Gobbi stende…al tappeto

Gobbi stende…al tappeto

Da ticinonews.ch l Nonostante la pioggia, si è svolta con successo la prima Festa cantonale di lotta svizzera tenutasi nel weekend a Gudo. Numerosi i visitatori che, sia dal Ticino che d’Oltralpe, hanno voluto ammirare i 120 atleti che si sono confrontati sui tre anelli di segatura. 

Tra loro c’era pure un lottatore d’eccellenza, nientepopodimeno che il Consigliere di Stato Norman Gobbi che ha voluto cimentarsi nella disciplina tanto conosciuta nella Svizzera interna. Dopo qualche difficoltà iniziale, il ministro ha letteralmente steso al tappeto il suo avversario.

“Grande ambiente oggi alla 1. Festa Lotta Svizzera Ticino” ha commentato il ministro su Facebook, postando pure il video della sua performance. “Patriottismo, sport e alla fine un po’ di impegno personale. Viva la Svizzera!”

http://www.ticinonews.ch/video/ticino/296262/gobbi-stendeal-tappeto

Una presidente per la Regio

Una presidente per la Regio

Da RSI.ch l L’assessore di regione Lombardia con delega ai rapporti con il canton Ticino Francesca Brianza è stata investita oggi, giovedì, della carica presidenziale della Regio Insubrica per l’anno a venire, venendo così a sostituire il Consigliere di Stato ticinese Norman Gobbi, che l’ha detenuta dal 2015.

“Sono onorata di assumere la presidenza della Regio Insubrica, organo che sta diventando sempre più un punto di riferimento fondamentale sia per la risoluzione di tante problematiche transfrontaliere, sia per mettere a frutto le varie opportunità”, ha dichiarato la neoeletta. “In un periodo di grande incertezza dovuto al nuovo riassetto istituzionale previsto dalla Riforma Costituzionale e alla revisione degli accordi bilaterali italo-svizzeri, il prossimo passo sarà costituire tavoli tematici per sviluppare ambiti fondamentali come viabilità, lavoro, sport, cultura e turismo”.

L’investitura ha avuto luogo durante l’assemblea generale della Regione Insubrica tenutasi a Villa Gallia a Como e alla quale è intervenuto, tra gli altri, anche il cancelliere dello Stato del Canton Ticino e segretario della Regio Giampiero Gianella.

Odescalchi, c’era anche Parmelin

Odescalchi, c’era anche Parmelin

Da ticinonews.ch l Si avvia alle fasi conclusive l’operazione Odescalchi: la più grande collaborazione transfrontaliera organizzata dall’Esercito svizzero partita domenica all’alba con la simulazione di un maxi incidente ferroviario a ridosso del confine.

Nelle ultime ore i 5000 militi e partner civili impegnati sul campo hanno ultimando i lavori di ripristino tra Chiasso e Como. In particolare si è proceduto allo sgombero delle macerie, alla messa in sicurezza dei cantieri e alla ricostruzione degli assi stradali. Un esercizio imponente di cui nei prossimi giorni TeleTicino proporrà un ampio reportage e che oggi numerose autorità hanno potuto visitare in prima persona. Tra loro il consigliere federale Guy Parmelin, i ministri Paolo Beltraminelli e Norman Gobbi e il prefetto di Como Bruno Corda.

“Sono impressionato dalla giornata” ha affermato il Consigliere federale ai microfoni di TeleTicino. “Penso che l’esercizio sia stato preparato in modo eccellente e anche che potremo trarne degli insegnamenti per essere ancora migliori”.

Comuni: è via libera alle scissioni coatte

Comuni: è via libera alle scissioni coatte

Dal Corriere del Ticino del 21 giugno 2016

Norman Gobbi: «Volontà popolare rispettata» – Simone Ghisla: «A rischio l’autonomia degli enti»

Dopo le aggregazioni coatte, ora anche le separazioni forzate sono diventate realtà e trovano fondamento nella legge. È quanto ha deciso a stretta maggioranza il Gran Consiglio che con 38 voti favorevoli, 32 contrari e 6 astensioni, ha dato luce verde alla modifica della Legge sulle aggregazioni e separazioni dei Comuni (LAggr), accogliendo il rapporto elaborato da Omar Balli (Lega). Ma procediamo con ordine. La questione delle scissioni coatte era tornata all’auge dell’attenzione politica dopo il 25 agosto 2015 il Tribunale federale aveva accolto il ricorso inoltrato dal Comune di Lavertezzo. Nel dettaglio, l’Ente locale si era rivolto ai giudici dell’Alta Corte contestando il decreto legislativo del marzo 2014, che prevedeva l’aggregazione di Brione Verzasca, Corippo, Frasco, Sonogno, Vogorno e dei territori in valle dei Comuni di Cugnasco-Gerra e, appunto, Lavertezzo. Ma c’è un ma. Alle urne, i cittadini di Lavertezzo avevano espresso un voto globalmente negativo, ad eccezione della frazione in Valle di Lavertezzo. Il decreto avallato dal Gran Consiglio prevedeva dunque la scissione coatta di quest’ultima. Una decisione però contestata e portata dinnanzi al Tribunale federale che ha così mostrato pollice verso al Consiglio di Stato, poiché la «Legge accenna solo alle aggregazioni coatte, non alle separazioni». Chiamato a colmare una lacuna giuridica, il Parlamento ha così dovuto decidere se introdurre nell’attuale legge la separazione forzata. E qui, le posizioni in aula si sono spaccate. Da un lato i sostenitori del rapporto di maggioranza – Lega, PLR, PS e Verdi – hanno sottolineato come «la modifica mira a sopperire alla lacuna dell’attuale norma per poter procedere, in determinati scenari e date determinate premesse, a scissioni coatte di comparti di territorio quali frazioni o quartieri», ha esordito Balli. «Il bene della Verzasca sta a cuore a tutti», ha così replicato il relatore di minoranza Simone Ghisla (PPD), «ma è opportuno limitare la portata del campo d’applicazione della Legge aggiungendo che lo scorporo di una parte del comune può avvenire solo se esso non è contiguo. La modifica di legge, così come da noi presentata, permette di risolvere il caso della Verzasca senza mettere nelle mani di Governo e Parlamento un potere di disgregazione eccessivo che rischia di essere un’arma forte con i deboli e viceversa». O, per dirlo con le parole di Paolo Pamini (La Destra), «dare al Governo un cannone per sparare sui passeri». E se i contrari si sono più volte appellati all’autonomia comunale, secca è stata la risposta di Gianrico Corti (PS): «Questi sono discorsi da fantapolitica. Discorsi retrò che mi fanno pensare alle lotte di fine ‘800. Mentre qui si guarda al futuro, a Ticino 2020». «Chi crede che l’Esecutivo sia così folle da portare avanti un progetto d’aggregazione senza prendere in considerazione il parere dei cittadini?» ha replicato il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi che ha sottolineato come «l’evoluzione del territorio tiene conto della volontà popolare come pure delle tradizioni».

Approvata la scissione coatta

Approvata la scissione coatta

Dal Giornale del Popolo del 21 giugno 2016

Nella legge sarà inserita la possibilità di separazioni coatte anche di comparti di territori. Gobbi: «Colmiamo una lacuna di legge».

Di stretta maggioranza (38 deputati favorevoli, 32 contrari e 5 astenuti) il Parlamento ha approvato il rapporto del leghista Omar Balli che seguiva la proposta del Governo su una questione aggregativa. Si trattava, in sostanza, di colmare una lacuna legislativa che riguarda la possibilità di effettuare delle separazioni coatte di alcuni territori comunali. Una lacuna giuridica nata dal recente caso della Verzasca sul quale il Tribunale federale (TF) aveva annullato una decisione del Gran Consiglio. Nel caso particolare aveva accolto un ricorso del Comune di Lavertezzo che contestata la separazione coatta di un suo comparto. Il relatore del rapporto Omar Balli ha messo in evidenza la mancanza normativa e ha precisato che ciò non cambia nulla sulle aggregazioni coatte dei Comuni in quanto tali. «Sarà facile o difficile come lo è stato finora. Ma almeno si recepisce quanto deciso dal TF». E sul rapporto di minoranza sottolinea: «introduce criteri che limitano il margine di manovra del Consiglio di Stato. Al limite c’è sempre il Gran Consiglio che può correggere il tiro». Il relatore del rapporto di minoranza Simone Ghisla (PPD) ha invece evidenziato come questa modifica di legge è lesiva per l’autonomia comunale. «Invece si può benissimo dare seguito alle richieste del Tribunale federale, correggendo senza porre un potere eccessivo nelle mani dell’Esecutivo o del Legislativo cantonale». Dello stesso parere anche Fabio Battaglioni (PPD) in quanto il processo aggregativo coinvolge le comunità locali e la modifica di legge, invece, è imposta dall’alto. «Evitiamo di creare problemi più importanti». Anche per Paolo Pagnamenta (PLR) «il principio della separazione coatta è discutibile e per cambiare una legge così importante occorre una contestualizzazione più importante ». «Chiediamo solo di tappare una piccola falla al bastimento delle aggregazioni» ha ribadito Gianrico Corti (PS). Da parte sua Claudia Crivelli Barella (Verdi) ha sostenuto il rapporto di Balli. Il No è invece arrivato da Paolo Pamini in quanto «se si cambia una legge anche lo spirito che esprime muta. Non apriamo quel vaso di Pandora ». Norman Gobbi ha tenuto a precisare che il Consiglio di Stato «non è folle e non è intenzionato a usare questo nuovo strumento senza considerare la popolazione coinvolta. E ricordo che in ultima analisi è sempre stato il popolo a dire la sua». Il consigliere di Stato ha puntualizzato che lo scopo è quello di continuare con la politica delle aggregazioni, tenendo però in considerazione quanto detto dal Tribunale federale e lasciando all’Esecutivo un certo margine di apprezzamento».

Scene da catastrofe

Scene da catastrofe

Da LaRegione del 20 giugno 2016, un articolo di Daniela Carugati

È tutta una finzione, ma l’esercizio ‘Odescalchi’ messo in campo da domenica nel distretto restituisce bene l’idea di cosa potrebbe accadere davvero se nell’area ferroviaria di Chiasso si verificasse un incidente grave e di vaste proporzioni. Militari, militi, agenti e sanitari dei due versanti del confine testano forze e collaborazione. Li abbiamo seguiti sul loro… terreno.

Scene da una catastrofe… simulata. Da qualche ora il Mendrisiotto è tutto un brulicare di divise. Si mette in campo una delle più vaste esercitazioni mai viste. Perché è la prima volta che enti di pronto intervento ed eserciti svizzeri e italiani misurano, insieme, le proprie forze. Le tute mimetiche si mischiano a quelle rosse delle Unità di intervento, al blu dei sanitari e al cachi dei militi della Protezione civile (Pci). Anche i giornalisti hanno ricevuto la loro pettorina arancione e, in questa prima giornata particolare (l’esercizio proseguirà sino a martedì), si lasciano guidare attraverso gli scenari che evocano incidenti ferroviari, nubi tossiche, edifici in fiamme e macerie. Epicentro l’area ferroviaria di Chiasso, come in un domino gli effetti si concatenano per testare tutte le forze in campo: alla fine si saranno mobilitate circa 3’000 persone. Schierati i figuranti, dai detriti predisposti alla bisogna, lì all’ex Celoria, si levano delle grida d’aiuto, così da rendere più verosimile l’esercitazione ribattezzata ‘Odescalchi’. La voce di Paolo Cescotta , capo del Servizio protezione popolazione, accompagna le prime fasi della dimostrazione. Anche a beneficio delle autorità cantonali e comunali invitate ad assistere e issate su alcune tribunette. In fondo è un modo pure per esorcizzare quanto si confida non accada mai: lungo le rotaie che attraversano la città, una delle due zone rosse del Ticino, transitano pur sempre merci pericolose a tonnellate. Meglio lasciarsi sorprendere dalle abilità delle Uit dei Pompieri (del Mendrisiotto e di Lugano) e dall’impegno dei cani di Redog, pronti a localizzare e trarre in salvo i possibili feriti. Prima si effettua un’analisi dei rischi, poi si passa all’azione, ci spiega il capitano Federico Sala dei Pompieri di Lugano. Un elicottero Superpuma dell’esercito sorvola il cielo chiassese, mentre un drone sorveglia la zona incidentata. Mezzi tradizionali e no sono d’aiuto nel disegnare il quadro dell’emergenza per chi sta al posto di comando avanzato, poco distante, affidato alla Polizia cantonale, o a Rivera allo Stato maggiore di condotta.

Le 3 ‘T’ e il ‘Care team’

Se pompieri, militi delle Ffs, unità speciali e Guardie di confine sono in prima linea, uomini della Pci e sanitari si trovano nelle retrovie. Ma non sono meno importanti. Il Mercato Coperto a Mendrisio è stato trasformato nel punto di approdo di sfollati e feriti, convogliati lì dalle zone evacuate. Alla piattaforma sanitaria si muovono tra i 20 e i 25 soccorritori (in Ticino di operativi ce ne sono circa 500, poco meno della metà professionisti). È qui che scattano le 3 ‘T’, ci dice Franco Ghiggia , coordinatore cantonale del Dim, il Dispositivo sanitario incidenti maggiori. Ovvero triage, trattamento e trasporto delle persone secondo il loro stato e la loro gravità. Da una parte chi è rimasto illeso, dall’altra chi urge di cure. «Da questo esercizio trarremo gli insegnamenti per migliorare in questo ambito», commenta Ghiggia. In una ipotetica realtà ci sarebbero risorse sufficienti? «Le garanzie per fronteggiare un incidente maggiore ci sono», ci rassicura. Dentro il Centro manifestazioni la Pci si occupa di registrare quanti, nella finzione, si sono ritrovati senza un tetto sulla testa. Dà loro una prima assistenza e un piatto caldo: la cucina è già in funzione. «In un caso simile le persone interessate sarebbero migliaia. E la casistica ci illustra che a necessitare di un alloggio, la prima notte, è il 30%», fa presente Claudio Canova , comandante della Protezione civile del Mendrisiotto. Ecco perché si è pronti a predisporre un supporto sociopsicologico iniziale. È il ‘Care team’ a occuparsene, una cinquantina di volontari istruiti ad hoc (una ventina dei quali momò), attivi ormai da un anno. Un lasso di tempo che li ha visti intervenire in una cinquantina di casi nella vita reale. Dalla notte a dare il cambio toccherà alle truppe: un ruolo sussidiario, quello dell’esercito, in caso di catastrofe.

Scene da una catastrofe… simulata. Da qualche ora il Mendrisiotto è tutto un brulicare di divise. Si mette in campo una delle più vaste esercitazioni mai viste. Perché è la prima volta che enti di pronto intervento ed eserciti svizzeri e italiani misurano, insieme, le proprie forze. Le tute mimetiche si mischiano a quelle rosse delle Unità di intervento, al blu dei sanitari e al cachi dei militi della Protezione civile (Pci). Anche i giornalisti hanno ricevuto la loro pettorina arancione e, in questa prima giornata particolare (l’esercizio proseguirà sino a martedì), si lasciano guidare attraverso gli scenari che evocano incidenti ferroviari, nubi tossiche, edifici in fiamme e macerie. Epicentro l’area ferroviaria di Chiasso, come in un domino gli effetti si concatenano per testare tutte le forze in campo: alla fine si saranno mobilitate circa 3’000 persone. Schierati i figuranti, dai detriti predisposti alla bisogna, lì all’ex Celoria, si levano delle grida d’aiuto, così da rendere più verosimile l’esercitazione ribattezzata ‘Odescalchi’. La voce di Paolo Cescotta , capo del Servizio protezione popolazione, accompagna le prime fasi della dimostrazione. Anche a beneficio delle autorità cantonali e comunali invitate ad assistere e issate su alcune tribunette. In fondo è un modo pure per esorcizzare quanto si confida non accada mai: lungo le rotaie che attraversano la città, una delle due zone rosse del Ticino, transitano pur sempre merci pericolose a tonnellate. Meglio lasciarsi sorprendere dalle abilità delle Uit dei Pompieri (del Mendrisiotto e di Lugano) e dall’impegno dei cani di Redog, pronti a localizzare e trarre in salvo i possibili feriti. Prima si effettua un’analisi dei rischi, poi si passa all’azione, ci spiega il capitano Federico Sala dei Pompieri di Lugano. Un elicottero Superpuma dell’esercito sorvola il cielo chiassese, mentre un drone sorveglia la zona incidentata. Mezzi tradizionali e no sono d’aiuto nel disegnare il quadro dell’emergenza per chi sta al posto di comando avanzato, poco distante, affidato alla Polizia cantonale, o a Rivera allo Stato maggiore di condotta.

Le 3 ‘T’ e il ‘Care team’

Se pompieri, militi delle Ffs, unità speciali e Guardie di confine sono in prima linea, uomini della Pci e sanitari si trovano nelle retrovie. Ma non sono meno importanti. Il Mercato Coperto a Mendrisio è stato trasformato nel punto di approdo di sfollati e feriti, convogliati lì dalle zone evacuate. Alla piattaforma sanitaria si muovono tra i 20 e i 25 soccorritori (in Ticino di operativi ce ne sono circa 500, poco meno della metà professionisti). È qui che scattano le 3 ‘T’, ci dice Franco Ghiggia , coordinatore cantonale del Dim, il Dispositivo sanitario incidenti maggiori. Ovvero triage, trattamento e trasporto delle persone secondo il loro stato e la loro gravità. Da una parte chi è rimasto illeso, dall’altra chi urge di cure. «Da questo esercizio trarremo gli insegnamenti per migliorare in questo ambito», commenta Ghiggia. In una ipotetica realtà ci sarebbero risorse sufficienti? «Le garanzie per fronteggiare un incidente maggiore ci sono», ci rassicura. Dentro il Centro manifestazioni la Pci si occupa di registrare quanti, nella finzione, si sono ritrovati senza un tetto sulla testa. Dà loro una prima assistenza e un piatto caldo: la cucina è già in funzione. «In un caso simile le persone interessate sarebbero migliaia. E la casistica ci illustra che a necessitare di un alloggio, la prima notte, è il 30%», fa presente Claudio Canova, comandante della Protezione civile del Mendrisiotto. Ecco perché si è pronti a predisporre un supporto sociopsicologico iniziale. È il ‘Care team’ a occuparsene, una cinquantina di volontari istruiti ad hoc (una ventina dei quali momò), attivi ormai da un anno. Un lasso di tempo che li ha visti intervenire in una cinquantina di casi nella vita reale. Dalla notte a dare il cambio toccherà alle truppe: un ruolo sussidiario, quello dell’esercito, in caso di catastrofe.

Un accordo di mutuo soccorso

Si capisce bene come la collaborazione, anche transfrontaliera, qui, sia fondamentale. ‘Odescalchi’ ha avuto un ‘effetto collaterale’ benefico: un’intesa operativa tra Cantone e Prefettura di Como. A sottoscriverla ieri a Chiasso il capo del Di Norman Gobbi e il prefetto Bruno Corda.

Non riesci a mantenerti? La legge ti manda via

Non riesci a mantenerti? La legge ti manda via

Dal Giornale del Popolo del 20 giungno 2016, un articolo di Martina Salvini

Accade anche se sei sposato con uno svizzero. Nel 2015 in Ticino sono stati 36 i casi. Secondo Gobbi non si applica un pugno di ferro, ma “dura lex, sed lex”.

Il sasso nello stagno lo aveva lanciato il consigliere di Stato Manuele Bertoli con un articolo pubblicato quasi 2 mesi fa sul Corriere del Ticino: in Ticino, argomentava Bertoli, si sta applicando una politica restrittiva di rimpatrio di cittadini stranieri sposati con una persona svizzera. Una misura che va a disgregare la famiglia, in quanto spesso queste coppie hanno figli. Nel suo articolo Bertoli aveva voluto attirare l’attenzione su un tema che periodicamente torna di attualità, ma che a suo dire in questi ultimi anni si manifesta con maggiore insistenza.

Abbiamo voluto sentire a questo proposito il consigliere di Stato Norman Gobbi, titolare dei dossier che vengono trattati dalla sezione della popolazione. Quanti sono i casi di decisioni di allontanamento in Ticino? Perché si interviene con questi provvedimenti? Ecco che cosa ci ha risposto Gobbi.

In un contesto economico in cui trovare un lavoro per molti residenti (stranieri domiciliati compresi) diventa più difficile, è giustificato l’intervento con il “pugno di ferro” contro il coniuge straniero disoccupato (o solo parzialmente occupato) che non riesce a garantire una solidità finanziaria alla sua famiglia senza il sostegno statale?

Parlare di «pugno di ferro» significa formulare una valutazione che mi pare impropria. “Dura lex, sed lex” recita un detto latino. Per quanto dura la legge – in questo caso quella federale – va rispettata. Ed è proprio questo il modus operandi adottato dal mio Dipartimento nel pieno rispetto del nostro sistema federalista. Nei confronti dei coniugi di cittadini svizzeri rimasti senza lavoro e che ricorrono agli aiuti pubblici, come in tutti gli altri casi che affronta, la Sezione della popolazione basa il proprio esame sulla legislazione federale e internazionale e sulla giurisprudenza del Tribunale federale. Si tratta di persone che normalmente non hanno partecipato e contribuito al nostro sistema economico in modo attivo e durevole. Anche un cittadino comunitario, per esempio, che perde il lavoro e ha esaurito le indennità di disoccupazione, se non dispone di mezzi propri per mantenersi, perde il diritto a soggiornare in Svizzera.
Occorre comunque chiarire che, per i coniugi di cittadini svizzeri, il fatto di percepire aiuti sociali non comporta automaticamente la revoca del permesso di dimora. Chi ha ottenuto un permesso di dimora nell’ambito del ricongiungimento con un cittadino svizzero, se l’unione coniugale è effettiva ovvero se il matrimonio è realmente avvenuto, non può vederselo revocare o non rinnovare solo perché inizia a percepire prestazioni assistenziali. Sui nostri media leggiamo spesso le storie di persone che vengono allontanate dalla Svizzera e devono separarsi dalla famiglia, che agli occhi dei lettori appaiono come una grande ingiustizia. Ricordiamoci però che ci sono sempre motivazioni valide dietro ogni decisione e nell’iter che porta alla scelta si approfondisce ogni situazione. Posso infatti assicurare che ogni caso è sempre esaminato con la massima attenzione, e che prima di giungere alla revoca del permesso di soggiorno – che tengo a sottolineare rimane per noi l’ultima ratio – procediamo sempre a un ammonimento. Sui giornali spesso leggiamo solamente una parte della storia, quella che evidentemente alcuni hanno interesse a far emergere. In realtà dietro a queste situazioni frequentemente si celano degli abusi, per esempio matrimoni combinati o forzati, celebrati al solo scopo di ottenere un permesso di soggiorno nel nostro Paese. E lo Stato non può farsi carico di problematiche che scaturiscono da unioni coniugali fondate sulla volontà di raggirare la legge. I suoi compiti sono altri.

Nei casi in cui si decide che il coniuge straniero deve lasciare la Svizzera sono stati riscontrati degli abusi del nostro sistema sociale? Se sì, quali sono questi abusi?

Non è corretto parlare di abusi veri e propri ai danni del sistema sociale. La legge stabilisce che se vengono meno le condizioni per mantenere l’autorizzazione di soggiorno, per esempio la persona non dispone di un lavoro né di mezzi propri per continuare a vivere nel nostro Paese, deve lasciare la Svizzera.

Quante sono annualmente le decisioni di allontanamento dalla Svizzera che toccano un coniuge straniero di una cittadina svizzera?

Nel 2015 abbiamo registrato 36 casi su un totale di 189 revoche emesse dalla Sezione della popolazione. 28 hanno toccato cittadini di Stati terzi mentre 8 cittadini dell’Unione europea.

Nel suo Dipartimento in che maniera viene considerata un’azione più globale a favore del sostegno della famiglia e del reinserimento nel mondo del lavoro da parte del coniuge straniero disoccupato? I casi a rischio vengono segnalati e seguiti dalle autorità preposte (magari di altri dipartimenti, come gli uffici del lavoro, per esempio) prima di adottare il provvedimento dell’espulsione?

Il mio Dipartimento, per il tramite della Sezione della popolazione ha in questi casi il compito di regolamentare le condizioni di soggiorno dei cittadini stranieri nel nostro Paese; nella sua sfera di competenza non ci sono attività sociali come il sostegno alle famiglie in difficoltà o il reintegro nel mondo del lavoro di cittadini stranieri rimasti senza attività. Questi compiti spettano a servizi come gli Uffici regionali di collocamento del Dipartimento delle finanze e dell’economia e alla Divisione dell’azione sociale e delle famiglie, del Dipartimento della sanità e della socialità.
Prima di ordinare l’allontanamento di un coniuge di un cittadino svizzero procediamo comunque a un ammonimento formale, dopo il quale l’interessato dispone pur sempre di un certo lasso di tempo per cercare aiuto – qualora non lo abbia ancora fatto – e migliorare la propria situazione economica e professionale, così da evitare la revoca dell’autorizzazione di soggiorno. Dopo la nostra decisione ha poi il diritto di ricorrere alle istanze superiori che valutata la situazione deliberano in merito. Quando deve lasciare il nostro Paese il cittadino straniero spesso quindi lo fa sulla base di una decisione confermata anche dalle altre autorità (Consiglio di Stato, Tribunale cantonale amministrativo, Tribunale federale).

Ticino e Como, regole di aiuto in caso di catastrofe

Ticino e Como, regole di aiuto in caso di catastrofe

Il Canton Ticino e la Prefettura di Como hanno firmato oggi un accordo operativo che definisce le modalità di intervento in caso di emergenze, per garantire assistenza reciproca a livello transfrontaliero. La convenzione consentirà a entrambi i territori di attivarsi in maniera autonoma e più rapida di fronte a situazioni di bisogno.
In occasione dell’esercitazione internazionale ODESCALCHI, il Consigliere di Stato Norman Gobbi e il Prefetto di Como Bruno Corda si sono incontrati questa mattina al Centro di Cooperazione di Polizia e Doganale di Chiasso, accompagnati rispettivamente dal Capo della Sezione del militare e della protezione della popolazione Fabio Conti e dal Capo Dipartimento della protezione civile italiana Fabrizio Curcio, il quale nel suo ambito ricopre il più alto grado in Italia.

Le due delegazioni hanno sottoscritto un accordo operativo che regola e ridefinisce le procedure da attivare nel caso di una catastrofe – naturale o legata all’attività umana – che interessi il nostro territorio e quello della Provincia di Como. Il nuovo testo rende operativo a livello cantonale quanto già stipulato nella convenzione del 1995, nella quale è stabilito il principio che in caso di evento maggiore le due Nazioni si offrano cooperazione nel prevenire e preparare la gestione di situazioni di emergenza assicurando assistenza reciproca. A livello operativo, tuttavia, per poter coinvolgere la parte italiana il Canton Ticino doveva finora inoltrare una richiesta al Consiglio federale, al quale era assegnato il compito di contattare il Governo italiano di Roma.

Grazie alla ratifica del nuovo accordo operativo, la procedura di mutuo soccorso sarà snellita dal profilo burocratico e consentirà al Canton Ticino di attivarsi immediatamente e in maniera più rapida direttamente con la Provincia di Como. Il nuovo sistema di gestione delle emergenze – per il quale il Canton Ticino svolgerà il ruolo di apripista – potrà in futuro servire da base per migliorare la collaborazione anche con altre Province confinanti, e potrà essere applicato anche da altri Cantoni di frontiera. La sottoscrizione dell’accordo costituisce un importante risultato collaterale dell’esercizio ODESCALCHI, organizzato grazie all’iniziativa della Regione territoriale 3 dell’Esercito svizzero e all’adesione del Dipartimento delle istituzioni, organizzato proprio con l’obiettivo di rafforzare la collaborazione tra le forze dell’ordine e quelle di primo intervento che operano a ridosso del confine.

«Keine Ausnahmen für Touristinnen»

«Keine Ausnahmen für Touristinnen»

Da tagesanzeiger.ch l Ab 1. Juli gilt im Tessin das Burkaverbot. Lega-Politiker und Justizdirektor Norman Gobbi sagt, wie man künftig mit verhüllten Gästen aus dem Arabischen Raum umgeht.

Norman Gobbi, wann haben Sie das letzte Mal eine vollverschleierte Frau gesehen?Letzten Sommer in Lugano.

Was hat Sie daran gestört?
Eigentlich nichts.

Frauen mit Burka oder Niqab sind in der Schweiz ein Randphänomen. Weshalb braucht es das Verhüllungsverbot, das ab 1. Juli im Tessin gilt?

Die Verschleierung gehört nicht zu unserer Kultur. Das Gesetz schützt unsere Werte, die Gleichberechtigung von Frau und Mann. Ausserdem ist das Gesicht ein wichtiges Erkennungsmerkmal. In der Schweiz besteht im Unterschied zu vielen anderen europäischen Ländern keine Ausweispflicht.

Zu den Schweizer Werten gehört auch die Religionsfreiheit.

Wir zwingen niemanden, zum Christentum zu konvertieren. Zudem geht es nicht nur um die Religion, es ist auch eine Frage der öffentlichen Sicherheit. Das Gesetz gilt nicht nur für Niqab- und Burka-Trägerinnen, sondern auch für Demonstranten oder Fussballfans, die sich vermummen.

Am Mittwoch sind Polizisten und andere Gemeindeangestellte darüber informiert worden, wie sie das Verhüllungsverbot umsetzen sollen. Werden sie eine strenge Linie fahren?

Wir haben den Gemeindepolizisten empfohlen, vorsichtig und mit guter Gesinnung zu handeln. Sie werden nicht gleich Bussen verteilen, sondern den Leuten erst nahelegen, die Verhüllung freiwillig abzulegen.

Was, wenn das nichts bringt?

Dann können Bussen ausgesprochen werden. Wie hoch diese ausfallen, können die Gemeinden selber entscheiden. Die Verordnung der Regierung sieht in ordentlichen Fällen eine Busse von 100 bis maximal 1000 Franken vor.

Aus Frankreich, wo seit einigen Jahren ein Burkaverbot gilt, sind Fälle bekannt, in denen verschleierte Frauen alle paar Wochen angehalten und gebüsst werden. Das ist wenig nachhaltig.

Damit dies nicht passiert, werden bei uns alle kontrollierten Personen in das kantonale Polizeiregister eingetragen. So erkennen wir, ob eine verschleierte Person bereits einmal kontrolliert wurde. In schwerwiegenden Fällen oder im Wiederholungsfall gibt es die Möglichkeit, höhere Bussen bis 10’000 Franken festzulegen. Grundsätzlich ist auch ein Einschreiten der Staatsanwaltschaft denkbar.

In Frankreich kommt es auch immer wieder vor, dass verschleierte Frauen sich heftig wehren, wenn sie kontrolliert werden.

Ich war letztes Jahr in Frankreich. Viele arabische Frauen waren nicht verschleiert. Das zeigt mir, dass nur diejenigen, die provozieren wollen, sich nicht an die Regeln halten. Und solche Provokationen werden wir bestrafen. Nora Illi (die Frauenbeauftragte des Islamischen Zentralrats, Anm. d. R.) etwa hat bereits angekündigt, dass sie am 1. Juli vollverschleiert nach Bellinzona kommen werde, um gegen das Verbot zu protestieren.

Die französische Polizei legt das Verbot grosszügig aus gegenüber vollverschleierten Touristinnen, die sich nur ein paar Tage im Land aufhalten. Wird es auch im Tessin Ausnahmen geben – etwa für saudische Familien, die nach Lugano zum Shoppen kommen?

Nein, bei uns gibt es keine Ausnahmen für Touristinnen. Das Gesetz gilt für alle.

Sie könnten damit zahlungskräftige Gäste verärgern.

Touristen, die sich verschleiern, werden vielleicht künftig nach Como gehen. Das tut mir leid, aber deswegen dürfen wir dem Druck von aussen nicht nachgeben. Bei uns zählt der Souverän, und dieser hat an der Urne entschieden, dass die Vollverschleierung nicht toleriert werden darf. Die Leute sind klug genug, sich anzupassen. Wenn wir nach Saudiarabien oder in den Iran fliegen, halten wir uns auch an die lokalen Kleiderregeln.

Werden nun im Tessin Tafeln aufgestellt, die darauf hinweisen, dass keine Burkas und Niqabs getragen werden dürfen?

Nein, informieren werden vor allem die Tourismusbüros. Zudem haben wir gemeinsam mit dem Aussendepartement des Bundes eine Sprachregelung formuliert. Die saudische Botschaft hat ihre Staatsangehörigen bekanntlich bereits über die neue Kleiderregelung im Tessin informiert. Andere Reaktionen gab es bisher nicht.

Vollverschleierte Frauen sind für die meisten Schweizer etwas Unvertrautes. Haben Sie einmal mit einer Frau gesprochen, die Burka trägt?

Nein.

(Tagesanzeiger.ch/Newsnet)

Sicurezza La catastrofe è servita

Sicurezza La catastrofe è servita

Dal Corriere del Ticino del 16 giugno 2016, a cura di Lidia Travaini

Presentati a Rivera i dettagli dell’esercitazione Odescalchi che si terrà dal 19 al 21 giugno Saranno simulati un incidente ferroviario, una fuga di sostanze chimiche e un incendio

Polizia cantonale, Guardie di confine, pompieri di Chiasso, Mendrisio e Como, Ferrovie Federali Svizzere, Protezione Civile, Federazione Cantonale Ticinese Servizi Autoambulanze, Ente Ospedaliero Cantonale e RSI. È davvero lungo l’elenco degli enti che parteciperanno all’esercitazione Odescalchi tra domenica 19 e martedì 21 giugno, la prima di questo genere messa in atto in Ticino, che si terrà tra il Mendrisiotto e il Comasco. In totale le persone presenti sul campo saranno oltre 3.000, a cui si aggiungeranno 2 mila uomini nelle retrovie. Gli ultimi dettagli dell’esercitazione sono stati presentati ieri dai rappresentanti del Dipartimento delle istituzioni e della Regione territoriale 3 dell’esercito durante una conferenza stampa che si è tenuta al Centro istruzione della protezione civile di Rivera.
Quello che sarà provocato per collaudare la reazione degli enti di primo intervento e dei partner internazionali è un incidente ferroviario con fuga di sostanze chimiche nella galleria di Monte Olimpino. Un evento che provocherà anche un incendio sulla collina del Penz. Per la prima volta dalla sua sottoscrizione nel 1998 sarà testata la convenzione tra Italia e Svizzera riguardante le misure da attuare in caso di catastrofe di portata internazionale. In questo contesto domenica è anche prevista la firma di una nuova convenzione tra il Ticino e la Provincia di Como riguardante le modalità di intervento transfrontaliere, un documento che consentirà di attivarsi in maniera autonoma in caso di necessità.
L’esercitazione coinvolgerà tutto il distretto, delle strutture saranno infatti presenti in svariate località: al Parco delle Gole della Breggia ci sarà il Centro logistico dell’esercito, al Mercato coperto di Mendrisio il Posto collettore per i senza tetto, a Capolago il Centro ritenzione per reati minori, a Balerna il Villaggio Macerie Esercizio ferroviario e alla Casa Giardino di Chiasso e in piazza Municipio a Vacallo due Centri di raccolta per i senza tetto. La frazione di Pizzamiglio sarà infine coinvolta perché lì sarà realizzato in tempo record (circa 4 ore) un ponte sulla Breggia che unirà la sponda svizzera e quella italiana, un collegamento che sarà il simbolo dell’esercitazione.