Italia riapre, “pianificazione stravolta”

Italia riapre, “pianificazione stravolta”

Da www.rsi.ch/news

La decisione di Roma sulle frontiere transitabili dal 3 giugno preoccupa Berna e soprattutto il Ticino
Intanto, i commerci d’oltre confine sono in crisi

Il Governo italiano ha confermato venerdì sera la data del 3 giugno per l’apertura dei confini. Una data non ancora del tutto definitiva, ma che spinge il Canton Ticino a muoversi per capire cosa implica questa decisione unilaterale. Decisione, che afferma il presidente del Consiglio di Stato, Norman Gobbi, “ha stravolto la pianificazione in atto”.
La decisione di Roma di riaprire i propri confini ai cittadini dell’Unione europea e dell’area Schengen ha spinto il Ticino a chiedere chiarezza a Berna sullo scenario che potrebbe delinearsi, ci spiega Gobbi: “Grazie ai contatti avuti questa mattina con la Segreteria di Stato della migrazione, si sono attivare le autorità federali, in particolare le guardie di confine, poiché la dichiarazione del Governo italiano di Giuseppe Conte ha un po’ stravolto la pianificazione in atto, orientata a una riapertura delle frontiere dal 15 di giugno”.
Se l’Italia non dovesse tornare sui suoi passi, da mercoledì agli svizzeri sarà permesso varcare la frontiera, mentre la Confederazione non allenterà, per ora, le limitazioni all’entrata in Svizzera. Se un ticinese decidesse di andare in Italia, al suo ritorno in dogana cosa succederebbe? “Non c’è ancora chiarezze se e quali condizioni saranno poste, dobbiamo attendere chiarimenti da parte delle autorità federali. Abbiamo dato alcune indicazioni su quelle che potrebbero essere i controlli, se qualcuno andrà in determinate zone ritenute ‘rosse’”, ci risponde il consigliere di Stato.

“Definire apertura coordinata”
Negli scorsi giorni la consigliera federale Karin Keller Sutter ha sottolineato di essere in contatto con la ministra dell’interno italiana Luciana Lamorgese. La Svizzera continua a guardare al 15 giugno come data per la riapertura dei confini poiché, spiega ancora Norman Gobbi, “in questa situazione ci sono due concetti cardine da tenere i considerazione: da un lato la sicurezza a livello sanitario per i nostri cittadini, e ricordo che i dati dei nuovi contagi in Lombardia sono, in proporzione, otto volte superiori a quelli registrati in Ticino; dall’altro lato bisogna definire un’apertura coordinata, come auspicato sia dai paesi europei, sia dalla stessa Italia attraverso le dichiarazioni del ministro degli affari esteri Luigi Di Maio, ma anche da parte del Consiglio federale e in particolar modo dalla consigliera federale Karin Keller-Sutter”.

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Italia-riapre-pianificazione-stravolta-13088295.html

Covid 19 in Ticino, il Governo al Gran Consiglio: “Così abbiamo gestito la crisi”

Covid 19 in Ticino, il Governo al Gran Consiglio: “Così abbiamo gestito la crisi”

Da www.liberatv.ch
Gobbi: “Riapertura con l’Italia? Non si sa niente”.

Vitta: “Determinanti le finestre di crisi”. Bertoli: “Berna non voleva la chiusura delle scuole”

A tre mesi esatti dal primo caso positivo di Covid19 in Ticino, il Gran Consiglio si è riunito oggi al Palazzo dei Congressi di Lugano. Una location scelta per mantenere le distanze sociali e le norme d’igiene dettate dalla nuova normalità targata Covid19. L’intera giornata odierna è stata dedicata all’emergenza Covid che ha investito il nostro Cantone negli ultimi mesi. Nella prima metà della seduta il Governo, insieme al medico cantonale Giorgio Merlani e al capo di Stato Maggiore Matteo Cocchi, hanno ripercorso le settimane precedenti.

Gobbi: “In momenti di crisi non ci si può permettere di fare partitica”
Al presidente Norman Gobbi il compito del riassunto generale: “Il Consiglio di Stato è stato informato per la prima volta in corpore il 12 febbraio dal medico cantonale Giorgio Merlani. Il 20 febbraio si è registrato primo caso accertato in Lombardia, cinque giorni dopo vi è stato il primo caso in Ticino e in Svizzera. Come Governo abbiamo agito secondo il modello: osserva, orientati, decidi e agisci. Il Consiglio di Stato ha fatto 34 riunioni che hanno portato a 146 risoluzioni governative”.
“Il Governo – ha proseguito Gobbi – ha agito in maniera coesa, dialogando, perché non mancavano le differenze di opinioni, ma alla fine decidendo in maniera compatta. In momenti di crisi non ci si può permettere di fare partitica. Chi deve governare un Paese deve superare le divergenze politiche. Il Covid ha impattato fortemente sulla vita di tutti noi. I risultati finora ottenuto sono frutto delle misure messe in atto e dell’azione responsabile dei cittadini. Da una fase acuta oggi stiamo andando verso una convivenza con il virus”.
“Il Ticino – ha aggiunto Gobbi – ha sempre dato il passo di marcia alla Svizzera per implementare le misure a tutela della salute pubblica. Il virus ha messo alla prova il federalismo. Il coinvolgimento va migliorato e va allenato costantemente. In caso di una seconda ondata sarà possibile avere delle risposte più regionali a livello nazionale, anche perché si è visto  come le restrizioni sono state mal digerite laddove il Covid ha colpito meno duramente. Occorreranno anche misure più mirate sugli eventi maggiormente a rischio contagio e sulle fasce della popolazione più a rischio. Il rischio 0 non esiste.
“Per ora – ha concluso il presidente del Governo – nulla è certo rispetto all’apertura della frontiera con l’Italia il 3 giugno, decisa unilateralmente dalla vicina repubblica. Attualmente transitano dalla frontiera circa 36’000 veicoli. Siamo quindi ben lontani dai 65’000/70’000 pre pandemia”. 

De Rosa: “Non sacrifichiamo sulla griglia di qualche costinata quanto abbiamo imparato in queste settimane”
Dopo Norman Gobbi ha preso la parola il ministro della sanità Raffaele De Rosa:  “A livello mondiale è senza dubbio la crisi più grave degli ultimi decenni. Una crisi che lascerà parecchi strascichi a livello economico e sociale. Abbiamo pagato un tributo molto alto in termini di vite umane. Sono state settimane intense, ed emotivamente forti. Sono fiero di quanto fatto dai ticinesi e sono fiero di essere rappresentante di questo popolo”.
“Nessuno – ha proseguito il direttore del DSS – si aspettava che il virus arrivasse tanto in fretta in Ticino, ma già in gennaio gli esperti ticinesi hanno cominciato a confrontarsi e ad occuparsene. Questa fase preparatoria si è rivelata di fondamentale importanza quando la crisi è esplosa a fine febbraio. La macchina era pronta quando sono arrivati i primi casi, anche se siamo stati confrontati con un virus sconosciuto. Tutti i malati Covid hanno ricevuto le cure di cui avevano bisogno”.
“Anche nelle case per anziani – ha puntualizzato il ministro del PPD – sono state fornite le cure migliori possibili agli ammalati. Purtroppo però stiamo parlando dei più fragili tra i fragili. Per questo circa il 45% dei decessi che abbiamo avuto in Ticino sono avvenuti in queste strutture. Il tasso di mortalità nelle case per anziani è simile in tutta Europa e più basso rispetto ad altri Cantoni. Non si tratta di dati che consolano, ma di fatti che definiscono le circostanze.
infine, un invito a non abbassare la guardia: “Non sacrifichiamo sulla griglia di qualche costinata quanto abbiamo imparato in queste settimane”.

Vitta: “Determinanti le finestre di crisi”
Particolarmente sentito l’intervento di Christian Vitta, colui che ha il Governo nelle ore più difficili:  “La settimana del 23 marzo è stata la più difficile. Il Consiglio Federale non voleva infatti riconoscere la particolarità della situazione ticinese. Poi il 27 marzo Berna ha modificato l’ordinanza, concedendoci le famose finestre di crisi. Queste finestre di crisi, secondo l’opinione degli esperti, sono state determinanti per superare la fase acuta della crisi. Le abbiamo ottenute grazie all’azione unita di Governo, Gran Consiglio, Deputazione ticinese alle Camere e cittadini. Abbiamo potuto presentare alla Confederazione le nostre richieste con forza e determinazione”.
L’emergenza Covid avrà delle conseguenze pesanti sulle nostre finanze cantonale. Ad oggi è difficile prevedere l’impatto che avrà sulla nostra economia.  Ora, dopo gli interventi urgenti, bisogna soprattutto lavorare a misure strutturali per far uscire in tempi rapidi il nostro Paese da questa crisi

Bertoli: “La vera sfida per le scuole è per settembre”
Infine, Manuele Bertoli, che ha esordito con un accenno alle recenti polemiche legate alla riapertura delle scuole: “Noi abbiamo un sistema formativo funzionante e operativo. E solo in caso di forza maggiore questo sistema si ferma. E quando la forza maggiore non sussiste più, si ricomincia. Questo è il principio dal quale bisogna partire”.
Il direttore del DECS ha ripercorso i giorni caldi che portarono alla chiusura delle scuole: “Noi la settimana del 9 marzo volevamo chiudere ma Berna non era d’accordo. La Svizzera aveva infatti concordato questa linea con i Paesi confinanti, tranne all’Italia. Ci si chiede quindi di sentire Daniele Koch. Discussione molto lunga in Governo che porta alla decisione di chiudere solo le scuole superiori. Poi Berset ci ha chiamato per dirci che la Francia e la Germania avevano cambiato idea e che avrebbero chiuso da lì a poco. Noi il giorno dopo decidiamo di chiudere”.
“Il sistema – ha concluso Bertoli – oggi è soddisfacente. Ma la vera sfida è su settembre. Per allora abbiamo tre possibilità: la scuola ordinaria, la scuola ibrida se ce ne sarà bisogno ed eventualmente una scuola a distanza che speriamo proprio di non dover riattivare. Ci stiamo lavorando già adesso. Spero che nei prossimi mesi si possa evitare questo confronto pubblico che alcuni hanno voluto cercare. Confido che questo avvenga”.

Ticino: 800 controlli, 26 multe

Ticino: 800 controlli, 26 multe

Da www.rsi.ch/news

Ascensione, la polizia cantonale: “Bilancio positivo, si punta a sensibilizzare” – Gobbi: “Lidi e campeggi aperti aiuterebbero”
Sono stati quasi 800 i controlli effettuati dalla polizia in Ticino durante questo ponte festivo. Hanno riguardato sia gli esercizi pubblici, sia una serie di luoghi ritenuti sensibili. Il bilancio della polizia cantonale è positivo: la multa per il mancato rispetto delle disposizioni si è infatti resa necessaria solo in pochi casi, per la precisione 26 tra giovedì e oggi. Il dato fornito dalla polizia cantonale comprende anche una procedura di contravvenzione avviata per un esercizio pubblico dove sono state riscontrate più volte delle irregolarità.
“Si parla solo di una minoranza che non rispetta le regole – commenta ai microfoni della RSI il sostituto comandante della polizia cantonale Lorenzo Hutter –, mentre la maggior parte della popolazione ticinese è ligia a quanto richiesto”. Sull’arco dei 4 giorni le pattuglie hanno monitorato in modo mirato 130 luoghi pubblici, eseguendo complessivamente 780 controlli, di cui 250 in esercizi pubblici. Una settantina di interventi sono stati effettuati su segnalazione di terzi, specialmente per assembramenti nei parchi, aree verdi o rive di laghi e fiumi. “Sovente a seguito dell’intervento delle nostre pattuglie si è però constatato che le disposizioni sul distanziamento erano in realtà rispettate. Dove invece abbiamo riscontrato situazioni non in regola, si è comunque cercato di prediligere la via del dialogo” ha affermato Hutter.
Le sanzioni sono scattate come ultima ratio, in assenza di effetti o nel caso di situazione recidive e, anche con i turisti, la polizia ha dovuto insistere un po’ di più sul rispetto delle regole, “considerato che l’impatto del virus a nord delle Alpi è stato diverso”.

Gobbi: “Lidi e campeggi aperti aiuterebbero”
Su controlli e sanzioni le Cronache della Svizzera italiana hanno sentito anche il presidente del Governo Norman Gobbi che, da parte sua, ha confermato la linea: sensibilizzare prima di tutto, punire se necessario.
Sull’Ascensione come banco di prova e su eventuali margini di miglioramento, Gobbi ha spiegato che questo ponte festivo “aveva una grossa pecca: i lidi, ma anche i campeggi, ancora chiusi. La gente si è comunque organizzata in altri luoghi, come abbiamo visto. Dobbiamo quindi capire se la prossima settimana il Consiglio federale procederà con ulteriori allentamenti in questo senso e se questi saranno un passo verso una normalizzazione, anche se si tratterà comunque di una nuova normalità nella quale le distanze e le misure di igiene restano al primo posto”. Ascolta l’intervista integrale.

https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/13069224

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Ticino-800-controlli-26-multe-13069077.html

 
La Svizzera non cede all’Italia «Non riapriremo il 3 giugno»

La Svizzera non cede all’Italia «Non riapriremo il 3 giugno»

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 22 maggio 2020 del Corriere del Ticino

Norman Gobbi sottolinea l’unilateralità della decisione del governo Conte «Non ne hanno parlato con Confederazione e UE» dice il presidente del Consiglio di Stato Il Ticino ha esposto le sue preoccupazioni e verrà coinvolto nelle discussioni fra i due Paesi

Il Ticino verrà coinvolto. Parola di Norman Gobbi. Di più: la Svizzera «certamente non riaprirà» la frontiera con l’Italia, volendo citare il presidente del Consiglio di Stato. Non il 3 giugno, quantomeno. Una misura, quella annunciata dal governo italiano, unilaterale. E per certi versi improvvisa. «Non ne hanno discusso prima né con la Confederazione né tantomeno con l’Unione europea», precisa il direttore del Dipartimento delle istituzioni. «Durante l’incontro con la deputazione ticinese alle Camere federali abbiamo espresso tutte le nostre preoccupazioni al riguardo».

Preoccupazioni, va da sé, legate alla situazione epidemiologica italiana. «Se leggo i dati con gli occhi del cittadino -l’analisi di Gobbi – dico che una città come Milano ad esempio ha vissuto un lockdown molto più stretto rispetto al Ticino. La riapertura di una grande metropoli deve essere monitorata in maniera attenta». E ancora: «Il fatto che l’Unione europea estenderà la mobilità interna solamente il 15 giugno ci fa capire quanto la decisione dell’Italia non sia del tutto certa. E poi, non è detto che la Svizzera riaprirebbe il 3 giugno qualora lo facessero gli italiani. Anzi, certamente la Svizzera non riaprirà per quella data». Nei prossimi giorni i Cantoni e in particolare modo il Ticino (essendo «particolarmente toccato») seguiranno da vicino le discussioni. Diciamo pure vicinissimo. «La settimana prossima se ne parlerà a livello tecnico», precisa Gobbi. «Poi ci aggiorneremo. Tuttavia, ribadisco, l’aspetto importante da rilevare è che la decisione dell’Italia è unilaterale».

Una mossa turistica
L’eventuale riapertura dei valichi o, meglio, un ritorno ai tempi pre coronavirus avrebbe ovviamente ripercussioni anche sul fronte sanitario. Il medico cantonale Giorgio Merlani, a tal proposito, spiega: «Non è tanto un discorso di valichi, ma di curve epidemiologiche. In Italia, lungo le zone di confine, la situazione è leggermente diversa rispetto alla nostra. È paragonabile a quella ticinese di metà aprile, per intenderci. Aumentando le occasioni di incontro, aumentano anche le possibilità di entrare in contatto con il virus. A maggior ragione, è bene ribadire l’importanza delle norme di distanziamento e delle misure di igiene».

La mossa italiana, fra le altre cose, va letta altresì con le lenti del turismo e di riflesso dell’economia. Il 3 giugno, di concerto con le frontiere, riapriranno tutti gli aeroporti della vicina Penisola e saranno nuovamente consentiti i voli interregionali e internazionali. E qui entriamo in una zona di incertezza. L’Unione europea, infatti, spinge per un’uscita coordinata dal confinamento e, soprattutto, punta ad un’apertura concordata delle frontiere. Allo scopo, appunto, di salvare la stagione estiva. Il turismo vale il 10 percento del PIL europeo, pari a circa 1.400 miliardi di euro. Recuperare terreno, insomma, è fondamentale visti i numeri in ballo. Non a caso la Croazia sta negoziando degli accordi bilaterali con altri Paesi simili (sul piano epidemiologico) per «accelerare la ripresa del settore», annuncia con trasporto Gari Cappelli, ministro del Turismo croato, salvo poi correggere il tiro e ribadire l’importanza di un approccio coordinato.

La sfida interna
E proprio il turismo, quello diciamo così nostrano, è al centro dei pensieri di Gobbi. Fra norme igieniche, distanziamento e mascherine quanto è difficile veicolare l’immagine di un cantone accogliente e, nello specifico, pronto a raccogliere la sfida? «Il coronavirus è ancora fra noi», racconta il presidente del Consiglio di Stato. «Dovremo conviverci anche dopo l’estate, mantenendo un comportamento responsabile. Il passo del San Gottardo è stato riaperto, ho già incontrato alcuni svizzero-tedeschi: sì, sono tornati da noi. Hanno compreso la situazione, difficile, del Ticino. Da parte nostra, andremo avanti con la politica di sensibilizzazione. Dobbiamo salvaguardare la popolazione e i nostri turisti. È fondamentale che tutti possano godere il nostro territorio in sicurezza».

Quanto all’uso della mascherina, Norman Gobbi precisa: «Non è obbligatorio, ma è fortemente raccomandato laddove non è facile mantenere le distanze. Bisogna essere altruisti e cercare di proteggere gli altri. La mascherina serve altresì a dare un segnale di tranquillità». Il tutto evitando un utilizzo improprio, come quando siamo da soli in auto.

Fra aperture e necessità
Frontiera, turismo, situazione sanitaria. L’intreccio si presta a svariate letture e, di fatto, è ricco di paradossi. Per dire: da questa parte del confine è stato appena prolungato lo stato di necessità fino al termine del mese di giugno («Anche per dare respiro allo Stato maggiore cantonale di condotta») mentre l’Italia come detto vuole aprire (e aprirsi al turismo internazionale) fra poco meno di due settimane. Nel frattempo, le autorità cantonali rilanciano con lo slogan «Bentornati in Ticino». Chiedendo il mantenimento delle distanze e ribadendo il concetto di responsabilità. Individuale e collettiva.

“La frontiera con l’Italia non riaprirà il 3 giugno”

“La frontiera con l’Italia non riaprirà il 3 giugno”

Da www.ticinonews.ch

Per Norman Gobbi la Svizzera non seguirà sicuramente di pari passo la decisione italiana, presa unilateralmente

Ai microfoni di Teleticino, il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi ha parlato dei motivi dell’estensione a fine giugno dello stato di necessità, ma soprattutto della tematica della riapertura della frontiera con l’Italia, dove il Ticino ha chiesto e ottenuto dal Consiglio federale di essere incluso nelle trattative assieme agli altri cantoni. Riapertura che spaventa, vista la situazione epidemiologica del Bel Paese. Per Gobbi è chiaro però che, al momento, questa resterà una mossa unilaterale.

Servizio

Sessione estiva delle Camere federali – Il Consiglio di Stato incontra la Deputazione ticinese

Sessione estiva delle Camere federali – Il Consiglio di Stato incontra la Deputazione ticinese

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato ha incontrato oggi a Palazzo delle Orsoline la Deputazione ticinese alle Camere federali, per la tradizionale riunione di preparazione in vista della Sessione estiva, in programma tra il 2 e il 19 giugno. La riunione ha permesso di discutere alcuni temi di particolare interesse per il nostro Cantone.

Dopo la sessione straordinaria dedicata ai temi legati alla pandemia COVID-19, le Camere federali torneranno a riunirsi per una sessione ordinaria. All’ordine del giorno figurano diversi temi di particolare interesse per il Cantone Ticino, dei quali hanno discusso oggi il Consiglio di Stato e la Deputazione ticinese, durante il consueto incontro di preparazione.In primo piano vi sono le relazioni fra Svizzera e Italia, in particolare per quanto riguarda i tempi di riapertura delle frontiere in questa fase di graduale ripartenza delle attività economiche e commerciali. Come noto, la questione è delicata e il nostro Cantone ha chiesto di essere coinvolto nelle trattative. Sempre in tema di relazioni bilaterali, Governo e Deputazione si sono informati reciprocamente sullo stato dei negoziati per l’accordo fiscale e sulla situazione del Comune di Campione d’Italia.

Un altro tema di una certa rilevanza nell’ambito della pandemia da coronavirus è rappresentato dalla discussione sulla presa a carico dei costi di laboratorio per la diagnosi del COVID-19 con la richiesta da parte della Conferenza delle direttrici e dei direttori cantonali della sanità di esonerare tali costi dalla franchigia dell’assicurazione malattia di base.

Tra i temi di particolare rilevanza della Sessione estiva delle Camere federali c’è il Messaggio del Consiglio federale sulla promozione dell’educazione, della ricerca e dell’innovazione nel periodo 2021/2024 nel quale il Governo propone un investimento di circa 28 miliardi di franchi. A questo proposto è previsto nel corso della sessione estiva un incontro tra la Deputazione ticinese e la Segretaria di Stato per la formazione, la ricerca e l’innovazione Martina Hirayama.

In ambito sanitario saranno invece discusse le misure di contenimento dei costi (pacchetto 1) nella Legge federale sull’assicurazione malattie e la modifica della procedura di autorizzazione dei fornitori di prestazioni. Quest’ultimo provvedimento fornirà ai Cantoni maggiori competenze nel fissare limiti al numero di medici autorizzati, nel settore ambulatoriale, a fatturare a carico dell’assicurazione obbligatoria.

Governo e Deputazione si sono infine occupati anche di temi che riguardano la situazione della filiera vitivinicola e il Messaggio del Consiglio federale sull’armonizzazione delle pene e l’adeguamento del diritto penale accessorio alla nuova disciplina delle sanzioni.

Lockdown aufheben?

Lockdown aufheben?

Da TalkTäglich TeleZüri 

Die SVP fordert eine Lockerung der Coronavirus-Massnahmen nach dem 19. April. Doch Bundesrat Alain Berset sagt klar: «Die Erfahrung zeigt, wer zu früh nachgibt, verlängert die Krise.» Aus diesem Grund hält der Gesundheitsminister eine Lockerung der Schutzmassnahmen für illusorisch. Für SP-Nationalrat Cédric Wermuth ist diese Entscheidung absolut richtig: «Die Gesundheit der Menschen hat absolute Priorität.» Wie der Tessiner Regierungsrat Norman Gobbi zu einem Öffnungsplan steht und ob er an die Vernunft der Deutschschweizer glaubt, über Ostern nicht ins Tessin zu fahren, heute im «TalkTäglich».

https://www.telezueri.ch/talktaeglich/lockdown-aufheben-137367011

 

Coronavirus: visita del Consigliere federale Ignazio Cassis

Coronavirus: visita del Consigliere federale Ignazio Cassis

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato e una delegazione dello Stato Maggiore Cantonale di Condotta (SMCC) hanno incontrato oggi a Bellinzona il Consigliere federale Ignazio Cassis, Capo del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE). L’incontro ha permesso di fare il punto della situazione sulla diffusione del coronavirus in Ticino e sulle misure intraprese per affrontare questa crisi sanitaria.

Si è svolto oggi a Palazzo delle Orsoline un incontro tra il Consiglio di Stato in corpore, una delegazione dello SMCC composta dal Comandante della Polizia cantonale e Capo dello SMCC Matteo Cocchi, Ryan Pedevilla, Caposezione della protezione della popolazione e del militare, e Giorgio Merlani, Medico cantonale, e il Consigliere federale Ignazio Cassis accompagnato dal Segretario di Stato Roberto Balzaretti, Capo della Direzione degli affari europei.  

Il Consiglio di Stato ha anzitutto ringraziato Ignazio Cassis per l’incontro e per aver sostenuto la posizione del Cantone nei confronti delle autorità federali. Il Cantone Ticino sottolinea che questa soluzione ha permesso di compiere dei passi in avanti rendendo le misure cantonali per fronteggiare la crisi sanitaria compatibili con il quadro giuridico federale.

Il Consiglio di Stato e lo SMCC hanno poi ribadito la serietà della crisi sanitaria in Ticino, confermata in data odierna dal superamento della soglia dei cento decessi e che mette a dura prova la tenuta del sistema sanitario ticinese. Il Ticino è stato colpito prima rispetto ad altri Cantoni e finora in maniera più dura.

Da parte sua, il Consigliere federale Ignazio Cassis ha espresso la vicinanza della Confederazione al Ticino e lodato il lavoro delle autorità cantonali, del personale sanitario e di tutti coloro che sono impegnati nella gestione della crisi. Il Consigliere federale ha poi sottolineato che “la soluzione trovata, che permette al Ticino di adottare misure più restrittive rispetto a quelle in vigore nel resto del Paese, dimostra quanto Berna riconosca la situazione straordinaria che il Cantone sta vivendo e quanto faccia il possibile per sostenerlo”.

Il Capo del DFAE ha ricordato come l’intervento del proprio Dipartimento abbia permesso di far giungere in Ticino del materiale medico, nonostante le molte restrizioni al transito merci imposte da diversi Paesi. Proprio stamattina il Consigliere federale ha portato con sé due respiratori pronti per l’uso in cure intensive. Contatti regolari fra il ministro degli esteri ed i suoi omologhi dei Paesi vicini assicurano inoltre che il personale sanitario frontaliero possa continuare a lavorare in Svizzera, evitando il collasso dell’intero sistema. Infine, tali contatti rendono possibile l’operazione di rimpatrio delle migliaia di turisti svizzeri ancora bloccati all’estero. 

La visita del Consigliere federale Ignazio Cassis proseguirà con la sua partecipazione al rapporto dello SMCC alla Centrale cantonale di allarme (CECAL).

Diese 5 Fehler machte die Schweiz bei ihrer Corona-Politik

Diese 5 Fehler machte die Schweiz bei ihrer Corona-Politik

Da www.watson.ch

https://www.watson.ch/schweiz/analyse/801221520-coronavirus-diese-5-fehler-machte-die-schweiz

Zu wenig Beatmungsgeräte, langsame Zahlen, Bundesrat pfeift Kantone zurück: Viele Probleme der Schweizer Coronavirus-Politik sind hausgemacht. Eine Analyse über eine Epidemien-Politik, die zu wenig zuhört.

Eigentlich sahen es viele kommen. Seit Jahren erstellen die Bundesbehörden Berichte, in denen die «Top-Risiken» der Schweiz untersucht werden. Die Pandemie stand jeweils immer wieder in den oberen Rängen. Die Gefährdungsanalysedes Bundesamtes für Bevölkerungsschutz aus dem Jahr 2015 liest sich heute wie eine übertriebene Zukunftsvision, die das beschreibt, was die Schweiz derzeit erlebt.

 

1. Ungenügende Vorbereitung
Die Gefahr des überlasteten Gesundheitswesens ist ein Punkt auf der Liste. Vor fünf Jahren hiess es in der Gefährdungsanalyse: «Die entstandenen Engpässe können auch durch den Einsatz pensionierter Ärzte und Medizinstudenten nicht vollständig kompensiert werden.»
Der Engpass wird durch drei Faktoren beeinflusst: Personal, Medizinalprodukte wie Geräte oder Medikamente und die Anzahl Betten. Thomas Zeltner, der ehemalige Direktor des Bundesamtes für Gesundheit, untersuchte in einem Gutachtenaus dem Jahr 2018, wie gut die Schweiz auf diesen Engpass vorbereitet ist. SRF berichtete erstmals über seine warnende Analyse.£
Der ehemalige BAG-Chef schätzte damals, dass der Schweiz rund 4250 Spitalbetten fehlen würden. Die Kantone haben es laut seinem Bericht versäumt, die Reservekapazitäten für Notlagen miteinzuplanen. Zum gleichen Schluss kommt Zeltner bei Medikamenten, Medizinprodukten und Labormaterialien: Die Kantone haben die Forderung nach Minimalreserven bislang «nicht oder nur unvollständig umgesetzt».

2. Schlechter Informationsfluss
Fehlen Spitalbetten oder die dringend benötigten Beatmungsgeräte, dann kommt es auf jedes einzelne darauf an, das noch verfügbar ist. Wie ernst die Lage ist, erzählte vergangene Woche ein kantonaler Gesundheitsdirektor im Hintergrundgespräch mit watson: Das Personal sei am Wochenende mit Strichli-Listen in Spitälern unterwegs gewesen, um Betten und Beatmungsgeräte zu zählen.
Wie viele Beatmungsgeräte tatsächlich verfügbar sind, wusste in der Schweiz zumindest bis vor einigen Tagen niemand. In den Spitälern wurde die Anzahl auf bis zu 850 geschätzt. Wie viele die Armee hat, ist unklar. Raynald Droz, Stabschef Kommando Operationen der Armee, sagte jedoch: «Nicht genug.»
Die Informationslage änderte sich erst letzte Woche. Die Kantone müssen seither ihr Inventar dem Bund melden.
Der schlechte Informationsfluss herrschte auch bei der wichtigsten Zahl, um als Staat strategisch eine Epidemie bewältigen zu können: Die Anzahl der Infizierten. Die Meldungen von Ärztinnen und Ärzten kamen teilweise per Fax an. Die grosse Menge an Daten überforderte die Bundesbehörden, dass sie erst nach längerer Verzögerung «à jour» waren, wie der Infektionsstand in den Kantonen ist. Schnellere, digitalere Lösungen wurden dabei vor Jahren gefordert.

3. Kantönligeist
Defizite in der Schweizer Epidemienbewältigung zeigten sich auch, nachdem der Bundesrat die besondere Lage ausgerufen hatte. Die Kantone mussten das Verbot von Versammlungen von über 1000 Personen konkretisieren und vollziehen. Was aber vor Ort passierte, glich einem Flickenteppich.
Föderalistisch wie die Schweiz ist, gingen manche Kantone weiter und führten neue Verbote ein. Andere wiederum blieben bei der Zahl von 1000 – selbst dann, als der Bundesrat ausloten wollte, ob man diese Zahl senken soll. Als die Landesregierung das Versammlungsverbot verschärfen wollte, sprach sich nur der «allergrösste Teil der Kantone» dafür aus, teilt die Gesundheitsdirektorenkonferenz auf Anfrage mit. Sprich: Einzelne Kantone waren dagegen oder enthielten sich.

4. Machtdemonstration
Die Korrektur des Kantönligeistes kam mit der ausserordentliche Lage. Der Bundesrat übernahm die Führung und beschloss am 16. März in Eigenregie die nächste epidemiologische Stufe, womit neue, klare, schweizweite Lockdown-Massnahmen kamen. Die Kantone wurden auch hier angehalten, Folge zu leisten und die neuen Verbote und Erlasse zu vollziehen.
Auch das ging nicht ohne Kantönligeist. Die Gründe waren alle im Einzelfall verständlich: Der Kanton Uri beschloss für Seniorinnen und Senioren eine «Ausgangsbeschränkung», weil diese sich nicht an das Social Distancing hielten. Genf, Waadt und das Tessin schlossen aus demselben Grund alle Baustellen. Der Bundesrat pfiff die Kantone zurück und sagte, dass das Bundesrecht auch in Altdorf, Genf, Lausanne und Bellinzona zu befolgen sei.
Dass solche Konflikte drohen würden, war den Behörden schon im August 2018 bekannt. Ein juristisches Gutachten zur «besonderen Lage» stellte damals fest, dass eine «enge Zusammenarbeit zwischen Kantonen und Bund beim Vollzug der vom Bund angeordneten Massnahmen nötig, wenn nicht unabdingbar» sei.

5. Fehlende Zusammenarbeit
Diese «enge Zusammenarbeit» gibt es aber bis heute nicht. Die Anhörung der Kantone, die es in der «besonderen Lage» formell gab, wurde mit der Ausrufung der ausserordentlichen Lage abgeschafft. Gesprochen wird nur noch informell miteinander, wenn der Bundesrat zum runden Tisch einlädt. Oder untereinander, wie watson etwa von Zentralschweizer Kantonen erfuhr.
In einer solchen Situation passiert jedoch das, was epidemiologisch in den vergangenen Jahren schief lief: Expertinnen vom Fach und Mahner vor Ort müssen dafür kämpfen, Gehör zu finden. Das erlebt derzeit auch das Tessin. «Wir sind immer zwei Schritte voraus im Kampf gegen Covid», sagte der Tessiner Staatsrat Norman Gobbi.(video)
Ähnlich klingt es von seinem Kantonsarzt Giorgio Merlani: «Wir sind euch etwa eine Woche voraus, lernt aus unserem Beispiel.» Er appellierte deshalb an die restliche Schweiz, diese Zeit zu nutzen. Diese Worte sollen sich der Bund und die Kantone zu Herzen nehmen.