Giudici, ottimizzare senza smantellare

Giudici, ottimizzare senza smantellare

Da laRegione | L’opinione – Norman Gobbi

L’ex Presidente dell’Ufficio del giudice dei provvedimenti coercitivi Edy Meli affermava negli scorsi giorni su questo quotidiano che ridurre il numero dei giudici dell’ufficio ‘lede la dignità dell’esercizio di una funzione giudiziaria per il proverbiale piatto di lenticchie’. Ritengo una simile affermazione non condivisibile. Per più ragioni. La riduzione di un giudice permette innanzitutto di risparmiare annualmente oltre 250mila franchi. Nel 2020 il Cantone avrà quindi risparmiato un milione di franchi. Non direi proprio un piatto di lenticchie per i cittadini ticinesi e per le future generazioni.

Quella del risanamento finanziario del Cantone è una responsabilità davanti alla quale non ci si può tirare indietro, dato che ne va del futuro del nostro Cantone e di riflesso dei nostri figli. Nel merito della misura, il Governo ha risposto concretamente ad un atto parlamentare del deputato Plr Matteo Quadranti ad inizio 2016, che chiedeva di approfondire la possibilità di ridurre l’organico dell’Ufficio in vista dell’imminente pensionamento di un giudice. Un tema già oggetto di discussione nel 2010 al momento della creazione dell’Ufficio del giudice dei provvedimenti coercitivi, quando il Parlamento valutò il numero necessario di magistrati. Alla luce dell’atto parlamentare, nonché del bilancio d’attività dei primi anni dell’ufficio e delle cifre utilizzate sette anni fa per definire la necessità di 4 giudici, il Governo ha dunque proposto al Parlamento una nuova organizzazione dell’ufficio, riducendo il numero di giudici a tre. Un’organizzazione ridotta che funziona di per sé già dallo scorso giugno, ossia da quando Meli è al beneficio della pensione; al contrario di quanto indicato dall’ex Presidente, ribadisco: funziona!

Proprio negli ultimi sei mesi d’attività dell’Ufficio del gpc, con un effettivo di 3 giudici (e talvolta di soli 2 causa malattia o vacanza), l’operatività è stata garantita come sempre. A differenza di quanto sembra voler far intendere l’ex Presidente Meli nel suo articolo, la diminuzione da 4 a 3 giudici non pare proprio aver avuto un influsso negativo sulla qualità delle decisioni da loro prese. Affermare il contrario è fuorviare i cittadini; sarebbe infatti come affermare che – a causa della presenza di soli tre giudici – negli ultimi sei mesi dei delinquenti fossero stati scarcerati senza motivo e degli innocenti fossero stati incarcerati senza ragioni valide, oppure, ancora, che il Ministero pubblico avesse richiesto di confermare dei controlli telefonici senza solidi argomenti. Tutte circostanze che non si sono verificate. E questo va sottolineato in maniera chiara.

I tre giudici, unitamente a tutto il personale dell’ufficio, hanno assicurato la consueta operatività, come dimostrano le statistiche annuali 2016. I ricorsi contro le decisioni del gpc sono infatti stabili rispetto al 2015, una ventina. Le decisioni emesse sui collocamenti iniziali sono invece passate dalle 480-490 degli anni 2014-15 alle 651 del 2016. Un’accresciuta produttività proprio in un settore in cui in passato l’ex Presidente Meli aveva richiesto maggiori risorse. Un risultato positivo ottenuto con meno personale e grazie a una differente organizzazione interna del lavoro dopo la sua partenza. Questo è giustappunto lo spirito richiesto, ossia fare meglio con meno, non mortificando, bensì rivedendo i flussi e le prassi nel rispetto della legalità e dei diritti fondamentali delle persone oggetto di privazione di libertà.

Confermare la riduzione da 4 a 3 del numero dei giudici del gpc – sottolineo nuovamente – non incide quindi sull’operatività dell’autorità giudiziaria, non rallenta il già celere processo decisionale e permette di garantire il pieno rispetto dei diritti costituzionali individuali (com’è sacrosanto che sia). Inoltre, ricordo che si tratta dell’unica misura di risparmio che concerne la Magistratura, chiamata come tutti a fare la sua parte come altri importanti segmenti dello Stato.

Non si tratta in nessun modo di smantellare il sistema giudiziario come vorrebbero far credere alcuni. Il settore della Giustizia (che voglio scrivere con la ‘G’ maiuscola) è un caposaldo della sicurezza del nostro Cantone, stella polare della mia azione politica. Tuttavia, ritengo che non vi debbano essere tabù nella discussione sui risparmi, perché altrimenti assisteremmo al moltiplicarsi di voci di spesa intoccabili, vanificando qualsiasi sforzo di revisione seria e responsabile della spesa pubblica. Votiamo quindi SÌ alla riduzione del numero dei giudici dei provvedimenti coercitivi.

Quarto giudice, verdetto ai cittadini

Quarto giudice, verdetto ai cittadini

Dal Corriere del Ticino | Il 12 febbraio la decisione sulla riduzione di un’unità assegnata all’Ufficio dei provvedimenti coercitivi – Si tratta di una misura di risparmio avallata dal Parlamento e contestata dalla sinistra tramite referendum

Il 12 febbraio saremo chiamati a dire se in Ticino c’è un giudice di troppo o se la riduzione di un’unità proposta dal Governo e avallata dal Parlamento mette a rischio uno dei rami dell’ordine giudiziario. Nell’occhio del ciclone della politica è finito il quarto giudice dell’Ufficio dei provvedimenti coercitivi. In realtà non si vota su una persona, ma su una sedia, dato che da otto mesi chi occupava quel posto è passato al beneficio della pensione. Il Consiglio di Stato ha valutato che la sua sostituzione non è necessaria e il Gran Consiglio (a maggioranza) ha avallato quella scelta nell’ambito della manovra finanziaria per il risanamento delle finanze cantonali che oggi contempla un piano di rientro da 200 milioni di franchi. Ma al sindacato VPOD, spalleggiato dal PS, questa mossa non è piaciuta. Da qui il lancio del referendum che ha raccolto 8.727 firme che porteranno i ticinesi alle urne. Il risparmio teorico ammonta a 256.000 franchi, ma il Legislativo aveva chiesto, come misura compensativa, l’assegnazione di un segretario giurista. La campagna su questo tema è partita in sordina, messa in ombra dai referendum sulla riorganizzazione nella socialità in Ticino, ma nelle ultime settimane ha preso quota. Il Corriere del Ticino, per capire le motivazioni di favorevoli e contrari, propone un duello tra il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi e l’avvocato (già presidente dell’Ufficio dei giudici dei provvedimenti coercitivi) Edy Meli.

L’INTERVISTA – Norman Gobbi
«Una scelta di efficacia ed efficienza»

Perché ritiene razionale e indolore tagliare un’unità dell’Ufficio dei giudici dei provvedimenti coercitivi?

«Semplicemente perché, tenuto conto del carico di lavoro, una diversa organizzazione dell’esecuzione dei compiti all’interno dell’ufficio lo permette. Due fatti ne sono la miglior dimostrazione: 1) L’Ufficio del giudice dei provvedimenti coercitivi opera già dal mese di giugno 2016 con 3 giudici, anziché 4. 2) I dati relativi all’attività del 2016, che quindi contano per 6 mesi tre giudici all’attivo, confermano che è stato possibile assicurare le mansioni di competenza dell’ufficio. I ricorsi all’istanza superiore contro le decisioni del GPC sono infatti stabili rispetto al 2015».

A chi vi rimprovera di aver agito senza considerare l’utilità di questa figura, che è chiamata alla delicata conferma di un arresto, come risponde?

«Il Governo non ha mai messo in dubbio l’utilità di questa figura: si tratta unicamente di valutare l’organizzazione dell’Ufficio giudiziario, in termini di efficienza ed efficacia. Ricordo che a inizio 2016 sul tavolo del Governo c’era un’interrogazione del deputato del PLR Matteo Quadranti volta proprio ad approfondire la possibilità di ridurre l’organico dell’Ufficio alla luce dell’imminente pensionamento di un giudice. Un tema ricorrente, quello della riduzione del numero di giudici, dato che già nel 2010, al momento della creazione dell’Ufficio del giudici dei provvedimenti coercitivi, il Parlamento si era chinato con attenzione sulle reali necessità di organico di magistrati. Già allora si era quindi dibattuto sul numero reale di giudici da attribuire a questa attività».

Ma la decisione di un Giudice dei provvedimenti coercitivi può essere considerata come parte integrante del procedimento giudiziario e penale o è un mero atto amministrativo?

«È indubbio che le decisioni inerenti per esempio le domande di carcerazione, le relative proroghe, la liberazione condizionale siano parti integranti del procedimento giudiziario. Come avviene tuttavia in tutti gli uffici, i funzionari dirigenti possono essere coadiuvati da collaboratori che, se validi, li supportano in maniera importante, sgravandoli da alcune incombenze. Un esempio presso il GPC è quello delle pendenze in materia di applicazione della pena che vengono preparate dal segretario giudiziario e sottoposte per sola verifica al giudice».

L’Ufficio, per effetto di un pensionamento, da otto mesi è dotato di tre unità e non più quattro. Questo è sufficiente per dire che dato che non ci sarebbero problemi oggi non ve ne saranno anche domani?

«Questa è una domanda che vale per tutti i settori dell’Amministrazione cantonale toccati dalla manovra di risanamento. Il Governo intende raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2019, un obiettivo tanto ambizioso quanto necessario per risanare le finanze cantonali. Tutti devono fare la propria parte. Il fatto che l’Ufficio del giudice dei provvedimenti coercitivi già da otto mesi lavori con 3 giudici senza particolari problemi è un dato oggettivo che ritengo fondamentale per misurare sia gli effetti della misura sia la bontà della stessa. Va da sé, che se in futuro sia per questo Ufficio giudiziario, sia per gli altri uffici dell’Amministrazione, vi sarà un notevole incremento del carico di lavoro, verranno esaminati i correttivi e adottate delle misure appropriate, come quella di aumentare il personale».

Da Palazzo di giustizia non è stato gradito che il taglio nell’ambito della manovra per il risanamento dei conti del Cantone sia stato fatto senza interpellare nessun addetto ai lavori. Come replica?

«Nessun taglio è mai gradito in alcun settore. È comprensibile. In questi mesi, prima e dopo la decisione del Parlamento, i magistrati hanno comunque avuto modo di esprimersi ampiamente in merito. Ripeto: oggi siamo chiamati a migliorare le finanze del nostro Cantone mediante un sforzo collettivo. In quest’ottica, la Magistratura ticinese è stata toccata solo marginalmente, visto che questa, come detto, è l’unica misura che la riguarda. Noto difatti che la richiesta di riduzione di 3 collaboratori al 100% sugli oltre 300 attivi in Magistratura, formulata dal Consiglio di Stato nel 2015, ha trovato poco riscontro, ovvero solamente 0,7 unità».

Quando si parla di giustizia e politica si sottolinea la separazione dei poteri. Questo significa che ciascuno può agire come meglio crede senza interpellare l’altro?

«La separazione dei poteri è un caposaldo del nostro sistema democratico e non deve essere strumentalizzata come purtroppo avviene di frequente. Il Governo ha proposto questa misura al Parlamento, che l’ha approvata dopo aver incontrato ancora le parti interessate. Ogni potere ha le sue competenze e ogni potere limita l’altro. Il dialogo tra Potere esecutivo e Potere giudiziario è essenziale, dato che la Magistratura non è ad esempio ancora autonoma dal punto di vista finanziario. In ogni caso, ritengo che i rapporti oggi siano buoni, grazie anche alla Divisione della giustizia che funge da punto di contatto fondamentale tra i due poteri».

(Articolo di Gianni Righinetti – www.cdt.ch)

Magistratura Norman Gobbi: «Per le nomine più gerarchia»

Magistratura Norman Gobbi: «Per le nomine più gerarchia»

Dal Corriere del Ticino | Per la nomina dei magistrati si fa largo un’alternativa. L’annuncio è stato dato martedì a Piazza del Corriere. Tra le ipotesi scaturite dal gruppo di lavoro Giustizia 2018 c’è la possibilità che il Parlamento elegga unicamente il Procuratore generale e i procuratori capi che poi, a loro volta, sceglierebbero i procuratori pubblici. E cosa ne dice il principale ispiratore Norman Gobbi? «Dal Parlamento ci sono giunti diversi stimoli, come l’idea di prevedere un periodo di prova. Ma quando uno è eletto questo pone più problemi rispetto a una scelta per nomina. È assodato che a un procuratore non si chiedono solo competenze professionali, ma anche predisposizione attitudinale. L’inquirente deve avere delle doti non comuni». Da qui l’idea di ragionare su due livelli: «L’elezione della direzione e la nomina dei collaboratori. Questo non è immune da problemi. Ma dando una struttura gerarchica ci sarebbero vantaggi. Occorre ragionare all’interno di un’azione coordinata e dare delle prospettive di carriera a chi inizia a fare la gavetta. E non da ultimo permettere che per un’inchiesta corposa un procuratore capo venga affiancato da altri procuratori».

Gobbi, infine, non nasconde che si apre la possibilità anche di rivedere le classi salariali: «Gli eletti alla testa del Ministero pubblico verrebbero pagati di più, quelli nominati un poco meno. Ma in ogni caso questa distinzione apre delle prospettive di carriera per chi all’inizio sta sotto».

Tre giudici: una soluzione che funziona

Tre giudici: una soluzione che funziona

Dal Corriere del Ticino | L’opinione

Il prossimo 12 febbraio ci esprimeremo sulla proposta di un nuovo assetto dell’Ufficio dei giudici dei provvedimenti coercitivi: in poche parole, in futuro è prevista la presenza di tre giudici al posto di quattro. Questo permetterebbe al Cantone, come noto, di risparmiare più di 250 mila franchi all’anno. La domanda che pongono i contrari al provvedimento riguarda la possibilità che – con un magistrato in meno – sia possibile assicurare la stessa qualità del lavoro. Fortunatamente, a questa domanda possiamo già rispondere in modo affermativo. Dopo il pensionamento di uno dei quattro giudici, nel maggio dello scorso anno, il Cantone lo ha infatti temporaneamente sostituito con un giurista: il nuovo assetto è quindi già operativo e in questi mesi ha garantito la stessa qualità e tempestività, senza nessun abbassamento degli standard.

L’esperienza ha mostrato chiaramente che la presenza di un giurista è utile, poiché permette ai magistrati di concentrarsi sui propri compiti principali, delegando maggiormente le questioni amministrative. La nuova figura offre quindi un supporto concreto al lavoro dei giudici e si fa carico in piena autonomia di una serie di pratiche amministrative, in forte crescita nel corso degli ultimi anni, che appesantirebbero il lavoro dei giudici senza alcun beneficio per i cittadini.

Le risorse umane messe a disposizione dell’Ufficio dei giudici dei provvedimenti coercitivi sono già state un tema di discussione pochi anni fa. Nel 2011, con l’adeguamento al nuovo Codice federale di diritto processuale, anche il Ticino aveva dovuto stabilire il numero ideale di magistrati del quale dotarsi, per garantire la qualità del servizio. La scelta era stata di rimandare la decisione definitiva, in attesa di dati precisi sui quali fondare una valutazione. Dopo cinque anni di attività, il Consiglio di Stato ha raccolto le necessarie informazioni e ha poi formulato la propria proposta al Parlamento; una proposta che – ripetiamolo – sul campo si è già dimostrata valida e in grado di garantire un giusto trattamento ai cittadini, rispettando contemporaneamente i diritti di tutti gli imputati.

Non da ultimo, in un’ottica finanziaria di medio termine, occorre ricordare che siamo di fronte alla possibilità di ottenere in qualche anno un risparmio milionario. Non sarà certo la salvezza per le casse del Cantone, ma questo provvedimento non va considerato come una misura a sé stante; è uno dei tanti tasselli della manovra di riequilibrio che, proprio perché intervenuta su tutti i compiti dello Stato, potrà invece dare un contributo decisivo al risanamento finanziario e al rilancio del Ticino. È una manovra nella quale il Governo ha creduto, chiedendo a ognuno – magistratura compresa – di fare la sua parte in modo sensato e sostenibile.

‘Decisioni di qualità anche con tre giudici e un giurista’

‘Decisioni di qualità anche con tre giudici e un giurista’

Da laRegione | «Un sacrificio sostenibile». E che di sicuro non «banalizza» né «mette in pericolo» l’amministrazione della Giustizia. Parole del capo del Dipartimento istituzioni (Di) Norman Gobbi che difende la riduzione del numero di Giudici dei provvedimenti coercitivi (Gpc) da quattro a tre. Una riduzione che parte da lontano. Da quando nel 2011 è entrato in vigore il Codice di diritto processuale penale svizzero, che ha portato il Gran Consiglio a ‘fondere’ due categorie di magistrati che fino ad allora si occupavano di provvedimenti coercitivi e applicazione della pena: i Giar e Giap. Nelle due istanze «erano attivi in totale quattro giudici e – spiega Gobbi – togliere la sedia a una persona sarebbe stato difficile». A suo tempo «si è quindi deciso di mantenerne quattro, riservandosi di valutare criticamente più avanti» la situazione. E l’occasione per togliere quella sedia si è presentata lo scorso luglio con il pensionamento del presidente dei Gpc Edy Meli. In sede di commissione il Gran Consiglio ha tuttavia deciso di compensare il taglio con l’attribuzione all’Ufficio dei Gpc di «un giurista dell’Amministrazione. Utilizzando una risorsa interna il risparmio ottenuto con questa misura è in ogni caso di 256mila franchi». Ma non si rischia di rallentare e di rendere meno efficace la Giustizia? «No. Negli ultimi otto mesi, ossia dal pensionamento di Meli – risponde Gobbi –, l’Ufficio ha gestito la sua attività con tre giudici e un giurista, garantendo decisioni tempestive e di qualità». Senza dimenticare che nell’ambito della lotta alla criminalità «negli ultimi anni si sono messe a disposizione risorse extra per il perseguimento dei reati economici e finanziari».

(Articolo di Paolo Ascierto e Chiara Scapozza)

Il caso Corti investe la politica

Il caso Corti investe la politica

Dal Corriere del Ticino | L’infuocata lettera di dimissioni inoltrata dal procuratore pubblico ha scatenato un’ondata di reazioni – Per Michele Foletti il magistrato non va sostituito – Ivo Durisch: «L’atteggiamento della Lega è pericoloso»

Si è scatenata la polemica attorno alle dimissioni del procuratore pubblico Nicola Corti , inoltrate lo scorso 22 dicembre con una lettera infuocata indirizzata all’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio. Il primo politico a essersi espresso sulla vicenda è stato il leghista Michele Foletti , che aveva dichiarato che il pp «non va sostituito» e che «anche il settore della giustizia va razionalizzato». Parole che hanno suscitato reazioni tra i colleghi parlamentari: «È un attacco frontale della Lega alla giustizia, in un momento in cui il carico lavorativo aumenta. Mi chiedo dove viva Foletti», ha detto Raoul Ghisletta (PS) ai microfoni di Radio3i. La posizione di Foletti è stata difesa dal capogruppo della Lega Daniele Caverzasio , che da noi raggiunto ha sottolineato: «È un’occasione da cogliere per portare avanti una riflessione su un’eventuale riduzione. La riforma Giustizia 2018 è già in atto, meglio quindi attendere». Più cauto invece il capogruppo del PPD Fiorenzo Dadò : «È prematuro decidere se il pp Corti vada sostituito oppure no. La riflessione sui risparmi nella giustizia va bene, ma non penso che il Dipartimento debba intervenire sulla Magistratura, che fa già fatica a evadere gli incarti. Piuttosto si prenda in considerazione l’apparato burocratico. Inoltre, ritengo che l’Ufficio presidenziale debba convocare Corti per vederci chiaro». Il capogruppo del PS Ivo Durisch ha espresso preoccupazione: «La riduzione da 4 a 3 giudici dei provvedimenti coercitivi è già un segnale che si sta andando in questa direzione. La Lega ha da sempre puntato il dito contro la Magistratura, ma è un atteggiamento pericoloso. Se i chiari di luna sono questi bisogna aspettarsi delle riduzioni. Corti va sostituito». Più possibilista la posizione del capogruppo del PLR Alex Farinelli : «Di principio nessun settore dello Stato è intoccabile. Un ragionamento lo si può aprire, ma dire che Corti non va sostituito è prematuro. Non dimentichiamo che c’è la riforma Giustizia 2018: occorrerebbe prima avere il quadro complessivo sulla riforma. Insomma, non stiamo giocando: va affrontata una valutazione approfondita».

I passi della riforma

Ma a che punto è la riforma Giustizia 2018? Lo abbiamo chiesto alla direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti : «Stiamo lavorando sulle proposte dei Gruppi di lavoro e nel corso di quest’anno il Dipartimento presenterà alcuni messaggi: sulla riorganizzazione delle Giudicature di pace e del Tribunale d’appello, sulla revisione della Legge sugli onorari dei magistrati e affronteremo anche la riorganizzazione delle Autorità regionali di protezione, come pure quella del Ministero pubblico». Sul caso concreto, ossia la sostituzione o meno del procuratore dimissionario, Andreotti non si esprime, ma rileva come «nel contesto della riorganizzazione della Procura occorrerà valutare anche il fabbisogno reale di risorse, ritenuto come uno degli obiettivi della riforma sia quello di rendere il settore della giustizia più efficiente ed efficace».

Nomine: novità in vista

Ma il cantiere sulla riorganizzazione del potere giudiziario non è l’unico aperto: è infatti al lavoro la Commissione procedura elezione magistrati, incaricata di evadere gli atti parlamentari che chiedono appunto di revisionare il sistema di selezione e di nomina dei candidati. Sul tavolo vi è anche un messaggio governativo, che suggerisce l’adozione del modello federale con l’elezione dei giudici e dei procuratori pubblici sì da parte del Parlamento (come oggi) ma con una Commissione giudiziaria parlamentare competente per l’elaborazione delle candidature. «Si sta discutendo affinché si possa trovare una soluzione di compromesso che vada bene almeno a una maggioranza», ha spiegato la presidente della commissione Sabrina Aldi . Stando a nostre informazioni si starebbe però profilando una maggioranza che non va nella direzione della proposta governativa. Sarebbe in fase di elaborazione un progetto di rapporto con relatore Maurizio Agustoni (PPD), che manterrebbe la situazione attuale con qualche piccola modifica. Si intende dare la possibilità alla commissione di esperti di avvalersi di altre figure professionali per valutare i candidati, quindi non solo strettamente sotto il profilo delle competenze giuridiche, ma valutando anche altre capacità, come ad esempio quella organizzativa e di lavoro sotto stress.

Il clima di lavoro

Sul tono polemico delle dimissioni di Corti il procuratore generale John Noseda , da noi risollecitato, ha preferito non commentare l’accaduto. A uscire allo scoperto è invece il presidente del Consiglio della magistratura Werner Walser , che al Corriere del Ticino ha dichiarato: «Il settore della giustizia in genere, e così anche il ministero pubblico, funzionano bene. Va però tenuto conto che non si tratta di strutture statiche, perché la società e il sistema legislativo sono in perenne evoluzione, ciò che richiede continui aggiornamenti e adattamenti a nuove situazioni. Siamo quindi nelle condizioni di un cantiere sempre aperto, e possono sorgere a volte problemi, più o meno semplici da affrontare, e non sempre di facile soluzione. Nel rispetto dei suoi compiti istituzionali il Consiglio della magistratura segue quest’evoluzione per verificare l’esistenza di eventuali criticità e individuare possibili soluzioni: rinvio in tal senso, per quanto riguarda in particolare il Ministero pubblico, al rapporto del 30 giugno 2009 e ai rilievi contenuti nei rapporti annuali del Consiglio. In questo contesto, il consiglio terrà conto anche delle questioni sollevate dal pp Corti».

Sull’effetto delle esternazioni del dimissionario sul Ministero pubblico, Walser ha affermato che questo «è difficile da valutare. Va comunque tenuto conto che le stesse riflettono il suo personale punto di vista, che non può essere generalizzato e quindi non necessariamente avrà conseguenze rilevanti sul clima del Ministero pubblico».

L’INTERVISTA – Norman Gobbi
«Riflettiamo ma la critica è troppo forte»

Lei aveva sentore di questo disagio all’interno della Procura ?

«Quando un procuratore se ne va cerca di togliersi qualche sassolino dalle scarpe. Ci sono elementi su cui è giusto riflettere, ma ritengo siano state fatte critiche troppo forti sulla mancanza di indipendenza. Al proposito ricordo che i procuratori pubblici sono eletti dal Gran Consiglio e sulla loro attività si può esercitare unicamente un potere organizzativo e disciplinare. Quindi sta anche al magistrato saper fruire della piena autonomia e non subirla».

Fatto salvo il principio della separazione dei poteri, l’autorità politica cosa può o deve fare in queste situazioni?

«Situazioni di questo tipo servono proprio a rimettere in discussione l’organizzazione e le basi legali su cui sono strutturate. Nell’ambito di Giustizia 2018 abbiamo portato avanti una riflessione su come possa essere meglio strutturato il Ministero pubblico, anche alla luce del grande turn over dei magistrati, che non giova alla giustizia».

In magistratura ci sono sempre stati arrivi e partenze. Ma sembra che ci sia una sorta di accelerazione. C’è di che preoccuparsi?

«È chiaro che gli arrivi e le partenze non aiutano, soprattutto quando ogni magistrato lavora in modo autonomo. Con Giustizia 2018 stiamo valutando l’introduzione di un lavoro di squadra. È una possibilità su cui dobbiamo ancora confrontarci perché è un cambio di paradigma importante».

Il caso Corti è la punta dell’iceberg?

«Parlando con il procuratore generale, lui ha evidenziato che a volte ci sono problemi con alcuni procuratori, ma questo fa parte dell’organizzazione. Noi possiamo anche creare un sistema perfetto, ma alla fine sono gli esseri umani, con i loro pregi e i loro difetti, a gestire».

Sostituzione di Corti: è d’accordo con il leghista Michele Foletti che dice di non sostituire il partente dimissionario?

«Il Gran Consiglio è l’autorità di nomina e può decidere se sospendere la sostituzione. Ricordo però che al momento il numero di procuratori pubblici è fissato nella Legge sull’organizzazione giudiziaria. L’importante è che il buon funzionamento della giustizia sia assicurato».

Meno costi, più qualità e più posti di lavoro in Valle

Meno costi, più qualità e più posti di lavoro in Valle

Dal Mattino della domenica | Norman Gobbi ha presentato il nuovo Contact Center dell’Ufficio di esecuzione aperto a Faido

Le riforme del Dipartimento delle istituzioni
Quando sono entrato in Consiglio di Stato nel 2011 e ho assunto la carica di Direttore del Dipartimento delle istituzioni ho trovato un’Amministrazione cantonale dotata di molto potenziale ma con molto margine di manovra sul quale lavorare per migliorare il servizio che lo Stato può, e deve, offrire ai cittadini. Molta burocrazia e tanti meccanismi arrugginiti che si tramandavano da anni all’insegna del motto “abbiamo sempre fatto così”. Fortunatamente ho trovato anche collaboratori motivati e intraprendenti, con i quali è stato possibile iniziare a riflettere su come portare un po’ di rinnovamento e oliare gli ingranaggi di una macchina, quella amministrativa, che a volte fatica a stare al passo con i tempi. Una bella sfida, che ho deciso di raccogliere. Detto fatto quindi: ho riavviato una serie di riorganizzazioni interne che hanno toccato trasversalmente quasi tutti gli ambiti del mio Dipartimento: dalla Polizia cantonale, alla Sezione della circolazione passando per le Strutture carcerarie e dall’Ufficio della migrazione.

Un contatto privilegiato con i cittadini
Nel giro di quattro anni abbiamo anche introdotto una nuova modalità d’interazione con i cittadini che necessitano di entrare in contatto con l’Amministrazione cantonale: sono difatti tre i contact center aperti nel mio Dipartimento. Oltre a quello dell’Ufficio di esecuzione, in passato lo stesso servizio è stato realizzato all’interno della Sezione della circolazione e della Sezione della popolazione.
Di che cosa si tratta? Non bisogna farsi trarre in inganno dal nome confondendolo con il suo più noto cugino, il call center. L’attività del Contact Center è infatti molto più ampia della sola ricezione di tutte le telefonate in entrata. A Faido è stata centralizzata la ricezione della posta elettronica in entrata e vengono gestiti direttamente gli estratti esecutivi. Si tratta di una struttura che garantisce il contatto diretto e privilegiato con il cittadino e che consente di dar seguito in maniera efficace e tempestiva alle molteplici richieste che giungono a questi servizi.

La dislocazione dei servizi nelle zone periferiche
Il nuovo servizio inaugurato a Faido a inizio ottobre s’inserisce nella riorganizzazione generale dell’Ufficio di esecuzione, che persegue l’obiettivo di aumentare la qualità delle prestazioni erogate agli utenti e di ottimizzare l’utilizzo delle risorse a disposizione. Il progetto è parte integrante del pacchetto di misure per il riequilibrio delle finanze cantonali approvato dal Parlamento lo scorso mese di settembre. Questo nuovo servizio contribuirà infatti, assieme ad altre misure relative all’Ufficio di esecuzione, a raggiungere un risparmio di circa mezzo milione di franchi. Ma già oggi i risultati, in termini di qualità del lavoro, non mancano: in poco più di un mese vengono evase direttamente più del 70% delle chiamate in entrata sgravando i collaboratori delle altri sedi del settore dell’esecuzione presenti sul territorio. E proprio negli scorsi giorni qualcuno mi ha chiesto “Norman, ma perché proprio a Faido?”. La risposta è semplice: per garantire nuove opportunità di lavoro nelle zone periferiche. Infatti, se da una parte la macchina statale ha la necessità di rinnovarsi per rispondere alle esigenze della popolazione, dall’altra non bisogna dimenticare l’importanza di garantire alle regioni periferiche posti di lavoro. Un tema a me caro fin da quando sedevo sui tavoli del Parlamento. Allora avevo presentato una mozione per spostare l’Ufficio del registro di commercio in una zona periferica e da Consigliere di Stato l’ho fatto, portando l’Ufficio del registro di commercio a Biasca. Nei progetti promossi dal mio Dipartimento ho sempre avuto un occhio – se non due! – di riguardo nei confronti delle regioni periferiche. Tutti sostengono che le valli sono una risorsa preziosa? Allora occorre valorizzarle con i fatti. In quest’ottica, la riorganizzazione avrà delle ricadute positive su tutta la Leventina, con la creazione di nuovi posti di lavoro e il conseguente impulso socio-economico, fatto di vitalità e opportunità.
Perché il benessere dei cittadini ticinesi passa anche attraverso servizi pubblici di qualità. Ovunque.

Norman Gobbi,
Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Un centro esecuzioni a Faido

Un centro esecuzioni a Faido

Da RSI.ch | Inaugurata la nuova struttura che vuole offrire un servizio migliore e contenere i costi 

Un servizio migliore alla popolazione e un risparmio per le casse ticinesi. Sono questi i due obbiettivi del nuovo centro di contatto dell’Ufficio di esecuzione inaugurato ufficialmente giovedì a Faido.

La nuova struttura, già attiva dal mese di ottobre, rappresenta un contatto diretto con il cittadino ed evade buona parte delle richieste in entrata, sgravando gli altri uffici regionali.

Il progetto è inoltre parte integrante del pacchetto per riequilibrare le finanze cantonali: il nuovo servizio, secondo le previsioni, permetterà un risparmio di mezzo milione di franchi. L’anno prossimo, in una seconda fase, sempre a Faido è prevista la creazione di un nuovo Centro di competenze per l’emissione dei precetti esecutivi.

Il servizio del Quotidiano: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Un-centro-esecuzioni-a-Faido-8361124.html

Ufficio cantonale di esecuzione in versione 2.0

Ufficio cantonale di esecuzione in versione 2.0

Dal Corriere del Ticino | Contact Center centralizzato in Leventina: «Qualità del servizio, efficienza amministrativa e sostegno alla periferia» Migliorare la qualità del servizio offerto ai cittadini, aumentare l’efficienza della macchina amministrativa evitando sprechi di risorse e sostenere una regione periferica.

L’operazione presentata ieri alla stampa dal Dipartimento delle Istituzioni punta a tutti questi obiettivi messi insieme. Si tratta del nuovo Contact Center dell’Ufficio di esecuzione, attivo dal 3 ottobre scorso al Pretorio di Faido. In sostanza il servizio costituisce il primo contatto diretto degli utenti con l’ufficio. Quest’ultimo rimane dislocato sul territorio con le agenzie di Bellinzona, Locarno, Lugano e Mendrisio (oltre che con gli sportelli di Faido, Cevio e Acquarossa), entità che però verranno coinvolte nel contatto con i cittadini solo a un secondo stadio, se necessario. In questo modo gli operatori attivi a Faido rispondono al grosso delle richieste di informazione – evadendone subito telefonicamente e via email circa il 70% – e permettono così ai collaboratori delle varie sedi cantonali di concentrarsi sulle mansioni correnti, senza distrarsi come poteva accadere in precedenza. A loro verranno eventualmente deviate le richieste più specialistiche. «In meno di due mesi di operatività i contatti telefonici si sono già ridotti del 45%», ha sottolineato Lallo Ruggeri , supplente ufficiale delle esecuzioni per la sede di Bellinzona e capoprogetto del terzo Contact Center realizzato dal Dipartimento (dopo quelli della Sezione della circolazione e dell’Ufficio della migrazione). «Si tratta di una modalità di gestione dei contatti e delle relazioni con i cittadini secondo una visione strategica e progettuale più ampia», ha aggiunto.

Come per la centralizzazione dell’Ufficio del registro di commercio a Biasca, anche stavolta secondo Norman Gobbi vi sono state delle resistenze, «ma la scelta si rivela oculata». Il consigliere di Stato ha sottolineato che «il Dipartimento delle Istituzioni è quello che più di tutti è stato messo sottosopra in questi ultimi 5 anni», affermando che questa operazione rientra proprio nella revisione dei compiti dello Stato e nel riequilibrio delle sue finanze precarie, con un risparmio stimato in mezzo milione (la cifra sarà raggiunta anche tramite la centralizzazione a Faido delle agenzie di Biasca e Acquarossa e di quella di Cevio a Locarno). Ma c’è anche la componente «regionalista». Gobbi, che abita a quota 1.400 metri, ha ricordato che si resta in valle non solo per la qualità di vita ma anche per la presenza di posti di lavoro. Il Contact Center a Faido ne porterà 7, a cui se ne aggiungeranno 12 dal 2017 con l’arrivo del Centro di competenze per l’emissione di precetti esecutivi, al pianterenno del Pretorio. In totale una ventina di impieghi. La creazione del Contact Center rientra anche nel più ampio cantiere per la revisione del Settore esecutivo del Cantone, che si è staccato da quello dei fallimenti. In questo ambito, ha ricordato l’avvocato Fernando Piccirilli responsabile dello stesso Settore, è stato per altro introdotto un circondario cantonale che permette «la riduzione del turismo dei debiti: una primizia a livello svizzero».

Inaugurato ufficialmente il Contact Center dell’Ufficio di esecuzione situato a Faido

Inaugurato ufficialmente il Contact Center dell’Ufficio di esecuzione situato a Faido

Comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni | Questa mattina il Dipartimento delle istituzioni ha inaugurato ufficialmente il nuovo Contact Center dell’Ufficio di esecuzione situato a Faido, attivo dal mese di ottobre e che ha già ottenuto ottimi risultati sul campo. All’interno di questo servizio, che costituisce un contatto diretto e privilegiato con la cittadinanza, è attivo un giovane team composto da sette persone.

Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, accompagnato dalla Direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti, ha incontrato la stampa nella sala del Consiglio Comunale di Faido per illustrare un importante progetto intrapreso dal Dipartimento alfine di migliorare ulteriormente la qualità del servizio garantito alla cittadinanza. Durante la presentazione sono intervenuti Fernando Piccirilli, Ufficiale dell’Ufficio di esecuzione Bellinzona e Valli e Responsabile del settore esecutivo cantonale, e Lallo Ruggeri, Supplente ufficiale Bellinzona e Valli e Capoprogetto del Contact Center, che hanno accompagnato gli ospiti in una visita degli uffici del servizio.

Il Contact Center s’inserisce nella riorganizzazione generale dell’Ufficio di esecuzione, che persegue l’obiettivo di incrementare la qualità del servizio fornito e di ottimizzare l’utilizzo delle risorse a disposizione. Il nuovo servizio, in funzione da inizio ottobre, ha ottenuto ottimi risultati, evadendo già oggi direttamente più del 70% delle chiamate in entrata, a sgravio dell’attività delle altre sedi dell’Ufficio di esecuzione presenti sul territorio. Ma attenzione a non farsi ingannare dal nome: l’attività del Contact center è infatti molto più ampia rispetto alla ricezione di tutte le telefonate in entrata, dalla centralizzazione della posta elettronica alla gestione diretta degli estratti esecutivi.
In sostanza, esso costituisce un contatto diretto e privilegiato con il cittadino, che consente di dar seguito in maniera efficace e tempestiva alle molteplici richieste.

Questo progetto è parte integrante del pacchetto di misure per il riequilibrio delle finanze cantonali, approvato dal Parlamento lo scorso mese di settembre. Questo nuovo servizio contribuirà infatti, assieme ad altre misure relative all’Ufficio di esecuzione, a raggiungere un risparmio di circa mezzo milione di franchi. Una riorganizzazione portata avanti con un occhio di riguardo anche nei confronti delle regioni periferiche cantonali, da sempre ritenute, in particolare dal Dipartimento delle istituzioni, una risorsa preziosa e da valorizzare. In quest’ottica, la riorganizzazione avrà delle ricadute positive sulla Valle Leventina, con la creazione di nuovi posti di lavoro e il conseguente effetto positivo dal profilo socio-economico. Accanto al Contact center, nel 2017 è prevista, sempre a Faido, la creazione di un Centro competenze per l’emissione dei precetti esecutivi, che permetterà di creare in Leventina complessivamente una ventina di nuovi posti di lavoro.