Ventisei frecce contro l’estremismo

Ventisei frecce contro l’estremismo

Articolo pubblicato sul Corriere del Ticino nell’edizione di martedì 5 dicembre 2017.

«Prima». Questo il termine più spesso ripetuto durante la presentazione del Piano d’azione nazionale contro la radicalizzazione e l’estremismo violento (PNA), alla quale hanno partecipato la ministra di Giustizia e Polizia Simonetta Sommaruga , il delegato alla Rete integrata Svizzera per la sicurezza André Duvillard e i rappresentanti dei Governi cantonali e degli Esecutivi di Comuni e Città.

Prima, dicevamo, perché nella lotta al terrorismo – una parola che, ha sottolineato Sommaruga, non ricorre mai nel piano proprio perché bisogna fare il possibile per non arrivarci – è necessario agire il più presto possibile, come ha rammentato Duvillard.
In che modo? Coinvolgendo in un’ottica interdisciplinare non solo la popolazione e la società civile, ma anche e soprattutto le parti politiche e sociali attive su tutti i livelli statali: Comuni, Cantoni e Confederazione. E operando in tutti i settori: quello dell’educazione, della socialità, dell’integrazione e della sicurezza. Ed ecco così spiegata la nascita del PNA, che prevede 26 misure concrete, da attuare in un lasso di tempo quinquennale e per il quale la Confederazione stanzierà 5 milioni di franchi a titolo di incentivo. I provvedimenti proposti si basano in larga parte sui progetti e sugli sforzi già in atto.

In particolare, tra le misure spiccano offerte formative per specialisti e per chi lavora nei centri per richiedenti l’asilo, corsi di formazione continua per persone di riferimento religiose, strumenti per il riconoscimento precoce, servizi specializzati e di consulenza e scambio di informazioni. Gli ambiti d’intervento sono cinque: la conoscenza e la competenza, la collaborazione ed il coordinamento, la prevenzione di idee e gruppi estremisti, il disimpegno (ovvero il processo per cui una persona smette di sostenere un movimento dell’estremismo violento) e la reintegrazione e, infine, la cooperazione internazionale.

Un aspetto fondamentale nella prevenzione della radicalizzazione è la lotta contro le discriminazioni, l’esclusione e la mancanza di prospettive dei giovani, ha ricordato il municipale zurighese, membro dell’Unione delle città svizzere e copresidente della Conferenza dei direttori di sicurezza delle città svizzere Richard Wolff , sottolineando che una società forte che non tollera l’esclusione è il miglior strumento contro la radicalizzazione. Per Gustave Muheim, vicepresidente dell’Associazione dei Comuni svizzeri, il PNA è una cassetta degli attrezzi messa a disposizione dei vari attori.

«Rendiamo la Svizzera un villaggio», ha invece affermato il consigliere di Stato sangallese Martin Klöti, presidente della Conferenza dei direttori cantonali delle opere sociali: un villaggio in cui scambiare informazioni ed esperienze ed imparare sulla base di queste. Ricordando che, in un ambito così sensibile, non si mira alla creazione di uno «Stato ficcanaso», bensì a rendere accessibili le informazioni e a coordinare le operazioni, formando specialisti che possano interpretare i segni di una radicalizzazione e rendendo al contempo chiari i processi e le competenze dei singoli attori (tra i quali figurano insegnanti, responsabili di associazioni sportive ed operatori sociali). In questo senso la responsabilità principale è di competenza comunale, cittadina e cantonale.

A tal proposito, la consigliera di Stato ginevrina e membro della Conferenza dei direttori cantonali della pubblica educazione Anne Emery-Torracinta ha illustrato le misure previste dal Cantone lemanico: la formazione di persone di riferimento all’interno degli istituti scolastici, l’istruzione obbligatoria fino ai 18 anni e la formazione continua per imam.

Dal canto suo, il consigliere di Stato ticinese e membro della presidenza della Conferenza dei direttori cantonali di giustizia e polizia Norman Gobbi ha sottolineato l’importanza della gestione delle minacce. Da noi contattato, ci ha spiegato come questo strumento sia già stato creato in Ticino ad opera di un gruppo interdipartimentale. Il PNA mira ad un suo sviluppo: «Le segnalazioni, che possono giungere dai familiari, dall’ambiente scolastico, dalle autorità di protezione o dalle forze dell’ordine, verranno messe in rete e diffuse. Miriamo ad una condivisione dell’informazione e alla creazione di appositi punti di contatto».

Vanno inoltre rafforzate le sinergie non solo tra Comuni e Cantone, ma anche quelle intercantonali. Gobbi ha poi sottolineato l’indispensabilità della collaborazione tra le forze dell’ordine e le diverse autorità. In Ticino in particolare è necessaria una rete cantonale, affinché le segnalazioni non restino circoscritte alla realtà comunale. Ricordando che «il piano d’azione nazionale non offre soluzioni preconfezionate, anche in virtù delle diverse realtà non omogenee che caratterizzano il nostro Paese».

Il PNA, secondo Sommaruga, è la classica opera nata dalla collaborazione di stampo federalista. La ministra ha menzionato due gruppi particolarmente a rischio: i giovani e le persone già radicalizzate. Il PNA è un «tassello importante» nella lotta alla radicalizzazione, da affiancare agli altri due progetti (l’ultimo verrà posto in consultazione entro la fine di quest’anno):
le modifiche del diritto penale e di altre leggi funzionali al perseguimento penale e le misure preventive di polizia.

Insieme contro l’estremismo

Insieme contro l’estremismo

Articolo pubblicato sul Giornale del Popolo nell’edizione di martedì 5 dicembre 2017.

Confederazione, Cantoni e Comuni intendono agire insieme contro la radicalizzazione e l’estremismo violento: i rappresentanti dei governi cantonali e degli esecutivi di Comuni e Città nonché la consigliera federale Simonetta Sommaruga hanno presentato ieri a Berna un piano di azione nazionale contenente 26 misure. Il Consiglio federale, la scorsa settimana, ha preso atto del piano e ha manifestato l’intenzione di promuoverne l’attuazione con un programma d’incentivazione quinquennale. Cinque milioni dovrebbero essere investiti per sostenere progetti sviluppati a livello cantonale e comunale o lanciati dalla società civile.
La prevenzione necessita una individuazione e un intervento precoci. «Non si deve aspettare che il terrorismo si presenti per prendere delle misure», ha sottolineato Sommaruga nel corso di una conferenza stampa. Deve essere intrapreso un lavoro di prossimità e quotidiano, ha detto la responsabile del Dipartimento federale di giustizia e polizia aggiungendo tuttavia che la Svizzera non parte da zero. Iniziative sono già state lanciate a Ginevra. Il cantone sta per mettere in azione una rete di 250 ‘referenti’ nelle scuole che potranno informare l’insieme del personale sui primi segni di radicalizzazione, ha spiegato la ministra cantonale dell’istruzione pubblica Anne Emery-Torracinta. Inoltre sono state istituite formazioni per gli imam all’università. Infine Ginevra intende introdurre una formazione obbligatoria fino a 18 anni per evitare che i giovani si ritrovino marginalizzati e inoperosi: la marginalizzazione è spesso il nido della radicalizzazione. I Cantoni e i Comuni sono chiamati a giocare un ruolo chiave nel piano d’azione. La Rete integrata Svizzera per la sicurezza è incaricata di coordinare il trasferimento delle conoscenze e delle esperienze. Un pool di esperti nazionali dovrebbe poi aiutare Cantoni e Comuni a disimpegnare e reintegrare le persone radicalizzate. Inoltre i Cantoni dovrebbero parallelamente sviluppare una gestione interistituzionale della minaccia. Condotto dalla polizia, questo approccio mira a riconoscere precocemente il potenziale pericolo di singoli individui e gruppi.
Le persone attive in ambienti educativi, sociali e giovanili devono poi essere sensibilizzate e vedersi proporre formazioni e corsi di aggiornamento appropriati. Devono essere in grado di riconoscere precocemente i segnali e i pericoli di radicalizzazione e agire in modo adeguato. Se necessario, devono avere inoltre la possibilità di rivolgersi a un servizio specializzato. Anche le persone che operano in un contesto religioso e quelle incaricate dei richiedenti asilo devono essere sensibilizzate. Lo stesso vale per responsabili di associazioni culturali e del tempo libero. Spetta a ogni Cantone e Comune in base alle sue specificità definire i servizi di consulenza adeguati.

Gli scambi di informazioni devono inoltre essere facilitati. Una base legale deve ancora essere creata a livello nazionale. Ogni Cantone deve esaminare in collaborazione con il suo preposto alla protezione dei dati in quale misura lo scambio di informazioni possa essere garantito. Il piano d’azione è la seconda parte del programma del Consiglio federale contro il terrorismo.
La prima, messa in consultazione in giugno, precisa quali sono le azioni vietate e quale è la pena inflitta.

L’INTERVISTANorman Gobbi: ‘Un impegno di istituzioni e società civile’

Norman Gobbi, direttore del Dipartimento istituzioni, come valuta il piano d’azione contro la radicalizzazione e l’estremismo violento?

Il piano ingloba i tre livelli istituzionali (Comuni, Cantoni e Confederazione) e tutta la società civile: dal mondo della scuola fino alle carceri. A monte c’è un’esigenza di sensibilizzazione, che deve essere svolta nelle istituzioni ordinarie presenti sul nostro territorio. Dall’altra parte ci sono altre misure che permettono di condividere le buone esperienze svolte da città, comuni e cantoni. L’obiettivo è quello di evitare il fenomeno della radicalizzazione.

Secondo lei, quali misure sono particolarmente importanti?

Sicuramente quella legata alla verifica delle basi legali che permettono lo scambio di informazioni tra autorità: per evitare che i limiti posti dalle attuali leggi di protezione dei dati impediscano di condividere informazioni raccolte nel mondo scolastico a favore di un’analisi del caso. Quanto all’esecuzione delle pene: bisogna porre l’accento su una formazione specifica per chi opera all’interno delle carceri.

Altri Cantoni hanno già intrapreso misure specifiche. E in Ticino?

Il Cantone si è già mosso: abbiamo costituito il Servizio gestione cantonale persone minacciose e pericolose, che affronta coloro che hanno comportamenti minacciosi nei confronti delle autorità, ma mette anche in rete informazioni legate alla violenza domestica. Si tratta ora di capire come far funzionare meglio questo sistema, misurandoci con altre realtà cantonali che conoscono questo tipo di situazioni.

Come può contribuire il Ticino a questo progetto?

Il Ticino ha già avuto esperienze in questo ambito. Riconoscere in anticipo queste radicalizzazioni può portare a trovare le misure non solo preventive ma anche di repressione, che rientra nei compiti delle forze di polizia.

Siccome questo piano include anche la società civile, non sussiste il rischio di segnalazioni infondate?

Uno degli obiettivi è quello di creare punti di contatto per le autorità, ma anche per i singoli cittadini, dove si possono segnalare situazioni strane, che possono far sorgere dei dubbi. Sta poi all’autorità competente fare la valutazione del caso per evitare una caccia alle streghe. Inoltre è importante anche il lavoro di intelligence per potere intervenire in modo appropriato.

Contro la radicalizzazione

Contro la radicalizzazione

Articolo pubblicato su La Regione nell’edizione di martedì 5 dicembre 2017.

La radicalizzazione e gli estremismi violenti si combattono anche con la prevenzione. Ne sono convinti i Comuni, i Cantoni, le Città e la Confederazione che hanno deciso di unire le forze per condividere le “buone esperienze” e «permettere così a ogni realtà di mettere in campo quelle giuste». No r ma n Gobbi, consigliere di Stato ticinese e membro del comitato direttivo della Conferenza dei direttori dei Dipartimenti cantonali di giustizia e polizia, sa di cosa parla, essendo il Ticino non estraneo a fenomeni di radicalizzazione o estremismo violento – come ha dimostrato l’arresto la primavera scorsa del reclutatore dell’ISIS – e al tempo stesso Cantone già attivo, con il “Pro gramma d’integrazione cantonale PIC 2”, nella prevenzione e nella presa a carico di eventuali casi o segnalazioni sospette. Ciò non di meno, è importante unire le forze. Da qui la creazione di un “Piano di azione nazionale” contenente 26 misure, non vincolanti «che si fondano sui numerosi sforzi già in atto e completa i progetti legislativi in corso volti a potenziare la lotta al terrorismo», ha detto la direttrice del Dipartimento federale di giustizia e polizia, Simonetta Sommaruga ieri a Berna, presentando insieme a Gobbi il “Piano di azione”. «Non si deve aspettare che il terrorismo si presenti per prendere misure», ha aggiunto la consigliera federale. «Deve essere intrapreso un lavoro di prossimità e quotidiano», ha affermato. Le persone attive in ambienti educativi, sociali e giovanili, si è aggiunto, devono essere sensibilizzate e vedersi proporre formazioni e corsi di aggiornamento appropriati: devono essere in grado di riconoscere precocemente i segnali e i pericoli di radicalizzazione e agire in modo adeguato. Se necessario, devono avere inoltre la possibilità di rivolgersi a un servizio specializzato. «Sappiamo che la radicalizzazione può passare anche attraverso i luoghi di culto e i centri culturali – rimarca Gobbi – ma evidentemente il “Piano di azione” è contro tutto l’estremismo violento che rappresenta una minaccia per lo Stato e la popolazione», precisa il consigliere di Stato ticinese. Questo perché «è importante che funzioni la prevenzione, ma anche l’aspetto repressivo non deve essere da meno», precisa Gobbi. Si spiegano così le modifiche alle basi legali su scala nazionale in dirittura d’arrivo che permetteranno «di lottare meglio contro l’estremismo e la radicalizzazione anche da punto di vista penale», annota il ministro della giustizia ticinese. Nel frattempo Cantoni, Città e Confederazione affilano le armi dal punto di vista della prevenzione. A cominciare dal Consiglio federale che la scorsa settimana ha preso atto del “Piano” e manifestato l’intenzione di promuovere la sua attuazione con un programma d’incentivazione quinquennale. Cinque milioni dovrebbero essere investiti per sostenere progetti sviluppati a livello cantonale e comunale o lanciati dalla società civile. Iniziative sono già ad esempio state lanciate a Ginevra, dove il Cantone sta per mettere in azione una rete di 250 “referenti” nelle scuole che potranno informare l’insieme del personale sui primi segni di radicalizzazione. Un altro progetto, sempre sulle rive del Lemano, è quello di introdurre una formazione obbligatoria fino a 18 anni per evitare che i giovani si ritrovino marginalizzati e inoperosi, giacché la marginalizzazione è spesso il nido della radicalizzazione. Il concetto del “Piano” è insomma chiaro. «Mettere in rete le buone esperienze e nello stesso tempo stimolare a fare di più – annota Gobbi – così da prevenire la radicalizzazione e l’estremismo violento».