In viaggio sul San Gottardo

In viaggio sul San Gottardo

Airolo-Biasca, oggi con la bici elettrica – 13° puntata: http://www.rsi.ch/g/7768577

In viaggio sul San Gottardo – Un viaggio affascinante e suggestivo attorno ad uno dei luoghi più simbolici del nostro Paese, 15 appuntamenti quotidiani all’insegna dell’avventura, della scoperta, del divertimento.
In viaggio sul San Gottardo è un progetto ideato dall’emissione televisiva “Schweiz Aktuell” di SRF per sottolineare in modo originale questo 2016 contrassegnato dall’apertura della nuova trasversale alpina.

Schweiz Aktuell am Gotthard

Schweiz Aktuell am Gotthard

Tag 13: Versteckte Schätze in der Leventina. http://www.srf.ch/sendungen/schweiz-aktuell/tag-13-versteckte-schaetze-in-der-leventina

Das «Schweiz aktuell» Sommerprojekt 2016 – Präsentiert wird die Sendung von Katharina Locher. Die «Schweiz aktuell»-Moderatorin führt zum ersten Mal durch das dreiwöchige Sommerprojekt. Sie begrüsst das Publikum jeden Abend nach 19 Uhr vom Gotthardhospiz inmitten der imposanten Naturkulisse.

Dort empfängt sie Gäste aus Wirtschaft, Politik und Gesellschaft und beleuchtet die vielfältigen Themen rund um die Verbindungsachse Nord-Sud.

 

Liberi e svizzeri, ricordiamocelo ogni giorno!

Liberi e svizzeri, ricordiamocelo ogni giorno!

Discorso del Consigliere di Stato Norman Gobbi, in occasione dei festeggiamenti del 1. agosto 2016 a Olivone (Blenio) della Lega dei Ticinesi.

È sempre un immenso piacere per me festeggiare con voi, come tradizione vuole dal 2003, il Natale della Patria. Ancor più piacevole è trascorrere un giorno di festa – la festa del nostro Paese – insieme nell’incantevole scenario offerto dalla Valle di Blenio, all’ombra del Sosto ormai divenuto un simbolo leghista di impegno e di valori tradizionali. Impegno perchè festeggiamo in un Comune, quello di Blenio, guidato da una sindaco leghista: la nostra Claudia ha sbaragliato la concorrenza grazie al suo impegno sul territorio, a favore della popolazione e delle attività ancestrali. 

Ma il Sosto con tutta la Valle di Blenio sono il simbolo della lotta di questo Popolo, quello bleniese e ticinese, da sempre attaccato ai valori tradizionali delle nostre comunità di montagna: libertà, indipendenza e sicurezza. Infatti, ancor prima che Werner Stauffacher, Walter Fürst e Arnold von Melchtal dessero vita quali Padri fondatori della perpetua alleanza della nostra Confederazione nel 1291, i Bleniesi e i Leventinesi un secolo prima (ed era il 1182) giurarono reciproco sostegno contro i dominatori esterni in quello che oggi chiamiamo il Patto di Torre. Un chiaro segnale di come questo spirito di libertà, tipico dei popoli alpini, trovi qui profondissime radici che vivono ancora oggi. Non è un caso che i Bleniesi si siano da sempre opposti con forza ad ogni perdita di sovranità del nostro Paese: lo fecero nel 1992 contro lo Spazio economico europeo in maniera molto più chiara degli altri distretti, per poi continuare sino al voto del 9 febbraio 2014, con quasi due terzi a favore del controllo dell’immigrazione. Tutto ciò significa solo una cosa: la Valle di Blenio è terra di libertà, indipendenza e sicurezza!

“Uniti per prestarsi reciproco aiuto, consiglio e appoggio, a salvaguardia così delle persone e delle cose, contro tutti coloro che a essi o a uno di essi facesse violenza, molestia o ingiuria con il proposito di nuocere alle persone od alle cose”. Parole indelebili, scritte sulla pergamena che custodisce il testo del nostro patto di perpetua alleanza. Sicurezza, indipendenza, libertà: sono questi i valori che ancora oggi portiamo avanti come Svizzeri e Ticinesi, e sui quali vorrei porre l’accento quest’oggi.

Sin da quando ho mosso i miei primi passi in politica e ancora oggi, in veste di Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni, mi impegno quotidianamente a difesa dei nostri valori.

Uno su tutti è quello della SICUREZZA. Ogni giorno lavoro assiduamente con i collaboratori del mio Dipartimento per garantire e assicurare questo bene primario, alla base del benessere di ogni cittadino, di tutti noi. L’obiettivo è quello di non abbassare mai la guardia ma anzi, di pianificare le azioni da mettere in atto prima che si manifesti una situazione di emergenza e che la realtà ci sfugga di mano. Anche senza l’appoggio di Berna, portiamo avanti delle proposte che ci permettono di sentirci più sicuri nel nostro vivere quotidiano.

Lo sto – anzi lo stiamo – facendo anche in questo periodo: siamo pronti a gestire le ondate migratorie al confine di Chiasso. Quest’anno siamo rimasti una delle poche porte ancora aperte per accedere al nord delle Alpi e al resto dell’Europa. Per affrontare questa situazione, in Ticino abbiamo sviluppato lo scorso anno uno Stato Maggiore Cantonale composto da tutte le forze dell’ordine e le Istituzioni che sono chiamate a far fronte all’eventuale emergenza. Nel 2016, su mia insistenza e dopo aver spiegato a più riprese la situazione, il Consiglio federale ha disposto l’impiego sussidiario di sicurezza dell’esercito nel caso la situazione evolva a tal punto da renderlo necessario. Una collaborazione, quella con l’esercito, che è significativa. Assicurando la sicurezza di tutti noi ticinesi infatti ci rendiamo garanti di quella di tutti gli svizzeri: agiamo come primo filtro alla frontiera nazionale. Il Ticino sta difendendo la Svizzera. Il nostro Cantone spesso, come in questo caso, vede – e ahimé vive anche in prima persona- problematiche che toccheranno il resto del Paese solo in un secondo tempo. È stato così con la crisi della piazza finanziaria, con il frontalierato e ora con la gestione dei flussi migratori. Con questa attività promuoviamo l’essenza dello spirito confederale contenuto nel patto che, come vi ho ricordato poco fa, ci vede uniti per il bene comune della nostra Patria. Dobbiamo quindi sentirci orgogliosi per quel che abbiamo fatto e facciamo in quanto Ticinesi nella gestione della sicurezza non solo cantonale, bensì nazionale! Orgogliosi perchè il presidio svolto dai Ticinesi alla PORTA SUD della Confederazione è oggi sinonimo di sicurezza e controllo. E poi, salvo qualche guardia di confine giunta da nord, lo stiamo facendo da soli perchè noi teniamo alla sicurezza della nostra Patria.  

Un altro passo avanti a favore della SICUREZZA lo abbiamo fatto con l’entrata in vigore del divieto di dissimulare il volto nei luoghi pubblici e la modifica legislativa sull’ordine pubblico. Grazie a queste leggi è stata ribadita – aggiungo anche celermente grazie all’impegno del mio Dipartimento – la volontà di tutti i cittadini di sentirsi sicuri mentre passeggiano per le vie delle nostre città, allo stadio o in pista per seguire una partita, e in ogni occasione pubblica di incontro. Ma soprattutto di potersi sentire padroni in casa nostra, preservando e tutelando i nostri usi e costumi. Riprendendo uno dei valori più importanti della nostra Patria, vogliamo avere la LIBERTÀ di uscire di casa senza timori. Un Ticino unito, una comunità forte è quello che vogliamo per affrontare insieme le sfide ci si presentano. Anche in questo caso è il nostro Cantone a imporsi come promotore di una legge per la sicurezza, e non sarei sorpreso se in seguito anche il resto della Confederazione adottasse le stesse precauzioni, dopo averne appurato i benefici sul caso ticinese.

La nostra nazione si basa sulla LIBERTÀ. Ho iniziato accennando alla sensazione e al diritto di essere sicuri, e quindi liberi, in mezzo agli altri, a casa nostra, ma come sappiamo bene non è l’unica espressione di questo valore fondamentale.

La LIBERTÀ politica ad esempio, alla base della nostra democrazia, è ciò che ci permette di esprimere ciò che pensiamo. La libertà nel nostro Paese significa poter utilizzare gli strumenti che ci sono dati per costruire al meglio il nostro futuro. Degli strumenti preziosi che le cittadine e i cittadini di molti altri Paesi non hanno il privilegio di avere. Facendoci testimoni della volontà popolare, ben saldi ai nostri principi, noi leghisti abbiamo saputo mostrare al mondo della politica che il popolo di cose da dire ne ha. Lo abbiamo fatto attraverso le petizioni, i referendum, e le iniziative. Lo abbiamo fatto con il primo strumento della democrazia: la partecipazione alle urne. Il voto popolare che di consente di dire la nostra allo Stato, i ribadire cosa vogliamo nel e per il nostro Cantone, ma anche per definire i nostri rappresentanti all’interno delle stesse. In questi 25 anni ogni volta in cui la Lega ha ottenuto dei risultati in termini elettorali, ai suoi rappresentanti è sempre stato detto: “Adesso vediamo se saprete prendervi le vostre responsabilità!”. È successo a Marco quando ha portato il nostro Movimento in Consiglio di Stato, è successo a me quando ho raddoppiato gli scranni. Siamo ormai al sesto anno in cui la Lega ha la maggioranza relativa in Consiglio di Stato e penso che, anzi, ne sono sicuro! che io e Claudio le nostre responsabilità ce le siamo prese – anche quando si trattava di compiere scelte impopolari. Non ci tiriamo indietro e continueremo a lavorare in difesa del Ticino e dei ticinesi, anche quando e se con le nostre decisioni urtiamo o indigniamo i benpensanti. Continueremo a farlo anche quando i nostri colleghi di Governo si nascondono dietro le loro decisioni per non urtare la sensibilità del loro partito o dei loro elettori.

Durante la campagna per la corsa al Consiglio federale – ebbene si, la Lega dei Ticinesi ha riportato un candidato ticinese in corsa per Berna dopo 16 anni dall’ultima candidatura – sono stato definito dalla stampa un uomo di stato. Ed è quello che sono, che siamo noi leghisti in Governo e in Parlamento. Ci battiamo per la difesa dei valori tanto cari al nostro movimento e lo facciamo con responsabilità e coerenza! Senza nasconderci dietro alle nostre scelte!

Ci battiamo per un Ticino solido e libero. Una libertà che spesso, però, fuori dai confini elvetici stanno mettendo in discussione, compromettendo la nostra INDIPENDENZA. La situazione internazionale, in particolare quella dell’Unione Europea, si sta dimostrando sempre più instabile. Con Brexit il popolo inglese ha dato un chiaro e forte segnale: l’Inghilterra non presta più il fianco all’UE e le imposizioni internazionali le stanno strette. Anche loro, come la Svizzera ,come noi, lottano per la loro autonomia. È la dimostrazione che con la volontà si può tornare indietro – anche da situazioni ben più vincolate della nostra. È la dimostrazione che il popolo, alla fine, è sempre sovrano e ha sempre l’ultima parola. Sul nostro territorio decidono gli svizzeri. I problemi degli altri Paesi che ci circondano non devono quindi minacciare il benessere che abbiamo costruito nel corso degli anni nel nostro Cantone e nella nostra nazione.

Libertà, indipendenza e sicurezza: lottiamo tutti i giorni per difendere questi nostri valori. Ognuno di noi è cittadino svizzero, ma è anche, e soprattutto, ticinese. Chi come me è nato e cresciuto nelle Valli sa quanto sia importante ribadire la nostra legittimità e valorizzare la nostra regione, soprattutto se di montagna. Con la mia attività politica mi impegno costantemente per prestare una particolare attenzione alle regioni periferiche del nostro Cantone, poiché so che ogni cittadino, svizzero, ticinese, abitante delle Valli ha il diritto di sentirsi figlio legittimo di mamma Elvezia considerato alla stessa stregua di tutti gli altri. Ognuno di noi ha un ruolo importante nella partecipazione alla gestione dello Stato e ha quindi il dovere fondamentale di tutelare, nel farlo, questi valori, indistintamente dalla sua regione di provenienza.

Quindi oggi più che mai, il giorno del Natale della nostra Patria dobbiamo essere protagonisti delle scelte politiche che ci concernono, dobbiamo lottare per il Ticino che vogliamo; non possiamo e non dobbiamo accettare passivamente quello che ci viene imposto da fuori ma soprattutto dobbiamo ribadire la nostra volontà di essere padroni in casa nostra. Dal canto mio, continuerò a lavorare per fare in modo che la nostra sicurezza, la nostra libertà e la nostra indipendenza siano preservati sotto ogni loro aspetto. E’ questa la missione che mi avete dato il 10 aprile 2011 e poi il 19 aprile 2015. Mi impegno nuovamente e chiedo il sostegno di tutti voi, perchè come recita il motto fondante del nostro Cantone e dei Ticinesi: vogliamo vivere “liberi e svizzeri”!

Ricordiamocelo ogni giorno. Per il nostro bene. Per il bene del Ticino e della Svizzera.

Viva il Ticino. Viva la Svizzera.

Unsere Schweiz 2026

Unsere Schweiz 2026

Da BLICK.CH l Wie sehen 50 bekannte Schweizerinnen und Schweizer das Land in zehn Jahren? Wir haben sie gefragt – hier sind ihre Antworten.

Norman Gobbi, Regierungsrat Tessin.

1) Was ist Ihre Vision für die Schweiz 2026? 

Nach der Implosion der reformunfähigen EU, die wie die UdSSR in ihre Bestandteile zerfallen ist, stehen Freihandelsabkommen, Föderalismus und Eigenverantwortung in Bern wieder hoch im Kurs. Während die AHV durch eine Erhöhung der Mehrwertsteuer saniert wurde, konnte die Zuwanderung in den Sozialstaat durch strikte Anwendung des Prinzips «Keine Hilfe ohne Gegenleistung» abgeschwächt werden.

2) Geht es uns 2026 besser als heute?

Schlechter – falls nicht gehandelt wird!

3) Wie viele Menschen leben 2026 in der Schweiz?

Ungefähr 8 745 269.

4) Haben wir bis dann die Integration des Islam in die Gesellschaft geschafft?

Nein. Es droht die Gefahr von Parallelgesellschaften.

http://www.blick.ch/news/schweiz/unsere-schweiz-2026-id5326208.html

L’Esercito continua a investire in Ticino

L’Esercito continua a investire in Ticino

Dal Giornale del Popolo l In Ticino gli abili al servizio sono sei su dieci. In linea con la media nazionale. Grazie anche al lavoro di Norman Gobbi , malgrado i tagli fatti altrove, nel Cantone sono state mantenute molte strutture.

L’estate è un periodo di vacanze, ma anche, per i giovani in età, di servizio militare. Osservando i dati del Rendiconto cantonale relativi al 2015 abbiamo notato alcune nuove tendenze. Ne abbiamo approfittato per parlarne con il capo della Sezione del militare e della protezione della popolazione Fabio Conti.

Da qualche anno gli abili al servizio si aggirano attorno al 60%. È un dato in linea con la media nazionale?

Si tratta di una percentuale stabile per il Ticino che è in media con le cifre del resto del Paese. Tendenzialmente la percentuale di incorporati è più elevata nei Cantoni di montagna mentre quelli “di città” il numero è inferiore. Inoltre i militi provenienti dalla Svizzera tedesca sono generalmente più numerosi di quelli della Svizzera francese. Anche se ci sono casi come Giura e Ginevra dove la Storia ha il suo peso e la vicinanza all’esercito è meno pronunciata.

Come giudica, in generale, l’interesse dei giovani per il servizio militare? E quello delle ragazze?

In generale l’interesse è buono e l’attitudine dei giovani verso il militare è positivo. I ticinesi sono sempre “dei buoni soldati”. E devo dire che pure le ragazze hanno sempre maggiore interesse per l’esercito, anche se il loro numero resta pur sempre molto limitato. Detto ciò occorre aggiungere che tra poco sarà presentato al Consiglio federale un rapporto sull’obbligo del servizio che prevede una serie di scenari innovativi tra cui anche alcune differenti proposte sulla possibilità di assolvere un obbligo di servizio per lo Stato. Varianti che interessano uomini e donne.

La “concorrenza” con il servizio civile vi ha penalizzato? In che modo?

Evidentemente il cambiamento di legge avvenuto nel 2008 ha facilitato di molto l’accesso al servizio civile. In particolare a causa dell’abbandono dell’obbligo di giustificare la scelta per motivi etici davanti a una commissione ad hoc. A partire da tale momento vi è stato un importante aumento dei giovani che hanno scelto il servizio civile. Se prima erano mediamente 1.500 l’anno, poi sono passati a 7.000-7.500 per attestarsi a 5.000-5.500.

Questa situazione porta sicuramente a delle difficoltà di alimentazione delle formazioni militari ed è una delle ragioni che hanno spinto alla recente riforma dell’esercito (“ulteriore sviluppo dell’esercito” la cui implementazione è prevista a partire dal 2018). Da notare che la Legge sul servizio civile è recentemente stata modificata proprio per questo motivo introducendo delle restrizioni sulle modalità relative al deposito di una richiesta per il Servizio civile.

Il servizio completo sul Gdp di oggi

Terrorismo: il PPD sollecita il Governo: «Si intervenga»

Terrorismo: il PPD sollecita il Governo: «Si intervenga»

Dal Corriere del Ticino del 28 luglio 2016 | Il gruppo parlamentare chiede una serie di misure a protezione dei ticinesi – Norman Gobbi: «Ci si sveglia adesso»

«Chiediamo una reazione ferma e implacabile da parte delle autorità». Così il gruppo parlamentare del PPD, in una nota diramata ieri, ha sollecitato il Governo affinché si attivi con una serie di misure in grado di prevenire e rassicurare la popolazione ticinese a fronte delle terribili stragi terroristiche che nelle ultime settimane stanno scuotendo l’Europa. «I nemici della pace – si legge nel comunicato – quale sia la loro motivazione e la loro cittadinanza, devono essere annichiliti. Per lottare contro questa barbarie occorre inequivocabile chiarezza negli intenti». Questa la premessa a sei richieste rivolte all’Esecutivo, tra le quali citiamo l’intervento «presso il Consiglio federale affinché il Trattato di Schengen sia ridiscusso e di conseguenza vengano reintrodotti i controlli sistematici alle frontiere». O ancora la «verifica ad ampio raggio sui rischi di radicalizzazione islamista in Ticino», ma pure la «mappatura tra tutti i richiedenti l’asilo e rifugiati politici presenti sul territorio che presentano problemi di dipendenza, fedina penale sporca o problemi di tipo psichiatrico».

Alla base di questo passo, ci spiega il capogruppo PPD Fiorenzo Dadò, v’è il timore che «se non si prende sul serio l’altissima preoccupazione della gente, presto o tardi i nostri valori di solidarietà, uguaglianza e libertà verranno minati». Per Dadò «non si può più tergiversare e perdersi in scaramucce. Serve intervenire senza paura con delle misure attuabilissime che non recheranno danno a nessuno ma aumenteranno la percezione della sicurezza».

Da parte sua il deputato Giorgio Fonio, presidente della Commissione petizioni e ricorsi, si esprime in merito alla proposta di subordinare, prima che venga discussa in Parlamento, la concessione delle cittadinanza cantonale a una nuova ulteriore verifica di sicurezza da parte del Dipartimento delle istituzioni. «Alla prima seduta commissionale in settembre – annuncia – proporrò ai miei colleghi di convocare il direttore Norman Gobbi per valutare l’applicabilità delle diverse misure da noi avanzate».

«Lista di consigli già evasa»

Chiamato in causa dal PPD, il direttore delle Istituzioni – da noi contattato – non nasconde il proprio scetticismo: «La lista dei consigli se non già evasa è sicuramente in corso». Per poi accogliere con riserva l’azione intrapresa in casa PPD: «Chi si sveglia nel luglio del 2016 avanzando tali richieste, forse si è dimenticato gli spezzoni precedenti del tragico film iniziato un anno e mezzo fa con la strage di Charlie Hebdo». In merito a quanto fatto a sud delle Alpi, Gobbi tiene poi a illustrare due casi concreti: «Sul nostro territorio abbiamo avuto alcuni passaggi di questo filmato, fortunatamente senza strisce di sangue. Penso all’identificazione e all’espulsione dal Ticino del simpatizzante dell’ISIS Oussama Khacia, e questo su richiesta dell’autorità cantonale. Rispettivamente all’arresto in Italia del presunto jihadista Abderrahim Moutaharrik, a riprova di come le antenne sul territorio a livello di intelligence, la collaborazione fra Cantone e Confederazione e quella con le autorità italiane, hanno dimostrato di funzionare». Sulla revisione di Schengen, invece, Gobbi specifica: «Già oggi c’è chi critica il rafforzamento dei controlli alla frontiera degli ultimi mesi, dimenticando che la nostra sovranità doganale ci permette di andare più in profondità, e oltre a Schengen. E il fatto che settimanalmente due terzi dei circa 300 arrivi giornalieri siano respinti significa che il controllo c’è ed è efficace. In più, coloro che chiedono l’asilo sono registrati e sistematicamente verificati dal punto di vista della sicurezza, a differenza di quanto fatto in Italia o nella stessa Germania». L’attuazione di misure straordinarie è a sua volta già contemplata, ma – indica Gobbi – cercando di non spaventare il cittadino: «In generale viene fatta una costante verifica della minaccia, e penso a come abbiamo gestito, discretamente e senza allarmare la popolazione, il dispositivo di sicurezza per l’inaugurazione di AlpTransit».

‘Accoglienza ma con garanzie’

‘Accoglienza ma con garanzie’

Da La Regione del 28 luglio 2016 | Il PPD chiede al Consiglio di Stato di rafforzare i controlli e rassicurare la popolazione – Fiorenzo Dadò: «Intervenire contro l’escalation di sentimenti negativi verso gli stranieri».

«Se vogliamo che la cittadinanza continui ad accogliere gli stranieri, l’autorità deve dare garanzie migliori rispetto a quanto fa oggi». Fiorenzo Dadò , capogruppo Ppd, è un fiume in piena. In redazione è appena giunto un comunicato stampa a nome del gruppo parlamentare “azzurro”, che elenca una serie di misure (vedi a lato) per “un’efficace prevenzione e una seria rassicurazione della popolazione” di fronte alla “recrudescenza della violenza in vari Paesi europei”. Al punto da chiedere al Consiglio di Stato, ad esempio, l’introduzione di misure di sicurezza straordinarie anche in Ticino? «La premessa dev’essere chiarita bene, altrimenti ci accusano di populismo. Siamo di fronte a un’escalation di sentimenti negativi generalizzati verso gli stranieri e questo ci preoccupa molto: secondo noi, se l’autorità non interviene in modo convincente c’è il rischio che i nostri valori democratici (di solidarietà, di uguaglianza, di libertà) vengano gettati alle ortiche. In Francia ne abbiamo l’esempio con la scalata di Marine Le Pen. In poco tempo, l’Europa tenderà ad andare verso sistemi più autoritari. Penso perciò che dobbiamo reagire subito». Come? «A nostro parere, le possibilità sono quelle che abbiamo elencato nel comunicato stampa. Se si vuole continuare ad accogliere le persone è un dovere dell’autorità dare delle garanzie. Gli assi di intervento sono due: sviluppare misure di controllo più incisive, mirate e sistematiche. E secondariamente, dare delle rassicurazioni alla popolazione. Anche su questo fronte il governo cantonale è troppo silente…». Il Dipartimento delle istituzioni ha chiesto – e ottenuto – di potenziare il numero di agenti sul territorio. Chiedere nuovi sforzi significa, probabilmente, generare altri costi. «Le unità ci sono e vanno orientate. Se è necessario spendere qualcosa in più, lo si spenda anche. Del resto, per la sicurezza a mio avviso bisogna anche essere disposti a rinunciare a un po’ di libertà. Perché più controlli portano a questo». Ad esempio, chiedendo “che venga fatta una mappatura tra tutti i richiedenti l’asilo e rifugiati politici sul territorio che presentano problemi di dipendenza, fedina penale sporca e problemi di tipo psichiatrico”. «Dati che devono rimanere nelle mani delle forze dell’ordine, ma che bisogna iniziare ad avere – continua il capogruppo popolare democratico –. È importante che l’autorità sappia chi c’è sul territorio. Il caso di emulazione è enorme. Pensiamo ad esempio all’attentato di Nizza. Si tratta di personaggi potenzialmente arruolabili, ma che poi si scopre non essere legati a gruppi terroristici». Profili che, a mente del Ppd, devono essere tenuti sotto controllo. Qualora il Consiglio di Stato non dovesse recepire i suggerimenti, il partito “si riserva di intervenire attraverso gli strumenti democratici previsti dalla legge”. Ergo? «Atti parlamentari, iniziative cantonali, e se del caso iniziative popolari. Se non si attiva l’autorità politica, dovrà attivarsi la popolazione», chiude Dadò.

LA REAZIONE – Il ‘ministro’ Gobbi: ‘Già operativo un sistema di verifica e sicurezza’
«Già oggi siamo pronti a mettere in campo tutta una serie di misure necessarie alla sicurezza dei cittadini, e lo abbiamo dimostrato con l’inaugurazione della galleria AlpTransit del Gottardo quando sono giunti in Ticino cinque premier e numerose autorità federali e internazionali» commenta Norman Gobbi , direttore del Dipartimento delle istituzioni, da noi sollecitato sulla presa di posizione popolare democratica. Quanto è possibile fare, detto altrimenti, già si fa. «L’intero dispositivo, in quell’occasione – aggiunge Gobbi – è stato applicato senza problemi anche a tutela della sicurezza di migliaia e migliaia di cittadini presenti per l’occasione a Pollegio». Senza contare che in queste, come in altre simili, circostanze la gestione della sicurezza è sì visibile ma anche – e soprattutto – no, per evidenti motivi. «In effetti in queste occasioni vi è una forte presenza di agenti in divisa ma soprattutto di poliziotti in borghese, meno appariscenti. E questo – aggiunge il direttore del Dipartimento delle istituzioni – anche per evitare che feste popolari come quella tenutasi in giugno a Pollegio generino momenti di apprensione non giustificati». Fatta la premessa, Gobbi ricorda che da tempo la polizia è preparata a reagire in casi di episodi gravi ma riconducibili a un solo attore, spesso giovane, come è capitato recentemente a Monaco di Baviera o come succede spesso nelle scuole statunitensi. Anche le forze dell’ordine svizzere sono istruite e attrezzate per far fronte a simili tragici eventi, dove peraltro la dinamica spesso si somiglia a prescindere dalla matrice terroristica o meno. «Su questo fronte si deve casomai potenziare il lavoro di intelligence, ma a poco serve subordinare la concessione del permesso B a una sistematica verifica dei richiedenti l’asilo come chiede il Ppd. Non serve, come ci dimostra l’esperienza anche recente». E a questo proposito il consigliere di Stato cita l’esempio di Oussama Khachia, simpatizzante dichiarato del Califfato, giunto in Ticino per ricongiungimento familiare perché marito di una cittadina con doppia nazionalità italiana e svizzera. È stato espulso dalla Svizzera nel novembre 2015, grazie al lavoro di verifica svolto in Ticino. «L’impegno sulla sicurezza casomai è un altro ed è quello che già facciamo. Lo stesso che ci ha portato a collaborare con l’Italia quando è stato arrestato a Lecco il pugile Abderrahim Moutaharrik, che frequentava una palestra luganese, sospettato di adesione all’Isis e che presentava un rischio potenziale» ricorda ancora Gobbi. Tutte misure di sicurezza, conclude il direttore del Di, messe in atto da un anno e mezzo, dopo la strage parigina alla redazione di Charlie Hebdo.

LE MISURE
Sicurezza – Introduzione di misure di sicurezza straordinarie atte a rassicurare la popolazione, in particolare durante manifestazioni pubbliche rilevanti

Frontiere – Intervenire presso il Consiglio federale affinché il trattato di Schengen sia ridiscusso e di conseguenza vengano reintrodotti i controlli sistematici alle frontiere

Controlli – Effettuare una verifica ad ampio raggio sui rischi di radicalizzazione islamista in Ticino

Permessi – Subordinare la concessione dei permessi B a una sistematica ed efficace verifica di sicurezza, in collaborazione con lo Stato di provenienza del richiedente

Mappatura – Svolgere una mappatura tra tutti i richiedenti l’asilo e rifugiati politici ospiti in Ticino che presentano problemi di dipendenza, fedina penale sporca e problemi di tipo psichiatrico

Cittadinanza – Subordinare la concessione della cittadinanza cantonale a una nuova verifica di sicurezza da parte del Dipartimento delle istituzioni, prima che approdi in Gran Consiglio, affinché sia sottoposta al controllo e al nullaosta definitivo dei servizi competenti

L’Esercito continua a investire in Ticino

L’Esercito continua a investire in Ticino

Dal Giornale del Popolo del 26 luglio 2016 | Nel Cantone gli abili al servizio sono sei su dieci, in linea con la media nazionale. Mantenute molte strutture, malgrado i tagli fatti altrove, grazie anche al lavoro di Norman Gobbi.

L’estate è un periodo di vacanze, ma anche, per i giovani in età, di servizio militare. Osservando i dati del Rendiconto cantonale relativi al 2015 abbiamo notato alcune nuove tendenze. Ne abbiamo approfittato per parlarne con il capo della Sezione del militare e della protezione della popolazione Fabio Conti.

Da qualche anno gli abili al servizio si aggirano attorno al 60%. È un dato in linea con la media nazionale?
Si tratta di una percentuale stabile per il Ticino, nella media rispetto alle cifre del resto del Paese. Tendenzialmente la percentuale di incorporati è più elevata nei Cantoni di montagna, mentre in quelli “di città” il numero è inferiore. Inoltre i militi provenienti dalla Svizzera tedesca sono generalmente più numerosi di quelli della Svizzera francese. Anche se ci sono casi come Giura e Ginevra, dove la Storia ha il suo peso e la vicinanza all’esercito è meno pronunciata.

Come giudica, in generale, l’interesse dei giovani per il servizio militare? E quello delle ragazze?
In generale l’interesse è buono e l’attitudine dei giovani verso il militare è positivo. I ticinesi sono sempre “dei buoni soldati”. E devo dire che pure le ragazze hanno sempre maggiore interesse per l’esercito, anche se il loro numero resta pur sempre molto limitato. Detto ciò occorre aggiungere che tra poco sarà presentato al Consiglio federale un rapporto sull’obbligo del servizio che prevede una serie di scenari innovativi tra cui anche alcune differenti proposte sulla possibilità di assolvere un obbligo di servizio per lo Stato. Varianti che interessano uomini e donne.

La “concorrenza” con il servizio civile vi ha penalizzato? In che modo?
Evidentemente il cambiamento di legge avvenuto nel 2008 ha facilitato di molto l’accesso al servizio civile. In particolare a causa dell’abbandono dell’obbligo di giustificare la scelta per motivi etici davanti a una commissione ad hoc. A partire da tale momento vi è stato un importante aumento dei giovani che hanno scelto il servizio civile. Se prima erano mediamente 1.500 l’anno, poi sono passati a 7.000-7.500 per attestarsi a 5.000- 5.500. Questa situazione porta sicuramente a delle difficoltà di alimentazione delle formazioni militari ed è una delle ragioni che hanno spinto alla recente riforma dell’esercito (“ulteriore sviluppo dell’esercito” la cui implementazione è prevista a partire dal 2018). Da notare che la Legge sul servizio civile è recentemente stata modificata proprio per questo motivo introducendo delle restrizioni sulle modalità relative al deposito di una richiesta per il Servizio civile.

Lo scorso anno avete accolto più domande di dispensa dai servizi rispetto agli anni precedenti. E ne avete rifiutate meno. Quali i motivi?
Ciò dipende essenzialmente dal periodo e dal luogo in cui si svolgono i servizi delle truppe ticinesi. Con quasi la metà di giovani che sono studenti, se il servizio cade durante i semestri scolastici, difficilmente il milite potrà effettuarlo. D’altra parte i Corsi di ripetizione oltre San Gottardo rendono più difficile conciliare le esigenze lavorative con il servizio.

Si nota anche un costante calo delle procedure disciplinari per mancato tiro obbligatorio. I giovani sono diventati più disciplinati?
Da una parte la riduzione degli effettivi dell’esercito ha ridotto gli astretti al tiro obbligatorio (TO), dall’altra diverse Società di tiro hanno aumentato le possibilità per i militi di effettuare il TO, allungando l’orario d’apertura degli stand fino alle 19.30.

Allargando il discorso. Come giudica la presenza dell’esercito in Ticino? Quali i progetti in corso o che stanno per essere realizzati?
La presenza militare in Ticino è particolarmente significativa sia economicamente (soprattutto per le regioni periferiche) che quale garanzia di capacità di intervento dell’esercito a supporto delle Autorità civili in caso di eventi straordinari. Il Governo cantonale e in particolare il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi è stato particolarmente attento e attivo nel garantire al Cantone il mantenimento di tutte le sue piazze d’armi e di un centro logistico importante; in tal senso il Ticino è riuscito a mantenere intatta la sua presenza militare malgrado le riduzioni legate all’ultima riforma dell’esercito. Significativi gli oltre 470 posti di lavoro legati alle varie strutture militari (con un indotto globale di circa 123 milioni l’anno) e con investimenti in corso, oppure previsti nei prossimi anni, di 267 milioni di franchi. In particolare ricordo i 60 milioni per il Centro logistico Ceneri, i 30 milioni per il risanamento della caserma di Isone e altri 34 milioni per l’aeroporto militare di Magadino. In futuro sono previsti altri investimenti: 49 milioni per la Piazza d’armi di Isone, 55 milioni per la Piazza d’armi di Airolo e altri 9 milioni al Centro di reclutamento del Monte Ceneri

La Sezione si occupa anche della protezione civile e della protezione della popolazione. Partiamo dalla Protezione civile (PCi). Di che cosa si occupa?
La Protezione civile è un mezzo di secondo intervento (dopo quelli di primo intervento) in caso di eventi straordinari. Tra i suoi compiti dei circa 4.500 militi attivi nella protezione civile vi è l’aiuto alle persone bisognose di protezione, ma anche la tutela dei beni culturali nonché il supporto agli altri enti di primo intervento e il ripristino delle infrastrutture. Nel 2014 sono partiti alcuni progetti importanti che si concluderanno nel 2017 e che permetteranno di migliorare la capacità operativa della PCi. Un cambiamento che prevede un ampliamento dell’istruzione dei militi e dei quadri e l’introduzione per questi ultimi di un pagamento del grado, come già avviene per il militare. Inoltre è previsto il rinnovo del materiale che data degli anni 70 per un investimento globale di 5 milioni. Il tutto anche per adeguarci alle esigenze federali le quali chiedono una migliore formazione e una prontezza d’intervento più elevata.

Un altro ambito del quale si parla sempre poco è la Protezione della popolazione. Ci può far capire di che cosa si tratta?
Questo servizio si occupa essenzialmente dei preparativi per i casi di emergenza e di catastrofe. Ciò si traduce in pratica in una valutazione dei rischi possibili/probabili in Ticino, nella pianificazione delle attività sulla base di scenari predefiniti, nell’istruzione del personale dei vari enti chiamati ad intervenire e, in caso di un evento straordinario, nella coordinazione e nella gestione dei mezzi a disposizione. Un altro aspetto di fondamentale importanza è quello delle esercitazioni che regolarmente sono organizzate dalla nostra Sezione; in caso di crisi è infatti fondamentale operare con modalità e persone conosciute, vista la moltitudine di istanze coinvolte (Confederazione, Cantoni, Comuni, Polizia cantonale, Federazione cantonale ticinese dei Corpi Pompieri, Federazione cantonale ticinese dei Servizi autoambulanze, organizzazioni regionali di protezione civile, servizi tecnici cantonali, servizi dello Stato Maggiore cantonale di catastrofe, esercito, ecc…).

Come funziona? Ci può fare un esempio?
Valutando i vari rischi nei quali incorrere la popolazione, noi elaboriamo degli scenari. Facciamo l’esempio che vi sia un blackout in Ticino. Dapprima occorre valutare quali possono essere le conseguenze e quali sono le carenze principali nei mezzi a disposizione per poi mettere in atto le misure necessarie. Studiando questo particolare scenario abbiamo notato una mancanza nel sistema di comunicazione della rete radio Polycom. Un sistema che avendo poca autonomia, smetterebbe di funzionare dopo poche ore. Ecco perché attualmente stiamo provvedendo, quale misura d’urgenza, ad una alimentazione supplementare delle antenne tramite dei generatori, le quali, anche in caso di blackout, potranno funzionare e garantire la condotta con questo indispensabile mezzo di trasmissione. Un esempio di esercizio è quello effettuato poche settimane or sono con il nome “ODESCALCHI”. Sicuramente una delle più grandi e complesse esercitazioni effettuate in Svizzera su uno scenario di incidente chimico alla stazione ferroviaria di Chiasso. Questo evento ha coinvolto tutti gli enti di primo intervento, la PCi e l’esercito sia svizzeri che italiani. Ciò ha portato insegnamenti a tutti i livelli operativi, di condotta ma anche di gestione da parte delle Autorità politiche coinvolte. Questi esercizi, dal più piccolo al più grande, verificano pure l’attendibilità degli scenari pensati a tavolino. Perché la pratica è sempre diversa dalla teoria.

Terrorbekämpfung in der Schweiz Sicherheit kommt vor Datenschutz

Terrorbekämpfung in der Schweiz Sicherheit kommt vor Datenschutz

Da NZZ.ch l Nach den Terror-Anschlägen in Nizza und Würzburg stellt sich auch in der Schweiz dieselbe Frage: Wie sollen Polizisten geschult werden? Die einzelnen Landesteile scheinen hier nicht das gleiche Tempo anzuschlagen.

Die Anschläge von Nizza und Würzburg haben eines gezeigt: Es besteht die Gefahr, dass sich islamistisch orientierte Personen selber rasch radikalisieren und als Einzeltäter einen Amoklauf starten. Es sei in den nächsten Jahren mit weiteren solchen Anschlägen zu rechnen, sagt Beat Villiger, Zuger Regierungsrat und Vizepräsident der Konferenz der kantonalen Polizei- und Justizdirektoren (KKJPD). Es scheine, als ob Einzeltäter häufiger auf sogenannte weiche Ziele losgehen, aber der IS oder andere Terrororganisationen die leider geglückte Tat für sich einfordern. Laut Villiger gehen Experten davon aus, dass der IS aufgrund der Verluste in seinem angestammten Gebiet vermehrt auf terroristische Aktionen im Westen setzt.

Angesichts dieser neuen Gefahr müsse die Schweiz ihre Sicherheitskräfte besser schulen, erklärte der Genfer Sicherheitsdirektor Pierre Maudet gegenüber der «Schweiz am Sonntag». Er fordert eine spezifische Anti-Terror-Ausbildung für alle Polizisten: Jeder Beamte müsse einen Amokläufer sofort ausschalten können. Gemäss Maudet haben die Genfer Behörden, für welche das vom Terror versehrte Frankreich besonders nahe liegt, ihre Einsatzdoktrin bereits entsprechend überarbeitet. Jedoch sollte man auch die Grundausbildung sofort anpassen, wie es auch im Wallis und der Waadt der Fall ist.

Mindestens heutigen Standard halten

Man analysiere laufend und passe die Polizeiausbildung entsprechend an, so Villiger. Dies geschehe selbstverständlich auch aufgrund der Erkenntnisse nach Vorkommnissen wie in Nizza oder Paris. Allerdings stelle sich die Problematik nicht in allen Kantonen gleich. Laut Villigers Worten hat der Bund für Nachrichtendienst und Staatsschutz mehr Personal bewilligt; davon profitieren auch die Kantone.

Der Zuger Sicherheitsdirektor sieht momentan keinen Anlass zu überstürztem Handeln, jedoch müsse das landesweite Sicherheitsdispositiv mindestens den heutigen Standard halten können. Zudem sollte ein Plan B vorhanden sein, falls der Terrorismus auch die Schweiz erreicht. Bisher gebe es keine konkreten Hinweise auf eine direkte Bedrohung für die Schweiz, so Villiger. Theoretisch würden Anschläge mit geringem logistischen Aufwand die wahrscheinlichste Bedrohung darstellen. Es kämen jihadistisch inspirierte Einzeltäter oder Kleingruppen in Frage, die aber auch militärisch ausgebildet sein könnten.

Auch soziale Prävention betreiben

Aus Villigers Sicht funktioniert die Zusammenarbeit von Nachrichtendienst und Kantonen gut, ebenso der Datenaustausch gerade mit Frankreich. Wichtig ist für den Vizepräsidenten der KKJPD, dass zugunsten einer wirkungsvollen Terrorbekämpfung diverse Gesetzgebungen angepasst werden, wie zum Beispiel das zur Abstimmung gelangende Nachrichtendienst-Gesetz. «Dem Datenschutz wurde in den letzten Jahren zu viel geopfert. Dieser hat zurückzustehen, wenn die öffentliche Sicherheit Priorität hat», sagt Villiger.

Er fordert hierbei nicht nur die konsequente Ausweisung von Ausländern, welche die öffentliche Sicherheit gefährden, sondern auch präventive Massnahmen. Weil die jüngsten Anschläge von sogenannten Outsidern begangen wurden, sind beispielsweise auch die Sozialbehörden der einzelnen Gemeinden gefordert. Die KKJPD erarbeitet gegenwärtig zusammen mit verschiedenen Organisationen entsprechende Präventionsmassnahmen.

Und wie steht es um das Sicherheitsdispositiv in der italienischen Schweiz? Dort gilt nämlich seit Anfang Monat das Burka-Verbot. Die kantonalen Behörden passten sich laufend der Situation an, sagt der Tessiner Polizei- und Justizdirektor Norman Gobbi. Hierbei sei die Zusammenarbeit der Sicherheitskräfte auf allen Ebenen von fundamentaler Bedeutung. Im Besonderen würden die Beamten seit einiger Zeit darin geschult, Situationen mit Amokläufern zu bewältigen. Aus Gobbis Sicht besteht im Tessin ein höheres Risiko terroristischer Aktionen als in anderen Kantonen, weil in der nahen Lombardei sehr viele Menschen mit arabischem Migrationshintergrund leben.

Wölfe im Schafspelz

Gobbi erinnert in diesem Zusammenhang an die Verhaftung des IS-Sympathisanten Abderrahim Moutaharrik in Italien. Diese wurde dank Hinweisen seitens der Tessiner Kantonspolizei möglich – ein deutliches Zeichen dafür, dass man wachsam sei und dass die grenzüberschreitende Zusammenarbeit von Sicherheitsbehörden vorerst funktioniere. Und was ist mit dem Burka-Verbot? Es gebe keine konkreten Hinweise auf direkte Bedrohungen, so Gobbi. Im Gegenteil wiesen die Informationskampagnen über das Verhüllungsverbot seitens der Botschaften einiger arabischer Staaten darauf hin, dass eine zumindest teilweise Akzeptanz bestehe. Im Hinblick auf das nahende Filmfestival in Locarno, einem internationalen Grossanlass, hat der Tessiner Polizeidirektor aber das Sicherheitsdispositiv angepasst. Der islamistische Terror setze Wölfe im Schafspelz ein – dies sei die schlimmste Gefahr für alle im Westen, urteilt Gobbi.

Twitter: @peterjankovsky

La cultura del terrore usa lupi camuffati d’agnelli

La cultura del terrore usa lupi camuffati d’agnelli

Dal Mattino della domenica del 17 luglio 2016

A Nizza il terrorismo ha colpito ancora: ancora un musulmano, un caso?

La notizia ha iniziato a rimbalzare sul web nelle ultime ore del 14 luglio. Il giorno della sua festa nazionale, la Francia è stata ancora una volta – pochi mesi dopo dagli attentati di Parigi – scossa da un atto di terrorismo premeditato e brutalmente attuato. Una donna ticinese e un bimbo svizzero tra le vittime del terrorismo islamico.

Ancora una volta la tragedia è avvenuta in un momento in cui nessuno se lo aspettava. Una sera in cui tante persone si sono riunite sul lungomare di Nizza per ammirare i giochi pirotecnici. Serenamente, in modo spensierato. Come deve essere. Come succede anche da noi ogni 1. agosto.

“Ci vogliono privare delle nostre libertà”
Atti di questo genere sono violenti e lasciano senza parole. Sono imprevedibili e incalcolabili. E toccano laddove fa più male: una cittadina turistica, dove ha luogo la vita di tante famiglie, di tanti bambini in vacanza. Con lo zucchero filato in mano e lo sguardo puntato verso il cielo, sopra il mare per gustarsi lo spettacolo dei fuochi d’artificio. Scene di una qualsiasi vacanza, di una qualsiasi famiglia. Non sono esplose bombe questa volta come accaduto in passato. Come accaduto a Parigi, a Bruxelles. Come avvenne anche a Marrakesh.
È lì che è andata la mia mente venerdì mattina, quando seduto alla mia scrivania ho appreso che tra le vittime di questa strage premeditata ci fosse anche una donna ticinese. A 5 anni di distanza da quella tragedia il Ticino – ancora una volta – è stato confrontato con un dramma legato al terrorismo compiuto da islamici.

Pronti a lottare per la nostra libertà e la nostra sicurezza
Si tratta di episodi imprevedibili e incalcolabili. Qualcuno negli scorsi giorni, in una delle tante discussioni che si sono susseguite per commentare i fatti di Nizza, ha detto che non è possibile controllare tutto e tutti. “Ma allora Norman, come facciamo ad essere al sicuro alle nostre latitudini?” mi hanno chiesto alcuni cittadini preoccupati. Domanda lecita. Il rischio zero, purtroppo non esiste, nemmeno noi siamo esenti da attività terroristiche. Alle nostre latitudini però la minaccia si presenta sotto un’altra forma. E per difenderci, ci stiamo muovendo su più fronti.
Lo abbiamo dimostrato con l’arresto in Italia di un sospetto aderente all’ISIS che frequentava il nostro Cantone. Lo facciamo anche con le attività di intelligence e le collaborazioni con i servizi della Confederazione e dei Paesi attorno a noi. Ma tutto ciò non basta. La pena inflitta dal Tribunale penale federale a un “martire islamista” di questa settimana fa gridare vendetta al cielo a più di un cittadino svizzero. E a giusta ragione. 18 mesi con la condizionale sono infatti una pena ridicola, di un apparato che tollera i potenziali terroristi ma crocifigge gli automobilisti.

Rompere col politicamente corretto

Purtroppo in generale si fatica a chiamare quanto avvenuto con il proprio nome, per paura di urtare sensibilità. Il fatto che siano persone di fede musulmana radicalizzati non va negato o minimizzato, adducendo scuse poche credibili come nel caso di Nizza. La depressione causata da un matrimonio finito non può essere utilizzata come scusa che legittima una strage di questa portata. Il loro è il vero odio nei confronti della nostra cultura di Libertà. Come mi ha detto un amico l’altro giorno: il buonismo fa crescere il razzismo. Dobbiamo quindi fermare queste derive, con misure anche forti che limitino le libertà di taluni a favore della libertà e la sicurezza di tutti. Siamo nati in un mondo libero e dobbiamo batterci – e come Capo della sicurezza del nostro Cantone continuerò a farlo con impegno dedizione – affinché la nostra realtà, quella ticinese, rimanga libera e in sicurezza!
A tutte le persone colpite da questa tragedia, in particolare ai famigliari della nostra concittadina vittima di questo brutale gesto di odio, desidero esprimere il sostegno morale mio e di tutto il nostro Cantone in questa difficile situazione.