Incontro tra il DI e gli Uffici di conciliazione in materia di locazione

Incontro tra il DI e gli Uffici di conciliazione in materia di locazione

Il 20 marzo scorso ha avuto luogo l’incontro tra il Dipartimento delle istituzioni e gli Uffici di conciliazione in materia di locazione. Un primo appuntamento voluto dal Dipartimento e teso a discutere questioni di interesse comune. In particolare, sono stati tematizzati l’evoluzione dell’attività degli Uffici di conciliazione in materia di locazione negli anni nonché il ruolo del Dipartimento, e per esso della Divisione della giustizia, quale autorità di vigilanza del settore. Un incontro che s’inserisce nella politica di rafforzamento delle relazioni istituzionali tra il Dipartimento e i suoi principali partner di riferimento.

All’incontro, introdotto dal Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, hanno preso parte, oltre alla Direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti e ai giuristi della Divisione Paola Locarnini e Luca Giudici, i Presidenti e i Segretari degli undici Uffici di conciliazione in materia di locazione presenti sul territorio cantonale e suddivisi su base regionale.

Obiettivo principale dell’incontro era quello di stabilire un contatto diretto tra gli Uffici e il Dipartimento delle istituzioni, autorità di vigilanza del settore. Dopo aver approfondito l’evoluzione dell’attività degli Uffici e discusso le tendenze degli ultimi anni, l’attenzione è stata posta sul ruolo di vigilanza del Dipartimento, e per esso della Divisione della giustizia, competente per l’esecuzione delle disposizioni concernenti l’attività e il funzionamento degli Uffici. Oltre agli aspetti di carattere operativo, particolare rilevanza ha rivestito l’ambito legato alla formazione, che il Dipartimento si occuperà di promuovere in favore degli attori facenti parte del settore.

L’incontro di martedì costituisce il primo tassello di un rapporto costante che il Dipartimento delle istituzioni, e per esso la Divisione della giustizia, intende istituire con i rappresentanti degli Uffici di conciliazione in materia di locazione, in modo da rafforzare il proprio ruolo quale autorità di vigilanza del settore. Un tassello che s’inserisce nella politica generale di rafforzamento delle relazioni tra il Dipartimento delle istituzioni e i suoi principali partner di riferimento – tradottasi ad esempio negli incontri regolari tra il Dipartimento e i rappresentanti della Magistratura –, volta ad accrescere il dialogo e la collaborazione istituzionale a beneficio infine della qualità del servizio reso al cittadino.

 

«Pirata» l’inseguimento continua

«Pirata» l’inseguimento continua

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 22 marzo 2018 del Corriere del Ticino

Gobbi vuole il divieto d’entrata in Svizzera per l’automobilista condannato in Ticino. Intanto la Procura di Stoccarda contesta la mancata applicazione della pena elvetica

Per alcuni è un caso che incomprensibilmente sta diventando un affare di Stato, per altri una battaglia sul principio che va portata fino in fondo. Di certo ha tutte le caratteristiche di un inseguimento quello messo in atto dal Cantone nei confronti dell’automobilista tedesco che un anno fa era stato condannato in Ticino in contumacia a trenta mesi di carcere, di cui dodici da scontare, per aver superato una decina di auto nel tunnel del Gottardo, essere fuggito dalla polizia ed essere sfrecciato a più di duecento all’ora in autostrada. Dopo la notizia che il Tribunale di Stoccarda ha respinto la richiesta del Ticino di applicare in Germania la pena decisa nei confronti del quarantaduenne (un anno di carcere) dato che in base alla legge tedesca questo genere di reati non è punibile con la detenzione ma solo con una multa (che comunque non è stata inflitta: quello dei giudici tedeschi era solo un ragionamento teorico) il consigliere di Stato Norman Gobbi ha pubblicato un vero e proprio sfogo sulla sua pagina Facebook. «In Svizzera il pirata della strada tedesco non l’ha fatta franca! Anche se in Germania non dovrà scontare nessun giorno di galera, da noi non resterà impunito. Dopo essere stato condannato dalle autorità giudiziarie ticinesi, negli scorsi mesi i servizi del mio Dipartimento si sono mossi su più fronti. Da una parte abbiamo emesso il divieto di circolazione e dall’altra abbiamo richiesto a Berna il divieto d’entrata nel nostro Paese. Inoltre abbiamo domandato all’Ufficio federale di giustizia di intervenire per chiedere alla Germania di applicare l’esecuzione della pena inflitta in Svizzera. Quello che è certo è che il signore non potrà più sfrecciare come un folle sulle nostre strade». Gobbi quindi – che si era esposto in prima persona contro il conducente teutonico dopo che questi aveva preso in giro pubblicamente le autorità elvetiche – ha voluto fissare alcuni paletti, come a dire: non l’ha passata liscia del tutto. A Stoccarda, intanto, la Magistratura ha inoltrato un ricorso contro la decisione di non applicare la condanna ticinese. Sul caso dovrà esprimersi la Corte d’appello. Sul caso però si stanno esprimendo anche molti nostri lettori e i pareri sono discordanti. Alcuni ritengono troppo severe le pene svizzere e preferiscono il sistema tedesco, altri parlano di sconfitta e di presa per i fondelli delle autorità elvetiche, altri ancora lanciano provocazioni: «Speriamo si riesca a fare qualcosa – leggiamo su Facebook – Attualmente il messaggio sembra questo: se commetti un’infrazione grave in Svizzera, scappa all’estero che la passi liscia».

Bisognava evitare la collusione

Bisognava evitare la collusione

Articolo apparso sull’edizione di mercoledì 21 marzo 2018 de La Regione

Il magistrato inquirente spiega che l’operazione ha peraltro consentito di trovare nelle abitazioni di alcuni indagati un tirapugni, bastoni e fumogeni

«Sembrava un blitz antiterrorismo. Un intervento esagerato e sproporzionato. Più che altro dimostrativo per propagandare misure, come la custodia di polizia, che si vorrebbero introdurre» anche in Ticino. Lo sostiene (vedi ‘laRegione’ di venerdì 16) l’avvocato Costantino Castelli, patrocinatore dei 13 tifosi biancoblù prelevati dagli agenti all’alba di mercoledì 14 nelle rispettive abitazioni, portati in Centrale e interrogati in veste di indagati per le violenze scoppiate il 14 gennaio alla Valascia a margine dell’incontro Hcap-Losanna. Anche Gioventù Biancoblù in un comunicato parla di azione “spropositata viste le accuse di sommossa, travisamento del viso, violenza, lancio di oggetti, legge sugli esplosivi”. Tirato in ballo, il consigliere di Stato Norman Gobbi, capo del Dipartimento istituzioni, ha negato di aver messo il naso nell’inchiesta. Competenti, ha aggiunto, sono Ministero pubblico e Polizia cantonale.

«Confermo», spiega alla ‘Regione’ il procuratore capo Nicola Respini, titolare delle indagini: «Quanto ho concordato con la polizia poggia sull’attuale Codice di procedura penale e su precise necessità d’inchiesta. Non abbiamo inventato nulla né improvvisato, né si è trattato di un’azione dimostrativa. Semmai preventiva, visto quanto trovato in talune abitazioni. Considerate le circostanze, ritengo che l’intervento non sia stato affatto sproporzionato».

‘Comunicano su chat e WhatsApp’

Da una parte, specifica il magistrato, va considerato l’elevato numero di indagati (17) che gli agenti non hanno potuto fermare al momento dei fatti – perché impegnati a separare le tifoserie e a ristabilire l’ordine – e ai quali si è giunti in base ai filmati: «Quando sono pochi solitamente vengono convocati in polizia inviando loro una lettera. Risultato? Molto spesso, essendo in contatto fra loro e circolando la voce relativa alla convocazione, concordano prima la versione da fornire agli agenti». Che questo accada «è noto e se n’è avuta prova anche in questo frangente: dopo i primi quattro fermi, e diverse ore prima che venisse divulgata la notizia dagli inquirenti tramite comunicato stampa, sulle loro chat e gruppi WhatsApp è iniziata a circolare la notizia». Tanto che uno degli indagati si è reso irreperibile, per poi presentarsi spontaneamente in Centrale. Da qui – sottolinea il procuratore – la necessità d’intervenire con una modalità «tale da evitare il pericolo di collusione e inquinamento delle prove». In tal senso – aggiunge – va recepita anche la perquisizione delle abitazioni: «Volta a ricercare oggetti potenzialmente affini alla violenza negli stadi, ha permesso di scoprire un tirapugni, bastoni e fumogeni». A far discutere è stata anche la decisione di registrare le impronte digitali e prelevare materiale per gli esami del Dna. «Dopo gli scontri del 14 gennaio – risponde il procuratore – sul posto sono rimasti oggetti di vario tipo che le tifoserie hanno scagliato contro gli avversari e gli agenti. C’era di tutto, anche girelli contapersone in metallo lanciati contro la polizia, quindi non per difendersi da un attacco dei tifosi avversari, come qualcuno ha dichiarato. Peraltro una donna lucernese è stata ustionata da un fumogeno. Ora, per stabilire le singole responsabilità e colpe, e formulare le giuste proposte di pena, è necessario sapere con esattezza chi ha fatto cosa e dove. Esercizio non facile, avendo tutti agito a volto coperto. Da qui la necessità di procedere anche con impronte e Dna».

‘Sono stati collaborativi’

L’avvocato Castelli contesta, Gioventù Biancoblù contesta. E i singoli indagati? «Si sono comportati bene, sono stati collaborativi, hanno rinunciato al diritto di farsi assistere da un avvocato, non hanno fatto obiezioni né avanzato lamentele», risponde il pp Respini: «Anche le perquisizioni in casa si sono svolte senza problemi». Quanto ai quattro indagati assenti su 17 (tre si trovavano Oltralpe e uno in ospedale), «i familiari hanno prestato la massima collaborazione fornendo subito i recapiti».

Interpellanza in Consiglio di Stato

Le modalità dell’operazione sono anche oggetto di un’interpellanza inoltrata ieri al Consiglio di Stato dai deputati Sara Beretta Piccoli e Paolo Peduzzi (Ppd e Gg).

“Per quale motivo la polizia ha ritenuto necessario fare irruzione, alle 6 del mattino, in casa delle persone sospettate di partecipazione ai tafferugli?” chiedono i due deputati: “Non era possibile procedere con una semplice convocazione, come è stato fatto con i sospettati non reperiti a casa?”.

Beretta Piccoli e Peduzzi chiedono inoltre se il prelievo del Dna e delle impronte digitali era necessario, quale lo scopo dell’esame e il costo, come pure quello dell’intera operazione. “È vero che le persone convocate, sono state fotografate prima dell’inizio della partita, che secondo le autorità stesse era ritenuta di rischio medio?”, domandano. “Se sì, questa è la normale prassi adottata per le partite a rischio medio? E quale per quelle ad alto rischio?”, si legge nell’interpellanza. “Come mai nella stessa serata nessuno dei tifosi vodesi è stato identificato?”.

Dibattito La giustizia che cerca la svolta

Dibattito La giustizia che cerca la svolta

Articolo apparso sull’edizione di mercoledì 7 marzo 2018 del Corriere del Ticino

A Piazza del Corriere le sfide e le priorità per l’apparato giudiziario e il futuro timoniere del Ministero pubblico Andrea Pagani: «Precedenza ai reati finanziari, la politica sia ricettiva» – Norman Gobbi: «Il dialogo non manca»

Che volto avrà la giustizia che verrà? Sicuramente, dal 1. luglio, quello di Andrea Pagani, futuro procuratore generale e ospite ieri sera a Piazza del Corriere su TeleTicino. Una puntata, quella moderata dal caporedattore del Corriere del Ticino Gianni Righinetti, che ha cercato di sviscerare le strategie e soprattutto le necessità dell’apparato giudiziario cantonale. «Dove vogliamo arrivare? Il problema attuale del Ministero pubblico risiede nella sezione dei reati economico-finanziari» ha sottolineato Pagani, annunciando «una riunione tra le parti coinvolte nelle prossime settimane». E in tal senso il futuro pg ha lanciato un «appello alla politica, affinché nei prossimi mesi si dimostri ricettiva a delle eventuali richieste di ulteriori mezzi che dovessero giungere dalle analisi del Ministero pubblico». Riprendendo le parole del procuratore generale uscente John Noseda, Pagani ha infatti confermato come quelli nel settore dei reati finanziari «siano investimenti e non spese, con la possibilità di bloccare averi patrimoniali dei quali, in caso di confisca, potrebbe beneficiare anche lo Stato».

Una prima sollecitazione raccolta in parte dal direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi: «A Pagani spetterà il compito, grazie al cruciale lavoro di squadra, di dare degli accenti maggiori dove necessari, e penso alla malaeconomia. Voglio però precisare che il Governo e Dipartimento hanno già fornito risposte concrete, mettendo a disposizioni sei analisti in più e un ulteriore segretario giudiziario per un caso specifico. A dispetto di ciò che talvolta appare, il dialogo dunque c’è». Sempre in merito, e per sottolineare la posta in palio, l’avvocato Edy Salmina ha però ammonito: «Ma in gioco c’è molto di più, e cioè l’integrità e la competitività della piazza economica ticinese. Dobbiamo evitare che un’economia di mercato si trasformi in un’economia di sottobosco».

Per far sì che la Procura intervenga in tempi celeri, a Palazzo di giustizia andranno ad ogni modo prese anche decisioni di tipo organizzativo. «Viene enfatizzato eccessivamente il concetto di squadra, in contrasto con quella che è la missione solitaria e in piena autonomia dei procuratori pubblici» ha affermato in merito l’avvocato Renzo Galfetti. Per poi mettere sul tavolo criticità e possibile soluzione: «Il problema di fondo riguarda le persone. Ecco perché è determinante intervenire nella selezione iniziale, istituendo il sacrosanto periodo di prova per i nuovi procuratori». Detto fatto, Righinetti ha sottoposto la richiesta al futuro procuratore generale. E pronta è stata la risposta di Pagani: «Dico no al periodo di prova, perché consisterebbe in un paletto temporale arbitrario. Dopo un anno si possono aver già fatto piccoli disastri». Per questa ragione, oltre che annunciare la volontà di introdurre una sorta «di scuola interna per i nuovi coordinata dal pg e dai suoi sostituti», Pagani ha individuato un’altra via: «Serve una grossa selezione iniziale, ma non tramite un test psicologico, quanto attraverso un esame sulla risoluzione di un caso pratico. Soprattutto però è necessario dare nuovo lustro alla Commissione d’esperti indipendenti, che mantiene la sua ragione d’essere ma deve essere pensata a geometria variabile. Non è pensabile che al suo interno non figuri il procuratore generale se si tratta di nominare un procuratore pubblico».

L’idea che ha trovato i favori di Gobbi, dettosi per contro avverso alla proposta del proprio partito, la Lega, tesa all’elezione popolare del procuratore generale. Il consigliere di Stato ha inoltre dichiarato di preferire un’altra soluzione al periodo di prova: «Lasciare al Parlamento la nomina del procuratore generale e dei suoi sostituti, delegando invece quella dei neo procuratori pubblici alla stessa direzione del Ministero pubblico». Uno scenario definito senza mezzi termini «un trappolone» da Galfetti, che ha difeso a spada tratta l’opzione del periodo di prova: «Perché hai voglia a riorganizzare il Ministero pubblico se quattro o cinque procuratori su venti non lavorano come devono». Da parte sua, e anche alla luce delle controverse partenze dell’ultimo biennio, Salmina ha evidenziato l’importanza di un altro attore: «In caso di problemi interni va chiesto al Consiglio della magistratura di fare fino in fondo il suo lavoro». In questo quadro Pagani ha precisato ad ogni modo come «non ci si trovi in presenza di un problema tra il Ministero pubblico e il Consiglio della magistratura. Piuttosto così come dotato tale organo trova delle difficoltà enorme sul piano della celerità nelle decisioni che gli spettano per legge».

Tornando poi sulle segnalazioni del recente passato, il futuro pg ha ammesso: «Si tratta di episodi che fanno male a tutto l’ufficio, così come si vive male il fallimento di un’inchiesta che si traduce in una sconfitta non del singolo procuratore ma del Ministero pubblico». Procura che come detto da luglio avrà una nuova guida. «E il far fronte alle resistenze interne sarà forse la principale sfida del neodesignato» ha indicato Gobbi. Ma Pagani sarà un leader? ha chiesto Righinetti al diretto interessato: «Non nella misura in cui calerò delle lezioni dall’alto, quanto invece nel far sì che la maggioranza dell’ufficio trovi la necessaria convergenza per perseguire e raggiungere determinati obiettivi».


Puntata di Piazza del Corriere su Teleticino

http://teleticino.ch/home/piazza-del-corriere-06-03-2018-giustizia-quo-vadis-FC150645

Un vessillo per le Strutture carcerarie cantonali

Un vessillo per le Strutture carcerarie cantonali

Ieri a Bellinzona il Consigliere di Stato Norman Gobbi, accompagnato dalla Direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti e dal Direttore delle Strutture carcerarie cantonali Stefano Laffranchini-Deltorchio, ha presentato il vessillo delle Strutture carcerarie cantonali. L’evento, organizzato nell’Aula del Gran Consiglio a Bellinzona, ha visto l’adesione di un pubblico composto da esponenti del mondo politico e giudiziario cantonale.

Nel nuovo stendardo, lo stemma del Canton Ticino è posato su due spade incrociate, simbolo della difesa, funzione cardine che la società affida al proprio sistema penitenziario, unitamente a quella della risocializzazione.

Nel proprio intervento, il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha ricordato l’importanza del ruolo svolto dal personale delle strutture carcerarie cantonali, in un settore che vede toccate le dimensioni fondamentali della vita umana, e ha spiegato l’opportunità di riconoscere sempre e di nuovo il ruolo sociale di questa istituzione, anche attraverso una adeguata veste grafica.

Il Direttore delle Strutture carcerarie ha ribadito da parte sua l’importanza, per i collaboratori delle SCC, di riconoscersi in valori quali la correttezza, la responsabilità e il coinvolgimento, che trovano la loro consacrazione in qualcosa di altamente simbolico, come lo può essere un vessillo.

Al termine dei saluti ufficiali, è stata data la parola a Padre Michele Ravetta, dall’ottobre 2010 nominato da Monsignor Vescovo Cappellano del Penitenziario cantonale “La Stampa”, che ha impartito la benedizione alla nuova bandiera.

A partire da subito il nuovo vessillo sarà esposto all’interno dello stabile La Farera a Cadro e utilizzato in occasione di eventi ufficiali come la cerimonia di Dichiarazione di fedeltà alla Costituzione e alle leggi degli agenti di custodia e della scuola di polizia in programma il 17 marzo 2018.

Nominato il nuovo responsabile dell’Ufficio del registro di commercio

Nominato il nuovo responsabile dell’Ufficio del registro di commercio

Nella seduta odierna, il Consiglio di Stato ha nominato il Signor Andrea Porrini quale nuovo Capo dell’Ufficio del registro di commercio di Biasca.

Nato nel 1987 a Locarno, Andrea Porrini è cresciuto a Losone e nel 2013 ha conseguito il master in diritto presso l’università di Zurigo. Al termine degli studi universitari ha svolto la pratica legale seguita da quella notarile, che lo ha portato nel 2016 all’Ufficio del registro di commercio di Biasca, dopo aver ottenuto la patente di avvocato. Al termine del 2016 egli ha inoltre conseguito il certificato di capacità all’esercizio del notariato. Il signor Porrini è alle dipendenze dell’Ufficio del registro di commercio da quasi due anni, ciò che gli ha permesso di maturare esperienza e conoscenza del settore, in particolare affiancando la Capoufficio Sonia Cereghetti e tutto il personale dell’Ufficio. Dal mese di ottobre del 2017 egli rappresenta inoltre il Canton Ticino all’interno del Comitato della Conferenza delle autorità cantonali del registro di commercio.

In qualità di responsabile dell’Ufficio del registro di commercio, il Signor Porrini dovrà continuare a garantire l’adempimento degli importanti compiti attribuiti all’Ufficio, che negli ultimi anni è stato confrontato con diversi cambiamenti, primo fra tutti il trasferimento fisico, avvenuto nel 2013, da Lugano a Biasca, che costituisce un ottimo esempio di valorizzazione delle regioni periferiche cantonali, con una decina di posti di lavoro dell’Amministrazione cantonale portati nel Distretto di Riviera. In questo contesto, si rimarca come l’Ufficio sia parte integrante della riorganizzazione del settore registri, approvata dal Governo lo scorso luglio e attualmente al vaglio del Parlamento, che prevede avantutto la creazione della Sezione dei registri, cui l’Ufficio del registro di commercio sarà subordinato, unitamente agli Uffici dei registri, all’Ufficio del registro fondiario federale e alla futura Autorità LAFE di I. istanza. L’obiettivo, in generale, è quello di accrescere l’efficacia organizzativa del settore, compiendo un salto di qualità a tutti i livelli.

Il Consiglio di Stato coglie l’occasione per esprimere un pensiero di gratitudine a Sonia Cereghetti per l’impegno e la dedizione profusi durante la sua esperienza presso l’Ufficio del registro di commercio e per rivolgerle i migliori auguri per la sua nuova funzione all’interno del Dipartimento delle istituzioni, quale referente in ambito informatico della Divisione della giustizia, formulando altresì i propri auguri ad Andrea Porrini per questa nuova sfida professionale all’interno dell’Amministrazione cantonale.

 

Donne&Uomini: L’estetista che sceglie il carcere

Donne&Uomini: L’estetista che sceglie il carcere

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 21 febbraio 2018 del Corriere del Ticino

Dice addio a smalti e unghie per lanciarsi in una nuova avventura: essere una guardia di custodia alla Farera «Ero stufa della superficialità di alcuni clienti» – Sul rapporto con i detenuti è schietta: «Basta farsi rispettare»

L’agente di sicurezza, la camionista o ancora la boscaiola. Anche in Ticino sono sempre di più le donne che, in barba ai pregiudizi più datati, si cimentano con mestieri «da uomini». Nelle scorse puntate abbiamo incontrato l’ispettrice di cantieri Marika Beretta (vedi edizione del 28 novembre), la spazzacamina Jessica Kosky (22 dicembre), la camionista Monica Menegola (30 dicembre) e la vigilessa del fuoco Ottavia Gaggini (27 gennaio). Oggi il Corriere del Ticino dedica spazio a Selene Alcini, ex estetista ora guardia carceraria alla Farera.

Lasciare il lavoro da estetista per diventare una guardia carceraria. È la strabiliante storia di Selene Alcini, classe 1988, che da un giorno all’altro ha detto addio a trucchi e smalti per le unghie ed è diventata un’agente di custodia presso il carcere della Farera. Una scelta che Selene che ci racconta con voce chiara e frizzante mentre la incontriamo sul posto di lavoro dove, rigorosamente in divisa, unico indizio del suo passato sono le curatissime unghie nere. «C’è stato un momento in cui non riuscivo più a sopportare la superficialità di un certo tipo di clientela – ci spiega – allora ho deciso di cambiare e mi sono informata per quanto concerne la formazione in Polizia. E lì ho scoperto che c’era anche questa possibilità». A spingere la nostra interlocutrice verso questa professione non solo un carattere forte e deciso, ma anche una certa curiosità: «Alcuni miei amici si erano lanciati in Polizia ed era una scelta che mi solleticava. A differenza di loro però, non mi convinceva l’idea dell’arma. Quindi sono ben contenta che qui non portiamo la pistola».

Come ci racconta Selene, a caratterizzare il lavoro in carcere è anche il fatto che «si gestisce la persona. Non è un pronto intervento come per gli agenti di polizia. Qui, con il tempo, si conosce il detenuto e si sviluppa un rapporto di dialogo: c’è chi ti racconta che la moglie gli ha fatto visita, chi ti mostra la foto del bambino o ancora chi aspetta una lettera e ti chiede dei consigli. Alla fine, noi donne siamo impiegate nelle strutture carcerarie non solo per una questione pratica come lo spoglio delle detenute, ma anche per una questione emotiva. Non dimentichiamo che il detenuto uomo si confida molto più facilmente con una donna, le racconta di una problematica e, non da ultimo, manteniamo viva una propensione al dialogo che per una persona incarcerata da molto tempo tende ad affievolirsi». Soddisfatta della propria decisione, oggi Selene non ha dubbi: è stata la scelta giusta. Ma come hanno reagito parenti e marito di fronte ad una simile capriola? «I miei ex colleghi come pure i clienti non ci credevano. Anzi, ritenevano che semplicemente non fosse possibile perché questo è un mondo prettamente maschile. E devo dire che non ho ricevuto un gran sostegno da parte loro. Tutt’altra storia per quanto concerne i miei genitori che mi hanno sempre spinta a seguire l’istinto. Ecco, forse mio marito è rimasto un po’ scioccato – ride – diciamo che non è molto favorevole all’idea che io sia all’interno di una struttura chiusa, circondata da persone che stanno attraversando un periodo difficile». E per riuscire a conciliare vita professionale e vita privata, Selene ha delle regole ben precise: a separare i due mondi sono le mura della Farera. «Quando si esce da qui bisogna essere capaci di ‘’decomprimere’’ – ci spiega – evitare insomma di portarsi a casa il lavoro e viceversa: come entro nel carcere tutti i problemi di vita quotidiana restano fuori». Una separazione che viene facilitata anche dalle norme stesse della struttura dal momento che all’interno della Farera sono banditi telefonini e l’accesso a internet o ai social media. «Per otto ore siamo tagliati fuori dal flusso delle notizie e dei contatti – continua la nostra interlocutrice – e ammetto che all’inizio è stato abbastanza difficile perché sono sempre stata una persona molto attiva sui social. Ma è una questione di sicurezza e, dopo tre anni di lavoro alla Farera, posso dire di essermi abituata».

Superati i test fisici e psicologici d’entrata, per diventare guardia carceraria Selene ha seguito la scuola cantonale per agenti di custodia e al momento frequenta la formazione federale a Friburgo. E, proprio come tutti gli studenti, non si scappa alla tesi di laurea: «Mi piacerebbe approfondire il tema delle incarcerazioni di transessuali – racconta – un argomento di cui si parla ancora poco in Svizzera ma che esiste e che richiede un’attenzione particolare. Soprattutto per quanto concerne la gestione e l’integrazione di questi detenuti». Ma la lezione più importante, la nostra interlocutrice la vive tutti i giorni sulla propria pelle, a stretto contatto con i detenuti. E anche se giovanissima, porta con sé una valigia già piena di esperienze. «Non mi dimenticherò mai di quando, l’anno scorso, mi sono trovata confrontata con un acuto problema di salute di un detenuto – ci racconta – mi ricordo ancora di quando ho aperto la cella e ho capito cosa stava succedendo, trovandolo privo di sensi. Con i colleghi sono riuscita a rianimarlo ma poi, quando a qualche ora di distanza ripensi a quanto accaduto, ti stupisci della lucidità con la quale hai agito. Ed è merito della formazione. Ma non puoi sapere di essere pronto finché, effettivamente, non ti succede». Sollecitata sulle difficoltà di questo mestiere, la nostra interlocutrice non ha un attimo di esitazione: «Quando di fronte ti trovi un bambino». Come ci spiega Selene infatti, per legge le detenute donne hanno il diritto di tenere in carcere il figlio fino all’età di tre anni. «E ce ne sono – continua – ma mantenere le distanze con un bebè non è evidente. Chiaramente in questi casi si mettono a disposizione dei giochi nella cella e il necessario affinché il bimbo possa svilupparsi correttamente, ma non è facile. Non dimentichiamo che, anche se piccolissimi, imparano già tutto». Schietta e diretta, Selene è una persona con la quale ci si trova subito a proprio agio e, tra una chiacchiera e l’altra, ci si dimentica di essere in un carcere. Ma come reagiscono i detenuti quando, di fronte, si trovano una giovane ragazza? «Generalmente portano rispetto – assicura– l’importante è non lasciare mai che venga oltrepassato il limite. È basilare. Poi è chiaro che con i detenutisi instaura un rapporto perché loro hanno bisogno di parlare. L’importante è che sia un’apertura a senso unico: non devi mai raccontare qualcosa di te. Ognuno ha i suoi trucchi: c’è chi la butta sul ridere, chi risponde con un’altra domanda. Basta non rivelare mai dei dettagli personali». Senza infine dimenticare che «i detenuti sono persone – conclude Selene – come vedono che tu rispetti loro, loro rispettano te. Non lo nego, ci sono nazionalità che non concepiscono l’idea di ricevere ordini da una donna e in questi casi, piuttosto che forzare, semplicemente li si affida ad agenti uomini. Quando si parla di sicurezza non c’è spazio per questioni di genere».

Sia un leader e tiri il carro con i colleghi

Sia un leader e tiri il carro con i colleghi

Intervista apparsa nell’edizione di martedì 20 febbraio 2018 del Corriere del Ticino

Andrea Pagani rispecchia l’identikit del procuratore generale da lei tracciato?
«Starà a lui dimostrare con le azioni di disporre della leadership necessaria per guidare il Ministero pubblico.
Ritengo infatti importante che il ruolo di procuratore generale non sia meramente amministrativo. E quando parlo di leader non penso a un padre padrone, ma un profilo capace di indicare la direzione ai colleghi e a tirare il carro insieme a loro. La sfida principale, oltre che sul piano della conduzione, starà quindi nella capacità di convincere i propri collaboratori che è possibile lavorare in modo più coordinato e fissando delle priorità».

Quali sfide attendono il neoeletto?
«Innanzitutto si rendono vieppiù necessarie delle specializzazioni. E oggi ritengo che vi siano delle particolari necessità nell’ambito della lotta alla mala-economia. La tendenza, a livello giudiziario svizzero, vede i procuratori pubblici fungere da riferimento su determinate materie, come può essere il caporalato o la tratta di esseri umani – sul fronte del lavoro – o come detto sulla diseconomia che può rivelarsi essere l’anticamera del riciclaggio».

L’attuale pg John Noseda ha più volte rivendicato maggiori risorse per l’apparato giudiziario.
Quale approccio si attende da Pagani verso la politica e il suo Dipartimento?
«È sbagliato parlare solo di risorse. Queste sono la conseguenza di misure di tipo organizzativo e procedurale. Una struttura come la Procura, composta da oltre 100 persone, necessita dapprima di una visione d’insieme per semmai correggere quei comportamenti che nel recente passato hanno portato alle dimissioni di alcuni procuratori. Ho scritto un messaggio a Pagani, auspicando un incontro a breve per discutere delle sfide e delle aspettative reciproche, anche in termini legislativi».

 

L’ufficio dell’incasso e delle pene alternative trasloca a Bellinzona

L’ufficio dell’incasso e delle pene alternative trasloca a Bellinzona

Articolo apparso nell’edizione di sabato 17 febbraio 2018 de La Regione

L’Ufficio dell’incasso e delle pene alternative cambia sede. Da lunedì 19 febbraio, infatti, verrà trasferito dall’attuale sede di Torricella-Taverne a Bellinzona, a Palazzo delle Orsoline. Un trasferimento, si legge in un comunicato diramato dal Dipartimento delle istituzioni (Di), ‘‘volto a rafforzare le sinergie tra l’Ufficio e tutti gli attori interessati, in particolare all’interno della Divisione della giustizia, in ambito contabile e di gestione finanziaria». Frida Andreotti, a capo della Divisione, raggiunta dalla ‘Regione’ spiega come «uno dei compiti principali dell’Ufficio dell’incasso e delle pene alternative è quello di garantire l’incasso delle multe, delle pene pecuniarie, delle tasse e delle spese giudiziarie emesse dalle Autorità giudiziarie, civili e penali. Attività che, grazie alla vicinanza fisica dell’Ufficio con gli altri servizi dell’Amministrazione cantonale coinvolti, sarà più coordinata, efficiente ed efficace». Di più. «Il trasferimento dell’Ufficio rientra, dunque, in un processo di rafforzamento del proprio ruolo quale punto di riferimento per la contabilità e la gestione finanziaria in particolare delle Autorità giudiziarie». Per la cittadinanza cosa cambierà, oltre al sapere che il tutto verrà gestito con più coordinamento? «Per quanto riguarda il servizio nei confronti dei cittadini – risponde Andreotti – l’Ufficio già oggi ha un’attività allo sportello molto ridotta, visto che gli utenti prediligono il contatto telefonico oppure tramite posta elettronica. In questo contesto, quindi, rientra il potenziamento dello sportello virtuale dell’Ufficio, con l’obiettivo di incrementare l’offerta a livello web. Un aspetto su cui il Dipartimento delle istituzioni è molto sensibile». Una maggiore attenzione all’offerta su internet che è rappresentata da una nuova pagina web sul sito che avrà al suo interno, scrive il DI, ‘‘le domande frequenti e le relative risposte nell’ambito dell’attività dell’Ufficio, con l’obiettivo di migliorare il servizio all’utenza». Un progetto, quello di questa pagina, che, conclude la direttrice della Divisione giustizia, «s’inserisce nella politica di rafforzamento dell’offerta online portata avanti dal Dipartimento delle istituzioni, che negli ultimi anni ha promosso numerosi progetti volti a rendere più facile e immediato il rapporto fra lo Stato e i cittadini».