“Berna ci dica come controllare”

“Berna ci dica come controllare”

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 18 luglio 2020 de La Regione
 
Il Governo all’autorità federale: “Come troviamo chi rientra in auto da zone rosse?”
Il presidente Gobbi aspetta una risposta da Berna
 
Il trend dei contagi in Svizzera tende verso l’alto, con circa 600 nuovi casi negli ultimi 7 giorni, ha detto ieri a Berna Patrick Mathys: “Abbiamo tutto sotto controllo, ma la situazione non deve peggiorare”. In tempo di vacanze, un buon 10% dei nuovi casi di Covid sono importati, “contiamo sulla responsabilità individuale”, ma si rafforzano i controlli (a campione) sul rispetto delle quarantene (introdotte due settime fa) per chi rientra da un Paese a rischio. La lista delle destinazioni viene aggiornata dalle autorità federali: l’ultima novità è la quarantena obbligatoria per chi rientra dal Lussemburgo, ha anticipato il responsabile della gestione della crisi dell’Ufficio federale della sanità pubblica.Ma come controllare chi rientra in auto, treno, bus o aereo da Paesi ‘rossi’ rischiando di portarsi pure il virus e contagiare parenti, amici, colleghi di lavoro, vicini di casa? L’Ufficio federale della sanità pubblica (Ufsp) farà controlli a campione ogni settimana spulciando le liste dei passeggeri di 20-30 voli in arrivo in Svizzera. Inoltre da lunedì partiranno verifiche anche sugli autobus che fanno trasporti internazionali. I dati raccolti saranno trasmessi ai Cantoni interessati, che dovranno, a loro volta, fare controlli a campione per verificare se questi viaggiatori si sono effettivamente registrati alle autorità cantonali e se sono in quarantena. Le sanzioni per chi non rispetta le regole possono variare da 5mila franchi (in caso di negligenza) fino a 10mila franchi (per violazione volontaria).

Gobbi sui rientri: “In Ticino mancano all’appello delle quarantene”

Berna vuole evitare un controllo completo e farà un ‘triage’, ma di fatto toccherà soprattutto ai Cantoni vigilare. Un compito non facile. “È come cercare un ago nel pagliaio”, dice alla ‘Regione’ il presidente del governo ticinese Norman Gobbi. “Il Consiglio di Stato ha appena scritto una lettera a Berna, rimarcando che i controlli alle frontiere sono soprattutto di competenza federale. Ci siamo subito attivati per avere le liste dei passeggeri, che ci riguardano, in arrivo agli aeroporti. Devono però spiegarci come facciamo a controllare chi rientra, ad esempio, in auto da zone ‘rosse’ come i Balcani. Su 9mila rientri in Svizzera da Paesi a rischio, fatte le debite proporzioni, in Ticino mancano all’appello persone in quarantena”, precisa il consigliere di Stato. Mentre il Ticino aspetta indicazioni da Berna, si è attivato una sorta di tam tam di quartiere: “Arrivano segnalazioni alla polizia di chi vede il vicino rientrare dalle ferie e l’autorità fa controlli telefonici, ma anche qui dobbiamo basarci soprattutto sul senso di responsabilità di ciascuno”, chiarisce il presidente del governo.
 
Anche Lussemburgo sulla lista
Mathys ha inoltre annunciato che l’obbligo di quarantena sarà introdotto anche per chi rientra in Svizzera dal Lussemburgo. La lista, che attualmente conta 29 Paesi (ufsp.admin.ch), sarà aggiornata con un’altra dozzina di Stati. Oltre al Lussemburgo, l’unico altro paese Ue considerato a rischio è la Svezia. La nuova versione dell’ordinanza Covid, con l’elenco dei Paesi per cui vige l’obbligo di quarantena, entrerà in vigore mercoledì prossimo, ha aggiunto Mathys.Donne incinte da proteggereEntro fine luglio, l’Ufsp deciderà se inserire le donne incinte nelle categorie di persone considerate vulnerabili e per le quali dovrà essere garantita una protezione speciale. Mathys ha ammesso che ci sono stati problemi con le donne incinte che hanno contratto il Covid-19. Infatti hanno un rischio maggiorato di sviluppare complicazioni. Problemi ben documentati dalla Società svizzera di ginecologia e ostetricia.
 
Le mascherine contaminate
Infine ecco le mascherine distribuite dalla Confederazione a enti e cantoni e poi risultate contaminate (in tracce) da un fungo (l’Aspergillus fumigatus) e per questo richiamate. Lo stock, 13,5 milioni di pezzi, era stato acquistato da Berna nel 2007 in preparazione per eventuali pandemie ed era stato distribuito durante l’emergenza coronavirus a molte autorità che avevano, in parte, provveduto a ulteriormente ridistribuirle a chi ne faceva richiesta.In Ticino ne erano giunte circa 1,4 milioni, di cui 308mila erano state distribuite gratuitamente a operatori e strutture sociosanitarie a inizio pandemia. Nell’impossibilità di testarle tutte, di fronte a segnali di contaminazione, la Confederazione ha disposto il loro ritiro, garantendo la loro sostituzione gratuita a coloro che le avevano ricevute. Nelle scorse settimane il farmacista cantonale Giovan Maria Zanini ha quindi informato gli interessati chiedendo di eliminarle. La Confederazione “non ha chiesto ai Cantoni di ritirare completamente il prodotto dalla circolazione, procedendo cioè a un richiamo fino a livello degli utilizzatori finali – scrive Zanini –. Tuttavia, considerando che allo stato attuale non vi sono più problemi di approvvigionamento, come misura di precauzione vi invitiamo a verificare i vostri stock”. In Ticino, specifica ancora il farmacista cantonale, “il ritiro concerne esclusivamente le mascherine igieniche blu con elastico, confezione da 50 pezzi, (…) recanti sul fondo della confezione il numero di lotto 0912/2007-WH-365/1-13”.
«Bern war oft zu spät»

«Bern war oft zu spät»

Während der Corona-Krise fühlte sich das Tessin vom Bund im Stich gelassen. «Es war schwierig mit Bern», sagt Regierungspräsident Norman Gobbi im BLICK-Interview. Ein Vorwurf: Der Bundesrat habe nicht immer richtig kommuniziert.
Das Tessin, eine Corona-Risiko-Region? Das liess Norman Gobbi (43) nicht auf sich sitzen. Auf Druck des Tessiner Regierungspräsidenten schickte das Aussendepartement am Donnerstag eine Protestnote nach Belgien. Der Benelux-Staat hatte den Südkanton – als einzige Region in der Schweiz – auf eine Liste von Gebieten gesetzt, bei denen eine Quarantänepflicht für Rückkehrer gilt. Völlig ungerechtfertigt, fand Gobbi. Der Protest zeigte Wirkung. Belgien liess von der Quarantänepflicht für Tessin-Reisende ab. Nicht der einzige Aufreger, den der Lega-Politiker zu verkraften hatte in letzter Zeit. Gleichwohl ist Gobbi gut gelaunt, als er die BLICK-Journalisten bei schönstem Ferienwetter am Tessiner Regierungssitz in Bellinzona empfängt. Doch: Eine schwierige Zeit für die Bewohner seines Kantons ist zwar vorüber, aber längst nicht vergessen. Zu stark war das Tessin von der ersten Welle der Pandemie betroffen.

Herr Gobbi, wie war das, als Bundesbern die Hilferufe aus dem Tessin in den Wind schlug und Ihnen verbieten wollte, strengere Massnahmen zu ergreifen als der Bund?
Wir Tessiner sind es gewohnt, von Bern nicht immer verstanden zu werden. Wenn wir etwas anders machen, sind wir gleich die Exoten. Bei Corona aber waren wir Vorreiter, schweizweit hat der Bundesrat viele unserer Massnahmen nachvollzogen. So hat die Schweiz die erste Welle besser überstanden als befürchtet.

Bern rügte – und kopierte Sie dann. Was bleibt da für ein Eindruck vom Bundesrat?
Bern war oft zu spät. Während aber in unserer direkten Nachbarschaft die Lombardei mit hohen Fallzahlen und vielen Verstorbenen zu kämpfen hatte, standen die Romandie und die Deutschschweiz unter dem Einfluss von Frankreich und Deutschland, die anfangs kaum Fälle hatten. Der Bundesrat muss die ganze Schweiz im Blick haben. Der Druck war nicht nur aus Bellinzona gross, sondern auch aus Rom, Berlin und Paris.

Mit Ignazio Cassis gibt es einen Tessiner im Bundesrat. Fühlten Sie sich von ihm zu wenig vertreten?
Cassis ist sogar Mediziner und unser ehemaliger Kantonsarzt! Ich weiss nicht, was für Diskussionen im Bundesrat geführt wurden. Ich kann nur sagen: Es war zu Beginn schwierig mit Bern. Am Schluss fanden wir aber Gehör. Und die Landesregierung hat dann viel für den Schutz der Arbeitnehmer und Arbeitgeber getan. Dank der Krisenfenster konnten wir zudem weitergehende Massnahmen ergreifen.

Die Krisenfenster hat der Bundesrat doch nur eingeführt, um sein Gesicht zu wahren. Das Tessin hatte längst eigenmächtig gehandelt.
Das war die Anerkennung der Tessiner Besonderheit in der ausserordentlichen Lage.

Sie wollen das nicht ausführen?
Ich möchte nur sagen, dass die Erfahrungen aus der Krise für mich zeigen, dass das Epidemiengesetz nicht immer flächendeckend umgesetzt werden sollte. Naturkatastrophen und technische Unglücke sind selten ein landesweites Problem. Sie verursachen begrenzte Schwierigkeiten, die regional angegangen werden müssen. Das gehört zu den Lehren aus der Krise.

Was hat Sie die Krise noch gelehrt?
Dass wir alle zu wenig gut vorbereitet waren. Nicht nur der Bund und die Kantone hatten in ihrer Planung nicht genügend Schutzmaterial sichergestellt für sich selbst sowie die Spitäler, Altersheime und andere Einrichtungen. Wir alle hatten nicht die 50 Schutzmasken zu Hause, die wir laut Notfall-Vorsorgeplanung auf Lager haben sollten.

Sie auch nicht?
Nein, aber jetzt schon. Dafür hat meine Frau gesorgt.

Die Corona-Krise ist noch nicht ausgestanden. Hat der Bund die Massnahmen zu schnell gelockert? Selbst die Clubs waren ja völlig überrascht vom Tempo des Bundesrats.
Alle waren überrascht. Ja, die Öffnung der Clubs kam zu früh. Viele Kantone mussten den Entscheid korrigieren.

Sollte der Bund die Clubs wieder schliessen?
Wir haben ja geahnt, dass es schwierig wird. Die kantonalen Gesundheitsdirektoren haben darum rasch eingegriffen. Auch wegen der Superspreader-Fälle natürlich. Wir können das jetzt aber situativ machen. In Appenzell muss man nicht gleich dieselben Massnahmen ergreifen wie in Zürich.

Der Bundesrat lockert – die Konsequenzen müssen die Kantone tragen. Nervt Sie das?
Nein, das war schliesslich schon immer so. Der Bundesrat erlässt die Regeln, die Kantone setzen diese um und tragen die Folgen. In der Krise kam allerdings erschwerend hinzu, dass der Bundesrat nicht immer unverzüglich kommuniziert hat.

Was meinen Sie damit?
Lassen Sie es mich so sagen: Es gab Beschlüsse, von denen wir erst kurz vor der Medienkonferenz erfuhren. Einige Bundesräte teilten den Journalisten Informationen mit, die nicht immer mit den erläuternden Berichten übereinstimmten. Nach der Medienkonferenz läuteten bei uns die Telefone Sturm.

Hunderttausende haben auf dem Höhepunkt der ersten Corona-Welle jede Medienkonferenz des Bundesrats verfolgt. Sie auch?
Ja, auch für uns waren diese wichtig. Ich glaube, diese Konferenzen und die Krise überhaupt führen dazu, dass wir den Wert des Staats wieder zu schätzen wissen. Die Behörden wurden plötzlich ganz anders wahrgenommen. Aber auch die Medien. So wie sie die Probleme benannten und Massnahmen hinterfragten, haben sie ihre Rolle gut wahrgenommen.

Für Schlagzeilen hat auch gesorgt, als das Tessin ein Einkaufsverbot für Senioren erlassen hat. Wegen der heftigen Kritik krebsten Sie dann etwas zurück. War es ein Fehler?
Nein. Die Absicht war, die über 65-Jährigen zu schützen! Die Regelung kam zwar bei der Bevölkerung zu Beginn sehr schlecht an. Aber später hat sich gezeigt, dass es in dieser Zeit tatsächlich zu weniger Corona-Fällen kam. Ich stehe deshalb weiterhin hinter dem Entscheid. Bestimmte Massnahmen für Risikogruppen sind sinnvoll. Ein zweiter Lockdown wäre für uns untragbar. Menschlich, wirtschaftlich und sozial.

Was tun Sie, um das zu verhindern?
Jetzt ist es wichtig, dass regional und lokal die jeweils angemessenen Massnahmen getroffen werden. Wir haben in Lugano beispielsweise das Problem, dass viele Partygänger aus der Lombardei zu uns kommen, weil es bei uns in den Clubs keine Maskenpflicht gibt. Das beobachten wir aufmerksam und auch mit Sorge.

Ihre Grossmutter wie auch Ihr Grossvater feierten im Frühling ihren 90. Geburtstag. Hatten Sie Angst um sie?
Angst hatte ich nie. Meine Grossmama lebt in einem Altersheim in Lugano. Sie hat uns an ihrem Geburtstag hinter dem Fenster gegrüsst und ein Stück Torte gegessen. Mein Grossvater wollte aber immer noch selbst einkaufen gehen. Da musste ich sagen: Basta, du bleibst jetzt zu Hause!

Sie sind Ambrì-Piotta-Fan. Es gab im Tessin schon früh keine Eishockey-Matches mit Zuschauern mehr: Da muss Ihr Herz geblutet haben.
Ambrì-Piotta hat bei den Geisterspielen zwei Matches gewonnen, darunter ein Derby gegen Lugano. Von dem her war es nicht so schlimm! (Lacht.) Aber klar, es fehlte mir, ins Stadion gehen zu können. Wir haben als erster Kanton beschlossen, dass die Spiele ohne Publikum stattfinden müssen. Das war erneut ein schwieriger Vorreiterentscheid.

In der Krise mussten Sie umsetzen, was der Bundesrat anordnete. Haben Sie es in diesen Momenten besonders bereut, 2015 nicht Bundesrat geworden zu sein?
Nein, das war für mich nie ein Gedanke. Ich war hier an der Front voll in Action. Ich sah meine Rolle als Stimme des Tessins in Bern. Und vor allem hatte ich auch meine Rolle als Präsident der Regierungskonferenz für Militär, Zivilschutz und Feuerwehr wahrzunehmen.

Vielleicht ergibt sich ja noch einmal die Möglichkeit für den Sprung in die Regierung. Eine Option?
Es ist wie ein Zug, der vielleicht zwei Mal im Leben an einem vorbeifährt. Einmal ist er schon vorbeigefahren. Ob er es ein zweites Mal tut? Ich weiss es nicht. Ich konzentriere mich auf das Hier und Jetzt. Aber ich schliesse nichts aus.

 

Der Fast-Bundesrat

Lega-Politiker Norman Gobbi (43) präsidiert seit Mai die Tessiner Regierung. Der Vorsteher des Departements für Inneres, Justiz und Polizei stieg mit 19 Jahren in die Politik ein. 2010 wurde er in den Nationalrat gewählt, verabschiedete sich aber wegen seiner Wahl in den Staatsrat bereits nach einem Jahr wieder aus Bern. 2015 nominierte ihn die SVP neben Thomas Aeschi (41) und Guy Parmelin (60) auf ihrem Dreierticket für die Bundesratswahlen. «Göb», wie Gobbi im Tessiner Dialekt genannt wird, unterlag bekanntlich gegen Parmelin. Der studierte Kommunikationswissenschaftler und Marketingspezialist Gobbi war bis zu seiner Wahl in die Kantonsregierung Verwaltungsrat des Eishockeyklubs HC Ambrì-Piotta. Er lebt mit seiner Frau Elena und den Kindern Gaia (9) und William (8) in Nante bei Airolo TI.
‘Non escludiamo un obbligo’ anche per i negozi

‘Non escludiamo un obbligo’ anche per i negozi

Da www.laregione.ch

Accolto l’obbligo introdotto dal Cantone, ma il presidente chiede coerenza negli altri commerci. Gobbi: “Non escludiamo un obbligo’ anche per i negozi”

«Lascia parecchio amaro in bocca sentirsi discriminati rispetto ad altri settori economici dove comunque si lavora a stretto contatto con la clientela, come negozi e commerci: per loro la mascherina non è obbligatoria, per il personale dei ristoranti invece sì». Il presidente di Gastroticino Massimo Suter accetta di buon animo l’imposizione della mascherina per chi lavora nella ristorazione, che in Ticino scatterà già lunedì, e promette un adeguamento immediato. Ma mette in guardia contro il rischio di utilizzare due pesi e due misure: «Il mio non vuole essere un monito, ma piuttosto un invito al mondo politico a voler prendere in considerazione l’obbligo di mascherina in modo più coerente ed organico».

Ieri il Consiglio di Stato ha annunciato il prolungamento delle disposizioni cantonali in materia di coronavirus fino al 9 agosto, introducendo in più il nuovo obbligo di mascherina per gli “addetti alla clientela del settore della ristorazione”. Una decisione seguita a un caso di contagio nei Grigioni, che aveva spinto il medico cantonale retico e quello ticinese a sottolineare come neppure le visiere di plexiglas costituiscano una protezione adeguata. Ecco allora lo sfogo di Suter: «Non vorrei che i ristoratori venissero trattati come untori, e devo ammettere che anche a livello federale le indicazioni non ci paiono molto coerenti. Noi confermiamo la nostra piena collaborazione e anche la disponibilità a fare certi sacrifici, ma non si vede perché questo non debba essere richiesto anche ad altri».

Il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi ha subito risposto alle critiche dei ristoratori: «Da una parte c’è da considerare che nella ristorazione vengono erogate bevande e vivande che in assenza di protezioni rischiano di diventare a loro volta un vettore di trasmissione. Le nuove misure mirano ad aumentare ulteriormente la qualità del servizio. Dall’altra non ci siamo dimenticati delle altre attività commerciali, tant’è vero che abbiamo scritto alle varie associazioni di settore sollecitando il pieno rispetto dei piani di protezione. Piani che prevedono anche la raccomandazione dell’uso della mascherina, qualora le condizioni di servizio la rendano necessaria per tutelare la propria salute, quella dei propri collaboratori e della clientela. Per ora si tratta di un avvertimento, ma in caso se ne riscontrasse la necessità, in futuro non escludiamo l’introduzione di un eventuale obbligo”.

In un comunicato Gastroticino – l’associazione di categoria dei ristoratori ticinesi – giudica le misure “sicuramente incisive ma ponderate” e “condivide in pieno spirito solidale” la loro adozione. Anche se, nota Suter, «con 30 gradi all’ombra e umidità al 90% non sarà sicuramente facile indossare la mascherina». In ogni caso «conosciamo la situazione epidemiologica, sappiamo che non è delle migliori e siamo disposti a fare di tutto pur di evitare un secondo lockdown. E se la mascherina è giudicata una condizione essenziale per garantire la sicurezza dei clienti e invogliarli a venire a ristorante, va bene così»

Quanto alla visiera, «la scelta mirava a permettere una maggiore leggibilità dei propri volti da parte del cliente, in modo da garantire un servizio più cordiale e confortevole. Non poter vedere il viso del cameriere rischia di infastidire il cliente. Ma ora che i medici cantonali sottolineano come la visiera non sia una protezione sufficiente, provvederemo senz’altro ad adeguarci».

Belgien streicht Tessin nach Protest von Quarantäne-Liste

Belgien streicht Tessin nach Protest von Quarantäne-Liste

Da www.blick.ch

https://www.blick.ch/news/politik/regierungspraesident-gobbi-empoert-ueber-quarantaene-zwang-fuer-tessin-rueckkehrer-ein-unverstaendlicher-entscheid-von-belgien-id15995044.html

Als einziger Kanton der Schweiz wurde das Tessin von Belgien auf der Liste der Risiko-Regionen gesetzt. Regierungspräsident Norman Gobbi ist empört. Auf Druck des Bundes hin krebst Belgien nun zurück.
Der Entscheid sorgte im Tessin für Empörung: Belgien hat den Südkanton auf die Liste der Risikoregionen gesetzt. Wer aus dem Tessin nach Belgien reist, muss in Quarantäne und einen Corona-Test machen. Darüber berichtete heute Morgen die Westschweizer Zeitung «Le Matin».
Das Tessin ist die einzige Schweizer Region, die in Belgien auf der orangen Liste landete. Und das, obwohl der Kanton inzwischen im schweizweiten Vergleich längst nicht mehr aussergewöhnlich viele Corona-Fälle registriert.

«Ich habe kein Verständnis für den Entscheid»
Der Tessiner Regierungspräsident Norman Gobbi (43) war empört. «Es gibt keine wissenschaftliche Begründung für diesen Schritt Belgiens», sagte er zu BLICK. «Der Kanton Tessin ist zurzeit einer der sichersten Kantone.» Komme hinzu: Auch im Vergleich mit Belgien stehe man deutlich besser da.

«Ich habe deshalb kein Verständnis für den Entscheid», sagte Gobbi. Seinen Angaben zufolge hat sich der Kanton umgehend dafür eingesetzt, dass das Eidgenössische Departement für auswärtige Angelegenheiten (EDA) in Belgien interveniert. «Wir haben sofort Kontakt mit dem EDA aufgenommen, damit die Gründe für dieses unverständliche Verhalten diplomatisch abgeklärt werden.»
Der Bund fackelte nicht lange und beklagte sich bei den belgischen Behörden. Mit Erfolg. Wie das EDA mitteilt, haben die Belgier entschieden, das Tessin von der Quarantäne-Liste zu streichen.

Tessin verschärft Maskenpflicht
Das Tessin war der erste Kanton, der aufgrund seiner Nähe zu Italien von der Corona-Pandemie erfasst wurde. Er gehört deshalb zu den Kantonen mit den meisten Corona-Todesfällen, wobei allerdings seit Mitte Juni niemand mehr am Virus gestorben ist.
Angesichts der schweizweit wieder steigenden Zahlen registrierter Fälle verschärft das Tessin die Corona-Massnahmen nun weiter. Die Regierung verabschiedete eine vorübergehende Maskenpflicht für das Servicepersonal in Bars und Restaurants. Dies, sofern die Mitarbeiter nicht durch eine räumliche Abtrennung, zum Beispiel eine Plexiglasscheibe, geschützt sind. Die Massnahme gilt ab kommendem Montag bis vorerst 9. August.
Zudem wird nach den Sommerferien auch in Schulhäusern eine Maskenpflicht eingeführt. Ausserhalb des Schulzimmers – also zum Beispiel im Lehrerzimmer und den Gängen – müssen Lehrer neu eine Maske tragen.
Wie BLICK weiss, hat das Tessin auch eine Maskenpflicht in Geschäften geprüft, wie sie die Kantone Waadt und Jura bereits kennen. Vorerst sieht die Regierung aber davon ab.

La Centrale Comune d’Allarme adesso è quasi a 360 gradi

La Centrale Comune d’Allarme adesso è quasi a 360 gradi

Da www.tio.ch

Anche i pompieri, col 118, sotto lo stesso tetto della polizia. Una svolta cruciale. 
Norman Gobbi, presidente del Consiglio di Stato: «Importante unire nel medesimo luogo gli enti di primo intervento». Il “collega” Christian Vitta: «Sempre più performanti».

https://www.tio.ch/ticino/cronaca/1449243/centrale-polizia-pompieri-allarme-comune

Una svolta cruciale per la Centrale Comune d’Allarme, situata a Bellinzona. Il luogo in cui confluiscono tutti i numeri di emergenza. Oltre a organi come la Polizia cantonale o le guardie di confine, ora anche i pompieri, con il numero 118, finiscono sotto lo stesso tetto. «È importante unire nel medesimo luogo le centrali di allarme e operative degli enti di primo intervento», ha spiegato ai media Norman Gobbi, presidente del consiglio di Stato e direttore del Dipartimento delle istituzioni. Gobbi aggiunge: «Negli ultimi anni stiamo facendo ampi sforzi per dotare la Polizia cantonale delle migliori strutture e per garantire la sicurezza in Ticino».

Tempestività ed efficienza
Christian Vitta, direttore del Dipartimento delle finanze e dell’economia, rafforza questo concetto. «Dallo scorso primo di luglio, il 118 è presente presso la Centrale. Quando si parla di richiesta di soccorso, tempestività ed efficienza devono essere imperative. Anche per dare sicurezza ai cittadini. Grazie all’introduzione di questo nuovo tassello, è nata una vera e propria cittadella della sicurezza. Risponde anche a una precisa volontà del Consiglio di Stato. I tempi di intervento saranno compressi. Anche per i pompieri, la gestione quotidiana degli allarmi sarà ulteriormente migliorata. Saranno quindi ancora più performanti».

Miglioramento della qualità
Corrado Tettamanti, presidente della Federazione pompieri Ticino, sottolinea: «Questo è un passo verso un miglioramento della qualità delle prestazioni fornite al cittadino e al territorio. Si tratta di avere un coordinamento immediato con uno dei maggiori partner nell’ambito della protezione della popolazione. Ci sono stati messi a disposizione strumenti innovativi». 

Oltre 400.000 chiamate all’anno
Interviene anche Matteo Cocchi, comandante della Polizia cantonale. «Festeggiamo l’arrivo di un nuovo membro all’interno della nostra Centrale. Un luogo che, nell’ultimo periodo, a causa del Covid-19, ci ha messi a dura prova. L’attività della Centrale è comunque aumentata col tempo, gestiamo circa 400.000 chiamate all’anno. Con l’arrivo del 118, avremo circa 35.000 chiamate annue in più. Ecco perché sono stati assunti tre nuovi collaboratori. Da qualche mese abbiamo anche assunto un nuovo tecnico che ci supporta dal profilo informatico». 

In arrivo pure il 144
In futuro presso la Centrale di Bellinzona dovrebbe arrivare anche il 144. Vale a dire l’ambulanza, attualmente ancora a Breganzona. Gobbi conclude: «Quando una persona chiama i pompieri, compone il 118. Ma poi spesso deve intervenire anche la polizia. In seguito, forse, pure l’ambulanza. Un sistema come quello che stiamo mettendo in atto, permette un coordinamento ottimale tra i vari enti».

Un nuovo tassello per la Centrale Comune d’Allarme

Un nuovo tassello per la Centrale Comune d’Allarme

Comunicato stampa

Un nuovo tassello per la Centrale Comune d’Allarme (CECAL). Dallo scorso 1° luglio è stata infatti attivata quale sede ufficiale a livello cantonale di ricezione e trasmissione degli allarmi 118 su rete fissa e mobile. Si amplia in questo modo il progetto per raggruppare sotto lo stesso tetto gli enti di primo intervento a livello cantonale.

L’arrivo del 118 presso la CECAL è stato siglato tramite un’apposita convenzione tra il Dipartimento delle istituzioni (Polizia cantonale) e il Dipartimento delle finanze e dell’economia (Ufficio della difesa contro gli incendi). Questo dopo che nel mese di giugno 2018 il Consiglio di Stato aveva formalizzato tramite risoluzione governativa la disdetta alla Città di Lugano dello sgancio degli allarmi di pertinenza dei pompieri, per il tramite della Centrale operativa della locale polizia comunale. Da inizio mese la CECAL risponde alle chiamate 118 e, nel rispetto dei criteri operativi e in base al sistema di condotta, mobilita i Corpi pompieri emanando le necessarie misure d’urgenza. Su specifica richiesta del Capo intervento del Corpo pompieri mobilitato, la CECAL supporta inoltre la condotta limitatamente allo sgancio di ulteriori misure. Per assicurare l’erogazione del servizio, la Polizia cantonale ha provveduto a integrare presso la CECAL 3 operatori di centrale dedicati nonché un operatore tecnico per il necessario supporto informatico. Oltre ai pompieri, già presenti con un loro Segretariato, la struttura, che dispone di moderne infrastrutture e dotazioni informatiche nonché di un efficace sistema integrato di aiuto alla condotta, accoglie gli spazi dello Stato Maggiore Cantonale di Condotta (SMCC), dello Stato Maggiore Operativo della Polizia cantonale, la Centrale operativa del Corpo e delle Guardie di confine.  

Nel corso dell’odierna conferenza stampa di presentazione, il Presidente del Consiglio di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha evidenziato l’importanza di unire sotto lo stesso tetto le centrali d’allarme e operative degli enti di primo intervento. Inoltre ha ricordato il grande sforzo che si sta mettendo in campo per dotare la Polizia cantonale delle migliori strutture, per accrescere il contrasto a ogni tipo di reato, garantendo la massima sicurezza sul nostro territorio. In questo senso il nuovo Comando e la CECAL sono solo un tassello di una strategia più ampia, che porterà la Polizia cantonale a occupare nuovi e moderni spazi a Mendrisio (nel CPI della Città); nel futuro nuovo Palazzo di Giustizia di Lugano; all’ex Pretorio di Bellinzona e al Pretorio di Locarno. Dal canto suo Christian Vitta, Direttore del Dipartimento delle finanze e dell’economia (DFE), ha sottolineato come la CECAL sia a tutti gli effetti diventata il primo anello della catena del soccorso: è infatti da qui che, nel momento dell’emergenza, vengono ora mobilitati tutti i Corpi pompieri, oltre che la Polizia cantonale e il Corpo delle Guardie di confine. Per i pompieri ticinesi questa centralizzazione è importante poiché permetterà loro di coordinare nel migliore dei modi la gestione quotidiana degli allarmi anche a seguito della casistica vieppiù ampliata e, soprattutto, di aumentare ulteriormente il livello della prestazione erogata all’utenza, a favore dei cittadini ticinesi.  

Il Presidente della Federazione Pompieri Ticino (FPT), Corrado Tettamanti, ha invece evidenziato che l’implementazione degli allarmi 118 nella nuova CECAL va a chiudere un progetto iniziato alcuni anni fa con la creazione della nuova sede cantonale dei pompieri ticinesi nel comparto della Polizia cantonale (Comando e Centrale comune d’allarme). Un passo verso un miglioramento della qualità delle prestazioni fornite a popolazione e territorio. Un coordinamento immediato, già dalla ricezione della richiesta di soccorso, con uno dei maggiori partner nell’ambito della protezione della popolazione. Il progetto è adattato alle moderne esigenze e a un’efficace ed efficiente gestione decentralizzata degli eventi a catena su tutto il territorio cantonale suddiviso nelle cinque regioni. Il Presidente ha pure sottolineato che, dalla nuova CECAL, si attende: migliore professionalità nelle fasi di ricezione, trattamento e mobilitazione delle forze d’intervento; rapidità e automazione nell’adeguamento delle risorse ingaggiate sull’evento e strumenti informatici innovativi per la gestione degli eventi sul territorio. Tutto questo, ha terminato il Presidente, è stato e sarà possibile in futuro grazie all’ottima collaborazione con i gruppi di lavoro dei vari Dipartimenti e con la Polizia cantonale.

Il Comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi ha infine sottolineato che con l’attivazione della CECAL quale sede ufficiale a livello cantonale di ricezione e trasmissione degli allarmi 118 su rete fissa e mobile, si è ulteriormente ottimizzato il lavoro degli enti di primo intervento sul territorio ticinese, riducendo in questo modo i tempi di reazione e azione in caso di eventi. Ha inoltre auspicato che in quest’ambito, e con lo stesso obiettivo, vengano fatti ulteriori passi, in particolar modo il trasferimento, pure presso la CECAL, della Federazione Cantonale Ticinese Servizi Autoambulanze e della Centrale d’allarme Ticino Soccorso 144.

“Valutiamo le mascherine nei luoghi pubblici”

“Valutiamo le mascherine nei luoghi pubblici”

Da www.ticinonews.ch
 
Il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi parla delle possibili nuove misure in programma e della collaborazione tra cantoni, visti anche i nuovi casi nel mondo del pallone
È di oggi la notizia che lo Zurigo nella sua prossima partita farà giocare l’Under-21, per consentire il regolare svolgimento del campionato nonostante la squadra sia in quarantena. Il virus è quindi sempre attivo. Al TG Estate i colleghi di Teleticino hanno chiesto al Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi se siano o meno in progettazione ulteriori misure a livello cantonale, vista l’autorità che rivestono i cantoni dalla fine dello stato di “situazione straordinaria”.

Non esiste un coordinamento generale in modo da creare un fronte comune?
“In questo momento direi di no dal punto di vista politico”. ha risposto Gobbi, “a livello tecnico i vari medici cantonali si confrontano e si confrontano anche sulle misure da prendere. Per quanto riguarda il Canton Ticino a livello di calcio ci siamo confrontati con il medico cantonale che al momento non raccomanda di adottare ulteriori misure rispetto a quanto già previsto. Proprio perché non vediamo dei grossi focolai in questo momento e non sarebbe proporzionale mettere limitazione. Se dovesse emergere un problema dallo sport da contatto, si prenderebbero anche misure importanti, come avevamo fatto a suo tempo anche per l’hockey chiedendo di giocare a porte chiuse. In questo momento mi permetto di dire che è più problematico il post partita passato assieme davanti alla griglia o in discoteca”.

Restando in tema sport, il Chiasso domani andrà ad affrontare il Grasshopper, squadra zurighese che, nonostante la situazione dello Zurigo, non è stata posto in quarantena. Non si teme che al ritorno in Ticino si possano creare dei problemi?
“Qui sta anche alla responsabilità dei singoli club che devono comunque garantire la protezione dei propri giocatori, che sono anche lavoratori a contratto. Dall’altra parte c’è la prudenza a cui bisogna richiamare: la generalizzazione dei controlli potrebbe essere una misura? Beh, a questo punto, pensando alla protezione sul posto di lavoro e ai piani che ogni azienda deve avere, quindi anche un club sportivo, credo sia nell’interesse del club evitare una quarantena dei propri giocatori con il rischio di lasciare punti sul campo. Credo che alla fine, come il resto dei cittadini, anche i club sportivi debbano avere una buona dose di responsabilità nel rispetto della collettività”

Ma com’è la situazione in Ticino?
“Abbiamo visto come soprattutto i rientri sono un problema in questo momento. Rientri da zone di vacanza o da situazioni che possono comunque esporre le persone che si recano oltreconfine al virus. Bisogna continuare a monitorare la situazione, lo stiamo facendo in maniera molto critica ma dobbiamo anche qui prendere le misure adeguate, passo dopo passo, proprio per evitare un secondo lockdown, visto che come già detto più volte non sarebbe più sostenibile dal punto di vista umano, economico e sociale”.

Dobbiamo aspettarci misure particolari per i prossimi giorni?
“Per il momento non posso annunciare quanto decideremo nei prossimi giorni, posso pronunciarmi solo sul prolungamento delle misure già decise, ovvero di limitare il numero di frequentazioni dove ci sono consumazioni in piedi e le limitazioni sul numero dei contatti, visto che la decisione governativa aveva scadenza domenica”.

L’obbligo delle mascherine nei luoghi pubblici sarà uno degli argomenti in agenda?
“È un elemento che stiamo valutando, ovviamente d’intesa con l’ufficio del Medico cantonale”

«Rendiamoci conto che non siamo protetti da nessuna parte»

«Rendiamoci conto che non siamo protetti da nessuna parte»

Da www.tio.ch
Il Consiglio di Stato ha deciso di richiamare alla responsabilità i gestori dei locali e gli organizzatori di eventi.
«Meglio rispettare le distanze sociali, indossare la mascherina quando non è possibile e applicare le accresciute norme igieniche» avverte Norman Gobbi.

Il 19 giugno il Consiglio federale ha revocato la situazione straordinaria. Ciò implica che la gestione di un nuovo aumento dei casi di coronavirus rientra nella responsabilità dei Cantoni a cui spetta adottare provvedimenti adeguati.
Come si sta organizzando il Ticino? «L’esperienza accumulata ci permette di dire che un elemento di rischio sono gli assembramenti» spiega da noi raggiunto al telefono Norman Gobbi. Un’esperienza confermata da quello che sta accadendo in altri cantoni, dove il coronavirus continua a imperversare nei locali notturni. «Si tende purtroppo ad abbassare le barriere e il virus si propaga» aggiunge il consigliere di Stato.
Ecco perché il Governo, che si è riunito oggi, ha deciso di «richiamare alla responsabilità i gestori dei locali e gli organizzatori di eventi» affinché «adeguino i loro piani di protezione». Il canton Zurigo ha annunciato oggi nuove misure: gli avventori dovranno presentare un documento d’identità all’ingresso e il numero di telefono, verificato. «Lo hanno deciso perché le misure previste nel piano di protezione non venivano applicate con diligenza – aggiunge il presidente del Consiglio di Stato -. Quindi hanno scelto di concentrarsi sul contact tracing».
Gobbi si dice pure soddisfatto per la decisione di Berna di introdurre l’obbligo delle mascherine sui mezzi pubblici. «Gli spostamenti aumentano e con essi le persone che si muovono. Se non fosse stata presa una decisione a livello federale, ci saremmo mossi come Cantone».
Il Consiglio federale ha pure inserito l’obbligo di quarantena per i viaggiatori che provengono da determinate regioni. L’Ufficio federale di sanità pubblica stilerà un elenco delle nazioni più a rischio che verrà costantemente aggiornato e i cittadini saranno tenuti a notificare la loro entrata all’autorità cantonale. «Dobbiamo attendere la lista e le disposizioni da Berna – continua il direttore del Dipartimento delle istituzioni -. Ma con le frontiere aperte risulta un po’ difficile controllare tutti».
In conclusione, il presidente del Consiglio di Stato si rivolge alla popolazione: «Dobbiamo renderci conto che né qui né quando si va in giro né all’estero si è protetti. Meglio essere prudenti e rispettare le distanze sociali, indossare la mascherina quando non è possibile e applicare le accresciute norme igieniche». Senza dimenticare di scaricare l’app SwissCovid.

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Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 2 luglio 2020 del Corriere del Ticino

È l’ora delle mascherine, perlomeno sui mezzi pubblici
Di fronte al costante aumento dei casi di contagio (ieri 137), il Consiglio federale è tornato a introdurre provvedimenti restrittivi
In Ticino si pensa a un’estensione dell’obbligo in altri contesti sociali
Imposta la quarantena a chi rientra da Paesi considerati «pericolosi»

Le mascherine. Era in fondo solo una questione di tempo. La raccomandazione si è trasformata ora in un obbligo – in vigore da lunedì prossimo -, perlomeno sui mezzi pubblici. Perché proprio ora? Be’, intanto perché i numeri su scala nazionale hanno ripreso a salire (ieri 137 nuovi casi registrati, più del doppio rispetto al giorno precedente). «C’è in atto un cambiamento di tendenza, e bisogna stare attenti», ha infatti sottolineato Alain Berset. D’altronde era ipotizzabile – non è neppure una questione di senno del poi – che gli allentamenti avrebbero lasciato spazio a un aumento dei casi di contagio, a nuovi rischi insomma. E ci sono contesti e attività che presentano più rischi. Un esempio? O meglio, l’esempio? Appunto i mezzi pubblici. «Dal momento che le frontiere sono state riaperte e gli spostamenti sono diventati più frequenti – ha sottolineato il ministro della Sanità -, è stato necessario introdurre l’obbligo delle mascherine sui mezzi pubblici, una decisione presa a fronte dell’aumento dei casi e per evitare una seconda ondata». Una decisione che è stata salutata favorevolmente dagli operatori del settore. Lo stesso Vincent Ducrot, CEO di FFS: «Visto l’aumento dei casi, è nostro dovere prendere misure per contenere la diffusione della pandemia».

Una questione di equilibri
Dopo una fase crescente di allentamenti, siamo insomma tornati a un tempo in cui, a farla da padrone, sono le nuove misure restrittive. La lotta al coronavirus è una questione di equilibri, come abbiamo capito. Lo stesso vale nell’ambito della ripartizione delle competenze, tra Confederazione e Cantoni. La mascherina è un affare nazionale, più che regionale. «Vogliamo evitare incoerenze tra regioni», ha spiegato Berset. E la sensazione è che la decisione del Consiglio federale in questo senso abbia anticipato le riflessioni dei singoli Cantoni. Cantoni che reagiscono differentemente su altri temi, come quello relativo ai locali notturni. Ieri il Canton Zurigo ha annunciato nuove misure, secondo le quali gli avventori dei club dovranno presentare all’ingresso un documento d’identità e il proprio numero di telefono, verificato. Il tutto, per favorire il tracciamento dei casi. Berset ha anche sottolineato: «Il vantaggio della situazione attuale è che l’epidemia è sotto controllo, per cui possiamo intervenire in modo mirato caso per caso, sui singoli focolai». E ha citato proprio i club. È il momento in cui il virus si gestisce nel dettaglio.

Le parole di Norman Gobbi
Sui temi di giornata, da noi sollecitato, si è espresso anche Norman Gobbi. Ieri il Consiglio di Stato ticinese, nella sua seduta, avrebbe comunque dovuto affrontare questo tema. «Sapevamo che il Consiglio federale avrebbe deciso oggi, in merito. Abbiamo ricevuto un’informazione dal Dipartimento degli Interni in questo senso già in mattinata. A quel punto ci siamo confrontati con i nostri esperti, a cominciare dal medico cantonale, per discutere della possibile estensione della misura ad altre situazioni, penso alla ristorazione e ai commerci. I dati a livello federale infatti non sono tranquillizzanti. E se in Ticino non abbiamo nuovi casi, è perché le misure erano state ben più restrittive rispetto a quelle prese nel resto del Paese. L’attenzione insomma, benché alta, va comunque richiamata». Il presidente del Consiglio di Stato ha insomma fatto capire che potrebbero esserci evoluzioni. E sui club notturni? «Rappresentano una delle situazioni potenzialmente più pericolose per la diffusione del virus. Lo stesso vale per gli assembramenti all’aperto. I giovani, non avendo grosse conseguenze di carattere sanitario, si sentono più protetti, benché non immuni e benché ampi diffusori, come dimostrato dalla cronaca del weekend scorso. Se necessario, vedremo come muoverci».

A casa per dieci giorni
Tra le motivazioni citate da Berset, in merito all’introduzione dell’obbligo di utilizzo delle mascherine sui mezzi pubblici, anche il fatto che i Paesi che ci circondano hanno, rispetto a noi, restrizioni più strette in materia. Con la riapertura delle frontiere e la voglia di vacanze – per qualcuno anche all’estero -, è d’altronde aumentata la mobilità tra un Paese e l’altro. Una sorta di uniformizzazione, anche in questo senso, secondo il ragionamento di Berset. La frontiera riaperta offre il fianco insomma a nuovi ragionamenti e ad alcune contromosse. Ecco allora che dal 6 luglio prossimo, chi entra in Svizzera in provenienza da determinate regioni dovrà mettersi in quarantena per dieci giorni. Da quali regioni? L’Ufficio federale della sanità pubblica terrà un elenco costantemente aggiornato di Paesi considerati «a rischio». Domani l’elenco iniziale – in particolare al momento preoccupano i Balcani, con la stessa Comunità serba presente in Ticino che consiglia di posticipare o annullare viaggi in Serbia – Le persone interessate, come si legge nel comunicato del Consiglio federale, verranno informate in modo mirato sull’aereo, sull’autobus e alle frontiere e saranno tenute a notificare la loro entrata all’autorità cantonale competente.

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Servizio all’interno dell’edizione di giovedì 2 luglio 2020 de Il Quotidiano

Le reazioni di Bellinzona

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