Quando lo Stato “ti pulisce” il denaro

Quando lo Stato “ti pulisce” il denaro

Il Canton Ticino chiede a Berna un giro di vite sul pagamento dei debiti in contante; il rischio di riciclaggio è troppo elevato

Il problema (per alcuni) è che gli uffici di recupero crediti accettano pagamenti in contanti senza l’obbligo di fare delle verifiche sull’origine del denaro, a differenza delle banche che per importi superiori ai 15’000 franchi devono chiarire da dove vengono i soldi ed eventualmente segnalare casi dubbi. Qualcosa negli ultimi mesi però si è mosso: il Consiglio federale ha messo in consultazione una revisione della Legge federale sull’esecuzione e sul fallimento che prevede tra le altre cose di fissare un limite per il pagamento in contanti: 100’000 franchi. Ancora troppo per le autorità cantonali ticinesi, ma anche, ad esempio, per la Conferenza svizzera degli ufficiali di esecuzione e fallimenti e altri Cantoni (pochi a dire il vero) che chiedono di ridurre il limite a 15’000 franchi come le banche, appunto. Questo, dice alla RSI la direttrice della Divisione ticinese della giustizia, Frida Andreotti, “per evitare che lo Stato diventi uno strumento per riciclare del denaro”. Il Consiglio federale ritiene invece che il debitore debba aver la possibilità di pagare in contante anche somme importanti di denaro in modo da evitare anche all’ultimo minuto possibili pignoramenti. Ritiene inoltre che i pagamenti elevati in contanti siano molto rari, che il rischio di abuso sia quindi limitato.

La soluzione ticinese
La procedura di consultazione nel frattempo è conclusa, ora si attende il rapporto del Governo. Il Ticino ha deciso però di agire anche sul piano cantonale. Ha avviato verifiche sulla possibilità di introdurre un’autodichiarazione già a partire dai 5’000 franchi. Dove la persona che vuole effettuare il pagamento deve indicare l’origine del denaro contante, se è “provento dalla propria attività, da una donazione, da una vendita, da familiari o da finanziamenti bancari”. Le verifiche giuridiche dovranno dire se un simile formulario sia legale.
A prescindere da quanto sia utilizzato il meccanismo di riciclaggio di cui vi stiamo parlando, le autorità ticinesi vogliono dare un segnale. “Il tema è sensibile e va seguito”, dice alla RSI Fernando Piccirilli che è il Capo della Sezione ticinese di esecuzione e fallimento, “va quindi fatto un tentativo per arginare questo fenomeno”. Intervenire anche sul metodo di pagamento dei debiti, è un “piccolo grande segnale verso chi vuole utilizzare il Ticino per attività illecite”, conclude Frida Andreotti.

Come si fa
Il meccanismo è semplice e poggia sulla complicità tra due persone che si spacciano per creditore e debitore. La persona A spicca un precetto esecutivo alla persona B con la quale è d’accordo. Nello stesso tempo sempre la persona A da alla persona B il denaro “sporco”, provento da attività illecite, per pagare il debito. La persona B paga il debito a A passando dall’Ufficio esecuzione e fallimenti, che dopo aver trattenuto le spese, lo versa alla persona A. E così, spiega Fernando Piccirilli, “il denaro torna indietro al creditore pulito da parte dell’Ufficio esecuzione e fallimenti”, ovvero, dallo Stato. Il finto debitore, che si presta al gioco, di solito riceve una commissione. Ogni anno in Ticino vengono spiccati circa 180’000 precetti esecutivi, quindi “c’è un buon potenziale” anche perché se una persona non contesta il debito è praticamente impossibile per l’autorità capire che il precetto esecutivo è falso. “L’Ufficio esecuzione non verifica tutte le volte il creditore, basta adempiere alle formalità”. Ovvero: nome e cognome del creditore, del debitore, l’importo in valuta svizzera e il motivo del debito
che può essere anche fittizio.

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Quando-lo-Stato-ti-pulisce-il-denaro-15914071.html

Da www.rsi.ch

Vita e sogni dietro le sbarre, un calendario per parlarne

Vita e sogni dietro le sbarre, un calendario per parlarne

È quanto ha realizzato un gruppo di detenuti nelle carceri ticinesi. Foto e riflessioni raccontano la loro quotidianità.
Il direttore Laffranchini: ‘Iniziativa partita da loro’.

“La vita non finisce qui”. È un messaggio proiettato al futuro quello apposto sopra una foto che ritrae delle sbarre di ferro e un muro di cemento, scelti per caratterizzare il supporto da appendere alla parete del calendario 2023 delle Strutture carcerarie cantonali. Un’iniziativa nata dal basso, ovvero dal Gruppo cucina formato da persone detenute. Come immagine di copertina il calendario riporta una pietanza disposta su piatti di plastica preparata dagli ideatori del progetto, mentre nelle pagine interne, associate alle caselle dei giorni, si trovano degli scatti che mostrano momenti e luoghi emblematici della quotidianità in prigione: cassette di verdure e di pane, una torta appena sfornata, scorci di cielo che riempiono i vuoti di un reticolo di filo spinato, tricicli per bambini posteggiati all’esterno.

Ognuno di essi è accompagnato dal pensiero di un prigioniero: “Fuori c’è qualcuno che mi vuole bene”. “Spero di non tornarci mai più. Dovrò lavorarci anche quando sarò fuori”. “Facendo l’apprendistato ho una vita normale e ho ripreso i rapporti con i miei genitori”. Riflessioni concise, formulate con semplicità, ma cariche di profonda valenza per coloro che le hanno espresse e per chi fuori aspetta il ricongiungimento. Come d’altronde è carico di significato proprio l’oggetto calendario, fatto da persone per cui depennare i giorni significa contare il tempo che le separa dalla ritrovata libertà.

‘La loro idea iniziale era di venderlo e dare i ricavi in favore delle vittime’
«L’iniziativa è partita da una persona detenuta che lavora in cucina e mi ha scritto che assieme ad altre desiderava fare un calendario – racconta a ‘laRegione’ il direttore delle Strutture carcerarie cantonali Stefano Laffranchini –. La loro idea era poi di venderlo e dare i soldi in favore delle vittime. Ci è sembrata un’ottima proposta e abbiamo deciso di concretizzarla sotto forma di progetto pilota, ma per ora senza la vendita». Per questo primo anno è dunque stato creato il calendario da regalare a persone e a istituzioni vicine al mondo della detenzione in modo da tastare il terreno e valutarne l’impatto per poi eventualmente ripetere l’iniziativa nell’ottica pensata dalle persone detenute.
Le quali, dice Laffranchini, sono molto contente di quanto hanno creato: «Si tratta di un piccolo progetto a cui però si sono dedicate con molta passione. È stato necessario capire come impostare la grafica, scattare le fotografie, redigere i testi e impaginarli. Sono stati coinvolti anche i docenti della scuola che hanno contribuito alla realizzazione del calendario. Inoltre è stata un’opportunità che ha permesso a chi si è messo in gioco di interrogarsi sul proprio percorso».

‘L’obiettivo dell’esecuzione penale è la risocializzazione’
Progetti come quello descritto si inseriscono nel quadro del mandato di risocializzazione affidato ai penitenziari del nostro Paese. «L’articolo 75 del Codice penale svizzero prevede essere la risocializzazione lo scopo della pena, quindi l’obiettivo dell’esecuzione penale è la riabilitazione – sottolinea il direttore delle Strutture carcerarie cantonali –. Per questo tutti i progetti e tutti gli interventi anche esterni vengono valutati in ottica riabilitativa. Se riteniamo che le proposte possano apportare un contributo in questo senso, le seguiamo più che volentieri nei limiti del possibile». Anche in modo piuttosto flessibile, dice Laffranchini: «Proponiamo ad esempio dei corsi di yoga di cui forse non si vede direttamente la pertinenza con il reinserimento nella società, ma di cui intuitivamente è comprensibile il beneficio». Accanto alle proposte che vengono dal basso e a quelle più distensive, in carcere esistono diversi laboratori dove si praticano attività retribuite. «C’è la falegnameria, stampiamo le targhe, lavoriamo per Swissminiatur e Geomat, abbiamo il Gruppo lavanderia e appunto quello cucina – illustra degli esempi Laffranchini –. Evidentemente il lavoro è un fondamento su cui costruire la risocializzazione, da una parte tramite la normalizzazione, per far sì cioè che le persone si abituino ad avere un ritmo di scansione della giornata che poi ritroveranno all’esterno. Mentre dall’altra parte imparano o reimparano a vivere dei proventi del proprio lavoro».

‘In questo periodo aumenta il senso di solitudine ma anche la distensione’
Un pensiero in questo periodo va al modo in cui i detenuti vivono le festività. «È un momento un po’ particolare perché potrebbe amplificare il senso di solitudine dato che si tratta di giorni che solitamente si trascorrono con i propri cari mentre chi è in carcere si trova a non poterlo fare – osserva Laffranchini –. Comunque percepisco una distensione generale in questi momenti, forse anche perché offriamo delle possibilità maggiori: un po’ più di tempo fuori dalla cella, un po’ di più di tempo con i propri parenti. Questo probabilmente contribuisce ad alimentare un clima festivo anche per loro, malgrado la situazione di privazione della libertà e degli affetti che vivono».

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 2 gennaio 2023 de La Regione

Quando la polizia diventa lo stalker degli stalker

Quando la polizia diventa lo stalker degli stalker

Il Gruppo prevenzione negoziazione agisce d’anticipo e disinnesca potenziali casi di femminicidio.
Il capitano Cucchiaro alle vittime: ‘Segnalate prima che sia troppo tardi’.

La violenza coniugale uccide più della strada e del tabacco. Ogni due settimane una donna viene uccisa in Svizzera dal compagno. In Ticino la polizia interviene in media tre volte al giorno, uno per violenza domestica ed è purtroppo solo la punta dell’iceberg. È un dovere proteggere donne e bambini che hanno il diritto di sentirsi al sicuro, ma occorre occuparsi (e non solo con pene detentive) anche dell’aggressore. Raramente, anche se lo vuole, si ferma da solo, senza supporto e assistenza adeguati. Se l’autore impara a gestire la rabbia, la vittima è libera. È anche per questo motivo che è nato un nuovo gruppo dentro la polizia che sta col fiato sul collo di chi ha già commesso violenza e di chi potrebbe farlo. «Diventiamo gli stalker degli stalker», dice il capitano Andrea Cucchiaro, usando una metafora.
L’ufficiale è responsabile del reparto interventi speciali (Ris) e dirige anche il Gruppo prevenzione negoziazione (Gpn), attivo dal 2019, che agisce sotto la legge della polizia (non sotto il codice di procedura penale) e si occupa appunto di disinnescare o anticipare situazioni potenzialmente a rischio, evitando il passaggio all’atto. Anche la violenza in famiglia. Abbiamo incontrato il capitano per capire come gli agenti monitorano chi ha già commesso violenze e chi potrebbe potenzialmente diventare pericoloso. Due situazioni diverse. «A reato avvenuto, la Polizia cantonale agisce sia col gruppo violenza domestica, inserito nella gendarmeria, che raccoglie l’attività delrelazione le pattuglie (art 55A del codice penale) e contatta la vittima, sia col gruppo prevenzione negoziazione (Gpn) che fa un’ulteriore analisi al fine di evitare una recidiva: chi ha subito diventa il nostro radar sulla situazione per capire e monitorare l’autore».

Perché picchiano le compagne
Gli agenti del Gpn (4 agenti specializzati e 1 coordinatore) ai quali si affianca uno psicologo del servizio psicologico della polizia, invitano anche l’autore (di regola sono maschi) a un colloquio. Non c’è coercizione. L’obiettivo è scoprire il motivo scatenante della violenza: perché ha picchiato la compagna, la moglie. «Il 95% si presenta all’incontro. Non sono criminali (e non li sto assolvendo!), tanti vogliono parlarne. Una volta lasciati dalla compagna, alcuni si comportano in modo violento perché si sentono persi, non sanno fare nulla da soli, da cucinare a pagare le fatture. Altri hanno problemi relazionali patologici, che possono affondare le radici nell’infanzia». L’incapacità di gestire la rabbia, sommata ad alcol, problemi coi figli, col lavoro diventa la miccia che può accendere la furia violenta.

La miccia della furia è spesso l’alcol
«L’abuso di alcol è quasi sempre presente, un elemento che favorisce fino a 7 volte in più l’escalation violenta». Il gruppo interviene anche per prevenire la violenza. Certo ci vuole una segnalazione (vedi box) da parte della vittima o di chi le sta attorno: «Siamo molto attenti ai casi di stalking (non è reato penale). Quando ci sono comportamenti persecutori ripetuti e intrusivi, come minacce, pedinamenti, molestie, telefonate contattiamo l’autore, lo incontriamo e cerchiamo di capire cosa succede». Il gruppo non fa né pedinamenti, né controlli telefonici, nessuna forma coattiva. «Apriamo un canale con la vittima che diventa parte attiva e col potenziale aggressore. L’obiettivo è capire che cosa può scatenare l’aggressione, gli eventi potenzialmente critici, come la sentenza per l’affido dei figli o un nuovo partner dell’ex. In questi casi monitoriamo più da vicino che cosa succede. Se tutto ciò non funziona attiviamo altri servizi come ad esempio le Arp per valutazioni più approfondite».

Ogni settimana 5 nuovi casi
I numeri fanno riflettere. «Ogni settimana abbiamo 4-5 nuovi casi (circa 300 l’anno, gli autori vanno dai 25 agli 80 anni), ci vengono segnalati da vari enti, istituzioni e talvolta anche da avvocati; la maggior parte non è ancora passata all’atto. La con gli autori si protrae nel tempo e sono una cinquantina le persone che vediamo con una certa regolarità, anche settimanale». I casi di violenza domestica di cui ci occupiamo – precisa – sono un centinaio circa l’anno (107 nel 2021, nel 2022 superiamo quel numero), il resto riguarda minacce tra vicini, verso funzionari, medici, autorità, politici; studenti che vanno a scuola con un’arma, che pubblicano contenuti violenti sui social, che scrivono componimenti che lasciano presagire un certo interesse per atti violenti.

‘Il dialogo nella coppia sembra scomparso’
La violenza non ha passaporto, ma spesso gli anelli deboli sono donne straniere che non sanno a chi rivolgersi in caso di maltrattamenti. Raggiungerle può essere una sfida. «Abbiamo trattato casi di donne letteralmente chiuse in casa, che hanno tutti i familiari contro. Sono casi che vengono alla luce ad esempio grazie ai racconti dei figli a scuola. Nella comunità eritrea ad esempio, il nascituro appartiene all’uomo, l’ipotesi d’interruzione di gravidanza può diventare un tema esplosivo. Noi siamo un tassello di una rete più ampia», precisa. In questi anni l’ufficiale si è fatto un’idea del perché tanta violenza si insinua in famiglia. «Osserviamo una crescente difficoltà a esprimere il proprio disagio nella coppia, il dialogo sembra scomparso. Si preferisce manipolare, urlare o usare la violenza. Quando queste persone sono davanti agli agenti parlano per ore, ma non lo fanno col partner». Agire preventivamente sembra la via giusta per disinnescare potenziali bombe a orologeria: «Fino ad ora siamo riusciti a evitare gravi passaggi all’atto e questo è un buon risultato».
Tra i tanti casi trattati, uno ritorna alla mente dell’ufficiale: «Mi colpisce la resistenza di alcune vittime, ricordo una donna che ha sopportato insulti e pugni per 20 anni. Quando i figli sono diventati autonomi ha deciso di reagire, non l’avrebbe fatto prima. L’abbiamo sostenuta e nel giro di un anno e mezzo si è ricostruita una nuova vita».

L’appello: ‘Alle vittime dico di non aspettare’
A chi subisce comportamenti persecutori, alle potenziali vittime l’ufficiale dice di non aspettare troppo, di chiedere aiuto e segnalare quanto succede: «Certe dinamiche possono degenerare molto velocemente», spiega il capitano Cucchiaro. L’invito è contattare anche il suo gruppo, via 117. «Possiamo anche solo parlare, consigliare che cosa fare». Quando si è oltre? «Quando ci si sente minacciati e in pericolo, ad esempio quando l’ex si apposta sotto casa, sposta gli ombrelli fuori casa così da farti sentire controllata. Anche se non c’è stato uno scontro fisico, ci sono tanti segnali da non sottovalutare». Il Gpn, forse poiché rappresenta la polizia, ottiene un maggior effetto deterrente: «Quando convochiamo a titolo preventivo un potenziale aggressore e ci parliamo, otteniamo di regola già buoni risultati».
Da gennaio ci sarà un nuovo tassello nella lotta contro la violenza domestica. Il Centro competenza violenza, diretto dalla psicologa della polizia Marina Lang, si propone di far dialogare tutte le unità della polizia, di analizzare nei vari casi che cosa funziona, che cosa non funziona e come migliorarlo, farà analisi del rischio e sarà il punto unico di relazione verso gli enti esterni. Avrà anche il ruolo di sensibilizzare la popolazione per favorire le segnalazioni utili a prevenire la violenza domestica. Il capitano fa riferimento al progetto upstander (chi vede qualcosa lo segnala). «Non è un programma spione, ma un invito a interessarsi all’altro, per accorgersi se il collega, l’amico, lo studente ultimamente ha cambiato le sue abitudini, solo nella relazione osserviamo ad esempio se un allievo inizia a starsene sempre solo: può essere solo introverso, ma può anche essere la spia di altro. Con la scuola stiamo valutando un canale di segnalazione diretto, così quel docente che ha un dubbio può chiamarci per un consiglio senza allertare la cavalleria». Chi sta subendo violenza, di regola fatica a farsi avanti. Tante subiscono e stanno zitte, forse perché non vedono vie di uscita per i figli, per la questione economica, per non accettare il fallimento della coppia. Di fatto la violenza domestica è un reato d’ufficio. Significa che non serve la querela della vittima. L’ufficiale ci tiene a ripeterlo: «Fare una segnalazione al Gpn non significa fare una denuncia. Gli agenti, tenendo il più possibile anonima la fonte, possono agire sull’aggressore in forma dissuasiva».

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 2 gennaio 2023 de La Regione

La Confederazione e i Cantoni lanciano il dialogo sulla violenza sessuale

La Confederazione e i Cantoni lanciano il dialogo sulla violenza sessuale

Comunicato stampa del Dipartimento federale di giustizia e polizia

La fiducia delle vittime nelle autorità di perseguimento penale e nei tribunali è un elemento fondamentale per lottare contro la violenza sessuale. Oltre alla revisione in corso del diritto penale in materia sessuale, sono necessarie anche altre misure per rafforzare tale fiducia. Su iniziativa della consigliera federale Karin Keller Sutter, il 21 novembre 2022 alcuni importanti attori della Confederazione e dei Cantoni hanno lanciato il dialogo «Violenza sessuale», che si concentra sulla consulenza e l’assistenza alle vittime. Durane la prima riunione gli attori politici hanno stilato il quadro della situazione e fissato le prossime tappe.
Attualmente, le Camere federali discutono la revisione del diritto penale in materia sessuale. Secondo la consigliera federale Karin Keller-Sutter, si tratta di un passo importante che tuttavia non basta a risolvere tutti i problemi. Già lo scorso giugno aveva pertanto annunciato di voler avviare un dialogo sulla violenza sessuale. Poiché gli autori dei reati possono essere condannati soltanto se le vittime li denunciano, occorre garantire che queste si sentano prese sul serio, ha affermato la capo del Dipartimento federale di giustizia e polizia (DFGP) dopo il primo incontro svoltosi il 21 novembre 2022.
Oltre al DFGP, gli attori principali del dialogo «Violenza sessuale» sono la Conferenza delle direttrici e dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia (CDDGP), la Conferenza delle direttrici e dei direttori cantonali delle opere sociali (CDOS) e l’Ufficio federale per l’uguaglianza tra donna e uomo (UFU). Alla riunione hanno partecipato anche rappresentanti dell’Ufficio federale di statistica (UST) e delle organizzazioni più importanti delle polizie cantonali, dei ministeri pubblici, dei tribunali, della protezione delle vittime e della prevenzione della criminalità.

Migliorare il sostegno alle vittime e rafforzare la fiducia nelle autorità
L’incontro è servito in particolare a stilare un primo quadro della situazione e a definire i parametri del dialogo. Quest’ultimo si concentra sulla consulenza e l’assistenza alle vittime di violenza sessuale, sulla formazione delle autorità inquirenti e dei tribunali nonché sulla situazione inerente ai dati. Ai partecipanti è stata presentata una panoramica delle misure già adottate e delle buone pratiche, al fine di dedurne possibili opzioni d’intervento nei prossimi mesi.
L’obiettivo del dialogo è rafforzare la fiducia delle vittime di violenza sessuale nelle autorità di perseguimento penale e nei tribunali. Per ottenere i migliori risultati possibili il dialogo deve istituire un obbligo politico. In primavera sarà connesso con il dialogo «Violenza domestica» e strettamente coordinato con il piano d’azione nazionale per l’attuazione della Convenzione di Istanbul sotto la direzione del Dipartimento federale dell’interno (DFI).

https://www.admin.ch/gov/it/pagina-iniziale/documentazione/comunicati-stampa.msg-id-91822.html

Da www.admin.ch

****

Avviato un ‘dialogo’ per spronare le vittime a sporgere denuncia
Keller-Sutter: non basta la revisione del codice penale

Va trovato un modo per incoraggiare le vittime di violenza sessuale a sporgere denuncia. Lo ha dichiarato la consigliera federale Karin Keller-Sutter al termine di un incontro con i rappresentanti dei Cantoni. Secondo la ministra di Giustizia e polizia, occorre intensificare il sostegno alle vittime e la sensibilizzazione delle autorità penali e giudiziarie. «Dobbiamo trovare il modo migliore per sostenere le vittime di violenza sessuale quando avviano un procedimento legale», che può essere molto pesante. Molte donne hanno paura di ciò che questo comporta, ha riconosciuto la sangallese in una conferenza stampa a Berna. Le vittime di violenza sessuale devono sentirsi prese sul serio. La revisione della definizione di stupro nel diritto penale, attualmente in corso in Parlamento, è un passo importante nella giusta direzione, ha spiegato Keller-Sutter. Ma non sarà sufficiente a risolvere tutti i problemi, ha avvertito.

Cifre attuali molto basse
Confederazione e Cantoni hanno avviato un ‘dialogo’ sulla violenza sessuale. Sono coinvolti anche gli attori del settore, tra cui l’Ufficio federale per l’uguaglianza fra uomo e donna, le forze di polizia cantonali, i pubblici ministeri, i tribunali e le agenzie di protezione dei minori e di prevenzione dei reati. Il primo incontro svoltosi ieri ha permesso di fare mente locale. Nei prossimi mesi verranno definite le aree di intervento, in particolare per quanto riguarda la consulenza e il sostegno alle vittime, la formazione delle autorità di perseguimento penale e giudiziarie e i dati statistici disponibili in questo settore. I partner coinvolti sulla violenza sessuale si riuniranno la prossima primavera con coloro che si occupano di violenza domestica. Ciò garantirà il coordinamento con il piano d’azione nazionale per l’attuazione della Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa, che mira a combattere tutte le forme di violenza contro le donne. L’obiettivo è di consentire a un maggior numero di donne vittime di sporgere denuncia. Le cifre attuali sono molto basse, ma esistono delle lacune nei dati. Molti reati avvengono in un ambiente familiare o conosciuto, ad esempio in una coppia, «il che rende difficile la procedura», ha detto Keller-Sutter.

40mila firme per la soluzione del consenso
Sempre ieri, cinquanta organizzazioni e più di 40mila persone hanno chiesto al Parlamento, mediante una petizione, di adottare la soluzione del consenso esplicito ‘Solo un sì è un sì’ per definire lo stupro nel diritto penale. La petizione è stata presentata alla Cancelleria federale da Amnesty International, Operazione Libero e dai partner sostenitori. Erano presenti anche deputati di vari schieramenti, tra cui le consigliere nazionali Léonore Porchet (Verdi/Vd), Tamara Funiciello (Ps/Be) e Kathrin Bertschy (Verdi liberali/Be). In un’azione simbolica, gli attivisti hanno svegliato una ‘Giustizia’ d’argento sulla terrazza di Palazzo federale con una sveglia XXL. Hanno chiesto che le persone che hanno subito abusi sessuali in Svizzera ricevano giustizia.

Disaccordo in Parlamento
Attualmente, in Svizzera è considerato stupro solo la penetrazione non consensuale di una donna da parte di un uomo. E la vittima deve aver mostrato una certa resistenza. Al momento è allo studio una revisione del diritto penale. In Parlamento però si fatica a trovare un accordo. Il Consiglio degli Stati vorrebbe attenersi al principio ‘no significa no’, cioè all’espressione di un rifiuto. La commissione competente del Consiglio nazionale preferisce invece il principio del consenso esplicito ‘solo un sì è un sì’, una soluzione che piace maggiormente anche ad organismi internazionali e organizzazioni non governative. La votazione del plenum è prevista nel corso dell’incipiente sessione invernale delle Camere federali.

Le Nazioni Unite e il Consiglio d’Europa hanno recentemente criticato la Svizzera per come gestisce il problema della violenza domestica e sessuale. Sono state rilevate carenze, in particolare, nel finanziamento del sostegno alle vittime, nella formazione delle autorità penali e giudiziarie, nelle statistiche e, appunto, a livello legislativo.

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 22 novembre 2022 de La Regione

****

Stupri, fra vittime e autorità occorre maggiore dialogo
REATI SESSUALI / La Confederazione lancia una campagna per migliorare il rapporto di fiducia durante il processo di denuncia dell’abuso – «Chi subisce violenze deve essere preso sul serio», avverte la consigliera federale Karin Keller-Sutter – Norman Gobbi: «Solo poche donne riescono ad andare fino in fondo»

Aumentare il rapporto di fiducia tra le vittime di reati sessuali e le autorità giudiziarie. «Dobbiamo assicurarci che le vittime si sentano prese sul serio », ha dichiarato ieri la consigliera federale Karin Keller-Sutter nell’ambito di un incontro con i Cantoni sul tema della violenza sessuale. La fiducia nelle autorità giudiziarie è un prerequisito essenziale nella lotta contro i reati sessuali, ha aggiunto il capo del Dipartimento federale di giustizia e polizia (DFGP): «Solo se le vittime sporgono denuncia ci saranno condanne».

Dialogo sulla violenza
Con questo obiettivo, il Dipartimento di giustizia e polizia ieri ha comunicato di aver avviato un dialogo sulla violenza sessuale con i Cantoni e, più in generale, con tutti gli attori del settore, tra cui l’Ufficio federale per l’uguaglianza fra uomo e donna, le forze di polizia cantonali, i pubblici ministeri, i tribunali e le agenzie di protezione dei minori e di prevenzione dei reati. «La revisione della definizione di stupro nel diritto penale, attualmente in corso in Parlamento, è un passo importante nella giusta direzione ha dichiarato Karin Keller-Sutter – ma non sarà sufficiente a risolvere tutti i problemi». Di qui, appunto, l’appello della consigliera federale affinché la politica rafforzi questo legame di fiducia tra autorità e vittime. In che modo? «In Svizzera è necessario rafforzare la consulenza alle vittime e la formazione delle autorità penali e giudiziarie », ha spiegato Keller-Sutter.

«Più consulenza»
Nell’incontro di ieri è stato quindi definito un piano di intervento che verrà messo in atto nei prossimi mesi, in particolare per quanto riguarda la consulenza e il sostegno alle vittime, la formazione delle autorità giudiziarie e i dati statistici disponibili in questo ambito. I partner coinvolti sulla violenza sessuale si riuniranno la prossima primavera, con l’obiettivo di garantire un coordinamento efficace con il piano d’azione nazionale per l’attuazione della Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa. Un piano che – ricordiamo – mira a combattere tutte le forme di violenza contro le donne.

I prossimi passi
«Durante l’incontro abbiamo definito i prossimi passi con i principali ambiti d’intervento », ha spiegato il direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, presente ieri a Berna come membro della Conferenza delle direttrici e dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia. «In primo luogo è stata definita la necessità di una formazione continua per tutti gli operatori della catena penale, dal ministero pubblico ai Tribunali, ma anche in ambito statistico, pur sapendo – tuttavia – che i reati denunciati sono solo una minima parte rispetto a quelli commessi», ha aggiunto Gobbi. «Solo pochi reati sfociano in una denuncia e questo ci preoccupa», ha detto Gobbi. Per una corretta e migliore definizione della dimensione delle violenze sessuali, durante l’incontro, è stata anche evocata l’importanza della medicina legale. «In quest’ottica – ha spiegato il direttore del DI – il Ticino partecipa a un progetto pilota con Losanna e Ginevra, nell’ambito dell’Osservatorio latino contro la violenza domestica ». Più in generale, e su diversi punti, il nostro Cantone, in materia di lotta contro la violenza domestica e contro i reati sessuali, ha già implementato alcune misure. «La formazione di base degli agenti prevede già alcuni corsi per la gestione del primo contatto tra vittima e autorità, per esempio, durante la denuncia nei posti polizia», spiega Gobbi che ribadisce: «Alla base, occorre comunque migliorare il rapporto di fiducia tra autorità e vittima, affinché quest’ultima trovi il terreno giusto e il coraggio per denunciare il proprio aguzzino».

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 22 novembre 2022 del Corriere del Ticino

 

Il Canton Ticino aderisce alla Campagna mondiale “16 giorni di attivismo contro la violenza di genere”  

Il Canton Ticino aderisce alla Campagna mondiale “16 giorni di attivismo contro la violenza di genere”  

Comunicato stampa

Dal 25 novembre al 10 dicembre 2022 si terrà la Campagna mondiale denominata “16 giorni di attivismo contro la violenza di genere” cui anche il Canton Ticino aderisce, come previsto dal Piano d’azione cantonale sulla violenza domestica presentato nel novembre 2021 dal Consiglio di Stato. Molti gli eventi e le iniziative che saranno organizzati sul territorio ticinese, nell’ottica di sensibilizzare la popolazione in merito a questo tema sensibile e sempre attuale.   

A partire dal 25 novembre, giorno in cui ricorre la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, e sino al 10 dicembre 2022, prenderà avvio la Campagna mondiale denominata “16 giorni di attivismo contro la violenza di genere” che si svolge annualmente, a cui anche il Canton Ticino aderisce per la prima volta, come già avviene in molti altri Cantoni. La partecipazione alla Campagna è una delle misure dal Piano d’azione cantonale sulla violenza domestica presentato nel novembre 2021 dal Consiglio di Stato, che mira a rendere strutturale il sistema di prevenzione e di contrasto alla violenza domestica, migliorando così la risposta a questo fenomeno.
La Campagna mondiale, nota anche come “Orange the world”, ha nell’arancione – colore che simboleggia un futuro luminoso e ottimista, libero da questo tipo di violenza – il filo conduttore che lega le iniziative in questo periodo.  
Già a contare dal 19 novembre saranno proposti diversi eventi sul territorio, organizzati sia in ambito istituzionale, che da parte della società civile, il cui ruolo di sensibilizzazione è davvero prezioso. Il Dipartimento delle istituzioni, per il tramite della Divisione della giustizia competente per il coordinamento istituzionale sul tema della violenza domestica, ha raccolto in un flyer informativo le molte iniziative promuovendole al pubblico.  
I numerosi eventi in programma confermano come il Ticino sia un Cantone estremamente sensibile al tema del contrasto alla violenza domestica, dove le singole azioni possono risultare efficaci solo se compiute congiuntamente da Istituzioni e società civile. In tale ambito si ricorda l’obiettivo del Governo di migliorare ulteriormente la risposta a questa problematica sociale attraverso la strategia delineata nel Piano d’azione cantonale sulla violenza domestica, per il quale verrà a breve proposto un aggiornamento.  

Flyer 

‘Il Piano d’azione ha stimolato a fare meglio e a fare di più’

‘Il Piano d’azione ha stimolato a fare meglio e a fare di più’

Andreotti: ‘Una legge cantonale ad hoc? Non è necessaria’

Un anno di applicazione del ‘Piano d’azione cantonale sulla violenza domestica’. Con quali risultati? «In particolare ha stimolato i vari attori, pubblici e privati, impegnati sul territorio a contrastare il fenomeno, una vera e propria piaga, a fare meglio e a fare di più», dice dal Dipartimento istituzioni la responsabile della Divisione giustizia Frida Andreotti. Che per i dettagli rimanda a mercoledì 23 novembre, «quando consegneremo al Consiglio di Stato il bilancio di questo primo anno di attuazione del Piano in Ticino». Bilancio che «la Divisione giustizia sta allestendo d’intesa con la Divisione dell’azione sociale e delle famiglie del Dipartimento sanità e socialità». E che il governo, aggiunge, «intende illustrare sempre il 23 nel corso di una conferenza stampa». Presentato alla stampa il 24 novembre 2021 dai consiglieri di Stato Norman Gobbi, Raffaele De Rosa e Manuele Bertoli, direttori rispettivamente dei dipartimenti Istituzioni, Sanità e socialità ed Educazione cultura e sport, il Piano d’azione, era stato spiegato, recepisce principi e raccomandazioni del trattato del Consiglio d’Europa ‘sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica’, meglio conosciuta come Convenzione di Istanbul. Che per la Svizzera è entrata in vigore nell’aprile del 2018. Il Piano cantonale consta di centoventi pagine ed è stato confezionato dalla Divisione giustizia in collaborazione con quella dell’azione sociale e delle famiglie e con il Gruppo permanente di accompagnamento in materia di violenza domestica costituito dal Consiglio di Stato: alla messa a punto del documento hanno preso parte anche organizzazioni private. “La violenza domestica è un problema universale e trasversale, nessuna società e nessun segmento di ognuna di esse ne è immune”, si sottolinea nel Piano d’azione. “L’obiettivo principale che si prefigge il Consiglio di Stato nella lotta alla violenza domestica – prosegue il documento – è di rendere strutturale il sistema di prevenzione e di contrasto al fenomeno, migliorando così la risposta alla violenza e favorendo di conseguenza il suo decrescere. Il suo conseguimento sarà possibile agendo principalmente sui quattro assi d’intervento già identificati dalla Convenzione di Istanbul”. Ovvero: “Prevenzione, protezione, perseguimento e politiche coordinate e declinati nel contesto cantonale: l’informazione e la sensibilizzazione, la formazione dei professionisti, la gestione delle minacce – con un lavoro parallelo a tutela delle vittime e di gestione degli autori – e la cura particolare e globale della posizione dei minori nelle dinamiche di violenza domestica”. Il Piano cantonale, riprende Andreotti, «permette anzitutto di avere un quadro della situazione: il contesto legislativo, quanti e quali enti operano in Ticino nel campo della consulenza e della prevenzione in generale, quali misure e strategie sono già adottate, da adottare e auspicabili». Nel suo primo anno di applicazione, rileva la direttrice della Divisione giustizia, «sono nate diverse iniziative nel cantone volte a sensibilizzare al tema della violenza domestica. Penso ad esempio agli incontri e alle conferenze promosse in queste settimane dal Centro professionale tecnico di Lugano-Trevano. Ripeto, le iniziative sono molte e anche spontanee. E sono state stimolate anche dal Piano d’azione cantonale, che consentirà inoltre un miglior coordinamento fra i diversi attori, istituzionali e non, dediti alla prevenzione e alla repressione del fenomeno». Sfuma intanto l’idea di proporre una legge cantonale ad hoc, una legge sulla violenza. «Considerate anche le disposizioni del Codice penale e di quello civile entrate in vigore nel 2020, che accrescono la protezione delle vittime di violenza, e l’esistenza di un Piano cantonale, reputiamo, come Divisione giustizia, che non sia più necessaria una legge ticinese. Suggeriamo – continua Andreotti – di inserire delle norme specifiche nella nuova legge cantonale sulla polizia, il cui progetto di riforma è stato messo in consultazione in luglio dal Consiglio di Stato».

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 11 novembre 2022 de La Regione

“Una giornata da direttrice” alla Divisione della giustizia per 4 allieve delle Scuole medie di Bedigliora, Bellinzona e Losone  

“Una giornata da direttrice” alla Divisione della giustizia per 4 allieve delle Scuole medie di Bedigliora, Bellinzona e Losone  

Comunicato stampa

“Una giornata da direttrice”: è questo il compito scelto ed eseguito da quattro ragazze delle scuole medie di Bedigliora, Bellinzona e Losone nell’ambito del progetto “Nuovo Futuro”. Giovedì 10 novembre 2022 le quattro allieve hanno simulato di essere direttrici della Divisione della giustizia, accompagnate nella loro attività dalla direttrice Frida Andreotti. Durante la giornata si è tenuto anche un incontro con il direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi.

“Nuovo Futuro” è un progetto che vuole promuovere la parità tra donne e uomini nella scelta del lavoro e dei progetti di vita. Molte professioni sono ancora oggi legate a ruoli di genere stereotipati e vengono considerate come tipicamente maschili o femminili. Un progetto supplementare per le ragazze è quello di scoprire la realtà delle donne che ricoprono ruoli dirigenziali presso aziende, organizzazioni ed enti pubblici. In questo senso la Divisione della Giustizia, grazie alla direttrice Frida Andreotti, si è messa a disposizione del progetto.

La giornata delle quattro “neo direttrici” della Divisione della giustizia si è sviluppata attraverso una serie di incontri, la stesura di alcune lettere e la creazione di una risposta ad un’interpellanza del Gran Consiglio sul tema del bullismo. Inoltre hanno avuto la possibilità di avere un colloquio con il Consigliere di Stato Norman Gobbi, prima di terminare il loro lavoro con una valutazione della loro esperienza assieme alla direttrice Frida Andreotti.

“Segno di fiducia nel Consiglio della magistratura”

“Segno di fiducia nel Consiglio della magistratura”

Il Gran Consiglio ha eletto lunedì gli ultimi membri non togati. Norman Gobbi: “Un buon segnale di rinnovamento”

Con l’elezione lunedì da parte del Parlamento ticinese degli ultimi quattro membri non togati, il Consiglio della magistratura è pronto per entrare in carica il prossimo primo gennaio. Dopo le nove dimissioni su dodici membri, a settembre si è proceduto a tappe forzate con il rinnovo: a metà ottobre l’assemblea dei magistrati ha scelto il giudice Damiano Stefani come presidente, assieme altri altri due membri togati, il pretore di Lugano Claudia Canonica Minesso e il procuratore generale sostituto Andrea Maria Balerna. A questi si aggiungono ora i membri “laici” Riccardo Crivelli, Beatrice Fasana, Simonetta Perucchi Borsa e Silvia Torricelli. La scelta per i membri supplenti è caduta invece su Gianluca Generali, Piergiuseppe Vescovi e Pietro Quanchi.
“Credo che questo sia un buon segnale di rinnovamento, visto che molte persone sono cambiate. Ma anche di rinnovata fiducia in un organo che magari ha avuto qualche problema di immagine più che di funzionamento” ha detto alla RSI il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi.
Si volta dunque pagina anche sul caos e il disorientamento di un paio di anni fa quando cinque procuratori pubblici vennero confermati dal Gran Consiglio nonostante il preavviso negativo del Consiglio. E si riparte con un presidente-giudice, scenario che lo stesso Gobbi aveva auspicato non si ripetesse più: “Questa riflessione – ha osservato il direttore delle Istituzioni – va fatta in ottica futura. Per garantire ancora di più quell’indipendenza che un organo di vigilanza deve avere sulla magistratura tutta. Avere un giudice potrebbe talvolta creare dei problemi. L’abbiamo visto di recente quanto il Gran Consiglio ha dovuto creare un organo ad hoc per valutare il caso di una magistrata che aveva ricusato parte del Consiglio della magistratura”.

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Segno-di-fiducia-nel-Consiglio-della-magistratura-15769249.html

Da www.rsi.ch/news

“Una buona notizia per il nuovo anno”

“Una buona notizia per il nuovo anno”

Imposta di circolazione e storica riforma delle ARP: la soddisfazione del direttore del DI Norman Gobbi 

È stata un’ottima giornata quella di domenica scorsa per il Consigliere di Stato Norman Gobbi. Infatti la modifica costituzionale che dà il la all’introduzione delle nuove Preture di Protezione e dunque permetterà l’avvio dell’iter per riformare le Autorità regionali di protezione (ARP) è stata quasi plebiscitata in votazione popolare. “Una riforma storica – afferma Norman Gobbi – se appena si pensa che l’attuale modello è in vigore dal 1803, ossia dalla nascita della Repubblica e Cantone Ticino!”. Ma il Direttore del Dipartimento delle istituzioni è soddisfatto anche per l’approvazione dell’iniziativa popolare sull’imposta di circolazione. “Il 60% delle ticinesi e dei ticinesi che hanno votato hanno detto sì all’iniziativa del Centro, sostenuta dalla Lega e dall’UDC. Le imposte di circolazione saranno dunque calcolate in base alle emissioni di CO2, secondo il principio “più inquini, più paghi”, oltre a una tassa base di 120 franchi. Una scelta chiara, che ora vedrà impegnato il Governo, gli stessi iniziativisti e in ultima battuta il Gran Consiglio in un lavoro celere per permettere l’abbassamento dell’imposta di circolazione già a partire dal 2023, come era stato promesso alla vigilia del voto. Personalmente si tratta di un impegno prioritario e per il quale stiamo lavorando già da diverse settimane. D’altronde non possiamo permetterci di perdere tempo e confido nella collaborazione di tutti, affinché si giunga alla soluzione sperata, ossia la riduzione dell’imposta come voluto dall’iniziativa già a partire dal 2023, che è ormai alle porte! Ho constatato una volontà comune da parte delle forze politiche e anche la sinistra ha dimostrato di voler affrontare il tema con coerenza, nonostante il suo controprogetto non abbia fatto breccia tra i cittadini votanti. D’altra parte la volontà popolare è sacrosanta!”, sottolinea Norman Gobbi.

Di fronte all’aumento della cassa malati, alla crescita delle bollette per l’elettricità, all’aumento della benzina e di molti altri beni di consumo, generi alimentari in primis, la riduzione generalizzata dell’imposta di circolazione è una delle poche belle notizie. I ticinesi non si sono fatti scappare questa possibilità”, afferma il Consigliere di Stato, che, come detto, domenica scorsa “ha portato a casa” un altro importante risultato: la riforma delle ARP. “È stato un voto molto importante, oltre che storico, perché tocca persone – minorenni e adulti – bisognosi di protezione. Si tratta quindi di un passo per andare verso una società migliore, capace di proteggere chi si trova in un momento di bisogno. Il lavoro più difficile inizia però ora, con l’implementazione vera e propria della riforma delle ARP che passerà nuovamente davanti al Gran Consiglio. Un lavoro che coinvolgerà ancora in modo attivo i Comuni e tutti gli attori interessati a questo delicato tema”, conclude il Direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi.

‘Tutorie, mandato popolare chiarissimo’

‘Tutorie, mandato popolare chiarissimo’

Massiccio sì delle urne (77,5%) alle Preture di protezione. 

«Ora abbiamo una sorta di mandato, un mandato popolare per continuare in questa direzione, approfondendo gli altri aspetti del grande e importante cantiere: mi riferisco agli aspetti organizzativi, procedurali e finanziari». Relatore con la leghista Sabrina Aldi, in seno alla commissione parlamentare ‘Giustizia e diritti’, sulla riforma in Ticino, proposta dal Consiglio di Stato, riguardante le autorità chiamate ad applicare le misure di protezione per minori e adulti previste dal Codice civile (tutele, curatele, privazione dell’autorità parentale…), il deputato del Centro/Ppd Luca Paganicom – menta così il risultato di ieri delle urne.
Il passaggio dal vigente modello amministrativo – incentrato sulle sedici Arp, le Autorità regionali di protezione, facenti capo ai Comuni – a quello giudiziario, con la creazione di Preture ad hoc, le Preture di protezione, e la conseguente ‘cantonalizzazione’ del sistema, è stato plebiscitato. Il 77,5 per cento dei e delle ticinesi che si sono espressi ha detto sì alla modifica della Costituzione ticinese, raccogliendo l’invito di governo e Gran Consiglio.
È stata quindi ancorata alla Carta una nuova figura di magistrato, ossia il Pretore di protezione: i Pretori di protezione, i loro aggiunti, e gli specialisti (in psicologia, pedagogia e lavoro sociale), che affiancheranno i magistrati nel decidere le misure di protezione da attuare, verranno eletti dal Gran Consiglio, che già oggi nomina tutti gli altri giudici e i procuratori pubblici.
Ok dunque al sistema giudiziario. Alle Preture di protezione. Il lavoro sul piano politico non è però concluso: bisogna tradurre in pratica il principio accolto dai cittadini, con una valanga di sì. «Il mandato popolare – riprende Pagani, contattato dalla ‘Regione’ – è molto chiaro, nitido. Sul principio, sull’adozione cioè del modello giudiziario, non c’è più discussione. Come granconsiglieri, vi è ancora più determinazione, alla luce del verdetto delle urne, nell’andare avanti per concretizzare la volontà popolare».
I tempi, tenuto pure conto che stiamo per entrare nell’anno elettorale? «La mia speranza è che sugli aspetti che ho citato prima il parlamento possa determinarsi ancora in questa legislatura, dunque entro metà marzo del 2023. Faremo il possibile. Adesso aspettiamo il messaggio aggiuntivo del governo sugli aspetti procedurali di questa riforma». Le relative norme, concernenti il funzionamento delle future Preture di protezione, saranno proposte dal Dipartimento istituzioni, il quale dovrebbe metterle in consultazione prima di Natale.

Gobbi: positivo l’ok di tutti Comuni
In Consiglio di Stato si prende intanto atto del forte consenso dei cittadini al sistema giudiziario. «Un dato estremamente positivo è che tutti i Comuni hanno votato a favore di questo modello – sottolinea man Gobbi.

Sulla validità della riforma, che a più riprese ha definito storica, il direttore del Dipartimento istituzioni non ha dubbi: «Ci sarà una maggiore professionalizzazione del settore e ci saranno uniformità di prassi e parità di trattamento sull’intero territorio cantonale, cose oggi non date per via della ‘frammentazione’ dell’apparato in sedici Autorità regionali di protezione». Senza dimenticare «la maggiore autorevolezza di cui gode in quest’ambito

(…)

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 31 ottobre 2022 de La Regione

****

Promossa a pieni voti la riforma delle ARP
Via libera con il 77,5% di sì alla riorganizzazione delle Autorità di protezione – Norman Gobbi: «Un voto storico a vantaggio delle persone bisognose» Ora il Parlamento dovrà discutere le questioni finanziarie, organizzative e procedurali

Un risultato netto per una riforma più volte definita «storica ». Con il 77,5 % di sì, ieri, il popolo ticinese ha approvato la riforma delle ARP. Le Autorità regionali di protezione (ARP) andranno sostituite dalle Preture di protezione, una nuova Autorità giudiziaria sul modello delle Preture. «La riforma è stata approvata a larghissima maggioranza», ha commentato al CdT il direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi. «Ma soprattutto nessun Comune ticinese vi si è opposto». Un segnale importante, prosegue Gobbi, visto che la riforma, promossa dal DI, prevede di togliere alcune competenze che storicamente fanno capo ai Comuni per attribuirle a una nuova autorità giudiziaria. «In questo senso possiamo parlare di cambiamento storico. Dal 1803, ossia dall’inizio della Repubblica del Cantone Ticino, le misure di protezione – come le curatele e le tutele – sono di competenza comunale».

Nel concreto
Il compito di proteggere i minori e gli adulti in difficoltà passerà quindi di mano: da un’autorità amministrativa a un’autorità giudiziaria, nel segno di una maggiore competenza e al servizio di un ambito della società sempre più delicato: «La riforma vuole contribuire a migliorare l’intervento dello Stato nei confronti di persone, minori e adulti, bisognose di protezione», ha ricordato il consigliere di Stato. Le future Preture di protezione del minore e dell’adulto saranno infatti composte da specialisti con competenze interdisciplinari: persone formate in diritto, lavoro sociale, pedagogia e psicologia, come pure in ambito medico. «Nonostante il passaggio di competenze, i Comuni hanno comunque richiesto di essere parte attiva della futura organizzazione che prenderà la decisioni, ossia le Preture di protezione».

I prossimi passi
Per questo motivo, il Consiglio di Stato presenterà un nuovo messaggio nel quale verranno definite le procedure di intervento.«Nel concreto – spiega Gobbi – si tratta di definire una prassi unica per il funzionamento delle nuove Preture». Con il voto di ieri, infatti, è stata approvata unicamente la modifica costituzionale,ricorda il consigliere di Stato. Le questioni procedurali, finanziarie e organizzative verranno discusse in un secondotempo in Parlamento. L’auspicio del direttore del DI è che le nuove Preture di protezione subentrino definitivamente alle Autorità di protezione entro il 2025-2026.

«Maggiore uniformità»
«Grazie a questa norma costituzionale le attuali autorità di protezione amministrative potranno diventare vere e proprie corti civili», ha commentato il PS. «Questa riforma porterà un po’ più di certezza del diritto, nonché una maggior professionalizzazione ed un coordinamento che permetteranno migliori tempistiche di evasione dei casi». Soddisfatto per l’esito del voto anche l’UDC Ticino che «sosteneva la riforma, convinta della necessità di un passaggio delle attuali competenze comunali alle nuove preture di protezione a livello cantonale». Di fronte alle necessità e alle situazioni sempre più complesse, e anche per garantire la parità di trattamento, «la professionalizzazione e il coordinamento cantonale degli organi di protezione appaiono la soluzione più ragionevole », si legge nella nota stampa UDC. Una posizione condivisa anche dal sindacato VPOD, «che da anni riscontra problemi nel funzionamento delle attuali sedici ARP». Ogni anno prendono 11.000 decisioni, «non sempre seguendo la stessa linea e gli stessi metodi», osserva il sindacato, per il quale la riorganizzazione rappresenta quindi un grande passo avanti.

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 31 ottobre 2022 del Corriere del Ticino

****

La svolta epocale delle ARP
Ampiamente promossa la riforma dell’organizzazione delle autorità di protezione, risalente al 1803 – Da organismi amministrativi ad autorità giudiziarie

La riforma delle ARP, le autorità di protezione, è stata ampiamente promossa ieri (domenica) nelle urne: il 77,5% dei votanti ticinesi ha infatti approvato la svolta che si può definire epocale.
Epocale perché il principio su cui si basa il sistema attuale risale addirittura al 1803, l’anno di nascita del Canton Ticino. L’iter che porterà alla forma definitiva delle nuove ARP non sarà brevissimo, con altre tappe previste in Parlamento. Domenica però il popolo ha sancito il passaggio dalle 16 autorità che fanno capo ai comuni alle Preture di protezione che, negli intenti delle autorità, saranno solo quattro.
In altre parole, si passerà da organismi puramente amministrativi a un’autorità giudiziaria a tutti gli effetti. Si tratterà di mettere in campo competenze specifiche che, fino ad ora, non sempre hanno funzionato, come sottolinea alla RSI il presidente dell’Associazione genitori affidatari Pietro Vanetti: “Il sistema era già cambiato nel 2001 con l’introduzione delle Commissioni tutorie regionali, ma è stata l’implementazione purtroppo che non è andata bene. Mancavano risorse umane e qualità, o il metodo di valutazione della situazione, variava in modo eccessivo e ingiustificato. Inoltre le nomine erano più politiche che di competenza…”.
La risposta arriva dal direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, responsabile del dossier: “Al centro devono esserci prima di tutto proprio le competenze, dal momento che interveniamo – nel limitare le libertà individuali – in maniera forse anche più importante rispetto al diritto penale. E in questo senso non dubito che il Parlamento cantonale riuscirà a porre al centro queste competenze, al di là delle diverse sfumature politiche.”

Da www.rsi.ch/news
 
****
Un sì convinto alla riforma delle ARP
Servizio all’interno dell’edizione di domenica 30 ottobre 2022 de Il Quotidiano