Sui permessi: ‘Nulla d’illegale’

Sui permessi: ‘Nulla d’illegale’

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 9 settembre 2020 de La Regione

I controlli sarebbero adeguati, la giurisprudenza rispettata nonostante la “scelta politica”

Le centinaia di appostamenti, gli interrogatori fiume, il controllo della temperatura e del frigorifero di casa, perfino la conta delle mutande nel comò: la lista di verifiche su chi chiede un permesso di soggiorno in Ticino – almeno nei casi emersi da un recente servizio di Falò (Rsi) – comprende anche prassi ritenute umilianti e vessatorie da chi le ha subite. A ciò si aggiungeva, fino a qualche tempo fa, la contestazione di vecchi reati riscontrati sul casellario giudiziale: pratica rifiutata dal Tribunale cantonale amministrativo (Tram) che in materia è arrivato ad accogliere quasi metà dei ricorsi e a bacchettare l’amministrazione. Intanto però il numero di ‘no’ alle richieste di permesso è quasi quintuplicato in sei anni, da 192 nel 2013 a 908 nel 2019, anche se la Sezione della popolazione nota come le pratiche siano a loro volta aumentate (più che raddoppiate dal 2002 nel caso di permessi B).
Quanto emerso dal servizio ha suscitato reazioni forti da molti politici locali: interpellanze e interrogazioni sono arrivate da socialisti, liberali, Mps e Verdi. Il Ps parla di “metodi più vicini ad uno stato di polizia che allo stato di diritto”, e chiede l’alta vigilanza sul Consiglio di Stato. Il Plr contesta la “cultura del sospetto” e l’“ingerenza politica nei confronti del Servizio dei ricorsi del Consiglio di Stato”. A preoccupare sono infatti anche le dichiarazioni del direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, che dopo il servizio ha parlato di “scelta politica” rigorista condivisa dall’intero Consiglio di Stato. Siamo al primato della politica – e del potere esecutivo – sul diritto? Ne parliamo direttamente con lui.

Gobbi, cominciamo dalle basi: come si verifica il centro d’interessi di una persona?

Muovendosi su vari fronti: a volte sono le stesse persone che richiedono il permesso ad ammettere di vivere molto più di là che di qua dal confine, cosa che permette di distinguere il frontaliere dal dimorante. Poi, a dipendenza della situazione, talvolta si può anche far ricorso alla lettura dei consumi delle economie domestiche.

Ma in casa molti stanno sempre meno. L’avvocato Paolo Bernasconi ritiene che in tempi di elevata mobilità questo tipo di verifiche si basi su “standard da economia alpestre”, obsoleti e inefficaci.

Eppure li utilizza anche la Città di Bellinzona – non propriamente a guida leghista – per verificare i domicili comunali. Si vede che anche lì ci sono standard da economia alpestre.

I casi riportati da Falò riferiscono di centinaia di appostamenti e controlli su singole persone, con tanto di rapporti fotografici (che almeno uno dei controllati giudica copiaincollati da un giorno all’altro). In assenza di elementi di oggettiva pericolosità, le basi legali per questo tipo di controlli risultano molto deboli: gli articoli 2 e 6 della Legge federale sulla coercizione di polizia paiono consentirli, ma l’Articolo 9 dice che “le misure non devono comportare interventi o pregiudizi sproporzionati rispetto all’obiettivo perseguito”. Siamo allo Stato guardone?

Intanto si tratta di casi isolati che il servizio della Rsi ha presentato in modo parziale e strumentale. Vorrei ricordare che le decisioni negative costituiscono lo 0,8% sul totale delle decisioni emesse, che nel 2019 sono state oltre 113mila. Poi c’è da dire che è il Tram a richiedere una documentazione molto esaustiva sui controlli, in assenza della quale ci contesta informazioni insufficienti in caso di ricorso. Parliamo comunque solo di casi critici, oggetto di segnalazioni – ad esempio da parte delle guardie di confine – che permettono di ipotizzare la residenza fittizia. 

Ci fosse però anche un solo caso nel quale il comportamento della polizia risulta così invadente, non sarebbe già gravissimo? Non dovremmo rivalutare nel dettaglio l’operato della polizia e della Sezione della popolazione?
Non c’è nessun accanimento, a volte sono le polizie comunali a fare controlli motu proprio senza richiesta dell’Ufficio della migrazione. Non si tratta poi di appostamenti di ore, ma solo di passaggi per verificare se c’è in giro qualcuno. Certo, qualche errore può succedere, ma mi pare ingiusto parlare di atteggiamento invadente o discriminatorio.

Le mutande, il frigo: servono molte risorse per tutti questi appostamenti?
No, le risorse sono limitate. La gestione di queste situazioni in generale sono inserite in un mansionario molto più ampio di compiti che l’agente è chiamato a svolgere.

Il Partito socialista ha chiesto di attivare l’Alta vigilanza sul Consiglio di Stato, per fare luce su eventuali abusi.
L’importante è riconoscere che di decisioni illegali il Consiglio di Stato e l’Ufficio della migrazione non ne hanno mai prese. Abbiamo svolto tutti gli accertamenti nel pieno rispetto della legge e non abbiamo neanche mai negato un permesso unicamente per reati bagatellari. Abbiamo solo cercato un’interpretazione più rigorosa nella concessione di permessi a chi ha commesso reati gravi.

Tuttavia lo stesso Tram ha accolto per anni quasi metà dei ricorsi e ha espresso “preoccupazione” per “contenziosi che alla resa dei conti si rivelano inutili e facilmente evitabili”, che finiscono per costituire fino a un quarto di tutte le pratiche che deve sbrigare.
I ricorsi accolti non riguardano tanto le decisioni negative concernenti il centro di vita e interesse del ricorrente – su questi casi i criteri adottati dalla Sezione sono stati più volte confermati dalTram –, quanto piuttosto le questioni di precedenti penali: il Tram ha contestato le ‘negative’ legate a reati – anche gravi e con condanne superiori a un anno – lontani nel tempo. E dopo avere analizzato un numero sufficiente di sentenze, abbiamo adattato la prassi di conseguenza.

Lei ha detto però che l’applicazione della legge come richiesta dal Tram le fa “bollire le busecca” perché troppo permissiva: non è un linguaggio un po’ forte quando si è alla guida del Dipartimento delle Istituzioni? Parliamo di leggi e tribunali.
Ma guardi che le busecca le fa bollire anche a molti stranieri che qui vivono da anni e si comportano onestamente: non penso che tutti gli italiani arrivati qua negli ultimi quaranta o cinquant’anni abbiano precedenti per spaccio, come nel caso di un permesso negato a un imprenditore; e penso che anche a loro dia fastidio la mancata tutela della sicurezza pubblica.

Sì, ma se uno spaccia qualche grammo d’erba a vent’anni, non è detto che a cinquanta sia un pericolo pubblico. E anche il Tribunale federale ha detto chiaramente che il casellario giudiziale – richiesto solo in Ticino – non va contestato per fatti lontani nel tempo.
Però le sanzioni superiori all’anno non riguardano reati così limitati, parliamo di fatti gravi e spesso di recidiva. Se ad esempio si riscontrano ripetuti casi di guida in stato d’ebbrezza, è legittimo preoccuparsi per la pericolosità sociale del soggetto.

Nel suo intervento alla Rsi ha parlato di “chiara scelta politica” e ha spiegato: “Cercavamo un’applicazione molto più rigida nei confronti di una giurisprudenza che in quel momento non condividevamo”. L’esecutivo può subordinare la legge ai capricci della politica?
Non si è subordinata la legge. La si è semplicemente applicata in difesa dell’ordine pubblico e della sicurezza interna, per evitare presenze indesiderate come quelle che in passato hanno messo in cattiva luce proprio l’Ufficio della migrazione per mancanza di strumenti di controllo, e come richiesto da più atti parlamentari. Ora ci troviamo nella situazione kafkiana per cui mi si contesta l’eccesso opposto, chiedendo di tollerare casi che in passato hanno fatto arrabbiare tutti, non solo a destra.

La scelta politica, ha detto alla Rsi, è stata condivisa dal Consiglio di Stato. Però l’esecutivo si pronuncia sui singoli ricorsi: non risultano esplicite prese di posizione di principio.
Quello che intendevo è che nell’ambito della ponderazione dei vari casi, anche in caso di reati gravi pur lontani nel tempo si preferiva un approccio più restrittivo in difesa dell’ordine pubblico.

Il Servizio ricorsi del Consiglio di Stato pare aver sempre avallato le decisioni del suo Dipartimento in ambito di sicurezza pubblica. Ma in nome dell’autonomia dalla politica, non sarebbe meglio avere un Servizio organizzato in tribunale di primo grado indipendente, come in altri cantoni?
È un tema ricorrente anche in materia edilizia, dove però i Comuni hanno chiesto di mantenere una prima istanza amministrativa e non giudiziaria. Il rischio è quello di rallentare il decorso delle pratiche. Quanto all’indipendenza, qui non è stata violata: chiaramente ogni legge può avere diverse interpretazioni, come capita anche in qualsiasi tribunale; sempre naturalmente nel solco della legalità, ben rispettato dai nostri giuristi. Non è corretto inoltre sostenere che il Servizio dei ricorsi non abbia mai cassato decisioni della Sezione.

Quante residenze fittizie accertate ogni anno?
Nel 2019 erano 241, il 26% dei casi di diniego o revoca di un permesso che comportavano la partenza dalla Svizzera del richiedente. Ma questo non significa 241 indagini: a volte come detto basta un colloquio per giungere alle conclusioni.

In passato però è nato il sospetto che non tutti siano uguali: ad esempio alcuni manager della moda che hanno avuto per anni residenze qui, ma sui cui reali centri d’interesse sono sorti molti dubbi. Loro li avete controllati?
Abbiamo avuto diverse discussioni con l’Associazione delle industrie ticinesi e la Camera di commercio su questo tema. È capitato anche di vederci contestati troppi controlli. Di fatto noi trattiamo tutti allo stesso modo, applicando gli stessi parametri in maniera più conforme possibile e a fronte di elementi e segnalazioni oggettive.

Secondo l’avvocato Bernasconi fate ostruzionismo nella speranza che poi, anche se avete torto, la gente non ricorra perché costa tempo e denaro.
L’avvocato Bernasconi si sbaglia. Senza dimenticare che i ricorsi possono essere usati anche al contrario, cioè per allungare i tempi di partenza davanti a crasse situazioni di abuso. A volte siamo anche taumaturgici: dopo anni senza lavoro, alcuni richiedenti lo trovano proprio durante la fase di ricorso, cambiando di fatto la loro situazione e quindi rendendo il ricorso stesso accettabile.

Il Cantone è in calo demografico, anche a causa di un saldo migratorio molto deteriorato. Una politica dei permessi restrittiva non scoraggia ulteriormente chi volesse venire a vivere qui?
Credo che definirla restrittiva con oltre il 99% di richieste accettate sia sbagliato, e che per attrarre professionisti sia importante garantire la sicurezza. In ogni caso non penso che si corregga la curva demografica con l’immigrazione, e non è neanche detto che a livello di popolazione si debba sempre crescere.

Alla Rsi si è schierato esplicitamente contro gli accordi di libera circolazione. Se passasse l’iniziativa dell’Udc, come cambierebbe la gestione dei permessi?
Probabilmente sarebbe possibile fare più controlli ex ante, prima cioè dell’arrivo di stranieri, invece che ex post, come dobbiamo fare ora.

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Da www.ticinonews.ch

https://www.ticinonews.ch/ticino/politica/l-autorita-non-puo-prendere-decisioni-illegali-DB3164467

“L’autorità non può prendere decisioni illegali”
Nell’occhio del ciclone per l’agire dell’Ufficio della migrazione, Norman Gobbi respinge le accuse: “Una gran discussione per pochi casi”

“Se guardo indietro, cinque anni fa abbiamo avuto la stessa tempesta in un bicchier d’acqua. Ogni cinque anni ritorna questo tran tran, ma va bene così. Fa parte anche del gioco politico mettere in discussione una linea di rigore che si fonda comunque sulla legalità. Quanto è stato affermato, che le decisioni sono state illegali, è completamente sbagliato. Perché di decisioni illegali l’autorità non può prenderne”, così Norman Gobbi risponde alle critiche che gli stanno giungendo da più fronti per la vicenda dei controlli di polizia particolarmente invasivi nei confronti di stranieri che chiedono il rinnovo di un permesso o la concessione di uno nuovo, messe in luce giovedì scorso dalla trasmissione Falò. “Nell’ambito della ponderazione degli elementi può essere più o meno rigorosa, la scelta da parte del Dipartimento è quella di essere rigorosi sull’ambito della pubblica, proprio perché in passato lo stesso dipartimento è stato attaccato proprio perché non c’erano abbastanza controlli”, ha spiegato durante Ticinonews su Teleticino.

“La presenza sul territorio attiva dei diritti”
Tra le questioni sollevate dalla trasmissione vi era quella dei moltissimi controlli fatti per stabilire quale sia il reale centro degli interessi di una persona. “Quando a fronte di un verbale, il richiedente il rinnovo di un permesso o la concessione di un permesso dice di essere qui solo saltuariamente, perché dall’altra parte del confine ha proprietà, quindi una casa, ha la famiglia, quindi si reca regolarmente dalla mamma, dalla moglie o dalla compagna, evidentemente bisogna fare le verifiche, proprio perché la presenza sul territorio attiva comunque dei diritti”. In più, ribatte Gobbi, sarebbe stata proprio l’autorità giudiziaria a imporre questo metodo: “Questo ci è stato richiesto anche da parte del Tribunale amministrativo, che in passato quando i controlli sono stati fatti troppo poco o durante un periodo troppo corto sono stati cassati. Quindi l’autorità deve verificare a fronte di una situazione che talvolta può urtare, ma che talvolta tutela il territorio del nostro Cantone”.

Alta vigilanza
Il Partito socialista ha anche chiesto di attivare l’Alta vigilanza sul Consiglio di Stato proprio in merito a questa vicenda. “È una competenza del Gran Consiglio, quindi compete all’Ufficio presidenziale determinarsi su questa richiesta del Partito socialista”, commenta Gobbi. Che sottolinea anche come, secondo lui, si stia facendo tanto rumore per nulla:”Le decisioni negative in materia di stranieri sono meno dell’1% di tutte le decisioni emanate nel 2019, erano lo 0,81%. Di queste un quarto riguardano la dimora fittizia e, poi alla fine, nell’ambito delle decisioni del Tribunale amministrativo nel 2019 erano 55 quelle in cui sono state cassate le decisioni dell’Ufficio della migrazione, questo dimostra come si stia facendo una gran discussione ma la sostanza è ben poca”.

 

 

Il finto ex cuoco di Berlusconi è stato espulso

Il finto ex cuoco di Berlusconi è stato espulso

Da www.ticinonews.ch

Su decisione della Segreteria di stato della migrazione, ll 48enne ha dovuto lasciare la Svizzera lo scorso giugno

Il 48enne italiano Salvatore Carpinteri, che si vantava di essere l’ex cuoco di Silvio Berlusconi, è stato espulso dalla Svizzera. Come riferisce Il Caffè, la decisione è stata presa dalla Segreteria di Stato della migrazione su proposta delle autorità ticinesi lo scorso giugno.
Carpinteri, ricordiamo, era recentemente stato oggetto di un’interrogazione del deputato dell’MPS Matteo Pronzini, nella quale si chiedeva come fosse possibile che con il suo bagaglio di condanne gli fosse stata concessa l’autorizzazione di aprire la propria ditta nel Canton Ticino.
Ma in realtà, come precisato dal Consiglio di Stato rispondendo all’atto parlamentare di Pronzini, il 48enne non ha mai ricevuto il permesso di esercitare in Svizzera. Infatti la sua richiesta era stata respinta nel 2017 “per ragioni di ordine pubblico”. Tuttavia, sfruttando i termini del ricorso, l’uomo è potuto rimanere in Ticino fino alla primavera scorsa quando gli è stato intimato il divieto d’entrata in Svizzera.

“Basta ricorsi, li archiviamo tutti”

“Basta ricorsi, li archiviamo tutti”

Da www.ticinonews.ch

Il TF ha nuovamente dato torto a due cittadine italiane cui erano stati negati dei permessi B

Ricordate la lunga e intricata vicenda giudiziaria di due cittadine italiane di 50 e 34 anni, madre e figlia, che negli scorsi mesi avevano hanno chiesto la ricusa del direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, del Consiglio di Stato, del Tribunale amministrativo cantonale (TRAM) e del giudice del Tribunale federale (TF) Hans Georg Seiler dopo la decisione, confermata in ultima istanza, di revocare i loro rispettivi permessi di dimora e di non concederne degli altri?
Ebbene, negli scorsi giorni i supremi giudici losannesi si sono nuovamente chinati sulla questione. Più precisamente su un’istanza di revisione delle sentenze del TF del 25 febbraio 2019 fondate sulla mancata ricusazione del Giudice federale Seiler. Le ricorrenti domandano che, pronunciata la sua ricusa e designato un Giudice istruttore in sua sostituzione, siano annullate e revisionate le ultime due sentenze con cui erano loro stati negati i permessi di dimora richiesti.
Anche in questo caso, però, la Corte federale ha dato loro torto respingendone in toto le argomentazioni. “Come già spiegato alle istanti, l’inoltro di un’istanza di revisione non consente di ridiscutere liberamente la sentenza di cui è chiesta la revisione rispettivamente di rimetterne in discussione la valutazione giuridica – si legge nella sentenza dello scorso 21 marzo – Va poi osservato che, contrariamente a quanto esse ritengono, dalla partecipazione del Giudice federale Seiler a decisioni terminate con un esito a loro sfavorevole non può essere dedotta alcuna prevenzione” in quanto “le loro impressioni (sono) puramente soggettive”.

Il TF ha quindi ritenuto inammissibile la domanda di ricusa e infondata quella di revisione e si riserva il diritto di archiviare senza risposta nuovi scritti concernenti le sentenze del 25 febbraio scorso. Le ricorrenti dovranno nuovamente pagare 800 franchi di spese giudiziarie.

Indebitato e in assistenza, via il permesso

Indebitato e in assistenza, via il permesso

Da www.ticinonews.ch

Il Tribunale federale ha confermato la revoca dell’autorizzazione di soggiorno di un cittadino italiano

Negli scorsi giorni il Tribunale federale (TF) aveva annullato la revoca dei permessi di soggiorni di una famiglia francese che versava in una situazione finanziaria disastrosa in quanto tutelata dall’accordo della libera circolazione delle persone (ALC).

In quel caso il padre aveva accumulato precetti esecutivi per un totale di 1,2 milioni di franchi e attestati di carenza di beni per quasi mezzo milione ma per i supremi giudici losannesi non era abbastanza per giustificare la revoca dei permessi di domicilio e dimora di cui beneficia la famiglia. Citando l’Accordo sulla libera circolazione delle persone, il TH aveva rammentato che il diritto di rimanere in Svizzera accordato ai cittadini dell’Unione europea può essere limitato soltanto per motivi di ordine, sicurezza e sanità pubblici che vanno interpretati in modo restrittivo.

Altrettanto fortunato, però, non è stato un cittadino italiano domiciliato in Ticino e a carico dell’assistenza pubblica per più di 170’000 franchi. Il 1° dicembre 2004 l’uomo era stato posto a beneficio di un permesso di dimora per svolgere un’attività lucrativa indipendente (gerente di un’edicola) e 5 anni dopo aveva ottenuto un permesso di domicilio. Il 12 dicembre 2014, la Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni lo aveva formalmente ammonito siccome dal maggio 2012 dipendeva dall’aiuto sociale e dall’aprile 2012 l’Ufficio del sostegno sociale e dell’inserimento (USSI) anticipava gli alimenti ai figli, avuti dalla sua ex moglie.

Constatato che era ancora a carico dell’assistenza pubblica, il 12 giugno 2015 la Sezione della popolazione gli aveva revocato il permesso di domicilio di cui disponeva assegnandogli un termine per partire. Tale decisione era stata confermata su ricorso sia dal Consiglio di Stato (4 maggio 2016) che dal Tribunale amministrativo ticinesi (5 marzo 2018). L’uomo si era quindi rivolto al Tribunale federale domandando l’annullamento della revoca del suo permesso di domicilio, lamentando un contrasto con l’ALC.

Il TF ha però ritenuto che il richiamo all’ALC da parte del ricorrente non è lecito in quanto egli ha perso lo statuto di lavoratore autonomo senza più riacquistarlo e, non avendo maturato il diritto alla pensione e non essendo stato colpito da inabilità permanente al lavoro, non può invocare il diritto di rimanere in Svizzera sancito dall’ALC stesso. I giudici hanno infatti concluso che l’uomo non ha mai iniziato un’attività lavorativa pur avendo sottoscritto, nel novembre 2016, un nuovo contratto di locazione per un’edicola.

La sua dipendenza dall’assistenza è stata infine ritenuta “considerevole” mentre la sua permanenza in Svizzera è stata “caratterizzata da anni di inattività così come da una lunga dipendenza dall’aiuto sociale e dall’accumulo di debiti rispettivamente di 61 attestati di carenza beni, quindi da un’integrazione che è tutt’altro che esemplare e riuscita”.

 

Permessi per gli stranieri: controlli migliori e in minor tempo

Permessi per gli stranieri: controlli migliori e in minor tempo

La riforma dell’Ufficio della migrazione dà buoni risultati

“Migliorare e approfondire l’esame delle pratiche sulle richieste degli stranieri che chiedono un permesso: era l’obiettivo che mi ero posto per questa legislatura, attraverso la riorganizzazione dell’Ufficio della migrazione. E con soddisfazione posso dire, a distanza di un anno dall’implementazione di questa riforma, che l’obiettivo è stato pienamente raggiunto!”.È soddisfatto il Consigliere di Stato Norman Gobbi all’indomani della presentazione della riorganizzazione dell’importante servizio a Governo e Commissione della Gestione e delle Finanze.
La riorganizzazione dell’Ufficio della migrazione è il frutto del lavoro di uno speciale gruppo interno all’Amministrazione durato 24 mesi e approvato dal Consiglio di Stato il 1° febbraio 2017. A seguito dell’apertura dell’inchiesta penale nota come caso “permessi falsi” l’implementazione della riforma è stata sospesa dal Consiglio di Stato il quale – in accordo con la Commissione della Gestione e Finanze – ha incaricato l’ex giudice e presidente del TRAM avv. Lorenzo Anastasi di effettuare una perizia sui processi operativi all’interno dell’Ufficio. “Dopo le risultanze del lavoro di Anastasi, che hanno dissipato i dubbi relativi all’organizzazione a suo tempo in vigore presso l’Ufficio della migrazione e salutato positivamente le modifiche pianificate, il Governo, sempre in accordo con la Commissione della Gestione e Finanze, ha riattivato la riforma dell’Ufficio della migrazione”, precisa Gobbi. Riforma che è partita il 19 giugno 2017, concludendosi il 4 dicembre dello stesso anno.
Cambiamento epocale
“La riorganizzazione ha rappresentato un cambiamento epocale sia per l’unità amministrativa sia per i suoi numerosi utenti, ossia tutti i titolari di un permesso per stranieri in Ticino, i datori di lavoro e le autorità a livello federale, cantonale e comunale toccate dalle pratiche per l’ottenimento di un permesso”,sottolinea il Consigliere di Stato. L’obiettivo posto dal Dipartimento delle istituzioni di migliorare e approfondire l’esame delle pratiche viene pienamente soddisfatto dalla creazione del “Servizio nuove entrate” che incarna al meglio la filosofia della riorganizzazione: un colloquio personale con l’utente, preceduto dall’esame preliminare della domanda e della documentazione, compreso il controllo di autenticità del documento d’identità.
La nuova procedura introdotta a seguito della riforma prevede inoltre un’informazione tempestiva ai Comuni delle domande di soggiorno presentate dai nuovi cittadini stranieri che si stabiliscono in Ticino, ciò che permette di ottimizzare il monitoraggio del territorio e favorire la segnalazione puntuale degli eventuali casi critici.
Oltre a una maggiore efficacia d’esame delle pratiche, la procedura rappresenta un indubbio miglioramento per l’utenza, che interagisce con l’autorità su appuntamento (risolvendo anche l’annosa questione delle lunghe attese agli sportelli degli ex Servizi regionali). Di notevole importanza anche la riorganizzazione del “Servizio cancelleria”, con i settori di “ricezione e registrazione” della corrispondenza (che si occupa principalmente della raccolta, della verifica di completezza e della digitalizzazione delle circa 14’000 pratiche che giungono mensilmente all’Ufficio), e il “Contact center”, il punto di contatto per l’interazione con l’utenza: in media 900 telefonate giornaliere, contro le 566 mediamente ricevute ed evase prima della riorganizzazione.
Frontalieri, verifica dell’identità
Il “Servizio comunitari” oggi esamina ed evade in particolare le domande di rilascio, di rinnovo e di modifica dei permessi di lavoro (dipendente) per frontalieri, oltre a quelle di domicilio, di dimora e di dimora temporanea. “Per quanto riguarda i frontalieri, attraverso la nuova organizzazione è stata introdotta un’importante misura di controllo dei documenti d’identità dei richiedenti, i quali, prima di formalizzare l’istanza, sono tenuti a presentarsi ai preposti Servizi della Polizia cantonale per ottenere una dichiarazione di autenticità del proprio documento”, evidenzia Norman Gobbi.
Controllo interno
Grande attenzione è stata posta, in ogni processo operativo e decisionale, alla riduzione dei rischi che potrebbero prodursi in fattispecie sensibili come quelle legate al rilascio dei permessi per stranieri. È stata introdotta una serie di misure organizzative, logistiche, informatiche, comunicative e di risorse umane. “Fra queste segnalo un sistema di controllo interno che va a toccare le decisioni positive o annullate emesse dai Servizi, ritenuto che quelle negative sottostanno invece al controllo delle istanze di ricorso. Un controllo a campione che permette di contrastare i potenziali rischi o i possibili errori”, sottolinea Gobbi.
Per far fronte alla grande mole di lavoro dell’Ufficio della migrazione, il Consiglio di Stato aveva accolto la proposta della Commissione della Gestione e Finanze atta a congelare – eravamo nel 2017 – la misura di risparmio sulla riduzione del personale. Il 6 giugno 2018 ha autorizzato il Dipartimento delle istituzioni ad assumere, con effetto immediato, 14 collaboratori amministrativi ausiliari (non avventizi). “Il rapporto dell’Ufficio della migrazione – conclude il Consigliere di Stato Norman Gobbi – evidenzia come nel 2018 le nuove procedure implementate, così come la maggior stabilità delle risorse impiegate abbiano permesso di sbrigare le nuove pratiche con tempestività, senza accumulare nuovi ritardi e a maggiore soddisfazione dell’utenza. Il recupero degli arretrati, uno degli obiettivi principali per il 2019, prosegue a ritmi incoraggianti”.

Il 2018 in cifre
Anche nel 2018 l’Ufficio della migrazione è risultato una delle unità amministrative più sollecitate dell’Amministrazione cantonale. Esso ha infatti incamerato 159’180 pratiche; le telefonate evase dal Contact center sono state 142’968; ogni collaboratore del Servizio comunitari ha trattato durante lo scorso anno in media 6’000 domande di permesso; al Settore giuridico sono invece pervenute 13’947 nuove segnalazioni. Una importante e crescente mole di lavoro: dal 2002 al 2017 vi è stato un aumento del 120% per quanto riguarda le domande di permessi G trattate e un +150% di domande di permessi B.

Consegnato il rapporto d’attività dell’Ufficio della migrazione

Consegnato il rapporto d’attività dell’Ufficio della migrazione

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato, nella sua seduta di mercoledì 27 febbraio 2019, ha preso atto del rapporto presentato dal Dipartimento delle istituzioni relativo al primo anno di attività dell’Ufficio della migrazione nel nuovo assetto organizzativo attuato nell’ambito della sua riorganizzazione ultimata a dicembre 2017. Il rapporto è stato ora sottoposto alla Commissione della Gestione e Finanze del Gran Consiglio che prenderà visione degli effetti dei cambiamenti messi in atto e dei risultati raggiunti per migliorare questo importante servizio dell’Amministrazione cantonale.

La riorganizzazione dell’Ufficio della migrazione è il frutto del lavoro di uno speciale gruppo interno all’Amministrazione durato 24 mesi e approvato dal Consiglio di Stato il 1° febbraio 2017. A seguito dell’apertura dell’inchiesta penale nota come caso “permessi falsi” l’implementazione della riforma è stata sospesa dal Consiglio di Stato il quale – in accordo con la Commissione della Gestione e Finanze – ha incaricato l’ex giudice e presidente del TRAM avv. Lorenzo Anastasi di effettuare una perizia sui processi operativi all’interno dell’Ufficio. Dopo le risultanze del lavoro di Anastasi, che hanno dissipato i dubbi relativi all’organizzazione a suo tempo in vigore presso l’Ufficio della migrazione e salutato positivamente le modifiche pianificate, il Governo, sempre in accordo con la Commissione della Gestione e Finanze, ha riattivato la riforma dell’Ufficio della migrazione, che è partita il 19 giugno 2017 per quanto riguarda l’attuazione della procedura guidata per i permessi “G” (lavoratori frontalieri) e il 4 dicembre dello stesso anno con l’implementazione dell’assetto organizzativo definitivo e l’introduzione della procedura guidata per tutti i tipi di permesso.

Cambiamento epocale
La riorganizzazione ha rappresentato un cambiamento epocale sia per l’unità amministrativa sia per i suoi numerosi utenti, ossia tutti i titolari di un permesso per stranieri in Ticino, i datori di lavoro e le autorità a livello federale, cantonale e comunale toccate dalle pratiche per l’ottenimento di un permesso. L’obiettivo posto dal Dipartimento delle istituzioni di migliorare e approfondire l’esame delle pratiche viene pienamente soddisfatto dalla creazione del “Servizio nuove entrate” che incarna al meglio la filosofia della riorganizzazione: un colloquio personale con l’utente, preceduto dall’esame preliminare della domanda e della documentazione, compreso il controllo di autenticità del documento d’identità.

Comuni meglio informati
La nuova procedura introdotta a seguito della riforma prevede inoltre un’informazione tempestiva ai Comuni delle domande di soggiorno presentate dai nuovi cittadini stranieri che si stabiliscono in Ticino, ciò che permette di ottimizzare il monitoraggio del territorio e favorire la segnalazione puntuale degli eventuali casi critici.

Ottimizzazione dei flussi di lavoro
Oltre a una maggiore efficacia d’esame delle pratiche, la procedura rappresenta un indubbio miglioramento per l’utenza, che interagisce con l’autorità su appuntamento (risolvendo anche l’annosa questione delle lunghe attese agli sportelli degli ex Servizi regionali) e nell’ambito di un colloquio già finalizzato all’esame della domanda e non solo per l’incameramento della stessa, come avveniva in passato. Di notevole importanza anche la riorganizzazione del “Servizio cancelleria”, con i settori di “ricezione e registrazione” della corrispondenza (che si occupa principalmente della raccolta, della verifica di completezza e della digitalizzazione delle circa 14’000 pratiche che giungono mensilmente all’Ufficio), e il “Contact center”, il punto di contatto per l’interazione con l’utenza: in media 900 telefonate giornaliere, contro le 566 mediamente ricevute ed evase prima della riorganizzazione.

Frontalieri, verifica dell’identità
Il “Servizio comunitari” oggi esamina ed evade in particolare le domande di rilascio, di rinnovo e di modifica dei permessi di lavoro (dipendente) per frontalieri, oltre a quelle di domicilio, di dimora e di dimora temporanea. Per quanto riguarda i frontalieri, attraverso la nuova organizzazione è stata introdotta, come detto, un’importante misura di controllo dei documenti d’identità dei richiedenti, i quali, prima di formalizzare l’istanza, sono tenuti a presentarsi ai preposti Servizi della Polizia cantonale per ottenere una dichiarazione di autenticità del proprio documento. Il “Settore giuridico”, infine, nel 2018 ha rivisto i flussi e i parametri decisionali, in modo da favorire una più rapida presa a carico delle segnalazioni rispetto al loro grado di rischio. Le segnalazioni – annualmente sono circa 15’000 – riguardano decisioni emanate dalle Autorità giudiziarie cantonali e federali, rapporti di polizia, comunicazioni dai Comuni soprattutto su possibili residenze fittizie, possibili casi di abuso in ambito di prestazioni sociali, aziende e attività fittizie e segnalazioni da privati cittadini.

Controllo interno
Grande attenzione è stata posta, in ogni processo operativo e decisionale, alla riduzione dei rischi che potrebbero prodursi in fattispecie sensibili come quelle legate al rilascio dei permessi per stranieri. Un gruppo di lavoro ad hoc si è occupato di mappare i possibili rischi per l’Ufficio allo scopo di analizzare la necessità di introdurre una serie di misure organizzative, logistiche, informatiche, comunicative e di risorse umane. Fra queste si segnala l’introduzione di un sistema di controllo interno che va a toccare le decisioni positive o annullate emesse dai Servizi, ritenuto che quelle negative sottostanno invece al controllo delle istanze di ricorso. Un controllo a campione, le cui procedure sono state sviluppate in collaborazione con il Centro Servizi Informativi (CSI) del Cantone, e che permette di contrastare i potenziali rischi o i possibili errori. Sono inoltre state progressivamente introdotte ulteriori misure di sicurezza riguardanti la gestione del materiale e dei documenti sensibili e i collaboratori dell’Ufficio sono regolarmente sensibilizzati sull’importanza della confidenzialità dei dati e di un corretto utilizzo degli applicativi in dotazione.

Organico potenziato
Per far fronte alla grande mole di lavoro dell’Ufficio della migrazione, come si ricorderà il Consiglio di Stato aveva accolto la proposta della Commissione della Gestione e Finanze atta a congelare – eravamo nel 2017 – la misura di risparmio sulla riduzione del personale. Tenuto inoltre conto delle criticità legate al ricorso di personale avventizio (programmi occupazionali o personale occupato nell’ambito di attività di utilità pubblica) per lo svolgimento dell’attività ordinaria, il Governo il 6 giugno 2018 ha autorizzato il Dipartimento delle istituzioni ad assumere, con effetto immediato, 14 collaboratori amministrativi ausiliari (non avventizi) per la gestione corrente. Entro fine maggio 2020 il DI dovrà presentare un rapporto in cui avanzerà la proposta definitiva di adeguamento e consolidamento dell’organico. Su questo punto, il rapporto dell’Ufficio della migrazione evidenzia come nel 2018 le nuove procedure implementate, così come la maggior stabilità delle risorse impiegate abbiano permesso di sbrigare le nuove pratiche con tempestività, senza accumulare nuovi ritardi e a maggiore soddisfazione dell’utenza. Il recupero degli arretrati, uno degli obiettivi principali dell’Ufficio della migrazione per il 2019, prosegue a ritmi incoraggianti, riducendo, settimana dopo settimana, il numero delle pratiche in sospeso.

Il 2018 in cifre
Anche nel 2018 l’Ufficio della migrazione è risultato una delle unità amministrative più sollecitate dell’Amministrazione cantonale. Esso ha infatti incamerato 159’180 pratiche; le telefonate evase dal Contact center sono state 142’968; ogni collaboratore del Servizio comunitari ha trattato durante lo scorso anno in media 6’000 domande di permesso; al Settore giuridico sono invece pervenute 13’947 nuove segnalazioni. Una importante e crescente mole di lavoro: dal 2002 al 2017 vi è stato un aumento del 120% per quanto riguarda le domande di permessi G trattate e un +150% di domande di permessi B. Il tutto senza alcun potenziamento delle risorse a disposizione dell’Ufficio. Inoltre, nel raffronto tra Cantoni paragonabili in termini di genere e numero di utenti, l’Ufficio della migrazione del Canton Ticino è quello che dispone del minor numero di risorse umane in rapporto al numero di stranieri presenti sul proprio territorio (dati 2017: 177’519 permessi attivi a fronte di 64,1 unità a tempo pieno).

“Si è sposato per non perdere il permesso”: espulso

“Si è sposato per non perdere il permesso”: espulso

Un cittadino centroamericano era riuscito a evitare l’espulsione già in due occasioni. Ora dovrà lasciare la Svizzera

Il Tribunale federale (TF) ha recentemente confermato l’espulsione di un cittadino dominicano cui la Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni (DI) aveva negato il rinnovo del permesso di dimora dopo la fine del suo secondo matrimonio. Per lui, si legge nella sentenza del TF, non si tratta del primo provvedimento in tal senso.

Dopo aver soggiornato illegalmente in Svizzera dal 24 settembre 2003 al 5 agosto 2004 l’uomo era stato condannato a una pena detentiva di 15 giorni, sospesi condizionalmente con un periodo di prova di 2 anni e l’allora Ufficio federale della migrazione (ora Segreteria di Stato della migrazione) aveva emesso nei suoi confronti anche un divieto di entrata per un periodo di due anni. L’allontanamento era stato evitato una prima volta grazie al matrimonio, celebrato a fine 2004, con una cittadina elvetica che gli aveva consentito di beneficiare di un permesso di dimora, rinnovatogli un’ultima volta fino al 10 giugno 2009.

Dopo avere cessato la vita in comune, l’uomo aveva sollecitato un ulteriore rinnovo, ma la sua domanda era stata respinta fino in ultima istanza, con sentenza del TF del 20 giugno 2011. Poche settimane dopo il divorzio dalla prima moglie, il 18 agosto 2011, l’uomo si era risposato con una connazionale, titolare di un permesso di domicilio. Grazie a questa nuova unione aveva beneficiato di nuovi permessi di dimora che gli sono stati rinnovati annualmente fino al 17 agosto 2015. Il loro ’idillio’ era però finito nell’estate del 2016. Interrogata dalla Polizia cantonale in merito alla situazione matrimoniale, la dona aveva (tra l’altro) dichiarato di avere iniziato a convivere con il marito dopo il matrimonio, di avere convissuto fino al 18 novembre 2013 e di voler divorziare. Sentito a sua volta, il marito aveva indicato di avere conosciuto la moglie nel 2005, di averle proposto di sposarlo anche perché avrebbe dovuto lasciare la Svizzera, di aver vissuto con lei sino alla sottoscrizione di un ulteriore contratto di locazione, nel 2014, e che dopo il suo trasferimento ognuno aveva provveduto al proprio sostentamento in modo autonomo.

Preso atto di ciò, con decisione del 4 febbraio 2016 la Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni del Cantone Ticino gli aveva negato il rinnovo del permesso di dimora, assegnandogli un termine per lasciare la Svizzera. Tale provvedimento era stato confermato su ricorso sia dal Consiglio di Stato che dal Tribunale amministrativo (il 17 settembre 2018). Il matrimonio tra i due è stato sciolto per divorzio a fine ottobre 2016.

Il 22 ottobre 2018 l’uomo aveva quindi inoltrato dinanzi al TF ma anche in questo caso i giudici di Mon Repos, preso atto della fine del suo matrimonio, gli hanno dato torto. “Va osservato – ha aggiunto la Corte – che per diversi periodi la sua permanenza nel nostro Paese è stata solo tollerata, in attesa della pronuncia sull’effettivo diritto a restare da parte delle autorità”. Il ricorrente dovrà quindi lasciare la Svizzera e farsi carico di 1’000 franchi di spese giudiziarie.

Richiesta casellario: i numeri ci danno ragione!

Richiesta casellario: i numeri ci danno ragione!

Una misura per tutelare la sicurezza dei cittadini

Operazione riuscita: è quanto vien da dire a 3 anni e mezzo di distanza dall’introduzione dell’obbligo di presentazione dell’estratto del casellario giudiziale per i cittadini stranieri che richiedono il rilascio e il rinnovo dei permessi di dimora B e per lavoratori frontalieri G. Qualche cifra: delle 95.020 domande di rilascio e di rinnovo di permessi B e G esaminate dall’Ufficio della migrazione (periodo aprile 2015-dicembre 2018), 579 hanno comportato maggiori approfondimenti, presentando indicatori di rischio; in 251 occasioni, considerata la gravità delle condanne subite dal richiedente, è stata poi emessa una decisione di non rilascio o di revoca del permesso. “La misura – commenta il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi – si è rivelata uno strumento efficace anche in virtù del suo effetto deterrente che di fatto scoraggia chi sa di non avere un passato irreprensibile oppure di non disporre delle condizioni necessarie all’ottenimento del permesso”. In effetti, il numero dei casi per i quali si è reso necessario un ulteriore approfondimento è calato anno dopo anno: 216 nel 2016, 137 nel 2017, 92 nel 2018.

Ordine pubblico e sicurezza del territorio
Fino al 2002 tutti i cittadini stranieri che richiedevano un permesso di soggiorno dovevano presentare l’estratto del casellario giudiziale. L’entrata in vigore dell’Accordo sulla libera circolazione delle persone (ALC) ha comportato il decadimento di tale obbligo. Nel corso dell’estate del 2008, il Ticino fu scosso da un grave fatto di sangue commesso da un cittadino italiano pregiudicato con gravi precedenti penali in Italia. Fu quindi introdotto nel nostro Cantone un sistema di autocertificazione circa i precedenti penali delle persone straniere richiedenti un permesso. A livello pratico questa misura si è tuttavia rivelata inefficace per contrastare l’insediamento o la presenza sul nostro territorio di persone straniere con gravi precedenti penali. Nell’aprile del 2015 infatti, dopo un altro grave fatto di cronaca che ha viste coinvolte alcune persone alle quali era stato rilasciato un permesso di dimora B sulla base di un’autocertificazione, in seguito rivelatasi falsa, il Dipartimento delle istituzioni ha deciso di introdurre come misura straordinaria per tutelare l’ordine pubblico e la sicurezza sul nostro territorio l’obbligo di presentazione dell’estratto del casellario giudiziale e dei carichi pendenti per il rilascio e il rinnovo dei permessi B e G. A novembre del 2015 il Governo cantonale ha sospeso la richiesta dei carichi pendenti, in particolare per dare un segnale positivo nell’ambito delle trattative fiscali in corso tra Svizzera e Italia. “A quasi 4 anni dall’adozione di questa misura – conclude Gobbi – non si può che prendere atto dei risultati positivi ottenuti che si riverberano in termini di sicurezza e di ordine pubblico”. Ricordiamo, infine, che già nel maggio 2016 i risultati ottenuti avevano indotto il Governo a confermare la misura introdotta dal DI.

Casellario, bilancio della misura

Casellario, bilancio della misura

Da www.rsi.ch/news

Il Dipartimento delle Istituzione ha presentato i numeri di un provvedimento, che fece molto discutere

L’obbligo di presentare il casellario giudiziale per ottenere o rinnovare il permesso di soggiorno in Ticino non è più uno strumento che suscita tensioni. Visto che l’accordo fiscale tra Svizzera e Italia non è ancora stato firmato, la misura introdotta tre anni e mezzo fa non è più messa in discussione.

Delle 95’020 domande di rilascio e di rinnovo di permessi B e G esaminate dall’Ufficio della migrazione dall’aprile 2015 allo scorso dicembre, 579 hanno comportato maggiori approfondimenti; in 251 occasioni, considerata la gravità delle condanne subite dal richiedente, è stata emessa una decisione di non rilascio o di revoca del permesso.

“Abbiamo dimostrato – chiosa il Consigliere di Stato Norman Gobbi – che la richiesta del casellario da un lato libera la nostra amministrazione dall’attività di ricerca, che sarebbe molto più onerosa senza poterne disporre, dall’altra abbiamo dimostrato come la decisione di non rilascio, nei casi in ci sono delle iscrizioni, è commisurata a una certa proporzionalità”

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Casellario-bilancio-della-misura-11380356.html

Bilancio 2015-2018 del casellario giudiziale

Bilancio 2015-2018 del casellario giudiziale

Comunicato stampa

Delle 95’020 domande di rilascio e di rinnovo di permessi B e G esaminate dall’Ufficio della migrazione (periodo aprile 2015-dicembre 2018), 579 hanno comportato maggiori approfondimenti; in 251 occasioni, considerata la gravità delle condanne subite dal richiedente, è stata emessa una decisione di non rilascio o di revoca del permesso. L’obbligo di presentazione dell’estratto del casellario giudiziale per i cittadini stranieri che richiedono il rilascio e il rinnovo dei permessi di dimora B e per lavoratori frontalieri G, si è dunque rivelato uno strumento efficace anche in virtù del suo effetto deterrente: il numero dei casi per i quali si rende necessario un ulteriore approfondimento cala infatti anno dopo anno.

Fino al 2002 tutti i cittadini stranieri che richiedevano un permesso di soggiorno dovevano presentare l’estratto del casellario giudiziale. L’entrata in vigore dell’Accordo sulla libera circolazione delle persone (ALC) ha comportato il decadimento di tale obbligo. Nel corso dell’estate del 2008, il Ticino fu scosso da un grave fatto di sangue commesso da un cittadino italiano pregiudicato con gravi precedenti penali in Italia. Fu quindi introdotto nel nostro Cantone un sistema di autocertificazione circa i precedenti penali delle persone straniere richiedenti un permesso. A livello pratico questa misura si è tuttavia rivelata inefficace per contrastare l’insediamento o la presenza sul nostro territorio di persone straniere con gravi precedenti penali. Nell’aprile del 2015 infatti, dopo un altro grave fatto di cronaca che ha viste coinvolte alcune persone alle quali era stato rilasciato un permesso di dimora B sulla base di un’autocertificazione, in seguito rivelatasi falsa, il Dipartimento delle istituzioni ha deciso di introdurre come misura straordinaria per tutelare l’ordine pubblico e la sicurezza sul nostro territorio l’obbligo di presentazione dell’estratto del casellario giudiziale e dei carichi pendenti per il rilascio e il rinnovo dei permessi B e G. A novembre del 2015 il Governo cantonale ha sospeso la richiesta dei carichi pendenti, in particolare per dare un segnale positivo nell’ambito delle trattative fiscali in corso tra Svizzera e Italia.

A quasi 4 anni dall’adozione di questa misura, non si può che prendere atto dei risultati positivi ottenuti che si riverberano in termini di sicurezza e di ordine pubblico. Gli stessi risultati avevano portato il Governo, nel maggio del 2016, a confermare la misura introdotta dal Dipartimento delle istituzioni.
Dall’introduzione della misura, fino a fine dicembre 2018, le domande di rilascio e di rinnovo di permessi B e G esaminate dall’Ufficio della migrazione sono state 95’020 e i permessi elaborati 94’441. La presenza di iscrizioni sui certificati penali presentati ha comportato maggiori approfondimenti per 579 domande (che rappresentano lo 0,6% del totale). I provvedimenti in seguito adottati sono stati di vario tipo e in 251 casi,considerata la gravità delle condanne subite dal richiedente, è stata emessa una decisione di non rilascio o di revoca del permesso. Per gli altri 328 casi emersi grazie alla misura straordinaria, 219 domande sono state evase positivamente in quanto non è stato riscontrato un pericolo per l’ordine pubblico ai sensi dell’ALC e della relativa giurisprudenza, 66 richiedenti hanno rinunciato spontaneamente, in 34 occasioni è stato pronunciato un ammonimento (che non ha quindi comportato revoche) mentre 9 pratiche sono ancora in corso di accertamenti.
Grazie alla misura, sono quindi emersi 579 casi che presentavano indicatori di rischio, la metà dei quali sono sfociati in una decisione negativa o nella revoca del permesso. Va rilevato positivamente che il numero dei casi per i quali si rende necessaria un’ulteriore analisi sta calando con costanza anno dopo anno: erano 216 nel 2016, 137 nel 2017 e sono stati 92 nel 2018: segno evidente, questo, dell’effetto deterrente intrinseco a una misura che di fatto scoraggia chi sa di non avere un passato irreprensibile oppure di non disporre delle condizioni necessarie all’ottenimento del permesso.