“Pedaggio al Gottardo? Assolutamente no”

“Pedaggio al Gottardo? Assolutamente no”

Da Ticinonews.ch l Norman Gobbi prende posizione sulla proposta di Avenir Suisse di far pagare il transito all’interno del tunnel autostradale

“La proposta di Avenir Suisse è piuttosto anacronistica, e manca di rispetto al Ticino”. Norman Gobbi non le manda a dire. Il direttore del Dipartimento delle istituzioni dalle colonne della Neue Zürcher Zeitung di ieri prende posizione sulla proposta di Avenir Suisse di far pagare un pedaggio nel tunnel autostradale del Gottardo.

Per Avenir Suisse il pedaggio sarebbe giustificato dal fatto che il tunnel del Gottardo è situato sul percorso principale dell’asse autostradale nord-sud, e per il fatto che è il tunnel stradale più lungo del paese. “Ma da quando la lunghezza di un tunnel può essere considerato un metro di giudizio?” si chiede Gobbi. “Allora si dovrebbe pagare una tassa, anche nel tunnel del San Bernardino, che è anche sull’asse nord-sud?” aggiunge il Consigliere di Stato. Gobbi conclude che “il Ticino ha diritto come qualsiasi altro cantone ha ad un buon collegamento con il resto del paese e non deve essere discriminato con tasse che non sono economicamente giustificate”.

http://www.ticinonews.ch/ticino/275674/pedaggio-al-gottardo-assolutamente-no

Gotthard-Maut: Tunnelgebühr ist diskriminierend

Gotthard-Maut: Tunnelgebühr ist diskriminierend

Da NZZ.ch l Wenn eine Gebühr ein probates Mittel zur Bekämpfung von Staus sein soll: Warum diskutiert man sie nur für den Gotthard und nicht für die Agglomerationen in Zürich, Basel, Bern und Genf? Gastkommentarvon Norman Gobbi

Die Abschaffung der Strassenzölle war eines der dringlichsten Anliegen der Gründungsväter des Bundesstaates. Es mutet daher ziemlich anachronistisch an, dass nun ausgerechnet der Think-Tank Avenir Suisse Konzepte, die einst mit gutem Grund auf der Müllhalde der Geschichte entsorgt wurden, als vermeintliches Ei des Kolumbus anpreist.

Worum geht es? Daniel Müller-Jentsch, Ökonom und Projektleiter bei Avenir Suisse, plädierte in der NZZ für eine Maut am Gotthard, um die Sanierung der bestehenden und den Bau der zweiten Röhre zu finanzieren. Sein Verweis auf das Verursacherprinzip («Die zweite Röhre sollte von den Nutzern finanziert werden, nicht von der Allgemeinheit») scheint auf den ersten Blick einleuchtend, erweist sich aber bei näherem Betrachten als Scheinlösung und Respektlosigkeit gegenüber dem Tessin.

Längster Strassentunnel als Argument?
Begründet wird die Maut-Forderung damit, dass der Gotthard auf der Haupttransitroute liegt. Das ist zweifellos richtig. Doch dasselbe gilt auch für den Seelisberg-, den Sonnenberg- oder den Belchentunnel. Dieser wird derzeit saniert. Dass die Gelder für diese Sanierungsröhre aus der Bundeskasse stammen, hat indes keinen Ökonomen auf den Plan gerufen. Für die Sanierungsröhre am Gotthard hingegen ist eine Maut laut Avenir Suisse angemessen, weil es sich um «den mit Abstand längsten Strassentunnel des Landes» handelt.

Seit wann ist die Länge eines Autobahn-Teilstücks massgebend? Und warum soll man nicht auch eine Gebühr bezahlen, wenn man den 6,6 Kilometer langen San-Bernardino-Tunnel durchquert, der ebenfalls auf der Nord-Süd-Achse liegt? Mit der Superlativ-Logik könnte man auch für eine Fahrt über die längste Brücke, den höchsten Viadukt oder die kurvenreichste, geradlinigste, schönste, schnellste oder ödeste Strecke des Landes eine Maut verlangen – der Phantasie sind keine Grenzen gesetzt.

Die Gotthard-Maut würde Avenir Suisse mit je einer Erfassungsstation an den beiden Tunnelportalen erheben. Damit, so die These, würden auch die Staus reduziert. Wie naiv diese Annahme ist, zeigt ein Blick auf die italienischen Autobahnen: Zahlstellen wie jene in Como Grandate, fünf Kilometer südlich von Chiasso, sind notorische Staugeneratoren. Wenn eine Gebühr angeblich ein derart probates Mittel zur Bekämpfung von Staus darstellt, so fragt man sich, weshalb man den täglichen Kolonnen und Verkehrsstockungen rund um die Agglomerationen von Zürich, Basel, Bern und Genf damit nicht schon längst ein Ende bereitet hat!

«Grosszügigen Vielfahrerrabatte»
Aus Tessiner Sicht besonders verstörend ist die Tatsache, dass Avenir Suisse rein ökonomisch argumentiert – die Interessen der Tessiner Wirtschaft aber überhaupt nicht in die Rechnung mit einbezieht. Ist man sich an der Rotbuchstrasse in Zürich eigentlich bewusst, was eine Gotthard-Maut für die stark vernetzte Wirtschaft auf der Alpensüdseite bedeuten würde, die auf Zulieferungen aus dem Norden angewiesen ist? Die «grosszügigen Vielfahrerrabatte», die Avenir Suisse uns Tessinern gewähren würde, tönen derart paternalistisch und arrogant, dass damit im Tessin unweigerlich der kollektive Anti-Landvögte-Reflex aktiviert wird.

Aus Tessiner Sicht besonders verstörend ist die Tatsache, dass Avenir Suisse rein ökonomisch argumentiert – die Interessen der Tessiner Wirtschaft aber überhaupt nicht in die Rechnung mit einbezieht.
Womit wir auf der staatspolitischen Ebene angelangt wären, die Avenir Suisse in ihren Betrachtungen gänzlich ausgeblendet hat. Das Tessin hat wie jeder andere Kanton ein Anrecht auf eine gute Anbindung an den Rest des Landes und darf nicht mit unseligen Gebühren diskriminiert werden, die ökonomisch nicht gerechtfertigt sind, geschweige denn politisch. Die Schweiz definiert sich durch die Respektierung ihrer tausend subtilen Gleichgewichte und Minderheiten. Das ist die helvetische Besonderheit, die auch Ökonomen in ihre Analysen mit einbeziehen sollten – vor allem dann, wenn sie sich wie Avenir Suisse auf die Fahne schreiben, Denkanstösse zu geben, die auch kommenden Generationen Chancen bieten.

Norman Gobbi ist Regierungspräsident des Kantons Tessin

Das gewohnte Ferienbild: Stau vor dem Gotthardtunnel zwischen Göschenen und Erstfeld. (Bild: Urs Flüeler /Keystone)

http://www.nzz.ch/meinung/kommentare/gotthard-maut-tunnelgebuehr-ist-diskriminierend-ld.12143

Dissimulazione del volto: dal 1° luglio in vigore la modifica legislativa

Dissimulazione del volto: dal 1° luglio in vigore la modifica legislativa

Il Consiglio di Stato ha fissato per il 1° luglio 2016 l’entrata in vigore della modifica costituzionale che prevede il divieto di dissimulazione del volto, approvata dai cittadini nella votazione popolare del 22 settembre 2013. Dalla stessa data saranno applicabili anche la nuova legge sull’ordine pubblico e la legge sulla dissimulazione del volto negli spazi pubblici, entrambe adottate dal Gran Consiglio il 23 novembre 2015.
La consultazione sull’avamprogetto del regolamento di applicazione delle due leggi si è aperta, una volta conclusa la procedura parlamentare, lo scorso 23 dicembre ed è terminata a fine gennaio. Gli enti invitati a prendere posizione – i Comuni e la loro associazione, le autorità giudiziarie, la polizia cantonale e l’Associazione delle polizie comunali – hanno sostanzialmente condiviso la scelta di elaborare un regolamento unico per le due leggi e l’impostazione generale adottata. In base alle numerose osservazioni e richieste di chiarimento rientrate, il Dipartimento delle istituzioni ha quindi aggiornato e completato il progetto di regolamento – approvato oggi dal Consiglio di Stato – e allestito un rapporto esplicativo destinato ai Comuni.
Il Consiglio di Stato si è adoperato affinché le disposizioni sulla dissimulazione del volto potessero essere attuate in tempi brevi, prendendo atto dell’interesse suscitato anche nel resto della Confederazione dalla nuova normativa cantonale. La data del 1° luglio 2016 è ritenuta dal Governo una soluzione ottimale, che consente di soddisfare questa esigenza di celerità e – nel contempo – assicura all’autorità cantonale un periodo sufficiente per informare adeguatamente tutti i partner coinvolti.

Accordo «Riserva di stima ormai esaurita»

Accordo «Riserva di stima ormai esaurita»

Dal Corriere del Ticino del 4 aprile 2016

Norman Gobbi se la prende con Jacques de Watteville: «Le richieste del Ticino sono state finora disattese» Clima rovente su casellario giudiziale e albo dei padroncini – Le ultime battute da presidente del Governo

Anche nei suoi ultimi giorni da presidente del Governo, Norman Gobbi non le manda a dire e spara le ultime cartucce nel ruolo che da mercoledì passerà nelle mani del collega Paolo Beltraminelli. La reazione, raccolta dal Corriere del Ticino, fa seguito al dibattito di venerdì sera a Malnate, dove il capo della delegazione italiana nelle trattative con la Svizzera Vieri Ceriani ha spiegato ai frontalieri il nuovo Accordo sull’imposizione fiscale, parafato da Italia e Svizzera lo scorso 22 dicembre e che sostituirà quello in vigore dal 1974. La speranza con il nuovo accordo è che il mercato del lavoro svizzero diventi meno attrattivo. Ma c’è la sensazione che la nuova imposizione non rappresenterà un deterrente sufficiente: i frontalieri saranno chiamati sì a pagare anche le tasse in Italia, ma il loro regime resterà comunque meno pesante rispetto ai connazionali che non varcano il confine: «Il timore che avevamo è stato confermato l’altra sera da Ceriani, che ha stimato circa il 15% di aggravio sulle imposte dei frontalieri, che non si traducono nei circa 600 milioni ipotizzati che avrebbero permesso di fare un po’ di ordine sul mercato del lavoro. E a maggior ragione ora si giustificano le richieste del Ticino, che sono comunque state disattese a livello di imposte alla fonte». La doccia fredda sul moltiplicatore è arrivata l’8 marzo scorso: il Ticino non potrà più applicare il moltiplicatore al 100% per l’imposta alla fonte dei frontalieri, ma sarà fissato dal Consiglio federale tramite un meccanismo definito media ponderata fissato in un’ordinanza. Il Ticino perde così 16 milioni di franchi all’anno. Riguardo alle compensazioni chieste a Berna per Gobbi finora «è mancata la componente di soddisfazione politica e finanziaria».

I 20 milioni attinti dalla perequazione finanziaria intercantonale proposti da Maurer vengono percepiti come una sorta di contentino per tacitare il Ticino e fare in modo che tolga l’obbligo di presentazione, per residenti e frontalieri, dell’estratto del casellario giudiziale, che costituisce un ostacolo sulla strada della ratifica dell’accordo, che dovrà essere approvato dal Parlamento dei due Paesi. Ceriani non ha mancato di ricordare che la richiesta del casellario giudiziale è discriminatoria, mentre per l’Albo antipadroncini chiederà un incontro chiarificatore con il segretario di Stato Jacques de Watteville, sul quale Gobbi è ormai diretto e schietto: «Su di lui ormai non ho più alcuna riserva di grande stima». Rispondendo a Ceriani il presidente del Governo sottolinea: «Mi dimostri che con il casellario non ho permesso l’accesso al mercato da parte di un frontaliere, salvo chi aveva reati penali importanti. È una misura di sicurezza. L’albo degli artigiani serve invece ad arginare il lavoro nero, Ceriani è ministro delle finanze, dovrebbe essere favorevole perché così gli artigiani italiani che entrano in Ticino pagheranno il dovuto all’erario italiano». Per Gobbi non vanno persi di vista i veri obiettivi: «Qui si vuole il panino, il cioccolatino e anche il soldino. Mi sembra che alla fine si sta perdendo d’occhio una cosa, ossia che oggi il Ticino dà lavoro a 70.000 famiglie in Italia e questo deve avere un peso politico, che va riconosciuto».

Black list e 9 febbraio
Ceriani durante il dibattito ha anche toccato temi che esulano l’Accordo fiscale. Sull’applicazione del voto del 9 febbraio ha sottolineato che «solo con una soluzione eurocompatibile verrà ratificato l’accordo sull’imposizione fiscale. La clausola di salvaguardia si discosta dalla road-map». Dimostrazione per Gobbi «di come i nostri si sono fatti gabbare». Sul discorso black list, stralciate in seguito all’adeguamento da parte della Svizzera allo standard OCSE sullo scambio di informazioni, Ceriani ha sollevato l’interesse soprattutto da parte del Ticino di poter accedere al mercato italiano, accesso che dovrebbe essere garantito con la reciprocità inserita nell’accordo. Per Gobbi il Ticino «è il cantone più esposto su questo aspetto e quando mi si richiama la solidarietà confederale faccio fatica a capire dove sia la solidarietà in senso inverso. È come 40 anni fa: l’Accordo del 1974 era poco interessante per il Ticino, che pagò addirittura i ristorni retroattivi sulle imposte dei frontalieri poiché il trattato venne siglato nel 76. Allora l’interesse era poter esportare il formaggio svizzero in Italia. Oggi c’è quello delle banche, che però stanno riducendo i posti di lavoro».
Scaramucce tra PLR e Lega
Intanto al Mattino della domenica non è sfuggita la lettera inviata dalla Divisione delle contribuzioni a Berna con il parere tecnico favorevole sul nuovo Accordo. Il Mattino ha definito quella del DFE una «calata di braghe». E non è nemmeno tardata la risposta del PLR: «Lorenzo quadri si è dimenticato di dire che la lettera è stata condivisa con il Governo e che Maurer, rappresentante dell’UDC alleato della Lega, è sceso appositamente in Ticino per difendere l’accordo».

La frustrazione per la nuova imposizione passa da Malnate a Lavena Ponte Tresa
È stato un weekend di protesta contro il nuovo Accordo sull’imposizione fiscale quello dei lavoratori frontalieri che sabato pomeriggio a partire dalle 14 hanno sfilato sul lungolago tra Lavena e Ponte Tresa, sostando anche per qualche istante in dogana. Duecento i presenti al FrontalierDay, come è stato definito dall’Associazione frontalieri Ticino che aveva promosso la manifestazione su Facebook. Tutt’altra cosa invece la serata dibattito svoltasi a Malnate: circa 700 i presenti accorsi per ascoltare il capo della delegazione italiana nelle trattative con la Svizzera Vieri Ceriani . Organizzato dai sindacati ticinesi e italiani UNIA, OCST, USS Ticino e Moesa, CGIL, CISL e UIL Frontalieri, l’incontro al Palazzetto dello sport ha registrato il tutto esaurito. Di fronte a una platea vivacemente ostile Ceriani ha spiegato in sintesi il nuovo regime impositivo dei lavoratori frontalieri, che da esclusivo diventa concorrente. Ossia i frontalieri verranno tassati anche nel loro Paese di residenza, che dedurrà quanto pagato in Svizzera. Un discorso tecnico che non è piaciuto al pubblico: «Non si capisce niente», dicono alcuni, «vogliamo sapere quanto dobbiamo pagare», chiedono altri. E Ceriani alla fine ha rivelato: «L’aggravio dipende da tanti fattori, ma in media pensiamo si aggiri intorno al 15-20%». Il capo della delegazione ha ricordato che dall’imposta italiana verrà dedotto quanto già pagato in Svizzera e che verrà mantenuta la franchigia di 7.500 euro. I sindacati stanno però già facendo pressione sulla politica per fare in modo che nella Legge di ratifica dell’Accordo questa venga aumentata. I responsabili dei frontalieri di UNIA Sergio Aureli e di OCST Andrea Puglia hanno inoltre sottolineato le difficili condizioni di lavoro dei frontalieri. «Occorre introdurre la deduzione del terzo pilastro e il riconoscimento degli ammortizzatori sociali, in particolare la disoccupazione, in Svizzera», ha detto Aureli. Insomma, l’accordo così come viene delineato ai sindacati non va bene. Altro aspetto sollevato dal segretario generale UIL Frontalieri Pancrazio Raimondo è «l’allungamento del tempo d’adeguamento al nuovo regime, che da 10 anni deve passare ad almeno 15». E Ceriani ha anche ricordato che «l’Accordo probabilmente non entrerà in vigore prima del 2019, quindi stiamo parlando della dichiarazione del 2020». Con la nuova imposizione poi i ristorni verranno cancellati. Infine il rappresentante dei lavoratori frontalieri del Consiglio generale degli italiani all’estero Mirko Dolzadelli ha posto l’accento in particolare su due aspetti: «Il Ticino deve rendersi conto che senza frontalieri non ha futuro», ma ha altresì ricordato ai lavoratori di non intraprendere una battaglia solitaria per non inimicarsi i loro vicini di casa che non varcano il confine e che non godono di alcune deduzioni.

Artificieri, “soluzioni più rapide per il Ticino”

Artificieri, “soluzioni più rapide per il Ticino”

Da Cdt.ch l Due ore e mezza d’auto – 205 chilometri – per disinnescare due possibili ordigni (o semplicemente per appurare che di bombe assolutamente non si trattava). È successo ieri a Lugano, dove due falsi allarmi bomba hanno creato parecchia agitazione. Dal primo gennaio la Svizzera si è dotata di un nuovo sistema d’intervento che prevede la concentrazione degli artificieri in tre centri di competenza nazionale: Ginevra, Berna e Zurigo (che si occupa del Ticino). Tre ore. Troppo tempo? Abbiamo chiesto un parere al direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. «Si tratta – ci spiega – di una decisione presa dalla Conferenza dei direttori e noi avevamo già sollevato dubbi viste le distanze che ci separano da Zurigo. L’intervento di ieri dimostra che le preoccupazioni erano corrette. Chiederemo dunque soluzioni alternative per il Ticino».
Dalle brigate rosse all’ISIS. I tempi sono cambiati
Ci sono anche aspetti pratici. Ieri gli allarmi sono scattati in zona Maghetti (pedonalizzata) e in una via non molto trafficata di Molino Nuovo. Decisamente problematico – e caotico – sarebbe stato dover chiudere al traffico per 3 o 4 ore, a causa di una valigia vuota, una strada principale o addirittura la stazione. Dietro la scelta di centralizzare tutto c’è comunque una motivazione logica. «I tempi – sottolinea Gobbi – sono cambiati. Con le brigate rosse, l’IRA o l’ETA lo strumento dell’allarme bomba veniva utilizzato per fare pressione politica. Oggi, come accaduto a Bruxelles, chi organizza un attacco lo compie pochi minuti dopo aver piazzato l’ordigno e anche avendo in casa i migliori artificieri non si riuscirebbe a disinnescarlo. Non siamo in un film hollywoodiano in cui salta fuori un eroe e salva tutti. Dobbiamo purtroppo ammettere che lo Stato non può evitare ogni rischio».

La situazione elvetica non è unica
«Quella elvetica – aggiunge il comandante della polizia cantonale Matteo Cocchi – non è comunque una situazione eccezionale. In Austria e in Belgio c’è un unico servizio per tutto il paese. Si è deciso di creare centrali altamente specializzate per essere più efficienti e chiaramente l’addestramento e i mezzi a disposizione di questi specialisti sono molto costosi».

Un certificato di solvibilità per tutto il Cantone

Un certificato di solvibilità per tutto il Cantone

A partire dal 1. aprile 2016 sarà disponibile il certificato di solvibilità valido su tutto il territorio cantonale – e non solo nel Distretto nel quale è stato emesso come avviene attualmente. I cittadini potranno così contare su un servizio più semplice e completo, che costituisce una prima a livello svizzero: il Ticino è infatti il primo Cantone ad essersi dotato di un registro centralizzato.
Con la recente modifica della Legge cantonale di applicazione della legge federale sull’esecuzione e sul fallimento – approvata dal Gran Consiglio nel giugno 2014 ed entrata in vigore il 1. gennaio 2015 – sono stati costituiti per l’intero territorio cantonale un solo Circondario di esecuzione e un solo Circondario dei fallimenti. Per effetto di questo cambiamento, dal prossimo 1. aprile chi necessita un certificato di solvibilità potrà ottenerlo in tutti gli sportelli degli uffici di esecuzione sparsi sul territorio. Non sarà quindi più obbligato a presentare la richiesta nel proprio Distretto di domicilio. Il nuovo certificato permetterà inoltre di contrastare efficacemente il «turismo debitorio»; finora, infatti, era teoricamente possibile esibire un estratto di solvibilità senza debiti in un Circondario pur avendo debiti scoperti in un altro.
Questa novità tutta ticinese configura un ulteriore passo avanti negli sforzi intrapresi dal Dipartimento delle istituzioni negli ultimi anni per avvicinare il cittadino alle istituzioni migliorando e semplificando la qualità dei servizi offerti dallo Stato. Inoltre si segnala che – contemporaneamente alla nuova organizzazione – il settore esecutivo ha sostituito il proprio sistema informatico; grazie al nuovo programma, la notifica in via elettronica di atti esecutivi avviene ora secondo i parametri stabiliti dalle normative federali.

Quasi un’isola felice

Quasi un’isola felice

Da LaRegione del 23 marzo 2016 di Andrea Manna

Gobbi: territorio più sicuro grazie anche a riforme che stanno dando i risultati sperati, ma manterremo alta l’attenzione

Meno illeciti in generale. Soprattutto meno furti e meno rapine, reati cosiddetti ansiogeni, poiché suscitano apprensione nella popolazione. Ticino isola felice? Non esageriamo. Il numero delle infrazioni alle varie leggi continua comunque a scendere. Una tendenza, in linea più o meno con quella a livello nazionale, che si registra in particolare dal 2013 e che trova conferma pure nei dati, illustrati ieri ai media, sull’attività svolta lo scorso anno dalla Polizia cantonale. «Anche nel 2015 si è registrata una forte riduzione di quasi tutti i reati», sottolinea il presidente del Consiglio di Stato e capo del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi . Gli illeciti constatati in Ticino sono stati complessivamente «21’539»: rispetto al 2014, precisa il comandante della Cantonale Matteo Cocchi , «c’è stato un calo del 9 per cento». Sono diminuiti quelli previsti dalla normativa sugli stranieri e dalla Legge stupefacenti, rispettivamente dell’8,5 e del 5,6 per cento. Così come sono diminuiti – dell’11,6 per cento – i reati contemplati dal Codice penale. Fra cui quelli contro il patrimonio: meno 14,7 per cento. E sempre con riferimento a questa tipologia di reati, vi è stata una marcata riduzione sia delle rapine sia dei furti con scasso. Questi ultimi sono scesi del 25 per cento. Un dato piuttosto importante visto che i furti «rappresentano ancora il grosso dei reati registrati», puntualizza Paolo Bernasconi , responsabile, in seno alla Polizia cantonale, del Nucleo statistica e controlling. La diminuzione ha interessato «tutto il territorio ticinese, ad eccezione del Mendrisiotto, dove però la percentuale dei furti con scasso è rimasta, per rapporto al 2014, sostanzialmente stabile». Non sempre poi i colpi vanno a segno. «Il trentacinque per cento dei furti con scasso denunciati l’anno passato concerneva tentativi di effrazione in abitazioni – segnala Bernasconi –. Questo dimostra che pure i cittadini possono fare molto sul piano della prevenzione». L’unica nota dolente del bilancio d’attività 2015 della Polcantonale riguarda i reati contro l’integrità della persona, «leggermente aumentati, anche se dal 2009 il trend è in flessione». Bisogna inoltre considerare la situazione nel suo insieme. E alla luce della tendenza al ribasso degli illeciti in generale, il Ticino «è oggi più sicuro di quattro, cinque anni fa», tiene a evidenziare Gobbi.

‘Lavoro di squadra’
Il che, rileva Cocchi, è da ricondurre anche «al lavoro di squadra dei vari operatori della sicurezza»: Polcantonale, polizie comunali, Polizia dei trasporti, Guardie di confine. Collaborare per meglio presidiare il territorio. Cosa che si traduce per esempio nel controllo dell’identità delle persone («55’620» quelle ‘verificate’ nel 2015 dalla Cantonale). E nel mantenimento dell’ordine pubblico in occasione fra l’altro di grossi eventi sportivi: l’anno scorso la polizia «ha effettuato 36 interventi: 13 per partite di calcio, 23 per incontri di hockey». Costo totale delle operazioni, circa 1,5 milioni di franchi. Se oggi il Ticino è più sicuro lo si deve pure, riprende Gobbi, «a decisioni strategiche prese dal Dipartimento istituzioni». Insomma, le riforme «stanno producendo i risultati sperati». E una di queste è la ‘regionalizzazione’, scattata la scorsa estate, della Gendarmeria. Una riorganizzazione voluta per rendere ancor più celeri gli interventi in caso di urgenza e per pattugliare maggiormente il territorio. Senza dimenticare la progettata Centrale cantonale di allarme, la Cecal. Proprio l’altro ieri, con la posa della prima pietra, è stato inaugurato a Bellinzona il cantiere. Una volta in funzione (nel 2018), la Cecal sarà, per dirla con le parole del direttore del Dipartimento, «il cuore e il cervello dell’apparato di sicurezza ticinese». Sotto lo stesso tetto opereranno «Polizia cantonale e Comando delle guardie di confine, insieme con il segretariato della Federazione dei corpi pompieri». La Centrale d’allarme consentirà fra l’altro un miglior coordinamento tra le forze dell’ordine nelle emergenze. Gobbi: «Il Ticino è più sicuro, ma manterremo sempre alta l’attenzione».

“Europa sotto attacco”

“Europa sotto attacco”

Da rsi.ch del 22 marzo 2016

Gobbi si esprime sugli attentati di Bruxelles: “Per scongiurare nuovi assalti bisogna collaborare”

Gli attentati di martedì mattina a Bruxelles hanno lasciato il segno anche in Ticino. Norman Gobbi, nel corso dell’annuale conferenza stampa di bilancio della polizia cantonale, ha colto l’occasione per ricordare che: “L’Europa è nuovamente sotto attacco”.

Il presidente del Governo ticinese ha espresso la sua vicinanza ai parenti delle vittime degli attacchi e ha aggiunto: “Per sconfiggere il terrorismo, che in passato ha causato vittime anche in Ticino, occorre una maggiore collaborazione a livello nazionale e internazionale”.

“Dobbiamo rimanere vigili come società e come forze dell’ordine per contrastare questa minaccia vigliacca, che colpisce alle spalle ”, ha aggiunto il direttore del Dipartimento delle istituzioni ticinese.

Matteo Cocchi, al fianco del consigliere di Stato, ha dal canto suo rassicurato: “Per la Svizzera e per il Ticino al momento non vi sono segnali di possibili attacchi terroristici paragonabili a quelli messi a segno in novembre a Parigi o a quelli di questa mattina a Bruxelles”.

“Certo che quanto accaduto ha avvicinato tutte le forze di polizia spronandole a collaborare maggiormente tra loro”, ha aggiunto il comandante della polizia cantonale stando al quale: “Dobbiamo essere pronti a intervenire in qualsiasi momento, anche in Ticino”.

http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/%E2%80%9CEuropa-sotto-attacco%E2%80%9D-7075343.html

Gobbi: esprimo il cordoglio del Ticino

Gobbi: esprimo il cordoglio del Ticino

Da LaRegione.ch del 22 marzo 2016

«Esprimo il cordoglio dell’autorità cantonale per queste ulteriori vittime del terrorismo e il sostegno morale dei cittadini ticinesi alle popolazioni colpite», così il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi sui sanguinosi attentati di Bruxelles. Tra i bersagli dei terroristi l’aeroporto della capitale belga. Massima allerta intanto negli altri scali internazionali. Suscitare paura in chi si mette in viaggio è peraltro fra gli obiettivi di coloro che seminano morte. «Il valore più forte dell’Europa, e degli svizzeri in particolare, è la libertà, alla quale – dice Gobbi – non dobbiamo rinunciare. E libertà significa anche spostarsi, viaggiare. Viaggiare adottando ovviamente delle precauzioni. Ma, ripeto, non dobbiamo rinunciare a priori a questa forma di libertà per colpa dei terroristi. Nel contempo come Stati dobbiamo continuare a collaborare per contrastare la minaccia terroristica, una minaccia vigliacca». Fondamentale quindi il lavoro di intelligence. Prossimamente il popolo svizzero sarà però chiamato alle urne per pronunciarsi sulla nuova legge federale sul servizio informazioni dopo la riuscita del referendum lanciato dalla sinistra. «Se dovesse essere bocciata, cosa che ovviamente non mi auguro, le conseguenze potrebbero essere devastanti: rimarremmo ‘sordi’ – afferma Gobbi –. Questa legge è indispensabile e garantisce un equilibrio fra sicurezza e tutela della sfera privata privata».

Attentati a Bruxelles, Gobbi: “Terroristi vigliacchi! In Svizzera la minaccia si presenta sotto un’altra forma”

Attentati a Bruxelles, Gobbi: “Terroristi vigliacchi! In Svizzera la minaccia si presenta sotto un’altra forma”

da Liberatv.ch del 22 marzo 2016

Ministro Gobbi qual è la sua prima analisi rispetto ai tragici eventi di Bruxelles?

“Innanzitutto esprimo il cordoglio dell’Autorità cantonale per queste ulteriori vittime del terrorismo e il sostegno morale del nostro Cantone alle popolazioni colpite. Siamo vicini al popolo belga in questa difficile situazione. Popolo belga che è stato colpito diritto al cuore, nei luoghi dove le persone vivono la loro quotidianità: penso alla metropolitana che sicuramente questa mattina era affollata di lavoratori che si stavano recando in ufficio o all’aeroporto dove ci saranno di certo state persone in partenza per le vacanze pasquali. Si tratta di una minaccia vigliacca, quella che incombe sull’Europa perché non si manifesta indossando l’uniforme, un distintivo o un segno di riconoscimento: come accaduto a Parigi colpisce i luoghi in cui i cittadini si divertono e trascorrono il loro tempo libero”.

A differenza di Parigi ad essere colpiti sono stati due obbiettivi oggettivamente prevedibili: l’aeroporto e la metro. A suo avviso il Belgio dimostra ancora una volta di avere un sistema di sicurezza debole oppure la verità è che è molto difficile difendersi da questo genere di attacchi quale che sia il luogo preso di mira?
“Qualche mese fa è stata colpita da questi attacchi la Francia. Uno Stato che dispone di uno dei servizi informazioni più strutturati a livello internazionale nonché di un’importante presenza di polizia e di forze armate molto forti. Ciò nonostante non è stato possibile fermare questi attacchi terroristici. Ancora una volta dobbiamo riflettere sull’importanza di consolidare la collaborazione tra le forze dell’ordine internazionali e ottimizzare lo scambio d’informazioni tra Stati per contrastare questi fenomeni”.

Crede che anche il nostro Paese possa diventare un obbiettivo di un attentato terroristico?
“Il rischio zero, purtroppo non esiste, nemmeno noi siamo esenti da attività terroristiche. Alle nostre latitudini però la minaccia si presenta sotto un’altra forma. Negli scorsi giorni si è tenuto a Bellinzona il primo processo del Tribunale penale federale: non si trattava di persone che avevano commesso un atto terroristico ma stavano invece architettando alcuni attacchi che avrebbero poi messo a segno altrove. Il loro covo era un paesino di periferia, uno scenario non tanto diverso da quello dei nostri centri di valle. Per contrastare questo genere di attività riveste pure un ruolo fondamentale il presidio del territorio grazie all’operato della Polizia cantonale e delle comunali ma anche, e soprattutto, la vigilanza della popolazione. Grazie alle segnalazioni di situazioni sospette da parte dei nostri cittadini, le nostre sentinelle sul territorio, è possibile fermare e contrastare anche fenomeni terroristici”.


Lei ha recentemente chiesto la chiusura delle frontiere in relazione all’ondata migratoria prevista per le prossime settimane. Una misura che ritiene utile anche in ottica anti-terroristica oppure le due cose sono slegate perché il problema ce lo abbiamo già in casa, come dimostrano gli attentati di Parigi compiuti da cittadini in possesso di una passaporto europeo?

“L’intensificazione dei controlli alle frontiere, rendendoli più mirati, ha l’obiettivo di garantire la sicurezza sul nostro territorio. Vogliamo evitare che entrino illegalmente persone nel nostro Paese, senza essere registrate e tra le quali potrebbero celarsi criminali a piede libero sulle nostre strade. Fortunatamente esiste un’ottima collaborazione sia interna alla Confederazione tra forze dell’ordine. Dopo gli attacchi di Parigi la Confederazione ha rafforzato la collaborazione con le autorità cantonali per coordinare le attività in caso di eventi maggiori nonché la raccolta e la gestione di tutte quelle informazioni potenzialmente sensibili che devono essere condivise da tutti i partner. Occorre collaborare per essere pronti in caso di necessità a reagire”.


Che tipo di politica dovrebbe adottare la Svizzera con la comunità musulmana presente nel nostro Paese?

“Nel nostro Cantone dobbiamo lavorare sulla politica d’integrazione affinché i cittadini stranieri che giungono sul nostro territorio facciano loro i valori di libertà e democrazia. Grazie a questo importante sforzo collettivo possiamo evitare il rischio di emarginazione e di ghettizzazione dal tessuto socio-culturale locale di queste persone. Rischio che potrebbe tradursi nel reclutamento da parte di organizzazioni terroristiche”.