Canapa light in Consiglio di Stato

Canapa light in Consiglio di Stato

Da RSI.ch | Norman Gobbi intenzionato a sollecitare una discussione. Possibile un allineamento alle norme federali

Il servizio al Quotidiano: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Canapa-light-in-Consiglio-di-Stato-9509269.html

La canapa light arriverà sul tavolo del Consiglio di Stato ticinese. Quello della marijuana a basso contenuto di THC è un tema che divide il Ticino, unico cantone in tutta la Svizzera dove una legge ne regola sia la produzione, sia la vendita.

Memori di quanto avvenuto nei primi anni 2000, negli ultimi mesi alcuni comuni come Chiasso, Balerna e Minusio hanno emesso ordinanze che mirano a impedire la coltivazione e il commercio della canapa light, legale secondo la legge federale. Dinnanzi all’interesse che sta suscitando il prodotto, il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha intenzione di portare il tema in Governo per capirne gli intendimenti. Si tratterà di valutare costi e benefici di una regolamentazione restrittiva rispetto a un allineamento alle norme federali.

Ricordiamo che l’attuale legge cantonale risale a 15 anni fa, quando nacque con l’obiettivo di frenare l’apertura incontrollata dei canapai. Una normativa pensata per porre un freno alla vendita e alla coltivazione di canapa stupefacente.

Espulsi due radicalizzati

Espulsi due radicalizzati

Da RSI.ch | Un cittadino afgano e uno turco sono stati allontanati dal Ticino perchè ritenuti pericolosi

La mia intervista al Quotidiano: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Espulsi-due-radicalizzati-9484336.html

Due persone ritenute pericolose e legate ad ambienti radicalizzati sono state espulse dal Ticino nelle scorse settimane. L’operazione, rimasta segreta fino ad ora, è stata condotta dalla Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni in collaborazione con la polizia cantonale, la Segreteria di Stato e la polizia federale.

I due uomini, come riportato martedì dal Corriere del Ticino, sono un cittadino turco di circa quarant’anni, in Svizzera dall’inizio degli anni 2000 con lo statuto di rifugiato, e un trentenne afgano richiedente asilo, nel paese dal 2015.

Entrambi avevano richiamato l’attenzione delle autorità per le loro frequentazioni dubbie e sono stati rimandati nel loro paese d’origine. Restano segrete le regioni del Ticino dai quali i due sono stati allontanati ma gli stessi avevano intrecciato relazioni sia nel Cantone, che in Italia come pure in altre nazioni.

I filoni di inchiesta che però hanno portato al successo di questa operazione erano comunque separati poiché i due espulsi non avevano alcun legame tra loro.

Terrorismo Due uomini pericolosi: espulsi

Terrorismo Due uomini pericolosi: espulsi

Dal Corriere del Ticino | L’inedita vicenda di un cittadino turco e uno afgano che vivevano in Ticino a contatto con ambienti radicalizzati Le loro frequentazioni dubbie e movimenti sospetti hanno portato i funzionari e la polizia alla drastica soluzione

Mentre in tutta Europa è allerta terrorismo, in Ticino sono stati espulsi un cittadino turco e uno afgano. Due persone ritenute pericolose, legate ad ambienti radicalizzati frequentati da soggetti molto vicini all’ideologia jihadista. Al centro dell’operazione c’è la Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni che ha collaborato sul caso con la Polizia cantonale, la Segreteria di Stato della migrazione e la polizia federale. L’inedita vicenda è stata condotta nel pieno della bufera sui permessi falsi, una vicenda scoppiata in febbraio con arresti, polemiche e inchieste, ma il tutto è avvenuto nel più stretto riserbo, senza che nulla trapelasse, per il rischio di fallimento. Il tutto è avvenuto anche grazie al lavoro d’intelligence e ha permesso di prendere conoscenza di situazioni che non erano note e comprovate.

Il cittadino turco, sulla quarantina, aveva uno statuto di rifugiato riconosciuto, ed era entrato nel nostro Paese all’inizio degli anni Duemila. Tra i motivi che hanno spinto le autorità ad allontanare l’uomo, all’inizio dell’anno, spiccano i presunti legami che avrebbe intrattenuto con ambienti islamisti radicali. È stato considerato una potenziale minaccia per il nostro Paese. Per contro il cittadino afgano, sulla trentina, era un richiedente l’asilo entrato in Svizzera nel 2015. Il suo allontanamento è più recente, è avvenuto nel corso dell’estate. Un altro individuo giudicato dai servizi specializzati un serio pericolo, visti i suoi contatti con altri individui radicalizzati. Entrambi sono stati allontanati e rimandati nel loro Paese d’origine con un biglietto di sola andata.

I due hanno richiamato l’attenzione delle autorità per le loro frequentazioni dubbie e i movimenti sospetti. Un sottobosco di radicalizzazione allo jihadismo che è emerso anche dal recente processo contro Ümit Y., l’agente di sicurezza che lavorava nei centri per richiedenti l’asilo per Argo 1, la società al centro della vicenda del mandato diretto del DSS. L’atto d’accusa a suo carico della Procura federale citava diverse situazioni di ritrovi sospetti, facendo anche nome e cognome delle persone interessate. Rimane top secret la regione del Ticino che ha visto i due espulsi protagonisti, mentre gli stessi intrattenevano legami sia in Ticino, che in Italia, come pure in altri Paesi. Mentre i due non erano uniti da legami o rapporti, i filoni che hanno portato al successo di questa operazione erano separati.

NORMAN GOBBI – «La Svizzera è un luogo di reclutamento»

Ticino, radicalismo, terrorismo e sostenitori del sedicente Stato islamico. Dobbiamo iniziare ad avere paura?

«Quando sono state colpite da attentati terroristici città come Parigi, Bruxelles, Berlino, Londra, Manchester e Barcellona – e negli ultimi due anni è successo purtroppo troppe volte – ho ricordato che alle nostre latitudini il rischio zero, ovvero la possibilità che anche da noi si verifichino attacchi simili, non esiste. Questi attacchi colpiscono laddove fa più male: nel cuore pulsante delle comunità, dove la gente sta vivendo la propria quotidianità. Ma, per tornare alla sua domanda, no, non dobbiamo iniziare ad avere paura, perché è proprio quello l’obiettivo finale di questi movimenti radicalizzati: insinuare la paura nella popolazione. Ricordo anche che la Svizzera non è un obiettivo primario di questi attacchi, tuttavia l’allerta rimane alta, perché la certezza assoluta purtroppo non esiste. Grazie all’ottima collaborazione tra autorità politiche e forze dell’ordine a livello nazionale e internazionale e allo scambio continuo di informazioni possiamo contrastare questo genere di situazioni».

Si parla spesso di casi isolati, ma poi ne emergono di nuovi. Fino ad oggi ci siamo illusi di essere un territorio immune?

«Dalle informazioni fornite dal Servizio delle attività informative della Confederazione il nostro Paese non si presta a essere uno degli obiettivi principali dei terroristi. Come dimostrano alcuni arresti avvenuti in passato – e nemmeno troppo lontano – la Svizzera è piuttosto un luogo in cui avviene il reclutamento per la diffusione di ideologie di questo genere e per il finanziamento di queste ignobili azioni. Anche in passato, per altri tipi di terrorismo il nostro territorio si prestava a questo genere di attività. E non da ultimo non va dimenticato che vicino a noi, al di là del confine, ci sono luoghi problematici. E penso in questo senso alla moschea di Varese dalla quale sono transitate persone pericolose».

Cosa si sente di dire dei due casi che arrivano alla ribalta oggi?

«Innanzitutto voglio esprimere il mio ringraziamento a tutti i miei collaboratori: funzionari e agenti di polizia che con pazienza e tenacia si sono occupati dei casi. Il lavoro che svolgono queste persone spesso è dietro le quinte, non si vede. Ma grazie al loro impegno, il nostro territorio rimane un posto sicuro dove vivere. E non da ultimo, tengo a ringraziare anche tutte le persone che lavorano per i servizi della Confederazione che hanno reso possibile ottenere un risultato di successo per entrambi i casi».

Molti si chiederanno: per due che sono stati allontanati, quanti altri jihadisti operano nell’ombra in Svizzera e in Ticino?

«Difficile da dire. Possono anche essere persone che transitano sul nostro territorio per un breve periodo. Per questo motivo è fondamentale che cittadini, enti e associazioni, insomma chiunque noti qualcosa di sospetto sul nostro territorio lo segnali alle nostre forze dell’ordine. In questo senso mi piacerebbe che le persone attive nelle nostre moschee fossero più attive nel segnalare personaggi sospetti. Quando a febbraio è stato arrestato il reclutatore sul nostro territorio grazie a un blitz delle forze dell’ordine la Lega dei musulmani ha negato di aver subito una perquisizione. Ma poi, durante il processo dell’imputato al Tribunale penale federale è emerso invece che la sede era stata perquisita. Su questo aspetto non smetterò mai di insistere: occorre trasparenza!».

La Sezione della popolazione con questa azione ha certamente fatto «un colpaccio». E dire che mentre si lavorava nell’ombra su questi delicati casi imperversava il cosiddetto scandalo dei permessi falsi. Come commenta?

«Ancora una volta il plauso va al lavoro di chi, anche quando si trovava nell’occhio del ciclone, non ha mai smesso di svolgere al meglio il proprio mandato. Persone che, mentre imperversava la tempesta, hanno lavorato anche durante i giorni di festa, in un clima caratterizzato da dubbi e attacchi da più fronti, soprattutto a livello mediatico».

Ma come si fa ad arrivare a smascherare queste persone?

«Spesso è un lavoro lungo. E la collaborazione tra autorità è fondamentale: prima di tutto tra servizi interni e poi con la Confederazione – penso il particolare alla Segreteria di Stato della migrazione, alla Polizia federale e al Servizio delle attività informative – e con le autorità internazionali. Lo scambio d’informazioni è quindi basilare. Un grosso contributo spesso lo danno anche le segnalazioni dei cittadini – che amo definire le nostre sentinelle sul territorio – e dei funzionari che si occupano delle pratiche. Ciò nonostante le grandi difficoltà date dagli strumenti legislativi che abbiamo a disposizione: risorse insufficienti per poter svolgere al meglio il nostro lavoro. A livello svizzero, ci stiamo muovendo tra Cantoni insieme al Dipartimento federale di giustizia e polizia per poter disporre di più mezzi per contrastare organizzazioni criminali e di stampo terroristico. Vogliamo modificare la base legale perché al momento, soprattutto il codice penale, è troppo debole. Pensiamo alla condanna del reclutatore arrestato qualche mese fa e recentemente condannato. Sei mesi per questo genere di reati sono davvero una pena troppo lieve a mio modo di vedere».

Abbiamo parlato dei suoi funzionari, ma che ruolo hanno avuto la Polizia cantonale e quella federale?

«Ovviamente, il ruolo della nostra Polizia è stato centrale. Il Servizio cantonale d’intelligence ha infatti lavorato in fase preventiva e ha evidenziato le due situazioni a rischio, per poi trasferire le informazioni e tutti gli elementi alla Polizia federale che, per competenza, ha avviato le indagini giudiziarie».

Nelle scorse settimane c’è stata la condanna di Ümit Y., già agente di sicurezza di Argo 1. Tra lui e i due espulsi c’erano dei legami di qualche genere?

«Non lo so dire. In casi come questi le inchieste sono condotte dagli inquirenti, e determinate informazioni sono strettamente confidenziali. D’altra parte nel nostro sistema democratico vige la separazione dei poteri. In ogni caso sono fiducioso sul lavoro svolto dalle nostre autorità giudiziarie in questo ambito».

(Articolo e intervista di Gianni Righinetti)

“Canapa light, evitiamo un ritorno agli anni Novanta”

“Canapa light, evitiamo un ritorno agli anni Novanta”

Dal Mattino della domenica | Norman Gobbi fa il punto della situazione in Ticino

È tornata agli onori di cronaca la cannabis, questa volta in versione cosiddetta “light”. Chi ha seguito la cronaca in questi mesi, sa di cosa parlo: marijuana legale, contenente meno dell’1% di Thc, senza sostanze psicoattive ma unicamente leggermente calmanti. In Ticino, rispetto al resto della Svizzera, per poter vendere prodotti a base di canapa con basso contenuto di Thc occorre l’autorizzazione della Polizia cantonale. La legge federale sugli stupefacenti infatti non regola in maniera esaustiva la tematica: di conseguenza ogni Cantone dispone di un certo margine di autonomia per sancire regolamentazioni ad hoc. Questo avviene nel pieno rispetto del principio federalista che regge il nostro sistema politico. La stessa prassi viene adottata per esempio nella vendita di alcolici ai minori: in alcuni Cantoni già i sedicenni possono consumare vino e birra e in altri no.

Un ritorno all’era delle operazioni Indoor?
Quando si parla di canapa in Ticino, non si può non rievocare il periodo tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila, quando il nostro Cantone si trovò confrontato con una proliferazione di canapai e coltivazioni di canapa. Le operazioni Indoor furono una chiara conseguenza del pendolarismo dell’acquisto proveniente dall’Italia, dove la politica in materia di stupefacenti era molto meno liberale rispetto alla nostra. Il lavoro della Polizia e del Ministero permise di contrastare il fenomeno, mentre le Autorità cantonali, Governo e Parlamento, si adoperarono per dar luce a un quadro normativo che evitasse il ripetersi della situazione.

Monitoraggio costante
È proprio quella legge, figlia di quei tempi, che oggi consente al Ticino, a differenza del resto della Svizzera, di avere una condizione privilegiata per il monitoraggio dell’evoluzione del fenomeno. La nostra Polizia cantonale può quindi procedere a controllare coltivazioni e punti vendita senza avvisare preventivamente gli stessi. I controlli possono variare: dalla verifica del prodotto coltivato, con la raccolta di vari campioni di una medesima coltivazione per la verifica del tenore di Thc, al controllo del rispetto dei limiti e degli oneri imposti dalla legislazione cantonale. Questo consente alle nostre forze dell’ordine di far fronte alla situazione attuale nel rispetto del principio di legalità, coscienti del fatto che è impossibile garantire a priori che non venga prodotta anche della canapa con un tenore di Thc superiore al limite consentito. Il mio Dipartimento continuerà a monitorare la situazione – senza tuttavia aprire a più tolleranza – e valuteremo se sarà il caso di proporre correttivi alle normative attuali.

“No” convinto al consumo in polizia
A livello interno, il nostro Corpo di Polizia si è mosso velocemente per garantire un adeguamento delle disposizioni per i nostri agenti. Una novità dettata dalla canapa “light” è infatti la difficoltà nel distinguerla da quella “meno light”. Malgrado un agente, fumando questi nuovi prodotti, agirebbe nella legalità, agli occhi dei cittadini accosterebbe la divisa al consumo di una normale canna. E questo sarebbe decisamente inopportuno, dato che l’agente potrebbe trovarsi poco dopo a dover sanzionare qualcuno per il consumo di cannabis. Oltre al fatto che il consumo potrebbe compromettere la capacità di guida anche a diverse ore di distanza. Lo stesso discorso vale per gli agenti di custodia che operano nelle nostre carceri, ai quali verrà chiesta prossimamente la stessa attenzione.

Legale non significa innocuo
Il consumo di sigarette a basso contenuto di Thc è quindi consentito dalla legge federale. Ma questo non vuol dire che dobbiamo abbassare la guardia; e in questo caso mi riferisco alla sicurezza sulle nostre strade. È comprovato che il consumo di questo prodotto potrebbe avere effetti sulla capacità di guida. Quindi, invito tutti alla prudenza: ricordiamoci che la sicurezza del nostro territorio passa anche attraverso una guida attenta e controllata sulle nostre strade!

NORMAN GOBBI
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Non dobbiamo rassegnarci all’indifferenza

Non dobbiamo rassegnarci all’indifferenza

Da Ticinonews|Norman Gobbi commenta i tragici fatti di Barcellona. “Le nostre forze dell’ordine si sono adattate alla minaccia”

“Un altro vile attacco laddove fa più male: nel cuore di una città, in cui turisti e residenti vivevano un momento di tipica quotidianità”. Queste le parole del direttore del dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, da noi contattato per un commento sui tragici fatti di Barcellona.

“Purtroppo i terroristi non guardano in faccia a nessuno e anzi, si distinguono proprio per colpire e uccidere innocenti. Barcellona purtroppo è l’ultima di una serie di meste tragedie che hanno toccato altre città europee: Parigi, Nizza, Bruxelles, Berlino, Londra e Manchester sono purtroppo associate a tragici fatti”.

“Ma non voglio e non dobbiamo rassegnarci all’indifferenza – ha proseguito Gobbi – questi attacchi vanno condannati e questi scenari sanguinari e ignobili non possono divenire parte della nostra normalità! La cultura del terrore non può insinuarsi, perché vorrebbe dire scendere a compromessi con il male”.

I fatti di Barcellona rilanciano immancabilmente il tema della sicurezza. Cambierà qualcosa anche alle nostre latitudini? “La Svizzera non è un obiettivo primario di questi attacchi ma l’allerta rimane alta, perché la certezza assoluta purtroppo non esiste. Grazie all’ottima collaborazione tra Autorità politiche e forze dell’ordine a livello internazionale e allo scambio continuo di informazioni possiamo contrastare questo genere di situazioni”.

“Non possiamo restare con le mani in mano – conclude Gobbi – Alle nostre latitudini le nostre forze dell’ordine si sono adattate alla minaccia. Infatti, da qualche tempo la Polizia cantonale ha preso alcune misure di sicurezza per far fronte a rischi simili: il più visibile è l’utilizzo del giubbotto anti-proiettile da parte dei nostri agenti. A fronte dei recenti episodi che hanno macchiato di sangue l’Europa inoltre sono state prese misure puntuali, come nell’ambito di grandi manifestazioni dove un grande numero di persone si raduna. Pensiamo ad esempio ai recenti festeggiamenti per la nostra festa nazionale: in questi casi la Polizia cantonale ha utilizzato sbarramenti in cemento per evitare che mezzi pesanti potessero scagliarsi sulla folla”.

Leggi l’articolo sul portale Ticinonews: http://www.ticinonews.ch/ticino/402122/non-dobbiamo-rassegnarci-all-indifferenza

Norman Gobbi: “Basta poco per rendere la vita difficile ai ladri!”

Norman Gobbi: “Basta poco per rendere la vita difficile ai ladri!”

Dal Mattino della domenica | L’estate è il periodo prediletto per i furti che sfruttano la nostra distrazione

Luglio. Tempo di vacanze per molti di noi. Lo è anche per il sottoscritto, in pausa dalle sedute di Consiglio di Stato. C’è però una categoria di “lavoratori” che non va mai in vacanza, ma che anzi intensifica la sua attività proprio in queste settimane che passiamo fuori casa, al mare o nelle piazze del nostro Cantone. Sto parlando proprio di loro: i ladri.

In quest’ultima edizione prima della vacanza estiva del Mattino ho pensato a un contributo utile a tutti, a chi lo legge seduto all’ombra in un grotto o da sotto l’ombrellone in spiaggia. Sì, perché mentre siamo fuori casa, anche per breve tempo, qualcuno potrebbe aver colto l’occasione per fare una visita sgradita alle nostre abitazioni.

Sempre meno furti con scasso

Grazie al buon lavoro della nostra Polizia, i furti negli ultimi anni sono diminuiti drasticamente. La maggior presenza sul territorio degli agenti ha infatti creato l’effetto dissuasivo sperato. Per darvi qualche dato, i furti con scasso nei primi cinque mesi di quest’anno sono praticamente dimezzati rispetto a due anni fa (sono passati da 919 nel 2015, a 591 nel 2016 e a 480 nel 2017). Anche i furti con scasso nelle abitazioni seguono questa tendenza positiva: da 575 nei primi cinque mesi del 2015 sono passati a 321 nel 2016 e a 223 nel 2017.

Qualche accorgimento a casa

Anche se questa evoluzione è molto positiva – soprattutto perché il furto con scasso è uno dei reati che più influisce sul nostro senso di sicurezza, toccandoci nella sfera più personale – ognuno di noi personalmente può rendere più difficile la vita ai ladri. Alcune volte, infatti, basta un qualche piccolo accorgimento per evitare di avere brutte sorprese. La Polizia cantonale ci propone dei semplici consigli da seguire prima di lasciare la nostra abitazione, soprattutto se lo si fa perché in partenza per una vacanza:

  • chiudete porte e finestre prima di lasciare il vostro domicilio, anche se si tratta di una breve assenza;
  • chiudete a chiave le porte d’entrata e le porte finestre anche nel caso in cui vi spostate solo sulla terrazza, in giardino o sul balcone;
  • conservate le chiavi in un luogo sicuro, evitate di nasconderle sotto un vaso di fiori o sotto lo zerbino;
  • palesate la vostra presenza all’interno dell’abitazione; di sera inserite il timer delle lampade, durante il giorno lasciate una radio accesa;
  • fate svuotare la bucalettere, oppure bloccate il servizio di corrispondenza tramite l’ufficio postale (vi è la possibilità di farlo attraverso Internet);
  • in caso di assenza prolungata, informate i vicini.

Attenzione agli scippi

Non è però solo in questo caso che dobbiamo fare attenzione ai delinquenti. È proprio quando le serate si fanno calde e lunghe, e le persone si riversano nelle strade per concerti e aperitivi, che aumenta la possibilità di farsi derubare con trucchetti ingannevoli o per colpa della nostra distrazione. Anche in questa situazione, la nostra Polizia ha qualche accorgimento da proporci che è sempre meglio tenere a mente:

  • portate su di voi pochissimo denaro contante e il minor numero possibile di oggetti di valore;
  • non lasciate mai incustoditi la vostra borsa e il vostro bagaglio;
  • riponete i vostri oggetti di valore in una tasca interna della vostra giacca possibilmente chiudibile;
  • quando camminate tra la folla, tenete borsetta, borsa del computer portatile, borsa a tracolla e zaino ben chiusi e stretti davanti al corpo;
  • non riponete mai i vostri oggetti di valore nelle tasche esterne dei vostri vestiti;
  • se avete pianificato di trascorrere le vacanze all’estero, prima della partenza informatevi sui trucchi spesso utilizzati dai ladri locali per derubare i turisti.

Anche “online” qualche accorgimento

Non sono da dimenticare infine le tentazioni offerte dai mezzi di comunicazione moderni. Soprattutto dopo mesi di duro lavoro, all’avvento di una vacanza desiderata da tanto tempo, potremmo essere allettati dall’idea di farlo sapere a tutti e – ammettiamolo – di suscitare anche un po’ d’invidia tra i nostri amici per la nostra partenza. Quale mezzo migliore che i social media per farlo? Ma ecco che quello “stato” pubblicato su Facebook o quella foto all’aeroporto pubblicata su Instagram diventano un’arma a doppio taglio. Quel messaggio che vuole essere un’esternazione di gioia, diventa invece una cartolina d’invito per i ladri a favorire delle abitazioni vuote. Fate attenzione quindi a ciò che comunicate! E forse anche le foto sulla spiaggia sarebbe meglio metterle al ritorno a casa, non si sa mai chi potrebbe venire a conoscenza del fatto che siete fuori casa e sapere quindi di agire indisturbato…

Ognuno di noi può fare qualcosa per migliorare la propria sicurezza, e ricordiamoci anche che grazie alle nostre segnalazioni possiamo sventare un qualche furto in più! I nostri agenti sono sempre disponibili, perciò se vedete delle situazioni ambigue, sia a casa sia in giro, non esitate ad allertare la Polizia! Mi piace pensare ai cittadini come sentinelle sul nostro territorio, collaboratori indispensabili per un buon lavoro di squadra, a favore della sicurezza di tutti i ticinesi!

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Ispettore anche attraverso il concorso

Ispettore anche attraverso il concorso

Dal Giornale del Popolo | Polizia – Losanna ha respinto il ricorso, in vigore la nuova modalità di assunzione – Norman Gobbi: «La via privilegiata resterà comunque quella interna, quella che prevede almeno
cinque anni come gendarme. Ma per eventuali bisogni possiamo anche rivolgerci all’esterno».

Il Tribunale federale ha respinto il ricorso della Federazione svizzera funzionari Polizia sezione Ticino a proposito della nuova modalità di assunzione nella Polizia giudiziaria.

La regola per la quale c’è la possibilità, a precise condizioni, di venir assunti direttamente attraverso
concorso pubblico quale ispettore in polizia giudiziaria, viene quindi introdotta.

Ricordiamo che nel febbraio del 2016, il Gran Consiglio aveva adottato alcuni cambiamenti della legge sulla polizia, con i quali aveva stabilito una nuova formula di assunzione, a fianco di quella classica basata sull’esperienza acquisita presso la gendarmeria della Polizia cantonale, rispettivamente di nomina presso la Polizia giudiziaria.

Queste modifiche, proposte dalla direzione della Polizia cantonale, perseguono l’obiettivo di trovare un equilibrio adeguato tra ispettori di Polizia giudiziaria con un percorso formativo ed esperienze professionali vantaggiose nell’ottica della sempre più impegnativa e complessa attività di inquirente e futuri ispettori che
invece hanno maturato altrettanto importanti e valide competenze nella loro attività di agente di polizia. Al contempo viene garantita agli aspiranti ispettori provenienti dall’esterno una formazione di base che li porti all’ottenimento dell’attestato professionale federale di agente di polizia, seguita da un periodo pratico destinato all’introduzione alla professione.

Il ricorso sollevava una serie di censure secondo le quali le norme sarebbero state lesive della Costituzione federale. Contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente, il Tribunale federale ha deciso che le norme e il preciso messaggio legislativo rispettano il diritto superiore.

Con questa decisione il Tribunale federale non fa altro che confermare la validità giuridica della modifica proposta. Respingendo il ricorso l’Alta Corte convalida la proposta della direzione della Polizia cantonale e dunque la volontà di disporre sia di ispettori provenienti dai ranghi della gendarmeria che di ispettori provenienti dall’esterno. Questi ultimi dovranno però disporre di una formazione e di competenze specifiche, così come seguire la necessaria istruzione di base allo scopo di conseguire l’attestato federale di agente di polizia.

Tale decisione, che permetterà il reclutamento di ispettori a partire dalla prossima selezione anche con questa nuova modalità, fornirà i mezzi per rinforzare ulteriormente i ranghi della Polizia giudiziaria al fine di ancor meglio fronteggiare le nuove forme di criminalità. Tramite le due modalità di assunzione si mira a valorizzare le sinergie che deriveranno dalle differenti esperienze e formazione dei due percorsi professionali.

Per una reazione a caldo abbiamo sentito il responsabile del DI Norman Gobbi. «Una prova l’avevamo già fatta ed era funzionata bene in quanto i candidati che si erano presentati erano di qualità. Quindi questa scelta, oltre che dal punto di vista giuridico, anche da quello operativo è giusta. L’obiettivo non è quello di eliminare la normale via per diventare ispettore e cioè l’accesso alla scuola di ispettore, solo dopo 5 anni come gendarme, ma quella di permettere un’alternativa. Per ora non abbiamo obiettivi numerici. Non sappiamo ancora quanti seguiranno questa strada. Dipenderà da quanti gendarmi decidono di seguire la scuola per ispettori. La via privilegiata, quindi, resta quella interna. Ma se questa non basta, alimenteremo gli ispettori dall’esterno».

Polizia cantonale: il Tribunale federale conferma la nuova modalità di assunzione presso la polizia giudiziaria

Polizia cantonale: il Tribunale federale conferma la nuova modalità di assunzione presso la polizia giudiziaria

Comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni |

Il Dipartimento delle istituzioni informa che oggi è giunta la sentenza del Tribunale federale che ha respinto il ricorso della Federazione Svizzera Funzionari Polizia sezione Ticino ed ha perciò definitivamente sancito la possibilità, a precise e chiare condizioni, di venir assunti direttamente tramite pubblico concorso quali ispettori in polizia giudiziaria, così come deciso dal Gran Consiglio il 22 febbraio 2016 (cfr. Bollettino ufficiale delle leggi e degli atti esecutivi del 15 aprile 2016).

Il 22 febbraio 2016 il Gran Consiglio del Cantone Ticino ha adottato alcuni cambiamenti della legge sulla polizia del 12 dicembre 1989, in particolare stabilendo una nuova formula di assunzione, a fianco di quella classica basata sull’esperienza acquisita presso la gendarmeria della Polizia cantonale, rispettivamente di nomina presso la polizia giudiziaria. Queste modifiche, proposte dalla Direzione della Polizia cantonale, perseguono l’obiettivo di trovare un equilibrio adeguato tra ispettori di polizia giudiziaria con un percorso formativo ed esperienze professionali vantaggiose nell’ottica della sempre più impegnativa e complessa attività di inquirente e futuri ispettori che invece hanno maturato altrettanto importanti e valide competenze nella loro attività di agente di polizia. Al contempo viene garantita agli aspiranti ispettori provenienti dall’esterno una formazione di base che li porti all’ottenimento dell’attestato professionale federale di agente di polizia, seguita da un periodo pratico destinato all’introduzione alla professione.

Il ricorso sollevava una serie di censure secondo le quali le norme sarebbero state lesive della Costituzione federale. Contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente, il Tribunale federale ha deciso che le norme e il preciso messaggio legislativo rispettano il diritto superiore.

Con la decisione odierna il Tribunale federale non fa altro che confermare la validità giuridica della modifica proposta. Respingendo il ricorso l’Alta Corte convalida la proposta della Direzione della Polizia cantonale e dunque la volontà di disporre sia di ispettori provenienti dai ranghi della gendarmeria che di ispettori provenienti dall’esterno. Questi ultimi dovranno però disporre di una formazione e di competenze specifiche, così come seguire la necessaria istruzione di base allo scopo di conseguire l’attestato federale di agente di polizia.

Tale decisione, che permetterà il reclutamento di ispettori a partire dalla prossima selezione anche con questa nuova modalità, fornirà i mezzi per rinforzare ulteriormente i ranghi della polizia giudiziaria al fine di ancor meglio fronteggiare le nuove forme di criminalità. Tramite le due modalità di assunzione si mira a valorizzare le sinergie che deriveranno dalle differenti esperienze e formazione dei due percorsi professionali.

«L’autorizzazione c’è per evitare il proliferare di canapai»

«L’autorizzazione c’è per evitare il proliferare di canapai»

Da Ticinonline.ch | Il consigliere di Stato Norman Gobbi sulla questione della canapa “light” in Ticino dopo l’ennesimo sequestro

BELLINZONA – «L’obiettivo è di evitare il proliferare di canapai e di coltivazioni di canapa». È quanto ci dice il consigliere di Stato Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni, da noi interpellato a seguito dell’ennesimo sequestro di cannabis a basso tenore di THC e quindi legale. Non appena arrivate sugli scaffali dei negozi, le sigarette a base della cosiddetta canapa “light” sono finite nel mirino della polizia. Stavolta è successo al grande distributore Coop, ma negli scorsi mesi era già capitato ad altri più piccoli rivenditori ticinesi. Il problema è sempre lo stesso: la mancata richiesta di un’autorizzazione alla vendita, che tuttavia è necessaria soltanto in Ticino.

Come mai, direttore Gobbi, nel nostro Cantone è stata scelta questa soluzione?

«Il Ticino, a differenza di altri cantoni svizzeri, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del duemila si trovò confrontato con il proliferare di canapai e coltivazioni di canapa con alto tenore di THC su tutto il territorio. Fenomeno che fu allora contrastato dalle operazioni Indoor della polizia cantonale e dai procedimenti penali aperti dal Ministero pubblico. Le autorità cantonali di allora, Governo e Parlamento, si adoperarono – anche in base al forte sostegno popolare – per dar luce a un quadro normativo che negli anni potesse regolamentare la problematica e al contempo scongiurare il ripetersi della situazione che si verificò allora. Senza dimenticare che la nostra diretta vicinanza all’Italia ci espone a fenomeni differenti rispetto agli altri cantoni».

Non è paradossale che solo in Ticino sia necessaria l’autorizzazione? Alla fine basta varcare il confine cantonale per procurarsi i prodotti, per esempio in Mesolcina.

«Direi di no. Considerato che la Legge federale sugli stupefacenti non regola in maniera esaustiva il tema, ogni Cantone dispone poi di un certo margine di autonomia per sancire regolamentazioni particolari. Mi spiego meglio. Prendiamo il caso della vendita di alcolici ai minori: in alcuni cantoni vino e birra si possono consumare già dai sedici anni, in altri no. Vale questo principio federalista».

Negli scorsi mesi per la questione della canapa “light” sono stati segnalati diversi interventi di polizia per la mancanza di un’autorizzazione. Questa legge non sta soltanto dando più lavoro alle forze dell’ordine?

«Anche in questo caso non sono d’accordo. La polizia cantonale è chiamata a far rispettare tutte le leggi e in quest’ambito interviene qualora la situazione lo richieda».

Finalmente il ruolo del Ticino riconosciuto a Berna!

Finalmente il ruolo del Ticino riconosciuto a Berna!

Dal Mattino della domenica | La Confederazione copre interamente i costi della sicurezza del Centro di Rancate

Negli ultimi tempi Berna si è fatta sentire, dando una risposta alla richiesta di contributo nella gestione dei flussi migratori in Ticino. Dapprima la disponibilità a sostenere la nostra Polizia, mentre questa settimana un secondo annuncio: la Confederazione si assumerà interamente i costi per la sicurezza al Centro unico temporaneo per migranti in procedura di riammissione semplificata a Rancate.

Siamo ormai nel periodo caldo dell’anno, che negli ultimi anni corrisponde al periodo più intenso per i flussi migratori. Complice il bel tempo, gli sbarchi sulle coste italiane aumentano di giorno in giorno: sono ormai più di 70mila i migranti sbarcati fino ad ora, circa il 27% in più rispetto allo scorso anno. Anche se l’ondata migratoria alle nostre latitudini non si è ancora presentata come gli scorsi anni, questo dato ci fa pensare che non passerà molto tempo prima di vedere aumentare il numero di migranti che arriveranno ai confini italo-svizzeri.

Una possibile chiusura del Brennero?

Una situazione che potrebbe addirittura peggiorare data la situazione internazionale. È stata infatti una delle notizie più discusse di questa settimana il fatto che l’Austria avrebbe schierato 750 soldati e quattro veicoli blindati al Brennero lo scorso fine settimana. Il ministro della Difesa Hans Peter Doskozi aveva infatti affermato che l’Austria avrebbe avviato dei controlli e dispiegato soldati al confine se il flusso di migranti in arrivo sulle coste italiane non si fosse ridotto. Affermazione che in seguito è stata rettificata dal cancelliere austriaco Christian Kern, senza però escludere la presenza di un piano di emergenza nel caso il flusso aumentasse. È una situazione che mostra una certa criticità e che dobbiamo tenere sott’occhio: la chiusura di un’ulteriore “rotta” per i flussi migratori creerebbe molto probabilmente un peggioramento della situazione al nostro Confine.

Il ruolo centrale del Ticino

Sono tutti scenari che non sono attuali ma che potrebbero con molta probabilità manifestarsi, e per i quali ci siamo preparati. Proprio perché il Ticino ha un ruolo centrale che è quello di Porta Sud della Svizzera, come Cantone abbiamo richiesto un supporto importante da parte della Confederazione. Un supporto dovuto, anche perché ciò che facciamo per affrontare la situazione straordinaria in Ticino si riflette, in positivo, sugli altri cantoni e sulla sicurezza nazionale.

Trenta agenti in più

Proprio in queste settimane sono arrivate due buone notizie per il nostro Cantone. La prima, è che la nostra Polizia potrà contare su trenta agenti provenienti dal resto della Svizzera per far fronte, tra metà luglio a metà settembre, a un eventuale forte aumento di entrate illegali. La cosa positiva è che il loro impiego non dipenderà dal superamento di una certa soglia di entrate ma sarà possibile in ogni momento se lo riterremo necessario. Questo sforzo in più da parte degli altri cantoni servirà a sostenere la nostra Polizia in particolar modo su strade, nei treni e nelle stazioni sul territorio.

La Confederazione paga per Rancate

Questa settimana la seconda buona notizia da Berna: i costi per la sicurezza del Centro unico temporaneo per migranti in procedura di riammissione semplificata a Rancate nel 2017 saranno assunti interamente dalla Confederazione. Grazie all’accordo che ho firmato con il Direttore generale dell’Amministrazione federale delle dogane, Christian Bock, arriva dopo che con il Consiglio di Stato abbiamo deciso di prolungare fino alla fine del 2018 l’operatività della struttura, su proposta del mio Dipartimento. Una struttura che si è in effetti rivelata la soluzione giusta alla situazione che abbiamo dovuto affrontare lo scorso anno, e che sarà indispensabile anche quest’anno. Come ho sottolineato due settimane fa in queste pagine, si tratta di continuare a garantire con la stessa efficienza anche quest’anno la sicurezza sul territorio per i ticinesi.

Il Ticino ha dimostrato di essere un partner affidabile per la Confederazione e per i Paesi limitrofi nella gestione dei flussi migratori. La nostra regione è la più toccata della Svizzera, ed è per questo che ho accolto con soddisfazione una risposta da Berna. Non si tratta solo di far fronte ai costi che il nostro Cantone deve assumersi come Porta Sud della Svizzera, ma si tratta soprattutto di aver riconosciuto il ruolo fondamentale che abbiamo nella gestione di questa situazione, che non è solo a favore di noi ticinesi, ma della sicurezza di tutta la nazione!

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni