Prevena 2018: sotto l’albero non regalatevi spiacevoli sorprese

Prevena 2018: sotto l’albero non regalatevi spiacevoli sorprese

Comunicato stampa

Come ogni anno e fino al 24 dicembre, agenti della Polizia cantonale, in collaborazione con quelli delle Polizie comunali, della Polizia dei trasporti e delle Guardie di confine mettono in atto l’operazione PREVENA 18. L’obiettivo è di garantire alla popolazione una presenza accresciuta di forze di polizia sul territorio durante tutto il periodo dell’Avvento, segnatamente nei punti di grande affluenza quali negozi, centri commerciali e mercatini natalizi.

Si rende attenta la popolazione a prestare particolare attenzione, poiché in questo momento dell’anno l’afflusso in massa di persone favorisce i borseggi e i furti in genere da parte dei malviventi. Inoltre il rapido imbrunire facilita in particolare i furti con scasso nelle abitazioni; per questo motivo la presenza ancora più capillare di pattuglie sul territorio intende accrescere il livello di vigilanza anche su questo fronte, al fine di garantire alla popolazione delle festività natalizie in tutta sicurezza.

Per prevenire sgradite “sorprese” durante gli acquisti si rinnovano i seguenti consigli: 

  • evitare, nel limite del possibile, di portare con sé somme consistenti di denaro in contanti, utilizzare piuttosto le carte di credito; 
  • custodire il portamonete in tasche anteriori dei pantaloni o quelle interne della giacca, meglio ancora se è possibile chiuderle; 
  • portare sempre le borsette a contatto con il corpo e preferibilmente sul davanti e con la cerniera chiusa o comunque mai perderle di vista (ad esempio nei carrelli della spesa); 
  • mai tenere nello stesso posto le carte bancarie/postali e i codici per il loro utilizzo. Se possibile non conservare i codici per iscritto; 
  • prestare attenzione quando qualcuno vi urta nella ressa (sovente gli autori di furti e borseggi provocano lo scontro per distrarre le vittime e sottrarre loro denaro e altri valori); 
  • non lasciare oggetti di valore in vista nei veicoli e verificare che le auto siano regolarmente chiuse a chiave quando si lascia il parcheggio.

In particolare per prevenire i furti con scasso si raccomanda di: 

  • chiudere accuratamente tutte le porte e finestre prima di uscire di casa, evitando di lasciare chiari indizi dell’assenza: biglietti sulla porta, luci spente in casa, messaggi particolari sulla segreteria telefonica, ecc; 
  • depositare gli oggetti di valore e i documenti importanti in una cassetta di sicurezza della banca; 
  • evitare di nascondere le chiavi di casa sotto lo zerbino, dietro i vasi per i fiori o nella bucalettere; 
  • simulare una presenza all’interno inserendo un timer su più di una luce e farlo accendere a intervalli irregolari.

S’invita inoltre a segnalare tempestivamente alla Polizia oppure al personale del negozio comportamenti sospetti ravvisati in centri commerciali o nei parcheggi. Non esitate a chiamare il 117 e a segnalare situazioni che possono essere sospette.

‘Sì alla riforma per agire più efficacemente prima dell’apertura di un procedimento’

‘Sì alla riforma per agire più efficacemente prima dell’apertura di un procedimento’

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 4 dicembre 2018 de La Regione

Comandante, le leggi vigenti in Svizzera sono sufficienti a contrastare in maniera efficace la criminalità organizzata e segnatamente le associazioni mafiose italiane attive anche sul nostro territorio?

Sono cosciente del fatto che da più parti è stata sottolineata la mancanza oggi di strumenti legislativi adeguati per lottare efficacemente contro i fenomeni derivanti dalle infiltrazioni mafiose. In quanto comandante della Polizia cantonale sono abituato a lavorare nella maniera più efficace possibile con gli strumenti che ho a disposizione e ritengo che i risultati positivi degli ultimi anni, se pensiamo soprattutto alla diminuzione dei reati in generale in Ticino, lo testimonino. Sta invece al legislatore approfondire e se del caso potenziare l’arsenale giuridico, introducendo norme o modificando quelle esistenti, per contrastare meglio determinate forme di criminalità organizzata, come le associazioni da lei indicate.

La prossima settimana il Gran Consiglio si pronuncerà sul progetto di revisione della legge cantonale sulla polizia. Revisione proposta dal Consiglio di Stato e sostenuta dalla maggioranza della commissione parlamentare della Legislazione, ma oggetto anche di critiche. Questa riforma potrebbe rendere più incisive in Ticino le indagini sul crimine organizzato anche di stampo mafioso?

Certamente la possibilità di poter disporre, come Polizia cantonale e analogamente a quanto avviene già da anni in altri Cantoni, di strumenti d’inchiesta preventivi quali l’osservazione, l’indagine in incognito, l’inchiesta mascherata e la sorveglianza discreta faciliterebbe di sicuro l’attività degli inquirenti in molti ambiti investigativi. E non solo quelli legati alle infiltrazioni mafiose. Queste nuove norme, elaborate nel rispetto del quadro legale e conformemente alla giurisprudenza del Tribunale federale, permetterebbero agli agenti di agire con maggiore efficacia prima dell’apertura di un procedimento penale, per esempio nel quadro della lotta al traffico di stupefacenti e a reati come la pedofilia in particolare su internet. A.MA.

Mafie, tentacoli e dinamiche

Mafie, tentacoli e dinamiche

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 4 dicembre 2018 de La Regione

Così il capo della Polizia cantonale dopo la risposta del Consiglio federale all’interpellanza di Romano Il comandante Cocchi ricorda: con Fedpol un piano d’azione contro le infiltrazioni.

La presa di posizione del Consiglio federale sull’interpellanza del deputato ticinese al Nazionale Marco Romano è dei giorni scorsi. Il governo ricorda che “la lotta alle organizzazioni criminali di stampo mafioso, quindi anche alla mafia italiana, costituisce una priorità” per l’Ufficio federale di polizia (Fedpol) e per il Ministero pubblico della Confederazione. Scrive a lungo, sottolineandone l’importanza, della cooperazione investigativa sul piano nazionale e su quello internazionale. Ma glissa sul tema di fondo posto da Romano. E cioè sulla decisione di qualche anno fa della Fedpol di centralizzare a Berna «il coordinamento delle proprie ‘antenne’ cantonali e dunque delle inchieste su mafia e terrorismo», osservava, interpellato dalla ‘Regione’, il parlamentare in occasione del deposito della propria interpellanza. E si chiedeva se l’operazione «si sia rivelata col tempo una mossa azzeccata oppure se non abbia fatto perdere alla Polizia federale, come temo, il contatto con le dinamiche locali». Con la realtà locale.

Matteo Cocchi, comandante della Polizia cantonale: dal suo punto di vista un’operazione azzeccata?
Non compete al comandante della Polizia cantonale esprimersi sulle strategie della Fedpol. Posso comunque affermare che il ‘gioco di squadra’ tra Polcantonale e autorità federali – in particolare l’Ufficio federale di polizia, appunto – funziona, secondo me, molto bene. Nell’ambito della sicurezza nazionale abbiamo infatti raggiunto, come polizia ticinese, maggiore centralità nella lotta al crimine organizzato, anche in considerazione della posizione geografica di confine del nostro cantone. Per esempio nell’azione di contrasto al terrorismo, la rete a livello nazionale e cantonale ha più volte dimostrato di essere estremamente efficace.

Ma la cooperazione tra Fedpol e Cantonale necessita di qualche correttivo o va bene così?
Non è mia abitudine dormire sugli allori, sia per quanto riguarda le attività della Polizia cantonale sia per quel che concerne i rapporti di collaborazione con altre forze di polizia. Lo impone del resto la lotta alla criminalità. Una criminalità che evolve, che muta a una velocità tale che a volte le istituzioni faticano a seguire. I costanti contatti a più livelli hanno portato però a dei miglioramenti che in futuro potranno essere ulteriormente rafforzati.

E che la collaborazione tra Fedpol e Polizia cantonale “verrà ulteriormente rafforzata” lo preannuncia anche il Consiglio federale, rispondendo a Romano…
Da parte della Fedpol e da parte della Polizia cantonale, l’attenzione al fenomeno delle infiltrazioni mafiose nel nostro Paese non è mai mancata. Prova ne sia che, come spiegato anche recentemente dalla direttrice dell’Ufficio federale di polizia Nicoletta della Valle, stiamo lavorando insieme a un piano d’azione antimafia in Ticino.

Concretamente?
Dapprima analizzeremo il fenomeno per raccogliere le informazioni che ci necessitano sulle infiltrazioni mafiose nel nostro cantone e in seguito agiremo in modo coordinato a livello investigativo, senza dimenticare l’impiego di strumenti quali espulsioni e/o divieti di entrata in Svizzera. Ciò a dimostrazione di quanto detto prima: la collaborazione tra Polcantonale e Fedpol è positiva e orientata alla progettualità.

Il passaggio di inquirenti della Cantonale alla Polizia giudiziaria federale avviene ancora oppure l’emorragia è stata tamponata?
È un passaggio legato alle aspirazioni professionali che ogni agente possiede e su cui, ci mancherebbe altro, non esprimo giudizi. Se da un lato è vero che inquirenti della Cantonale sono passati nelle file della Fedpol, dall’altro noto che alcuni sono poi ritornati nel nostro corpo di polizia, che continua a mantenere un forte appeal per chi è alla ricerca di uno sbocco professionale nel settore sicurezza, in particolare come inquirente.

Formazione e integrità basilari per la fiducia data

Formazione e integrità basilari per la fiducia data

Consegnate ai futuri agenti di polizia le armi d’ordinanza

Giovedì scorso ho avuto il piacere di presenziare alla Consegna dell’arma alla Scuola di polizia V° circondario (SCP), cerimonia che si presta a qualche riflessioni in merito al ruolo dell’agente e alle sollecitazioni alle quali è chiamato a rispondere.
La consegna dell’arma rappresenta per i giovani che hanno scelto di seguire questo impegnativo e, al tempo stesso, stimolante percorso un ulteriore passo verso l’obiettivo finale, ovvero diventare agenti del nostro Corpo di polizia seguendo solidi ideali e la volontà di servire il proprio Cantone o Comune in modo concreto.
In questo senso, giovedì è stato un giorno altamente simbolico: ricevere un’arma sottende infatti una forte assunzione di responsabilità da parte di queste donne e questi uomini che, appunto, hanno scelto di servire in modo attivo il Paese in cui vivono, adoperandosi giorno dopo giorno a favore della sicurezza dei cittadini.
Dopo un percorso di formazione impegnativo, comprensivo di allenamenti pratici e di approfondimenti normativi sull’uso della pistola d’ordinanza, 24 aspiranti agenti della Polizia cantonale, 14 aspiranti agenti delle Polizie comunali di Bellinzona, Locarno, Lugano, Mendrisio, Biasca, Chiasso, Malcantone ovest, Muralto e Minusio, 2 aspiranti della Polizia dei trasporti, 2 aspiranti della Polizia cantonale dei Grigioni, 2 aspiranti della Polizia Militare, hanno così ricevuto ufficialmente la pistola d’ordinanza.
Gli aspiranti sono ora pronti per un periodo di stage nei posti di Polizia e presso i propri comandi di appartenenza, tassello importante della formazione che li porterà al conseguimento dell’Attestato professionale federale di agente di polizia, con il superamento degli esami di professione a febbraio 2019.

Contemporaneamente, ottimi agenti e brave persone
Ho detto loro della necessità di essere ottimi agenti, ma soprattutto brave persone. L’ipotesi di cedere alle facili tentazioni e di abbandonare il cammino certo e retto intrapreso esiste, ma nella stragrande maggioranza dei casi è spazzata via dall’equilibrio, dalla serietà e dallo spiccato senso sociale (nel rispetto dell’etica professionale) che ogni agente porta in dote e dal quale non si separa. Qualità che non vanno mai disattese e che sono accompagnate dalla fierezza (che non è esibizione) di indossare questa divisa, dal coraggio (che non è spavalderia) e da un comportamento che viaggia su binari paralleli al codice deontologico e alla Legge.

Una formazione di base di qualità
Preparare dei validi poliziotti facendo capo a professionisti e a specialisti di materia per garantire un’istruzione teorica, tecnica e pratica aderente alle esigenze della professione: ecco l’obiettivo della SCP. Una crescita tecnica e conoscitiva che va di pari passo con la crescita “umana” del singolo agente. Un bravo agente sarà sempre il risultato della somma tra la componente professionale e quella umana, importantissime e dipendenti l’una dall’altra.
La Scuola SCP offre ai futuri agenti un percorso mirato allo sviluppo delle necessarie competenze di base, fornendo loro gli strumenti indispensabili per garantire l’assunzione di compiti professionali complessi.
Con la SCP si intendono creare i presupposti affinché il giovane agente sia pronto a far fronte a compiti nuovi e responsabilizzanti, che richiedono impegno, ma che possono pure esser all’origine di gratificazioni personali, di garanzie per possibilità di carriera e di un’adeguata retribuzione. Attraverso la SCP si diventa anche donne e uomini migliori? Credo proprio di sì!

Rapina di Arzo: “Fenomeno da non sottovalutare”

Rapina di Arzo: “Fenomeno da non sottovalutare”

Da www.ticinonews.ch

Il ministro preoccupato per questo nuovo fenomeno che concerne anche le banche: “Da intraprendere contromisure”

“Sono preoccupato, come i cittadini del Mendrisiotto, perché il nostro non deve essere visto come un territorio in cui si può entrare e prelevare facilmente ingenti somme di denaro dai bancomat”. Così il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi commenta ai microfoni di TeleTicino il colpo odierno alla Raiffeisen di Arzo, il secondo nello spazio di pochi giorni, dopo quello di Coldrerio.

Il furto questa notte avrebbe fruttato alcune centinaia di migliaia di franchi. Rubata un’auto, i malviventi si sono diretti alla banca e una volta oscurata la telecamera hanno fatto saltare in aria il distributore di banconote. Pochi minuti dopo i ladri si sono dati alla fuga, abbandonando l’auto rubata a pochi metri dal confine per poi scappare con un’altra vettura.

Il modus operandi, come detto, ricorda quello di Coldrerio e ad altri colpi compiuti in Italia. Legittimo dunque pensare alla stessa banda di criminali. Ipotesi che i colleghi di TeleTicino hanno sottoposto al portavoce della polizia cantonale Renato Pizzoli: “Ci sono molte analogie, pertanto ci stiamo muovendo nel trovare un denominatore comune. Le indagini seguono lo stesso filone” ha spiegato Pizzoli, specificando che la problematica viene guardata a 360 gradi, quindi anche all’Italia. “Cerchiamo di approfondire tutti gli aspetti per arrivare il prima possibile alla soluzione. Si intrecciano anche quelle che sono le necessarie sinergie con gli enti che vengono colpiti e quindi stiamo reagendo come abbiamo sempre fatto in queste situazioni”.

Anche il ministro Norman Gobbi auspica una soluzione veloce: “Se sul fronte delle effrazioni – furti con scasso in abitazioni – siamo riusciti a contrastare questo fenomeno, rispettivamente anche nelle rapine nei distributori di benzina, rispettivamente nei punti cambio, questo nuovo fronte ci preoccupa perché sta diventando – e questa serie di due colpi in una settimana sola ci preoccupa – un fenomeno che deve trovare una soluzione soprattutto da chi opera sui bancomat, quindi dalle banche che le hanno in casa”.

Gobbi ribadisce che l’attenzione delle istituzioni “è presente” e ha lanciato anche un appello alle banche: “Da capo Dipartimento, un invito alle banche a non sottovalutare questo fenomeno; visto che in Italia hanno trovato degli accorgimenti, questi devono essere trovati anche in Ticino, magari non nella stessa forma, ma tutelare i loro interessi in quanto diretti interessati dai colpi”.

Cerimonia di Consegna dell’arma per la Scuola di polizia del V° circondario

Cerimonia di Consegna dell’arma per la Scuola di polizia del V° circondario

Comunicato stampa

Con il coordinamento del Centro formazione di polizia, quest’oggi si è tenuta a Bellinzona presso la Centrale comune d’allarme (CECAL) la cerimonia di Consegna dell’arma agli aspiranti della Scuola di polizia. L’evento, diretto dal capo della Sezione formazione, ha visto il saluto del Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi e del Comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi. Presenti al formale evento tutti i Comandanti, o i loro rappresentanti, dei Corpi di polizia con aspiranti in formazione.

Nel suo intervento, Gobbi ha evidenziato come sia assolutamente necessario che i futuri agenti operino con coraggio e con proporzionalità: “Agite sempre nella maniera opportuna – ha detto -, così come richiesto dal codice deontologico e dalla Legge. Avete ricevuto un’arma. Le mani che ve l’hanno consegnata appartengono alle istituzioni che rappresentate e ai cittadini che siete chiamati a tutelare. Vi abbiamo affidato non solo un’arma, ma anche la nostra totale fiducia: non dovete mai dimenticarlo”.

Da parte sua il Comandante Matteo Cocchi ha ribadito che “la consegna dell’arma è un atto che richiede grande responsabilità, da un lato per l’autorità statale che ve la consegna e dall’altro per voi che la ricevete”. Ha pure sottolineato il concetto di proporzionalità, “termine questo che presuppone da parte vostra una grande e rapida capacità di lettura delle situazioni per dare la risposta più idonea che in un preciso momento vi viene richiesta e che deve permettere di risolvere il problema”.

Dopo un percorso di formazione impegnativo, comprensivo di allenamenti pratici e di approfondimenti normativi sull’uso della pistola d’ordinanza, 24 aspiranti gendarmi della Polizia cantonale, 14 aspiranti agenti delle Polizie comunali di Bellinzona, Locarno, Lugano, Mendrisio, Biasca, Chiasso, Malcantone ovest, Muralto e Minusio, 2 aspiranti della Polizia dei trasporti, 2 aspiranti della Polizia cantonale dei Grigioni, 2 aspiranti della Polizia Militare, hanno così ricevuto ufficialmente la pistola d’ordinanza. Gli aspiranti sono ora pronti per un periodo di stage nei posti di polizia e presso i propri comandi di appartenenza, tassello importante della formazione che li porterà al conseguimento dell’Attestato professionale federale di agente di polizia, con il superamento degli esami federali di professione a febbraio 2019.

 

 

 

Legge polizia, lettera e audizione

Legge polizia, lettera e audizione

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 28 novembre 2018 de La Regione

Nella seduta di questa mattina la Legislazione sentirà il capo del Dipartimento istituzioni Gobbi

Della trentina e passa di correttivi suggeriti “concorda” solo su quattro. Il Consiglio di Stato ha preso posizione, con una lettera alla commissione parlamentare della Legislazione, sulle proposte di emendamento alla Legge sulla polizia, o meglio al testo rivisto dal governo per introdurre lo strumento della custodia di polizia (durata massima ventiquattro ore), disciplinare trattenimento e consegna di minorenni e regolamentare le indagini, anche ‘mascherate’, preventive.
Una revisione normativa adottata, con qualche ritocco, dalla maggioranza commissionale, ma ritornata in Legislazione lunedì della scorsa settimana, giorno in cui avrebbe dovuto essere discussa e votata dal Gran Consiglio. Avrebbe, perché all’ultimo momento è stata avanzata una serie di emendamenti da Sabrina Gendotti (Ppd), Giovanna Viscardi (Plr) e Michela Delcò Petralli (Verdi).
Diverse e di peso le modifiche prospettate dalle tre deputate. Tali da indurre la commissione a riaprire il dossier per i necessari approfondimenti. E il Consiglio di Stato a pronunciarsi nero su bianco. La missiva alla Legislazione è datata 21 novembre. Sei pagine che il governo ha scritto in vista dell’audizione di questa mattina in commissione del direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi. Dovrebbe essere accompagnato da due ufficiali della Cantonale: il tenente colonnello Flavio Varini, alla testa della Polizia giudiziaria, e il capitano Elia Arrigoni, responsabile dei Servizi generali.

Custodia, se la persona lo chiede va sottoposta a visita medica
Tra le quattro proposte di emendamento condivise dal governo figura quella di inserire nell’articolo di legge sulla custodia di polizia, provvedimento ordinato da un ufficiale, l’obbligo della visita medica (non contemplata dal testo elaborato dal Consiglio di Stato, prevista invece dalla maggioranza commissionale ma solo come facoltà). Ergo: “La persona presa in custodia deve essere sottoposta a visita medica se lo richiede espressamente, come pure se le sue condizioni psico-fisiche appaiono alterate o altri motivi lo impongano”. Restando alla custodia di polizia, l’Esecutivo non è invece d’accordo con gli altri correttivi indicati da Gendotti, Viscardi e Delcò Petralli. Il ricorso al giudice dei provvedimenti coercitivi (gpc), anziché al Tribunale cantonale amministrativo, contro la misura? “Non trattandosi di una misura (la custodia di polizia, ndr.) di carattere penale, appare inopportuna la competenza del gpc” e di conseguenza l’applicazione del Codice di procedura penale (Cpp), annota il governo.

Niente sistemi di geolocalizzazione?
Proposta incomprensibile

Governo che respinge la stragrande maggioranza degli emendamenti suggeriti. Come quello al capitolo sulla cosiddetta osservazione preventiva.
Localizzare persone o cose senza però l’impiego di sistemi di geolocalizzazione? “Mal si comprende la proposta di modifica”, commenta il Consiglio di Stato, che si chiede e chiede “come si possa localizzare qualcuno con dispositivi tecnici, senza sistemi di geolocalizzazione”.
Il governo, inoltre, richiama l’attenzione della Commissione parlamentare “sul fatto che, già oggi e sulla base del Codice di procedura penale, sia l’osservazione che le indagini in incognito possono essere avviate e messe in atto dalla Polizia cantonale in maniera completamente autonoma per la durata di un mese (cfr. articoli 282 e 298b del Cpp) per tutti i crimini e delitti: queste misure di sorveglianza segreta, ai sensi del Cpp, non soggiacciono all’approvazione del giudice dei provvedimenti coercitivi”. Sottoporre, come sollecitano le tre parlamentari, l’avvio dell’osservazione preventiva al nullaosta del giudice dei provvedimenti coercitivi? L’emendamento, rileva il Consiglio di Stato, “è in urto con quanto già in vigore a livello di Cpp (cfr. articolo 282). Non si intravede quindi il motivo di instaurare due prassi differenti, le quali potrebbero creare difficoltà di utilizzo delle prove in una successiva fase d’inchiesta”.

Polizia ticinese: ruoli chiari e più sicurezza

Polizia ticinese: ruoli chiari e più sicurezza

Un progetto moderno e condiviso

In settimana ho presentato lo stato d’avanzamento del progetto “Polizia ticinese”, che ha coinvolto esponenti della politica e della sicurezza cantonali e comunali.
Dopo averne discusso a vari livelli con loro e averne recepito le preoccupazioni, abbiamo impostato il nuovo progetto che comprende i cambiamenti indispensabili per continuare a garantire la massima sicurezza sul nostro territorio. Il principio è chiaro: non è importante se a intervenire in una situazione di pericolo sarà un agente con la mostrina della Polizia cantonale o di una polizia comunale, ciò che conta è dare sempre una risposta opportuna alle aspettative e ripristinare la situazione d’ordine.
Le proposte strutturali prevedono tre punti principali: una nuova suddivisione dei compiti tra Polizia cantonale e comunali, l’aumento graduale degli effettivi delle polizie strutturate (in una prima fase il numero minimo di agenti passerà da 5 a 15 più il Comandante), il miglioramento del coordinamento all’interno delle regioni di polizia attraverso il rafforzamento del ruolo delle Polizie Polo e la possibilità per i Comuni di convenzionarsi con il Cantone. Questi obiettivi saranno inseriti in una modifica di legge che verrà approvata dal Governo entro l’estate del 2019, dopo che i Comuni avranno detto la loro, ancora una volta, sul progetto. L’approccio del mio Dipartimento è sempre il medesimo: come per il Piano cantonale delle aggregazioni, non vogliamo imporre nulla agli enti locali, ma proporre un progetto che sia condiviso anche con la base del nostro sistema federalista.

Una ben definita suddivisione dei compiti
Sono essenzialmente due i motivi per cui è necessario rivedere i compiti delle polizie comunali: da una parte, occorre aumentare la loro capacità di risposta ai bisogni dei cittadini sul loro territorio nell’arco delle 24, dall’altra bisogna sgravare la Polizia cantonale di alcuni compiti e consentirle di concentrarsi maggiormente su tutte le aree di sua competenza (gendarmeria, inquirenti e attività di supporto). Oltre a ciò, va prestata attenzione alle nuove minacce criminali – penso, ad esempio il terrorismo – in un contesto di collaborazione a livello intercantonale, federale e internazionale.
Si continuerà a lavorare secondo obiettivi condivisi, ma strutturati su diversi livelli e con una chiara suddivisione dei compiti. Questo scenario è stato pensato soprattutto per migliorare il coordinamento sul territorio anche attraverso una visione comune e l’uniformazione degli strumenti informatici, delle strutture logistiche e dell’equipaggiamento tecnico.

Il gradimento delle polizie comunali
Sono pienamente soddisfatto nel constatare che questa soluzione è stata accolta favorevolmente dai corpi di polizia: essa valorizza il ruolo e la competenza strategica delle polizie comunali, aumentandone l’attrattività del lavoro. Inoltre, la diminuzione del numero di polizie comunali rafforzerà il ruolo dei Comuni Polo e delle Polizie strutturate, diminuendo gli attuali problemi di coordinamento e di scambio d’informazioni. Le polizie locali continueranno a svolgere il loro lavoro di prossimità e saranno particolarmente utili nell’attività di prevenzione e repressione quotidiana, ma pure nella lotta alla radicalizzazione.
La recente messa in funzione della nuova Centrale comune d’allarme (CECAL) e l’implementazione del sistema di condotta rendono ora possibile un coordinamento centralizzato e rapido.

La nuova organizzazione garantirà un migliore presidio del territorio cantonale e parallelamente un’accresciuta attenzione alle nuove possibili minacce con la diminuzione dell’onere organizzativo a vantaggio delle risposte alla cittadinanza e alla capacità operativa.
Tutto ciò grazie alla corretta suddivisione dei compiti tra le varie polizie.

“Polizia ticinese” e corpi locali, il Dipartimento istituzioni illustra gli sviluppi del progetto

“Polizia ticinese” e corpi locali, il Dipartimento istituzioni illustra gli sviluppi del progetto

Servizio all’interno dell’edizione di mercoledì 14 novembre 2018 de Il Quotidiano
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/11098257

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 15 novembre 2018 de La Regione

Gobbi: “Nel 2019 alcune proposte di modifica della Legge sulla collaborazione tra Cantonale e comunali”

Si prospetta il ritorno in Gran Consiglio per la LcPol, la Legge sulla collaborazione fra la Polizia cantonale e le polcomunali varata nel marzo 2011 e in vigore a tutti gli effetti da tre anni, da quando sono operative le regioni di polizia comunale (oggi sette) facenti capo a Comuni polo. Un ritorno in parlamento per dare base legale ai primi capitoli del progetto ‘Polizia ticinese’ di cui si sta occupando il gruppo di lavoro costituito dal governo nel dicembre 2016. Tra i punti forti della revisione legislativa? L’aumento del numero minimo di agenti perché una comunale possa definirsi strutturata e dunque essere riconosciuta dalla LcPol – da cinque poliziotti più il comandante a quindici più il responsabile –, nonché l’assegnazione di nuovi compiti ai corpi locali, per esempio in materia di “legge sugli stranieri (dimore fittizie), incidenti stradali e commercio ambulante”.
È l’idea di manovra del Dipartimento istituzioni, che, spiega il suo direttore Norman Gobbi, conta di porre in consultazione le relative modifiche normative «la prossima primavera», così che «nell’estate 2019» il Consiglio di Stato abbia la possibilità di pronunciarsi su una bozza di messaggio. Licenziandola, si augura il ministro, all’indirizzo del Gran Consiglio. L’obiettivo della nuova organizzazione è di «migliorare ulteriormente» la cooperazione fra la Polcantonale e le comunali. Ciò «a beneficio dei cittadini, che quando sollecitano l’intervento della polizia devono confidare in una risposta celere», sottolinea Gobbi nella conferenza stampa indetta dal Dipartimento, e tenutasi ieri, per indicare i “prossimi passi” di ‘Polizia ticinese’.
Un progetto preannunciato nel giugno 2015 dallo stesso Gobbi in parlamento ritirando il messaggio governativo favorevole alla mozione del liberale radicale Giorgio Galusero che chiedeva un solo corpo di polizia in Ticino. Archiviato (pare) il dossier polizia unica, si sono quindi cominciate a studiare “nuove forme di collaborazione” tra la Polcantonale e i corpi locali.
Per questo il Consiglio di Stato ha incaricato un gruppo di lavoro, coordinato dal segretario generale del Dipartimento istituzioni Luca Filippini e composto di rappresentanti dei Comuni, della Cantonale e dell’Associazione delle polcom. Sugli scenari suggeriti per rendere maggiormente performante il dispositivo di sicurezza introdotto dalla LcPol, il governo ha avviato negli scorsi mesi una consultazione. «Hanno preso posizione sei Comuni polo, cinquantadue Comuni, di cui dodici dotati di polizia strutturata, associazioni e Ministero pubblico», ricorda Filippini: «C’è chi ha condiviso le proposte, chi ha rilanciato l’ipotesi polizia unica e chi si è espresso per lo statu quo». Controverso si è rivelato il ventilato incremento del numero minimo di agenti – contestato dalla «maggior parte» dei cinquantadue Comuni – affinché un corpo di polizia locale sia considerato strutturato. Cosa d’altronde prevedibile e comprensibile, visto che l’aumento degli effettivi mette a rischio l’esistenza di quelle comunali che attualmente dispongono di sei agenti, comandante compreso. Il Dipartimento puntava sulla formula venticinque poliziotti più il capo. Alla fine si è optato per quella auspicata dall’Associazione delle polizie comunali, ovvero quindici agenti più il comandante. Secondo il gruppo di lavoro l’incremento del numero minimo di poliziotti, che può passare anche «dall’accorpamento di due o più polizie comunali strutturate», è in ogni caso necessario: lo è, evidenzia Filippini, «per agevolare il coordinamento delle forze dell’ordine nella regione e per garantire un servizio sulle ventiquattro ore». Con il primo pacchetto di correttivi alla LcPol che il Dipartimento istituzioni intende tradurre in modifiche legislative da trasmettere al Gran Consiglio, si mira anche «a rafforzare il ruolo dei Comuni polo per un più efficace coordinamento nelle regioni di polizia», fa sapere Gobbi. Ma il progetto ‘Polizia ticinese’ contempla pure «una seconda fase»: il passaggio «graduale» da quindici a venti agenti più il comandante quale numero minimo per i corpi strutturati e la riduzione da sette a cinque delle regioni di polizia. Musica (forse) del futuro.

Bossalini: un numero che ci permette un controllo efficace del territorio
Presente alla conferenza stampa, Dimitri Bossalini, alla testa dell’Apcti, l’Associazione delle polizie comunali ticinesi, è visibilmente soddisfatto.
Per finire il Dipartimento istituzioni ha aderito – perlomeno per quel che riguarda la “prima fase” del progetto ‘Polizia ticinese’ – alla richiesta dell’Apcti: sì all’aumento del numero minimo degli agenti dei corpi locali cosiddetti strutturati, ma da cinque agenti più il capo a quindici più il comandante. Non oltre.
«Questa formula consente ancora un controllo efficace del territorio da parte delle polcomunali – dice Bossalini – . La situazione risulterebbe invece problematica passando a venticinque agenti più il comandante, come proposto inizialmente dal Dipartimento: in certe situazioni la nuova polizia strutturata si troverebbe infatti a garantire la sicurezza di prossimità in un territorio dove vi sono magari venti Comuni e altrettanti Municipi con esigenze diverse. Per il resto eravamo e siamo d’accordo con la necessità di una riorganizzazione del dispositivo introdotto dalla Legge sulla collaborazione tra Cantonale e polizie comunali». In prospettiva, e siamo alla “seconda fase” del progetto indicata dal Dipartimento istituzioni, si parla tuttavia di un incremento, sempre con riferimento al numero minimo di effettivi per le comunali strutturate, da quindici poliziotti più il comandante a venti più il capo, secondo la formula suggerita a suo tempo dalla maggioranza del gruppo di lavoro, del quale Bossalini fa parte. La seconda fase contempla pure la riduzione da sette a cinque delle regioni di polizia comunale e dunque dei Comuni polo. «Una diminuzione del numero delle regioni agevolerà il coordinamento tra forze dell’ordine», osserva il comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi, anch’egli nel gruppo di lavoro. Come Roberto Torrente. Il progetto ‘Polizia ticinese’, evidenzia il comandante della polcomunale di Lugano, «valorizza ruolo e competenze delle comunali. Migliora inoltre il coordinamento nelle regioni e con la Cantonale». Tant’è che una delle modifiche legislative cui sta pensando il Dipartimento prevede “l’obbligo per le pattuglie delle polcom di usare il sistema di auto alla condotta impiegato dal Cantone».
Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 15 novembre 2018 del Corriere del Ticino

A piccoli passi verso la polizia ticinese
Prevista una nuova suddivisione dei compiti tra Cantonale e comunali e un minimo di 15 agenti per i corpi strutturati.
Norman Gobbi: «Interventi graduali» – Roberto Torrente: «Valorizzato il ruolo di prossimità» – I timori degli enti locali.

Sono passati oltre tre anni da quando, spiazzando il Gran Consiglio, il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ritirò il messaggio sul progetto
di polizia unica. Era il 24 giugno del 2015 e in aula il consigliere di Stato annunciò l’intenzione di ragionare a un disegno «di polizia ticinese più concreto e
costruito insieme ai corpi comunali e regionali ». Il frutto di queste riflessioni è ora maturo e, dopo l’esame da parte di un gruppo di lavoro ad hoc e un primo giro
di pareri, pronto per essere posto in consultazione nella primavera del 2019. Le preoccupazioni tra gli enti locali non mancano. In particolare c’è chi teme che
a seguito della riorganizzazione venga meno la conoscenza del territorio e con essa un servizio di prossimità adeguato. «Il progetto – ha però ricordato Gobbi –
punta a una migliore offerta del servizio di polizia sul territorio 24 ore su 24. Perché ai cittadini non interessa chi effettua l’intervento tra polizia cantonale e agenti
delle comunali, ma che s’intervenga». Da qui la necessità di pensare a un’impostazione della collaborazione tra forze dell’ordine (e della relativa legge cantonale)
più efficiente e finanziariamente sopportabile per i cittadini. Non tutti gli interventi strutturali inizialmente previsti hanno tuttavia superato lo scoglio della consultazione d’inizio 2018. «La strategia – ha rilevato Gobbi – deve godere del maggior consenso possibile e in tal senso abbiamo recepito le preoccupazioni
dei Comuni, prevedendo dei cambiamenti graduali». Ecco dunque che gli effettivi delle polizie strutturate in una prima fase dovranno essere portati dagli
attuali 5 a 15 agenti (più un comandante). «Il minimo sindacale» ha notato il direttore delle Istituzioni, che originariamente aveva posto l’asticella a 25 agenti
minimi. La soglia in questione era stata criticata apertamente dell’Associazione delle polizie comunali ticinesi, che ieri per bocca del suo presidente Dimitri
Bossalini ha espresso soddisfazione per il parziale cambio di rotta. «La maggioranza dei 52 Comuni che ha risposto alla consultazione si è detta contraria all’aumento degli effettivi» ha spiegato il coordinatore dipartimentale e presidente del gruppo di lavoro «Polizia ticinese» Luca Filippini. Per poi aggiungere: «Probabilmente non è passato il messaggio corretto. In molti hanno pensato che sarebbe stato necessario quintuplicare i propri effettivi, quando invece si tratterà di procedere a degli accorpamenti». Una soluzione, quest’ultima, che ha però fatto storcere il naso a Comuni come Stabio, sede di un corpo di polizia strutturata che nella propria presa di posizione rilevava: «Se l’obiettivo del Dipartimento è che le 24 ore vengano coperte sull’intero cantone da parte delle polizie comunali è sufficiente pretendere che le polizie strutturate siano costrette a garantirlo. Spetta poi a loro decidere se farlo attraverso una convenzione tra polizie strutturate, un
aumento degli effettivi, una convenzione con una polizia polo o una fusione tra più corpi di polizia strutturata. Ma non compete al Cantone entrare nel merito
dell’autonomia comunale». In merito Gobbi ha però replicato: «Accorpare non significa diminuire la presenza sul territorio. Significa invece valorizzare
il ruolo degli agenti delle comunali ed aumentare la capacità operativa delle forze dell’ordine a favore dei cittadini. E una manciata di piccoli corpi comunali
non è più in grado di rispondere a questa esigenza in termini di efficacia. Basta l’assenza di un agente è la polizia va in default». Ciò detto, le modifiche di legge
previste – che il Governo dovrebbe consolidare con un messaggio nell’estate del 2019 – oltre a concedere alle polizie strutturate un margine di 2 anni per adattarsi,
non contemplano alcuni interventi più drastici agendati in un primo momento. «Il numero minimo di 20 agenti per le polizie strutturate e la riduzione dei
poli regionali da 7 a 5 sono ipotesi che restano sul tavolo, ma che potranno semmai essere implementate in una seconda fase» ha chiarito Gobbi. La legge rivista,
oltre a rafforzare il ruolo dei corpi delle polizie polo all’interno delle regioni, codificherà invece i nuovi compiti delle comunali, secondo quanto previsto nel
quadro del progetto Ticino 2020. «Parliamo di compiti che si fondano sull’essenza del ruolo di agente comunale, quello della prossimità» ha indicato Gobbi:
«Dal monitoraggio dei disordini e dei rumori molesti, al controllo dei permessi nell’ambito della legge sugli stranieri, passando al commercio ambulante e alla
gestione degli incidenti stradali senza gravi conseguenze». In questo quadro c’è però chi guarda con preoccupazione alle nuove competenze in materia di polizia
giudiziaria che passeranno al livello comunale. «Con l’attuale organizzazione, ci sono chiari problemi di coordinamento e un’eccessiva frammentazione» ha però precisato il comandante della polizia cantonale Matteo Cocchi. «La separazione dei compiti è quindi cruciale» ha sottolineato, ricordando come attraverso
i suoi specialisti la polizia cantonale sia vieppiù chiamata a fornire risposte in operazioni intercantonali, collaborando con la Fedpol e sul piano della cooperazione
internazionale. Ma un giudizio positivo al progetto in rampa di lancia l’ha fornito anche il comandante della polizia della Città di Lugano Roberto Torrente: «Per i poli come il nostro è un buon progetto. Vogliamo delle polizie comunali forti, che sappiano rispondere alle nuove emergenze 24 ore su 24. La riorganizzazione
inoltre valorizza il ruolo e le competenze, in termini di prossimità, degli agenti locali, la cui professione diventa per altro maggiormente attrattiva».