Piattaforma di dialogo Cantone-Comuni

Piattaforma di dialogo Cantone-Comuni

Comunicato stampa

La Piattaforma di dialogo Cantone-Comuni ha tenuto oggi la terza seduta ordinaria del 2020 – la 55. dalla sua costituzione – alla presenza del Consiglio di Stato, accompagnato dal capo della Sezione enti locali, e dei rappresentanti dei Comuni ticinesi.

In apertura della riunione, sollecitato dall’Associazione dei comuni ticinesi (ACT), il Dipartimento della sanità e della socialità ha spiegato i prossimi passi previsti nell’iter dell’iniziativa legislativa dei Comuni sulla revisione transitoria della partecipazione comunale alla spesa cantonale per l’assistenza sociale. In particolare, è stato specificato che sono previste un’audizione degli iniziativisti e la costituzione di un gruppo di lavoro.

L’incontro è proseguito con un aggiornamento dei lavori dei tre gruppi misti creati per gestire la fase di ripartenza dopo la crisi sanitaria (istituzioni, persone fisiche e persone giuridiche). In questo senso, il Dipartimento della sanità e della socialità ha illustrato i risultati della consultazione sul progetto di rendita ponte COVID-19, destinata alle fasce di popolazione particolarmente colpite dalla crisi e alla quale hanno dato seguito 87 Comuni. Entro la fine del mese di settembre sarà presentato al Consiglio di Stato un messaggio governativo con il relativo decreto legislativo urgente.

La Piattaforma ha in seguito discusso lo stato di avanzamento della riforma istituzionale «Ticino 2020». Il progetto è entrato nella seconda fase; nelle prossime settimane i rappresentanti del Cantone e dei Comuni ticinesi parteciperanno a una serie di seminari per analizzare la fattibilità operativa delle proposte di ripartizione di compiti e i nuovi flussi finanziari definiti nella soluzione politicamente sostenibile. Entro il mese di aprile 2021 il Consiglio di Stato riceverà il progetto definitivo, che sarà poi sottoposto al voto del Gran Consiglio nell’autunno successivo. In materia di perequazione intercomunale sulle risorse, invece, sono stati esposti alcuni elementi che la caratterizzeranno.

Il Dipartimento delle istituzioni ha poi informato su alcune novità in materia di riorganizzazione del settore della protezione del minore e dell’adulto. È stato spiegato che nel mese di settembre si procederà con l’avvio di una consultazione sulle modifiche puntuali al Regolamento della legge sull’organizzazione e la procedura in materia di protezione del minore e dell’adulto.

L’incontro ha pure permesso al Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport e al Dipartimento della sanità e della socialità di aggiornare sull’accudimento degli allievi nel caso in cui si debba introdurre lo scenario organizzativo numero 2, che si ricorda prevede lo svolgimento di una parte delle attività in presenza e una parte a distanza. Ai Comuni verrà chiesto prossimamente di verificare le risorse che avrebbero a disposizione per attuare questa variante.

In coda alla riunione è stata rilasciata un’informazione riguardo all’introduzione del nuovo sistema informatico per la pubblicazione elettronica giornaliera del Foglio ufficiale cantonale, che dovrà avvenire al più tardi entro il 1. febbraio 2021.

“Senza aerei da combattimento avremmo un esercito… cieco”

“Senza aerei da combattimento avremmo un esercito… cieco”

“Ci vogliono per mantenere elevata la nostra sicurezza”

Abbiamo ormai ricevuto tutti a casa le buste per le votazioni federali del 27 settembre. Con il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi parliamo oggi di un tema legato alla sicurezza e dunque a un ambito la cui competenza a livello cantonale è proprio assunta dal suo Dipartimento.
Ci riferiamo al credito di 6 miliardi di franchi per l’acquisto dei nuovi aerei da combattimento per l’esercito svizzero. Onorevole Gobbi, perché nel 2020 la Svizzera dovrebbe avere ancora bisogno di velivoli da combattimento?
 “La nostra sovranità, la nostra libertà passano necessariamente dalla possibilità di difenderci e di difendere i nostri beni. L’esercito, in una nazione neutrale come la nostra, assume differenti compiti di protezione della popolazione. Questa protezione può essere definita efficace ed effettiva se vi è la possibilità di difendere anche lo spazio aereo, quella che viene definita in questo contesto la “terza dimensione”, ossia i nostri cieli. Un esercito che non può controllare i cieli è sicuramente un esercito zoppo, o per meglio dire cieco. E allora se pensiamo che gli attuali velivoli Tiger sono fuori gioco e che gli FA/18 nel 2030 termineranno il loro ciclo di vita ben si comprende la necessità di acquistare aerei nuovi, pena rimanere, appunto, orbi, ossia senza protezione aerea nei prossimi anni”. Ma, insistiamo, ne abbiamo proprio bisogno? “La sicurezza – ribadisce il Consigliere di Stato Norman Gobbi – è concepita attraverso un sistema coordinato che comprende diversi attori. Si va dalla Polizia, per passare alle Guardie di confine, ai pompieri, al Servizio ambulanze, alla protezione civile per giungere all’esercito. Come detto l’esercito sarebbe monco senza aerei in grado di proteggere i nostri cieli. Di conseguenza anche tutto il sistema su cui si poggia la nostra sicurezza avrebbe… le ali tarpate. È allora utile ricordare che le Forze aeree svizzere hanno il compito di proteggere e salvaguardare uno degli spazi aerei più complessi del mondo. Situato all’intersezione di due grandi rotte, est-ovest e nord-sud, il nostro spazio aereo è il più denso dell’intero continente europeo. In media, circa 3500 aerei sorvolano la Svizzera ogni giorno. Nel 2019 sono stati registrati circa 1,3 milioni di voli civili e militari. Se la Svizzera vuole garantire la sicurezza del suo spazio aereo e salvaguardare la sua sovranità, una sorveglianza efficace è indispensabile. I nuovi aerei da combattimento sono quindi la risposta al nostro bisogno di sicurezza”, conclude il presidente del Governo Norman Gobbi.

Regioni a rischio: “Non siamo tranquilli”

Regioni a rischio: “Non siamo tranquilli”

Da www.ticinonews.ch
Norman Gobbi commenta la nuova strategia della Confederazione sulla quarantena per chi arriva da Paesi confinanti
Il Consiglio federale ha cambiato metodo. Dei Paesi confinanti potranno essere messe segnalate come a rischio singole regioni senza dover mettere nella lista nera l’intera nazione. Questo ha permesso ieri di imporre a chi viene da tutta la Francia i 10 giorni di isolamento, salvo per chi arriva dalle tre regioni che si appoggiano alla Confederazione.
Una soluzione che non convince fino in fondo il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi: “Il fatto che le zone di confine vengano escluse dalla quarantena non ci pone in situazione di tranquillità, proprio perché lo sappiamo che anche i lavoratori frontalieri non tutti risiedono costantemente nelle zone di confine”, ha dichiarato ieri sera a Teleticino.

“Ci sono anche frontalieri che fanno ritorno al proprio domicilio che è fuori dalle zone di confine. Non abitano regolarmente in Piemonte o Lombardia, ma magari ritornano regolarmente in altre regioni dell’Italia o d’Europa”, ha continuato Gobbi. “Questo evidentemente poi diventa più difficile per noi, anche come autorità di polizia e di sanità, verificare queste situazioni. Si è dato un contentino ai rapporti bilaterali tra Svizzera e paesi confinanti, ma dall’altra parte non si risolve un problema che potrebbe presentarsi qualora ci fossero dei focolai in altre zone, ma poi queste persone si spostano in zone vicine ai nostri confini e quindi svicolano alla quarantena”.

Avreste agito in maniera diversa?
“Personalmente ho segnalato questa problematica alla fase di consultazione fatta dalla Conferenza dei direttori di giustizia e polizia, ma evidentemente era una voce minoritaria rispetto alle altre”.

Sui permessi: ‘Nulla d’illegale’

Sui permessi: ‘Nulla d’illegale’

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 9 settembre 2020 de La Regione

I controlli sarebbero adeguati, la giurisprudenza rispettata nonostante la “scelta politica”

Le centinaia di appostamenti, gli interrogatori fiume, il controllo della temperatura e del frigorifero di casa, perfino la conta delle mutande nel comò: la lista di verifiche su chi chiede un permesso di soggiorno in Ticino – almeno nei casi emersi da un recente servizio di Falò (Rsi) – comprende anche prassi ritenute umilianti e vessatorie da chi le ha subite. A ciò si aggiungeva, fino a qualche tempo fa, la contestazione di vecchi reati riscontrati sul casellario giudiziale: pratica rifiutata dal Tribunale cantonale amministrativo (Tram) che in materia è arrivato ad accogliere quasi metà dei ricorsi e a bacchettare l’amministrazione. Intanto però il numero di ‘no’ alle richieste di permesso è quasi quintuplicato in sei anni, da 192 nel 2013 a 908 nel 2019, anche se la Sezione della popolazione nota come le pratiche siano a loro volta aumentate (più che raddoppiate dal 2002 nel caso di permessi B).
Quanto emerso dal servizio ha suscitato reazioni forti da molti politici locali: interpellanze e interrogazioni sono arrivate da socialisti, liberali, Mps e Verdi. Il Ps parla di “metodi più vicini ad uno stato di polizia che allo stato di diritto”, e chiede l’alta vigilanza sul Consiglio di Stato. Il Plr contesta la “cultura del sospetto” e l’“ingerenza politica nei confronti del Servizio dei ricorsi del Consiglio di Stato”. A preoccupare sono infatti anche le dichiarazioni del direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, che dopo il servizio ha parlato di “scelta politica” rigorista condivisa dall’intero Consiglio di Stato. Siamo al primato della politica – e del potere esecutivo – sul diritto? Ne parliamo direttamente con lui.

Gobbi, cominciamo dalle basi: come si verifica il centro d’interessi di una persona?

Muovendosi su vari fronti: a volte sono le stesse persone che richiedono il permesso ad ammettere di vivere molto più di là che di qua dal confine, cosa che permette di distinguere il frontaliere dal dimorante. Poi, a dipendenza della situazione, talvolta si può anche far ricorso alla lettura dei consumi delle economie domestiche.

Ma in casa molti stanno sempre meno. L’avvocato Paolo Bernasconi ritiene che in tempi di elevata mobilità questo tipo di verifiche si basi su “standard da economia alpestre”, obsoleti e inefficaci.

Eppure li utilizza anche la Città di Bellinzona – non propriamente a guida leghista – per verificare i domicili comunali. Si vede che anche lì ci sono standard da economia alpestre.

I casi riportati da Falò riferiscono di centinaia di appostamenti e controlli su singole persone, con tanto di rapporti fotografici (che almeno uno dei controllati giudica copiaincollati da un giorno all’altro). In assenza di elementi di oggettiva pericolosità, le basi legali per questo tipo di controlli risultano molto deboli: gli articoli 2 e 6 della Legge federale sulla coercizione di polizia paiono consentirli, ma l’Articolo 9 dice che “le misure non devono comportare interventi o pregiudizi sproporzionati rispetto all’obiettivo perseguito”. Siamo allo Stato guardone?

Intanto si tratta di casi isolati che il servizio della Rsi ha presentato in modo parziale e strumentale. Vorrei ricordare che le decisioni negative costituiscono lo 0,8% sul totale delle decisioni emesse, che nel 2019 sono state oltre 113mila. Poi c’è da dire che è il Tram a richiedere una documentazione molto esaustiva sui controlli, in assenza della quale ci contesta informazioni insufficienti in caso di ricorso. Parliamo comunque solo di casi critici, oggetto di segnalazioni – ad esempio da parte delle guardie di confine – che permettono di ipotizzare la residenza fittizia. 

Ci fosse però anche un solo caso nel quale il comportamento della polizia risulta così invadente, non sarebbe già gravissimo? Non dovremmo rivalutare nel dettaglio l’operato della polizia e della Sezione della popolazione?
Non c’è nessun accanimento, a volte sono le polizie comunali a fare controlli motu proprio senza richiesta dell’Ufficio della migrazione. Non si tratta poi di appostamenti di ore, ma solo di passaggi per verificare se c’è in giro qualcuno. Certo, qualche errore può succedere, ma mi pare ingiusto parlare di atteggiamento invadente o discriminatorio.

Le mutande, il frigo: servono molte risorse per tutti questi appostamenti?
No, le risorse sono limitate. La gestione di queste situazioni in generale sono inserite in un mansionario molto più ampio di compiti che l’agente è chiamato a svolgere.

Il Partito socialista ha chiesto di attivare l’Alta vigilanza sul Consiglio di Stato, per fare luce su eventuali abusi.
L’importante è riconoscere che di decisioni illegali il Consiglio di Stato e l’Ufficio della migrazione non ne hanno mai prese. Abbiamo svolto tutti gli accertamenti nel pieno rispetto della legge e non abbiamo neanche mai negato un permesso unicamente per reati bagatellari. Abbiamo solo cercato un’interpretazione più rigorosa nella concessione di permessi a chi ha commesso reati gravi.

Tuttavia lo stesso Tram ha accolto per anni quasi metà dei ricorsi e ha espresso “preoccupazione” per “contenziosi che alla resa dei conti si rivelano inutili e facilmente evitabili”, che finiscono per costituire fino a un quarto di tutte le pratiche che deve sbrigare.
I ricorsi accolti non riguardano tanto le decisioni negative concernenti il centro di vita e interesse del ricorrente – su questi casi i criteri adottati dalla Sezione sono stati più volte confermati dalTram –, quanto piuttosto le questioni di precedenti penali: il Tram ha contestato le ‘negative’ legate a reati – anche gravi e con condanne superiori a un anno – lontani nel tempo. E dopo avere analizzato un numero sufficiente di sentenze, abbiamo adattato la prassi di conseguenza.

Lei ha detto però che l’applicazione della legge come richiesta dal Tram le fa “bollire le busecca” perché troppo permissiva: non è un linguaggio un po’ forte quando si è alla guida del Dipartimento delle Istituzioni? Parliamo di leggi e tribunali.
Ma guardi che le busecca le fa bollire anche a molti stranieri che qui vivono da anni e si comportano onestamente: non penso che tutti gli italiani arrivati qua negli ultimi quaranta o cinquant’anni abbiano precedenti per spaccio, come nel caso di un permesso negato a un imprenditore; e penso che anche a loro dia fastidio la mancata tutela della sicurezza pubblica.

Sì, ma se uno spaccia qualche grammo d’erba a vent’anni, non è detto che a cinquanta sia un pericolo pubblico. E anche il Tribunale federale ha detto chiaramente che il casellario giudiziale – richiesto solo in Ticino – non va contestato per fatti lontani nel tempo.
Però le sanzioni superiori all’anno non riguardano reati così limitati, parliamo di fatti gravi e spesso di recidiva. Se ad esempio si riscontrano ripetuti casi di guida in stato d’ebbrezza, è legittimo preoccuparsi per la pericolosità sociale del soggetto.

Nel suo intervento alla Rsi ha parlato di “chiara scelta politica” e ha spiegato: “Cercavamo un’applicazione molto più rigida nei confronti di una giurisprudenza che in quel momento non condividevamo”. L’esecutivo può subordinare la legge ai capricci della politica?
Non si è subordinata la legge. La si è semplicemente applicata in difesa dell’ordine pubblico e della sicurezza interna, per evitare presenze indesiderate come quelle che in passato hanno messo in cattiva luce proprio l’Ufficio della migrazione per mancanza di strumenti di controllo, e come richiesto da più atti parlamentari. Ora ci troviamo nella situazione kafkiana per cui mi si contesta l’eccesso opposto, chiedendo di tollerare casi che in passato hanno fatto arrabbiare tutti, non solo a destra.

La scelta politica, ha detto alla Rsi, è stata condivisa dal Consiglio di Stato. Però l’esecutivo si pronuncia sui singoli ricorsi: non risultano esplicite prese di posizione di principio.
Quello che intendevo è che nell’ambito della ponderazione dei vari casi, anche in caso di reati gravi pur lontani nel tempo si preferiva un approccio più restrittivo in difesa dell’ordine pubblico.

Il Servizio ricorsi del Consiglio di Stato pare aver sempre avallato le decisioni del suo Dipartimento in ambito di sicurezza pubblica. Ma in nome dell’autonomia dalla politica, non sarebbe meglio avere un Servizio organizzato in tribunale di primo grado indipendente, come in altri cantoni?
È un tema ricorrente anche in materia edilizia, dove però i Comuni hanno chiesto di mantenere una prima istanza amministrativa e non giudiziaria. Il rischio è quello di rallentare il decorso delle pratiche. Quanto all’indipendenza, qui non è stata violata: chiaramente ogni legge può avere diverse interpretazioni, come capita anche in qualsiasi tribunale; sempre naturalmente nel solco della legalità, ben rispettato dai nostri giuristi. Non è corretto inoltre sostenere che il Servizio dei ricorsi non abbia mai cassato decisioni della Sezione.

Quante residenze fittizie accertate ogni anno?
Nel 2019 erano 241, il 26% dei casi di diniego o revoca di un permesso che comportavano la partenza dalla Svizzera del richiedente. Ma questo non significa 241 indagini: a volte come detto basta un colloquio per giungere alle conclusioni.

In passato però è nato il sospetto che non tutti siano uguali: ad esempio alcuni manager della moda che hanno avuto per anni residenze qui, ma sui cui reali centri d’interesse sono sorti molti dubbi. Loro li avete controllati?
Abbiamo avuto diverse discussioni con l’Associazione delle industrie ticinesi e la Camera di commercio su questo tema. È capitato anche di vederci contestati troppi controlli. Di fatto noi trattiamo tutti allo stesso modo, applicando gli stessi parametri in maniera più conforme possibile e a fronte di elementi e segnalazioni oggettive.

Secondo l’avvocato Bernasconi fate ostruzionismo nella speranza che poi, anche se avete torto, la gente non ricorra perché costa tempo e denaro.
L’avvocato Bernasconi si sbaglia. Senza dimenticare che i ricorsi possono essere usati anche al contrario, cioè per allungare i tempi di partenza davanti a crasse situazioni di abuso. A volte siamo anche taumaturgici: dopo anni senza lavoro, alcuni richiedenti lo trovano proprio durante la fase di ricorso, cambiando di fatto la loro situazione e quindi rendendo il ricorso stesso accettabile.

Il Cantone è in calo demografico, anche a causa di un saldo migratorio molto deteriorato. Una politica dei permessi restrittiva non scoraggia ulteriormente chi volesse venire a vivere qui?
Credo che definirla restrittiva con oltre il 99% di richieste accettate sia sbagliato, e che per attrarre professionisti sia importante garantire la sicurezza. In ogni caso non penso che si corregga la curva demografica con l’immigrazione, e non è neanche detto che a livello di popolazione si debba sempre crescere.

Alla Rsi si è schierato esplicitamente contro gli accordi di libera circolazione. Se passasse l’iniziativa dell’Udc, come cambierebbe la gestione dei permessi?
Probabilmente sarebbe possibile fare più controlli ex ante, prima cioè dell’arrivo di stranieri, invece che ex post, come dobbiamo fare ora.

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Da www.ticinonews.ch

https://www.ticinonews.ch/ticino/politica/l-autorita-non-puo-prendere-decisioni-illegali-DB3164467

“L’autorità non può prendere decisioni illegali”
Nell’occhio del ciclone per l’agire dell’Ufficio della migrazione, Norman Gobbi respinge le accuse: “Una gran discussione per pochi casi”

“Se guardo indietro, cinque anni fa abbiamo avuto la stessa tempesta in un bicchier d’acqua. Ogni cinque anni ritorna questo tran tran, ma va bene così. Fa parte anche del gioco politico mettere in discussione una linea di rigore che si fonda comunque sulla legalità. Quanto è stato affermato, che le decisioni sono state illegali, è completamente sbagliato. Perché di decisioni illegali l’autorità non può prenderne”, così Norman Gobbi risponde alle critiche che gli stanno giungendo da più fronti per la vicenda dei controlli di polizia particolarmente invasivi nei confronti di stranieri che chiedono il rinnovo di un permesso o la concessione di uno nuovo, messe in luce giovedì scorso dalla trasmissione Falò. “Nell’ambito della ponderazione degli elementi può essere più o meno rigorosa, la scelta da parte del Dipartimento è quella di essere rigorosi sull’ambito della pubblica, proprio perché in passato lo stesso dipartimento è stato attaccato proprio perché non c’erano abbastanza controlli”, ha spiegato durante Ticinonews su Teleticino.

“La presenza sul territorio attiva dei diritti”
Tra le questioni sollevate dalla trasmissione vi era quella dei moltissimi controlli fatti per stabilire quale sia il reale centro degli interessi di una persona. “Quando a fronte di un verbale, il richiedente il rinnovo di un permesso o la concessione di un permesso dice di essere qui solo saltuariamente, perché dall’altra parte del confine ha proprietà, quindi una casa, ha la famiglia, quindi si reca regolarmente dalla mamma, dalla moglie o dalla compagna, evidentemente bisogna fare le verifiche, proprio perché la presenza sul territorio attiva comunque dei diritti”. In più, ribatte Gobbi, sarebbe stata proprio l’autorità giudiziaria a imporre questo metodo: “Questo ci è stato richiesto anche da parte del Tribunale amministrativo, che in passato quando i controlli sono stati fatti troppo poco o durante un periodo troppo corto sono stati cassati. Quindi l’autorità deve verificare a fronte di una situazione che talvolta può urtare, ma che talvolta tutela il territorio del nostro Cantone”.

Alta vigilanza
Il Partito socialista ha anche chiesto di attivare l’Alta vigilanza sul Consiglio di Stato proprio in merito a questa vicenda. “È una competenza del Gran Consiglio, quindi compete all’Ufficio presidenziale determinarsi su questa richiesta del Partito socialista”, commenta Gobbi. Che sottolinea anche come, secondo lui, si stia facendo tanto rumore per nulla:”Le decisioni negative in materia di stranieri sono meno dell’1% di tutte le decisioni emanate nel 2019, erano lo 0,81%. Di queste un quarto riguardano la dimora fittizia e, poi alla fine, nell’ambito delle decisioni del Tribunale amministrativo nel 2019 erano 55 quelle in cui sono state cassate le decisioni dell’Ufficio della migrazione, questo dimostra come si stia facendo una gran discussione ma la sostanza è ben poca”.

 

 

Il Dipartimento delle istituzioni incontra gli organizzatori di EURO MTB2020 del Monte Ceneri

Il Dipartimento delle istituzioni incontra gli organizzatori di EURO MTB2020 del Monte Ceneri

Comunicato stampa

Venerdì scorso, il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha incontrato gli organizzatori dei Campionati Europei di Mountain Bike del Monte Tamaro per approfondire gli aspetti organizzativi e le misure di protezione legate al Covid-19. La Confederazione ha infatti delegato ai Cantoni la decisione di autorizzare a partire dal 1. ottobre le manifestazioni con più di mille spettatori.

I Campionati Europei di Mountain Bike sono previsti nel Comune di Monteceneri dal 15 al 18 ottobre 2020. Per gli appassionati di Mountain Bike sarà un’occasione preziosa per ammirare le grandi star della disciplina, primo su tutti l’otto volte Campione mondiale e Campione olimpico in carica, Nino Schurter. Dall’incontro è emerso che la  presenza di spettatori superiore alle mille unità sarà consentita, nel caso in cui le misure di protezione definite dagli organizzatori verranno giudicate adeguate dall’Autorità cantonale.

L’obiettivo di questo primo incontro è stato quello di discutere e coordinare i principali aspetti organizzativi di una manifestazione che saprà certamente attirare sui sentieri del Monte Ceneri numerosi appassionati di questa disciplina sportiva all’indomani della comunicazione del Consiglio federale riguardante i Grandi eventi.

La decisione di autorizzare queste tipo di manifestazioni spetta infatti al Cantone. In questo senso il Consiglio di Stato ha istituito uno speciale Gruppo di lavoro.

Oltre al Presidente del Comitato d’organizzazione dei Campionati Europei di Mountain Bike Marzio Cattani, e a Rocco Cattaneo, Presidente dell’Unione Ciclistica Europea, hanno partecipato all’incontro il segretario generale dei Dipartimento delle istituzioni Luca Filippini, che presiede il Gruppo di lavoro, il comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi, il capo della Sezione del Militare e della protezione della Popolazione Ryan Pedevilla e l’aggiunto e sostituto capo Sezione della Circolazione Aldo Barboni. Presente all’incontro anche il Direttore dell’Agenzia turistica ticinese Angelo Trotta per la visibilità che la manifestazione darà al turismo del nostro Cantone. Ora, la palla passa nel campo degli organizzatori. A loro il compito di costruire un evento divertente, entusiasmante, e sicuro. Competenze ed entusiasmo non mancano.

Nelle prossime settimane, a seconda delle necessità, potranno essere convocate altre riunioni per definire ulteriori dettagli.  

“Le partite con la mascherina? Facciamolo con responsabilità”

“Le partite con la mascherina? Facciamolo con responsabilità”

Ci vorrà la massima collaborazione e responsabilità da parte di tutti gli spettatori e tifosi. Solo così si potranno portare avanti le grandi manifestazioni, in particolare le partite di hockey e di calcio, in un sistema di autorizzazioni e controlli che vedrà il Cantone fortemente coinvolto”. Così esordisce il Consigliere di Stato Norman Gobbi, all’indomani delle direttive fissate dal Consiglio federale sull’organizzazione degli eventi con più di mille persone a partire dal prossimo 1. Ottobre. “L’autorità federale ha fissato i margini all’interno dei quali dovranno lavorare le società, gli organizzatori di grandi eventi culturali e popolari. I Cantoni dovranno autorizzare tutti questi eventi, nonché controllare che le cose funzionino nei modi previsti”. Ma in concreto come farete? “Abbiamo istituito uno speciale gruppo di lavoro, presieduto dal segretario generale del Dipartimento delle istituzioni, composto da tutte le parti coinvolte. Sarà questo gruppo voluto dal Consiglio di Stato a esaminare quanto si svolge in Ticino per eventi che possono avere più di mille partecipanti”. Ma un ruolo importante lo dovranno avere anche gli organizzatori, pensiamo alle società dello sport d’élite. “Esatto. Credo che la decisione di Berna di permettere partite con la presenza di due terzi degli spettatori rispetto alla disponibilità di posti seduti abbia voluto garantire un numero di persone tale da far sopravvivere le squadre professionistiche. Non sarà facile, anche perché le condizioni sono severe. Per questo occorre che ci sia una disponibilità accresciuta dei tifosi. L’accesso, il deflusso, il modo di assistere alle partite cambierà. Tutti dovranno avere la mascherina. E il Cantone, assieme alle società, dovrà vegliare che tutto proceda per il meglio, in particolare per quanto riguarda la possibilità di tracciamento dei presenti. Inoltre bisognerà essere attenti all’evoluzione di questo virus che, come abbiamo visto per il caso della discoteca nel Mendrisiotto, è ancora presente”. Una nuova normalità impegnativa da trovare per tutta la collettività… “È un tema che si propone a livello mondiale. Per arginare il virus bisogna mantenere alta la guardia. In Svizzera e in Ticino passo dopo passo cerchiamo di fare il meglio, tra necessità, appunto, di normalità, e bisogno di controllo sanitario. È una sfida globale, che ognuno di noi è chiamato ad affrontare individualmente, con responsabilità”, conclude il presidente del Governo ticinese Norman Gobbi. 

 

Grandi eventi, le reazioni

Grandi eventi, le reazioni

Da www.rsi.ch/news
La decisione del Consiglio federale salutata con favore in Ticino dalla politica e dallo sport, restano dubbi per festival e concerti

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Grandi-eventi-le-reazioni-13375488.html

Dal primo di ottobre, a determinate condizioni, in Svizzera si potranno svolgere le manifestazioni con oltre mille persone. Lo ha deciso il Consiglio federale stando al quale per le partire di calcio e hockey saranno autorizzati unicamente posti a sedere, al massimo 2/3 di quelli disponibili, e sarà adottato l’obbligo dell’uso della mascherina.
“Queste decisioni vanno oltre quelle che erano le aspettative iniziali. Perché il testo messo in consultazione parlava del 50% per gli stadi al chiuso e del 2/3 per quelli all’aperto, ma non menzionava le manifestazioni all’aperto come le gare di sci o il ciclismo”, commenta il presidente del Consiglio di Stato ticinese Norman Gobbi.
“Sicuramente è stato dato seguito anche a diverse indicazioni giunte dai cantoni. Anche se su alcuni aspetti, e penso alle prese di posizione dei colleghi della sanità, c’era ancora più prudenza rispetto alle posizioni comunicate oggi. E quindi penso che si sia dato una risposta positiva a favore dello sport e dei grandi eventi di carattere culturale”, conclude.
In Ticino si è già proceduto a creare un gruppo ad hoc che si occuperà di gestire le richieste di autorizzazione per i grandi eventi nel cantone.

Club ticinesi soddisfatti
Le indicazioni arrivate da Berna sono state accolte con soddisfazione dai grandi club sportivi ticinesi. Secondo Michele Campana, direttore del Lugano calcio, si tratta di un buon compromesso e sarebbe stato difficile ottenere qualcosa in più. La lega hockey aveva chiesto di poter occupare tutti i posti a sedere, ma i due terzi sono comunque un passo nella giusta direzione secondo i club. Filippo Lombardi, presidente dell’Ambrì Piotta, conta che si possa trovare un accordo con il cantone per usare al massimo la capacità autorizzata. Per Marco Werder, CEO dell’HCL, si tratta di un buon inizio, ma bisognerà iniziare a trasformare le curve in posti a sedere per avere una disponibilità maggiore.

Incertezza su concerti e festival
Gli organizzatori di grandi eventi come concerti e festival hanno invece reagito in modo diverso. A Lugano è naufragata l’idea di un’edizione invernale di Estival Jazz. Il direttore artistico Jacky Marti sottolinea le incognite sugli spazi attorno a quello organizzato per la manifestazione. Blues to Bop non è stato cancellato, ma proposto in versione più contenuta e una variante ridotta non è da escludere per l’anno prossimo. In questo caso ci sono dubbi a livello di sponsor e artisti. Più fiduciosi i responsabili di Moon&Stars, che hanno già presentato il programma per il prossimo luglio. Per quando riguarda i grandi carnevali si aspetta la risposta definitiva del Consiglio di Stato.

Più spazio per i ristoranti
Le misure contro il coronavirus restano in vigore anche per la ristorazione. Per questo Gastroticino ha chiesto a comuni e cantone di avere la possibilità di avere a disposizione maggiori spazi pubblici, come durante l’estate. Per il presidente Massimo Suter non è solo una questione economica ma anche una questione di immagine per le città. I grandi eventi in piazza non ci saranno e quindi sarà compito degli esercenti animarle e renderle attrattive.

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Da www.ticinonews.ch

“Paletti più larghi di quelli che ci aspettavamo”
Il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi sulle decisioni prese a Berna per i grandi eventi e lo sport: “Non ci si può comportare come prima all’interno dello stadio”

Dal primo di ottobre, a precise e severe condizioni, si potranno tenere manifestazioni con oltre mille persone in Svizzera. Per le partite di calcio e hockey dei professionisti saranno autorizzati unicamente posti a sedere – al massimo 2/3 di quelli disponibili – e vi sarà l’obbligo della mascherina. Per ogni appuntamento con oltre 1000 persone si dovranno presentare piani di protezione soggetti a severe prescrizioni che dovranno essere autorizzati dai Cantoni. Quest’ultimi avranno quindi la competenza per autorizzare manifestazioni sportive o di altra natura, e pure pronunciarsi eventualmente su regole più restrittive.
Per avere un parere sulle ultime decisioni prese dal Consiglio federale, i colleghi di Teleticino hanno intervistato il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi.

“Le decisioni fanno finalmente chiarezza su come l’autorità federale permette agli organizzatori di grandi eventi di poterli svolgere” commenta Gobbi. “Da un lato c’è stato un aumento delle capacità degli stadi o dei luoghi chiusi, passando da un 50% ai due terzi per gli stadi aperti. Questo è favorevole ai club, ma richiederà comunque degli oneri non indifferenti agli organizzatori. Penso ad esempio ai nostri stadi di hockey nel commutare la zona spalti in zona tribune e di fare implementare dei piani di protezione sulla gestione dei flussi delle persone in accesso e uscita dagli stadi”.

In passato avete detto che potevano esserci molti rischi. Alla luce della decisione odierna si poteva essere più prudenti oppure questa riapertura è giustificata?
“La preoccupazione c’è sempre perché non vogliamo rivivere quanto vissuto all’inizio di quest’anno. Dall’altra parte però c’è anche una gran voglia della popolazione di tornare a questa nuova normalità proprio perché ci si recherà al teatro o allo stadio mettendo la mascherina e comportandoci in maniera più disciplinata. Questo richiede uno sforzo a tutti perché l’obiettivo è permettere lo svolgimento di questi grandi eventi. Il comportamento del singolo è decisivo per continuare su questa linea: un comportamento sbagliato potrebbe annullare tutti gli eventi”.

Si parla di misure severe che i club dovranno adottare, cosa vuol dire?
“I piani di protezione sono importantissimi. Li abbiamo già discussi con i club durante l’estate, dando loro i paletti che già il Consiglio di Stato intendeva dare. Ora si tratterà di declinarli su ogni singola infrastruttura. Non ci si potrà comportare come prima all’interno dello stadio, non ci si potrà alzare e muoversi liberamente come prima, proprio perché ogni singolo contatto in più con chi ho vicino di posto rischia di aumentare il numero dei contatti in caso di positività. Il Consiglio federale ha posto al centro anche la capacità dei Cantoni di garantire il contact tracing, su questo siamo pronti ma l’obiettivo è di gestire assieme con organizzatori, autorità cantonali e comunali, frequentatori di eventi, in modo da poter permettere lo svolgimento corretto di queste manifestazioni”.

Da oggi la competenza decisionale passa ai Cantoni. Qualche settimane fa aveva detto che l’obiettivo era quello di trovare una linea comune con tutti gli altri Cantoni per non avere differenze sostanziali. È cambiato qualcosa?
“Sin dall’inizio della crisi i Cantoni sono chiamati ad applicare come organi esecutori le direttive federali e verificare che vengano rispettate da chi organizza o si comporta in maniera corretta sul territorio. L’aspetto di coordinamento sarà importante perché oggi ci sono alcuni paletti, ma mancano alcuni dettagli. Aspettiamo il rapporto esplicativo del Consiglio federale per capire se ci sono gli elementi per garantire già oggi un’uniformità d’applicazione di queste normative tra i Cantoni. L’obiettivo è evitare che a Lugano o a Davos vi sia differenza di applicazione. Questo anche per rispetto nei confronti degli organizzatori che devono essere trattati in modo uguale”.

Avete parlato molto con le società sportive. Quanto deciso oggi da Berna riesce a rispondere alle esigenze dei club sportivi?
“Sì, perché la paura era che con un 50% non si riuscisse a garantire quell’economicità del finanziamento dell’evento. Le infrastrutture oggi sono limitate, alcune più predisposte e altre meno, gli investimenti che dovranno essere fatti saranno comunque importanti. Commutare gli spalti in tribuna sono investimenti provvisori che richiedono sforzi. Tutto dipenderà da come gli spettatori e tifosi si comporteranno per garantire una riuscita corretta delle manifestazioni”.

Come dobbiamo aspettarci lo sport?
“Queste misure richiederanno maggior disciplina e minor libertà all’interno dello stadio. Non ci si potrà alzare liberamente. Magari verrà consegnata al posto la consumazione. Si dovrà portare sempre la mascherina, non ci si potrà alzare. Queste sono limitazioni che contrastano un po’ con la nostra concezione. Dall’altra parte è la necessità e il compromesso per poter svolgere questi grandi eventi che hanno bisogno di regole chiare, gestire il virus insieme significa anche limitare i nostri comportamenti”.

 

“Paletti più larghi delle aspettative”

“Paletti più larghi delle aspettative”

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 3 settembre de La Regione

«Non siamo al 100% dell’occupazione inizialmente auspicata, ma con il 66% almeno abbiamo tolto quella discriminazione che sembrava esserci nei confronti di altre discipline sportive», dice invece da Lugano il Ceo Marco Werder. «Siamo tuttavia felici di sapere che grazie al nostro concetto di protezione i tifosi potranno andare allo stadio e seguire una partita in sicurezza».

Molti tifosi, ma non proprio tutti… «Diciamo che al momento attuale siamo ancora in zona verde, quindi riusciamo a garantire le partite ai nostri abbonati. Anche perché, è naturale, l’effetto Covid s’è fatto sentire: c’è quindi ancora un po’ di capacità, di cui vedremo cosa fare nelle prossime settimane. Certo, però, fa male sapere di avere uno stadio da 7’200 posti e dopo la trasformazione provvisoria delle curve (provvisoria, ripeto) che aumenterà i posti seduti a 5’000, potremo accogliere sole 3’300 persone».

E se improvvisamente la situazione dovesse migliorare? «Se capitasse, oppure se dovesse arrivare sul mercato il vaccino, mi auguro che tale condizione venga rivalutata immediatamente. Nell’attesa cominciamo a organizzarci bene, con questi cinquemila posti a sedere che dobbiamo ancora trasformare, in una situazione ben lungi dall’essere risolta e che causerà costi e minori entrate».

A proposito di spese: l’aumento temporaneo dei seggiolini chi lo pagherà? «È un costo che verrà diviso tra noi e la Città di Lugano».

Intanto si può dire che la decisione odierna cancella i timori di chi, dopo le indiscrezioni del Tages Anzeiger, ipotizzava un ulteriore rinvio dell’inizio stagionale? «I paletti messi da Berna sono più larghi di quanto ci si aspettava». È cautamente soddisfatto il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi dopo aver appreso delle condizioni imposte da Berna per poter autorizzare le manifestazioni con più di mille persone. Soddisfazione anche perché «le decisioni del Consiglio federale sono andate oltre quanto posto in consultazione. Attendiamo da Berna ulteriori indicazioni per garantire un’applicazione più uniforme delle misure, soprattutto per quanto riguarda l’evoluzione epidemiologica» aggiunge Gobbi da Lugano, dove si trovava in occasione della giornata del Presidente ticinese. Pur essendo doloroso per il mondo dello sport, questo «è il compromesso che serviva per riuscire a far partire i campionati». Che quest’anno «saranno un po’ alla nordamericana: tutti seduti e, verosimilmente, con qualcuno che passerà a distribuire bibite e cibo tra i seggiolini, anche se questa misura va ancora discussa con i club. I tifosi dovranno fare uno sforzo per adattarsi».

Punto fondamentale per autorizzare eventi con più di mille persone è la capacità di ogni Cantone di assicurare un ‘contact tracing’ efficace in caso di focolaio. Per riuscirci, il Ticino richiamerà in servizio la protezione civile e verrano formate ulteriori persone. Ma se un tifoso si scoprisse positivo, quanti poi andrebbero in quarantena?, chiediamo. «Dipenderà dalle valutazioni dell’Ufficio del medico cantonale», conclude Gobbi.

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Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 3 settembre 2020 del Corriere del Ticino

«Sarà un ambiente nordamericano»
Il presidente del consiglio di Stato Norman Gobbi: «Oneri importanti per le società sportive»

«Che sport sarà? Un po’ alla nordamericana, con spettatori più calmi e forse meno passionali». Norman Gobbi lo sa bene: calcio e hockey, con tali restrizioni, non saranno gli stessi. «Gli obblighi di rimanere seduti e di indossare la mascherina limiteranno il tifoso, certo, ma queste misure erano il compromesso per far ripartire i campionati. Un compromesso che sarà doloroso per lo sport, fatto com’è di prestazioni ma anche e forse soprattutto di emozioni. I paletti posti dal Consiglio federale sono comunque più larghi di quelli che ci si aspettava. Un passo nella direzione dei club, anche se tutto dipenderà dall’evoluzione della pandemia. Tengo comunque a sottolineare che le società sportive avranno oneri importanti: penso alla gestione dei flussi in entrata e in uscita dagli impianti, così come al controllo degli spettatori durante le partite». Fondamentale sarà il sistema del contact tracing cantonale. Ancora il presidente del consiglio di Stato: «Abbiamo buona capacità di personale, penso in particolare ai militi della Protezione civile già formati. Fondamentale sarà comunque il rispetto minuzioso dei piani di protezione».

 

Un weekend intenso per la Centrale comune d’allarme (CECAL)

Un weekend intenso per la Centrale comune d’allarme (CECAL)

Comunicato stampa

Le forti piogge del fine settimana hanno messo a dura prova territorio, abitati e strade ticinesi. In quest’ambito la Centrale comune d’allarme (CECAL) è stata sottoposta ad un’intensa attività per rispondere a oltre 4’000 richieste della popolazione, giunte al 117 e al 118, e per coordinare i numerosi interventi derivanti dal maltempo, che hanno visto all’opera Polizia, Pompieri e Protezione civile. Alle chiamate in entrata bisogna pure aggiungerne 789 in uscita. La CECAL ha saputo far fronte alla situazione anche perché, viste le previsioni, era già stato rinforzato il personale. Tutte le postazioni di lavoro erano infatti occupate da un operatore con la possibilità da parte del sistema di aiuto alla condotta di poter far fronte a 50 chiamate in simultanea. Un limite sistemico che, all’apice degli eventi meteorologici, è stato superato, non consentendo la risposta ad alcune chiamate degli utenti. Una ventina di chiamate sono state invece deviate oltre Gottardo per poi essere reindirizzate alla CECAL. Gli interventi segnalati alla Centrale sono stati 370 in totale, con casistica suddivisa in particolare in allarmi acqua, allarmi, eventi naturali ed inquinamenti. Ulteriori interventi sono stati inoltre richiesti dalla popolazione direttamente nei luoghi toccati. La situazione meteo straordinaria ha permesso di testare con successo l’integrazione del 118 presso la CECAL, implementata lo scorso mese di luglio. Come per ogni evento di carattere straordinario, il primo di questa portata dall’introduzione del nuovo sistema di condotta, nel corso di questa settimana verrà fatta una prima valutazione dettagliata, alfine di migliorare ulteriormente gli aspetti tecnici. 

 

 

“Gettate le basi per l’ospedale di Bellinzona e l’uso dell’Infocentro”

“Gettate le basi per l’ospedale di Bellinzona e l’uso dell’Infocentro”

“Un lavoro certosino, esempio di buona politica”

Due piccioni con una fava, si potrebbe dire, dopo l’incontro di questa settimana che ha permesso di consolidare le basi affinché il Cantone entri in possesso del terreno ai Saleggi su cui sorgerà il futuro ospedale Regionale di Bellinzona e dell’Infocentro di Pollegio che verrà messo a disposizione per scopi di interesse pubblico cantonale. “Addirittura i piccioni presi con una fava sono quattro – afferma il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi,- perché con questa operazione permettiamo pure la rinaturalizzazione di un tratto del fiume Ticino inserita in un progetto di valenza federale e la realizzazione a Pollegio di una piazza d’istruzione dell’esercito”.

Ci spieghi il passo compiuto nell’incontro di mercoledì scorso. “Si tratta di un’operazione che coinvolge molti attori con il duplice scopo principale di acquisire il terreno necessario per la realizzazione del futuro ospedale Regionale di Bellinzona e il salvataggio dell’Infocentro, la struttura di Pollegio realizzata da AlpTransit Gotthard nell’ambito della costruzione del tunnel di base del San Gottardo. Quale corollario si aggiungono i lavori di rinaturalizzazione del Ticino e la costruzione della piazza d’istruzione a Pollegio. Siamo riusciti, grazie all’ottimo lavoro dei miei funzionari attivi alla Sezione del militare e della protezione della popolazione e in particolare del capo Sezione Ryan Pedevilla, a mettere attorno allo stesso tavolo tre Dipartimenti (oltre al DI, anche il DT e il DSS), la Città di Bellinzona, il Comune di Pollegio, armasuisse, proprietaria dei terreni ai Saleggi, Alptransit Gotthard AG, proprietaria dell’Infocentro, l’EOC che dovrà realizzare l’ospedale e il consorzio correzione fiume Ticino”. Ma in pratica di cosa si tratta? “L’esercito, che ha alcune attività ai Saleggi ed è proprietario dei terreni, permuterà quell’area con un terreno di AlpTransit a Pollegio dove sorge l’Infocentro. Il Cantone acquisterà i terreni ai Saleggi e l’Infocentro, struttura che per come è realizzata non entra negli interessi di armasuisse. Ai Saleggi di Bellinzona potrà così sorgere, se tutto procederà come nelle intenzioni, il nuovo ospedale Regionale, mentre l’Infocentro sarà messo a disposizione per scopi di interesse pubblico cantonale, sotto la competenza del Dipartimento delle istituzioni”.

“In un momento che ci vede in difficoltà a causa del coronavirus e delle sue conseguenze – sottolinea il Consigliere di Stato Norman Gobbi – ritengo quanto sin qui fatto in questo ambito davvero notevole. Abbiamo dimostrato che non manca la capacità di trovare soluzioni, ma pure la voglia di guardare a un arco temporale più lungo. Un esempio di buona politica. Gli scogli che si sono dovuti superare sono stati numerosi, ma gli obiettivi finali – costruzione del futuro ospedale e salvataggio dell’Infocentro, rinaturalizzazione del tratto lungo il fiume Ticino e nuova piazza d’istruzione dell’esercito – sono sempre stati al centro degli interessi di tutti. Ciò ha portato a una condivisione e a una collaborazione davvero molto buone. Anche se mancano ancora alcuni passi decisivi, in particolare legati alle decisioni politiche che dovranno venir prese dal Parlamento cantonale e dal legislativo della Città di Bellinzona, oggi abbiamo delineato una strada chiara e percorribile. Averlo fatto in questo particolare momento credo debba essere un esempio virtuoso da rimarcare”, conclude il presidente del Governo Norman Gobbi.