permetterà con un solo clic di interagire con la piattaforma nazionale justitia.swiss », spiega Andreotti.
Si tratta, dunque, dell’adattamento tecnico necessario per poi implementare la già citata
 Justitia 4.0, ossia la digitalizzazione del settore. Una svolta dal cartaceo al digitale, aggiunge la direttrice, non da poco: «Se pensiamo che in Ticino vengono trattati circa 50 mila incarti all’anno, questo cambiamento permetterà di rendere più efficiente tutto il settore, con risvolti positivi anche per il cittadino; più efficienza significa minori tempi di evasione e, si auspica, anche minori costi per tutti». E le tempistiche? «In questa fase la Pretura di Riviera sta fungendo da apripista, quale progetto pilota in Ticino per Justitia 4.0, e sta già configurando il programma informatico in base alle sue esigenze. Ma dall’anno prossimo inizieremo a implementare il nuovo software in tutte e dieci le Preture. Per poi passare al Ministero pubblico e, man mano, a tutte le altre autorità giudiziarie del Cantone».
Insomma, rileva Andreotti, «i cambiamenti stanno arrivando ». Non a caso, proprio sul fronte di
 Justitia 4.0, «il prossimo 28 maggio a Bellinzona avremo una riunione con i rappresentanti del progetto nazionale per lanciare il sesto progetto pilota della Svizzera».
L’incontro di ieri è stato anche l’occasione per aggiornare
 le Magistrature sul tema della logistica. Come spiega Cristoforo Piattini della Divisione, «è stata fatta una panoramica della situazione nelle varie regioni, con un accento sul Luganese. In questa fase sono in corso i lavori della Sezione della Logistica e verso fine giugno/inizio luglio dovremmo avere le prime indicazioni sul futuro del comparto» rispetto alla grida pubblica fatta per cercare soluzioni dopo la bocciatura dell’acquisto del nuovo Palazzo di Giustizia a Lugano.
Sul fronte dei potenziamenti, spiega infine Andreotti, è al momento previsto quello per la pretura penale, che giungerà nelle prossime settimane con il messaggio per la trasformazione digitale della Giustizia. E, infine, sempre nelle prossime settimane sarà messo in consultazione pure il messaggio per permettere anche ai magistrati di lavorare a tempo parziale. 

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 29 aprile 2025 del Corriere del Ticino

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Nuovo applicativo, si parte con le preture civili

Si comincerà dalle preture civili (tranne quindi, per il momento, quella penale). Dal prossimo anno useranno ‘myAbi/Juris’, il programma informatico che nelle varie autorità giudiziarie ticinesi rimpiazzerà l’attuale sistema ‘Juris/Agiti’, introdotto oltre trent’anni fa. Si tratta del primo, imprescindibile, tassello della trasformazione digitale della giustizia elvetica, decisa in tempi recenti da governo e parlamento federali. Sullo sfondo c’è il progetto nazionale ‘Justitia 4.0’, che prevede lo scambio degli incartamenti per via elettronica fra le parti – magistrati e avvocati – di un procedimento civile, penale o amministrativo federale. Questo attraverso la piattaforma ‘justitia.swiss’, che entrerà in funzione quando «almeno diciotto cantoni avranno aderito alla relativa convenzione», ricorda alla ‘Regione’ la responsabile della Divisione giustizia Frida Andreotti. E la digitalizzazione è stato «il piatto forte» dell’annuale incontro, ieri a Bellinzona, fra la direzione del Dipartimento istituzioni e i vertici delle magistrature permanenti cantonali. Presente anche il Consiglio della magistratura.
Acquistato lo scorso dicembre dal Consiglio di Stato, il programma ‘myAbi/Juris’ è in fase di implementazione alla Pretura di Riviera, la cui sede a Biasca dispone già della necessaria infrastruttura, ovvero rete e cablaggi. Lo stato dei lavori, riprende Andreotti, è stato illustrato durante l’incontro dallo stesso pretore di Riviera, Elisa Bianchi Roth. «A implementazione avvenuta e dopo un test, il nuovo applicativo informatico verrà introdotto anche in tutte le altre preture civili ticinesi, cosa che dovrebbe avvenire il prossimo anno», spiega la direttrice della Divisione giustizia. Dopo le preture civili «sarà la volta del Ministero pubblico, in seguito sarà il turno degli altri organi della magistratura».
Senza il nuovo programma informatico, sottolinea Andreotti, «sarà di fatto impossibile utilizzare la piattaforma ‘justitia.swiss’, che costituirà l’elemento centrale della giustizia digitalizzata, in quanto consentirà la comunicazione elettronica tra procuratori, giudici e avvocati». Gli atti giudiziari «saranno trasmessi unicamente per via appunto elettronica». Quando? «A Berna si ipotizza il 2032, ma sarebbe il termine massimo: in ogni caso magistrati e avvocati devono farsi trovare pronti, peraltro la comunicazione elettronica di dati riguardanti procedimenti giudiziari sarà obbligatoria», avverte la responsabile della Divisione, segnalando che il 28 maggio saranno in Ticino i responsabili nazionali del progetto Justitia 4.0.
Altro tema dell’incontro, la logistica. Cristoforo Piattini, collaboratore scientifico della Divisione giustizia, ha fatto il punto della situazione, aggiornando anche sulle ristrutturazioni in atto di edifici destinati ad accogliere una parte degli uffici giudiziari. Il grosso dovrebbe però confluire a Lugano e qui, dopo la bocciatura in votazione popolare dell’acquisto dello stabile Efg, si è alla ricerca di adeguate sistemazioni. «La Sezione della logistica – dice Piattini – sta approfondendo le offerte rientrate dopo la grida pubblica riguardante i quattro blocchi pianificati da destinare alle autorità giudiziarie. Si sta procedendo celermente».

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 29 aprile 2025 de La Regione

Il Consiglio di Stato nomina Athos Guanziroli quale Responsabile di settore della Polizia cantonale

Il Consiglio di Stato nomina Athos Guanziroli quale Responsabile di settore della Polizia cantonale

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato ha nominato nella sua seduta della scorsa settimana Athos Guanziroli quale Responsabile di settore della Polizia cantonale. In qualità di funzionario dirigente del settore concernente i progetti, i processi e la tecnica, Guanziroli assumerà il ruolo ricoperto in precedenza da Richard Bortoletto.

Nella sua funzione di dirigente, Athos Guanziroli, avrà il compito di coordinare la gestione dei progetti di polizia, principalmente a livello informatico, e la loro rispettiva evoluzione, analizzando e monitorando puntualmente il portafoglio delle iniziative nonché assumendo la direzione di quelli particolarmente complessi. Questo garantendo pure la gestione corrente del suo settore di competenza. In quest’ambito dovrà inoltre sostenere l’efficienza del processo decisionale nonché supportare e fornire la necessaria consulenza al Comando della Polizia cantonale.
Athos Guanziroli, ingegnere gestionale classe 1983, ha conseguito nel 2020 il Master of Science SUPSI in Business Administration con approfondimento in Innovation Management.
Nel corso della sua attività lavorativa ha sviluppato competenze nella gestione di progetti complessi e nell’ottimizzazione dei processi. La sua carriera professionale lo ha visto in veste di Senior Innovation Manager presso RUAG dove ha implementato programmi strutturati, gestendo portafogli di progetti e definendo indicatori di performance nonché come Managing Director presso il Swiss Drone Competence Center di Lodrino dove si è occupato della creazione della struttura di governance promuovendo collaborazioni strategiche tra istituzioni pubbliche e private. Inoltre, è attivo quale docente in “Innovation Management” e membro della commissione direttiva del Dipartimento Tecnologie Innovative (DTI) della Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI). Infine, dal 2021 ricopre il ruolo di Sostituto Comandante della Protezione civile per la Compagnia 51, gestendo interventi in caso di emergenze nonché le attività logistiche e operative per garantirne l’efficienza.
Il Consiglio di Stato formula ad Athos Guanziroli i migliori auguri per la nuova sfida professionale che l’attende all’interno della Polizia cantonale.

Anziani al volante, quando è il momento di smettere

Anziani al volante, quando è il momento di smettere

In Ticino nel 2024 sono stati 2’368 i conducenti che hanno spontaneamente rinunciato alla licenza di condurre – Tutti i numeri e il parere dell’esperto

Il conducente più anziano in Ticino? “È un signore di 100 anni, con visita medica superata l’anno scorso”, rispondono dalla Sezione della circolazione. Ma questo è solo il dato “curioso” di un fenomeno, in espansione, con cui è confrontata anche l’autorità.

Non da oggi, certo. “Movesi il vecchierel canuto e bianco”, cantava il Petrarca al tempo della mobilità lenta. Un’esigenza, e un diritto, quello dello spostarsi in autonomia a ogni età che settecento anni dopo persiste con numeri importanti e spesso discussi: sono 32’274 (al 31 dicembre 2024), nel Canton Ticino, i conducenti over 75 che hanno mantenuto la loro licenza di condurre. Da quell’età vige infatti l’obbligo di sottoporsi ogni due anni alla visita medica di verifica dell’idoneità alla guida.
Del tema si è tornati a parlare negli scorsi giorni, quando la Gendarmeria stradale, presentando il proprio bilancio annuale, ha riferito che gli “incidenti mortali sono sensibilmente aumentati”, da 7 (con 8 decessi) nel 2023 a 18 (con 19 morti) lo scorso anno. In quattro casi la causa del sinistro e della morte è stata non una disattenzione, ma un malore. Da qui un’interrogazione della deputata Maddalena Ermotti-Lepori sul tema delle “persone anziane o molto anziane che, pur con evidenti problemi di salute, si vedono rinnovare dal proprio medico la possibilità di guidare”. Troppi? Pochi? Difficile rispondere. Lo farà il Consiglio di Stato.
In ogni caso i numeri, forniti alla RSI da Camorino, mostrano una significativa quantità di revoche della licenza tra i conducenti over 75. “Nel 2024 sono state 630 – dice il caposezione Elia Arrigoni -. Di queste una importante percentuale (circa il 40% secondo una proiezione in base al dato svizzero) sono costituite da misure adottate per motivi legati ad una certificazione o mancata certificazione obbligatoria dell’idoneità alla guida e quindi non legate a infrazioni stradali”.
Sono quindi grossomodo 250 le revoche imposte dal controllo medico. Succede anche che questa misura venga presa con “notifica di sentenza nella forma degli assenti”. In un recente Foglio Ufficiale figurano i nominativi di una ventina di conducenti con più di 75 anni cui è stata revocata la licenza di condurre a tempo indeterminato. “La causa più frequente – spiegano dalla Sezione della circolazione – è la non reperibilità dopo la convocazione alla visita medica (ad esempio, dopo trasferimenti all’estero)“.
Ma i numeri più significativi sono quelli delle rinunce spontanee. L’invecchiamento della popolazione si osserva anche nell’evoluzione di questo dato. Un quarto di secolo fa, nel 2000, le rinunce erano state solo 521. Quindici anni dopo, erano più che raddoppiate (1’386) e sono ancora salite negli ultimi anni: 1’509 rinunce spontanee nel 2020; 1’507 nel 2021; 1’489 nel 2022; 1’636 nel 2023 e 2’368 nel 2024.
Un dato quest’ultimo, puntualizza il caposezione Arrigoni, “che si discosta dalla normalità in quanto lo scorso anno la campagna per la sostituzione della licenza cartacea blu (che ha interessato 25’000 conducenti) ha fatto sì che anche diverse persone (pure con meno di 75 anni) hanno approfittato della rinuncia (la conversione comportava infatti un costo)“.
A tal proposito il verbo “approfittare” trova una giustificazione promozionale: “A coloro che spontaneamente riconsegnano la licenza viene offerto un buono Arcobaleno/FFS”, ricorda il caposezione. Un incentivo che, come riporta la pagina del progetto “Strade sicure”, prevede dopo il deposito della licenza una scelta tra i seguenti buoni (con validità di un anno): sconto di 300 franchi sull’abbonamento Arcobaleno a partire da due zone; sconto di 200 franchi sull’abbonamento generale annuale di seconda classe e sconto di 250 franchi su quello di prima classe. Infine, per gli indecisi esiste un abbonamento a metà-prezzo in prova per due mesi a 33 franchi.
Esiste poi un pacchetto di offerte che “Strade sicure” ha pensato per gli anziani che vogliono continuare a condurre l’auto in modo aggiornato e senza rischi nel contesto del traffico e dei veicoli che sono mutati. Si tratta, vedi il pdf allegato, di corsi pratici, emozionali, teorici e tecnici in collaborazione con TCS, ACS, Polizia cantonale, Associazione svizzera maestri conducenti (ASMCTI) e iQCenter SA (il centro di competenze creato nel 2010 a Lugano dalla Fondazione INGRADO).
La rinuncia all’automobile rappresenta in ogni caso una decisione importante e non facile: “Per molti è chiaro che la patente coincide con il concetto di libertà e indipendenza. E questo vale anche per un anziano”, spiega lo psicologo e psicoeducatore Simone Cotti, responsabile del servizio Educazione, Sicurezza stradale e Prevenzione presso la sopracitata iQCenter SA.
Il primo obiettivo del loro servizio è di accompagnare la persona anziana a un passo che molto spesso vede coinvolti, con consigli, stimoli e pressioni, i famigliari: “È importante che la decisione venga presa con cognizione di causa, avendo ben chiari quelli che sono sicuramente gli svantaggi, ma anche i vantaggi. Un figlio, un nipote o un parente sono tuttavia troppo partecipi della situazione. Ecco perché, per avere un quadro oggettivo, può servire una consulenza esterna. Dopodiché noi non prendiamo nessun tipo di decisione, ma assistiamo e aiutiamo psicologicamente la persona in un cambiamento che può avere un impatto molto forte”, dice l’esperto. Questo, prosegue, è forse l’aspetto per il quale siamo più sollecitati: “Ma possiamo aiutare anche la persona, tra virgolette, anziana, perché ci sono anche settantenni che ci chiedono come far fronte allo stress vissuto tutti i giorni nel traffico oppure come gestire veicoli sempre più tecnologici. Aiutare negli aspetti tecnici non è il nostro campo, ma possiamo consigliare loro a chi rivolgersi”.
Anche se la legge ha fissato a 75 anni l’inizio dell’obbligo dei controlli medici, la definizione di ‘anziano al volante’ varia da singolo caso: “L’invecchiamento della popolazione è un dato di fatto, ma non troverei giusto, perché ho sentito anche questa, fissare un’età massima per poter guidare. Ci sono novantenni che non lasciano la poltrona, ma ce ne sono anche altri, per dire, che partecipano alle maratone. In ogni caso è importante non stigmatizzare, come ultimamente troppo spesso accade, questi conducenti anziani”, sottolinea lo psicologo.
Sovente non si tiene conto di alcuni aspetti della guida nella terza o quarta età: “A volte sento l’obiezione: ‘Guido come ho sempre guidato’. Ma è cambiato il contesto. Oggi il traffico è molto più caotico di quando hanno iniziato a guidare e ci sono stimoli che un cervello anziano può faticare a processare”. Dopodiché, continua lo psicologo, ci sono fattori che depongono a loro favore: “Parliamo infatti di automobilisti che difficilmente imboccano l’autostrada. L’anziano inoltre percorre tragitti solitamente molto brevi e da lui conosciuti, ad esempio, per fare la spesa o andare a trovare i figli. E poi non ama guidare di notte e negli orari più trafficati”.
Una prudenza al volante che trova conferma anche nella statistica. Il rapporto Sinus 2024 dell’UPI (Ufficio svizzero per la prevenzione degli infortuni) conferma in modo inoppugnabile che gli incidenti dovuti a velocità sono più frequenti nella fascia di età tra 18 e 24 anni, mentre per quelli causati dall’alcool sono in testa gli automobilisti tra i 25 e i 44 anni.
Poi ci sono, terreno su cui gli over 75 riguadagnano strada, gli incidenti riconducibili alla distrazione o a un problema fisico. “Certo negli anziani la possibilità di un malore è più elevata. Ma non c’è più – fa notare Cotti – quel ‘delirio di onnipotenza’ alla guida che talvolta si osserva nei giovani. Che poi questo si traduca anche in un’eccessiva prudenza, tale da indurre altri alla manovra spericolata, può essere anche vero. Ma l’errore resta comunque di chi vuole superare a tutti i costi, non di chi ha il diritto di circolare ai propri ritmi”.
In ogni caso, prima o poi, arriva per tutti il momento di staccare il piede dal gas. “Il nostro obiettivo è che questo momento giunga dopo aver valutato tutti gli aspetti e con cognizione di causa. Per questo cerchiamo di mostrare anche l’altra faccia della medaglia. Perché anche la mobilità con i mezzi pubblici ha i suoi vantaggi. Ci si stressa meno, non si è in balia del traffico, non rischi multe o incidenti causati da te stesso, risparmi la benzina e la tassa di circolazione e poi, se vai in bus, incontri persone e socializzi. Ecco, noi cerchiamo di guidare a questo cambiamento, facendo capire che un’altra strada è possibile e che magari non è poi così male”, conclude lo psicologo del traffico.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Anziani-al-volante-quando-%C3%A8-il-momento-di-smettere–2757996.html

 

Punto di Raccolta d’Urgenza, Pedevilla: “Arriveranno”

Punto di Raccolta d’Urgenza, Pedevilla: “Arriveranno”

I nuovi PRU permetteranno comunicazioni immediate e a prova di black-out della rete. Il capo della sezione del militare: “Pronti nel 2026”

In Vallese, a causa dell’emergenza, sono stati attivati diversi “Punti di Raccolta d’Urgenza” (PRU), luoghi che permettono la comunicazione diretta fra autorità e popolazione in caso di eventi estremi, fondamentali soprattutto quando tutti gli altri canali informativi non funzionano. La Svizzera ha una rete capillare di questi punti, con eccezione del Ticino, che ne è completamente sguarnito. Il motivo? Lo spiega a Ticinonews Ryan Pedevilla, capo della sezione del militare e della protezione della popolazione. “Il concetto di PRU nasce nel 2015 in Canton Argovia, inizialmente per gestire eventuali evacuazioni da incidenti nucleari, per poi estendersi a macchia d’olio”, dichiara Pedevilla. “In Ticino non siamo toccati da attività nucleari e quindi non siamo stati stimolati, sin dall’inizio, a imbarcarci in questo progetto”. 

Il cambio di passo
Il Cantone negli ultimi anni ha accelerato, incaricando tutti i comuni di allestire la propria rete, in due tappe fondamentali. “Il 1° gennaio 2027” specifica Pedevilla “scatterà l’obbligo di legge per i Comuni di dotarsi dei propri PRU. Noi però vogliamo garantire già dal 1° gennaio 2026 questa possibilità e quindi molti comuni hanno già annunciato le aree ove allestire i nuovi Punti di Raccolta”. 

Vulnerabilità del sistema attuale
Ancora per qualche mese, dunque, in Ticino, i presidi in caso di emergenza verranno organizzati in sinergia fra Cantone, Comuni e autorità civili tramite hotspot. La vulnerabilità di questa impostazione è, però, che dipende da canali di comunicazione funzionanti (radio, app, rete telefonica). Nel caso in cui una comunità si trovasse completamente isolata, le cose sarebbero più complicate. “Se ci fosse un black-out completo” ammette Pedevilla “le autorità potrebbero comunicare con gli enti di primo intervento tramite la rete di sicurezza radio Polycom e gli enti di primo intervento potrebbero comunicare, a cascata, con la popolazione. Il problema è che la comunicazione non sarebbe simultanea e non potrebbe arrivare a tutti nello stesso momento. Quindi i PRU servono proprio come “amplificatore” immediato delle informazioni indirizzate alla popolazione”.

E se in Vallemaggia ci fossero stati i PRU?
A questo punto sorge spontanea una domanda: se durante l’alluvione in Vallemaggia ci fossero stati dei PRU, sarebbe cambiato qualcosa, soprattutto nelle difficili fasi di comunicazione iniziale? “I PRU non sono da intendere come la soluzione a ogni problema” conclude Pedevilla “Sarebbe stato comunque pericoloso spostarsi verso questi luoghi durante le 24 ore colpite dall’alluvione. Però, è vero, è mancata la possibilità di comunicare simultaneamente con tutta la popolazione. Un passo avanti, in questo senso, sarà l’arrivo del nuovo sistema satellitare Cell Broadcast che permetterà di raggiungere tutte le persone direttamente sul loro dispositivo mobile”.

https://www.ticinonews.ch/ticino/in-ticino-nessun-punto-di-raccolta-durgenza-pedevilla-arriveranno-410794

Carceri ticinesi: ‘Numeri da record’

Carceri ticinesi: ‘Numeri da record’

Sovraffollamento, la direttrice della Divisione giustizia: ‘Situazione mai vista nel nostro cantone’. Così al Giudiziario e al Penale. Prime misure

Nel 2024 ha tagliato il traguardo dei dieci anni alla direzione delle carceri ticinesi, ma «è la prima volta che mi trovo confrontato con un simile sovraffollamento», dice Stefano Laffranchini. È una situazione «eccezionale, mai vissuta nel nostro cantone», rileva a sua volta, sempre dal Dipartimento istituzioni, la responsabile della Divisione giustizia Frida Andreotti. Le prigioni sono strapiene. Lo sono da alcune settimane. In particolare quelle principali ubicate sul Piano della Stampa a Lugano. Ovvero il Carcere giudiziario, riservato agli imputati in attesa di giudizio per i quali la magistratura ha disposto la detenzione preventiva, e l’attiguo Carcere penale, destinato alle persone con condanna da espiare dietro le sbarre.

Posti e presenze
I numeri sono «da record», evidenzia Andreotti. «Attualmente – riprende Laffranchini – ci sono in totale 97 detenuti in carcerazione preventiva. Il ‘Giudiziario’ ha una capienza di 88 posti. Negli scorsi giorni abbiamo raggiunto il picco, per ora assoluto, di 100 prevenuti. Dodici di loro sono stati quindi spostati al Carcere penale, il che ha comportato la sua piena occupazione e l’utilizzo degli spazi precedentemente liberati per i lavori volti a ripristinare, al ‘Penale’, il comparto femminile». Se consideriamo anche lo ‘Stampino’, ossia il carcere aperto, qui ieri il tasso di occupazione era del «62 per cento». Attenzione però, perché nella struttura aperta, ricorda Andreotti, «vengono collocate persone in fine pena o che devono scontare brevi pene detentive oppure che sono in semiprigionia e hanno un’attività professionale all’esterno: escono per lavorare e rientrano la sera». Lo ‘Stampino’, continua la direttrice della Divisione giustizia, «non accoglie invece detenuti che presentano un elevato rischio di fuga, non avendo legami sul territorio: si tratta perlopiù di cittadini stranieri non residenti». Pertanto il dato concernente il carcere aperto «non sposta il problema, che è la sovraoccupazione delle due maggiori strutture, cioè il Carcere giudiziario e quello penale. Ed è un grosso problema». In passato «abbiamo avuto momenti di sovraffollamento, specie al ‘Giudiziario’, dovuti a inchieste, ad esempio per infrazione alla legge sugli stupefacenti o per reati finanziari, con più imputati tratti in arresto e per i quali era stata ordinata, e confermata dal giudice dei provvedimenti coercitivi, la restrizione della libertà. Stavolta però, ripeto, abbiamo numeri record».

Provvedimenti per contenere la pressione
Per cercare di contenere la pressione sul ‘Giudiziario’, «si è dovuto appunto ricorrere al collocamento in spazi separati nel Carcere penale di persone in detenzione preventiva», annota la responsabile della Divisione giustizia. In reparti, tiene a precisare, «dove la separazione fisica di queste persone da quelle in esecuzione o in esecuzione anticipata della pena è garantita. Ciò per rispettare i presupposti della carcerazione preventiva, soprattutto quello di evitare il rischio di collusione». Nel ‘Penale’ «è stata inoltre riattivata la decina di celle destinate alla futura Sezione femminile». Non solo: «L’utilizzo temporaneo delle celle di polizia nei termini di legge rimane imprescindibile». Altri provvedimenti? «Abbiamo pure riattivato delle misure d’intesa con le autorità giudiziarie e amministrative. Tra cui, se adempiuti i requisiti, un uso maggiore del braccialetto elettronico per consentire gli arresti domiciliari». E i ventilati container? «Gli ipotizzati quattro moduli abitativi, per altrettanti posti, più uno per le docce e un altro per gli incontri in sostituzione della cosiddetta casetta dell’amore ‘La Silva’, saranno oggetto – indica Andreotti – di una richiesta di credito tramite messaggio governativo, che verrà allestito entro fine anno. A ogni modo i moduli abitativi non costituiscono una soluzione a medio, lungo termine. Tant’è che parliamo di soli quattro posti».

‘Diritti e dignità garantiti’
Ma a preoccupare il Dipartimento istituzioni, da cui dipendono le Strutture carcerarie, sono anche, segnala la direttrice della Divisione, «le caratteristiche caratteriali e le problematiche di natura somatica e/o psichica di alcune persone detenute, cosa che rende la loro gestione, sia dal profilo della sicurezza sia da quello medico, particolarmente gravosa».
In questo difficile contesto, puntualizza Andreotti, «i diritti dei detenuti e la loro dignità sono garantiti, come abbiamo comunicato sia all’Ordine degli avvocati, in occasione di una recente riunione, sia alla commissione del Gran Consiglio preposta alla sorveglianza delle condizioni detentive».

Altrove le cose non vanno meglio
Il Ticino non è solo. «Sulla base dei dati del Centro svizzero di competenze in materia di sanzioni penali, aggiornati al 31 marzo di quest’anno, si registra un andamento simile anche nei cantoni che, come il nostro, fanno parte del Concordato latino. Con Ginevra e Vaud che presentano una situazione ormai strutturale di sovraffollamento – osserva Andreotti –. Un contesto del genere rende di fatto inattuabili eventuali trasferimenti di detenuti verso i Cantoni romandi. Quelli della Svizzera tedesca sono attualmente in una situazione meno problematica in termini di occupazione: stiamo valutando la possibilità di trasferimenti di detenuti in esecuzione di pena in questi cantoni. Ripeto: gli approfondimenti sono in corso».

Agenti di custodia: ‘180 candidature’
Una buona notizia c’è per i vertici delle Strutture carcerarie ticinesi. Ed è l’esito del concorso, chiusosi a fine marzo, per il reclutamento di agenti di custodia. «Con grandissima nostra soddisfazione – fa sapere il direttore Laffranchini – sono entrate ben 180 candidature. Di regola assumiamo più o meno il dieci per cento di aspiranti agenti. La scuola si terrà nel 2026».

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 18 aprile 2025 de La Regione

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Carceri ticinesi al collasso, numeri record e misure d’emergenza
Il Carcere giudiziario ha superato la soglia massima di detenuti. Attivate misure straordinarie, ma la pressione resta altissima anche nel penale. Si valutano trasferimenti oltre Gottardo.

Le carceri ticinesi stanno affrontando un sovraffollamento senza precedenti. A lanciare l’allarme sono Stefano Laffranchini, direttore delle Strutture carcerarie, e Frida Andreotti, a capo della Divisione giustizia del Dipartimento istituzioni, intervistati dalla Regione. In particolare, il Carcere giudiziario di Lugano ha superato la sua capienza di 88 posti, toccando un picco di 100 detenuti in carcerazione preventiva. Dodici di questi sono stati trasferiti al Carcere penale, anch’esso ora pieno.

Strutture sotto pressione
La pressione sulle strutture ha quindi inevitabilmente costretto le autorità a prendere misure straordinarie, come l’utilizzo temporaneo delle celle della polizia, la riattivazione di spazi nel penale (tra cui l’area femminile), l’impiego più frequente del braccialetto elettronico per gli arresti domiciliari e una possibile richiesta di credito per installare moduli abitativi temporanei. La situazione è inoltre aggravata dalla complessità gestionale di alcuni detenuti con problemi psichici o sanitari. Nonostante tutto, il DI assicura il rispetto dei diritti e della dignità delle persone detenute.

Fenomeno non isolato
Ma il fenomeno non è isolato. Anche altri Cantoni romandi come Ginevra e Vaud affrontano un sovraffollamento cronico, rendendo difficili eventuali trasferimenti. Si valutano pertanto opzioni verso la Svizzera tedesca, dove la pressione è minore. Una nota positiva arriva però dal concorso per nuovi agenti di custodia: 180 candidature ricevute, con assunzioni previste nel 2026.
 
 
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Occupazione delle carceri, in Ticino è record
In assenza di posti alla Farera, 12 detenuti sono stati trasferiti alla Stampa

Un nuovo record è stato raggiunto nelle strutture penitenziarie cantonali ticinesi: in detenzione preventiva ci sono 102 persone, ma la Farera ne può ospitare 88. Questo ha reso necessaria l’attuazione di misure d’urgenza e 12 detenuti sono stati trasferiti nel carcere chiuso della Stampa.

Le persone in carcere preventivo non possono entrare in contatto con gli altri detenuti, “quindi siamo costretti a misure organizzative che permettano di mantenere questi prevenuti in una sorta di bolla”, spiega ai microfoni della RSI Stefano Laffranchini, direttore delle strutture carcerarie ticinesi. Inoltre, per accogliere queste persone è stato necessario “occupare gli spazi che avevamo provvisoriamente liberato per consentire i lavori di ristrutturazione della sezione adibita al futuro carcere femminile”.

Il sovraffollamento è un tema che preoccupa anche il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, il quale sottolinea alla RSI che è un problema che tocca tutta la Svizzera, confrontata con un “aumento degli arresti, soprattutto legati al traffico di stupefacenti” nei primi mesi del 2025.

Come soluzione temporanea sul medio termine, il Consiglio di Stato chiederà al Parlamento un credito per la posa di quattro prefabbricati. Sul lungo termine però, una strada potrebbe essere quella di “aumentare nelle strutture attuali la capacità dei posti”, indica Gobbi. “Soluzioni già adottate anche nei cantoni romandi, che però deve essere accompagnata anche da un sostegno al personale. Detto questo, credo che sia una situazione che sarà affrontata anche a livello nazionale, perché, come detto, non è un trend solo in Canton Ticino”.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Occupazione-delle-carceri-in-Ticino-%C3%A8-record–2762736.html