Casellario giudiziale: non molliamo!

Casellario giudiziale: non molliamo!

Dal Mattino della Domenica | Divieto d’entrata a 64 criminali pericolosi sul nostro territorio

64. È il numero di criminali stranieri a cui è stato impedito di venire a vivere o a lavorare nel nostro Cantone dall’aprile del 2015 alla fine del mese di dicembre scorso. Come è stato possibile? Grazie alla misura straordinaria sul casellario giudiziale che ho introdotto ad aprile del 2015 per tutelare maggiormente la sicurezza sul nostro territorio. E negli scorsi giorni, per la seconda volta, la nostra misura ha fatto breccia nella Berna federale! Una notizia incoraggiante per il nostro Cantone e per tutti i cittadini e le cittadini ticinesi.

Sono passati poco più di due mesi da quando il Consiglio di Stato ha inviato una missiva a Berna invitando i parlamentari della Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio degli Stati a sostenere le due iniziative del Gran Consiglio ticinese che vanno nella stessa direzione della nostra misura straordinaria.
Venerdì, infatti, anche la Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale ha sostenuto la richiesta del nostro Parlamento che auspica la presentazione dell’estratto del casellario giudiziale per i cittadini che provengono dall’Unione europea e che intendono soggiornare o lavorare in Svizzera.
Un passo importante e che fa ben sperare: nella capitale elvetica la richiesta sistematica del casellario giudiziale per tutti coloro che intendono venire a soggiornare o a lavorare alle nostre latitudini è vista sempre più positivamente!

Quella sul casellario è una misura che ha fatto storcere il naso a molti – tra cui le Autorità italiane – ma che ha raccolto da subito un ottimo consenso: dapprima dal Popolo, che l’ha sostenuta attraverso una petizione promossa dalla Lega dei Ticinesi, e in seguito dal Parlamento e dal Governo ticinesi. E dopo la Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio degli Stati, ora anche la medesima Commissione del nazionale sostiene la nostra proposta. Una proposta osteggiata da più parti soprattutto dai partiti per l’apertura sconsiderata delle nostre frontiere a livello federale PLR, PS e Verdi che proprio negli scorsi giorni hanno votato compatti contro la misura ticinese! Grazie all’ottimo lavoro di squadra con la nostra Consigliera nazionale Roberta Pantani e al ticinese Marco Romano abbiamo ottenuto un altro traguardo importante.

D’altra parte è chiaro a tutti ormai che non si tratta di una misura che vuole discriminare i cittadini stranieri nel venire a risiedere o a lavorare nel nostro Cantone, come hanno fatto intendere dalla vicina Italia! Quello che vogliamo – e che abbiamo sempre voluto – è offrire più sicurezza al Ticino e ai ticinesi.

I servizi del mio Dipartimento trattano migliaia di pratiche di rinnovo e di rilascio dei permessi ogni mese e non dispongono degli strumenti adatti per poter effettuare verifiche approfondite e identificare eventuali elementi di rischio. Non possono infatti accedere alle banche dati di cui dispongono le forze dell’ordine. L’unico mezzo a disposizione dell’Autorità amministrativa è quindi la consultazione dell’estratto del casellario giudiziale.

Grazie a questo efficace strumento abbiamo impedito l’entrata sul nostro territorio a 64 cittadini stranieri che si erano macchiati di reati quali – per citarne alcuni: sequestro di persona, furti, spaccio di droga, estorsioni, porto illegale d’armi, reati economici, rapine, omicidio e distruzione di cadavere (!).

Un’ulteriore conferma per tutti noi: stiamo lavorando nella giusta direzione. Qualche settimana fa mentre mi recavo a Berna per uno dei tanti incontri con le Autorità federali in un commento sulla mia pagina Facebook qualcuno ha insinuato che queste azioni non servono a nulla e non portano a niente. “Tutto tempo sprecato”. E invece no! È quello che ho risposto: farmi portavoce degli interessi del nostro Cantone con le Autorità federali e i Consiglieri federali non è mai tempo sprecato. Non intendo mollare su questo fronte. Perché con tenacia, impegno e costanza anche nella nostra capitale si stanno rendendo conto delle criticità alle quali è sottoposto il nostro Cantone. I risultati però non mancano: a inizio anno – per citare un esempio – il Consigliere federale Ueli Maurer ha annunciato che partirà da questa primavera un progetto pilota per la chiusura notturna dei valichi secondari. Un tema che ho portato sul tavolo della discussione regolarmente nei miei viaggi d’Oltralpe. Un ottimo lavoro di squadra su più fronti che ha consentito al Ticino di portare a casa un successo!

Non dimentichiamo poi che il Ticino è spesso un laboratorio per il resto della Svizzera: di frequente ci capita di testare misure che risolvono problematiche che inizialmente sono una prerogativa tutta ticinese e solo in seguito diventano una preoccupazione condivisa dal resto del Paese. Pensiamo ad esempio alla problematica legata ai flussi migratori: siamo stati i primi a toccare con mano il problema, e ce ne siamo fatti carico dando una mano al resto della Svizzera.

Non è solamente uno slogan elettorale: la sicurezza è un bene primario e fondamentale non solo per i Ticinesi ma per tutta la Svizzera. Continuerò sulla strada tracciata: non mollerò e continuerò a difendere la misura del casellario. Per il nostro bene, e per quello di tutto il Paese!

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

64 Bewilligungen verweigert

64 Bewilligungen verweigert

Da Luzerner Zeitung | Tessin Zum Ärger des Bundesrats verlangt der Kanton Tessin von Ausländern Strafregisterauszüge. Der politische Support wächst.

Italien ist verschnupft, der Bundesrat nicht amüsiert. Trotzdem verlangt das Tessin seit April 2015 Strafregisterauszüge von Ausländern, die im Kanton wohnen oder als Grenzgänger arbeiten wollen. Das bleibt nicht ohne Folgen. Die Zahl der verweigerten Bewilligungen steigt, wie das Sicherheitsdepartement mitteilt. Bis im Januar dieses Jahres haben die Behörden insgesamt 64 Gesuche abgeschmettert. Geprüft wurden bisher 40 703 Gesuche. In 350 Fällen tauchten Vorstrafen auf. 64 Mal waren sie so gravierend, dass der Kanton keine Bewilligung erteilte. Konkret hielt er etwa Personen von seinem Gebiet fern, die wegen fahrlässiger Tötung oder mehrfachen Raubes verurteilt worden waren.

Bundesrat sieht Verstoss gegen Personenfreizügigkeit
Bern hat den Kanton Tessin mehrfach aufgefordert, sein Vorgehen zu stoppen. Der Bundesrat wittert in der flächendeckenden Einforderung der Strafregisterauszüge einen Verstoss gegen die Personenfreizügigkeit. Das tut auch Rom. Ausserdem würden damit die italienischen Grenzgänger schikaniert. Sicherheitsdirektor Norman Gobbi kontert.
«Wir diskriminieren nicht die Italiener. Vielmehr belegen unsere Zahlen einen positiven Einfluss auf die Sicherheit», sagt der Lega-dei-Ticinesi-Politiker.
Auf politischer Ebene läuft es gut für Gobbi. Die staatspolitische Kommission des Nationalrats stimmte am Freitag zwei Tessiner Standesinitiativen für die systematische Einholung der Strafregisterauszüge zu. Die ständerätliche Schwesterkommission hatte das schon früher getan. Nun muss eine der beiden Kommissionen eine Vorlage ausarbeiten.

(Articolo di Kari Kälin)

Il casellario cerca ancora sostegno

Il casellario cerca ancora sostegno

Dal Corriere del Ticino | Nuova lettera a Berna: dopo l’appoggio della Commissione degli Stati ora il Governo sollecita il Nazionale Salgono a 64 le decisioni negative – Norman Gobbi: «Abbiamo dimostrato che la misura non è vessatoria»

La richiesta automatica dell’estratto del casellario giudiziale per i cittadini provenienti dall’Unione europea che intendono lavorare o soggiornare in Ticino torna alla ribalta. Il Consiglio di Stato ha scritto mercoledì 18 gennaio alla Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale in vista della seduta di oggi, invitandola a confermare il sostegno alle iniziative del Gran Consiglio ticinese a favore della presentazione dell’estratto del casellario. Mossa che segue quella già messa in atto lo scorso novembre, quando il Governo aveva scritto alla Commissione istituzioni politiche del Consiglio degli Stati, che aveva in seguito deciso di sostenere la misura straordinaria introdotta nell’aprile 2015 dal Dipartimento delle istituzioni per tutelare la sicurezza del territorio. L’Esecutivo ha fornito anche un nuovo bilancio sulla misura al fine di «sottolineare i risultati positivi ottenuti in Ticino dopo l’introduzione della misura straordinaria che prevede la richiesta del casellario giudiziale per il rilascio e il rinnovo dei permessi B (di dimora) e G (per lavoratori frontalieri)». Ecco dunque le cifre aggiornate: a fine dicembre il numero di decisioni negative è salito a quota 64, l’aumento negli ultimi due mesi è stato dunque di 11 permessi non accordati o rinnovati. Numero che a un anno dall’introduzione della misura (aprile 2015-aprile 2016) si attestava a 33 decisioni negative. «Queste cifre dimostrano che l’attenzione del Dipartimento non è diminuita, il numero delle pratiche evase è aumentato», commenta il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi , da noi raggiunto. «Il numero di domande esaminate dalla Sezione della popolazione a fine dicembre era di 49.321. Nel 99,14% dei casi la procedura si è conclusa con il rilascio o il rinnovo del permesso, mentre in 350 occasioni sono invece emersi elementi di natura penale e in seguito alla loro valutazione solo 64 di queste richieste sono state respinte», ha proseguito Gobbi. Tra questi 64 casi si trovano infatti persone che hanno alle spalle condanne per reati gravi, come ad esempio omicidio continuato, distruzione di cadavere, rapina continuata o ancora detenzione illegale di armi e munizioni. Gobbi tiene inoltre a precisare che «spesso si rimprovera il Dipartimento sugli aumenti di risorse. Questo maggiore sforzo assunto dalla Sezione della popolazione è stato fatto senza aumentare il personale, migliorando l’efficienza interna». Per il direttore delle Istituzioni è altresì importante sottolineare come la misura straordinaria «non sia vessatoria, proprio perché oltre il 99% delle richieste è stata accolta e quindi i diritti sono stati salvaguardati, così come viene salvaguardato il diritto del territorio ticinese di evitare l’entrata di persone con precedenti penali gravi». Inoltre, nella nota stampa il Consiglio di Stato spiega che la Sezione della popolazione non dispone di alcun tipo di accesso a banche dati di polizia e che «l’identificazione di eventuali elementi di rischio accresciuto è quindi possibile unicamente attraverso la consultazione dell’estratto del casellario giudiziale». Nel frattempo il Dipartimento di Gobbi era stato chiamato a elaborare una variante sostitutiva alla presentazione automatica del casellario giudiziale per l’inizio del 2017. Questo per cercare di sbloccare il dossier fiscale tra Svizzera e Italia, parafato il 22 dicembre 2015. Su questo Gobbi precisa che «la variante sostitutiva arriverà per la metà del 2017». In caso di decisione positiva da parte della Commissione del Nazionale la posizione del Governo ticinese, che continua a mantenere la misura, ne uscirebbe rafforzata: «Ora è auspicabile che Berna ci copra le spalle e l’auspicio è che anche e la Commissione del Nazionale approvi le richieste del Gran Consiglio. Comunque qualsiasi misura sostitutiva verrebbe introdotta avrà eguale effetto rispetto alla prassi attuale», ha concluso Gobbi.

(Articolo di Michelle Cappelletti)

Tre giudici: una soluzione che funziona

Tre giudici: una soluzione che funziona

Dal Corriere del Ticino | L’opinione

Il prossimo 12 febbraio ci esprimeremo sulla proposta di un nuovo assetto dell’Ufficio dei giudici dei provvedimenti coercitivi: in poche parole, in futuro è prevista la presenza di tre giudici al posto di quattro. Questo permetterebbe al Cantone, come noto, di risparmiare più di 250 mila franchi all’anno. La domanda che pongono i contrari al provvedimento riguarda la possibilità che – con un magistrato in meno – sia possibile assicurare la stessa qualità del lavoro. Fortunatamente, a questa domanda possiamo già rispondere in modo affermativo. Dopo il pensionamento di uno dei quattro giudici, nel maggio dello scorso anno, il Cantone lo ha infatti temporaneamente sostituito con un giurista: il nuovo assetto è quindi già operativo e in questi mesi ha garantito la stessa qualità e tempestività, senza nessun abbassamento degli standard.

L’esperienza ha mostrato chiaramente che la presenza di un giurista è utile, poiché permette ai magistrati di concentrarsi sui propri compiti principali, delegando maggiormente le questioni amministrative. La nuova figura offre quindi un supporto concreto al lavoro dei giudici e si fa carico in piena autonomia di una serie di pratiche amministrative, in forte crescita nel corso degli ultimi anni, che appesantirebbero il lavoro dei giudici senza alcun beneficio per i cittadini.

Le risorse umane messe a disposizione dell’Ufficio dei giudici dei provvedimenti coercitivi sono già state un tema di discussione pochi anni fa. Nel 2011, con l’adeguamento al nuovo Codice federale di diritto processuale, anche il Ticino aveva dovuto stabilire il numero ideale di magistrati del quale dotarsi, per garantire la qualità del servizio. La scelta era stata di rimandare la decisione definitiva, in attesa di dati precisi sui quali fondare una valutazione. Dopo cinque anni di attività, il Consiglio di Stato ha raccolto le necessarie informazioni e ha poi formulato la propria proposta al Parlamento; una proposta che – ripetiamolo – sul campo si è già dimostrata valida e in grado di garantire un giusto trattamento ai cittadini, rispettando contemporaneamente i diritti di tutti gli imputati.

Non da ultimo, in un’ottica finanziaria di medio termine, occorre ricordare che siamo di fronte alla possibilità di ottenere in qualche anno un risparmio milionario. Non sarà certo la salvezza per le casse del Cantone, ma questo provvedimento non va considerato come una misura a sé stante; è uno dei tanti tasselli della manovra di riequilibrio che, proprio perché intervenuta su tutti i compiti dello Stato, potrà invece dare un contributo decisivo al risanamento finanziario e al rilancio del Ticino. È una manovra nella quale il Governo ha creduto, chiedendo a ognuno – magistratura compresa – di fare la sua parte in modo sensato e sostenibile.

‘Decisioni di qualità anche con tre giudici e un giurista’

‘Decisioni di qualità anche con tre giudici e un giurista’

Da laRegione | «Un sacrificio sostenibile». E che di sicuro non «banalizza» né «mette in pericolo» l’amministrazione della Giustizia. Parole del capo del Dipartimento istituzioni (Di) Norman Gobbi che difende la riduzione del numero di Giudici dei provvedimenti coercitivi (Gpc) da quattro a tre. Una riduzione che parte da lontano. Da quando nel 2011 è entrato in vigore il Codice di diritto processuale penale svizzero, che ha portato il Gran Consiglio a ‘fondere’ due categorie di magistrati che fino ad allora si occupavano di provvedimenti coercitivi e applicazione della pena: i Giar e Giap. Nelle due istanze «erano attivi in totale quattro giudici e – spiega Gobbi – togliere la sedia a una persona sarebbe stato difficile». A suo tempo «si è quindi deciso di mantenerne quattro, riservandosi di valutare criticamente più avanti» la situazione. E l’occasione per togliere quella sedia si è presentata lo scorso luglio con il pensionamento del presidente dei Gpc Edy Meli. In sede di commissione il Gran Consiglio ha tuttavia deciso di compensare il taglio con l’attribuzione all’Ufficio dei Gpc di «un giurista dell’Amministrazione. Utilizzando una risorsa interna il risparmio ottenuto con questa misura è in ogni caso di 256mila franchi». Ma non si rischia di rallentare e di rendere meno efficace la Giustizia? «No. Negli ultimi otto mesi, ossia dal pensionamento di Meli – risponde Gobbi –, l’Ufficio ha gestito la sua attività con tre giudici e un giurista, garantendo decisioni tempestive e di qualità». Senza dimenticare che nell’ambito della lotta alla criminalità «negli ultimi anni si sono messe a disposizione risorse extra per il perseguimento dei reati economici e finanziari».

(Articolo di Paolo Ascierto e Chiara Scapozza)

Esercizi pubblici – La notte avrà un’ora in più

Esercizi pubblici – La notte avrà un’ora in più

Dal Corriere del Ticino | Alla lente una revisione della Legge sugli alberghi e la ristorazione – Lo scenario: chiusura posticipata alle 2 – Norman Gobbi: «Le regole attuali sono troppo rigide, dobbiamo tenere vivo un settore in grave difficoltà»

A distanza di sei anni dalla revisione totale della Legge sugli alberghi e sulla ristorazione (Lear), per il settore è già tempo di una nuova ristrutturazione. Dopo essere stata approvata quasi all’unanimità dal Gran Consiglio nel giugno 2010, dallo scorso ottobre la legge cantonale è oggetto di analisi e approfondimenti da parte di un gruppo di lavoro istituito dal Dipartimento delle istituzioni. L’obiettivo? Rivedere una legge che, come ci conferma il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi «è troppo rigida», nonché proporre «misure legali, pratiche e procedurali per sviluppare il settore degli esercizi alberghieri e della ristorazione». Una revisione richiesta a gran voce non solo dal mondo della ristorazione che ha più volte puntato il dito contro la concorrenza di take away e street food, ma anche da 8.190 cittadini che nel 2015 hanno sottoscritto l’iniziativa «Bar 3.0». Lanciata da un’alleanza interpartitica tra i movimenti giovanili, l’iniziativa popolare mira a prolungare l’apertura degli esercizi pubblici il venerdì, il sabato e durante i prefestivi sino alle 3 del mattino. Una richiesta questa parzialmente accolta dal gruppo di lavoro, che propone al Governo un allentamento sugli orari. «L’iniziativa ‘‘Bar 3.0’’ è stata posta in consultazione ma non ha ricevuto grandi plausi da parte dei Municipi – ci spiega Gobbi – anzi, c’è stata una forte opposizione alla proposta. La nostra idea è dunque quella di trovare una via di mezzo e di spostare dalla 1 alle 2 la chiusura notturna». Ma non solo. Per lasciare una certa autonomia a chi opera nel ramo, la proposta di revisione prevede altresì di «consentire delle chiusure anticipate, proprio perché se ci sono zone come i centri urbani o le regioni turistiche più interessate a chiudere alle 2, allo stesso tempo ci sono esercizi situati in località discoste che non hanno nessun interesse a restare aperti così a lungo», specifica Gobbi. E se da un lato c’è la volontà di tendere la mano agli esercenti, dall’altro non manca un occhio di riguardo verso i cittadini che vivono a stretto contatto con i locali pubblici. In tal senso, il direttore delle Istituzioni rassicura sul fatto che «le autorizzazioni e le deroghe resteranno di competenza dei Comuni che conoscono meglio la situazione e che potranno decidere se prolungare l’orario di apertura dei locali».

Sempre in termini di deroghe, tra le modifiche avanzate dal gruppo di lavoro vi è poi uno snellimento «delle procedure amministrative per i permessi in occasione di eventi speciali e che oggi hanno una durata massima di due settimane – aggiunge Gobbi – l’intento è quello di diminuire l’onere amministrativo e rispondere allo stesso tempo all’evoluzione di usi e costumi della clientela e dei turisti».

Ma la revisione della norma non verte unicamente su deroghe e orari. Tra le modifiche alla lente anche l’obbligo, per i take away, di sottostare alla Lear. «Fino ad oggi questi servizi sono stati gestiti secondo la legge del commercio e quindi con limiti diversi dagli esercizi pubblici – precisa il consigliere di Stato – penso però che si sia riuscita a trovare un’intesa tra GastroTicino, HotellerieSuisse e le diverse associazioni dei take away che sedevano al tavolo di lavoro». In tal senso, l’indirizzo auspicato è quello di adottare un sistema di «regole più chiare e semplici che riconoscano sì le mutate modalità di consumo della popolazione, ma che non vadano a regolamentare eccessivamente un settore che vive una forte concorrenza non solo interna, ma anche transfrontaliera». Come ci conferma il direttore delle Istituzioni, si vuole evitare di inserire nuove regole «fin troppo vessatorie nell’ambito, ad esempio, della ristrutturazione degli esercizi pubblici».

Infine, toccate dalla revisione saranno anche le autorizzazioni per gli esercizi «con offerta di alloggio». «Pensiamo ad esempio alle proposte quali AirB&B o Tripadvisor che si promuovono tramite piattaforme online – continua Gobbi – nella nuova legge vi saranno capitoli appositi volti non solo ad assicurare un maggior controllo dei pernottamenti, ma anche per evitare erosioni fiscali». In un discorso più generale, per il direttore delle Istituzioni è importante ribadire che «non sarà una legge più restrittiva perché l’obiettivo è comunque quello di tener vivo un settore che è in grave difficoltà».

Presentate le proposte di modifica, spetterà ora al Dipartimento delle istituzioni avanzare «in tempi brevi una modifica della legge all’attenzione del Gran Consiglio». Modifica questa che, come conclude Gobbi, procederà a tappe, «partendo dagli orari delle aperture serali». Intanto, soddisfazione è stata espressa dal comitato di Generazione giovani del PPD che «auspicava questi passi per rendere il Ticino più attrattivo e competitivo sul piano nazionale, ma anche internazionale».

(Articolo di Viola Martinelli)

Bar aperti fino alle 2 di notte e meno carico di burocrazia

Bar aperti fino alle 2 di notte e meno carico di burocrazia

Dal Giornale del Popolo | Norman Gobbi: «Vogliamo adeguare la legge a esigenze mutate nel tempo da parte dei residenti e dei turisti».

Sta venendo alla luce una revisione di legge molto importante. Stiamo parlando della normativa che regolamenta gli esercizi alberghieri e la ristorazione: la Lear.

Infatti, lo scorso ottobre, il Governo aveva istituito un gruppo di lavoro con le varie associazioni di categoria, l’associazione dei Comuni, le Polizie comunali, ecc., con l’obiettivo di proporre riflessioni su più ambiti d’intervento. Inoltre si voleva e si vuole dare una risposta all’iniziativa popolare legislativa “Ticino 3.0 Bar aperti fino alle 3” con la quale si chiedeva una proroga degli orari di apertura degli esercizi pubblici.

Il gruppo di lavoro ha elaborato le sue riflessioni che hanno visto emergere l’esigenza di un sistema di regole più chiare e semplici. Uno spirito che ha poi portato a formulare alcune proposte concrete come ad esempio la proroga degli orari di apertura degli esercizi pubblici alle 2 di notte.

In proposito abbiamo sentito il direttore del DI Norman Gobbi che ora ha in mano il dossier. «Vogliamo adeguare la legge a esigenze mutate anche per il consumo. Gli usi e i costumi dei residenti e dei turisti sono cambiati negli ultimi anni. In particolare vogliamo regolamentare meglio i take away, ma anche mettere ordine nei permessi speciali, allungandoli dagli attuali 15 giorni a 3 mesi per rispondere a necessità nuove, soprattutto nel periodo estivo. Nel contempo vogliamo semplificare, dal punto di vista amministrativo, le regole di un settore che è fortemente sotto pressione come quello dell’albergheria e della ristorazione».

Per quanto riguarda la classificazione degli esercizi pubblici si intende ridurre le denominazioni. «Da un lato intendiamo tutelare quelle che hanno un carattere locale
e tipico come i grotti, ma d’altro lato intendiamo lasciare più libertà ai singoli esercizi pubblici di chiamarsi come vogliono».

Una semplificazione burocratica anche per quanto riguarda i requisiti strutturali e igienici degli esercizi pubblici e le autorizzazioni per gli esercizi con offerta di alloggi.

Tornando sull’orario di chiusura Gobbi spiega: «Vogliamo elaborare un messaggio in tempi brevi soprattutto per rispondere all’iniziativa dei movimenti giovanili che in questa fase coinvolgeremo. Personalmente mi sembra che questo compromesso vada incontro alle loro esigenze, ma anche alle critiche arrivate dalle Polizie comunali e dai Comuni. Ci sarà comunque anche la possibilità di concedere chiusure anticipate. Non sempre e non ovunque è necessario tenere aperto fino alle 2 di notte».

Interesse dai giovani PPD
Da parte sua il Comitato di generazione Giovani prende atto con piacere che l’iniziativa lanciata dai gruppi giovanili abbia attivato il CdS nel rivedere tutti gli aspetti della Legge. Il prolungamento degli orari fino alle 2 nel fine settimana e nei giorni prefestivi è visto con interesse dal Comitato che auspicava questi passi per rendere il Cantone più attrattivo e competitivo.

(Articolo di Nicola Mazzi)

“Da Vismara accuse fuori luogo”

“Da Vismara accuse fuori luogo”

Gobbi replica al sindaco di Paradiso che grida al complotto: “Non sono stato io ad annullare le elezioni”

“Le accuse del sindaco di Paradiso sono gratuite, infondate e fuori luogo.”

Così il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, da noi contattato, replica alle dichiarazioni del sindaco di Paradiso Ettore Vismara, che ha accusato lo stesso consigliere di Stato e il sindaco di Lugano Marco Borradori di aver annullato le elezioni comunali dello scorso mese di aprile nell’ambito di un complotto per forzare il suo Comune ad aggregarsi con Lugano (vedi articolo suggerito).

“Voglio ricordare che a stabilire l’annullamento delle elezioni comunali è stato il Tribunale amministrativo cantonale e non il mio Dipartimento” prosegue Gobbi. “Come tutti sanno la separazione dei poteri nel nostro Paese è sacrosanta. Nel Comune luganese si sono verificati gravi errori di procedura che hanno portato alla decisione del TRAM di invalidare l’elezione. Un fatto grave che ha intaccato un principio fondante della nostra democrazia: la sacralità del voto.”

Il consigliere di Stato ricorda poi che, peraltro, “il Municipio di Paradiso non ha inoltrato ricorso al Tribunale federale sulla decisione emessa dall’Autorità giudiziaria cantonale.”

“Le accuse del sindaco lasciano quindi il tempo che trovano” dichiara Gobbi. “Si tratta evidentemente di uno sfogo personale.”

“Vismara ha mischiato il discorso delle elezioni da rifare con i progetti aggregativi” afferma ancora il direttore del Dipartimento delle istituzioni. “Si tratta di una visione, quella delle aggregazioni, che abbiamo presentato nuovamente nei mesi scorsi ai Comuni degli agglomerati urbani del Luganese, del Mendrisiotto e del Locarnese per riaccendere il dibattito e sentire la loro opinione. Si tratta – come ho già detto più volte – di tracciare le basi per definire il Ticino di domani, un Ticino che sia competitivo e pronto a raccogliere le sfide future che si presenteranno.”

“Ma l’ultima parola” sottolinea in conclusione Gobbi, “non sarà la mia o quella dei sindaci: saranno le cittadine e i cittadini del nostro Cantone ad esprimere come previsto dal nostro sistema democratico.”

Da Ticinonews del 9 gennaio 2017

 

«Adesso voglio una Polizia ticinese, non unica, ma dei nostri cittadini»

«Adesso voglio una Polizia ticinese, non unica, ma dei nostri cittadini»

Dal Corriere del Ticino | L’intervista

«Polizia ticinese» è il nome del gruppo di lavoro creato dal Governo e che dovrà presentare entro un anno nuove proposte organizzative e di collaborazione tra cantonale e comunali. A chi si chiederà «ancora un tavolo di riflessione» come replica?

Non si tratta tanto di riflettere, ma piuttosto di concretizzare. Vogliamo realizzare un progetto grazie a un gruppo di lavoro formato da funzionari pubblici, politici e rappresentanti delle forze dell’ordine. Tutte persone che conoscono a fondo la situazione del Cantone e che potranno così descrivere l’evoluzione futura della nostra polizia sulla base del passato e del presente. In questo modo sono sicuro che troveremo la miglior soluzione per il nostro territorio, che tenga soprattutto conto di quanto fin qui maturato con la collaborazione tra comunali e la cantonale. Il risultato finale del gruppo di lavoro sarà sottoposto alla conferenza consultiva sulla sicurezza e poi sarà messo in consultazione ai Comuni».

Cantonali e comunali: la quadratura del cerchio sembra un eterno dilemma. Come lo spiega?

«In questi anni, come responsabile della sicurezza ho avuto modo di confrontarmi con gli attori del settore: enti locali, cittadini, politici, rappresentanti delle forze dell’ordine per citarne alcuni. L’obiettivo che tutti hanno è sempre uno solo: garantire la sicurezza. A volte però ci si arrocca dentro i propri confini comunali, sfoderando campanilismi più o meno marcati che ci fanno perdere di vista la nostra missione, e ci fanno dimenticare che i fenomeni che creano insicurezza ahinoi non conoscono confini. Un primo passo è stato compiuto con la regionalizzazione delle polizie comunali, anche se ciò non basta. Bisogna sviluppare un progetto che consenta di garantire efficacemente la sicurezza ma con l’impiego efficiente delle risorse disponibili».

Cosa si attende entro la fine del 2017? Una pozione miracolosa?

«Mi attendo e mi impegnerò in prima persona per un progetto realistico e ben ponderato, che ci permetta di creare una Polizia ticinese pronta per le sfide di questo secolo».

Concretamente lei auspica possa tornare in auge la polizia unica?

«L’ho detto in occasione della discussione in Parlamento sulla mozione presentata dal deputato Giorgio Galusero che ha avuto luogo nell’estate del 2015. Voglio parlare espressamente di polizia ticinese e non di polizia unica. Una polizia di tutti i cittadini che
costruiremo insieme e che possa rispondere alle nuove sfide. Un progetto che dovrà soprattutto considerare il lavoro impostato in questi anni di attuazione della collaborazione tra la cantonale e le comunali, recependo quei cambiamenti indispensabili per garantire al massimo la sicurezza interna a dei costi sopportabili per
i cittadini».

Il cittadino chiede sicurezza. In che senso maggiore collaborazione significherebbe raggiungere l’obiettivo?

«I nostri agenti sul territorio sono il primo riferimento dei cittadini: la loro divisa è blu, indipendentemente dallo stemma portato sul braccio. Al cittadino non interessa se appartengano alla comunale o alla cantonale: l’importante è che rispondano ai bisogni concreti della popolazione e tutelino l’ordine pubblico e la sicurezza. Occorrerà rafforzare l’attuale impostazione orientandosi verso un maggior coordinamento delle forze dell’ordine sul territorio, con anche una chiara ripartizione delle competenze. In questo senso le polizie comunali inizieranno a utilizzare lo stesso programma per la gestione informatica. Un primo passo importante: cantonale, comunali e guardie di confine parleranno la stessa lingua informatica e questo permetterà di migliorare la comunicazione e, di riflesso, la collaborazione. Segno che, in fondo, l’idea di avere la polizia ticinese non è un’utopia. La vogliamo costruire con il dialogo, forti delle esperienze di tutti gli attori coinvolti e a una condizione sulla quale non arretrerò mai di un centimetro: una sicurezza sempre più efficace ed efficiente per tutti i ticinesi».

“Sicurezza, non ci si può fermare”

“Sicurezza, non ci si può fermare”

Da laRegione | Norman Gobbi: da otto a cinque regioni di polcomunale anche per poter garantire sempre e comunque la copertura delle 24 ore

Polizia, cantiere sempre aperto? «Per affrontare in maniera efficace ed efficiente i cambiamenti della società e le conseguenti sfide, lo Stato deve necessariamente rivedere di volta in volta anche il proprio apparato di sicurezza. Ed è quanto come governo, in collaborazione con i Comuni, ci proponiamo di fare per migliorare ulteriormente il servizio alla popolazione, mettendo quindi in piedi una struttura di polizia ticinese ancor più performante. Al cittadino che ha bisogno non importa se arriva prima la pattuglia della Cantonale o quella della comunale. Ciò che conta è che riceva una risposta competente e tempestiva. Da questo punto di vista si può e si deve ottimizzare l’attuale organizzazione, anche per rafforzare la presenza delle forze dell’ordine sul terreno». Il capo del Dipartimento istituzioni (DI) Norman Gobbi spiega così, alla ‘Regione’, l’obiettivo della missione affidata dal Consiglio di Stato al gruppo di lavoro ‘Polizia ticinese’ che ha appena costituito (cfr. l’edizione di ieri). Coordinato dal segretario generale del Di Luca Filippini e formato da ufficiali della Polcantonale (comandante Matteo Cocchi incluso), da rappresentanti dei Comuni e dei corpi di polizia locale e dal presidente dell’Associazione delle polcom Dimitri Bossalini, il gruppo allestirà e consegnerà entro fine dicembre 2017 alla direzione del Dipartimento un rapporto “sulle possibili nuove forme di organizzazione e collaborazione” fra la Cantonale e le comunali, riferisce il governo in una nota.

Le recenti riforme che hanno interessato le forze dell’ordine non sono sufficienti?

Ripeto, si deve fare di più. Sia chiaro, le riforme erano necessarie. Alludo in particolare alla ‘regionalizzazione’ della Gendarmeria della Polizia cantonale e – con l’entrata in vigore della Legge sulla collaborazione tra Cantonale e corpi locali, la LcPol – alla regionalizzazione delle polizie comunali. Ricordo inoltre che con l’attivazione del supporto informatico di aiuto alla condotta e della Cecal, la Centrale cantonale di allarme, si intende ridurre i tempi di intervento nell’ambito delle misure d’urgenza: sul luogo dell’evento si porterà la pattuglia più vicina e potrà essere una della Cantonale o una della comunale oppure una delle Guardie di confine. Nel frattempo è però indispensabile agire su altri fronti della cooperazione soprattutto fra Polizia cantonale e polizie comunali, ragionando pure sulla gestione delle risorse umane nei corpi locali.

Quali sono i problemi?

Pensiamo per esempio ai costi a carico dei Comuni. La Legge sulla collaborazione tra Polizia cantonale e polizie comunali ha introdotto il sacrosanto principio per cui tutti gli enti locali sono tenuti a partecipare alle spese legate alla sicurezza. In che modo? Dotandosi di un corpo di polizia ‘strutturato’, composto di un minimo di sei agenti (comandante compreso) oppure stipulando una convenzione per le prestazioni di polizia con un Comune della stessa regione (per esempio il Comune polo) che ha un corpo strutturato. Tuttavia ci sono ora piccole polizie comunali confrontate con grandi costi. C’è poi un altro problema.

Cioè?

Riguarda sempre i piccoli corpi locali. In alcuni sono emerse delle difficoltà nella gestione delle risorse umane: il comportamento di un singolo agente può così arrivare a compromettere l’operatività del corpo di polizia comunale. E dunque la collaborazione con la Polcantonale.

È per questo che in ottobre, in occasione della seduta della Conferenza cantonale consultiva sulla sicurezza, cui partecipano anche i Comuni polo, lei ha auspicato ‘ulteriori accorpamenti fra regioni’ di polizia comunale, attualmente otto?

Sì, e l’obiettivo, condiviso dalla Conferenza, è di avere cinque regioni con altrettanti Comuni polo. Ciò per creare delle sinergie, non solo per cercare di risolvere i problemi ai quali ho accennato, ma anche per poter mettere le polizie comunali nelle condizioni di garantire il servizio 24 ore su 24, come stabilito dal Regolamento della LcPol. Cosa che adesso in alcune regioni si fatica molto a garantire. Eventuali accorpamenti regionali e altri dossier, come quello delle competenze e delle deleghe da assegnare alle comunali nell’ambito della sicurezza di prossimità, saranno valutati dal neoistituito gruppo di lavoro ‘Polizia ticinese’.

Un gruppo di lavoro che potrebbe rilanciare il tema della polizia unica, che ha diviso fra gli altri il Gran Consiglio?

A me piace la Realpolitik e ho capito che il discorso polizia unica non passerà mai, alla luce di certi arroccamenti. Che però si giustificano dove si assicura un efficace ed efficiente servizio ai cittadini. Oggi non è sempre e ovunque così. Bisogna allora rendersi conto che l’odierna suddivisione del Ticino in otto regioni di polizia comunale è un passo intermedio verso un miglior dispositivo di sicurezza, fondato anche sulla collaborazione fra Polizia cantonale e corpi comunali. Proprio per questo preferisco parlare di Polizia ticinese.