Cantoni chiamati alla cassa:“È una proposta indecente”

Cantoni chiamati alla cassa:“È una proposta indecente”

Nuovi alloggi per richiedenti l’asilo: Gobbi rispedisce al mittente la richiesta

 “È una proposta indecente: Berna vuole caricare sulle spalle dei Cantoni anche il 50 per cento dei costi per realizzare nuovi – e a suo dire – urgenti alloggi per richiedenti l’asilo”. Il Consigliere di Stato Norman Gobbi non usa mezzi termini, come suo modo di fare, bollando e rispedendo al mittente la richiesta. “Nello stesso tempo anche i Cantoni hanno preso una posizione contraria a quanto proposto dalla Segreteria di Stato della migrazione (SEM). Nel recente incontro della KKJPD, la conferenza delle direttrici e dei direttori di giustizia e polizia, ho esposto la nostra ferma contrarietà. Una posizione, tra l’altro, che come Cantoni dovevamo comunicare a stretto giro di posta, senza una vera e propria consultazione. Un no chiaro indicato soprattutto da quei Cantoni come il Ticino che già oggi sono costretti a fare molto sul tema dell’asilo, in virtù della loro posizione geografica di confine”.

Ma perché la SEM arriva con questa proposta? “Secondo le previsioni sull’andamento degli arrivi di richiedenti l’asilo nel 2024, la Segreteria di Stato della migrazione ritiene di non avere alloggi collettivi sufficienti sul territorio svizzero. Nella seconda metà di quest’anno mancherebbero 1’600 posti, che dovranno aggiungersi ai 10’500 totali oggi a disposizione. La SEM propone un investimento complessivo di circa 60 milioni di franchi, da suddividere 50/50 tra Confederazione e Cantoni. Il credito servirebbe per realizzare alloggi in strutture modulari, che altro non sono che i container adeguatamente predisposti per accogliere richiedenti l’asilo. La proposta di adibire questi speciali container quali alloggi era però stata respinta dalle Camere federali. In quel caso si trattava di un investimento superiore. Anche se in maniera più ridotta, ciò che era uscito dalla porta rientra dalla finestra”.

Ma il Direttore del Dipartimento Norman Gobbi non è sorpreso dalla richiesta di finanziare fifty-fifty l’investimento per nuovi alloggi in ambito d’asilo. “Infatti – spiega – appena la consigliera federale Karin Keller-Sutter, responsabile delle finanze, aveva parlato di risparmi nel bilancio 2025 il settore dell’asilo figurava tra quelli su cui occorreva intervenire. Un’impostazione che condivido, personalmente, ma non chiamando alla cassa i Cantoni! Sulla necessità concreta di aumentare il numero di alloggi per gli RA a mio giudizio ci sono altre soluzioni praticabile, che non comportano una spesa così onerosa per la Confederazione”, conclude il Consigliere di Stato Norman Gobbi.

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 11 febbraio 2024 de Il Mattino della domenica

“Abbiamo la struttura, ma il Ticino ha già dato”

“Abbiamo la struttura, ma il Ticino ha già dato”

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi si esprime sulla richiesta federale di garantire 1800 posti supplementari in tutta la Svizzera: “Abbiamo chiesto ad altri Cantoni e alla Confederazione di assumersi le loro responsabilità”.
Per affrontare la pressione migratoria attesa per l’autunno, i Cantoni metteranno a disposizione 1’800 posti supplementari, di cui 600 utilizzabili da subito. È quanto è stato stabilito dal Dipartimento federale di giustizia e polizia e dai diretti interessati. Anche il Ticino è chiamato a fare la sua parte. “Prima però spetta agli altri”, mette in chiaro il consigliere di Stato, Norman Gobbi, interpellato da Ticinonews. 

Un centro federale anche in Svizzera centrale
“Tutti i Cantoni dovrebbero essere implicati e il Canton Ticino lo è da sempre, visto che siamo uno dei pochi Cantoni che ha un Centro federale che è stato utilizzato ed in seguito sviluppato dal punto di vista della capacità”, sottolinea il direttore del Dipartimento delle Istituzioni. “Abbiamo chiesto ad altri Cantoni e alla Confederazione di assumersi le loro responsabilità”. Delle responsabilità che, secondo il consigliere di Stato, la Confederazione non si sarebbe presa: “Negli ultimi 12 anni, da quando sono capo del Dipartimento, non è la prima potenziale crisi che dobbiamo affrontare. Significa che la Confederazione non ha predisposto o allestito delle strutture che possano rispondere alla gestione dei picchi migratori”.

La risposta della Svizzera centrale
La risposta a queste richieste e alla domanda di predisporre nella Svizzera centrale un Centro federale ha però creato dei silenzi. “Questo purtroppo è la realtà che mi vede confrontato con i colleghi di oltre Gottardo. Ed è giunto il momento che escano un po’ dal loro buco e realizzino il centro, che sarebbe di sgravio anche al Ticino”.

La situazione di Chiasso
Per quanto riguarda invece la situazione creatasi a Chiasso, secondo Gobbi, la Confederazione starebbe “approfondendo dal punto di vista legale e giuridico quali possono essere le misure di carattere amministrativo che possono essere prese”. Il consigliere di Stato richiede però un intervento all’interno dei Centri federali “con misure di limitazione delle uscite per gestire quei richiedenti che non si comportano correttamente all’interno come all’esterno del Centro”.

Il Gran Consiglio è con India. Critiche al Cantone. E Gobbi non ci sta.

Il Gran Consiglio è con India. Critiche al Cantone. E Gobbi non ci sta.

(…)

‘Come parlamento correte dei rischi’
Tutte ‘accuse’ che il direttore del Di Norman Gobbi ha, di fatto, rispedito al mittente, chiarendo altresì ruoli e competenze. «Restare in Ticino per un lungo periodo, in virtù dell’effetto sospensivo dei vari iter ricorsuali – ha poi scandito –, non conferisce a priori un diritto a ottenere un permesso. Infatti, il tempo trascorso non è un motivo sufficiente per annullare le decisioni e le sentenze negative emanate dalle autorità. Leggi e giurisprudenza che siamo chiamati ad applicare, nel bene come nel male». Quanto ai casi, diversi, «ottengono comunque ascolto». Mentre le statistiche «vanno prese con le pinze». Insomma, ha insistito, «l’approccio è quello di applicare leggi, regolamenti e giurisprudenza sia per l’autorità cantonale che federale. Dire che siamo restrittivi, quando il Canton Ticino è il quinto in assoluto per percentuali di stranieri residenti dietro Ginevra, Basilea Città, Vaud e Zugo e davanti a Zurigo, forse richiederebbe un po’ di moderazione». Gobbi non ha mancato poi di ‘ammonire’ il parlamento: «Non so che effetto potrà avere questo appello, il rischio che correte, però, è quello di politicizzare i casi, e di caricarvi di un compito che non è vostro e nemmeno del Consiglio di Stato, bensì dell’amministrazione».

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 28 gennaio 2022 de La Regione

Per il Cantone India può restare in Ticino

Per il Cantone India può restare in Ticino

Lo ha confermato l’Ufficio della migrazione data l’integrazione della giovane. Gobbi critico sulle polemiche politiche che hanno investito il caso
C’è una buona notizia. L’Ufficio della migrazione ticinese sostiene il caso di rigore che potrebbe permettere alla giovane India e alla sua famiglia di rimanere sul nostro territorio. Ad annunciarlo oggi è stata Silvia Gada, Capo della sezione della popolazione, affiancata dal direttore del Dipartimento delle istituzioni (Di) Norman Gobbi. «La giurisprudenza indica che soprattutto per i figli (di migranti, ndr) il fatto di aver passato una parte preponderante della propria adolescenza in Svizzera impone una riflessione sulla proporzionalità dell’obbligo di rientro» in patria, ha osservato Gada. «In base a questo, e confermando anche il fatto che si tratta di persone socialmente integrate, che parlano la nostra lingua e si sono date da fare a livello di formazione e di ricerca di un’attività, abbiamo ritenuto giustificato l’invio alla Sem di un preavviso favorevole» al caso di rigore, ovvero alla richiesta di eccezione che rovescerebbe la decisione negativa già passata in giudicato. Ora starà alla Segreteria di Stato della migrazione (Sem, appunto) prendere la sua decisione, ma è chiaro che il preavviso cantonale potrebbe spianare diversi ostacoli: quando è favorevole, ‘salva’ dal rimpatrio il 70% delle persone.
Però la conferenza stampa indetta alle Orsoline non è servita solo a ufficializzare il sostegno del Di a India, la diciannovenne proveniente dalla fascia di confine tra Etiopia ed Eritrea che da dieci anni attende un permesso di soggiorno, dopo aver messo radici in Ticino vivendo tra Biasca, Cadro e Morbio Inferiore (per Berna il rimpatrio non metterebbe a rischio l’incolumità degli interessati, nonostante l’instabilità dell’area). È stata anche l’occasione per togliersi alcuni sassolini dalla scarpa dopo che il caso ha molto occupato la politica, con un’interrogazione socialista a chiedere ragione della presunta discrepanza tra il numero di casi di rigore sostenuti dal Ticino, ritenuto troppo basso, e quelli caldeggiati dagli altri cantoni.
Gada ha invitato a non fare confusione tra i casi di rigore riguardanti i permessi negati (come quello di India) e quelli presentati invece per la commutazione di un permesso F già concesso in un permesso B: fattispecie diverse e governate da leggi diverse, le cui statistiche dipenderebbero comunque da molte variabili locali che inciderebbero direttamente sul numero di richieste presentate dalle famiglie. Quel numero risulterebbe spesso più basso in Ticino che altrove anche perché il Cantone – in cambio del suo impegno di frontiera nella prima accoglienza di migranti – si vede poi assegnata una quota minore di potenziali rifugiati anche rispetto a cantoni meno popolosi.
Gobbi ha dunque chiosato che «si è messo insieme il burro con la ferrovia» e ha preso spunto dalla vicenda per respingere le accuse di chi lo vede come ‘poliziotto cattivo’ della politica d’asilo ticinese: «Nel 96% dei casi le richieste di caso di rigore presentate da chi dovrebbe lasciare il territorio vengono preavvisate favorevolmente, segno che non c’è un presupposto politico da parte di chicchessia volto a influenzare queste decisioni», approccio che in questo caso riterrebbe semmai da imputarsi allo stesso Gran Consiglio (oltre all’interrogazione già menzionata, una risoluzione interpartitica ha invocato il dibattito sul caso di India con clausola d’urgenza già alla seduta del legislativo del 24 gennaio).
Il direttore del Di ha d’altronde ribadito la necessità per l’Ufficio delle migrazioni di esercitare il suo ruolo critico su tutte le pratiche (l’interrogazione proponeva invece di mettere la responsabilità dei preavvisi in mano al Consiglio di Stato in pectore). «I casi di rigore non sono tutti uguali e cambiano nel tempo», ha aggiunto, e restano comunque vincolati alla legge federale: quella sull’asilo, nei casi come quello di India ancora in attesa di un permesso definitivo, e quella sugli stranieri per chi chiede di passare da permesso F a B. Ed è proprio la legge a escludere un diritto automatico al rilascio di un permesso e a imporre una disamina della situazione familiare e finanziaria, della durata e stabilità del soggiorno in Svizzera, delle competenze linguistiche, dello stato di salute, della possibilità di reinserimento nel Paese dd’origine, dell’effettivo rispetto dell’ordine pubblico e così via. Anche in caso di preavviso favorevole, ha notato Gada, c’è comunque il rischio che la Sem dica di no, magari quando «sceglie di dar più peso a fattori quali la possibilità di rimpatrio rispetto all’integrazione in Svizzera». In caso di ulteriore ricorso si finirebbe nuovamente davanti al Tribunale amministrativo federale.
Spesso infine – il caso di India è lì a dimostrarlo – le richieste e i relativi ricorsi si prolungano in un limbo della durata di molti anni, durante i quali tutti i parametri presi in considerazione possono variare. Per questo Gobbi ha auspicato che a livello federale si possa «accelerare certi processi, anche per non alimentare false aspettative. D’altronde ritengo che in questo senso si sia già fatto molto con l’ultima revisione della legge sull’asilo, che ha anche potuto garantire la dovuta assistenza giuridica ai richiedenti fin dai loro primi passi».

Da www.laregione.ch

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Caso India, c’è il preavviso favorevole
Lo ha confermato Silvia Gada durante una conferenza stampa con Norman Gobbi sui casi di rigore in ambito di asilo – La palla ora passerà nuovamente alla Segreteria di Stato della migrazione

«India e la sua famiglia meritano il sostegno attivo del Cantone Ticino». A ribadirlo, in un’interrogazione inoltrata al Consiglio di Stato, erano stati i deputati socialisti Anna Biscossa (prima firmataria), Ivo Durisch, Nicola Corti, Danilo Forini, Fabrizio Garbani Nerini, Raoul Ghisletta e Gina La Mantia.
L’atto parlamentare era incentrato sul caso di India, una diciannovenne originaria della fascia di confine tra Etiopia ed Eritrea che, insieme alla madre e al fratello, era arrivata in Ticino nel 2012 fuggendo dalla guerra. Da allora la famiglia ha provato, invano, a ottenere un permesso di asilo per rimanere in Svizzera. L’avvocata Immacolata Iglio Rezzonico, che difende gli interessi di India e familiari, aveva confermato di voler inviare all’Ufficio della migrazione a Bellinzona «un’ennesima istanza relativa al riconoscimento della vicenda come un caso di rigore», così da evitare il rimpatrio forzato dei tre. La decisione finale, lo ricordiamo, spetta alla Segreteria di Stato della migrazione e i sette deputati chiedono al Governo di dare preavviso favorevole alla richiesta.
Il Consiglio di Stato ha risposto nella sua seduta settimanale all’interrogazione del 27 dicembre 2021. E, in parallelo, ha tenuto una conferenza stampa per presentare la situazione sui casi di rigore in ambito di asilo. Presenti in sala, a Bellinzona, il Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi e Silvia Gada, Capo della Sezione della Popolazione.
«Dobbiamo fare un po’ il punto su una materia che può portare confusione, visto l’ambito molto complesso in cui si muovono i casi di rigore» ha esordito Norman Gobbi. Silvia Gada, dal canto suo, ha spiegato: «Si impone una chiarezza e si impone una contestualizzazione, in particolare riguardo alla procedura d’asilo». Quindi, la Capo della Sezione della Popolazione ha fornito alcune cifre ed elencato i vari percorsi possibili.
«Non tutti i casi di rigore sono uguali» ha ribadito Gobbi.
Venendo al caso specifico, Gada innanzitutto ha ripercorso l’intera vicenda: «Di regola non si commentano casi specifici, ma in questo caso i dati da parte del legale sono stati pubblicati, discussi e portati in atti parlamentari. C’è anche una proposta di discuterne in Gran Consiglio. Ci permettiamo quindi di precisare quanto segue: siamo di fronte a una domanda d’asilo presentata dalla famiglia nel 2012, con la richiesta di un permesso N. Nel 2014 c’era stata una decisione negativa della Segreteria di Stato della migrazione (SEM, ndr), c’è stato un ricorso al Tribunale amministrativo federale (TAF) che ha respinto ricorso nel 2015, emettendo di conseguenza un termine di partenza. Il termine è cresciuto in giudicato, quindi l’Ufficio della migrazione ha predisposto la partenza. Parallelamente, c’è stata una richiesta di proroga per ottenere i documenti di viaggio. In questo percorso sono sorti diversi problemi, che non elenco. Nel 2019, ancora, è stata depositata un’istanza di apolidia da parte della famiglia, che la SEM ha respinto. Quindi, in sede ricorsuale, nell’agosto 2021 l’istanza è stata respinta dal TAF. È stata ancora predisposta la partenza, nel rispetto del termine indicato dal tribunale. Il legale della famiglia, allora, ha deciso di inoltrare un’istanza di rigore secondo l’articolo 14». E così, il dossier è stato ripreso in mano.
A livello ticinese, ha sottolineato Gada, «è stato valutato il fatto che i figli, in particolare, hanno passato una parte preponderante della loro adolescenza in Ticino. Il che crea una riflessione sulla proporzionalità dell’obbligo di rientro. In base a questo, anche pensando al fatto che socialmente sono integrati, parlano la lingua, si sono dati da fare nella formazione e nella ricerca di attività non lucrative, abbiamo ritenuto giusto dare alla SEM preavviso favorevole. Chiaramente, la SEM ora dovrà fare le proprie valutazioni: se dovesse chiedere ulteriori complementi saremo a disposizione. Se la domanda verrà accolta allora verrà rilasciato il permesso B, altrimenti si ripartirebbe il percorso ricorsuale».

Da www.cdt.ch

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India: il Ticino dà preavviso favorevole
Le autorità cantonali sono favorevoli alla permanenza della giovane e della sua famiglia.
Toccherà tuttavia alla Segreteria di Stato della migrazione valutare la richiesta.
«Non bisogna confondere il burro con la ferrovia». «Qualcuno, analizzando le statistiche, ha preso lucciole per lanterne». Con queste parole, pur ammettendo la complessità del tema che può indurre a errori e confusione, il direttore del Dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi ha voluto fare un po’ di chiarezza sui casi di rigore in ambito di asilo.
Un tema diventato di stretta attualità dopo il caso di India e della sua famiglia e sul quale un’interrogazione presentata da Anna Biscossa e cofirmatari intendeva far luce visto che, dati alla mano, dal 2017 ci sarebbe stato un deciso cambiamento, in senso restrittivo, sull’entrata in materia rispetto all’uso di questo strumento a favore di migranti in difficoltà presenti nel nostro Cantone.
Ma a causa delle differenti tipologie di casi di rigore, i deputati avrebbero presentato dati statistici sbagliati. «La procedura prevede che ci sia una domanda d’asilo che può sfociare in diversi risultati: negativa (con termine di partenza), un permesso N (approfondimento in vista di una decisione), un permesso F (ammissione provvisoria da rivalutare in futuro), un permesso F rifugiato e un permesso B rifugiato», ha illustrato il capo della Sezione della Popolazione Silvia Gada.
Solo una volta che la Segreteria di Stato per la migrazione (SEM) si è espressa può subentrare il Cantone, che ha la possibilità di valutare un caso di rigore. «È una possibilità ma non è un automatismo», ha precisato Silvia Gada. E ci sono una serie di criteri da rispettare per essere considerato un caso di rigore, fra i quali ci sono il grado di integrazione sociale e professionale. «Qui bisogna fare chiarezza, l’Ufficio della migrazione deve valutare in modo approfondito se una persona ha un lavoro, parla la lingua del posto, non ha debiti e non ha problemi di ordine pubblico». Se questi criteri sono riempiti, si passa da un permesso F (statuto protetto, non revocabile ad esempio a causa di una dipendenza dagli aiuti pubblici) a un permesso B (integrazione accresciuta).
Ed è proprio il fatto che non tutti i casi di rigore siano uguali che avrebbe portato gli interroganti a fare confusione. «Oggi vogliamo anche sfatare l’idea che ci sia un avviso negativo dopo l’altro», ha spiegato Gada. In concreto, negli ultimi cinque anni sono state valutate complessivamente 122 richieste di passaggio da permesso F a permesso B: 89 sono state valutate positivamente, 33 negativamente (vuol dire che l’anno successivo possono ancora richiedere il permesso B, in altre parole non è mai un ordine di partenza me è un “non oggi”). Di questi 89 casi preavvisati favorevolmente, 84 sono stati accolti dalla SEM (5 respinti).
Quanto alle persone presenti sul territorio senza statuto, come nel caso di India e della sua famiglia, i preavvisi favorevoli sono stati 25, quelli negativi sono uno. Di questi, la SEM ne ha accolti 17 (7 respinti). «I dati statistici sono chiari: nel 70% dei casi lo statuto viene riconosciuto e consolidato), mentre nei casi come quello di India (richieste di persone che altrimenti dovrebbe lasciare il territorio) il 96% è stato accolto», ha spiegato Norman Gobbi. «Inoltre ogni valutazione spetta all’Ufficio della migrazione, non al Consiglio di Stato», ha aggiunto.
Silvia Gada ha poi ripreso la parola per parlare più approfonditamente del caso di India e della sua famiglia: «Di regola, per una questione di riservatezza, non si commentano i casi specifici, ma questo ora è un caso politico. Auspico che non accada in futuro perché si parla della vita delle persone», ha premesso. Dopo aver ripercorso l’articolatissimo iter della procedura d’asilo, iniziata nel 2021, ha annunciato che il Cantone ha dato preavviso favorevole alla richiesta della famiglia, che rischia il rimpatrio in Etiopia. Quello dell’Ufficio della migrazione è comunque solo un preavviso. Toccherà alla SEM avere l’ultima parola.
La storia di India e della sua famiglia – India, ora diciannovenne, è originaria della fascia di confine tra l’Etiopia e l’Eritrea. Da dieci anni è in attesa di un permesso di asilo, unitamente a suo fratello Nuhusien e alla loro madre Munaja. Nelle scorse settimane, la sua domanda d’asilo è stata rifiutata, nonostante la famiglia si sia sempre ben integrata nelle varie località in cui ha vissuto (Biasca, Cadro e Morbio Inferiore). Non possedendo documenti, di fatto sono apolidi perché sia l’Etiopia che l’Eritrea non li riconoscono come loro cittadini. Per la SEM invece sono da considerarsi etiopi e vanno rimpatriati, perché l’Etiopia è valutato essere un paese sicuro.
Contro il rimpatrio sono però insorte diverse persone: docenti e compagni di scuola di Inda, funzionari e volontari che hanno interagito con la famiglia, e pure diversi parlamentari. Alcuni chiedendo al Consiglio di Stato di intervenire all’indirizzo della SEM, mettendo in campo lo strumento dei casi di rigore. Altri presentando una risoluzione urgente e chiedendo che il caso venga dibattuto in Parlamento.

Da www.tio.ch

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Per il Ticino “India può rimanere”
Il DI ha inoltrato preavviso favorevole. La palla passa ora alla Segreteria di Stato della Migrazione
Arrivano buone notizie sul caso India, la 19enne che rischia di lasciare il Ticino dopo dieci anni in attesa di un permesso di soggiorno (vedi articoli suggeriti).
Silvia Gada – capo della sezione della popolazione – e Norman Gobbi hanno tenuto oggi una conferenza stampa in cui confermano il sostegno al caso di rigore che permetterebbe alla giovane e la sua famiglia di restare in Ticino.
“Parliamo – ha detto Gada – di persone perfettamente integrate nella società, che parlano la nostra stessa lingua e che si sono date da fare a livello di formazione. Per questo, abbiamo inoltrato il nostro preavviso favorevole alla Segreteria di Stato della migrazione”, a cui tocca la decisione finale. Inutile dire, però, che l’assist del DI ticinese può spianare la strada alla permanenza di India.
La situazione si è rivelata utile per “fare un po’ di chiarezza circa i casi di rigore” ha esordito Gobbi. “La domanda è d’asilo è stata presentata nel 2012. Due anni dopo la SEM si è espressa sfavorevolmente ed è stato inoltrato un ricorso (respinto nel 2015) al TAF. Da lì è stato emesso un termine di partenza. Poi è arrivata la richiesta di proroga per la ricerca dei documenti per procedere al rientro, durante la quale sono sorti dei problemi che non elenco. Nel 2019 è stata richiesta un’istanza di apolidea, respinta dalla SEM. L’anno scorso vi è stato un nuovo ricorso della famiglia e una nuova risposta negativa del TAF. A quel punto, il legale ha chiesto che venga applicato il caso di rigore, vista e considerata la presenza prolungata della famiglia in Ticino”.
“Nel caso venga accolta l’istanza, verrà rilasciato un permesso B. Altrimenti, sarà data possibilità di ripartire con un ricorso al TAF”, ha chiarito il direttore del DI in merito ai prossimi passi.

Da www.liberatv.ch

Stato civile: ad Acquarossa la sede principale dei tre uffici delle Tre Valli  

Stato civile: ad Acquarossa la sede principale dei tre uffici delle Tre Valli  

Comunicato stampa

A partire da lunedì 20 dicembre 2021 i Sevizi circondariali dello stato civile di Blenio, Leventina e Riviera saranno unificati nella sede di Acquarossa. Si tratta dell’ultimo tassello della riorganizzazione del Dipartimento delle istituzioni presentata il 26 gennaio 2017 e voluta per garantire la presenza dei servizi dell’Amministrazione cantonale nelle regioni periferiche.

Con questa riforma il Dipartimento delle istituzioni, oltre a mantenere una presenza capillare su tutto il territorio cantonale, è riuscito a razionalizzare le risorse, attraverso un’accresciuta efficienza ed efficacia del servizio fornito alla cittadinanza in risposta alle esigenze di una società in continuo mutamento.
L’Ufficio di Acquarossa sarà raggiungibile telefonicamente (091 816 37 41), via corrispondenza postale (Servizio circondariale dello stato civile di Blenio, Leventina e Riviera; Pretorio; C. P. 87; 6716 Acquarossa) e tramite mail (statocivile.3valli@ti.ch) dal lunedì al venerdì dalle 08:45 alle 11:45 e dalle 14:00 alle 16:00.
Per garantire una prestazione puntuale e appropriata lo sportello è accessibile su appuntamento. Pure su appuntamento restano poi attive il lunedì la sede di Biasca (stabile del Patriziato in via Tognola 1) per la popolazione residente in Riviera e il giovedì la sede di Faido (stabile del Pretorio in Piazza Stefano Franscini 3B) per la popolazione residente in Leventina.
Si avvisa l’utenza che a causa del trasloco durante i giorni 17, 20, 21 e 22 dicembre potranno esserci malfunzionamenti nel servizio, in particolare per quanto riguarda la linea telefonica. In caso di necessità si invita gentilmente a voler inoltrare le proprie richieste tramite invio postale o mail; oppure eccezionalmente di contattare il Servizio circondariale dello stato civile di Bellinzona al numero 091 814 52 81. 

Stefano Devrel nominato capo dell’Ufficio della migrazione

Stefano Devrel nominato capo dell’Ufficio della migrazione

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato nella sua seduta odierna ha nominato il lic. iur. Stefano Devrel capo ufficio dell’Ufficio della migrazione della Sezione della popolazione. Il signor Devrel sostituisce Morena Antonini, che ha raggiunto il beneficio della pensione dopo 8 anni alla guida dell’Ufficio della migrazione e 40 anni di servizio presso l’Amministrazione cantonale.

Stefano Devrel, 39 anni, domiciliato a Giubiasco, attualmente giurista sostituto capo ufficio, ha studiato a Basilea ottenendo nel 2008 la laurea in giurisprudenza. In seguito, nel 2012 è entrato nell’Amministrazione cantonale quale giurista presso l’Ufficio della migrazione.
Al lic. iur. Stefano Devrel il Consiglio di Stato formula i migliori auguri per la sua nuova attività e rivolge i ringraziamenti a Morena Antonini per la sua dedicazione nello svolgimento di un compito delicato e che impegna l’Ufficio con circa 150’000 pratiche ogni anno.

Nuovo permesso di soggiorno per cittadini UE/AELS  

Nuovo permesso di soggiorno per cittadini UE/AELS  

Comunicato stampa

A partire dal 1° ottobre 2021 anche nel Cantone Ticino sarà introdotta la nuova carta di soggiorno AA19 in formato carta di credito per cittadini UE/AELS nonché per i permessi per frontalieri G e i permessi C. Per i cittadini di Stati terzi titolari di permessi L, B e C la situazione rimarrà invariata poiché essi sono già ora in possesso di una carta biometrica.

La conversione al nuovo formato concretizza un progetto del Dipartimento federale di giustizia e polizia denominato PA19, per il quale è stata prevista un’introduzione scaglionata nei diversi Cantoni.
Il nuovo formato, nel quale saranno integrate la fotografia e la firma – ma non i dati biometrici – è stato previsto per garantire una maggior sicurezza e per rispondere meglio alle esigenze di una società moderna.
Per far fronte all’aumento di rilevamenti di dati personali conseguente a questo cambiamento, che arriverà a contare circa 250 registrazioni aggiuntive giornaliere, l’organizzazione della Sezione della popolazione è stata adeguatamente ridefinita e potenziata. Dal 1° ottobre 2021, i rilevamenti saranno effettuati dal Servizio documenti d’identità con sede a Bellinzona che già si occupa della registrazione dei dati relativi a cittadini di Stati terzi oltre all’elaborazione dei documenti d’identità svizzeri.  
Grazie a un’agenda online la persona straniera potrà spostare l’appuntamento in modo semplice e rapido in base alle proprie esigenze.  
Il nuovo formato è previsto al momento della prima richiesta, in caso di rinnovo, come pure in occasione di modifiche che rendono necessario un aggiornamento del permesso. I permessi di soggiorno rilasciati in forma cartacea rimangono dunque validi fino alla data della loro scadenza e saranno sostituiti unicamente in caso di modifiche.

Greta Gysin attacca Gobbi ma fa un buco nell’acqua, “in Ticino solo espulsioni regolari”

Greta Gysin attacca Gobbi ma fa un buco nell’acqua, “in Ticino solo espulsioni regolari”

La consigliera nazionale Greta Gysin (Verdi) è rimasta con il cerino in mano. La sua interpellanza sulle revoche di permessi per stranieri in Ticino, da lei ritenute illegali, è stata letteralmente spazzata via dal Consiglio federale nella sua risposta divulgata ieri. 
La Gysin aveva interpellato il Consiglio federale lo scorso 24 settembre, alla luce del “famoso” servizio di Falò, ponendo in particolare la seguente domanda: “Come si pone il Consiglio federale di fronte all’agire del Consiglio di Stato ticinese, che ha (sic!) detta del Ministro delle istituzioni intenzionalmente ignora la legge e la giurisprudenza in materia di rinnovo e rilascio dei permessi di soggiorno?”
Ma il Consiglio federale non le ha dato soddisfazione. “Il Consiglio federale non è a conoscenza di decisioni pronunciate dalla sezione della migrazione del Canton Ticino che ignorerebbero le disposizioni legali vigenti e la pertinente giurisprudenza – si legge nella risposta all’interpellanza della Gysin -. Le autorità cantonali decidono in merito al rilascio, al rinnovo o alla proroga dei permessi nel quadro delle disposizioni legali e dei trattati con l’estero. Dispongono di un potere di apprezzamento cui possono avvalersi in conformità alle prescrizioni legali vigenti”. 
Il Consiglio federale ha confermato pure la legalità delle perquisizioni domiciliari, messa in dubbio dalla Gysin. “Per emanare la sua decisione – scrive il Consiglio federale – l’autorità si fonda sui documenti e sugli atti a sua disposizione. All’occorrenza, può effettuare accertamenti o sollecitare lo straniero a completare la sua domanda”.

Permessi, Gobbi in Gran Consiglio: ‘Ripeto, niente di illegale’

Permessi, Gobbi in Gran Consiglio: ‘Ripeto, niente di illegale’

Da www.laregione.ch

Rispondendo alle interpellanze di Pronzini, Quadranti e Sirica il presidente del governo spiega come semmai la discussione è sull’apprezzamento della legge

Il Consiglio di Stato conferma che nessuna decisione è stata presa illegalmente, il tema di discussione è se l’apprezzamento della legge è stato troppo restrittivo o troppo largo.
Il presidente del governo e direttore del Dipartimento delle istituzioni risponde così in Gran Consiglio all’interpellanza dell’Mps Matteo Pronzini, del liberale radicale Matteo Quadranti e del socialista Fabrizio Sirica che chiedevano lumi sulle pratiche dell’Esecutivo in materia di rilascio dei permessi per stranieri e sui relativi controlli. Il tutto, lo ricordiamo, ha preso le mosse dalla trasmissione ‘Falò’ della Rsi andata in onda il settembre. Trasmissione che, rileva Gobbi, “ha trattato in modo confuso alcuni ambiti e veicolato un messaggio inesatto, facendo credere che la giurisprudenza fosse stata disattesa”. Sempre rispondendo, il presidente del Consiglio di Stato ricorda che, a mente del collegio, “in ambito di prassi relativa ai controlli non si pongono problemi di legalità”. Nessuno degli interpellanti si è dichiarato soddisfatto, anzi. Matteo Pronzini ha informato che presto procederà a un esposto alla magistratura sul tema, iniziativa cui ha dato il proprio sostegno anche Sirica. In conclusione, Gobbi ha anche informato sulla genesi del suo “ribollire le busecca“: «In alcuni casi ci è stato detto che dovevano tenere qui situazioni dove erano coinvolte persone condannate per pedofilia».

Sui permessi: ‘Nulla d’illegale’

Sui permessi: ‘Nulla d’illegale’

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 9 settembre 2020 de La Regione

I controlli sarebbero adeguati, la giurisprudenza rispettata nonostante la “scelta politica”

Le centinaia di appostamenti, gli interrogatori fiume, il controllo della temperatura e del frigorifero di casa, perfino la conta delle mutande nel comò: la lista di verifiche su chi chiede un permesso di soggiorno in Ticino – almeno nei casi emersi da un recente servizio di Falò (Rsi) – comprende anche prassi ritenute umilianti e vessatorie da chi le ha subite. A ciò si aggiungeva, fino a qualche tempo fa, la contestazione di vecchi reati riscontrati sul casellario giudiziale: pratica rifiutata dal Tribunale cantonale amministrativo (Tram) che in materia è arrivato ad accogliere quasi metà dei ricorsi e a bacchettare l’amministrazione. Intanto però il numero di ‘no’ alle richieste di permesso è quasi quintuplicato in sei anni, da 192 nel 2013 a 908 nel 2019, anche se la Sezione della popolazione nota come le pratiche siano a loro volta aumentate (più che raddoppiate dal 2002 nel caso di permessi B).
Quanto emerso dal servizio ha suscitato reazioni forti da molti politici locali: interpellanze e interrogazioni sono arrivate da socialisti, liberali, Mps e Verdi. Il Ps parla di “metodi più vicini ad uno stato di polizia che allo stato di diritto”, e chiede l’alta vigilanza sul Consiglio di Stato. Il Plr contesta la “cultura del sospetto” e l’“ingerenza politica nei confronti del Servizio dei ricorsi del Consiglio di Stato”. A preoccupare sono infatti anche le dichiarazioni del direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, che dopo il servizio ha parlato di “scelta politica” rigorista condivisa dall’intero Consiglio di Stato. Siamo al primato della politica – e del potere esecutivo – sul diritto? Ne parliamo direttamente con lui.

Gobbi, cominciamo dalle basi: come si verifica il centro d’interessi di una persona?

Muovendosi su vari fronti: a volte sono le stesse persone che richiedono il permesso ad ammettere di vivere molto più di là che di qua dal confine, cosa che permette di distinguere il frontaliere dal dimorante. Poi, a dipendenza della situazione, talvolta si può anche far ricorso alla lettura dei consumi delle economie domestiche.

Ma in casa molti stanno sempre meno. L’avvocato Paolo Bernasconi ritiene che in tempi di elevata mobilità questo tipo di verifiche si basi su “standard da economia alpestre”, obsoleti e inefficaci.

Eppure li utilizza anche la Città di Bellinzona – non propriamente a guida leghista – per verificare i domicili comunali. Si vede che anche lì ci sono standard da economia alpestre.

I casi riportati da Falò riferiscono di centinaia di appostamenti e controlli su singole persone, con tanto di rapporti fotografici (che almeno uno dei controllati giudica copiaincollati da un giorno all’altro). In assenza di elementi di oggettiva pericolosità, le basi legali per questo tipo di controlli risultano molto deboli: gli articoli 2 e 6 della Legge federale sulla coercizione di polizia paiono consentirli, ma l’Articolo 9 dice che “le misure non devono comportare interventi o pregiudizi sproporzionati rispetto all’obiettivo perseguito”. Siamo allo Stato guardone?

Intanto si tratta di casi isolati che il servizio della Rsi ha presentato in modo parziale e strumentale. Vorrei ricordare che le decisioni negative costituiscono lo 0,8% sul totale delle decisioni emesse, che nel 2019 sono state oltre 113mila. Poi c’è da dire che è il Tram a richiedere una documentazione molto esaustiva sui controlli, in assenza della quale ci contesta informazioni insufficienti in caso di ricorso. Parliamo comunque solo di casi critici, oggetto di segnalazioni – ad esempio da parte delle guardie di confine – che permettono di ipotizzare la residenza fittizia. 

Ci fosse però anche un solo caso nel quale il comportamento della polizia risulta così invadente, non sarebbe già gravissimo? Non dovremmo rivalutare nel dettaglio l’operato della polizia e della Sezione della popolazione?
Non c’è nessun accanimento, a volte sono le polizie comunali a fare controlli motu proprio senza richiesta dell’Ufficio della migrazione. Non si tratta poi di appostamenti di ore, ma solo di passaggi per verificare se c’è in giro qualcuno. Certo, qualche errore può succedere, ma mi pare ingiusto parlare di atteggiamento invadente o discriminatorio.

Le mutande, il frigo: servono molte risorse per tutti questi appostamenti?
No, le risorse sono limitate. La gestione di queste situazioni in generale sono inserite in un mansionario molto più ampio di compiti che l’agente è chiamato a svolgere.

Il Partito socialista ha chiesto di attivare l’Alta vigilanza sul Consiglio di Stato, per fare luce su eventuali abusi.
L’importante è riconoscere che di decisioni illegali il Consiglio di Stato e l’Ufficio della migrazione non ne hanno mai prese. Abbiamo svolto tutti gli accertamenti nel pieno rispetto della legge e non abbiamo neanche mai negato un permesso unicamente per reati bagatellari. Abbiamo solo cercato un’interpretazione più rigorosa nella concessione di permessi a chi ha commesso reati gravi.

Tuttavia lo stesso Tram ha accolto per anni quasi metà dei ricorsi e ha espresso “preoccupazione” per “contenziosi che alla resa dei conti si rivelano inutili e facilmente evitabili”, che finiscono per costituire fino a un quarto di tutte le pratiche che deve sbrigare.
I ricorsi accolti non riguardano tanto le decisioni negative concernenti il centro di vita e interesse del ricorrente – su questi casi i criteri adottati dalla Sezione sono stati più volte confermati dalTram –, quanto piuttosto le questioni di precedenti penali: il Tram ha contestato le ‘negative’ legate a reati – anche gravi e con condanne superiori a un anno – lontani nel tempo. E dopo avere analizzato un numero sufficiente di sentenze, abbiamo adattato la prassi di conseguenza.

Lei ha detto però che l’applicazione della legge come richiesta dal Tram le fa “bollire le busecca” perché troppo permissiva: non è un linguaggio un po’ forte quando si è alla guida del Dipartimento delle Istituzioni? Parliamo di leggi e tribunali.
Ma guardi che le busecca le fa bollire anche a molti stranieri che qui vivono da anni e si comportano onestamente: non penso che tutti gli italiani arrivati qua negli ultimi quaranta o cinquant’anni abbiano precedenti per spaccio, come nel caso di un permesso negato a un imprenditore; e penso che anche a loro dia fastidio la mancata tutela della sicurezza pubblica.

Sì, ma se uno spaccia qualche grammo d’erba a vent’anni, non è detto che a cinquanta sia un pericolo pubblico. E anche il Tribunale federale ha detto chiaramente che il casellario giudiziale – richiesto solo in Ticino – non va contestato per fatti lontani nel tempo.
Però le sanzioni superiori all’anno non riguardano reati così limitati, parliamo di fatti gravi e spesso di recidiva. Se ad esempio si riscontrano ripetuti casi di guida in stato d’ebbrezza, è legittimo preoccuparsi per la pericolosità sociale del soggetto.

Nel suo intervento alla Rsi ha parlato di “chiara scelta politica” e ha spiegato: “Cercavamo un’applicazione molto più rigida nei confronti di una giurisprudenza che in quel momento non condividevamo”. L’esecutivo può subordinare la legge ai capricci della politica?
Non si è subordinata la legge. La si è semplicemente applicata in difesa dell’ordine pubblico e della sicurezza interna, per evitare presenze indesiderate come quelle che in passato hanno messo in cattiva luce proprio l’Ufficio della migrazione per mancanza di strumenti di controllo, e come richiesto da più atti parlamentari. Ora ci troviamo nella situazione kafkiana per cui mi si contesta l’eccesso opposto, chiedendo di tollerare casi che in passato hanno fatto arrabbiare tutti, non solo a destra.

La scelta politica, ha detto alla Rsi, è stata condivisa dal Consiglio di Stato. Però l’esecutivo si pronuncia sui singoli ricorsi: non risultano esplicite prese di posizione di principio.
Quello che intendevo è che nell’ambito della ponderazione dei vari casi, anche in caso di reati gravi pur lontani nel tempo si preferiva un approccio più restrittivo in difesa dell’ordine pubblico.

Il Servizio ricorsi del Consiglio di Stato pare aver sempre avallato le decisioni del suo Dipartimento in ambito di sicurezza pubblica. Ma in nome dell’autonomia dalla politica, non sarebbe meglio avere un Servizio organizzato in tribunale di primo grado indipendente, come in altri cantoni?
È un tema ricorrente anche in materia edilizia, dove però i Comuni hanno chiesto di mantenere una prima istanza amministrativa e non giudiziaria. Il rischio è quello di rallentare il decorso delle pratiche. Quanto all’indipendenza, qui non è stata violata: chiaramente ogni legge può avere diverse interpretazioni, come capita anche in qualsiasi tribunale; sempre naturalmente nel solco della legalità, ben rispettato dai nostri giuristi. Non è corretto inoltre sostenere che il Servizio dei ricorsi non abbia mai cassato decisioni della Sezione.

Quante residenze fittizie accertate ogni anno?
Nel 2019 erano 241, il 26% dei casi di diniego o revoca di un permesso che comportavano la partenza dalla Svizzera del richiedente. Ma questo non significa 241 indagini: a volte come detto basta un colloquio per giungere alle conclusioni.

In passato però è nato il sospetto che non tutti siano uguali: ad esempio alcuni manager della moda che hanno avuto per anni residenze qui, ma sui cui reali centri d’interesse sono sorti molti dubbi. Loro li avete controllati?
Abbiamo avuto diverse discussioni con l’Associazione delle industrie ticinesi e la Camera di commercio su questo tema. È capitato anche di vederci contestati troppi controlli. Di fatto noi trattiamo tutti allo stesso modo, applicando gli stessi parametri in maniera più conforme possibile e a fronte di elementi e segnalazioni oggettive.

Secondo l’avvocato Bernasconi fate ostruzionismo nella speranza che poi, anche se avete torto, la gente non ricorra perché costa tempo e denaro.
L’avvocato Bernasconi si sbaglia. Senza dimenticare che i ricorsi possono essere usati anche al contrario, cioè per allungare i tempi di partenza davanti a crasse situazioni di abuso. A volte siamo anche taumaturgici: dopo anni senza lavoro, alcuni richiedenti lo trovano proprio durante la fase di ricorso, cambiando di fatto la loro situazione e quindi rendendo il ricorso stesso accettabile.

Il Cantone è in calo demografico, anche a causa di un saldo migratorio molto deteriorato. Una politica dei permessi restrittiva non scoraggia ulteriormente chi volesse venire a vivere qui?
Credo che definirla restrittiva con oltre il 99% di richieste accettate sia sbagliato, e che per attrarre professionisti sia importante garantire la sicurezza. In ogni caso non penso che si corregga la curva demografica con l’immigrazione, e non è neanche detto che a livello di popolazione si debba sempre crescere.

Alla Rsi si è schierato esplicitamente contro gli accordi di libera circolazione. Se passasse l’iniziativa dell’Udc, come cambierebbe la gestione dei permessi?
Probabilmente sarebbe possibile fare più controlli ex ante, prima cioè dell’arrivo di stranieri, invece che ex post, come dobbiamo fare ora.

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Da www.ticinonews.ch

https://www.ticinonews.ch/ticino/politica/l-autorita-non-puo-prendere-decisioni-illegali-DB3164467

“L’autorità non può prendere decisioni illegali”
Nell’occhio del ciclone per l’agire dell’Ufficio della migrazione, Norman Gobbi respinge le accuse: “Una gran discussione per pochi casi”

“Se guardo indietro, cinque anni fa abbiamo avuto la stessa tempesta in un bicchier d’acqua. Ogni cinque anni ritorna questo tran tran, ma va bene così. Fa parte anche del gioco politico mettere in discussione una linea di rigore che si fonda comunque sulla legalità. Quanto è stato affermato, che le decisioni sono state illegali, è completamente sbagliato. Perché di decisioni illegali l’autorità non può prenderne”, così Norman Gobbi risponde alle critiche che gli stanno giungendo da più fronti per la vicenda dei controlli di polizia particolarmente invasivi nei confronti di stranieri che chiedono il rinnovo di un permesso o la concessione di uno nuovo, messe in luce giovedì scorso dalla trasmissione Falò. “Nell’ambito della ponderazione degli elementi può essere più o meno rigorosa, la scelta da parte del Dipartimento è quella di essere rigorosi sull’ambito della pubblica, proprio perché in passato lo stesso dipartimento è stato attaccato proprio perché non c’erano abbastanza controlli”, ha spiegato durante Ticinonews su Teleticino.

“La presenza sul territorio attiva dei diritti”
Tra le questioni sollevate dalla trasmissione vi era quella dei moltissimi controlli fatti per stabilire quale sia il reale centro degli interessi di una persona. “Quando a fronte di un verbale, il richiedente il rinnovo di un permesso o la concessione di un permesso dice di essere qui solo saltuariamente, perché dall’altra parte del confine ha proprietà, quindi una casa, ha la famiglia, quindi si reca regolarmente dalla mamma, dalla moglie o dalla compagna, evidentemente bisogna fare le verifiche, proprio perché la presenza sul territorio attiva comunque dei diritti”. In più, ribatte Gobbi, sarebbe stata proprio l’autorità giudiziaria a imporre questo metodo: “Questo ci è stato richiesto anche da parte del Tribunale amministrativo, che in passato quando i controlli sono stati fatti troppo poco o durante un periodo troppo corto sono stati cassati. Quindi l’autorità deve verificare a fronte di una situazione che talvolta può urtare, ma che talvolta tutela il territorio del nostro Cantone”.

Alta vigilanza
Il Partito socialista ha anche chiesto di attivare l’Alta vigilanza sul Consiglio di Stato proprio in merito a questa vicenda. “È una competenza del Gran Consiglio, quindi compete all’Ufficio presidenziale determinarsi su questa richiesta del Partito socialista”, commenta Gobbi. Che sottolinea anche come, secondo lui, si stia facendo tanto rumore per nulla:”Le decisioni negative in materia di stranieri sono meno dell’1% di tutte le decisioni emanate nel 2019, erano lo 0,81%. Di queste un quarto riguardano la dimora fittizia e, poi alla fine, nell’ambito delle decisioni del Tribunale amministrativo nel 2019 erano 55 quelle in cui sono state cassate le decisioni dell’Ufficio della migrazione, questo dimostra come si stia facendo una gran discussione ma la sostanza è ben poca”.